Kamikaze

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Testo

Franchino Saverio 3/4/2000
cl. 3^ C corso: ETD
Ricerca: Kamikaze
L’inventore dei Kamikaze fu l’ammiraglio Takijiro Onishi, capo di stato maggiore della Flotta combinata nel settore Sud-Ovest al momento della resa. Deluso per non esser riuscito, insieme ad altri generali ed ammiragli , a dissuadere l’imperatore Hirohito dalla Decisione di arrendersi agli Americani, il 16 Agosto 1945 fece karakiri scegliendo quello di terzo grado - il più cruento , che prevede di depositare le viscere sul pavimento - e morì dopo un’atroce agonia protrattasi per dodici ore. A suggerire l’idea all’ammiraglio Onishi di costruire il corpo dei kamikaze era stato il sacrificio del contrammiraglio Masabumi Arima, il quale, contravvenendo alle regole che vietavano ai gradi più alti di guidare personalmente azioni ad alto rischio, era partito il 15 Ottobre ’44 alla guida del proprio aereo , in testa ad una formazione di 36 caccia e bombardieri diretti ad attaccare molte unità navali americane che l’ammiraglio Ralph E. Davison aveva schierato nel mare delle Filippine dopo essere riuscito ad entrare nella baia di Leyte. I veivoli si lanciarono uno dopo l’altro contro le navi americane, riservando ad Arima l’onore di immolarsi contro il bersaglio più prestigioso, la portaerei Franklin. Gli altri kamikaze si divisero il resto della flotta : la portaerei “Hornet”, la portaerei “Hancock”, l’incrociatore “Reno”, l’incrociatore “Huston”, ed altre unità tra le quali molte adibite al trasporto di truppe.
L’esempio di Arima creò uno spirito di emulazione fra gli aviatori giapponesi, molti dei quali fecero a gara per entrare nel corpo speciale dei piloti suicidi.
In questa storia è rilevante la figura del capitano di fregata Asichi Tamati che nell’ottobre del ’44 era comandante in seconda della 201° Squadra della Prima flotta Aerea. Presente alla riunione notturna del 17 ottobre, convocata dall’ammiraglio Onichi per illustrare di piloti-suicidi (Arima si era sacrificato 3 giorni prima), Tamati si dimostrò entusiasta e suggerì di affidarne il comando ad un asso dell’Aviazione di marina, il capitano di vascello Yukiko Seki. La proposta fu accolta anche dal designato, il quale i dichiarò di esser molto onorato di ricevere l’incarico.
In 24 ore il capitano Seki riuscì ad organizzare il suo reparto speciale, inizialmente costituito da 26 aerei da caccia imbottiti di esplosivo ad alto potenziale, divisi in quattro squadriglie: “Sikishima”, “Yamato”, “Asahi” e “Yamazakura”. Otto giorni dopo, il Corpo dei Kamikaze era già operativo. Entrava in azione il 25 Ottobre nella gigantesca battaglia del Golfo di Leyle contro il “Taffy Group 3” del contrammiraglio Clifton A. F. Srague. Seki volle condurre personalmente l’attacco andando a schiantarsi contro la più grossa delle unità americane, la “Fanchaw Bay”.
Già impressionati dai disastrosi effetti provocati dieci giorni prima dai kamikaze di Arima, gli americani furono fortemente scossi e costernati dalla nuova impresa che imposero una severa censura ai corrispondenti di guerra perché non raccontassero di quale e imprevedibile, micidiale arma disponessero adesso i giapponesi. I quali, a loro volta, si preoccupano di perfezionare l’organizzazione e la strategia dei kamikaze: non più normali aerei da caccia e da bombardamento adatti per quel tipo di attacco, ma veivoli appositamente creati e realizzati su progetti del capitano di corvetta Niki, monoposti in miniatura speciali ed esclusivi, lunghi appena 6 metri, armati sulla punta con una tonnellata di esplosivo superdirompente, in grado di raggiungere in picchiata la velocità di 1.000 chilometri orari. Questi nuovi proiettili umani volanti, venivano trasportati in quota da aerei-madre che li sganciavano a 40 km dall’obbiettivo, fuori quindi dalla portata della contraerea, e praticamente invulnerabili a quella velocità, venivano giù con una picchiata di circa 5 gradi.
Dal momento del distacco dall’aereo madre all’attimo dell’impatto sulla nave nemica non trascorrevano più di cinque minuti. In pochi mesi era perfezionamento tecnico straordinario rispetto alle iniziali 17 squadriglie di kamikaze, ciascuna formata da 12 veivoli da caccia “Zero 52”, armati con due bombe da 250 Kg sistemate sotto le ali.
Per onestà storica bisogna capire che il sacrificio del contrammiraglio Arima creò uno spirito di emulazione patriottica fra gli aviatori giapponesi, la sua impresa suicida non fu la prima in assoluto. Era stata preceduta da almeno due vicende, protagonisti, il maggiore pilota Katushige Takata, che il 17 Maggio ’44 aveva lanciato sul ponte di comando di un cacciatorpediniere americano provocandone l’incendio e l’affondamento, e il sottotenente Kobi, il quale, pochi giorni dopo, si era avventato sul suo bimotore “Betty”, munito di due siluri , contro la fiancata di una portaerei britannica nell’Oceano Indiano.
Erano ancora kamikaze artigianali, pionieri delle perfezionate bombe umane volanti che fecero il loro esordio il 12 Aprile 1945 nella battaglia di Okinawa. Decollarono verso gli obbiettivi 38aerei-suicidi, ma soltanto 13 riuscirono a completare la missione, con tali disastrose conseguenze per il nemico che i comandi americani invocarono l’urgente invio dagli Stati Uniti di altri e più efficaci mezzi di contraerea mentre la Marina schierava un’impressionante numero si cacciatorpediniere – oltre cento –dotate di radar in grado di mettere in azione 625 aerei da caccia e 7400 batterie anti-aree. Ma non sufficiente. Gli attacchi quotidiani di kamikaze continuarono a far stragi di navi.
E allora fu Hiroshima. Alle 8.15 del 6 Agosto 1945 la superfortezza volante B-29, n. 4486292, al comando del tenente colonnello Paolo Tibles, sganciava sulla città martire la prima bomba atomica della storia.
Oltre ai kamikaze che si lanciavano in picchiata sulle navi, operavano anche quelli che si avventavano in volo contro gli aerei nemici. Il primo a inaugurare questo inedito tipo di speronamento fu il tenente pilota Skamoto Mikihito, che il 21 Novembre 1944 manovrò il suo caccia proiettandolo in rotta di collisione con un bombardiere americano B-29 nel cielo di Sesabo, città in territorio della prefettura di Nagasaki, all’estremità settentrionale della baia di Oura duramente bombardata dagli aviatori degli Stati Uniti. I due veivoli diventarono una sola palla di fuoco che veniva giù al cospetto di atterriti spettatori che interpretarono quelle fiamme come un segnale purificatore.
Statistiche attendibili di fonte alleata fanno ascendere a non meno di 5000 i piloti giapponesi che si sacrificarono volontariamente nei voli senza ritorno, un numero davvero apprezzabile, se si considera che i kamikaze entrarono in azione nell’ultimo periodo del conflitto, quando le forze aereo-navali giapponesi non erano più in grado di contrastare efficacemente l’esuberante flotta americana.

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