46 TEMI D'ATTUALITA' 2005

Materie:Tema
Categoria:Attualita
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Testo

INDICE
IL TERRORISMO
La lotta al terrorismo, intemo e internazionale, è un impegno irrinunciabile a difesa della libertà e della civile convivenza. Tipologia D: tema di ordine generale pago 11
PAPA WOJTYLA, PROFETA DI PACE Un pontificato, quello di Giovanni Paolo II, di svolta nella storia della Chiesa e dell'umanità intera.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 14
NO ALLA GUERRA
La crisi irachena e il terrorismo hanno tradito le speranze in un mondo finalmente in pace nel nuovo secolo. Ma non bisogna rassegnarsi all' inevitabilità della guerra, che èsempre una catastrofe per l'umanità.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 17
L'EUROPA UNITA
Il cammino fin qui svolto dall'Unione Europea e le prossime tappe.
Tipologia B: saggio breve pago 21
TSUNAMI E ALTRE CATASTROFI NATURALI
Un uso più saggio del territorio può ridurre i danni provocati dalle catastrofi naturali. Tipologia D: tema di ordine generale pago 24
DEVOLUZIONE E FEDERALISMO
La "devolution" è compatibile con l'idea democratica di federalismo?
Tipologia D: tema di ordine generale pago 28
4LE RIFORME ISTITUZIONALI
L'attuale dibattito sulle rifonne istituzionali in Italia: repubblica parlamentare o presidenziale? Semipresidenzialismo, premierato, cancellierato.
Tipologia B: saggio breve
pago 31
UONU, UN POSSIBILE GOVERNO DEL MONDO?
L'evoluzione degli equilibri internazionali richiede che si affrontino in modo nuovo i contrasti nel mondo e le violazioni dei diritti umani.
Tipologia B: articolo
pago 34
I SOLDATI ITALIANI E LA PACE
Il rinnovamento delle nostre Forze Annate al servizio della democrazia e della pace. Tipologia D: tema di ordine generale pago 37
BIODIVERSIT À ED EFFETTO SERRA L'effetto serra pregiudica la biodiversità, quindi attenta alla possibilità di vita in futuro sul nostro Pianeta.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 40
LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI
Dal diritto alla libertà ai diritti sociali, dal diritto alla pace a quello di vivere in un ambiente sano: la lotta per i diritti umani segna le tappe del progresso civile e sociale.
Tipologia B: articolo pago 43
IL RAZZISMO
Una malattia purtroppo ancora diffusa dopo tante tragedie del passato.
Tipologia D: tema di ordine generale pago LA SOCIETÀ MULTIETNICA
Si scriva un saggio sulla prospettiva di una società multietnica, aperta all'incontro di più culture, che sembra profilarsi in un prossimo futuro.
Tipologia B: saggio breve
pago 50
L'ISLAM E L'ITALIA
La presenza sempre più massiccia d'immigrati musulmani nel nostro Paese impone la ricerca di una convivenza che sia in accordo con le loro esigenze religiose e culturali e, nel contempo, rispettosa delle leggi e dei valori democratici dell 'Italia.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 53
LA FAME NEL MONDO
La tragedia di sei milioni di bambini che nel mondo armualmente muoiono per la denutrizione è la più grande emergenza umanitaria del XXI secolo.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 56
PUBBLICITÀ COMMERCIALE E PROPAGANDA POLITICA
La manipolazione delle coscienze attuata, soprattutto attraverso i mass-media, dalla pubblicità commerciale e dalla propaganda politica.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 59
I GIOVANI E LA MUSICA
La musica, linguaggio universale dei giovani di oggi.
Tipologia B: saggio breve pago 62
MASS MEDIA E LIBERTÀ D'INFORMAZIONE
Non c'è vera democrazia senza libertà di
6,stampa e d'infonnazione, ma questa oggi è minacciata dal processo di concentrazione
- della proprietà delle testate giornalistiche e
delle reti televisive.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 65
IL LAVORO
Il lavoro dà un senso all'esistenza dell'individuo nella società, ma è importante che sia gratificante ed opportunamente tutelato. Tipologia D: tema di ordine generale pago 68
IL COMPUTER ED INTERNET Nell'era dei computers e di Internet l'umanità ha davanti a sé immense potenzialità di sviluppo.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 71
GENETICA E PROBLEMI MORALI La genetica è la scienza di questo nuovo secolo, ma il suo progresso pone sempre nuovi interrogativi.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 74
I BENI ARTISTICI E CULTURALI L'immenso valore spirituale dei tesori della nostra arte e della nostra cultura: testimonianze di civiltà e d'identità nazionale.
Tipologia B: articolo pago 77
TELEVISIONE E GIORNALI
_Un confronto che rivela pregi e limiti in entrambi questi grandi mezzi della comunicazione di massa.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 80
I VALORI MORALI
È importante che ognuno abbia dei forti valori morali in cui credere e ai quali ispirare la propria condotta.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 83
INDIVIDUO E SOCIETÀ
L'uomo si realizza integrandosi nella comunità in cui vive, diventando parte attiva della società.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 86LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATAGli episodi sanguinosi di criminalità organizzata mantengono al centro dell'interesse dell'opinione pubblica questo deprecabile fenomeno ancora presente nella società italiana. Si scriva un articolo in merito.
Tipologia B: articolo pago 89
LA LIBERTÀ E LA LEGGE
Il rapporto indissolubile tra libertà del cittadino ed osservanza della legge.
Tipologia B: saggio breve
pago 93
IL CAROVITA
Rialzo dei prezzi e calo dei consumi: una conseguenza, per alcuni, dell'introduzione dell'euro, per altri dell'assenza di controlli sui prezzi di merci e servizi.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 96
L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE E LA FAMIGLIA
Il processo di emancipazione della donna e 1'evoluzione della famiglia in Italia negli ultimi decenni.
Tipologia B: saggio breve
pago 99
IL DIRITTO ALLA SALUTE
Il diritto alla salute, un diritto dell'individuo, ma anche della società.
Tipologia B: saggio breve
pago 103
IL LAVORO MINORILE
Un'autentica e perdurante piaga sociale è lo
8sfruttamento del lavoro dei minori, costretti addirittura ad odiose forme di schiavitù in alcuni Paesi del Terzo Mondo.
Tipologia B: saggio breve
pago 106
I SENTIMENTI E LE EMOZIONI
L'emotività è parte integrante della psiche, ma la società ipertecnologica in cui viviamo sembra lasciare sempre meno spazio ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni.
Tipologia D: tema di ordine generale pago 111
L'AMICIZIA
Quali sono i caratteri dell' amicizia? Questa è ancora possibile oggi, nella società dell’ individualismo.e delle tecnologie informatiche?
FEDE E RAGIONE
Ha ancora senso l'antico conflitto oppure, soprattutto dopo i recenti successi della genetica e delle altre scienze, il rapporto tra fede e ragione deve essere ripensato in una nuova prospettiva?
Tipologia D: tema di ordine generale pag.118
STATO E CHIESA
La separazione di Stato e Chiesa e l'indipendenza di ciascuno nel proprio campo, civile il primo e religioso la seconda, ribadite dalla nostra Costituzione, costituiscono una conquista del pensiero politico moderno.
Tipologia D: tema di ordine generale pag.122
L'ENERGIA PULITA
Dall'acqua energia per il futuro: l'idrogeno è tra le fonti rinnovabili di energia pulita in un futuro non lontano.
Tipologia B: articolo
I MALI DEL MONDO ATTUALE
I primi anni di questo XXI secolo sembrano aver tradito le speranze in un mondo migliore: ancora imperversano l'incubo della guerra, la minaccia del terrorismo, il dramma di una sempre più diffusa povertà, l'aggressione alla natura.
Tipologia D: tema di ordine generale pag.129
RICERCA SCIENTIFICA E "FUGA DI CERVELLI" L'importanza della ricerca scientifica, in un Paese industrializzato, è fondamentale per lo sviluppo economico e la competizione con gli altri Paesi: purtroppo in Italia ci si rende conto di ciò solo quando suona l'allarme per la "fuga dei cervelli".
Tipologia B: articolo
pago 133
POLITICA E BENE PUBBLICO
L'attuale crisi della politica non deve fare smarrire ai cittadini il significato alto della stessa, cioè di nobile impegno per il bene di tutti.
Tipologia D: tema di ordine generale pag.136
LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA La democrazia rappresentativa appare nel nostro Paese insidiata dal clima di rissa che turba i rapporti tra i partiti, dalla crescente disaffezione dei cittadini alla politica e dal conflitto fra alcune istituzioni dello Stato.
Tipologia D: tema di ordine generale pag.140
I PROBLEMI DELLO SPORT
Le attuali difficoltà dello sport in Italia e le possibili soluzioni.
Tipologia B: saggio breve
VIOLENZA AL CINEMA
E IN TELEVISIONE
Quale rapporto si può stabilire fra scene di violenza, viste al cinema o in televisione, e comportamento aggressivo?
Tipologia D: tema di ordine generale pag.147
LA SCUOLA FORMA I CITTADINI DI DOMANI
In un Paese democratico la scuola svolge l'insostituibilefunzione di preparare i cittadini consapevoli di domani, coscienti del valore assoluto della libertà e aperti al confronto delle idee.
Tipologia D: tema di ordine generale pag.149
LA SOLIDARIETÀ DEVE VINCERE SULLA TECNOLOGIA
La nostra società ipertecnologizzata ed informatizzata rischia di ritrovarsi arida e vuota se non è animata da un diffuso spirito di solidarietà.
Tipologia D: tema di ordine generale pag.152
IDEALI ED IMPEGNO SOCIALE Avere degli ideali in cui credere "riempie la vita".
Tipologia D: tema di ordine generale pag.155
Appendice
ALCUNE TRACCE DI ATTUALITÀ ASSEGNATE AGLI ESAMI DI STATO DEGLIANNISCORSi
IL TERRORISMO
La lotta al terrorismo, interno e internazionale, è un impegno irrinunciabile a difesa della libertà e della civile convivenza.
Tipologia D: tema di ordine generale
Il ventunesimo secolo si è aperto con la recrudescenza del terrorismo internazionale. L'attacco alle Twin Towers di New York 1'11 settembre 2001; le bombe alle stazioni ferroviarie di Madrid 1'11 marzo 2004; l'attacco alla scuola di Beslan, in Ossezia, il primo settembre 2004. E poi, ancora: gli attentati dei terroristi suicidi in Iraq, il ricatto attraverso gli ostaggi, tra cui la giornalista italiana Giuliana Sgrena, la cui liberazione è costata la vita al funzionario dei servizi segreti Nicola Calipari, ucciso in un tragico incidente da soldati americani. Eventi terribili con stragi di civili innocenti, a dimostrare come il terrorismo sia davvero il nemico dei popoli, di tutti i popoli, in questo avvio di secolo che avremmo desiderato ben diverso.
E invece l'attacco terroristico dell' Il settembre 2001, ad opera di un gruppo di piloti kamikaze dell' organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden, che dirottarono alcuni aerei di linea facendoli schiantare sulle Torri Gemelle di New York e sul Pentagono di Washington, provocando oltre tremila vittime, ha dimostrato tutta.la potenzialità micidiale del terrorismo, capace di colpire anche molto lontano e con effetti devastanti, ma ha anche spostato ad un livello più alto la necessaria risposta che gli Stati e la società civile tutta devono dare a questa minaccia. Terribili sono state poi le immagini di alcune stazioni ferroviarie di Madrid, in Spagna, devastate 1'11 marzo 2004 dagli attentati, condotti ancora una volta da Al Qaeda, che provocarono centinaia di vittime tra inermi lavoratori pendolari; e, ancora più sconvolgenti, le immagini della scuola di Beslan, una località dell'Ossezia, nel sud della Russia, assalita nel settembre 2004 da un gruppo di terroristi ceceni, con centinaia di bambini, ragazzi e insegnanti presi in ostaggio. Il raid delle forze speciali contro i terroristi si concluse tragicamente: 330 vittime, tra cui più di 150 bambini.
Molti Paesi hanno conosciuto il terrorismo: tra questi anche l'Italia che, nel corso degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta, ha vissuto forse la fase più tragica della sua storia repubblicana, con le bande di terroristi neri e rossi che portavano il loro attacco allo Stato democratico e alla convivenza civile. Fu la stagione delle "Brigate Rosse" e di "Prima linea", per quanto riguarda il terrorismo d'estrema sinistra, con gli agguati mortali a magistrati, uomini politici, poliziotti e sindacalisti; e di "Ordine nuovo" e dei "Nar" (Nuclei armati rivoluzionari), per quanto concerne quello d'estrema destra, con le bombe delle stragi che insanguinarono la Penisola. Fu la "lunga notte" della nostra Repubblica, da cui si uscì grazie al concorso di magistrati coraggiosi, delle forze politiche democratiche e dei lavoratori tutti, che posero un argine alla violenza terroristica.
Ma la vigilanza democratica non deve mai venir meno, come purtroppo ci hanno ricordato i recenti omicidi dei giuristi D'Antona e Biagi e dell'agente di polizia morti ad opera di terroristi delle sedicenti nuove "Brigate Rosse".
Il terrorismo internazionale è ancora più minaccioso, in quanto le sue organizzazioni hanno ramificazioni in più Paesi e sostegni finanziari tanto cospicui quanto occulti. Tra queste organizzazioni, Al Qaeda è forse la più pericolosa, alimentata dal fanatismo islamico fondamentalista.
Ma sono convinto che i tragici eventi dell'li settembre hanno rappresentato, come spesso è accaduto in passato con gli atti terroristici più clamorosi (basti pensare al rapimento di Aldo Moro in Italia, da cui è iniziato il declino delle "Brigate Rosse"), il punto di svolta e !'inizio della parabola declinante del terrorismo, in quanto la presa di coscienza dei governi e dei cittadini democratici di tutto il mondo è stata netta e decisa. Si è così dato il via ad una guerra di tipo nuovo, la guerra al terrorismo, muovendo contro un nemico invisibile, che non ha una patria, pur avendo ramificazioni in molti Paesi, e ha in sommo disprezzo la vita umana, tanto da servirsi con cinica disinvoltura di ostaggi e attentatori suicidi.
Proprio per questo gli ultimi tragici attentati non possono che rappresentare l'inizio della fine del terrorismo, in quanto non c'è futuro per chi tiene in spregio la vita degli innocenti e s'illude di poter tenere in scacco il mondo intero.
Come per il terrorismo del passato, interno ai singoli Paesi, anche per il nuovo terrorismo, che si muove a livello internazionale, la solidarietà e la compattezza dell 'intera società civile, unitamente alla fennezza e alla capacità d'iniziativa dei governi, costituiranno un baluardo insormontabile.
PAPA WOJTYLA, PROFETA DI PACE
Un pontificato, quello di Giovanni Paolo II, di svolta nella storia della Chiesa e dell'umanità intera.
Tipologia D: tema di ordine generale
L'espressione sofferente, la schiena ricurva nella fatica di trascinare il peso del corpo, il tremolio delle membra, la voce flebile e rauca: questa l'immagine di papa Giovanni Paolo II degli ultimi anni, prima che morisse il 2 aprile del 2005, a testimoniare una forza d'animo titanica, capace di vincere i mali del fisico, irrimediabilmente debilitato dai postumi dell'attentato subito nell'ormai lontano 1981. Ma papa Wojtyla resterà nella storia della Chiesa come uno dei suoi capi più forti e carismatici e, nella storia dell'umanità, come una delle figure spiritualmente più autorevoli e prestigiose, capace di parlare ai popoli e di farsi ascoltare da essi, indipendentemente dal loro credo religioso.
Giovanni Paolo II è stato il papa della pace e dell'incontro tra le religioni; il papa che ha viaggiato e scritto tanto, per essere il più vicino possibile a tutti i fedeli del mondo; il papa che ha adorato i bambini, il teatro e la montagna. Giovanni Paolo II è stato più che mai in "prima linea" contro i mali del nostro tempo: la guerra, la povertà, il terrorismo.
"La pace è possibile e doverosa. Anzi, la pace è il bene più prezioso, da invocare da Dio e da costruire con ogni sforzo, mediante gesti concreti da parte di ogni uomo e ogni donna di buona volontà": con questeparole, pronunciate durante la Giornata Mondiale della Pace di qualche anno fa, papa Wojtyla aveva affermato a chiare lettere il suo impegno per quello che deve essere considerato l'obiettivo principale dell'umanità. Un impegno che si era concretizzato nella decisa opposizione a tutte le guerre combattute nel mondo, dal Medio Oriente ad alcuni Paesi poverissimi dell' Africa e dell' Asia dilaniati da conflitti interetnici che spesso i mass media dimenticano.
In particolare, forte fu la sua condanna della guerra in Iraq, sia prima che essa scoppiasse, sia durante il suo svolgimento, sia dopo, quando in quel martoriato Paese si è continuato a morire per gli attentati dei terroristi e per i bombardamenti delle forze militari straniere occupanti. Tanti gli appelli lanciati da Giovanni Paolo II affinché si ponesse fine a quella spirale di violenza che, ricordiamolo, non ha risparmiato neanche il nostro Paese: il pensiero va alla morte dei diciannove soldati italiani a Nassirya; all'uccisione del giornalista Enzo Baldoni; ai sequestri di operatori di pace e giornalisti come Simona Pari, Simona Torretta, Giuliana Sgrena; alla tragica fine di Nicola Calipari, ucciso per errore da soldati americani proprio a conclusione della liberazione della Sgrena.
Con l'espressione "il mondo ha bisogno di ponti e non di muri", più volte ripetuta, papa Wojtyla volle ribadire la necessitàdi abbattere le barriere che ancora dividono i popoli della Terra: ostacoli economici, politici, culturali, ideologici, dovuti al divario tra i Paesi ricchi del Nord del mondo e quelli poveri del Sud; ma talvolta anche materiali, come il muro recentemènte costruito dagli Israeliani in Cisgiodania a protezione dalle incursioni dei terroristi kamikaze palestinesi. Questo dopo che proprio il papa polacco aveva contribuito in maniera decisiva al crollo del comunismo nell'Europa orientale, sostenendo il movimento di Solidamosc, il sindacato alternativo polacco che negli anni Ottanta s'ispirava ai princìpi cristiani, crollo che ebbe il suo emblema nell'abbattimento del Muro di Berlino, simbolo per tanti decenni della divisione dell'Europa.
Giovanni Paolo II ha indirizzato il mondo verso la pace anche attraverso l'impegno ecumenico, cioè favorendo l'incontro con le altre Chiese cristiane e il dialogo tra tutte le fedi religiose. Indimenticabile la sua visita ufficiale alla sinagoga di Roma, dove definì gli Ebrei "i fratelli maggiori dei cristiani", come pure la sua sosta presso il Muro del Pianto a Gerusalemme, il luogo santo della religione ebraica, dove, con parole accorate, chiese perdono per le persecuzioni degli Ebrei ad opera della Chiesa nel passato.
Ma ricordiamo pure i suoi numerosi viaggi apostolici, in ogni angolo del mondo, per offrire, con la sua presenza, conforto nella fede ai popoli oppressi dalla miseria, dalla fame, dai conflitti interetnici, con milioni di fedeli e centinaia di Capi di Stato e di Governo incontrati.
La sua opera e il suo messaggio sono infine testimoniati dalle ben quattordici Encicliche e dai suoi cinque libri, l'ultimo dei quali, Memoria e identità, in cui invita l'uomo contemporaneo a non smarrire le proprie radici e a non lasciarsi lusingare da mode e ideologie che mascherano il male, può essere considerato, a buona ragione, il suo testamento spirituale.
NO ALLA GUERRA
La crisi irachena e il terrorismo hanno tradito le speranze in un mondo finalmente in pace nel nuovo secolo. Ma non bisogna rassegnarsi all'inevitabilità della guerra, che è sempre una catastrofe per l'umanità.
Tipologia D: tema di ordine generale
Avremmo voluto che nel nuovo secolo la guerra fosse stata soltanto un argomento di storia, qualcosa di appartenente al passato. Purtroppo non è così: la guerra è ancora tragicamente attuale e miete le sue vittime in tanti, troppi Paesi.
È ancora guerra in Iraq, nonostante la caduta della dittatura di Saddam Hussein e lo svolgimento delle prime libere elezioni politiche nel gennaio 2005.
Ci sono ancora scontri armati in Palestina, con attentati di kamikaze palestinesi da una parte e rappresaglie israeliane dall'altra, malgrado la ripresa del negoziato di pace tra le due parti.
È ancora allarme terrorismo in tante metropoli, nel timore che le notizie di nuove terribili stragi possano sconvolgere l' opinione pubblica di tutto il mondo dopo le immagini-shock dei devastanti effetti degli attacchi terroristici dell' 11 settembre 200 l alle Twin Towers di NewYork e dell'Il marzo 2004 ad alcune stazioni ferroviarie di Madrid.
La crisi irachena è di gran lunga la più ereoccupante nello scenario internazionale. E dall'inizio degli anni Novanta che, in pratica, gli Stati Uniti sono in guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein. Le ostilità cominciarono nella lontana estate del 1990, quando il dittatore iracheno diede ordine alle sue truppe d'invadere il confmante e ricco Kuwait. La risposta degli Stati Uniti non si fece attendere: la guerra del Golfo fu rapida e risolutiva, tanto da costringere il dittatore iracheno a lasciare il Kuwait che così riottenne la propria indipendenza. Fu una guerra sanguinosa, che costò oltre centomila morti all'Iraq, ma che non fu portata fino al punto di far cadere il regime di Saddam Hussein.
La permanenza del dittatore iracheno al potere produsse tuttavia uno stato di conflittualità, destabilizzando la regione del Golfo che, non dimentichiamolo, è d'importanza strategica per l'intera economia occidentale per le sue consistenti riserve di petrolio.
La guerra al terrorismo, seguita agli attentati alle Twin Towers dell'Il settembre 200 l, aggravò la condizione di conflittualità con l'Iraq di Saddam, sospettato di allestire arsenali di armi di distruzione di massa, soprattutto chimiche e batterio logiche. La guerra all'Iraq diventò quindi parte integrante della più generale guerra al terrorismo, nel senso che, come già per l' Afghanistan, anche per l'Iraq l'obiettivo dell'amministrazione Bush è stato di colpire quei Paesi che, direttamente o indirettamente, avrebbero potuto fornire un aiuto ai terroristi.
Dopo l'intervento militare in Afghanistan, che conseguì il risultato di abbattere il regime teocratico semifeudale dei Talebani, che dava ospitalità e protezione ad alcuni gruppi del terrorismo islamico e che, tra l'altro, teneva le donne in un'odiosa condizione di schiavitù, si ebbe così la guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein. Ma, nono stante il rovesciamento del dittatore e lo svolgimento delle prime libere elezioni politiche, l'Iraq non è ancora tornato alla normalità: gli attentati di terroristi kamikaze si alternano ai bombardamenti compiuti dalle forze militari americane occupanti. A farne le spese sono soprattutto le popolazioni civili, già duramente provate da tante sofferenze, mentre la rete del terrorismo internazionale resta integra e continua a minacciare il mondo.
Purtroppo è forte il rischio che la guerra al terrorismo, una guerra nuova, combattuta contro un nemico invisibile, capace d'infiltrarsi nel cuore di ogni Stato e di godere di protezioni e sostegni finanziari impensabili, possa destabilizzare non solo il Medio Oriente, ma l'intero quadro internazionale.
Gli Stati Uniti, con l'attentato alle Twin Towers, ordito dall'inafferrabileBin Laden, il capo di Al Qaeda, l'organizzazione terroristica islamica che ha ramificazioni in molti Paesi e gode di consistenti sostegni finanziari, hanno subito un'autentica e terribile aggressione alloro interno e si sentono ancora minacciati dal terrorismo islamico internazionale.
La lotta al terrorismo richiede unità d'intenti di tutti i governi del mondo, mentre gli Stati Uniti, per il fatto di costituire il principale bersaglio del terrorismo internazionale, credono di poter decidere per tutti. Questa lotta, invece, richiede l'avvio di una saggia politica di cooperazione dei Paesi ricchi con i Paesi poveri, in modo da arginare la miseria diffusa in tanti Paesi del Terzo Mondo, che costituisce il terreno di coltura di un risentimento antioccidentale, in parti colare antiamericano, di cui si alimentano le organizzazioni terroristiche. Ma soprattutto la lotta al terrorismo richiede che s'interrompa la spirale di violenza attentati-rappresaglie e che si affermi realmente la pace come valore assoluto. Il terrorismo è violenza, guerra, quindi la pace lavora contro il terrorismo; essa è un presupposto indispensabile della democrazia e della libertà, ma purtroppo sembra essere ancora un 'utopia.
Infatti anche in questo abbrivio di XXI secolo la ragione delle armi sembra prevalere sull' arma della ragione: gli attentati terroristici alle Torri Gemelle di New York e la guerra a tutto campo al terrorismo mondiale, con l'intervento militare prima in Mghanistan poi in Iraq, hanno tradito le speranze in un mondo finalmente in pace al passaggio di millennio.
Ma non bisogna rassegnarsi all'inevitabilità della guerra. Non deve essere lasciato nulla d'intentato per fermarla, non bisogna stancarsi d'impegnarsi per la pace. I popoli non vogliono le guerre: lo dimostrano le imponenti manifestazioni che hanno riempito di pacifisti le piazze delle grandi città di tutto il mondo.
Tutte le guerre sono catastrofi dell'umanità: non si è stancato di ricordarlo papa Giovanni Paolo Il. Anche le tante "guerre dimenticate" che si combattono in Paesi poverissimi dell'Africa (Somalia, Sudan, Darfur, Sierra Leone, Costa d'Avorio, Liberia) e dell'Asia (India, Pakistan, Sri Lanka, Filippine): sono guerre civili e scontri etnico-religiosi di cui si sa poco o niente poiché, ben diversamente dal Medio Oriente, coinvolgono realtà troppo lontane dagli interessi delle grandi Potenze.
L'EUROPA UNITA
Il cammino fin qui svolto dall'Unione Europea e le prossime tappe.
Tipologia B: saggio breve Ambito: storico-politico
Divisione in paragrafi:
1) L'originaria Europa dei Sei
2) I successivi allargamento della CEE
3) Il trattato di Maastricht e l'euro
4) L'Europa dei Venticinque e la Costitu
zione europea
5) Per un' Europa dei popoli
1) Le basi dell'integrazione europea furono poste all'indomani del secondo conflitto mondiale, quando i governi di sei Stati europei decisero di creare un'alternativa al bipolarismo USA-URSS. Così, nel 1951, fu fondata la Comunità Economica del Carbone e dell'Acciaio (CECA), costituita da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Olanda. Gli stessi Paesi nel 1957 diedero vita alla Comunità Economica Europea (CEE), al fine di realizzare il Mercato Comune Europeo (MEC), che divenne operante nel luglio 1968.
2) Nel 1973 il numero degli Stati membri della Comunità Europea salì a nove, con l'ingresso della Gran Bretagna, dell'Irlanda e della Danimarca. Sei anni dopo a Strasburgo, in Francia, si riunì per la prima volta il Parlamento Europeo, formato da 410 deputati eletti a suffragio universale. Nel 1981 fu la volta della Grecia di aderire alla CEE e, nel 1986, del Portogallo e della Spagna. Il1986 fu anche l'anno in cui venne ratificato l'Atto unico di Lussemburgo, che fissava al 31 dicembre 1992 il completamento del mercato europeo, con la libera circolazione, per quella scadenza, di merci, uomini e capitali.
Nel 1995 gli Stati membri diventarono quindici, con l'ingresso dell'Austria, della Finlandia e della Svezia, e il numero dei deputati europei al Parlamento di Strasburgo salì a 626.
3) Il 7 febbraio 1992 a Maastricht, in Olanda, si tenne un importante vertice in cui, tra l'altro, si deciso di mutare la denominazione della CEE in Unione Europea e di promuovere l'Unione monetaria europea mediante l'adozione di una moneta unica (euro).
L'euro, introdotto prima come unità di conto, a partire dal primo gennaio 2002 è diventato la moneta materialmente circolante in dodici Paesi dell 'UE: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna. Tutti gli altri Paesi, tra cui la Gran Bretagna, mantengono ancora la propria valuta nazionale. In Italia la lira è ufficialmente fuori corso dal primo marzo 2002.
4) Altre due importanti tappe, nel cammino verso l'unità dell'Europa, sono state raggiunte nel 2004: l'allargamento dell'Unione Europea, che oggi comprende venticinque Paesi membri, e la firma della Costituzione europea.
Hanno fatto il loro ingresso nell'U.E. dieci nuovi Stati, per la gran parte dell'Europa orientale: Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria e Cipro. Nell'ottobre del 2004 a Roma, in Campidoglio, è stata firmata la Costituzione europea che ribadisce il valore assoluto degli inderogabili diritti degli uomini alla dignità, alla libertà, all'uguaglianza, alla solidarietà, alla cittadinanza, alla giustizia e alla sicurezza e previdenza sociale; una Carta costituzionale che si configura come una conquista di civiltà giuridica per l'intera umanità.
5) Queste due importanti scadenze sono state utili anche a ribadire che l' obiettivo prioritario dell 'Unione Europea resta il conseguimento di un'unità non soltanto economica e finanziaria, ma soprattutto politica e sociale: un'Europa dei popoli e non solo della finanza e dei mercati, in cui le culture, le tradizioni, le lingue di tutte le genti del Vecchio Continente siano armonizzate in un'unica ideale comunità, nel segno della libertà e della democrazia.
Ora che l'ideale europeista sta diventando realtà, come avevano auspicato tanti spiriti nobili del secolo scorso, dal francese Robert Schuman al tedesco Konrad Adenauer, agli italiani Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, altre sfide attendono l'Unione Europea affinché questa diventi davvero la "casa comune" di tutti i popoli del Vecchio Continente, istituzione di libertà, di democrazia e di pace.
L'Europa, finalmente unita nel "corpo" e nell' "anima", potrà allora porsi come interlocutrice alla pari degli Stati Uniti nel contesto mondiale ed operare da protagonista per la soluzione dei problemi del Pianeta, come il terrorismo, la povertà, la fame, il degrado ambientale, e contribuire a realizzare un mondo di popoli frnalmente in pace.
TSUNAMI E ALTRE CATASTROFI NATURALI
Un uso più saggio del territorio può ridurre i danni provocati dalle catastrofi naturali.
Tipologia D: tema di ordine generale
Quando si parla di ambiente e di tutela degli equilibri naturali non si fa mai vuota retorica, ma si pone l'attenzione su un problema di estrema importanza; quando si parla dei rischi che possono conseguire a un uso del territorio che non tenga conto dell'impatto ambientale, non si fa dell'inutile allarmismo. E infatti, dopo le catastrofi naturali, ci si chiede sempre: sarebbe stato possibile evitare quello che è successo? Si è colpevoli di vittime e danni? Purtroppo gli interrogativi del dopo servono a ben poco se, passata l'emergenza, si ritorna a devastare il territorio, senza ricavare alcuna lezione dall'esperienza subita.
Bisogna convincersi che le catastrofi naturali, come terremoti, alluvioni, frane, maremoti, onde anomale, se sono inevitabili, tuttavia i loro effetti dannosi possono dall'uomo essere contenuti con una saggia opera di prevenzione e con un uso del territorio razionale e rispettoso degli equilibri ambientali.
Anche gli effetti terribili e devastanti dello tsunami, l'onda anomala che il 26 dicembre del 2004 aggredì le coste di alcuni Paesi rivieraschi dell'Oceano Indiano per decine di migliaia di chilometri, pur nella sua inevitabilità, in quanto conseguenza di un maremoto di straordinaria violenza avrebbe potuto provocare danni di gran lunga inferiori se soltanto gli uomini fossero stati più accorti.
Lo tsunami, parola giapponese che significa "onda del porto", è frequente lungo molte coste dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Pacifico e, in misura molto piùcontenuta, anche lungo alcune coste del nostro Mar Mediterraneo. Si tratta di onde anomale che possono spostare masse d'acqua anche notevoli in conseguenza di un' alta marea, di un maremoto e perfino del passaggio al largo di una nave di grandi dimensioni. Quello che il 26 dicembre del 2004 si abbatté lungo gran parte dell'arco costiero dell' Oceano Indiano era uno tsunami alto più di dieci metri, attivato da un violentissimo terremoto, del nono grado della scala Richter, con epicentro nell' oceano, ad alcune centinaia di chilometri allargo dell'isola di Sumatra.
La massa d'acqua che si spostò in conseguenza del sussulto sismico raggiunse le coste di Sumatra dopo circa un'ora e via via, dopo alcune ore; quelle della TIlailandia, della Birmania, dello Sri Lanka e, infine, quelle della Somalia dall' altro Iato dell' oceano, in Africa.
Con i sofisticati sistemi tecnologici di cui disponiamo, di avvistamento e trasmissione dei dati attraverso le reti satellitari, sarebbe stato possibile avvertire per tempo le popolazioni interessate dall' evento catastrofico, in modo da farle allontanare dalle coste, cioè dai luoghi maggiormente a rischio. Invece questo non è stato fatto, per l'assenza di un sistema di protezione civile capace d'intervenire in tempo reale in occasioni del genere e la responsabilità è sia dei governi locali, che non provvedono ad attivare un sistema di protezione civile, sia del mancato coordinamento nello scambio di informazioni a livello internazionale tra i governi di tutto il mondo.
Ma la colpa dell'uomo non si limita all'assenza di una rete protettiva capace di allertare in caso di emergenza le popolazioni: ancora più a monte c'è da constatare come in tanti dei Paesi devastati dallo tsunami sia da anni in atto una 'POlitica di sviluppo dell'industria turistica che non tiene in alcun conto i rischi di impatto ambientale. Infatti si sono costruiti alberghi, residences, resorts e strutture di accoglienza, magari dotate di ogni comfort e tali da attirare l'interesse della facoltosa clientela occidentale, talvolta finanche sul mare. In questo modo sono state distrutte foreste e palmizi che costituivano una naturale barriera lungo le coste.
Basta rifletterci: se la montagna d'acqua che si è abbattuta su tanti villaggi turistici e altri insediàmenti urbani, penetrando frn nelle strade, nelle case, nelle halls degli alberghi, spazzando via uomini e cose, si fosse infranta contro scogli e palmizi, molto probabilmente i danni, in vittime e in cose, sarebbero stati minori.
E invece i mass media hanno portato in ogni angolo del mondo le terribili immagini di devastazione e di morte, con centinaia di migliaia di vittime e interi villaggi, turistici ma anche di pescatori e di povera gente, cancellati dalla furia delle acque.
Non è stato possibile nemmeno redigere un calcolo certo delle persone che hanno perso la vita in quel tragico mattino dello tsunami, ma non si è lontani dal vero se si afferma che le vittime siano state intorno alle trecentomila, di cui oltre la metà nella sola isola di Sumatra, appartenente all'Indonesia.
Alcune migliaia di vittime sono turisti occidentali, anche italiani, che, andati in luoghi che la carta patinata dei depliants turistici descriveva come di sogno, vi hanno invece trovato la morte. Le immagini crudeli di quel tenibile mattino sono ancora davanti ai nostri occhi, pur dopo tanto tempo. E ancora oggi le cronache giornalistiche ci parlano della difficoltà di un ritorno alla vita normale da parte di sopravvissuti che hanno perso tutto in quel tragico mattino: affetti, averi, speranza del futuro. Eppure quelle popolazioni così provate devono ritornare a nutrire speranza nel futuro e ricostruire i loro villaggi e la loro economia, ma puntando ad uno sviluppo, anche nel turismo, che sia compatibile con le caratteristiche del territorio.
Spesso dal male si può sviluppare il bene: dalla tragedia dello tsunami si è originata una gigantesca gara di solidarietà in tutto il mondo che non solo è stata la prova di una generosità diffusa, in tutti i Paesi e in tutte le classesociali, ma che è anche la miglior prova che la speranza di costruire un futuro migliore regge ancora.
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DEVOLUZIONE E FEDERALISMO
La "devolution" è compatibile con l'idea democratica di federalismo?
Tipologia D: tema di ordine generale
Nell'ambito delle riforme istituzionali del nostro Paese, al centro del dibattito politico attuale c'è la proposta federali sta. Una legge di riforma in senso federali sta del Titolo V della Costituzione era già stata approvata nella precedente legislatura e poi ratificata da un successivo referendum popolare "confermativo". Quella riforma ha distinto la potestà legislativa delle Regioni da quella dello Stato, aumentando le prerogative delle prime e allargando notevolmente il campo della legislazione concorrente, cioè le materie in cui possono legiferare sia lo Stato sia le Regioni.
La Lega, che è parte dell'attuale governo di centrodestra, ha contrapposto, a quella riforma voluta dal governo dell'Ulivo, un'altra ancora più marcatamente federalista: la devolution. Il termine inglese è stato ripreso dalla riforma, proposta qualche anno fa dal governo britannico e approvata dal Parlamento di Londra, che ha "devoluto" alla Scozia alcune competenze legislative.
Il progetto di devoluzione, che l'attuale governo di centro-destra ha fatto proprio, prevede di affidare alle Regioni una competenza esclusiva in materia di sanità, istruzione e polizia locale. Molte sono le perplessitàsollevate da quest'iniziativa legislativa che affiderebbe alle Regioni il diritto di legiferare in modo esclusivo su materie così importanti e delicate. Pensiamo, ad esempio, al l'istruzione: si correrebbe il rischio di promuovere venti sistemi scolastici differenti, quante sono le Regioni in Italia, con programmi, titoli di studio e percorsi scolastici diversi da Regione a Regione, magari privilegiando Manzoni e Fogazzaro in Lombardia e Verga e Tomasi di Lampedusa in Sicilia.Pensiamo anche all'impossibilità, per lo Stato, d'intervenire in materia di sanità, dato che la proposta di legge sulla devoluzione prevede la competenza "esclusiva" delle Regioni. A queste ultime, pertanto, verrebbe lasciata la gestione di un servizio pubblico di grande importanza, con il rischio di suddividere l'attuale sistema sanitario nazionale in tanti servizi regionali i quali, a seconda delle disponibilità finanziarie di ogni amministrazione locale, potrebbero diversamente garantire ai cittadini italiani il diritto alla salute. In pratica, un cittadino italiano residente a Milano potrebbe fruire di servizi sanitari più efficienti e più ampi rispetto ad un cittadino italiano residente in Basilicata o in Calabria. Il fondamentale diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, verrebbe cosÌ esercitato diversamente dai cittadini della Repubblica.
Anche per quanto riguarda la polizia, la diversa disponibilità finanziaria delle Regioni potrebbe provocare ripercussioni molto gravi, magari con una pubblica sicurezza più efficiente in alcune Regioni e meno in altre, con il prevedibile rischio di trovare tra queste ultime quelle più infestate dalla criminalità organizzata, notoriamente presente soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno.
L'iter che la legge di devoluzione dovrà seguire per essere promulgata è molto lungo poiché, come per tutte le leggi di riforma çostituziona1e, è prevista la doppia approvazione di ciascun ramo del Parlamento a distanza di tre mesi l'una dall'altra, quindi la necessità di un referendum popolare "confermativo" nel caso le ratifiche parlamentari avvengano a maggioranza semplice e non con quella speciale dei due terzi come prevede il dettato costituzionale.
Il dibattito sulle riforme istituzionali è molto importante ed il federalismo può rappresentare anche un salto di qualità della democrazia nel nostro Paese, nella misura in cui concede alle istituzioni locali maggiori possibilità di gestione delle risorse. Ma questo non deve avvenire a discapito dell'unitànazionale e soprattutto non deve creare discriminazioni fra le Regioni più e meno ricche della Penisola.
Bisogna ricordare che furono federalisti alcuni grandi spiriti democratici del passato, a cominciare da Carlo Cattaneo il quale, durante il Risorgimento, rappresentòl'opzione federalista repubblicana nella causa nazionale.
La battaglia per il federalismo deve quindi essere combattuta all'interno di una maggiore democratizzazione dello Stato e della vita politica italiana, nel senso di dare una più larga autonomia decisionale alle istituzioni locali, ma sempre nel mantenimento dell 'unità nazionale e nella prospettiva di una maggiore integrazione europea. Qualsiasi ipotesi federalista che, invece, volesse favorire la fruizione separata delle risorse da parte delle Regioni più ricche ed economicamente sviluppate, andrebbe nella direzione opposta e sarebbe soltanto frutto di un egoismo localistico e, in ultima analisi, antidemocratico.
LE RIFORME ISTITUZIONALI
L'attuale dibattito sulle riforme istituzionali in Italia: repubblica parlamentare o presidenziale? Semipresidenzialismo, premierato, cancellierato.'
Tipologia B: saggio breve Ambito: politico-giuridico
Divisione in paragrafi:
1) L'Italia è attualmente una repubblica
parlamentare
2) I modelli presidenziale e semipresiden
ziale 3) Il premierato e il cancellierato 4) Com_ si può modificare la Costituzione

1) L'Italia, secondo la Costituzione, è una Repubblica parlamentare, in quanto al centro della vita politica è il Parlamento che, eletto dai cittadini, decide l'indirizzo politico generale dando la fiducia al governo. Anche il Presidente della Repubblica e Capo dello Stato è eletto dal Parlamento a Camere riunite con l'aggiunta di una rappresentanza delle Regioni.
Questa centralità del Parlamento viene messa in discussione dalle varie proposte di riforma istituzionale che puntano a rafforzare l'Esecutivo anche per dare al Paese una maggiore stabilità di governo.
Alcune di queste proposte s'ispirano anche a modelli vigenti in alcuni ordinamenti istituzionali stranieri, in particolare per quanto concerne la repubblica presidenziale, il semipresidenzialismo, il premierato e il cancellierato.
2) Nella repubblica presidenziale, come lo sono gli Stati Uniti, il Presidente è, nel contempo, capo del governo e capo dello Stato. Eletto dai cittadini, nei quattro anni del suo mandato esercita un ampio potere: nomina i suoi ministri, che solo a lui rispondono, e determina !'indirizzo politico generale, non dipendendo dalla fiducia del Parlamento.
In realtà, pochi in Italia vorrebbero che la nostra Repubblica parlamentare diventasse una repubblica presidenziale, tanto che si preferisce parlare piuttosto di semipresidenzialismo. È il modello adottato dalla Francia e si chiama così perché il potere esecutivo è diviso tra il Presidente della Repubblica, eletto direttamente dai cittadini, e il Primo Ministro, che è nominato dal capo dello Stato, ma deve ottenere la fiducia del Parlamento.
3) Nel "premierato", il modello istituzionale seguito dalla Gran Bretagna, diventa premier, cioè capo del governo, il leader della coalizione che ottiene la maggioranza dei seggi in Parlamento. A lui spetta il compito di formare il governo e di nominare i ministri, mentre il Capo dello Stato si limita a garantire i poteri istituzionali, non avendo alcuna voce nell' indirizzo politico di governo. Proprio questo sembra essere il limite di tale sistema che finisce per concedere al premier un potere quasi assoluto, inclusa la possibilità di sciogliere anticipatamente le Camere.
Nel "cancellierato", il modello di governo che è in vigore in Germania, il Cancelliere federale, cioè il capo del governo, èil leader della maggioranza che vince le elezioni e viene eletto dal Parlamento federale (Bundestag) su proposta del Capo dello Stato. Il Cancelliere esercita il potere esecutivo, propone al Capo dello Stato i ministri da nominare e può restare in carica anche se messo in minoranza, nel caso che la nuova maggioranza non sia in grado d'indicare un successore ("sfiducia costruttiva").
4) Non sembra esserci, almeno per il momento, identità di vedute tra le forze politiche italiane che stanno valutando la possibilità di una riforma del modello istituzionale: la gran parte dello schieramento di centrodestra è orientata verso il semi- presidenzialismo alla francese; nello schieramento di centrosinistra invece alcune forze politiche sono divise tra il "premierato" all'inglese e il "cancellierato" alla tedesca ed altre sono per mantenere la repubblica parlamentare, pur con qualche correttivo.
Nell'attesa che il nostro ceto politico giunga ad una condivisione d'intenti, almeno per quanto riguarda il modello istituzionale, perché è auspicabile che le regole vengano stabilite con il più ampio consenso possibile, bisogna ricordare quanto previsto dall'articolo 138 della Costituzione: tutte le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate da ciascuna Camera con due tumazioni di voto a distanza di tre mesi l'una dall'altra ed ottenere, alla seconda votazione, la maggioranza dei due terzi di ciascuna Camera; in caso di approvazione a maggioranza semplice, devono essere sottoposte a referendum popolare confermativo.
È fondamentale che la scelta del modello istituzionale per il nostro Paese, qualunque essa sia, avvenga sempre nel rispetto della democrazia, della libertà e dei diritti politici e civili dei cittadini, come vuole la nostra Costituzione.
L'ONU, UN POSSIBILE GOVERNO DEL MONDO?
L'evoluzione degli equilibri internazionali richiede che si affrontino in modo nuovo i contrasti nel mondo e le violazioni dei diritti umani.
Tipologia B: articolo
Ambito: politica internazionale Destinazione: pubblicazione su periodico di attualità
Oggi, mentre si parla sempre più di "villaggio globale" per la rapidità dell'informazione e per la "globalizzazione" dell'economia, resta ancora aperto il problema di garantire l'esercizio dei diritti umani e civili a tutti gli uomini e in ogni parte della Terra. Questo perché in molti Stati i diritti umani e civili vengono violati sistematicamente, nonostante solenni impegni vengano ripetutamente assunti in sede internazionale da tutti i governi. A questo proposito, dobbiamo ricordare che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, votata dall'ONU il 10 dicembre 1948, costituì un preciso impegno in favoredell 'uguaglianza di tutti gli uomini e del progresso civile e sociale dell'umanità.
Il problema è che bisogna andare oltre il puro e semplice riconoscimento teorico dei diritti dell'uomo, affinché questi vengano attuati e protetti, e l'organismo sovranazionale deputato a far questo è proprio l'ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), il più importante organismo sovranazionaIe, che ha la possibilità di rimuovere quei gravi ostacoli di carattere sociale, politico ed economico che, in ogni parte della Terra, possono impedire il rispetto dei diritti.
L'ONU si è più volte rivelata utile rendendo di dominio pubblico atti d'ingiustizia e di violazione dei diritti umani. Questo ha un notevole valore per gli Stati meno forti nei rapporti internazionali e serve a moderare l'eventuale comportamento arrogante delle grandi Potenze.
L'ONU può rappresentare il luogo in cui ogni Stato, con pari dignità, può perorare la propria causa: essa è una Conferenza permanente di Stati dove si può cercare, in ogni momento, di trovare la soluzione pacifica di qualsiasi vertenza.
Per fare questo, però, si rende indispensabile una riforma degli organismi dirigenti dell'ONU stessa, che, a tanti osservatori, non appaiono più al passo con i tempi. La stessa istituzione, importantissima, del Consiglio di Sicurezza, dove cinque Paesi, Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Francia e Russia (che ha ereditato il seggio dell'ex Unione Sovietica), hanno il privilegio di essere membri permanenti con diritto di veto, costituisce una contraddizione con l'affermazione che gli Stati membri partecipano su un piede di perfetta parità all'Organizzazione stessa. Pertanto si rende necessario allargare, se non proprio riformare completamente, il Consiglio di Sicurezza, aprendolo alla partecipazione di molti altri Paesi, magari a rotazione, ed in ogni modo abolendo l'anacronistico privilegio del diritto di veto riservato alle cinque Potenze. Nessun Paese, per quanto potente, è autonomo, né può disprezzare la collaborazione degli Stati più piccoli e deboli.
Si spera così che l'ONU possa rappresentare, in un futuro non lontano, un vero
proprio strumento di governo mondiale, ma, per fare questo, è necessario che una parte della sovranità dei singoli Stati sia rimessa all'organismo internazionale. Bisogna, più che mai, adeguare la funzione dell'ONU alla nuova situazione mondiale, caratterizzata dalla presenza ormai di una sola superpotenza, gli Stati Uniti d'America i quali, come la guerra in Iraq ha dimostrato, tendono ad agire nello scacchiere internazionale secondo criteri egemonici e scavalcando gli organismi sovranazionali dell'ONU.
Inoltre rimangono ancora aperti gravi problemi, come il terrorismo internazionale, la minaccia all'ambiente, la grande criminalità organizzata, lo sviluppo demografico senza controllo, la fame che attanaglia tante aree povere del Sud del modo, i grandi flussi migratori, il moltiplicarsi dei conflitti a base etnica e regionale. È necessario che l'ONU, affinché diventi un organismo di governo e di ricomposizione dei contrasti locali, abbia essa stessa gli strumenti che ne rendano facile ed agevole l'intervento nelle situazioni di rischio, innanzi tutto contando su una disponibilità finanziaria non più precaria e sul pronto risanamento dei debiti che con essa hanno gli USA e altri Stati.
È altrettanto indispensabile che l'ONU possa contare su una struttura diplomatica agile e composita, del tutto indipendente dagli Stati membri, e su un'analoga struttura militare, anch' essa stabile e indipendente dagli Stati che ne forniscono i contingenti, allo scopo di rendere del tutto autonomi sia l'azione diplomatica sia l'eventuale intervento militare risolutivo a sostegno della

I SOLDATI ITALIANI E LA PACE
Il rinnovamento delle nostre Forze Armate al servizio della democrazia e della pace.
Tipologia D: tema di ordine generale
Una conquista di civiltà, un segno del progresso civile, sociale e spirituale dei popoli: questa è la pace. Caduto il regime fascista e finita la seconda guerra mondiale, una tragedia in cui il nostro Paese era stato scaraventato dalla dittatura mussoliniana, il popolo italiano si dimostrò consapevole del valore altissimo, potremmo dire assoluto, della pace, il bene più prezioso dell'uomo insieme alla libertà.
Di questo sentimento presente nella comunità nazionale si fecero interpreti i Costituenti che, nel redigere la Carta Costituzionale, s'ispirarono ai principi di libertà, di democrazia e, ovviamente, di pace.
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, così recita solennemente l'art. Il della Costituzione, ma la nostra Carta Costituzionale afferma anche che la difesa della patria è sacro dovere del cittadino e che il servizio militare è obbligatorio nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge (art. 52). Inoltre viene inequivocabilmente affermato che l'ordinamento delle Forze Armate si uniforma allo spirito democratico della Repubblica.
Per comprendere il significato di quest'ultima norma, occorre risalire alle origini dell'esercito italiano e ricordare che questo affondava le proprie radici nell'esercito piemontese, ordinato secondo criteri autoritari e di dura disciplina e formato da ufficiali di carriera che erano prevalentemente di origine aristocratica e comunque tutti legati alla monarchia e all' ambiente di corte.
Queste tradizioni si trasmisero anche all'esercito italiano sorto nel 1861 dall'unificazione di quello sabaudo con gli eserciti degli altri Stati italiani.
Durante il fascismo rimase viva nell'esercito la fedeltà al re: la si dimostrò, subito dopo la caduta del regime mussoliniano, con la formazione di un esercito di liberazione che combatté accanto agli Angloamericani nella campagna d'Italia contro i Tedeschi. Anche nell'immediato dopoguerra sono sopravvissute nelle Forze Armate repubblicane tradizioni autoritarie e antidemocratiche ed a volte si è impartita alle reclute un'educazione militare contraria ai valori scaturiti dalla guerra di Liberazione e dalla Resistenza.
Secondo lo spirito democratico che informa la Costituzione, le Forze Armate devono invece garantire il rispetto della personalità del soldato ed impegnarsi a difendere la libertà, la pace e la sicurezza dello Stato. Inoltre esse sono al servizio della comunità, pronte ad accorrere in aiuto delle popolazioni colpite da calamità naturali come alluvioni o terremoti.
In questi ultimi anni vari ritardi sono stati colmati, inserendo i corpi militari nel processo di sviluppo sociale e civile del Paese. Nell'ambito di questo ampio processo di rinnovamento delle nostre Forze Armate rientrano l'apertura delle carriere militari alle donne, nello spirito del principio della parità dei sessi, come sancito dalla Costituzione, ma anche l'abolizione della leva obbligatoria, sostituita con il servizio militare professionale, come già è in atto in vari Paesi, ad esempio in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Un'iniziativa, questa, che tempo fa avrebbe suscitato proteste e accuse di "golpismo" strisciante, ma che oggi, vista la diffusa consapevolezza democratica nella società e nelle stesse Forze Armate, si rivela quanto mai opportuna per rendere queste ultime più efficienti e competitive, si badi bene, non tanto per operazioni strettamente militari, quanto per gli interventi di pace che, sempre più frequentemente, si è costretti a fare nelle "aree calde" del Pianeta: ricordiamo la presenza in Iraq di un nostro contingente impegnato nel compito di restituire quel martoriato Paese alla normalità.
Che le Forze Armate italiane siano impegnate, con quelle di altri Stati e con i "caschi blu" dell'ONU, in rischiose missioni di pace e anche nella lotta al terrorismo internazionale, comprova l'alto livello professionale raggiunto da alcuni nostri reparti e testimonia il ruolo di protagonismo che il nostro Paese svolge nel mondo in difesa della libertà e della pace
BIODIVERSIT À ED EFFETTO SERRA
L'effetto serra pregiudica la biodiversità, quindi attenta alla possibilità di vita in futuro sul nostro Pianeta.
Tipologia D: tema di ordine generale
L'effetto di maggior impatto ambientale che l'industrializzazione abbia prodotto èsenza dubbio il cosiddetto "effetto-serra", cioè la concentrazione negli strati bassi dell'atmosfera di gas tossici, in particolare anidride carbonica, che hanno creato una sorta di gigantesca serra che impedisce al calore irradiato dal sole sul nostro pianeta di disperdersi. L'effetto-serra ed il conseguente progressivo surriscaldamento della superficie della Terra possono determinare effetti devastanti sull'equilibrio ambientale: mutazione dei cicli stagionali, innalzamento del livello del mare, crescente desertificazione della superficie terrestre, pericolosa contrazione della biodiversità.
La biodiversità, cioè la complessa differenziazione delle specie e, alI 'interno di ogni specie, degli individui, costituisce il segreto della vita. È essa che consente una più ampia selezione degli individui e quindi la sopravvivenza delle stesse specie, ed è la vera ricchezza del nostro Pianeta, poiché rende possibile quella varietà che permette ad ogni specie di meglio reagire alle variabili esterne, garantendo così un equilibrio altrimenti difficilmente sostenibile.
L'inquinamento ambientale e i gravi fenomeni della deforestazione e della desertificazione rischiano di condannare al l'estinzione tante specie animali e vegetali, queste ultime messe in pericolo anche dalle modificazioni genetiche che favoriscono la produzione su larga scala di poche varietà di colture, più facilmente commerciabili.
Da sempre le piante e gli animali hanno dovuto adattarsi ai mutamenti climatici, ma da quando queste alterazioni sono diventate più rapide e frequenti a causa dell'aumento dell'immissione di gas-serra nell'atmosfera, tante specie animali, di mammiferi come di uccelli, di insetti come di pesci, sono state costrette a cambiare anticipatamente il loro habitat, cioè a spostarsi in luoghi più consoni alla loro sopravvivenza.
Il WWF, l'associazione mondiale per la difesa della natura, ha lanciato l'allarme: centinaia di specie, dai gamberi d'acqua dolce a numerose varietà di farfalle e d'insetti, dalle meduse ai ricci di mare, rischiano di scomparire nei prossimi anni. In pericolo sono anche molte specie di mammiferi e di uccelli. La salvaguardia della vita sul Pianeta, dell' attuale flora e dell' attuale fauna, dipende dall'efficacia delle politiche ecologiche dei Paesi più industrializzati, che sono i maggiori responsabili dell 'inquinamento ambientale.
In primo luogo, occorre investire su fonti energetiche alternative al carbone, al petrolio, ai gas naturali e anche al nucleare, su fonti che siano rinnovabili e pulite. Le speranze sono riposte nell'energia ricavabile dall'idrogeno, un elemento inesauribile in natura. Oggi il costo di produzione di questo tipo di energia è molto alto, ma ricerche e sperimentazioni sono a buon punto.
In secondo luogo, bisogna evitare che l'uomo continui, con indifferenza e in modo indiscriminato, a piegare il territorio alle proprie esigenze, ad esempio distruggendo le foreste per fare posto alle aree coltivabili, ai pascoli e all'attività mineraria, costruendo dighe, deviando e canalizzando fiumi, edificando comunque e dovunque.
Infine, ma non ultimo per importanza, è necessario ridurre drasticamente le emissioni di gas-serra secondo quanto previsto dal "protocollo" di Kyoto, sottoscritto durante la Conferenza sul clima, tenutasi nella città giapponese nel 1997, dai rappresentanti dei governi di numerosi Paesi e finalmente entrato in vigore nel febbraio 2005 dopo la ratifica della maggior parte degli Stati firmatari, che s'impegnano a ridurre progressivamente, entro il 2012, la quantità di sostanze inquinanti immesse nell' atmosfera.
L'Unione Europea ha ribadito la volontà di onorare l'impegno, dando prova di un inatteso spirito unitario nell'affrontare la questione ambientale, a differenza degli Stati Uniti, che si ostinano a non voler ratificare il Protocollo e la cui politica economica continua a privilegiare gli interessi di parte rispetto a quelli generali.
Solo attraverso un programma sovranazionale d'interventi, finalizzato a "dematerializzare" il processo produttivo, cioè utilizzando una minore quantità di materiali ed energia nella produzione dei beni, ed a conciliare la tecnologia con l'ecologia, è possibile realizzare lo sviluppo sostenibile, cioèil miglioramento delle condizioni di vita complessive dell 'umanità nel rispetto degli equilibri ambientali che, come si sa, non conoscono confini nazionali.
LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI
Dal diritto alla libertà ai diritti sociali, dal diritto alla pace a quello di vivere in un ambiente sano: la lotta per i diritti umani segna le tappe del progresso civile e sociale.
Tipologia B: articolo
Ambito: socio-politico-giuridico Destinazione: pubblicazione su giornale quotidiano
Ogni uomo ha il diritto di vivere in libertà e di esprimere le sue opinioni, il suo pensiero, la sua fede religiosa, la sua appartenenza politica; ha il diritto di migliorare, attraverso un lavoro sicuro ed equamente retribuito, le condizioni di vita proprie e della sua famiglia, potendo anche fruire dei ritrovati della tecnologia. Ogni uomo, in quanto cittadino, dallo Stato, nei confronti del quale ha il dovere di pagare le imposte, ha il diritto di essere tutelato mediante l'assistenza previdenziale e quella sanitaria, nonché di essere difeso da qualsiasi fonna di violenza. Ha il diritto di non essere emarginato dalla società, magari solo perché ha la pelle di un altro colore, professa un'altra religione o ha contratto una malattia particolarmente contagiosa. Ha, infine, il diritto di vivere in un mondo senza guerre né disuguaglianze economiche e sociali.
Questi ed altri diritti sono previsti dalla Costituzione italiana, che dedica molti articoli al riconoscimento delle libertà individuali (libertà di parola, di stampa, di fede religiosa, di riunione, di domicilio, di circolazione) e ribadisce l'uguaglianza di tutti gli uomini "davan ti alla legge", senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione ed opinioni politiche (art. 3).
Il diritto al lavoro e gli altri diritti sociali vengono riconosciuti fin dal primo articolo della Carta Costituzionale, dove si afferma che "l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro". Ampio rilievo viene dato anche al dovere dello Stato italiano di tutelare la salute dei cittadini mediante la prevenzione delle malattie e la salvaguardia dell'ambiente. Fondamentale è pure il diritto allo studio, che si può esercitare tramite l'istruzione pubblica, ma anche quella privata purché senza oneri per lo Stato. Quest'ultimo, infine, deve garantire la sicurezza dei cittadini, combattendo le grandi organizzazioni malavitose (mafia, camorra, 'ndrangheta), la criminalità quotidiana e il terrorismo, sia quello interno (come già avvenuto negli "anni di piombo") sia quello internazionale.
Il riconoscimento e la difesa dei diritti umani sono necessità inderogabili che non appartengono alla sola società contemporanea. Si può affermare infatti che gli uomini di ogni epoca hanno sentito l'esigenza di rivendicare i propri diritti, dando la priorità ad alcuni anziché ad altri in base al contesto storico. Ad esempio, è ovvio che nella Dichiarazione dei diritti dell' uomo e del cittadino, sottoscritta nel 1789 nel clima della Rivoluzione francese, oltre all'affermazione della libertà e dell'uguaglianza degli uomini, fosse sottolineato il diritto di tutti i cittadini a partecipare, personalmente o mediante rappresentanti, all'elaborazione delle leggi dello Stato. Ed è altrettanto ovvio che, al tempo della guerra di secessione americana, il diritto più impellente fosse quello della libertà di tutti, da realiz zare mediante l'abolizione della schiavitù dei neri e nel rispetto di quella Dichiarazione d'indipendenza americana che, proclamata quasi un secolo prima, aveva accompagnato la nascita degli Stati Uniti d'America: un documento che riconosce il diritto dell'uomo alla vita, alla libertà, all'uguaglianza e perfino alla ricerca della felicità. Così come non bisogna meravigliarsi se, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, il desiderio di pace del mondo intero fosse tra le principali aspirazioni della Dichiarazione universale dei diritti dell' uomo, proclamata il lO dicembre 1948 dall' Assemblea generale delle Nazioni Unite ed alla quale ancora oggi si fa generalmente riferimento.
Purtroppo tante volte, nel corso della storia, i diritti umani sono stati violati, a cominciare proprio da quello alla pace, messo in pericolo non solo dalle due guerre mondiali, ma anche dai numerosi conflitti che si combattono ancora oggi: dall'Iraq ai tanti Paesi "dimenticati" dell' Africa e dell' Asia.
Numerosi altri diritti umani vengono quotidianamente calpestati: pensiamo ai tanti bambini di alcuni Paesi poveri del Terzo Mondo, costretti alla denutrizione o addirittura ridotti a lavorare in schiavitù dalle condizioni d'indigenza delle loro famiglie; alle persone, soprattutto giovani, extracomunitari, ma anche minori che sono sfruttati nel lavoro anche nel nostro Paese; all'inquinamento ambientale, che rischia di mettere a repentaglio la vita sull 'intero Pianeta; all'intolleranza che discrimina le minoranze etniche e sociali; al crescente divario tra il Nord del mondo, ricco ed industrializzato, ed il Sud povero, dove tanti Paesi sono attanagliati dalla fame e dall'indebitamento.
IL RAZZISMO
Una malattia purtroppo ancora diffusa dopo tante tragedie del passato.
Tipologia D: tema di ordine generale
In antropologia culturale, la disciplina che studia l'evoluzione dei vari gruppi umani, si definisce "etnocentrismo" l'atteggiamento di chi giudica gli altri gruppi etnici esclusivamente in base alla propria cultura ed ai valori che da essa derivano. Da questo comportamento, per estensione, nasce la cosiddetta "paura del diverso", cioè un senso di smarrimento che coglie chi si relaziona con culture, atteggiamenti, costumi e consuetudini differenti dai propri.
Immaginiamo, ad esempio, il caso di un uomo del XXI secolo che si ritrovi improvvisamente in una tribù primitiva, magari nel bel mezzo di un rituale religioso: quale sarebbe la sua reazione? Di sicuro si sentirebbe disorientato davanti ad un'esperienza così distante da quelle a cui è stato abituato nel corso della sua vita quotidiana.
Superato questo primo momento di giustificato imbarazzo, lo stesso individuo potrebbe mostrare interesse per quello a cui sta assistendo, considerandolo un fattore di arricchimento delle sue conoscenze, oppure potrebbe manifestare disprezzo, ritenendolo espressione di una cultura inferiore a quella a cui appartiene. Se dovesse verificarsi la seconda ipotesi, saremmo di fronte ad un caso di discriminazione razziale.
Il razzismo è infatti un atteggiamento che stabilisce rapporti gerarchici tra le popolazioni umane, esaltando le qualità supe riori di un particolare gruppo etnico, il proprio, rispetto agli altri.
Un atteggiamento discriminante, se supportato da una teoria o da un'ideologia, può indurre al pregiudizio, all'intolleranza e al desiderio di sopraffazione nei confronti di una "razza" giudicata inferiore.
È quanto avvenne in Germania all'epoca del nazismo, quando la teoria della "superiorità della razza ariana" fu il pretesto per la diffusione dell' antisemitismo promosso da Hitler, di cui furono vittime milioni di Ebrei, prima deportati e poi massacrati nei campi di concentramento nazisti. Anche l'Italia fascista, per compiacere al potente alleato tedesco, si rese responsabile di pesanti discriminazioni ai danni dei cittadini italiani ebrei quando nel 1938 furono varate le famigerate "leggi razziali": una macchia disonorevole nella storia del Novecento del nostro Paese!
La tragedia degli Ebrei negli anni della seconda guerra mondiale non è purtroppo l'unico episodio di razzismo nella storia dell'umanità. Ricordiamo il triste fenomeno del colonialismo europeo che, nell'Ottocento e nella prima metà del Novecento, depredò le risorse umane e materiali dell' Asia e dell' Africa, giustificandolo con la presunta superiorità della "razza" bianca. Già prima di allora milioni di Africani erano stati venduti come schiavi nelle piantagioni americane e solo nel 1863 la schiavitù era stata abolita negli Stati Uniti.
Ricordiamo anche il regime segregazionista ("apartheid") imposto nel Sudafrica alla maggioranza di colore, costretta a vivere nei ghetti senza diritti civili e politici, e durato fino agli anni Novanta, quando le lot te dei neri ispirate da Nelson Mande1a hanno ristabilito per tutti l'uguaglianza dei diritti.
Ricordiamo, infine, gli episodi d'intolleranza razziale ai danni di tanti stranieri extracomunitari che hanno abbandonato le loro terre d'origine, martoriate dalla miseria e dai conflitti interetnici, e sono giunti nei Paesi ricchi ed industrializzati dell'Occidente alla ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro.
Anche l'Italia conosce bene il dramma degli immigrati clandestini e dei profughi: che siano neri, curdi o maghrebini, essi sfidano l'ignoto, spinti dalla stessa disperazione e tentano di raggiungere le coste, pugliesi, calabresi o siciliane, dopo lunghi viaggi in mare su imbarcazioni di fortuna.
La reazione di alcuni nostri connazionali purtroppo non è all'insegna della civile accoglienza, ma, troppo spesso, dell'intolleranza e della xenofobia. Si dimentica che, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, molti Italiani del Meridione emigrarono in America e in alcuni Paesi del Nord dell'Europa per trovare un impiego più stabile, patendo probabilmente gli stessi disagi di tanti extracomunitari che attualmente vivono in Italia.
In tanti Paesi dell'Occidente ancora oggi continuano a verificarsi episodi di discriminazione e d'intolleranza nei riguardi di minoranze etniche e religiose, nonché degli immigrati. Sembra un controsenso che ciò avvenga proprio quando la "rivoluzione digitale" sta avvicinando tutti e rendendo il mondo davvero un "villaggio globale". Pensiamo ad Internet che, seppur virtualmente, ha ridotto le distanze geografiche e culturali davvero un "villaggio globale". Pen
siamo ad Internet che, seppur virtualmente,ha ridotto le distanze geografiche e culturali
tra i vari continenti, favorendo la comunicazione a distanza tra persone che pensano, parlano, si comportano in modo differente. Evidentemente, attraverso il monitor di un computer, non può manifestarsi quella "paura del diverso" a cui si accennava prima.
Bisogna interpretare in modo corretto il significato del concetto di "diversità": è del tutto ovvio ed anche interessante che una persona dalla pelle nera sia diversa da una che ha la pelle bianca, così come lo è chi professa la religione cattolica rispetto ad un musulmano o ad un buddista; l'importante è non considerare l'uno inferiore all'altro.
Finché il confronto con "l'altro da noi" sarà considerato una fonte d'arricchimento culturale e spirituale, non ci potrà essere razzismo ed ognuno sarà in grado di relazionarsi senza alcun pregiudizio con i numerosi "diversi" che incontra nella vita di tutti i giorni.
Infine bisogna rilevare che è fuori luogo ormai usare l'espressione "razze umane": le "differenze" tra gli individui non sono riconducibili a presunte "razze", come per gli animali, geneticamente determinate. Lo hanno dimostrato abbondantemente, se mai ce ne fosse stato bisogno, le recenti ricerche sul DNA e sul genoma umano. È piùgiusto e scientifico parlare di "etnie", a significare l'importanza delle diversità culturali sedimentate dai percorsi storici dei popoli.
LA SOCIETÀ MULTIETNICA
Si scriva un saggio sulla prospettiva di una società multietnica, aperta all'incontro di più culture, che sembra profilarsi in un prossimo futuro.
Tipologia B: saggio breve Ambito: socio-culturale
Divisione in paragrafi:
1) La multietnicità come fattore di arricchi
mento della società
2) La necessità di far cadere ogni pregiudi
zio e di promuovere l'accoglienza
3) Il ruolo della scuola nell'educare alla
tolleranza ed alla comprensione di altri
popoli e culture
4) Il mantenimento delle "radici" culturali
nazionali pur nella prospettiva della
multietnicità
1) La nostra società si va configurando sempre più come multietnica e pluriculturale: il riconoscimento della differenza come valore è il fondamento di una nuova concezione, più adeguata, della democrazia, che non esiste come una realtà data una volta per tutte, ma come qualcosa di perCettibile.
Certo, la concezione che abbiamo noi oggi della democrazia, è diversa, ad esempio, da quella che si aveva nell'Atene dell'età di Pericle ed assegna rilevanza e valore alla pluralità e alla diversità.
Questo non significa adagiarsi nella tolleranza di comodo di un pigro relativismo, ma apre la strada ad un'etica della responsabilità che può diventare un efficace antidoto all'intolleranza ed al razzismo. Il sponsabilità che può diventare un efficace
antidoto all'intolleranza ed al razzismo. Il
riconoscimento della differenza, sia essa etica, religiosa o di costume, apre la possibilitàal dialogo fra le culture, alla comunicazione fra i popoli, quindi contribuisce a distruggere stereotipi culturali e pregiudizi.
È una nuova cultura che deve farsi strada e che, in un mondo segnato dalla plurietnicità, deve favorire una vera e propria civiltà dell' accoglienza, in grado di rendere praticabile l'incontro fra i popoli. Già nel nostro quotidiano, gli immigrati, coloro che professano altre fedi religiose, i diversi da noi non devono essere considerati come l' "inquinamento" di una presunta purezza ed integrità della nostra civiltà, come purtroppo, in un passato nemmeno troppo lontano, certi pregiudizi razziali inducevano a pensare, ma devono essere visti come un autentico arricchimento portato alla nostra società.
D'altronde, la stessa storia ci addita, quali esempi di società dinamiche, quelle in cui più popoli, più culture si sono incontrate: ne era un esempio ieri Roma, la capitale di un impero grande quanto il mondo allora conosciuto, che era un autentico crogiuolo di etnie provenienti da tutte le sue province; ne è un esempio oggi la società americana, dove l'accelerazione del progresso è stata favorita dalla mescolanza di tante etnie, conseguenza del sovràpporsi delle diverse ondate migratorie.
2) La società multietnica e pluriculturale non può essere assolutamente la societàdella discriminazione e dell' emarginazione. In essa deve invece diventare operante il principio dell'accoglienza. La consapevolezza che chi vit

Esempio



  


  1. Chiara

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