Il terrorismo e l'Islam

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Testo

I MILLE VOLTI DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE
E’ un’arma feroce quanto efficace, violenta quanto spettacolare, criminale e al tempo stesso politica. Ma soprattutto il terrorismo è un’arma.
A volte rappresenta l’extrema ratio per la realizzazione di principi che di per sé sarebbero anche nobili e condivisibili, se il terrorismo non avesse – quasi sempre – la caratteristica di sparare nel mucchio, di sacrificare civili inermi. Spesso la via terroristica rappresenta solo una scorciatoia per raggiungere finalità irraggiungibili per via pacifica.
Il fenomeno del terrorismo si è imposto a livello globale con il secolo appena trascorso, ma con un’intensità ed una violenza sempre in crescendo.
Non esiste, evidentemente, un solo terrorismo: accanto a quello "contro lo Stato" esiste la violenza terroristica "di Stato". E spesso è difficile stabilire una graduatoria di crudeltà tra un’azione terroristica in grande stile di un commando clandestino che sacrifica vittime innocenti ed il bombardamento di un’aviazione militare regolare di uno Stato civile che condanna alla stessa fine altre vittime innocenti.
In queste pagine affronteremo però solo il primo dei due aspetti. Ben consapevoli, comunque, che spesso le due forme di terrorismo sono pienamente connaturate.
Cercheremo di scandagliare il fenomeno in tutti i suoi aspetti e le sue forme: dal terrorismo separatista ed irredentista, condotto da movimenti che hanno come obiettivo la lotta per la liberazione del proprio paese da forme di egemonia, per lo più esterne, fino al terrorismo inteso come guerra planetaria per affermare la prevalenza di una concezione del mondo.
In altre parole da fenomeni di lotta armata circoscritti come quelli rappresentati dall’ETA basca, dall’IRA irlandese, dalle FARC colombiane, dall’UCK balcanico (solo per fare qualche esempio) fino alla galassia degli esegeti della paura che compongono il network islamico del terrore, in un miscuglio spesso indescrivibile dove lotta di liberazione e terrorismo, appunto, si confondono.
Ma parleremo anche di forme eversive e sovversive ormai sparite, oppure "in sonno" che si sono radicate negli anni Settanta in America Latina, in Giappone, in Europa.
Per quanto riguarda, invece, il terrorismo italiano vi rimandiamo ad un’altra e più specifica sezione di Misteri d’Italia.
IL TERRORISMO IN MEDIORIENTE
In Medioriente dilaga il fenomeno del terrorismo. A noi è particolarmente noto il terrorismo palestinese e/o islamico, ma c'è anche il terrorismo israeliano. Il primo è internazionalmente riconosciuto, il secondo no.
E qui sta il problema.
Prima di continuare e per sgombrare il campo da possibili equivoci, ribadiamo con decisione che non v'è dubbio che per decenni alcuni gruppi palestinesi si sono macchiati, e ancora oggi si macchiano, di orrendi crimini terroristici che non trovano alcuna giustificazione politica né morale. La condanna di questi crimini, che storicamente colpiscono soprattutto lo Stato di Israele, deve essere assoluta.
Eppure, rimane il fatto che in Occidente si fatica ad ammettere che Israele ha praticato e pratica il terrorismo. Taluni rigettano questa nozione radicalmente, anche se la Storia lo dimostra in maniera incontrovertibile.
Ciò ha dato origine a una impostazione ideologica errata e catastrofica nelle sue conseguenze, a causa della quale ogni approccio internazionale al conflitto israelo-palestinese viene fatalmente viziato da un sistema di "due pesi due misure": solo ai palestinesi viene formalmente chiesto di abbandonare le pratiche terroristiche, a Israele mai. Questo produce continui fallimenti.
Tale pregiudizio trova appoggio in vaste fasce delle opinioni pubbliche occidentali.
Infatti, alle parole "Terrorismo mediorientale" noi associamo d'istinto i volti dei guerriglieri palestinesi, libanesi o iraniani, ovvero del fanatismo islamico armato; ma non ci viene altrettanto spontaneo associarvi i volti dei soldati d'Israele, o quelli dei loro leader politici. Questo è potuto accadere perché l'Occidente ha intenzionalmente alterato la "narrativa" del conflitto israelo-palestinese, per tutelare i propri interessi nell'area. Lo dimostra lo stesso linguaggio mediatico internazionale: da anni in tv o sulle prime pagine dei giornali gli attacchi palestinesi contro i civili israeliani sono sempre definiti (a ragione) "terroristici", ma quelli, altrettanto terrorizzanti delle Forze di Difesa Israeliane contro i civili palestinesi sono sovente chiamati "di autodifesa"; le azioni dei kamikaze di Hamas sono "massacri", mentre le centinaia di omicidi extragiudiziali commessi dai Servizi Segreti israeliani vengono definiti "esecuzioni capitali mirate", e così all'infinito (Chomsky-Fisk-Said et al.).
Tutto ciò ci ha lentamente resi incapaci di riconoscere l'esistenza del Terrorismo di matrice israeliana, assieme alle atrocità che causa e che ha causato. E' imperativo rettificare questo pregiudizio, iniziando dalla accettazione, da parte della comunità internazionale impegnata nel processo di pace, della verità storica. Questo significa che mentre giustamente condanniamo il Terrorismo palestinese, dobbiamo abbandonare il nostro rifiuto di riconoscere e di censurare il Terrorismo di Israele.
Se ciò non accadrà, non vi è speranza di pace in Medioriente. A prova di quanto affermato sopra, sono di seguito elencati alcuni fra i peggiori atti di Terrorismo commessi in Medioriente dalla comunità sionista prima e da Israele o da israeliani poi, con una scrupolosa bibliografia. Le fonti sono principalmente i documenti dell'ONU e di Amnesty International; questo perché siamo consapevoli che nell'esporre un tema tanto controverso ci si deve affidare a fonti assolutamente e storicamente al di sopra delle parti. Abbiamo di proposito scartato ogni fonte che potesse anche vagamente essere accusata di partigianeria, e per tale motivo siamo stati costretti a non includere in questo documento centinaia di "atti di Terrorismo israeliani" riportati nella letteratura sul Medioriente.
Lo ribadiamo: questo lavoro non è un atto di accusa contro Israele fine a sé stesso, perché se così fosse sarebbe un'esercizio sterile. Esso vuole aiutare il pubblico a rettificare quella "narrativa" distorta che basandosi su "due pesi due misure" condanna il Medioriente a una violenza senza fine.
Ai lettori il giudizio.
Non è arrivato ancora il momento di metter fine a questa confusione tra Islam e terrorismo? Rashîd al-Ghannûshî
24 maggio 2003
Gli alti principi e nobili valori sono stati a lungo disonorati fino a distorcerne il significato, sia perché gli si dava una distorta interpretazione, sia perché si oltrepassavano i limiti della ponderazione.
Il jihad nell'Islam - ad esempio - da difesa della libertà e della giustizia è divenuto il sovvertimento della sicurezza, il terrorismo contro i fedeli e i protet-ti, e la liceità del sangue degli innocenti e dei beni inviolabili. Allo stesso modo, la fatwa è passata ad essere un qualcosa di negativo, che porta all'isolamento e alla repressione delle libertà degli uomini con la scusa del desiderio di esser rispettosi della religione, così come fece un gruppetto di Compagni [del Profeta] che lasciarono le loro vite e si rinchiusero in moschea. Uno di loro disse: "Digiuno e non romperò mai il mio digiuno"; un altro disse: "Passerò in preghiera e non dormirò mai"; il terzo disse: "Non toccherò più donna alcuna". Questi rimasero occupati solo in atti d'adorazione fino a quando il Profeta - su di lui la pace - non fu sconcertato da questo comportamento e li invitò ad un incontro con urgenza. Parlò con loro del pericolo di allontanarsi dalla via moderata dell'Islam, rivolgendosi così a tutta la zelante gioventù musulmana. Li ammonì degli eccessi e dell'irrigidimento. Se si supera il limite di moderazione nelle opere pie, non è un bene bensì è un male. Consigliò loro di seguire il suo esempio di giustizia e di moderazione, e ricordò loro di conoscere Dio e di temerLo, di digiunare ma anche di rompere il digiuno, di pregare la notte ma anche di dormire, e di sposare le donne. Chiuse il suo discorso con questa massima: "Chi va contro il mio esempio non mi appartiene".
L'Islam, inoltre, in diversi momenti della sua storia ha mostrato il pericolo nel quale s'incorre quando lo si distorce, lo si offende o lo si utilizza opponendosi ai suoi principi interpretandolo in maniera erronea, oppure esagerando supe-rando i limiti della moderazione. Così il jihad finisce per dare, presso alcuni gruppi politici e religiosi musulmani, il permesso di versare il sangue dei musulmani, ignorando in modo ignominioso il grande rispetto dell'Islam per la vita umana, tanto che "Chiunque uccide un uomo, senza che questo abbia a sua volta ucciso un uomo, è come se avesse ucciso l'umanità tutta" [V:32].
Ogni persona si stupisce quando legge il versetto della sura delle Donne e il suo contenuto minaccioso ed intimidatorio nei confronti di tutti coloro che compiono l'orrore di versare il sangue di un musulmano ingiustamente. Una tale minaccia o intimidazione non si ha per nessun altro peccato o ingiustizia. Leggi con me: "Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore" (IV:92).
Sorprende come sia stato ritenuto lecito versare il sangue di migliaia di anime musulmane nel corso della storia a causa di una sbagliata e violenta interpretazione che ha tolto a milioni di musulmani il rispetto e il dono di Dio. Hanno fatto questo non perché condividessero con una piccola minoranza un violento temperamento ed un'interpretazione letterale; non condividevano, infatti, l'interpretazione letterale corretta della religione né la sua visione politica del potere, né il suo approccio con gli oppressori. Non hanno fatto altro che tacciare di miscredenza colui che comanda, tutti coloro che collaborano con lui e tutti coloro sotto il suo comando, tutti coloro che collaborano con lui e tutti co-loro che non hanno una simile visione violenta. E non si sono fermati a questo. Hanno preso il posto del giudice e hanno decretato che erano leciti il sangue e i beni di chi si opponeva loro. Hanno iniziato a mettere in pratica tutto ciò: dal governante - dopo non esser riusciti a mettergli le mani addosso - sono scesi al suo entourage e ai suoi aiutanti continuando con il cancro del tacciare di apostasia anche la società tutta o la gran parte. Ogni ente dello Stato, dalla polizia, alla finanza e all'educazione sono diventati miscredenti e il loro sangue è divenuto lecito, e tutti coloro sui quali vi fosse un dubbio di apostasia erano giudicati miscredenti. Questo è ricreare lo scenario in modo stupido e peccaminoso, lo scenario internazionale in pratica e in teoria. Quelli sono come coloro che non ebbero alcun dubbio sull'Imam 'Ali, e lo ritennero miscredente, spargendo ingiustamente il suo sangue. Nel loro timore è come se scappassero dalla miscredenza. L'animo umano, invece, è fatto di grandi spazi e livelli legati a poli contrastanti. Se non avessero dato retta ai loro impulsi sarebbero rimasti retti, avrebbero mantenuto il giusto pensiero, la giusta educazione.
Specialmente quando ci sono stati squilibri nella società, si sono raggiunti livelli alti di ingiustizia. Questa è anche la condizione del nostro tempo. Il divario tra lo Stato e la società nella maggior parte dei paesi è divenuto enorme, senza pari nella storia degli Stati, ed è sfuggito ai canoni, ai principi morali e alla comprensione della cultura, della giustizia, dell'economia, della politica e della giurisprudenza dell'Islam. Dal punto di vista della politica estera lo Stato è sottomesso a paesi non musulmani, ha combattuto l'Islam mentre il suo popolo è ancora legato in un certo senso all'Islam, anzi vuole espandere il risveglio islamico, e si aspetta, di conseguenza, che il suo Stato ne tenga conto nel condurre le sue politiche interne ed estere. Gli Stati hanno agito liberamente in molti campi come se l'Islam fosse solo una questione personale senza relazione alcuna con le questioni morali, educative, culturali e legislative della società. Allo stesso modo ha fatto in politica estera. Non ha tenuto conto che fa parte di una nazione (umma) che ne pretende la partecipazione ai suoi obblighi e necessità. Dal punto di vista del legame Stato-umma, lo Stato dovrebbe regolare le proprie relazioni internazionali alla luce di ciò che può comportare benefici e un bilanciamento di forze; in questo, arabi e musulmani devono esser uguali agli altri. Mentre la società di ogni Stato si ritiene parte di una grande nazione - la umma araba e musulmana -, vede che il proprio Stato nonostante tutto agisce diversamente. Nella questione palestinese - ad esempio - si evidenzia in modo eclatante il divario tra le posizioni del popolo e la posizione della maggioranza dei governi. Per la gente questa questione ha priorità anche sulle questioni locali, mentre invece la maggior parte dei governi la giudica una questione di politica estera da valutare in base all'interesse nazionale. Il popolo riconosce in Israele un acerrimo nemico che va combattuto, va privato d'ogni aiuto, bloccato, facendo ogni sforzo possibile per togliere l'occupazione della Terra santa. Eppure la maggior parte dei governi ritiene che il proprio beneficio stia nel riappacificarsi e nello scambio di beni con Israele, senza che questa venga ritenuta una questione primaria nelle relazioni internazionali. Possiamo fare lo stesso discorso su altre questioni islamiche come la questione della Cecenia e dell'Iraq, dove vediamo un popolo infiammato dal dolore e che si schiera contro la forza occupante, mentre invece i governi aiutano l'occupante o si accontentano di cortesie verbali.
La morale è che qui c'è una crisi che aumenta giorno dopo giorno e diviene sempre più seria nelle relazioni tra i paesi arabi e islamici, e i loro popoli; che non conosce altra cura che andare verso reali riforme democratiche. Tra le ragioni di questa crisi c'è la posizione dell'Islam e dei musulmani, la posizione nei confronti delle maggiori questioni della umma come le questioni palestinese e irachena. C'è, inoltre, la posizione sulla questione della distribuzione dei beni, affinché il benessere sostituisca nelle nostre principali città la disperata povertà, e così le moschee sostituiscano i bar e i bordelli, affinché si riempia l'abisso che c'è, da una parte, tra gran parte dei governi e il ristretto gruppo di laici, e, dall'altra, i popoli che hanno accresciuto la loro coscienza e l'attaccamento all'Islam e che si difendono dal fallimento del laicismo e dalla supremazia economica e culturale imperialistica sionista americana. L'abisso tra le due parti aumenta sempre più, giorno dopo giorno, incrementando l'incongruenza tra discorso ufficiale e pratica, tra la comprensione della religione del popolo e le politiche della maggioranza dei governi, tanto che questo carattere distintivo porta a vivere in un paese arabo e musulmano. Tutto questo rappresenta un terreno fertile per l'aumento delle proteste, l'incubazione dell'estremismo di ogni tipo e gli scoppi di violenza.
E' vero che il discorso oggi è incentrato nel definire l'estremismo e il terrorismo come originario dell'Islam perché l'Islam rappresenta oggi la cornice culturale comune alla umma ed è perciò la benzina delle rivendicazioni, così come negli anni Sessanta e Settanta le culture di sinistra e nazionalista dominavano. Allora le manifestazioni e le violenze avevano il loro colore. Ovviamente il discorso oggi non è incentrato sull'estremismo nell'incremento della forza internazionale; né sull'estremismo dell'asservimento al sionismo e all'egemonia americana; né è sull'estremismo nel monopolio delle ricchezze che genera grande povertà della gente rispetto ai governanti e al loro entourage; né è sull'estremismo nel mantenere la cultura della dissoluzione e dell'impudenza; né è sull'estremismo del laicismo che provoca l'Islam - religione della nazione - con innovazioni ed attacchi alla religione dei governi locali ed internazionali. L'estremismo di cui si occupano incessantemente le potenze internazionali, i governi locali, le forze politiche e coloro che traggono vantaggio dal confondere i poco numerosi gruppi estremisti e terroristici con la principale corrente moderata del movimento islamico, una corrente equilibrata, una corrente democratica islamica. "Estremismo" oggi indica solo l'estremismo in nome dell'Islam, e questo nasconde l'aggressione totale condotta da questi vertici: l'entità sionista nella Palestina occupata e l'insieme delle lobby sioniste che dominano i mezzi di comunicazione e i centri decisionali negli Stati Uniti che permettono loro, così, di sferrare colpi in ogni angolo del mondo e di diffondere la penetrazione sionista-americana. Questo grazie all'assimilazione tra l'Islam, la corrente principale della umma e dei suoi movimenti, e le organizzazioni estremiste. Questa è una grave confusione che porta ad una confusione ancora maggiore tra il jihad difensivo lecito, attuato dal movimento per la liberazione della Palestina con tutte le sue principali componenti, e il terrorismo. La confusione tra le azioni terroristiche che hanno compiuto delle organizzazioni deviate dalla corrente principale, stupidamente dirette contro tutto ciò che viene ritenuto ostile, i governi o la gente comune; che non hanno legami con la politica ma sono in disaccordo con loro, così come è stato il caso del massacro dell'11 settembre o degli impiegati delle due ambasciate d'America in Africa orientale, quando poi la maggioranza di loro erano poveri africani in maggioranza musulmani. Lo stesso si dica delle azioni ignobili che si sono verificate negli ultimi anni, non ultime quelle nei due regni, quello arabo saudita e in quello marocchino. La maggior parte delle vittime erano cittadini comuni non attivi in politica. Sembra che le organizzazioni estremiste stiano pensando che nell'intera umma e nel mondo tutto si siano barricati gli americani e i governi. E' così inevitabile spargere il sangue di tutti quanti!
Siamo passati da un fallimento ad un altro più grande: dopo che le forze di sicurezza in Egitto hanno deciso la chiusura di quelle organizzazioni, alcune sono passate ad una strategia che li ha immersi nel sangue. Sono giunti, poi, a nuove considerazioni e si sono pentiti, non soddisfatti però della giustizia dello Stato che avevano combattuto. Altri, però, con un atteggiamento peggiore di quello dei predecessori, sotto la guida di az-Zawahiri, che è il maggior esponente di questa terribile strategia di sangue che ha soffocato l'Islam contemporaneo in una fornace, hanno reso illimitati servigi ai nemici dell'Islam, tra i quali l'11 settembre. Sul piano internazionale si sono alleati con quello che rimaneva del jihad afgano, irrobustito dagli americani e dai loro alleati arabi fino a quando non hanno deciso di diventare amici del nemico di ieri, e hanno teso loro trappole in ogni luogo per catturarli. Trovarono in Afghanistan e nei Taliban rifugio e alleati per avviare una strategia internazionale che avrebbe afflitto il mondo: ebrei, cristiani e tutti quei musulmani che non la pensano come loro - e sono la maggioranza. Hanno mirato ai governi occidentali e regionali, hanno strappato centinaia di vite che non condividevano nulla delle loro guerre. Hanno distrutto proprietà, hanno diffuso ovunque nel mondo tensione e hanno scatenato un'ondata violenta dei nemici dell'Islam, dei suoi movimenti, dei suoi paesi, delle sue regioni ed organizzazioni, e hanno dato così l'occasione di attaccare l'Islam per allontanarlo dalle organizzazioni e da quelli che si richiamano ad esso, legandolo definitivamente con il terrorismo, con tutto ciò che è orribile, bollandolo come minaccia per tutti i valori della civiltà umana come la pace, il progresso, la libertà, l'uguaglianza, la democrazia, il dialogo e il piacere per il bello. Con violenza hanno operato e sfruttato le circostanze, tanto che il cielo dell'Islam e dei musulmani si è coperto e si è oscurato di un buio pesto per poter liberare l'Islam e ogni musulmano dai presunti legami con il terrorismo. Questo è però il progetto sionista che era stato pubblicato da Rabin e Peres alla fine della Guerra fredda per preservare il preminente ruolo sionista nelle strategie occidentali. Nonostante ciò non dovrebbe esser difficile per chiunque esamini correttamente l'Islam e i suoi movimenti vedere con chiarezza attraverso la nebbia e capirà che esiste un abisso tra l'Islam e ciò di cui l'accusano. Egli vedrà allora quanto segue:
1- I principi dell'Islam, così come sono stati compresi in passato e oggigiorno dalla maggioranza dei musulmani, come è anche provato dai testi certi nel Corano e nella Sunna, così come sono stati interpretati attraverso la storia, non contemplano una così ottusa interpretazione letterale diffusa dai Kharijiti del passato e contemporanei tra le organizzazioni estremiste. L'Islam, così come l'hanno capito e praticato la maggioranza dei musulmani per molti secoli, rispetta la sacralità dell'uomo e lo ha elevato a grande nobiltà, tanto da conferirgli chiari diritti per questa sua posizione. Tra i suoi diritti ci sono il diritto alla vita, la libertà nello scegliere il proprio credo e le proprie finalità. Il credo si trova nel cuore, e nessuno ha il potere sul cuore se non Dio e il Suo giudizio. L'autorità non ha potere sulle convinzioni dell'uomo e su come si comporta all'interno delle mura domestiche, né sulle scelte personali che compie come il matrimonio, il divorzio o i figli, sulle scelte educative, e così via per tutti gli aspetti della vita personale. Il Corano istituisce con chiarezza per il Profeta in merito ai rapporti con gli Ebrei, che erano cittadini dello stato di Medina, questo principio: "Dai a loro ciò che chiedono, non giudicare ciò che non ti chiedono di giudicare" (se vengono da te, giudica tra loro, oppure lascia che si regolino)". Gli Ebrei, dunque, erano liberi di regolare il loro diritto civile in base all'Islam o in base a proprie norme, diversamente da come avviene nei paesi occidentali che avocano tutto alla legge dello Stato ed impongono ai loro cittadini un diritto unico anche in ambito di diritto civile. Allo stesso modo, l'assenza di un organo religioso che parlasse in nome del Cielo ha lasciato spazio alla ragione, e così sono nati attivi movimenti di pensiero, movimenti giuridici e filosofici che hanno dato ai musulmani un'abbondanza di scuole ed interpretazioni, tra le quali scegliere quella che si vuole in base a ciò che la propria coscienza religiosa detta, rimanendo allo stesso tempo all'interno di ciò che la maggioranza della gente ha scelto e lasciando la libertà di dialogo, di polemica e di scelta. Questa era la norma, nel momento di splendore dell'Islam, generalmente diffusa nella vita islamica così da permettere ai musulmani di discordare su alcuni ragionamenti e sulle scuole anche con i non musulmani, nonostante le diversità del credo e della fede. Questi erano i caratteri per i quali la civiltà islamica si è distinta, in quanto civiltà di libertà e pluralismo che non si limitava al pensiero islamico o a quello non islamico. Ancora l'Iraq, che è stata la terra più fertile per la diffusione della civiltà dell'Islam, rappresenta e continua a rappresentare un esempio di pluralità, con scuole islamiche e religiose tra le più piccole, come la Yazidiyya. Non troviamo momento nella storia nel quale un gruppo musulmano e non musulmano, durante il califfato, sia stato sterminato. Cosa certa è che l'estremismo, ieri e oggi, è contrario ai principi dell'Islam e alla sua corrente principale in base alla sua pratica e civiltà. Non è frutto di questa tradizione costituita dall'Islam questo aumento di arretratezza, di ristrettezza di vedute e di letteralismo nella comprensione che hanno portato via il pluralismo e la diversità d'interpretazioni che avevano vissuto serenamente all'interno della civiltà islamica ai tempi del suo splendore. Baghdad, Cordoba, il Cairo, Shiraz, Sarajevo e altre città erano poli culturali dei musulmani che ricordano Londra, Parigi, Francoforte e Los Angeles dal punto di vista dell'arricchimento nel campo delle lettere, delle scienze, della filosofia e del commercio; spazi dove si raccolgono le mi-gliori capacità provenienti da ogni capo del mondo, persone di diverse religione e scuole di pensiero. E quella è la civiltà: uno spazio che accoglie le migliori capacità contro l'estremismo e la ristrettezza di vedute, che altro non sono che violenza nell'agire che aggredisce tutti quelli che non sono simili;
2- I gruppi estremisti e violenti non possono che esser limitati nel numero e negli effetti, e non avranno fortuna se non nelle zone d'Egitto dove hanno avuto origine. La maggioranza di questi gruppi in Egitto e in Algeria hanno capito la lezione e si sono pentiti della loro audacia, e quelli che sono rimasti si sono ostinati nel cercare vantaggio nella terribile crisi di potere, nell'ingiusta oppressione internazionale e negli altri estremi fondamentalismi ai margini della cultura islamica. L'estremismo, però, non è congeniale alla natura umana. Anche perché questi gruppi non riescono a costruire qualcosa, poiché sono solo una forza di rabbia e distruzione; non sono una forza costruttiva - e questo a causa della ristrettezza delle loro visioni - e non riescono a vedere dell'Islam che un solo aspetto. Sono incapaci di guardare al di là dell'Islam e tacciano semplicemente di miscredenza o negano il resto, questo perché sono incapaci di trasmettere i loro convincimenti ad un vasto pubblico. E cosa rimane loro se non la violenza? Perciò in molti vedono in questo sistema solo un'altra manifestazione di ciò che stanno combattendo. Il discorso di questi retrogradi è preso dal giusto contesto degli avvenimenti precedenti al Giorno del Giudizio applicato ad un contesto sbagliato, ma è tanto diverso dal discorso sul bene e il male "O con me o con il terrorismo"? L'estremismo e la violenza sono una reazione sbagliata a problemi reali. Non si risolveranno questi problemi fino a quando non vi sarà un riavvicinamento tra lo Stato e la società nelle idee, negli obiettivi e nelle ambizioni. Non miglioreranno le relazioni internazionali senza un equilibrio e fino a quando si negherà l'esistenza di un'egemonia e di un'oppressione violenta in luoghi come la Palestina e la Cecenia. L'estremismo e il terrorismo troveranno terreno fertile perché danno risposta alla rabbia e all'impetuosità che non ha bisogno certo di ulteriore rancore nelle sue speranze, nel pensiero, nell'educazione e nelle azioni. L'estremismo e il terrorismo, però, sono sostituibili con l'apertura, hanno un'influenza limitata, sono contrari alla natura umana e alla corrente maggioritaria della nazione e dei movimenti dell'Islam corretto che non li tollera. Queste non sopravvivranno se non nelle crisi di cui ci parlano gli esponenti dei movimenti islamici. Queste però possono peggiorare di molto la situazione e disperdere gli sforzi e le capacità se non si mobilizzano tutte le forze dei saggi per combattere questa catastrofe, ricercando una soluzione complessiva che non si fermi a pure manifestazioni o a misure di sicurezza, ma che vada alle cause e alle sue radici. L'estremismo nell'interpretazione e il terrorismo nel presupporre sono adatti a creare dolore e sofferenza, non certo al perdono e alla tolleranza. Queste come tutte le complesse espressioni della società, però, sono adatte allo studio e all'analisi delle ragioni che spingono i suoi giovani che hanno, a volte, un'istruzione superiore, e dei motivi, delle necessità, delle posizioni sociali, chiedendosi il perché mettono se stessi in questo inferno. Tutto questo ha salate conseguenze e colpisce altri? Perché? Non si può evitare di cercare le cura adatta a fermare il fenomeno.
In ogni caso è dovere dei sapienti e degli esponenti dei movimenti di non permettere che l'estremismo e gli eccessi oscurino l'Islam, e di ricercare l'origine dell'estremismo: questo è parte del contratto impostogli da sopra i sette cieli. Ha detto l'Altissimo: "Chiama al sentiero del tuo Signore con la saggezza e la buona parola e discuti con loro nella maniera migliore. In verità il tuo Signore conosce meglio [di ogni altro] chi si allontana dal Suo sentiero e conosce meglio [di ogni altro] coloro che sono ben guidati" [XVI:125].
Rashîd al-Ghannûshî .:. ash-Sharq al-Awsat [Il Medio Oriente, GB] .:. 24.05.03

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