La camorra

Materie:Tesina
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Testo

Le origini della camorra : le leggende
Nell'Ottocento, che fu il periodo del suo spettacolare consolidamento, la camorra era organizzata con la perfezione, la capillarità e la solidità di un ordine di credenti. Ma quando e come era sorta la setta?
Non è agevole rispondere a queste domande per il fatto semplicissimo che la camorra essendo una associazione di fuorilegge e dovendo agire e prosperare nell'ombra, non aveva interesse a lasciare documenti. Il suo frieno, o statuto, e i suoi codici ci sono pervenuti solo in parte e quasi sempre in seguito alla confessione di qualche carcerato (subito dopo ucciso dai suoi compagni) o in virtù di improvvise perquisizioni della polizia in luoghi ove gli affiliati si riunivano. Sulle circostanze in cui la setta fu fondata, per la verità gli indizi sono estremamente frammentari, contraddittori e chiaramente sconfinanti nella leggenda. E tuttavia perfino le varie leggende concordano sull'origine spagnola della setta, origine peraltro storicamente verificata e accertata.
Sul finire dell'Ottocento, il sociologo Emanuele Mirabella, indagando sul gergo e sui costumi dei camorristi confinati nell'isola di Favignana, venne in possesso di una specie di questionario che i vecchi coatti utilizzavano nei confronti dei nuovi arrivati, per sincerarsi circa la loro reale appartenenza alla setta. Sul questionario accanto alla domanda, era segnata anche la risposta giusta, quella cioè che il nuovo venuto doveva dare per dimostrare di essere anche lui un camorrista e non un qualsiasi malvivente o, peggio ancora, un poliziotto travestito. Dall'ottavo paragrafo del questionario, emerge appunto qualche elemento relativo alla fondazione della camorra:
Capo: «Ditemi un poco: di dove discende la Società?».
Nuovo venuto: «Spagna, Napoli e Sicilia».
Capo: «E come ebbe origine?».
Nuovo venuto: «Tre cavalieri, uno spagnolo, uno napoletano e uno siciliano giocavano a zecchinetto fra loro, mentre i loro scudieri facevano i servizi e la guardia; ad un tratto mentre lo spagnolo cacciava di tasca l'ultima posta, ché tutto aveva perduto, sottrasse del danaro al vincitore in ragione del venti per cento di quello che aveva vinto, dicendo : questo mi prendo come mia spettanza che per diritto e ragione e diritto di camorrista mi spetta e son buono a prendermelo, qui, ed in ogni altro luogo ove mi trovo, e con la ragione e con la malandrineria».
Capo: «E come finì?».
Nuovo venuto: «Finì che i tre cavalieri si trovarono d'accordo fra di loro e fondarono la società dei camorristi, facendo reclute i loro scudieri».
I camorristi, insomma, almeno quelli avvicinati da Emanuele Mirabella all'isola di Favignana, erano convinti che la loro setta fosse stata fondata da uno spagnolo e che avesse come obiettivo iniziale il percepimento di percentuali sulle vincite ai giochi d'azzardo. Un'altra versione, circa la fondazione della camorra, venne data, l'11 marzo 1911, durante il processo Cuocolo a Viterbo, da Carlo Fabbroni, il capitano dei carabinieri che aveva sgominato, sia pure ricorrendo a metodi non ortodossi, la triste associazione. Sulla base evidentemente di notizie fornitegli dai suoi confidenti, il capitano Fabbroni fissò la data di fondazione della camorra al 1654 e parlò di un certo Raimondo Gamur, un avventuriero spagnolo fuggito dalla nativa Saragozza e immigrato a Napoli. Arrestato e rinchiuso nel carcere di Castelcapuano, questo ipotetico personaggio avrebbe stretto amicizia con cinque napoletani, suoi compagni di cella, ai quali avrebbe spiegato come, in Spagna, era organizzata la malavita: nessuno, lì, agiva isolatamente, tutti i malfattori erano convogliati in associazioni che avevano il loro codice e i loro dirigenti. Gamur, insomma, secondo questa versione, infervorò fortemente i cinque napoletani sicché essi, una volta riacquistata la libertà, vollero mettere in pratica anche a Napoli le teorie spagnole, e fondarono la Bella Società Riformata, che tutti però finirono per chiamare «camorra», storpiatura dialettale del cognome Gamur.
Sfrondata dei suoi elementi pittoreschi, come quello relativo al casato del fondatore, questa versione presenta elementi attendibili dal momento che diversi criminologi, e primo fra tutti Giuseppe Alongi, hanno manifestato la convinzione che la camorra fosse sorta proprio nelle carceri. Ma anche l'altra tesi, quella riferita da Emanuele Mirabella, liberata dai suoi fronzoli, principalmente quelli relativi ai cavalieri e agli scudieri. offre elementi concreti: effettivamente una delle principali fonti di guadagno dei camorristi era costituita dal gioco d'azzardo, su cui essi percepivano una percentuale valutata, negli ultimi anni del secolo scorso, intorno al venti per cento; inoltre il riferimento al cavaliere siciliano costituisce una più che esplicita allusione alla mafia, organizzazione «sorella». Mettiamo ora il punto alle leggende ed esaminiamo, con rigore storico, i fatti.
Le origini spagnole della Camorra
Fin dal periodo aragonese, cioè fin dal Quattrocento, imperversavano a Napoli, e continueranno a imperversarvi fino a tutto il Settecento, certi strani individui chiamati compagnoni, i quali vivevano di ozio e di prevaricazioni. Spesso si mettevano al servizio di questo e di quel signorotto, proprio come i manzoniani bravi; non essendo mai stati legati in una setta, essi, però, possono al massimo essere considerati i precursori dei guappi, di cui più avanti ci occuperemo, non dei camorristi. A puro titolo informativo, riferiamo che i più noti compagnoni furono un tal Onofrio Cafiero, di cui scrisse ampiamente Innocenzo Fuidoro nei suoi Successi storici della sollevazione del 1647, e un certo Francesco Antonio Arpaia, che nel 1647 diventò perfino Eletto del Popolo, specie di consultore amministrativo.
Lo storiografo Bartolommeo Capasso, in un suo saggio sulla Famiglia di Masaniello, opinò che questi compagnoni, per il motivo che frequentavano una casa da gioco sita davanti al palazzo reale, detta «Camorra», prendessero, col tempo, il nome di camorristi; ma si tratta di una ipotesi che non è suffragata da nessun elemento attendibile. I bravi, del resto, esistevano dappertutto, nei secoli passati. Senza possibilità di errori e di equivoci, la camorra, possiamo affermare, discende da una società segreta spagnola, la «Confraternita della Guarduna» (della rapina), che fu fondata a Siviglia nel 1417, prim'ancora, cioè, che i soldati spagnoli di Ferdinando il Cattolico arrivassero a Napoli, e di cui ci è pervenuta un'ampissima documentazione, compreso lo statuto. In realtà la Napoli che conosciamo oggi andò formandosi, sia sotto l'aspetto urbanistico che sotto quello del costume, nel periodo della dominazione spagnola, che ebbe inizio ufficialmente nel 1504; l'indole e il comportamento odierno dei napoletani, anzi, si può dire che si plasmarono proprio nel Cinquecento per consolidarsi nel Seicento. Sembrerà strano a molti, ma i napoletani, nei secoli precedenti, erano gente rude, dai modi sbrigativi e dall'animo quanto mai leale e per nulla incline ai compromessi. Dagli spagnoli, come nota Giovanni Pontano nel suo dialogo Antonius, i napoletani contrassero l'abitudine al turpiloquio, alla bestemmia, alle pratiche superstiziose, alla paganizzazione del cattolicesimo, alla vendicatività, alla magniloquenza, al tradimento, alla spudoratezza. alla litigiosità, alla sporcizia e all'accattonaggio. Tutto quanto di brutto e di pittoresco permane ancora nel carattere dei napoletani, è originato, insomma, dalla lunga dimestichezza con gli spagnoli.
Secondo inoltre quanto annota il Bouchard nella sua opera Un parisien à Rome et à Naples en 1632, gli spagnoli, oltre a incrementare paurosamente il vizio dei gioco e ad aumentare gli inganni a esso connessi, avrebbero anche diffuso a Napoli l'omosessualità.
I dominatori spagnoli, fra l'altro, indicarono ai napoletani come fosse organizzata la «Confraternita della Guarduna», la società segreta che esisteva in Spagna fin dal 1417, e che era specializzata nell'organizzare delitti per conto terzi e nel percepire tangenti su ogni sorta di attività. Solo nel 1822, dopo quattro secoli di malefatte, Manuel De Cuendias, comandante degli Chasseurs des Montagnes, riuscì a sgominare la «Guarduna» e ad arrestare Francisco Cortina, suo ultimo capo. Ed è proprio a Manuel De Cuendias, il quale le utilizzò sotto forma di annotazioni al libro di V. Feréal Misteri dell'inquisizione ed altre società segrete di Spagna (edito in Italia da Pagnoni nel 1867, da Perino nel 1883 e da Bietti nel 1888), che dobbiamo la maggior parte delle notizie sulla terribile associazione.
L'organico della «Confraternita della Guarduna» era rappresentato dai guapos (bravi), uomini arditissimi che, in gergo, venivano chiamati anche punteadores (pugnalatori), dai floreadores (assaltatori), ex ergastolani fuggiti dai bagni penali di Siviglia, di Malaga e di Metilla, detti anche fratelli aspiranti, e dai fecelles (soffiatori) anziani nobili, dipendenti del Santo Uffizio che fornivano notizie relative ai colpi da compiersi. L'organizzazione si giovava anche di un gran numero di coberteras (copritrici) e di giovani dai dieci ai quindici anni detti chivatos (caprioli); dopo un anno di tirocinio, questi novizi potevano essere promossi postulantes, e dopo altri due anni, guapos. Infine si annoveravano le sirenas, ragazze bellissime e affascinanti che avevano il compito di attrarre nei tranelli le vittime prescelte. La Guarduna manteneva rapporti con guardie, scrivani, magistrati e vescovi inquisitori; per incarico di terzi, i suoi membri mettevano in pratica anche lo sfregio, che sapevano rendere incancellabile soffregando la ferita con sego sciolto in aceto. Il capo della Guarduna, detto hermano mayor (fratello maggiore), impartiva le sue disposizioni ai capatazes (capi di provincia) ed era di solito un uomo potentissimo e ben introdotto nel mondo della politica; risulta che nel 1534 un hermano mayor risiedeva a Toledo e che un altro hermano mayor, certo Rodrigo Calderón, riuscì a diventare addirittura, fra il 1618 e il 1621, segretario di Filippo III.
Lo statuto della Guarduna, firmato «El Camilludo» e «fatto a Toledo l'anno di grazia 1420 ed il terzo dopo l'istituzione della nostra onorevole confraternita», servì da modello, come vedremo, a tutti i vari frieni della camorra napoletana. Vale perciò la pena di riprodurlo integralmente :

1. Ogni galantuomo, fornito di buon occhio, di buone orecchie, buone gambe e punto lingua, può divenire membro della Guarduna. Potranno divenirlo pure le persone rispettabili di una certa età che desidereranno servire la confraternita, sia tenendola al giorno delle buone operazioni da farsi, sia dando i mezzi di eseguire le dette operazioni.
2. La confraternita riceverà eziandio sotto la sua protezione ogni matrona che avrà s offerto per la giustizia, e che vorrà incaricarsi della conservazione e della vendita dei diversi oggetti che la divina provvidenza si degnerà mandare alla confraternita, nonché le donne giovani che saranno presentate da qualche fratello. Queste ultime a condizione di favorire con tutta la loro anima e con tutto il loro corpo gli interessi della confraternita
3. I membri della confraternita saranno divisi in chivatos, postulantes, guapos e fecelles. Le matrone saranno chiamate coberteras e le giovani sirenas. Queste ultime debbono essere giovani, svelte, fedeli e attraenti.
4. I chivatos, fintantoché non avranno imparato a lavorare, non potranno intraprendere nulla da sé soli, e non si serviranno del pugnale che in propria difesa. Saranno nutriti, alloggiati e mantenuti a spese della confraternita. Ciascuno di essi riceverà a questo uopo, dai capi, centotrentasei maravedrs al giorno. Nei casi di qualche distinto servigio, reso da un chivato, questi passerà subito all'onorevole categoria di postulante.
5. I postulantes vivranno dei loro artigli; questi fratelli saranno esclusivamente incaricati delle eclissi (furti) operate a mano lesta per conto e per favore dell'ordine. Per ciascuna eclisse il fratello operante riceverà il terzo lordo, dal quale trarrà qualche cosa pe: le anime del purgatorio. Degli altri due terzi, uno sarà versato alla cassa per le spese di giustizia (per pagare le guardie, i cancellieri e anche i giudici che proteggeranno i fratelli; e per far dire delle messe per i nostri fratelli trapassati; l'altro per essere messo a disposizione del gran maestro dell'ordine obbligato a vivere alla corte per vegliare al benesseri e alla prosperità di tutti.
6. I guapos avranno per essi gli oscuramenti (accoltellamenti), i sotterramenti (assassini), i viaggi (rapine), i bagni o i battesimi (annegamenti). Di queste due ultime operazioni potranno incaricare un fratello postulante, sotto la loro responsabilità. I guapo, avranno il terzo lordo di tutte le operazioni; soltanto daranno il trenta per cento del loro provento per l'alimentazione e il mantenimento dei chivatos, e quello che vorranno per le anime del purgatorio; il rimanente del prodotto delle loro operazioni sarà distribuito come nell'articolo 5.
7. Le coberteras riceveranno il dieci per cento su tutte le operazioni che realizzeranno. e le sirenas sei maravedú per ciascuna peseta versata nella cassa della confraternita da. guapos. Tutti i regali che riceveranno dai nobili signori, dai monaci e da altri membri de' clero apparterranno loro in proprio.
8. Il caparanza o il capoprovincia sarà nominato fra i guapos che avranno almeno sei anni di servizio e che saranno benemeriti della confraternita.
9. Tutti i fratelli debbono piuttosto morire martiri (torturati) che confessori (delatori), sotto pena di essere degradati, esclusi dalla confraternita, ed al bisogno perseguital da essa.

L'unica notevole differenza esistente fra la setta spagnola e quella napoletana consiste nel fatto che la camorra non contemplava, tra i suoi. fini, il furto e la rapina. I camorristi, semmai, imponevano tangenti ai ladri, ma in quanto membri dell'organizzazione disdegnavano le ruberie. Anzi, fino al 1830, i ladri non erano proprio ammessi nella Bella Società Riformata, mentre un preciso articolo del frieno stabiliva che il capintesta sarebbe decaduto dalla carica nel caso che fosse stato arrestato per furto. A partire dal 1830, poi, anche i ladri furono accolti nella camorra, ma potevano esercitare quella loro attività a titolo personale, equiparata dunque a un mestiere, e non per conto terzi o in quanto affiliati alla setta. Non per nulla la «società» si fregiava, in un'altra delle sue denominazioni, dell'attributo di «onorata».
L'aristocrazia della plebe Le maggiori difficoltà a cui si va incontro, tentando di ricostruire le vicende della setta napoletana nel Cinque, nel Sei e nel Settecento, derivano dal fatto che essa, come già abbiamo detto, non si chiamò mai ufficialmente «camorra»: tale denominazione non venne usata né dai legislatori che la combattevano né dagli affiliati che la componevano; semmai essa venne attribuita alla setta dal popolino, nel suo parlar corrente, e soltanto nell'Ottocento i confratelli, con una buona dose di disinvoltura, finirono, ma sempre in linea ufficiosa, per accettarla; e inoltre dobbiamo aspettare il 1871 e consultare i provvedimenti di pubblica sicurezza presi il 6 luglio di quell'anno, per vedere citati i camorristi a chiare lettere. In sostanza la denominazione «camorra» veniva respinta dai legislatori allo scopo di non ammettere l'esistenza di una vera e propria associazione criminosa, e veniva rifiutata dagli affiliati allo scopo di dare ad intendere che essi fossero dei moralizzatori. Preoccupazione principale dei camorristi, del resto, è stata sempre quella di farsi passare, agli occhi dei napoletani, per membri di una sorta di aristocrazia della plebe, per volontari tutori dell'ordine e per spontanei distributori di giustizia, pronti a intervenire quando l'ordine e la giustizia dello Stato si mostrassero carenti. (Paradossalmente, c'è da aggiungere, soltanto in epoca recentissima il nostro codice penale ha accolto la parola «camorra». Ciò è accaduto quando, il 13 settembre 1982, con la legge 646, individuando e precisando i reati relativi alla «associazione di tipo mafioso», e stato specificato che le pene previste «si applicano anche alla camorra o ad altre associazioni comunque localmente denominate»).
A Napoli, la parola «camorra» la troviamo per la prima volta enunciata in una novella del Pentamerone, specie di Mille e una notte partenopea, dovuto alla penna e alla fantasia di Gian Battista Basile, un poeta vissuto a cavaliere del Cinque e del Seicento. «Le facettero vedere camorra de telette de Spagna», scrisse il Basile in uno di quei suoi racconti, ma il termine era riferito a un particolare tipo di abbigliamento in voga, appunto in Spagna. Secondo la maggior parte degli studiosi, tuttavia, la parola «camorra», intesa nel suo senso definitivo, deriva dall'identico vocabolo spagnolo che significa contestazione, diverbio, rissa e che, assorbito poi dalla lingua araba nella variante kumar, indicò un tipo di gioco ai dadi proibito dal Corano; in questa nuova accezione la parola ritornò in Spagna e servì anche qui a designare un gioco ai dadi suscettibile, appunto, per la sua complessità, di contestazioni. Fu con tale significato che la parola arrivò anche a Napoli durante il periodo della dominazione spagnola. In un'ordinanza emessa a Napoli nel 1735, «de aleatoribus», relativa ai giochi d'azzardo, troviamo per la seconda volta la parola «camorra: elencando le bische tollerate, infatti, l'ordinanza menzionava «la camorra innanzi paiano», vale a dire una bisca che apriva i suoi battenti di fronte alla reggia. Per risalire all'origine della setta, però, è necessario innanzi tutto prescindere dalla sua più recente denominazione e quindi cercare, nel buio dei secoli passati, le tracce di quelli che erano i suoi fini e le sue attività più comuni: l'imposizione di tangenti, l'uso del duello rusticano, la ramificazione nelle carceri con l'estorsione ai nuovi venuti di una tassa detta olio della Madonna e la pratica dello sfregio nei confronti dei delatori.
Subito dopo la rivoluzione di Masaniello, nel 1647, la setta, si denominava «Società dei Mastri Ferrari» e traeva i suoi illeciti proventi soprattutto dalla controgabella: i camorristi, in sostanza, imponevano. agli importatori e agli esportatori, in cambio di una sorta di protezionismo criminoso, di assoggettarsi a una ulteriore tassa. Nel 1651, poi venne costituita la «Compagnia della Morte», una banda di avventurieri che, col pretesto di voler scacciare gli spagnoli da Napoli, si abbandonava ad estorsioni; a questa compagnia, secondo qualche romanzatore di vicende storiche, avrebbero appartenuto molti illustri pittori capeggiati addirittura da Salvator Rosa, ma di tali leggende hanno fatto piazza pulita gli studiosi più attenti. Successivamente la setta assunse la denominazione di «Società degli Impaciati» e fu combattuta aspramente da Giovanni De Burgo, proreggente della Vicaria, il quale mandò molti dei suoi affilliati al supplizio. Secondo studi condotti da Michelangelo Schipa su un manoscritto di P.M. Doria conservato alla Nazionale di Napoli, la setta nel periodo vicereale fu detta «Compagnia degli Smanicatori, e si radunava intorno a una scuola di scherma. Allo scopo di sottrarsi alle leggi laiche i camorristi non esitarono nemmeno a unirsi in comunità religiose, sia pure prendendo i soli ordini minori. I cosiddetti «abati di mezza sottana», i quali sotto approssimative vesti talari nascondevano spade e pugnali, divennero famosissimi a Napoli verso la metà del xvli secolo: essi imponevano «paci con violenza» e «matrimoni a forza».
Nel 1665 il viceré Pasquale d'Aragona proibì agli ecclesiastici l'uso delle mezze sottane, e diede ordine agli sbirri di denudare pubblicamente coloro che avessero continuato a indossarle. Dall'esame delle «prammatiche», specie di ordinanze vicereali, emanate contro i malfattori e tendenti, perlomeno, ad arginare la criminalità, è possibile scoprire altre tracce dell'esistenza della setta nel periodo della dominazione spagnola. I camorristi, va premesso, fin da quando si riunirono in consorterie, ebbero sempre l'ambizione e la pretesa di scimmiottare i nobili. In un'epoca in cui gli aristocratici traevano spunto dalle controversie le più futili per battersi a duello, in pubblico, davanti a folle emozionate e plaudenti, era logico che anche i camorristi per mostrare la loro bravura si dedicassero a simili attività. Anziché la spada, però, scelsero il coltello. che era loro più congeniale; le tenzoni ebbero denominazione di zumpate, quando si svolgevano solo fra due persone, e di dichiaramenti, quando comportavano la partecipazione di più individui. Da un'ordinanza emessa nel 1540 dal viceré don Pedro di Toledo si rileva che «i duellanti si sfidavano o da se stessi o a mezzo di nunzi, e il più delle volte per lo stesso giorno o pel dì seguente, e quasi sempre senza armi difensive, e ciò che è più duro, senza vesti, e guisa di belve, affine di cadere ai primi colpi». Altre ordinanze contro zumpate e dichiaramenti portano la data del 1558. Da un'ordinanza del 1662, emanata dal viceré conte di Penaranda, che comminava addirittura la pena di morte ai trasgressori, risulta che i combattimenti al coltello avvenivano in luoghi solitari, quali S. Aniello e Capo Napoli, fuori Porta Medina, i Ventaglieri, il Pertuso. Queste zone rimarranno sacre alle zumpate e ai dichiaramenti anche nell'Ottocento. La presenza nelle carceri di gruppi di prevaricatori è documentata da un'ordinanza emessa il 27 settembre 1537 dal viceré cardinale di Granvelle. In essa si diceva: «a nostra conoscenza è pervenuto che dentro le carceri della gran corte della Vicaria si fanno molte estorsioni dai carcerati creandosi l'un l'altro priori in dette carceri, facendosi pagar l'olio per le lampade, e facendosi dare altri illeciti pagamenti, facendo così da padroni in dette carceri».
In termini ancora più drammatici era dipinta la situazione in una relazione compilata, nel 1674, dai padri gesuiti: «nelle prigioni i furti erano tali, che appena entrato uno nelle carceri, si erano venduti già li vestiti, e quel che è peggio si trovava spogliato senza accorgersene, e se ben si accorgeva, non poteva parlare per timore della vita, poiché con più facilità si facevano omicidi, avvelenazioni, ecc., dentro le carceri che fuori. E grandi erano li maltrattamenti, che si facevano a quelli che venivano carcerati, e per occasione di torgli qualche denaro, sotto coloro che ognuno quale entra di nuovo carcerato, li facevano pagare la lampada, e sotto altro titolo, che si tace per modestia». Nei confronti dei delatori, poi, i camorristi ricorrevano a una punizione che diventerà tipica: lo sfregio. Recare sul volto una cicatrice, rappresentava un eterno castigo per se stessi e un monito per gli altri. Pure lo sfregio, naturalmente, era di origine spagnola: risulta, oltre che dalle notizie relative alla confraternita della Guarduna, anche dalla novella Rinconete y Cortadillo che Miguel Cervantes imbastì sulle vicende di un'altra tenebrosa setta operante a Siviglia fra il 1588 e il 1603. Per arginare il dilagare di questa barbara usanza, dunque, a Napoli, esattamente il 30 settembre 1729, venne diramata un'ordinanza così concepita:
«Resta prescritta la pena di morte naturale e tanto contra il mandante che contra il mandatario di delitto di taglio e di qualunque sfregio al viso, sempre che sia commesso pensatamente, che per giustizia, consideral o il caso, le persone e le circostanze, possa riputarsi atrocissimo, priviegiando le pruove di questo delitto della stessa maniera che sono nel prodit o rio o nell'assassinio, e volendo espressamente, che gl'inquisiti ditali misfatti né visitati né aggraziati né transatti. Vogliamo ed ordiniamo che nel caso che i giudici saranno in voto di morte contro i rei di questo misfatto, debbano sospendere l'esecuzione e farne relazione a noi e ai R. Coll. Cons. ove con la matura riflessione di tutto possa prendersi la rigorosa risoluzione di giustizia corrispondente al reato».
Evidentemente, però, la pena di morte non riuscì affatto a far desistere i camorristi dal praticare lo sfregio; questa selvaggia abitudine, infatti, rimase saldamente in vigore fino a diventare, nell'Ottocento, quasi un dono che i camorristi facevano alle loro donne le quali, peraltro, lo accettavano con orgoglio.
Nel Settecento, oltre che dai vari bandi, l'esistenza della setta è documentata in un opuscolo, conservato alla Nazionale di Napoli e intitolato : "Barlume di fatto e ragione a pro di tre poveri soldati alemanni del reggimento Odiveier, come sicari e proditori, ecc., da porsi a' piedi di S.k l'Eminentissimo Althann". Tale opuscolo reca la data del 1726. Solo ai primi dell'Ottocento, tuttavia, la camorra napoletana riorganizzandosi nella Bella Società Riformata, si darà quei rituali che la resero tristemente celebre e che, del resto, rispecchiavano usanze tipiche di quell'epoca. Va a questo punto sottolineato che è proprio ai primi dell'Ottocento che incominciarono a dilagare, in Europa e in particolare in Italia, gli studi sulla criminalità, fino ad allora del tutto trascurati. Nel 1825 venne compilata, a Parigi, la prima statistica sulla malvivenza; in Italia furono esaminati il banditismo sardo, la delinquenza romagnola (che spessi presentava connessioni con la politica e che risultava controllata dalle setta degli «zelanti»), il brigantaggio calabrese, infine l'atteggiamento particolare, e apertamente fuorilegge di taluni strati di siciliani. Di mafia si parlava ancora vagamente, ma non era possibile non accorgere che, seppure per germinazione spontanea e a seguito del lento degrada delle istituzioni, si erano formati, nelle campagne di Girgenti e di Calta nissetta, dei corpi di armati (soprastanti, campieri e gabellotti) i qual per conto dei baroni rimasti a Palermo, sorvegliavano i contadini i!, realtà taglieggiandoli crudelmente. Fu da quel primo nucleo di soprafattori (non dai mitici Beati Paoli) che più tardi si sviluppò, coi suoi mille tentacoli, quella mafia che rimarrà, e a lungo, un fenomeno limitata alle campagne.
A differenza della camorra, fenomeno tipicamente urbano, accentrato anzi, in quella Napoli che allora era il più vasto e più ricco fra i vari centri della Penisola.

Inizio 800 : inquadramento storico
La Bella Società Riformata si costituì ufficialmente, su questa data tutti gli storici sono pressoché d'accordo, nel 1820. Vuole la tradizione che, nel dicembre di quell'anno, mentre dalla Spagna fuggivano i membri della Guarduna contro la quale stava operando Manuel De Quendias, gli esponenti della camorra dei dodici quartieri di Napoli si riunissero a convegno nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e, nel corso di una solenne cerimonia, dessero un nuovo statuto e una moderna articolazione alla loro setta. Il principio che il capintesta dovesse essere nativo del quartiere di Porta Capuana, fu mantenuto fermo; anche da ciò si desume che la camorra volesse scimmiottare le usanze dei nobili: per secoli infatti gli Eletti del Popolo (carica soppressa nell'aprile del 1800) avevano riservato la dignità presidenziale a quello di loro che rappresentasse il cosiddetto Sedil Capuano. L'idea stessa, peraltro, di dar vita alla Bella Società Riformata (qui la parola «riformata» sta per «confederata») era mutuata dalle usanze degli aristocratici. Tutta la storia europea, fra il 1820 e il 1848, è un succedersi di lotte contro l'assolutismo intraprese da elementi dell'aristocrazia e della borghesia riuniti appunto in sette, e in altri tipi di organizzazioni segrete. Fin dalla metà del Settecento era stata importata in Italia, dall'Inghilterra e dalla Francia, la Massoneria, una società segreta che aveva generiche finalità filantropiche; già condannata nel 1736 dal papa Clemente e nel 1751 dal papa Benedetto xiv, essa a Napoli era stata messa fuori legge e perseguitata da Carlo di Borbone e da Ferdinando IV.
Alla Massoneria si aggiunsero, a poco a poco, in Italia, ai primi dell'Ottocento, società segrete aventi obiettivi politici: sorsero la setta dei Federati in Piemonte, quella dei Cavalieri Guelfi nelle Romagne, quella dei Vendicatori dell'Onore Tradito nel Molise; nonché, a Napoli, quella dei Seguaci del Secolo, la Jacopo Ortis e la Carboneria che, come risulta da doc umenti relativi a un certo Urbano Brando, conservati nell'Archivio di Stato di Napoli, era presente nel Sud fin dal 1807, cioè prim'ancora dell'avvento di Gioacchino Murat. L'organizzazione della Carboneria era ricca di cerimoniali tenebrosi e 'IÍ di riti allucinanti. Le sue sezioni si dividevano in Alta Vendita, Vendita Madre é Vendite; le sue adunanze venivano chiamate Baracche; i soci, detti Buoni Cugini, si distinguevano in apprendisti e in maestri.
La gerarchia era costituita fra l'altro dal Gran Maestro, dal Segretario, dall'Oratore, dall'Archivista e dal Copritore. Un Maestro Esperto, infine, aveva il compito di mettere a dura prova, con interrogatori e con piccole torture, la forza d'animo di coloro che facevano domanda d'iscrizione. I neofiti prestavano giuramento a occhi bendati, con una mano sopra un pugnale e con l'altra sopra un crocifisso; i soci si riconoscevano fra loro tramite segni speciali, toccamenti vari e tramite una parola d'ordine che cambiava ogni sei mesi; pene gravissime, compresa quella capitale, erano previste per gli spergiuri e per i traditori.
Sembra quasi impossibile che l'unità d'Italia e in particolare l'affrancamento di Napoli e del Sud dall'assolutismo borbonico abbiano preso l'avvio dai rituali di questi uomini romantici, inflessibili e, per molti versi, patetici. Durante il periodo napoleonico, i carbonari napoletani furono contrari a Gioacchino Murat e favorirono il ritorno di Ferdinando IV, ma solo per il fatto che questi aveva concesso in Sicilia, nel 1812, la costituzione. Sviluppatasi enormemente dopo il congresso di Vienna, la Carboneria ben presto si estese in tutta la penisola. Secondo lo storiografo Pietro Colletta, essa, nel solo Regno delle Due Sicilie, disponeva nel 1819 di 600.000 affiliati.
I vari governi degli staterelli che componevano la Penisola, accortisi del grave pericolo, cercarono di correre ai ripari opponendo alla Carboneria altre associazioni, segrete solo di nome. quali i Concistoriali nel ducato di Modena, i Sanfedisti nello Stato pontificio e soprattutto, la setta dei Calderari a Napoli che era presieduta addirittura dal capo della polizia Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa. Anche queste altre sette, per far presa sugli sprovveduti, rispettavano rituali tenebrosi.
La prima rivoluzione carbonara d'Europa fu quella scoppiata in Spagna il primo gennaio 1820, ad opera di militari, ma la più importante fu, come è noto, quella esplosa a Napoli nel luglio del 1820 su iniziativa dei tenenti Micheli Morelli e Giuseppe Salvati, di stanza a Nola, e alla quale aderì il generale Guglielmo Pepe. Sotto la spinta dei carbonari, re Ferdinando fu costretto a concedere la costituzione e le elezioni si svolsero, a Napoli, il 3 settembre. Il parlamento napoletano venne convocato, in seduta inaugurale, il primo ottobre nella chiesa dello Spirito Santo. Purtroppo gli effetti della rivoluzione dei carbonari erano destinati a dissolversi sotto l'urto delle truppe austriache, venute a restaurare, nel marzo del 1821, l'assolutismo borbonico. Intanto però, era successo un curioso fatto di costume: le associazioni segrete, le sette politico-religiose, con i loro rituali mistici e suggestivi, con i loro statuti ingarbugliati e farraginosi, erano venute in gran moda. Anche i camorristi napoletani, per loro natura inclini, come abbiamo visto, a imitare nel male quelle che erano nel bene le iniziative dei nobili, vollero darsi l'apparato esoterico di una setta risorgimentale; alla Massoneria genericamente filantropica, alla Carboneria sicuramente patriottica, ai Calderari borbonici, si oppose dunque la Bella Società Riformata, totalmente apolitica, tanto è vero che il suo inno ufficiale diceva:

Nui non simmo cravunare
Nui nun simmo realiste
Nui facimmo 'e cammurriste
iammo 'nculo a chillo e a chiste

Al pari della Carboneria, la Bella Società Riformata si suddivise in Società Maggiore e in Società Minore e, come la Carboneria aveva avuto il suo momento di splendore nella riunione nella chiesa dello Spirito Santo, così essa volle tenere la sua prima assemblea nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. La differenza non trascurabile consisteva nel fatto che la chiesa ove si erano dato convegno i deputati sorgeva in un quartiere abitato da aristocratici, mentre la chiesa di Santa Caterina a Formiello si trovava a Porta Capuana, nelle immediate vicinanze di quella via dell'Imbrecciata, oggi via Martiri d'Otranto, che pullulava di centinaia di case di tolleranza e in cui l'ordine pubblico, da ben tre secoli, era tacitamente demandato, come vedremo, ai camorristi.
I primi rituali di iniziazione alla Bella Società Riformata, destinati a rimanere in vigore fino a dopo l'unificazione d'Italia, erano una sorta di parodia grottesca di quelli della Carboneria. La cerimonia di ammissione alla Società Minore, riservata ai giovanissimi, era già di per se stessa estremamente sanguinaria e dava luogo, talvolta, a conseguenze terribili. I camorristi, ciascuno armato di un pugnale, facevano cerchio, insieme all'aspirante completamente disarmato, intorno a una moneta di cinque grani, posta a terra.
A un segnale, tutti i camorristi si abbassavano per infilare la punta dei loro pugnali nella moneta; contemporaneamente al cadere dei pugnali, il candidato doveva stendere la mano per rilevare, con mossa rapida, la moneta. spesso il neofita usciva da questa cerimonia con la mano ferita orribilmente, ma aveva intanto conquistato il titolo di giovanotto onorato. Secondo lo scrittore Carlo Tito Dalbono, la polizia quando arrestava un ma lvivente ne osservava subito la mano destra per stabilire, dalla eventuale presenza di cicatrici, se doveva schedarlo o meno fra i camorristi.
Una volta diventato giovanotto onorato e promosso poi, dopo bravate varie, picciotto e picciotto di sgarro, il neofita poteva aspirare ad entrare nella Società Maggiore, cioè a conquistare il rango vero e proprio di camorrista, con tutti i vantaggi economici di spartizioni delle tangenti che esso comportava. Doveva però partecipare a un rito degno veramente di figurare in un film del terrore. Gli adepti, al lume solo di una fioca candela, sedevano intorno a una tavola sulla quale erano stati posti un pugnale, una pistola carica e un bicchiere di vino avvelenato; a un ordine del capintrito veniva introdotto il candidato al quale, subito, un barbiere apriva, col pugnale, una vena.
Intinta una mano nel proprio sangue, il candidato la stendeva verso i camorristi e giurava solennemente di obbedire agli ordini del capo e dì non svelare a nessuno i segreti della setta. Quindi con una mano si puntava la pistola alla tempia destra, e con l'altra mano accostava il bicchiere alle labbra, in maniera da confermare simbolicamente di essere pronto a suicidarsi qualora qualcuno dei presenti glielo avesse ordinato. A questo punto il capintrito, con finta e teatrale energia, disarmava il candidato, scaricando in aria la pistola e gettando a terra il bicchiere; poi lo faceva inginocchiare, gli appoggiava una mano sulla testa, gli donava il pugnale e, rivolto agli astanti, diceva con enfasi: «Riconoscete l'uomo». Subito, tutti i camorristi abbracciavano il neofita e lo proclamavano loro compagno. L'analogia di questo rito di iniziazione con quello della Carboneria, in cui il Maestro Esperto aveva il compito di mettere a prova la forza d'animo del candidato, è quanto mai evidente. Comunque questi riti saranno aboliti dalla camorra nel giro di una ventina d'anni per essere sostituiti, come vedremo, con altri non meno istrionici. Chi fu l'uomo che, nel dicembre del 1820, ebbe l'idea di dare un volto più moderno ai gruppi camorristici e di convogliarli nella Bella Societa Riformata? La tradizione popolare, legata alla cosiddetta «dote del capintesta », fa il nome di Pasquale Capuozzo, un ferracavalli di Porta Capuana che, secondo lo storiografo Nicola Nisco, si era reso celebre per aver ucciso in una zumpata un certo Nicola Castaldi. Sposato con una gelosissima mammana, una donna cioè che esercitava il mestiere di levatrice empirica, Pasquale Capuozzo fu autore del primo statuto della setta, il cui capoverso iniziale dice: «La Bella Società Riformata ha per fattore Dio, per consigliere San Giuseppe, per protettrice Mamma Santa Immacolata».
Eletto per tre volte consecutive alla carica di capintesta, Pasquale Capuozzo morì in circostanze tragiche nel 1824. Sua moglie, chiamata un giorno a prestare la sua opera in una famiglia della borghesia, la cui figlia sedicenne aveva avuto un illecito rapporto con uno sconosciuto, notò o credette di notare una straordinaria somiglianza fra il neonato e Pasquale Capuozzo. Convinta di essere stata tradita, la donna, nottetempo, uccise il marito. Il tribunale della Gran Mamma, riunitosi in seduta plenaria, si dichiarò non competente a intervenire nella vicenda in quanto il delitto traeva origini da motivi estranei alla carica ricoperta da Pasquale Capuozzo.
Si ignora chi fosse succeduto a Pasquale Capuozzo nell'alta carica. Ma del resto i primi capintesta della camorra sono rimasti quasi tutti sconosciuti e ciò per la ragione semplicissima che i loro nomi, nei primi decenni dell'Ottocento, costituivano un mistero per gli stessi adepti. esclusi i dodici capintriti rionali. Nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria è conservato un opuscoletto anonimo e senza indica zione di data, intitolato Natura e origine della misteriosa setta della camorra, stampato nella tipografia di Filippo Serafini, in cui è riportato uno dei primi codici del criminoso sodalizio. L'articolo sedici di questo codice avverte testualmente: «Chiunque cerca con leciti e illeciti mezzi di conoscere di persona il Gran Capo di Società, è reo di morte; in caso eccezionale che sia in pericolo la sicurezza dell'associazione per simile imprudenza, chiunque può ucciderlo, sempre però alla presenza di due compagni».
Per onorare la memoria di Pasquale Capuozzo, l'uomo che aveva riorganizzato la setta, i camorristi decisero di offrire un corredo da sposa e una dote in danaro a dodici ragazze del popolo, sorteggiate fra le più povere dei dodici quartieri in cui era amministrativamente divisa la città.
La cosiddetta «dote del capintesta» diventò poi una vera e propria usanza popolare; essa veniva assegnata, fino ai primi del Novecento, nel giorno dell'8 dicembre, ricorrenza dell'Immacolata.
La città
Le strade di Napoli, non solo quelle dei quartieri popolari ma anche quelle del centro, presentavano, nei primi decenni dell'Ottocento, uno spettacolo di disordine, di miseria, di baldoria e di sporcizia che solo in linea eufemistica può essere definito pittoresco; del resto esso affascinò e insieme inorridì i viaggiatori stranieri autori di descrizioni e di memorie rimaste celebri. Pullulavano, quelle strade, di lazzari distesi al sole che, per puro passatempo, si spidocchiavano a vicenda, di venditori ambulanti che offrivano con grida scomposte ogni sorta di merce, di scugnizzi specializzati nei furti di fazzoletti, nonché di cambiavalute, di cantastorie, di burattinai, di cavamole, di esperti in tatuaggi, di barbieri e di ogni altra tipologia di umanità sudicia e vociante.
Ma, soprattutto, le strade di Napoli erano disseminate di biscazzieri che invitavano i passanti a partecipare a ogni sorta di gioco d'azzardo. I provinciali che ogni giorno confluivano nella capitale delle Due Sicilie per il disbrigo di pratiche burocratiche, i turisti stranieri in cerca di emozioni e gli studenti calabresi costituivano il grosso delle vittime; vittime, bisogna aggiungere, quasi sempre consapevoli della truffa eppure affascinate dal meccanismo del gioco. Era proprio su queste bische all'aperto che i camorristi, fedeli a secolari tradizioni, esercitavano il loro più redditizio controllo; essi pretendevano infatti il barattolo, vale a dire una percentuale pari al venti per cento degli introiti. Da parte loro i biscazzieri trovavano perfettamente naturale versare quelle tangenti; con solennità, anzi, sottostavano a un vero e proprio cerimoniale. Il camorrista, a un determinato orario, compiva il suo giro di perlustrazione, riscuoteva quello che secondo lui gli era dovuto, e se scorgeva un nuovo tenitore di banco gli si avvicinava e, pubblicamente, con la stessa naturalezza di un funzionario delle tasse, gli chiedeva: «Scusate, chi tiene mano per la camorra?»; e se il biscazziere confessava di non essere ancora taglieggiato, subito lui, il camorrista, avvertiva: «Allora sappiate che da questo momento tengo in mano io la camorra su voi. Io sono il superiore tal dei tali», e declinava il proprio nome, preceduto sempre dall'attributo di superiore che era appunto quello che i membri della setta pretendevano dai non affiliati.
Il biscazziere, però, poteva anche rispondere, alla domanda iniziale, che già versava il barattolo a un altro superiore. In questo caso l 'atteggiamento del camorrista poteva essere di due tipi diversi. Se conosceva il superiore citato, si cavava il cappello in segno di rispetto e dicendo: «Siete in buone mani», passava oltre; se invece non lo conosceva, si riteneva autorizzato a pensare che il biscazziere avesse voluto ingannarlo, nel senso che non versava la percentuale a nessuno o, peggio ancora, che essa venisse percepita da persona non iscritta alla setta. Subito, perciò, diceva: «In nome della Bella Società Riformata impedisco la tangente perché non ho l'onore di conoscere questo superiore», e intascava lui i soldi. Poteva però anche accadere che si facesse avanti quella persona che illecitamente, senza cioè l'autorizzazione della Bella Società Riformata, riscuoteva la tangente; a questo punto tutto veniva risolto, lì per lì, con una zumpata, e se il camorrista autorizzato soccombeva, l'altro. automaticamente, acquisiva il diritto ad essere riconosciuto membro della Bella Società Riformata. Ma quella del controllo delle bische era soltanto una delle mille e mille attività della setta. Essa, ormai, aveva esteso i suoi tentacoli su ogni forma di commercio percependo tangenti che, a differenza di quelle intascate sul gioco, avevano la denominazione di sbruffo.
Tutto, naturalmente, si svolgeva alla luce del sole. Al porto, per esempio, il turista che affidava le sue valigie a un facchino, poteva nota re che questi, una volta ricevuta la ricompensa, andava a versarne una parte nelle mani di uno sconosciuto. «Quello è il camorrista, gli ho dato lo sbruffo», rispondeva con tranquillità il facchino se il turista chiedeva quale tipo di operazione fosse avvenuta.
A simili sconci, il turista assisteva anche quando noleggiava una carrozzella, quando si recava a fare acquisti e quando sceglieva un albergo. Membri della Bella Società Riformata percepivano lo sbruffo al mercato; una prima volta dai grossisti, una seconda volta dai dettaglianti. una terza volta sul trasporto, una quarta volta sul carico, una quinta volta sullo scarico. Venditori ambulanti, indovini e negromanti, impresari di pompe funebri, proprietari di ristoranti, capitani delle navi ancorate nel porto non si sottraevano a questo stillicidio. Sempre, in cambio. i camorristi offrivano una protezione dai ladri e dai truffatori che gli stessi taglieggiati riconoscevano efficientissima, e della quale mai avevano a lagnarsi. Particolarmente redditizie erano la camorra esercitata sugli importatori e qualla praticata sulle case di tolleranza.
Si riteneva la camorra il minore dei mali possibili, e addirittura si dolevano se le forze dell'ordine compivano qualche azione dimostrativa contro di essa; del resto gli affiliati, come già si è detto, riuscivano ad aiutare i cittadini in molte incombenze nelle quali sia la magistratura che la polizia erano costrette ad ammettere la propria impotenza. In tutte le sue manifestazioni, la camorra è stata sempre originata dal malgoverno.
Da parte loro i governi borbonici si mostravano quanto mai propensi a chiudere non uno, ma tutti e due gli occhi sulla Bella Società Riformata. Salito al trono nel 1825 Francesco I, il Regno delle Due Sicilie era ul teriormente precipitato nella corruzione; occupato a difendersi dalle set te politiche di ispirazione liberale le quali aumentavano di giorno in giorno (erano sorti i Filadelfi, gli Edennisti, la Tomba Centrale, i Pellegrini Bianchi, la Riforma Francese, gli Eremiti Fedeli) il sovrano non aveva proprio tempo da dedicare alla camorra; si può dire anzi che, rispetto almeno a quelle associazioni che volevano imporgli la costituzione, la guardasse con benevolenza e con simpatia. I plebei napoletani,. non si dimentichi, avevano sempre mostrato la loro fèdeltà alla dinastia borbonica, e anzi i lazzari, fallita la rivoluzione del 1799, avevano infierito crudelmente contro gli sconfitti sostenitori della Repubblica Partenopea; in questa loro azione i lazzari, secondo lo storiografo francese Jean Carrère, erano stati guidati proprio dai camorristi.
Proprio a partire dal 1825, in coincidenza cioè con l'ascesa al trono di Francesco i, la polizia prese spesso ad agire in perfetta concomitanza con la Bella Società Riformata, tanto che si arrivò ad insinuare che quest'ultima fosse comandata da una principe borbonico.
Lo svizzero Mark Monnier, che nel 1863 dedicò un libro al fenomeno della camorra, riferì di aver visto alcuni documenti, quasi certamente autentici, dai quali risultava chiara la connivenza fra Pubblica Sicurezza e Bella Società Riformata: ogni nuovo affiliato, all'indomani stesso della sua ammissione alla setta, si recava ad offrire dieci piastre al commissario di Pubblica Sicurezza del proprio quartiere e s'impegnava di corrispondergli il trenta per cento dei suoi futuri guadagni; a sua volta il prefetto di polizia (il questore del tempo) riceveva in udienza particolare il neofita e gli versava cento ducati prelevati dai fondi segreti. Sempre secondo quei documenti, il prefetto di polizia partecipava alle assemblee della Bella Società Riformata e nominava i vari capintriti. Questa connivenza fra polizia e camorra può apparire assurda solo a chi ignori quali fossero le condizioni delle Due Sicilie durante il quinquennio in cui regnò Francesco I.
Il sovrano, il quale proteggeva apertamente i ladri e i malviventi, aveva consentito che il palazzo reale venisse trasformato in una vera e propria agenzia di collocamento.
Il valletto del re, Michelangelo Viglia, e la cameriera della regina, Caterina De Simone, entrambi legati alla camorra, vendevano promozioni e favori a uno stuolo di postulanti che era sempre in aumento. I due servi avevano stabilito delle vere e proprie tariffe: quattrocento ducati per l'assegnazione di un vescovado, una somma pari a diciotto mensilità per un incarico nella pubblica amministrazione, percentuali computate sulla base dei probabili futuri introiti per un posto di esattore delle tasse, e duecentocinquanta ducati per un'esenzione dal servizio militare.
L'ipotesi che il Viglia e la De Simone dividessero col sovrano quegli illeciti introiti non è stata mai scartata. Rarissime, dunque, erano al tempo di Francesco I le azioni della polizia contro la Bella Società Riformata.
Lo storiografo Nicola Nisco riferisce che, in quel periodo, la polizia, intervenuta una volta in un postribolo per sedare una disputa sorta fra camorristi i quali si contendevano il diritto di precedenza per appartarsi con una prostituta, dovette precipitosamente fare marcia indietro: la donna al centro di quella rivalità era nientemeno la duchessa di San Marco la quale, soltanto per appagare un suo schiribizzo, aveva deciso di vivere, per una giornata, la vita della meretrice. Allo stesso Nicola Nisco, che fu peraltro uno degli artefici del nostro Risorgimento, si debbono ulteriori curiose notizie sui camorristi dell'epoca di Francesco I. Gli affiliati alla Bella Società Riformata, apprendiamo dallo storiografo, avevano contratto l'abitudine di prodursi, sul braccio destro, una ferita sulla quale sovrapponevano, credendo di diventare così invulnerabili, un'ostia consacrata. «Negli atti di polizia del 1827», testimonia dunque Nisco, «ho trovato il rapporto del commissario Veglione, del quartiere San Lorenzo, sul ricorso fatto da un cappellano della chiesa del Purgatorio di essere stato preso e condotto da quattro sconosciuti in un antro oscuro per obbligarlo a consacrare quattro ostie, e a giurare su un crocifisso, di aver ben fatto la consacrazione.»
Nel 1830, con l'avvento al trono di Ferdinando, parve che qualcosa dovesse migliorare. Ma in realtà, nonostante alcune illuminate iniziative prese nei primi tempi dal nuovo sovrano, la corruzione seguitò a dilagare. E la camorra, da parte sua, continuò ad estendere le sue propaggini dap pertutto, fin quasi a diventare, specie nel 1848, un organo, ancorché non ufficialmente riconosciuto, dello Stato medesimo.
Michele Aitollo
Nelle zone, per così dire, di loro competenza, i membri della Bella Società Riformata svolgevano anche, specie se investiti della carica di capintrito o di capoparanza, le funzioni di giudici di pace: dirimevano controversie fra compratori e venditori, fra inquilini e padroni di case, fra creditori e debitori, fra imprenditori e lavoratori e soprattutto, intervenivano energicamente nelle cosiddette questioni d'onore nel senso che costringevano al matrimonio riparatore chi avesse sedotto una ragazza.
Le loro sentenze, improntate per lo più a un senso pratico e salomonico della giustizia, venivano accettate volentieri ed erano ritenute inappellabili; del resto chi non avesse ottemperato al verdetto di un camorrista o. peggio ancora, avesse cercato di scavalcarlo ricorrendo alla magistratura, sarebbe stato, prima o poi, raggiunto da una coltellata mortale. Si rese celebre, fra il 1830 e il 1839, per la grande saggezza che poneva negli arbitrati e per l'indiscussa abilità con cui procedeva, Michele Aitollo soprannominato, in omaggio ai suoi tratti signorili, «Michele 'a Nubiltà».
Figlio di un palombaro, e lui stesso ex sommozzatore, Michele Aitollo era capintrito del quartiere Porto e percepiva le tangenti dai pescivendoli dei mercati generali. Di statura leggermente inferiore alla media, tarchiato, rosso di capelli, Aitollo aveva il corpo ricoperto di tatuaggi ornamentali di ispirazione sacra, quali crocifissi, madonne, santi, la grotta di Betlemme. Ogni vicolo di Napoli disponeva, a quell'epoca, di un tatuatore abilissimo nell'incidere, sulla pelle dei suoi clienti, simboli osceni, frasi d'amore o qualunque altra figura o segno gli fosse richiesto.
La tecnica di questi ripugnanti artigiani consisteva nell'infiggere, lungo uno schizzo precedentemente eseguito a lapis su una qualsiasi parte del corpo, una serie di colpi di ago e nell'immettere, dentro le ferite ancora sanguinanti, materie coloranti come nerofumo, polvere di carbone, rasura di muro affumicato, carta bruciata o anche polvere da sparo.
Tutti i tatuatori del rione Porto facevano a gara per poter annoverare, fra i loro clienti, il potentissimo Michele Aitollo. Una volta Aitollo fu protagonista di una vicenda usuale a quei tempi: una giovane donna si rivolse a lui perchè era stata prima sedotta e poi abbandonata da un ragazzo. Aitollo si presentò così dal giovane e con un solo sguardo riuscì a convincerlo.
«Va bene», fece il giovane, «sposerò Concettina». Fu convenuto che di lì a una settimana entrambe le parti interessate si sarebbero incontrate nella chiesa di Santa Maria delle Grazie dei Pescivendoli, che sorgeva in vico Marina del Vino, per «dare parola», cioè per formalizzare la promessa di nozze.
Il giorno stabilito, la sposa accompagnata dal padre e scortata da Michele Aitollo, si recò come d'accordo nella chiesa, già colma di curiosi. Stranamente, però, lo sposo tardava ad arrivare. «Vedrete, verrà fra poco. Non è possibile che abbia il coraggio di contravvenire a un mio ordine. Lui sa che non troverebbe scampo», andava ripetendo, a se stesso più che agli altri, il capintrito. Dopo un paio d'ore giunse, tutto trafelato, un giovanotto onorato con una incredibile notizia: il seduttore della ragazza era stato visto, la notte precedente, imbarcarsi su una nate inglese. La sposa gettò un urlo e cadde svenuta; gli occhi degli astanti si puntarono, ironici, su don «Michele 'a Nubiltà». Ma il camorrista non abbassò il suo sguardo. «Michele Aitollo ha una sola parola», disse, rivolto al commerciante di olive. «Cosa ti promisi, quando ti affidasti a me? Che tua figlia entro un mese si sarebbe sposata. Be', io sono vedovo, sento il bisogno di formarmi una Nuova Famiglia. Sposo io Concettina.»
A quei tempi gli uomini che prendevano in moglie donne sedotte da altri andavano incontro, e non solo a Napoli, alla derisione generale: ma quello di Michele Aitollo venne considerato, date le eccezionali circostanze, un gesto veramente degno del soprannome di cui il camorrista si fregiava.
Alle nozze, che ebbero luogo, di lì a pochi giorni, nella stessa chiesa di Santa Maria delle Grazie dei Pescivendoli, assisté una gran quantità di folla commossa. Concettina, purtroppo, rimase vedova appena un anno dopo. Nel 1839, Michele Aitollo volle festeggiare il primo anniversario delle nozze recandosi da un tatuatore della zona del Piliero per farsi incidere, sul braccio sinistro, il nome della giovane sposa. Dopo l'operazione, pere l'arto si gonfiò enormemente; sopraggiunse una febbre fortissima e nel giro di tre giorni il capintrito morì fra dolori atrocissimi. «Me l'hanno ucciso», gridò Concettina, e subito si sparse la voce che il tatuatore, per vendicarsi di qualche sopruso subito nel passato, avesse mescolato del veleno al nerofumo.
L'indomani mattina il tatuatore venne rinvenuto cadavere, con un taglio profondissimo alla vena giugulare. nella sua bottega del Piliero: la vendetta della Bella Società Riformata, che in «Michele 'a Nubiltà» aveva perduto uno dei suoi più autorevo li esponenti, era giunta fulminea.
Aniello Ausiello, il re della zumpata
L'abitudine dei popolani di Napoli, peraltro non del tutto scomparsa, di indicarsi e di riconoscersi fra loro non con le generalità anagrafiche, bensì con pittoreschi soprannomi, è certamente un altro dei motivi per i quali ci sono pervenute scarse notizie relative ai capintesta del primo Ottocento.
Le stesse cronache del tempo, del resto rare e frammentarie, traboccano di nomignoli come «Papele 'o Stuorto», «Totonno 'o Scervellato» e «Dummineco 'o Panzarotto» che ben poco possono servire ai fini di una seria indagine; tutto questo indipendentemente dal fatto che, in molti casi, come già abbiamo detto, l'identità dei capintesta veniva tenuta celata, per ragioni di sicurezza, perfino agli stessi affiliati della Bella Società Riformata. Il nome del potentissimo capintesta Aniello Ausiello, in auge negli anni intorno al 1840, è giunto fino a noi per il fatto che la sua ascesa alla carica suprema della camorra non fu l'esito di una regolare assemblea dei dodici capintriti di Napoli, bensì il risultato di una serie di atti di violenza.

Una zumpata

Non per niente Aniello Ausiello, nativo di Porta Capuana, veniva soprannominato «Re della zumpata». Ligi a un'antichissima tradizione, i camorristi usavano dipanare onoratamente, cioè con l'uso delle armi, i litigi che sorgevano fra di loro.
Storie di donne o contestazioni sulla spartizione delle tangenti erano, di solito, all'origine delle zumpate e dei dichiaramenti. Talvolta però, e anzi nella maggior parte dei casi, i camorristi si sfidavano senza alcun motivo preciso, al solo scopo di accrescere il proprio prestigio o di farsi, nell' imminenza delle convocazioni delle assemblee, una propaganda el ettorale. Fasi preliminari del duello camorristico erano l'appiccico, cioè il litigio, e il ragionamento, cioè il tentativo puramente formale, condotto da comuni amici, di comporre bonariamente la controversia.
Prima di passare alla zumpata o al dichiaramento, bisognava ottenere, per non incorrere nelle sanzioni del tribunale della Gran Mamma, l'autorizzazione di un capintrito. Una volta ricevuto questo indispensabile permesso, i due contendenti o le due fazioni si davano appuntamento in una bettola dove, ostentando fra loro grande cordialità e gareggiando nell'offrirsi a vicenda cibi prelibati e vini generosi, discutevano del più e del meno; quindi terminato il banchetto, ad un ordine dell'arbitro, detto sgarecucane, si stringevano cavallerescamente la mano e davano inizio al combattimento.
Esso se era all'arma bianca si svolgeva in una qualsiasi strada, sotto lo sguardo indifferente dei passanti, se invece era alla pistola aveva luogo in una zona isolata.
Una legge borbonica vietava che le persone ferite nelle risse venissero, senza la presenza della polizia, toccate o accompagnate in ospedale, e perciò molte volte i soccombenti rimanevano lunghe ore a terra e morivano dissanguati. Esistevano inoltre vere scuole di zumpate, in cui gli allievi si addestravano con pezzi di legno modellati a forma di coltelli. L'autorità di un camorrista, in pratica, dipendeva sempre dal numero dei duelli che aveva sostenuto e mediante i quali poteva anche avanzare di grado.
Nicola Nisco, che fu diverse volte in carcere per motivi politici, nel suo volume Il regno di Napoli sotto Francesco I, scrisse : «Salvatore Columbo, capo della camorra del Mercato, che era con noi imputati politici nelle prigioni di San Francesco, aveva un quadrettino, figura del Foggianello, che rappresentava un duello quando da picciotto di sgarro passò camorrista, in cui le anime del purgatorio deviavano i colpi dell'avversario che egli uccise, come il Goethe fa deviare i colpi di Valentino nel suo Mefistofele nel duello di Faust».
Aniello Ausiello, l'uomo passato alla storia della camorra come «Re della zumpata», era stato, da adolescente, un palatino, cioè un condo tiero di quei gruppi di scugnizzi i quali, allora, usavano sfidarsi a petriute, vale a dire in sassaiole talvolta mortali. Diventato giovanotto onorato e percorsi tutti i gradi della setta, 1'Ausiello si era specializzato nell'e sercitare la camorra sui cosiddetti «scarti di reggimento», cioè sull'alienazione di quei cavalli più o meno malandati di cui l'esercito borbonico si disfaceva tramite pubbliche aste. Inutile dire che quelle aste, con la stessa complicità di alcuni sottufficiali, erano truccate e che a esse potevano partecipare solo i membri della Bella Società Riformata.
La sua prima memorabile zumpata, Aniello Ausiello la combatté con un altro camorrista il quale, durante appunto una licitazione in una scuderia . aveva osato far salire i prezzi.
Da quel giorno a Napoli, chiunque desiderasse acquistare «scarti di reggimento», dovette rivolgersi ad Ausiello. Senza nemmeno passare attraverso il grado di capintrito, successivamente Anielo Ausielo riuscì, in circostanzecezionali, a diventare capintesta. In occasione di un'assemblea generale della Bella Società Rio formata, infatti, l'Ausiello dichiarò pubblicamente che quattro capintriti avevano tentato di insidiargli sua moglie «Nannina 'a pizzicata»; quindi Ausiello stillò e disputò con essi, nella stessa giornata, quattro zumpate. Sopraffatti tutti e quattro i suoi avversari, il camorrista, senza mezzi termini, pose la sua candidatura alla massima carica della setta. Nessuno dei presenti osò negargli il voto. Il suo regno sulla camorra durò parecchi anni, almeno sei, ma fu travagliatissimo.
Vittima di continui attentati, era costretto a camminare sempre scortato da una vera e propria guardia del corpo fra cui c'era anche un ex soldato svizzero che, compromesso nella vicenda delle aste dei cavalli, aveva disertato le file dell'esercito borbonico. Molte altre inimicizie Ausiello se le attirò quando, a dispetto del regolamento democratico della setta, che prevedeva sempre normali elezioni, nominò contaiuolo l'ex soldato della guardia svizzera. Ogni tanto, accompagnato solo dai suoi uomini più fidi, Aniello Ausiello si allontanava da Napoli e faceva ritorno soltanto dopo lunghi giorni. A chi lo interrogava, rispondeva di essere andato a compiere delle ispezioni, sotto falso nome, nelle isole in cui si trovavano, al domicilio coatto, i camorristi condannati; ben presto, però, si scoprì che questa era una bugia e che invece il capintesta si recava a vendere armi ai briganti che infestavano le strade provinciali.
La Bella Società Riformata che aveva rifiutato sempre e che rifiuterà sempre di stabilire rapporti con i briganti, lo dichiarò, allora, nel corso di una tumultuosa assemblea, decaduto dalla carica di capintesta. Ausiello, però, non seppe rassegnarsi e, come era nel suo costume, sfidò a una zumpata colui che gli era succeduto nella carica. In base a un articolo del frieno che vietava, appunto, ai capi di battersi in zumpate e in dichiaramenti, il duello non venne autorizzato e allora Ausiello scomparve da Napoli. Di lui, a partire da quel momento, la Bella Società Riformata perse ogni traccia.
Si sparse la voce, a Napoli, che insieme con l'ex soldato svizzero si era messo alla testa di una banda di briganti, nelle campagne dell'avellinese. A «Nannina 'a pizzicata» che, proclamandosi vedova, e riferendosi alle usanze della setta, richiedeva la parte di tangente che sarebbe spettata a suo marito, venne rifiutata ogni sovvenzione. Nannina, allora, sfidò a una zumpata, con la spadella di Genova, l'arma delle donne dei camorristi, la moglie del nuovo capintesta. Ma Nannina non aveva un b raccio fermo come quello del suo uomo: soccombette e tramontò definitivamente, con lei, il mito di Aniello Ausiello. Abituati a considerare i delinquenti comuni alla stregua di innocenti perseguitati dalla giustizia, i popolani della Napoli borbonica ostentavano dimestichezza, quando non proprio ammirazione, per ogni sorta di carcerati. Il viaggiatore tedesco Carlo Augusto Mayer osservò, nel 1840, che il pubblico parlava familiarmente con i galeotti che lavoravano al Molo, incatenati a due a due; quelli, anzi, scherzavano con le ragazze affacciate alle finestre.
Da parte sua, la Bella Società Riformata definiva sotto chiave i propri affiliati in stato di detenzione; ad essi, tramite le vie più impensabili, faceva regolarmente pervenire, ogni settimana, il barattolo e lo sbruffo, cioè le quote delle tangenti riscosse in città; in cambio i detenuti avevano l'obbligo di uccidere a pugnalate, su segnalazione del capintesta, quei loro compagni di cella che, prima di essere arrestati o durante gli interrogatori della polizia, si fossero resi responsabili di infamità, cioè di delazione. La capitale borbonica disponeva, nel suo ambito, di una rete fittissima di carceri: Castelcapuano (comunemente detto «della Vicaria»), San Francesco, Santa Maria Apparente, Concordia, Carmine, San Lazzaro, Santa Maria ad Agnone, nonché Santa Maria della Fede riservato alle donne, e Sant'Elmo riservato ai «pagani», in pratica turchi e barbareschi.
Altre carceri sorgevano nei dintorni di Napoli e cioè a Ischia, a Procida, a Capri, a Santo Stefano, a Ventotene, nelle lontane Tremiti e a Favignana. In tutti questi istituti di pena gli omicidi erano dunque frequentissimi, ma nessuno se ne preoccupava troppo: tacitamente, del resto, le autorità borboniche avevano demandato ai camorri sti, più che ai secondini, l'incarico di mantenervi l'ordine. Il regolamento della Bella Società Riformata prevedeva che bastassero quattro camorristi, detenuti in uno stesso stanzone di carcere, perché potesse venir eletto, fra loro, un capintrito temporaneo il quale però, data appunto l'eccezionalità delle circostanze in cui si era svolta la votazione, cessava da ogni funzione di comando nel momento stesso in cui, espiata la pena, riacquistava la libertà.
Il capintrito temporaneo teneva in custodia le armi, che distribuiva ai gregari nel momento ritenuto più opportuno, e aveva diritto a essere servito e riverito; non si riassettava mai il letto da sé e si faceva lavare e intolettare dagli altri detenuti.
Diego Zezza, un camorrista che trascorse, in riprese varie, una buona metà della sua vita nelle carceri napoletane aveva, a Castelcapuano, nei primi decenni dell'Ottocento, più autorità del direttore stesso. E' rimasto famoso per il fatto che obbligò un detenuto di famiglia nobile, il quale aveva avuto il solo torto di storcere il naso mentre gli praticava le pulizie, a sciacquarsi ogni giorno il viso, per tre mesi, nella sua urina. Ma fu proprio a causa di simili esagerati soprusi che Diego Zezza venne ucciso a coltellate, in carcere, dai suoi stessi compagni camorristi. Oltre al capintrito temporaneo, nelle stanze più affollate veniva nominato un contaiuolo, col compito di dividere il danaro estorto ai detenuti estranei alla setta, e veniva designato un picciotto di giornata le cui mansioni consistevano nel segnare i nomi di coloro che, per caso, avessero chiesto, cosa proibitissima, di conferire con un magistrato. Il picciotto di giornata, inoltre, doveva intimare agli estranei alla setta di giocarsi, in partite sempre fraudolente, tutti i loro averi, compresi gli abiti che indossavano.
Tutto un curioso cerimoniale scattava poi in occasione dell'arrivo di un nuovo detenuto. Questi, se era affiliato alla camorra, pronunciava le seguenti parole: «Saluto i compagni e tutti i detenuti di questa stanza». Subito gli altri, se lo conoscevano, si toglievano il cappello e rispondevano: «Ci sentiamo in obbligo verso di voi e vi salutiamo con dovere». Se invece non lo conoscevano, rispondevano: «Salutiamo con riserva», e davano immediatamente inizio a indagini sul suo conto. In caso di esito favorevole, i camorristi applicavano un'appropriata formula: «Scusateci e perdonateci, perché non avevamo l'onore di conoscervi di persona »; al che l'interessato replicava: «Avete fatto il vostro dovere e io, nei panni vostri, mi sarei regolato nello stesso modo perché il regolamento l ' impone».
Comunque, appena accertata l'identità e il grado camorristico del nuovo ospite, il capintrito temporaneo lo chiamava da parte e, lealmente, lo aggiornava sulla consistenza del danaro disponibile, sul numero dei coltelli custoditi e sulla presenza dei pollastri da spennare, cioè dei detenuti abbienti da taglieggiare.
Se invece il nuovo detenuto non era o non risultava membro della Bella Società Riformata, il capintrito gli ordinava, secondo un'antica usanza che come abbiamo visto risaliva al tempo della dominazione spagnola, di Pagare immediatamente l'olio della Madonna. In ciascuna stanza delle varie carceri, bisogna premettere, pendeva, da una parete, un quadro della Vergine, costantemente illuminato, davanti al quale i camorristi, anche i più feroci, si inginocchiavano ogni mattina e ogni sera. La sacra immagine veniva disinvoltamente indicata come mandante dei delitti che i camorristi compivano nelle carceri; e non è escluso che essi, nella loro primitività, ritenessero davvero che la Madonna, se solo l'avesse desiderato, sarebbe riuscita, con un suo intervento prodigioso, a impedire ogni assassinio.
La tassa per l'acquisto dell'olio con cui mantenere acceso il lumino dinanzi al quadro, aveva un carattere simbolico. Il nuovo venuto, insomma, nel momento stesso in cui pagava, accettava anche di lasciarsi sfruttare per tutto il tempo in cui sarebbe rimasto in carcere.
D'altra parte, un semplice rifiuto di pagare l'olio avrebbe messo a repentaglio la sua vita. Nemmeno i detenuti più poveri, quelli cioè che riuscivano a dimostrare di non essere assolutamente in condizioni di sborsare un solo centesimo, venivano risparmiati: i camorristi fingevano di esaminare il caso, ma anche quando erano convinti della fondatezza delle sue ragioni, lo accoltellavano o comunque infierivano crudelmente su lui. Bisognava, insomma, far salvo a tutti i costi il principio dell'olio della Madonna dal momento che proprio da esso la Bella Società Riformata traeva la sua autorità nelle carceri.
La leggenda, ripresa in una poesia anche da Ferdinando Russo, secondo la quale un giovinetto sedicenne, di nome Ciccio Cappuccio, iniziò la sua carriera camorristica, quella stessa che doveva portarlo a diventare capintesta, rifiutando di pagare, nel carcere di San Francesco, l'olio della Madonna, è totalmente priva di basi: Ciccio Cappuccio, come più in là documenteremo, proveniva da una famiglia in cui il grado di capoparanza dell'Imbrecciata era per antica consuetudine ereditario. Raramente, per quel che risulta, vi furono detenuti che riuscirono impunemente a sottrarsi al pagamento della tassa, e comunque si trattò quasi sempre di intraprendenti ecclesiastici.
Le carceri e i penitenziari napoletani rigurgitavano, infatti, nell'Ottocento, di religiosi che sconta vano, per lo più, pene connesse a reati di violenza carnale. La sfidA di solito, avveniva di notte, alla luce soltanto della lampada della Madonna. Le condizioni delle carceri napoletane erano tali, nell'Ottocento, che spesso provocavano rivolte.
Il carcere di San Francesco era l'unico che disponesse di un'infermeria, ma sovente questa era lasciata solo a detenuti più o meno tranquilli; o veniva trasformata in lazzaretto per accogliervi i privati cittadini . In quegli obbrobriosi luoghi di pena, i de tenuti trascorrevano le loro giornate giocando a carte o a dadi, tatuandosi a vicenda, e picchiandosi per ogni futile motivo, specie per assurde questioni di campanilismo.
Intanto la Società Riformata si fortificava, reclutava nuovi adepti, stringeva amicizie. I secondini, crudelissimi, si mostravano compiacenti.
La bella società riformata
Come ogni organizzazione sovrana che intenda farsi rispettare, la Bella Società Riformata aveva il suo tribunale, o meglio i suoi tribunali, che andavano da quelli ordinari, detti Mamme, a quello di grado superiore, detto Gran Mamma, con attribuzione ora di corte d'appello ora di corte d'assise. Mentre i primi erano dodici e avevano giurisdizione rionale, il secondo estendeva la sua competenza sull'intera città e veniva presieduto dal capintesta di Napoli, il quale, nel momento in cui esercitava le funzioni di giudice supremo, aveva diritto al titolo di mammasantissima. I camorristi potevano risolvere tramite zumpate e dichiaramenti le loro controversie personali, ma quando si rendevano responsabili di delitti nei confronti dei superiori, o quando si macchiavano di infamità, vale a dire di delazione, dovevano essere giudicati e puniti dalla magistratura della setta. Naturalmente sia le Mamme che la Gran Mamma disponevano di un codice di procedura in base al quale, fra l'altro, le sentenze dovevano essere eseguite da giovanotti onorati estratti a sorte; e disponevano inoltre di un codice penale che prevedeva diversi tipi di castighi; riduzione delle tangenti, sospensione dalle tangenti, espulsione dalla comunità, ricevere uno schiaffo in pubblico, patire lo sfregio del volto mediante vetro o mediante rasoio dentellato e buscare pubblicamente sul volto lo sterco umano; nei casi più gravi, veniva comminata la pena di morte da rendere esecutiva con coltellate nel petto o, in segno di maggiore disprezzo, con coltellate nella pancia.
La corte suprema era composta dal mammasantissima, con funzion i di presidente, dal contaiuolo, con compiti di cancelliere o di pubblic o ministero e da quattro o cinque camorristi con attribuzioni di giudici a latere e di avvocati difensori; un paio di membri della Società Minore svolgevano mansioni di uscieri e di custodi. Fino a quando non furono allestite, nel rione Sanità, le macabre Caverne delle Fontanelle, la Gran Mamma veniva convocata, nottetempo nell'abitazione di un affiliato anziano. La più antica documentazione relativa alla Gran Mamma, risale al febbraio del 1822 ed è davvero eccezionale in quanto è comprensiva del verbale di un vero e proprio dibattimento. Nel febbraio del 1822, dunque, una giovane popolana, tale Antonietta Lo Fierro, si presentò al commissario di Pubblica Sicurezza del rione Vicaria e, piangendo, fece una straordinaria rivelazione: il suo fidanzato, Giovanni Esposito, detto «Core 'e cane», il quale giorni prima in un impeto di rabbia aveva ucciso il capintrito della Sanità, stava per essere giudicato dalla Gran Mamma, riunitasi in un basso del largo Cavalcatoio 33. La polizia fece irruzione nel luogo indicato dalla ragazza e non solo riuscì a salvare da sicura morte Giovanni Esposito, ma poté anche identificare tutti i membri del tribunale.

La Gran Mamma risultò composta da Francesco Gambardella detto «'O lampionaro», mammasantissima, da Giovanni Coppola detto «'O sparatore», pubblico ministero, da Francesco Fortunato detto «'O monaco», avvocato difensore, nonché da Francesco Savaresi detto «'O cuppularo», da Antonio Zannotti detto «Tre danari» e da Cosimo D'Ambrosio detto «Cinque fronde», consiglieri. Oltre a biglietti vari, la polizia sequestrò un enorme tabellone con la scritta: «Sala di Giustizia. La legge è eguale per tutti perché le Mamme giudicano non con la penna, come nei tribunali del Re, ma col cuore e con la mente». Fu anche rinvenuta la supplica che poco prima, Antonietta Lo Fierro aveva inviato al mammasantissima: «Signore, è pervenuto a mia conoscenza che Giovanni Esposito mio innamorato, che con una coltellata uccise il capintrito della Sanità, trovasi nelle vostre mani e che questa sera sarà, a quanto mi si dice, condannato a morte. La sottoscritta, che sa il vostro magnanimo cuore e quello degli altri che formano il tribunale della Gran Mamma, vi scongiura di non pronunciare una così brutta sentenza. Nella speranza di vedersi esaudita, si sottoscrive. Serva di tutti Antonietta Lo Fieno». Il quadro, come si vede, era già abbastanza completo. Ma, fra le varie carte sequestrate dalla polizia, la più interessante conteneva, come dicevamo, il verbale dell'udienza. L'aveva personalmente compilato il contaiuolo Giovanni Coppola detto «'O sparatore» il quale, prudentemente, aveva provveduto a lasciare in bianco le date e a sostituire i nomi dei membri della Gran Mamma, co mpreso i proprio, con delle pictografie, cioè con dei disegnini allusivi del soprannome di ciascuno.
Ed ecco l'eccezionale documento:

Oggi... febbraio... alle undici di sera si sono riuniti in casa del contaiuolo i compagni «Cinque fronde», «'O cuppularo», «Tre danari» e «'O monaco». In mancanza di capintesta fa le funzioni di mammasantissima «'O lampionaro» il quale, dopo aver fatto recitare ad alta voce un paternostro, un'avemaria e tre gloriapatri per le anime del purgatorio, ha detto il seguente fatto: «Compagni, se voi non sapete perché qui ci troviamo e se non sapete perché il nostro capintesta vi fece scomodare per unirvi una volta al fondaco San Paolo, dove fummo disturbati dalla polizia, ora ve lo dico io splicito splicito (subito subito). Dovete sapere che "Core 'e cane", che fu ammesso in questa nostra società due anni or sono, si è p ortato sempre bene, ma intanto o per un bicchiere di vino ovvero per qualche mal consiglio da. to da qualcuno che non può vedere prosperare il nostro sodalizio, la sera del... gennaio ultimo, in pubblica Imbrecciata commise un'azione sporca e tanto sporca che ha portato la desolazione non solo in una famiglia di gente onorata e che per tanti anni ha fornito alla nostra società i migliori compagni, ma ci ha tolto una della più forti colonne. È inutile dirvi che cosa fece quel carognone di assassino, perché voi già lo sapete, cioè uccise uno dei nostri più vecchi e rispettati superiori, omicidio che fece piangere pure le pietre della strada. E vero sissignore che ognuno di noi, per una circostanza qualunque può commettere un guaio, ma prima di uccidere un superiore bisogna pensarci non dieci, non cento, ma mille volte. Il carognone, fatto il guaio se la filò; ma due giovanotti che debbono da noi essere premiati l'andarono a scovare in casa della zia Fortuna e legato come un Cristo l'hanno tenuto sotto una scantinato a pane ed acqua fino ad oggi. Questo miserabile assassino si trova ora qui; e dalla relazione che vi farò voi lo condannerete o l'assolverete Perché a voi sta».
'O monaco: «Faccio osservare che l'azione commessa la sera del... gennaio fu una cosa molto dispiacevole non solo per la società ma massimamente per la famiglia, la quale se non ha perduto il pane, perché a ciò provvederemo noi, ha perduto però il rispetto Come ben faceva notarvi il funzionante da mammasantissima, ognuno di noi può commettere un guaio; ma il guaio se non cambia in sostanza, cambia in intensità, se esso si commette col bicchiere di vino in testa e perciò bisogna bene assicurarsi che "Core 'e cane" stava veramente ubriaco quella sera».
Mammasantissima: «Dall'inchiesta fatta dal nostro contaiuolo si è appurato che di \ ino ne teneva in corpo; ma del resto siccome non mi voglio macchiare la coscienza, così sarebbe buono domandarlo allo stesso assassino». (Viene introdotto l'omicida accompagnato dai due che l'andarono ad arrestare.)
'O monaco: «Dite a questi signori perché commetteste il guaio togliendo alla societa quella sorta di grand'uomo».
Contaiuolo: «Badate di dire la verità perché la coscienza è una e poi da un momento all'altro vi potete trovare all'altro mondo dove andrete a fare i conti con Farfariello li; diavolo)».
Core 'e cane: «Sissignore, io dico tutta la verità né ci sarebbe scopo di dire il contrario. Quando io commisi quella cattiva azione stavo ubriaco e non sapevo cosa facevo .
Mammasantissima: «Badate di dire la verità».
Core 'e cane: «Ve lo dico sull'onore di mia sorella zitella».
Mammasantissima: «Quando vi passò la sbornia vi pentiste del guaio fatto?».
Core 'e cane: «Sissignore. Io da quel giorno non fo altro che piangere ed in ogni ora o momento non fo altro che raccomandare al Signore quella benedetta anima che stutai (spensi)».
Mammasantissima: «Sapete che chi uccide un superiore va soggetto ad una grave pena?».
Core 'e cane: «Sissignore, lo so perché sì giudica non con la penna, ma col cuore e co q la mente, però abbiate compassione di quella povera vecchia di mia madre».
Mammasantissima: «E tu perché non avesti compassione di un'intera famiglia?».
Core 'e cane: «Ma se vi ho pregato che quella sera io stavo ubriaco!».
Mammasantissima: «Va bene. Se qualche compagno vuol fare una domanda, la puo fare liberamente».
Cinque fronde: «Per me, cari compagni, le altre domande sono inutili; l' imputato, qui presente, è reo confesso. Però se vogliamo seriamente ragionare, è buono farlo ailontanare. (L'assassino viene allontanato). Il frieno, signor superiore e cari compagni parla chiaro. Esso dice: chi stuta un superiore deve essere stutato. E il contaiuolo nostrn compagno può riscontrare questo articolo. Se noi poi non diamo esempi di giustizia, la società si può dir finita e il rispetto fra Società Maggiore e quella Minore resta come lettera morta». '
O monaco: «Caro compagno, non vi riscaldate troppo. Per voi uccidere una persona è lo stesso che schiacciare una pulce. Noi vogliamo o no tener presente il vino che quella sera l'imputato teneva nella chirichioccola (testa)?».
Tre danari: «Non già che io volessi entrare nei vostri discorsi, però divido l'opinione di "Cinque fronde" riguardo all'articolo del frieno».
Coppolaro: «Mettiamo da parte il frieno, che si caccia in mezzo quando si vuol cacciare. Infatti perché non si parlò di frieno quando avvenne il guaio in persona del superiore del Borgo Loreto?».
Contaiuolo: «Il fatto richiamato dal "Coppolaro" che ha ora parlato, non mi pare appropriato ad hoc perché quando fu stutato lo zio Ferdinando, esso non occupava nessuna carica».
Coppolaro: «Mi faccio meraviglia di voi che siete uomini di penna e dite questa sorta di sciocchezza. Se lo zio Ferdinando non ebbe l'occupazione, fu perché si trovava in galera e non perché no n la meritasse».
Cinque fronde: «A come veggo, ci stiamo perdendo in troppe chiacchiere. Due sono le cose: o "Core 'e cane" ha ucciso il capintrito o non lo ha ucciso, e se l'ha ucciso deve andare a morte. Se poi volete assolverlo, allora non si perda più tempo e buonanotte e chi resta».
Tre danari: «Questo significa parlar chiaro e da uomo che capisce».
Contaiuolo: «Prima di dare il voto, c'è qui una supplica dell'innamorata dell'imputato. Desidero sapere se i compagni qui riuniti ne vogliono far dare lettura».
Cinque fronde: «Mettiamo da parte l'innamorata, che proprio non c'entra in mezze alla causa».
Mammasantissima: «Si alzino quelli che vogliono la pena capitale». (Meno «'O monaco » che resta seduto, gli altri si alzano.)
Mammasantissima: «Siccome il volere della società da noi rappresentata meno uno contro gli altri è per la condanna a morte di "Core 'e cane" che la sera del... senza nessuna causa uccideva un nostro superiore, così ordiniamo e comandiamo ai due giovanot t che l'arrestarono di stutarlo con due pugneture (coltellate) alla scatoletta (petto)».
Firmato: per il mammasantissima «'o lampionaro».
Contaiuolo: «'o sparatore».

Purtroppo non sempre i condannati della Gran Mamma avevano la fortuna di essere fidanzati con ragazze coraggiose come Antonietta Lo Fierro. Al massimo tre giorni dopo l'emanazione della sentenza, essi venivano raggiunti dalla crudele e irreversibile giustizia della Bella Società Riformata. Né cuore né mente potevano salvarli. Sossio Dell'Aversano, un camorrista originario di Frattamaggiore, fu forse il primo ad avere l'idea di trarre vantaggio dalle messe celebrate in suffragio delle anime dei defunti.
Intorno al 1838, Sossio Dell'Aversano organizzò una paranza disciplinatissima che, ogni sera, faceva il giro delle chiese napoletane e riscuoteva, dai parroci, il dieci per cento sul ricavato delle messe. Vi fu, al principio, un moto di sbigottimento; ben presto, però, tutti finirono con l'assuefarsi a questo nuovo tipo di tangente. Riuscì a farla franca solo la chiesa di Santa Maria della Sanità, per il fatto che in essa era conservata la statua di San Vincenzo Ferreri, detto «'O munacone» il quale, non si sa bene perché proprio lui, era stato nominato patrono della Bella Società Riformata. La camorra, ormai, aveva maggiormente esteso le sue propaggini. Alcune paranze taglieggiavano i capiguaglioni, cioè quegli individui che rifornivano i mendicanti di bambini ammalati aventi il compito di impietosire i passanti; altre paranze prendevano percentuali dagli assistiti, cioè da quegli strani uomini che, sostenendo di essere in contatto medianico con i defunti, distribuivano numeri da giocare al lotto; paranze mobili, infine, seguivano i tesorieri, cioè quegli imbroglioni che vendevano ai provinciali mappe di inesistenti tesori. Ogni domenica, in vicolo Donnaromita, nei pressi dell'università, i camorristi s'incontravano e dividevano equamente fra loro il monte delle tangenti. A conti fatti le quote individuali risultavano ben magre: vero è che erano cresciute le fonti di lucro, ma è anche vero che era enormemente aumentato il numero dei membri della setta. A mano a mano che la platea degli affiliati andava ingrossandosi, incominciavano inoltre a verificarsi, nella Bella Società Riformata, le prime lotte intestine per la conquista dei posti-chiave. Se le assemblee rionali, quelle indette per l'elezione dei capintriti, erano abbastanza turbolente e spesso degeneravano in dichiaramenti di massa, addirittura drammatiche, anche se mai cruente, risultavano le adunanze annuali che i dodici capi ntriti tenevano per la scelta dei capintesta. Nel 1842 superando ogni perplessità, venne dato perciò incarico al contaiuolo Francesco Scorticelli di fondere i vecchi frieni in uno solo, più agile e moderno, che tenesse conto delle reali esigenze della maggioranza, e soprattutto di prepararne una copia scritta, in maniera che nel futuro non vi fossero più dubbi di ordine interpretativo. Esattamente in data 12 settembre 1842, così, Francesco Scorticelli lesse, nel corso di una storica assemblea, nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, un frieno composto di ventisei articoli e destinato a rimanere definitivo.
Vale la pena di riprodurlo :

1. La Società dell'Umiltà o Bella Società Riformata ha per scopo di riunire tutti quei compagni che hanno cuore, allo scopo di potersi, in circostanze speciali, aiutare sia moralmente che materialmente.
2. La Società si divide in Maggiore e Minore: alla prima appartengono i compagni camorristi ed alla seconda i compagni picciotti e giovanotti onorati.
3. La Società ha la sua sede principale in Napoli, ma può avere delle categorie anche in altri paesi.
4. Tanto i compagni di Napoli che di fuori Napoli, tanto quelli che stanno alle isole o sottochiave (in carcere) o all'aria libera, debbono riconoscere un sol capo, che è il superiore di tutti e si chiama capintesta, che sarà scelto fra i camorristi più ardimentosi.
5. La riunione di più compagni camorristi costituisce la paranza ed ha per superiore un capintrito o un caposocietà.
6. La riunione di più compagni picciotti o di giovanotti onorati si chiama chiorma e dipende anche dal caposocietà dei compagni camorristi.
7. Ciascun quartiere deve avere un caposocietà o capintrito che sarà, per votazione, scelto fra i camorristi del quartiere e resta in carica un anno.
8. Se fra le paranze vi fosse qualcuno di penna, allora dietro il parere del capintesta e dopo un sacro giuramento, sarà nominato contaiuolo.
9. Se fra le chiorme vi fosse qualcuno di penna, allora dal picciotto anziano del quartiere sarà presentato al capintrito dal quale dipende e, dietro sacro giuramento, sarà nominato contaiuolo dei compagni picciotti; ma se non si trovasse, allora il contaiuolo delle paranze farà da segretario anche delle chiorme.
10. I componenti delle paranze e delle chiorme, oltre Dio, i Santi e i loro capi non riconoscono altre autorità.
11. Chiunque svela cose della Società, sarà severamente punito dalle Mamme.
12. Tanto i compagni vecchi che quelli che si trovano nelle isole o sottochiave (in carcere) debbono essere soccorsi.
13. Le madri, le mogli, le figlie e le innamorate dei camorristi, dei picciotti e dei giovanotti onorati debbono essere rispettate sia dai soci che dagli estranei.
14. Se, per disgrazia, qualche superiore trovasi alle isole, deve, dagli altri dipendenti. essere servito.
15. Quattro camorristi sotto chiave possono fra loro scegliersi un capo, che cesserà di essere tale appena toccherà l'aria libera.
16. Un socio della Società Maggiore, per essere punito, dovrà essere sottoposto al giudizio della Gran Mamma. Un socio della Società Minore sarà condannato dalla Piccola Mamma. Alla Gran Mamma presiede il capintesta e alla Piccola Mamma il capintrito o caposocietà del quartiere di chi deve essere condannato.
17. Se uno delle chiorme offendesse qualche componente delle paranze, il paranzuolo si potrà togliere la soddisfazione da sé. Avverandosi l'opposto, dovrà essere informato prima il capintesta.
18. Il dichiaramento si farà sempre dietro parere del capintrito, se trattasi di picciotto o di giovanotto onorato, e dietro parere del capintesta, se di camorrista. Ai vecchi e agli scornacchiati (cornuti) sarà vietato di zompare.
19. Per essere camorrista o ci si arriva per novizio o per colpo.
20. Chi fu implicato in qualche furto o vien riconosciuto come ricchione (omosessuale passivo) non può essere mai capo.
21. Il capintesta si dovrà scegliere sempre fra le paranze di Porta Capuana.
22. Tutte le punizioni delle Mamme si debbono eseguire nel termine che stabilisce il superiore e dietro il tocco (sorteggio).
23. Tutti i camorristi e i picciotti diventano, a turno, camorristi e picciotti di giornata.
24. Quelli che sono comandati ad eseguire le tangenti le debbono consegnare per intero ai superiori. Delle tangenti spetta un quarto al capintesta e il resto verrà versato nella cassa sociale a scopo di dividerlo scrupolosamente fra i compagni, fra gli infermi e fra quelli che stanno in punizione per sfizio del governo.
25. I pali, nella divisione del barattolo, debbono essere trattati ugualmente come gli altri della Società.
26. Al presente frieno, secondo le circostanze, possono essere aggiunti altri capitoli.

Con la solenne approvazione di questo documento, i camorristi ebbero dunque, finalmente, il loro statuto scritto. E c'è, a questo proposito, da fare qualche interessante osservazione. Dall'esame delle vicende che turbarono l'ordine interno della Bella Società Riformata negli anni compresi fra il 1838 e il 1842, risulta ancora una volta quanto radicata fosse, nei camorristi, la tendenza ad imitare quella aristocrazia e quella borghesia che pure, per altri versi, essi tanto disprezzavano. Proprio e anzi soprattutto in quegli anni, come è noto, a Napoli i liberali conducevano, con ogni mezzo, battaglie strenue per ottenere, da Ferdinando n. lo statuto; questa parola doveva evidentemente avere elettrizzato un po' tutti, dal momento che i camorristi pretesero che il frieno, quello statuto che fin dalle origini era stato alla base della Bella Società Riformata, esistesse non solo nella loro memoria, ma propria sulla carta, ben visibile e anzi tangibile.
Ed è veramente strano, se non indicativo, che in un periodo in cui tutto era poggiato sull'assolutismo e sulle nomine dall'alto e in cui perfino le sette politiche che lottavano contro questi sistemi erano basate, sia pure per motivi contingenti, su organizzazioni tutt'al più oligarchiche, e veramente strano che solo la Bella Società Riformata, cioè una associazione a delinquere, fosse riuscita a realizzare, nel proprio ambito, la democrazia; meno strano è invece il fatto che essa lo difendesse strenuamente, questo raggiunto ordinamento, fino al punto da tenere a distan za i guappi di sciammeria, troppo borghesi per ispirare fiducia. Ispireranno però poeti e commediografi, questi strani personaggi. Guapparia s'intitola una canzone del 1914, scritta da Libero Bovio, musicata da Rodolfo Flavo. Guappo di cartone è il titolo di una commedia che Raffaele Viviani scrisse e interpretò nel 1932.
Ormai saldamente entrata nel costume napoletano, la barbara usanza dello sfregio diventò, fra il 1830 e il 1840, così frequente da indurre le autorità a prendere provvedimenti contro coloro che venivano sorpresi con un rasoio addosso. Le pene furono inasprite, le perquisizioni personali intensificate. Subito, però, i camorristi seppero escogitare un trucco per eludere la legge: affilavano una moneta, che per le sue piccole dimensioni poteva essere nascosta più agevolmente di un rasoio, e si avventavano con quella sul volto della vittima. Si faceva distinzione, a quell'epoca, fra due tipi di sfregio. Del cosiddetto sfregio d'amore, infatti, si servivano gli spasimanti per legare a sé la donna riottosa o per ammonire la donna infedele, del cosiddetto sfregio a comando, invece, erano esclusivi specialisti i membri della Bella Società Riformata i quali lo infliggevano o per ordine della Gran Mamma ad affiliati manchevoli, oppure su richiesta di terzi e quindi dietro pagamento, a persone estranee alla setta. E se lo sfregio d'amore veniva tollerato nel senso che le autorità intervenivano solo su querela di parte, evento quanto mai raro poiché le popolane andavano fierissime del loro orribile segno al volto, lo sfregio a comando, invece, veniva più severamente punito. Nella storia della Bella Società Riformata, occupa uno speciale ruolo, perla straordinaria vicenda di cui fu protagonista, il picciotto di sgarro sedicenne Domenico Iaccarino il quale, nel 1845, era ritenuto il più provetto sfregiatore di Napoli. La Gran Mamma gli affidava le missioni più delicate, mentre i vari capintriti e capiparanza, pur di assicurarsene i servigi, non gli lesinavano danaro. Domenico Iaccarino era stato accolto nella Società Minore della camorra dopo che, da semplice scugnizzo, aveva già compiuto una serie di br avate. Figlio di ignoti, il ragazzo era stato allevato, se così si può dire, dalla moglie di un fuochista di vico Lammatari la quale non perdeva mai l'occasione per rinfacciargli la sua origine e per ricordargli che, senza le sue cure, lui sarebbe già morto di fame. Chi erano i veri genitori di Domenico Iaccarino? Si sussurrava che il ragazzo fosse nato dalla relazione prematrimoniale di una signora dell'alta borghesia. Di veramente sicuro, però, Domenico sapeva soltanto che, una volta al mese, nel basso di vico Lammatari si presentava una vecchia la quale, dopo essersi informata sulla sua salute e averlo a lungo osservato, gli metteva in mano del danaro. «Da parte di una persona che sta in America», diceva la vecchia, e subito dopo andava via. Quel danaro, naturalmente, finiva nelle tasche del fuochista. Ma di ciò Domenico Iaccarino non si curava affatto: con i proventi degli sfregi che gli commissionava la Bella Società Riformata, lui se la cavava abbastanza bene. Nel pomeriggio del venerdì santo del 1845, Domenico laccarino venne convocato da Luigi Busiello, detto «Perticone», camorrista temutissimo e capo della paranza delle pittime veneziane. Venivano così chiamati, a quell'epoca, quei camorristi i quali si occupavano per conto di altre persone, per lo più strozzini, del recupero dei crediti.
Le pittime veneziane seguivano gli insolventi per giorni e mesi, li minacciavano, li insultavano pubblicamente, li attendevano sotto il portone di casa, li sorprendevano negli uffici e solo quando, dallo strozzino, arrivava la comunicazione che il debito era stato saldato, li lasciavano in pace. Nel caso poi che il debitore, trascorso un determinato periodo e ricevuto l'ultimatum, non avesse ancora mantenuto l'impegno, il creditore ne informava il capoparanza il quale, a sua volta, mandava all'assalto lo sfregiatore.
Gli ordini di Luigi Busiello furono chiarissimi: il picciotto di sgarro doveva recarsi subito nel quartiere Chiaia, doveva attendere che dalla bottega di un pasticciere uscisse una determinata persona e doveva sfregiarla. «Perticone» accompagnò laccarino fin sull'uscio della bottega e gli indicò la vittima designata: una elegante signora la quale, in quel momento, stava scegliendo dei dolci. «Aspettala qui. Mi raccomando. Deve un mucchio di soldi a un mio cliente. Ha sempre rinviato il pagamento e merita una lezione», disse il camorrista, poi sparì. Il picciotto di sgarro, stringendo nella mano la moneta affilata, si piazzò come gli era stato suggerito, sull'uscio della bottega. Dopo alcuni minuti, quando la signora fu uscita, Domenico laccarino, con la scusa di chiedere l'elemosina, le si avvicinò e vibrò il colpo. La donna emise un urlo. Si verificò, naturalmente, un parapiglia. Poi, dopo qualche istante una vecchia, in cui subito Domenico riconobbe quella stessa che, una volta al mese, veniva a portargli i soldi, si precipitò a soccorrere la donna ferita. «Che hai fatto, Domenico! Hai sfregiato tua madre!», disse la vecchia in un singhiozzo. Terrificato, il ragazzo gettò a terra la moneta affilata. Subito, alcuni degli astanti gli si accostarono per immobilizzarlo. A questo punto, però, la signora, col volto ancora sanguinante, si fece largo tra la folla e disse: «Lasciatelo andare! E uno sfregio d 'amore». Il picciotto di sgarro, dopo che la signora ebbe pronunciato quelle parole, venne infatti lasciato libero. Si recò a casa di Luigi Busiello, il capoparanza, e l'uccise a coltellate. Quindi stoicamente, inferse a se stesso una pugnalata al cuore. Morì dissanguato. Dalla politica, come già abbiamo notato, i camorristi avevano sempre cercato di tenersi alla larga; genericamente orientati, ma soltanto in quanto plebei, verso la monarchia borbonica, essi consideravano gli affari di governo nient'altro che un passatempo per maniaci in cui, nella migliore delle ipotesi, si rischiava di rimetterci del danaro.
L'oscena canzoncina, in voga all'epoca dei moti del 1821, dimostra proprio che i camorristi non avevano ancora afferrato che la politica invece, per i capitali pubblici che riesce a muovere, può rappresentare la più proficua delle fonti di arricchimento. I membri della Bella Società Riformata incominciarono ad accostarsi alla politica solo nel 1840, quando cioè le congiure dei liberali contro Ferdinando II andarono riprendendo vigore. Il regime di polizia si era fatto quanto mai pesante: bastava un'accusa, sia pure pronunciata a mezza voce e sia pure palesemente campata in aria, perché un innocente andasse a finire in galera. A molte famiglie napoletane, adesso capitava sovente di ricevere la visita di questo o di quel noto camorrista il quale, con un sorrisetto d'intesa, offriva in vendita immagini del sovrano. «Ho capito, siete contrario al re nostro, siete un liberale», insinuava il camorrista se qualcuno rifiutava la sua merce, e perciò l'unica cosa saggia da farsi, era quella di accettare a qualsiasi prezzo il ricatto.
Nel 1844, dopo il fallimento dell'impresa dei fratelli Bandiera, questo tipo di industria si intensificò enormemente; mai come in quell'occasione la camorra speculò ignobilmente sulla paura dei liberali napoletani. Nelle carceri invece, e bisogna onestamente farlo rilevare, i camorristi rispettavano moltissimo i detenuti politici; li esoneravano dalla tassa dell'olio della Madonna e, orgogliosi di poter dividere la cella con persone colte e altolocate, si atteggiavano addirittura a loro protettori. Quando nel 1847 alcuni patrioti, fra cui Carlo Poerio, Michele Persico, Mariano D 'Ayala, Domenico Mauro e Francesco Trinchera, imputati di aver avuto rapporti con Luigi Settembrini, varcarono le soglie del carcere di Castelcapuano, il capintrito temporaneo li accolse con inchini e scappellate. A Carlo Poerio e a Michele Persico, anzi, il capintrito offrì due coltelli dicendo: «Prendete, eccellenze, noi vi autorizziamo a portare queste armi». Grandi eventi maturavano intanto per l'intera Europa. L'ascesa di Pio Dx al trono di San Pietro, avvenuta fin dal 1846, aveva ridato speranza ai liberali e ai rivoluzionari. A differenza del suo predecessore, il nuovo pontefice non vedeva affatto un nemico in ogni liberale; concesse un'amnistia ai detenuti politici, attenuò la censura, permise la formazione di una specie di ministero e, addirittura, consentì la creazione di una Guardia Civica che fu capeggiata dal popolano Angelo Brunetti detto «Ciceruacchio». Queste riforme suscitarono entusiasmo in Italia, fra i liberali, ma vivissime preoccupazioni in tutte le cancellerie europee: i vari sovrani si rendevano conto che, se perfino il papa concedeva qualcosa, essi stessi dovevano prima o poi allinearsi alle nuove posizioni. A Napoli, in particolare, Ferdinando II era terrorizzato. Il 25 gennaio 1848 arrivò al punto di far arrestare, nella reggia, il suo feroce ministro di polizia Francesco Saverio Delcarretto, un uomo ambiguo e opportunista il quale, fiutato il nuovo vento, stava meditando, si diceva, di mettersi alla testa dei suoi dodicimila gendarmi e di attuare un colpo di Stato. Appena due settimane dopo, comunque, il re fu costretto a concedere lo statuto.
Ad eccezione dei liberali, però, i napoletani, nella loro stragrande maggioranza non mostrarono contentezza e anzi quel giorno stesso, 10 febbraio, una fiumana di popolo si riversò sotto la reggia per applaudire il re. Ferdinando, accompagnato dal conte Del Balzo, dovette attraversare tutta Napoli alla testa del corteo e raggiungere la piazza del Mercato. «Maestà, se ce l'ordinate, andremo ad ammazzare tutti i liberali», proposero alcuni popolani. Il re, invece, indisse le elezioni. I deputati si riunirono in una sala di via Monteoliveto, e fu da qui che, il 14 maggio, per un disaccordo col sovrano circa la formula del giuramento, scoccò la prima scintilla della sommossa. Nelle strade del centro furono innalzate le barricate e s'incominciò a sparare; ma già l'indomani, al tramonto, la rivolta veniva domata nel sangue. Nella mattina del 16, un'immensità di gente si ammassò sotto la reggia. «Viva il re nostro! Abbasso i liberali!», Si gridava da tutte le parti. Napoli contava, allora, cinquecentomila abitanti; ai moti, comprese le cinquecent o guardie nazionali, aveva partecipato appena qualche migliaio di persone, tutte appartenenti alla borghesia colta e benestante. La ritorsione borbonica fu severissima. Incominciarono a fioccare le condanne all'ergastolo e moltissimi patrioti furono mandati nelle prigioni e nelle isole, a fianco a fianco con i camorristi. Nelle carceri di Castelcapuano i detenuti politici, i quali si confortavano cantando inni di riscossa, furono affrontati dal capintrito temporaneo Giuseppe D'Alessandro che, scocciato per il fatto che il suo sonno era stato disturbato, incitò i gregari a rispondere con grida filoborboniche; e siccome cinque liberali non accennavano a smettere di cantare, i camorristi li afferranono, li distesero su un tavolaccio e li bastonarono. Per fortuna questo fu un episodio isolato, generato più dal desiderio di quiete notturna che da vera divergenza di opinioni politiche, e anzi c'è da sottolineare che, nelle carceri di Santa Maria Apparente, Salvatore De Crescenzo, detto «Tore 'e Criscienzo», da poco eletto capintesta, rese un gentile servigio al patriota Luigi Settembrini, detenuto politico.
Un giorno del febbraio 1849, Settembrini espresse al suo amico Michele Viscusi, altro noto patriota, il suo dispiacere per il fatto che, da parecchio tempo, era rimasto privo di notizie dei familiari. Michele Viscusi, il quale sapeva bene quanto e come fosse potente la camorra carceraria, convinse Settembrini a scrivere un messaggio che affidò subito a Salvatore De Crescenzo. La risposta arrivò fulminea: quella sera stessa Settembrini trovò, nella pagnotta consegnatagli dal secondino, un rassicurante biglietto di sua moglie. I moti del 1848 ebbero comunque una conseguenza stranissima, destinata, nel giro di pochi anni, a conferire se non un volto nuovo, almeno una maschera nuova alla Bella Società Riformata. Tutto ebbe origine da una bravata commessa dai camorristi di rione Montecalvario i quali. probabilmente solo per dare un dispiacere al commissario Luigi Morbilli, loro nemico per la pelle, assalirono a via Toledo un corteo di popolani del rione Santa Lucia che lanciava grida di osanna al re. In seguito a questo episodio, di per se stesso privo di significato, i liberali decisero di prendere contatto con la Bella Società Riformata. In realtà i cospiratori, in quel periodo, non sapevano proprio a chi appoggiarsi. I loro capi erano nelle carceri, l'aristocrazia si mostrava infiacchita, la borghesia terrorizzata, il clero succubo del re, l'esercito fedele al giuramento, mentre, dal canto loro, le potenze straniere parevano del tutto impassibili. In quella desolata immobilità di uomini e di cose, la camorra rappresentava in sostanza l'unica forza attiva di tutta Napoli. L'incarico, certo mortificante e sgradito, di iniziare le trattative con i camorristi, fu assolto da Gennaro Sambiase, duca di San Donato che, dopo aver combattutto sulle barricate del 1848, era riuscito a sottrar si all'arresto nascondendosi in una bottega di barbiere e travestendosi da prete. Il duca di San Donato si incontrò una sera, in un luogo isolato . nei pressi dell'Albergo dei Poveri, con alcuni esponenti della Bella Società Riformata.

Gennaro Scambise

Il colloquio fra il gentiluomo e i vari capintriti e capiparanza fu, specie all'inizio, quanto mai penoso.
I camorristi esordirono criticando la rivoluzione del 1848 che, secondo loro, mirava solo a consolidare i privilegi dei ricchi; quindi, dopo mille altri preamboli improntati alla saccenteria, si dichiararono pronti a unire le loro forze a quelle dei liberali, ma a patto che ciascun capintrito ricevesse immediatamente, a titolo di ingaggio, diecimila ducati. In pratica, i camorristi si comportarono, nei confronti dei patrioti, almeno in quella occasione, così come erano abituati ad agire con chiunque chiedesse, per una causa non lecita, il loro aiuto. Naturalmente i liberali rifiutarono ogni forma di commercio, ma da allora non poterono più sottrarsi alle continue estorsioni dei camorristi. Lo stesso duca di San Donato, lì per lì poté sfuggire a quei ricatti riparando a Genova, ma pagò lo scotto nel 1861, al suo ritorno a Napoli: una sera, mentre usciva dal teatro San Carlo, di cui era stato nominato sovrintendente, fu aggredito e ferito a coltellate da un camorrista. Dopo l'improvvido incontro all'Albergo dei Poveri, i liberali napoletani, insomma, rimasero pressoché in balia dei camorristi. Promettendo rivoluzioni che non facevano mai, capintriti e capiparanza si autoproclamarono centurioni e decurioni di un fantomatico esercito e scroccavano ogni giorno, ai veri patrioti, fior di quattrini. Inoltre i camorristi ebbero l'astuzia di farsi rilasciare, dagli esponenti liberali, tessere di riconoscimento costituite da fogli di cartapecora con la scritta «ordine». Muniti di quei documenti, i membri della Bella Società Riformata, quegli stessi che pochi anni prima erano andati in giro a smerciare immagini dei Borbone, si presentavano nelle case di persone favorevoli ai liberali e, con le buone o con le cattive, le inducevano a sborsare grosse somme che, naturalmente, venivano spese non per la causa dell'unità d'Italia, ma in piacevoli bagordi. Purtroppo le vittime di queste estorsioni non potevano fare altro, per evitare di essere denunciate, che tacere e, anzi, fingere di ringraziare. A conti fatti, l'innaturale matrimonio fra patrioti e camorristi si risolse in un vantaggio per la polizia che, da parte sua, a un certo punto, incominciò a non fare troppa differenza, forse giustamente, fra gli uni e gli altri. Gruppi di volgarissimi malviventi venivano ogni tanto spediti nelle isole con la qualifica di rivoluzionari e nuclei di autentici liberali finivano imprigionati con il degradante marchio di camorristi. Particolarmente abile nel saper accomunare nelle sue retate camorristi e liberali, allo scopo evidentemente di screditare questi ultimi di fronte all'opinione pubblica, fu il barone Luigi Ajossa, prefetto di polizia nel 1859.
Nei momenti di pericolo, inoltre, i camorristi pensavano a salvare i propri affiliati, e non certo i liberali: il «Chiazziere» e lo «Schiavetto», due capintriti accusati di professare idee liberali, vennero accuratamente tenuti nascosti, in un rifugio segreto, dai loro compagni, e continuarono a ricevere, ogni domenica, le quote dello sbruffo e del barattolo. La famosa «cartapecora», insomma, che i liberali con troppa leggerezza avevano rilasciato, fu utilizzata dai camorristi come una nuova e più agevole fonte di tangenti. E non è tutto: una volta conseguita l'unità d' Italia, molti camorristi, rivendicando presso eroi purissimi, come Carlo Poerio e Silvio Spaventa, i comuni trascorsi carcerari, avanzeranno ri chieste che non sempre, per ragioni di opportunità politica, sarà possibile respingere. Nell'ultimo decennio della sua vita, il Regno delle Due Sicilie era diventato un vero e proprio stato di polizia; a Napoli, in particolare, la polizia sovrintendeva a tutte le attività pubbliche, comprese quelle amministrative e quelle culturali. Esisteva un ministero della polizia, specie di ministero dell'Interno; esisteva una prefettura di polizia, corrispondente a una questura; esisteva una intendenza di provincia, con attribuzioni pressoché simili a quelle delle attuali prefetture; ed esistevano moltissimi altri organismi minori di vigilanza. Dalla polizia, che purtroppo allentava le sue maglie molto volentieri a beneficio di chi la corrompeva, dipendevano anche, tanto per portare degli esempi, gli scavi di antichità, il corso pubblico, le bande musicali, le ferrovie, il censimento, l'archivio, le poste e i telegrafi, il giornale ufficiale, la repressione del contrabbando, l'esportazione dei cavalli, le scuole, il riconoscimento dei corpi diplomatici e consolari, le reali riserve, la guardia d'onore, le carceri e perfino le farmacie. Nella sola città di Napoli prosperavano duecento fra commissari, vicecommissari e ispettori di Pubblica Sicurezza; una gran quantità di impiegati, e un numero strabocchevole di guardie, i cosiddetti feroci, completavano l'organico. Questo enorme apparato che, secondo calcoli fatti da Antonio Salandra, gravava sull'erario per oltre 100.000 ducati annui, si occupava pochissimo della delinquenza e quasi niente della camorra, concentrando invece tutti i suoi sforzi repressivi sugli agitatori politici. La dinastia borbonica doveva badare a difendere il suo trono, non poteva provvedere a proteggere i cittadini dalle vessazioni della Bella Società Riformata. I commissari di pubblica sicurezza più tristemente famosi per la loro severità e per i metodi crudeli a cui ricorrevano, erano certi De Spagnolis, del quartiere Avvocata, Campagna, del quartiere Mercato e Porto, Lubrano, del quartiere Vicaria, Conciò, del quartiere San Ferdinando e soprattutto, Luigi Morbilli, del quartiere Montecalvario. Quest'ultimo in particolare, è stato descritto dai memorialisti e dagli storiografi del Risorgimento, come individuo spietato e assetato di sangue. Proprio un «feroce».
Diventò comunque leggendario, e a Napoli tuttora viene citato come esempio di funzionario incorruttibile e coraggioso. Di nobile e stimata famiglia (suo padre, il duca Carlo, dal 1809 al 1837 era stato segretario generale di polizia e aveva goduto meritata popolarità come poeta dialettale) il commissario Morbilli fece, nei ranghi della Pubblica Sicurezza, una carriera brillante e rapidissima. Svolse notevoli operazioni nel 1832, quando scoprì un gruppo di cospiratori. «Furono tutti arrestati», annotò Luigi Settembrini nelle Ricordanze della mia vita, «e condotti nelle carceri di Santa Maria Apparente dove patirono crudeli torture. Legati con sottili funicelle dalle mani e dai piedi e t aluni anche dai genitali, rimanevano così molte ore gettati per terra: ed ogni tanto entrava il commissario duca Luigi Morbilli ed il custode Cardellino, che a gara li battevano con fiere nerbate, e facevano gettar loro addosso secchie d'acqua fredda: sospendevano taluni per una fune della volta, sotto vi bruciavano paglia umida.» Durante i moti del 1848, Luigi Morbilli partecipò attivamente alla cattura degli insorti e non esitò a scontrarsi personalmente, in via Tole . do, con un suo nipote di idee liberali, il ventenne Gustavo Morbilli, il quale anzi il 16 maggio, proprio mentre cercava di sottrarsi all'arresto, cadde in malo modo e morì. In seguito a questo doloroso episodio, i due rami della famiglia Morbilli si divisero; si rappacificarono solo nelle persone dei discendenti, dopo l'unificazione d'Italia. A parte il suo atteggiamento odioso nei confronti dei patrioti, Luigi Morbilli merita una parziale riabilitazione per il fatto che, in quel periodo, fu uno dei pochi, se non l'unico funzionario di Pubblica Sicurezza a lottare a viso aperto e a rischio della propria incolumità, contro gli affiliati della Bella Società Riformata. E questa lotta, che lo vide sempre personalmente impegnato, non è affatto sospetta, in quanto ebbe inizio molto prima che la setta dei camorristi si affiancasse ai liberali. Luigi Morbilli attirò su di sé le ire della Bella Società Riformata il giorno in cui decise, con un sistema veramente pittoresco, di porre fine allo sconcio delle tangenti che i camorristi pretendevano dagli acquafrescai di rione Montecalvario. Visto che i numerosi arresti da lui operati non servivano a niente in quanto i venditori ambulanti di acqua, per paura delle ritorsioni della camorra, si recavano spontaneamente in casa dei loro taglieggiatori a versare lo sbruffo, il commissario Morbilli non esitò a installare, sotto il portone del suo palazzo, in via Toledo 393, un banco per la vendita dell'acqua dietro al quale si piazzò lui in persona «Qui l 'acqua si paga a metà prezzo perché io non verso la tangente ai camorristi», gridava. Nessuno dei passanti, però, osava avvicinarsi al banco e allora Luigi Morbilli andò a scovare, nella sua tana, Arturo Mazzola, capintrito del quartiere Montecalvario, e lo costrinse a ingerire, al cospetto di tutti, un'intera caraffa d'acqua del suo banco. Da allora, almeno nel quartiere Montecalvario, la camorra sull'acqua cessò.
Il capintrito Mazzola, deriso da tutti, volle tentare di riabilitarsi. Decise perciò un giorno di affrontare, pistola in pugno, il suo avversario in uno dei mille e mille vicoletti del quartiere Montecalvario. Anziché cercare di scansarsi o di porre anche lui mano alle armi, Luigi Morbill i compì un gesto imprevedibile: lì davanti alla folla allibita, sputò in faccia al camorrista. Questi non solo non reagì; ma alzò le mani e, docilmente, si lasciò ammanettare. «Avanti, io sono disarmato. C'è qualche altro che vuole sparare?», gridò Morbilli. Quindi, tenendo a braccetto il Mazzola, incominciò lentamente e con quasi aristocratico distacco, a sputare in faccia, uno per uno, agli altri brutti ceffi presenti. Nessun o gli torse un capello, l'ammanettò, l'invitò a salire sulla sua carrozza, e lo condusse a Napoli, in carcere . Dopo la rivoluzione del 1848, Luigi Morbilli continuò a combattere fermamente e implacabilmente contro liberali e contro camorristi, da lui considerati ormai alla stessa stregua, e bisogna dire che la sua opera, se fu deleteria agli effetti dell'affrancamento di Napoli dai Borbone, fu invece altamente meritoria ai fini della repressione della camorra. Morbilli, in sostanza, era stato il primo funzionario della polizia borbonica ad intuire che i camorristi andavano affrontati con gesti spavaldi, i soli in grado di impressionarli. Il celebre commissario fu mal ripagato da quella dinastia che tanto fedelmente aveva servito. Nel 1860, il nuovo re Francesco I lo esonerò dall'incarico; e lui, ora che non aveva più l'autorità del suo grado, dovette fuggire da Napoli, tanto era l'odio di cui era circondato.
Il "patriottismo" napoletano
L'unificazione d'Italia era ormai in pieno atto; fin dal 4 giugno 1859, con la vittoriosa battaglia di Magenta, la Lombardia, liberata dal giogo austriaco, era stata annessa al Piemonte; l'11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi, coi suoi mille volontari, aveva dato inizio alla redenzione (o conquista che dir si voglia), delle regioni meridionali. Sul malfermo trono delle Due Sicilie, sedeva adesso Francesco, un ventitreenne pavido e timido. Solo in seguito alle insistenze del suo confessore, il nuovo re, che i napoletani chiamavano Francischiello, si era deciso, alcune settimane dopo le nozze con la bella e affascinante Maria Sofia di Baviera, a compiere i suoi doveri coniugali.
I successi delle camicie rosse in Sicilia, le pressioni dell'ambasciatore di Francia Brénier e i consigli di molti uomini politici indussero Francesco I, il 25 giugno 1860, a richiamare in vigore lo statuto. Con questa mossa il re sperava di dare un contentino ai liberali e contemporaneamente di arginare le simpatie che Garibaldi andava conquistandosi nella popolazione, e di bloccare l'opera di sgretolamento dell'esercito borbonico che andavano compiendo gli emissari del conte di Cavour. E tuttavia quello statuto per il quale appena qualche decennio prima i liberali si erano tanto accanitamente battuti, ora non appagava più nessuno: si voleva, adesso, l'Italia unita e libera.
Nello stesso tempo, Francesco promulgò un'amnistia che riportò in libertà, con i patrioti, una enorme quantità di camorristi schedati come liberali; le strade di Napoli incominciarono ad essere percorse da turbe di scalmanati che, con la scusa di inneggiare a Garibaldi provocava no disordini. Ancora sperando di salvare il salvabile, il re formò, il 27 giugno, giorno in cui si erano verificati gravi tumulti, un nuovo ministero a capo del quale mise il duca Antonio Spinelli e di cui chiamò a far parte, prim a come prefetto e poi come ministro di polizia, l'avvocato Liborio Romano, uno strano e ambiguo tipo di liberale che nel passato aveva soffer to più volte il carcere e l'esilio.

Liborio Romano

Liborio Romano, il ministro dell'interno che trasformò nel 1860 i camorristi in poliziotti. In pratica, scavalcando il duca Spinelli, Liborio Romano diventò il vero arbitro della situazione, ma il re lo assecondò, convinto che il ministro fosse l'unico a poter sorreggere, tirando dalla sua parte i liberali, l'ormai traballante dinastia borbonica.
Da abilissimo mestatore politico, l'avvocato Romano faceva credere ai liberali di star preparando il terreno per l'avvento di Garibaldi, e lasciava intendere ai borbonici di essere l'ultimo strenuo difensore della monarchia: in realtà il ministro, resosi conto che, data la fluidità della situazione internazionale, le due Parti in lotta avevano eguali probabilità di prevalere, agiva in maniera da Poter, in ogni caso, mantenere se stesso a galla. Pressoché inviso a tutti, Liborio Romano era invece idolatrato dai camorristi. Perfino la sua personale guardia del corpo era un affiliato della Bella Società Riformata.
E fu proprio ai camorristi che Liborio Romano si rivolse per costituire la Guardia Cittadina. La sera del 27 giugno, segretamente, l'uomo politico convocò il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo detto «Tore 'e Criscienzo» e gli domandò se fosse disposto ad assumere il comando della costituenda nuova polizia, che doveva prendere il posto di quel. la borbonica. Ottenuta una risposta affermativa, ricevette altri esponenti della camorra, fra i quali Ferdinando Mele, Luigi Cozzolino detto «il Perzianaro», il «Chiazziere» e lo «Schiavetto» e concertò con essi un piano d'azione. Da allora fino a dopo l'arrivo di Garibaldi, l'ordine pubblico venne diretto ed esercitato, a Napoli, esclusivamente dai camorristi. Contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello e armati apparentemente solo di un bastone, i membri della Bella Società Riformata arrestarono ladri e malfattori e impedirono quei saccheggi che sono tipici dei periodi di transizione politica. Salvarono insomma la città dal caos come hanno riconosciuto tutti gli storiografi tranne, naturalmente, quelli di osservanza borbonica. Lo stesso Liborio Romano, in un suo volume di memorie, non poté evitare di rievocare quell'evento, sia pure minimizzandolo o comunque cercando di presentarlo nella migliore luce possibile.
Si tratta di una testimonianza storica di eccezionale valore che è indispensabile riportare, qui, per intera.

La violenza popolare del 27 giugno, rimasta necessariamente impunita, perché nei tumulti si sperdono le pruove dei reati; le miti intenzioni mostrate dal governo; il tolto stadio d'assedio; e le tradizionali abitudini di una generazione di uomini, che la civiltà non ha per anco spenta nella popolosa Napoli; erano incitamento ed invito a rinnovare il saccheggio, e le tragiche scene del 1799 e del 1848. Agognavano mettere a sacco e a ruba la città; ed in tale intendimento avevano già tolti a pigione in diversi quartieri di essa i magazzini in cui si proponevano riporre le vagheggiate depredazioni.
La polizia, per mezzo della vigile ed onesta cittadinanza, conobbe questi nefandi propositi; tutti ne erano grandemente preoccupati; ma non era facile ripararvi. Imperrocché le antiche guardie di polizia ed i gendarmi, fatti segno alla pubblica deprecazione, erano fuggiti per salvare la vita; sulla milizia regolare non potevasi fare affidamento; ché se pur taluni di essi non allettavano l'idea del saccheggio, erano avversi al novello reggimento, e cercavano per lo meno ogni occasione per iscreditarlo, e dirlo causa di tutti i disordini: né alcun a altra forza pubblica era efficace. D'altra parte la reazione, comunque sgominata, serpeggiava latente, e faceva temer e che si collegasse con il partito sanfedista, a fin di seppellire nel saccheggio e nel sangue le libere istituzioni.
Anch'essi i camorristi, dubbiosi e incerti, aspettavano il momento di profittare d i qualsivoglia perturbazione avvenisse.
Or, come salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordine e d'imminenti pericoli. Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parvemi, se non di certa, almeno di probabile riuscita, e lo tentai. Salvatore De Crescenzo detto «Tore 'e Criscienzo», il capo della camorra assurto nel 1860 a capo della Guardia Cittadina. Pensai di prevenire la triste opera dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi; e così parvemi di toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze, in quel momento in cui mancavami ogni forza, non solo che a reprimerle, a contenerle. Laonde, fatto venire in casa mia il più rinomato fra essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo di una mia privata faccenda; lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe' suoi amici il momento di riabilitarsi alla falsa Posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l'imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all'operosità priva di capitali. Che era mia i ntenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi e far parte della novella forza di polizia; la quale non sarebbe stata composta di tristi sgherri e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de' suoi importanti servizii, avrebbe in breve ottenuto la stima de' propri concittadini.
Quell'uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie paroe, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche di più di quello che io chie deva; soggiunse che fra un'ora sarebbe tornato da me alla prefettura. E prima che l'ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno; mi assicurarono di aver dato le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita. E mantennero le loro promesse; e per modo da convincermi, che se gli uomini purtroppo non sono interamente buoni, neppure sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere. Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscì di raggranellarla fra la gente più fedele e devota ai nuovi princìpi e all'ordine; frammischiai fra questo l'elemento camorrista, in proporzio. ne che, anche volendo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città. Questo provvedimento istantaneo, ed istantaneamente attuato, sconcertò i disegni dei tristi, colpiti assai più dall'attitudine che dall'impotenza della forza; e così l'ordine, la città e le stesse libere istituzioni, furono salvi dal grave pericolo che li minacciava. Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizi e di arbitri. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l'ordine; e lo salvai col plauso di tutto il paese.

In realtà gli affiliati alla setta, per decidere sulla proposta del ministro di polizia, si riunirono in un'assemblea che fu movimentatissima: si pronunciarono immediatamente favorevoli i camorristi di rione Montecalvario e Pignasecca, mentre quelli di Santa Lucia furono molto più titubanti. Infine la Bella Società Riformata, una volta accettata la proposta di Liborio Romano, deliberò che, anche nei ranghi della polizia, il grado più alto dovesse essere conferito al capintesta «Tore 'e Criscienzo». Furono nominati commissari, fra gli altri, i camorristi Cozzolongo, cameriere di una locanda, Ferdinando Mele, il garzone di un parrucchiere di via Chiaia, un parrucchiere del «Teatro Nuovo» e un ex spazzino; al taverniere Callicchio toccò la carica di ispettore. Tali nomine vennero regolarmente ratificate da Liborio Romano. Non si può dire che, almeno nei primi giorni del loro mandato, gli ex camorristi diventati poliziotti si fossero comportati molto bene. Incominciarono col pugnalare il loro collega Peppe Aversano, quindi passarono a compiere molte vendette private. In piazza San Nicola alla Carità aggredirono il giovane ispettore della polizia borbonica Perrelli, che nel passato li aveva perseguitati; ferito gravemente, l'ispettore venne adagiato su una carrozzella e avviato all'ospedale, senonché Ferdinando Mele lo raggiunse e gli inferse il colpo di grazia, uccidendolo.
Un altro ex commissario di Pubblica Sicurezza, Cioffi, fu picchiato a sangue e si salvò per miracolo. Istigati da patrioti del comitato «Ordine», il 28 giugno i camorristi incominciarono a dare l'assalto a tutti i commissariati di Pubblica Sicurezza, distruggendo gli archivi e poi sedendosi pomposamente dietro le scrivanie, forti della loro nuova condizione. Al commissariato del rion e Stella, dal quale i poliziotti borbonici non avevano voluto sloggiare, vt fu una sparatoria nutritissima. Dopo aver compiuto simili bravate, i membri della setta si toglievano dal capo il berretto con la coccarda tricolore, simbolo della loro qualifica di tutori dell'ordine, e si abbandonavano a pubbliche questue. Chi rifiutava di dare qualche soldo, veniva accusato di essere nemico della patria italiana e riceveva bastonate. Per fortuna, sfogatisi abbondantemente nei primi giorni, i camorristi- poliziotti si rivelarono, successivamente, integerrimi paladini della legge e furono proprio essi a tutelare il passaggio dei poteri dopo la partenza di Francesco. Il re Borbone lasciò Napoli, ove già erano entrati alcuni bersaglieri sbarcati dalle navi inviate da Cavour, il 6 settembre.
Qualche ora prima di uscire per l'ultima volta dalla reggia, il sovrano si rivolse al ministro di polizia e, per fargli capire che, se fosse ritornato sul trono, l'avrebbe fatto impiccare, gli disse: «Guardatevi la testa». Liborio Romano, che già aveva spedito un telegramma di benvenuto a Garibaldi, rispose: «Maestà, rimarrà a lungo sul mio collo». L'eroe dei due mondi entrò in Napoli all'una del pomeriggio del 7 settembre, e furono ancora i camorristi a badare, durante quei drammatici momenti, al mantenimento dell'ordine pubblico. Anzi, in testa al corteo che seguiva la carrozza di Garibaldi, si erano messi i camorristi Jossa, Capuano, Mele, lo stesso «Tore 'e Criscienzo» nonché la tavernaia Marianna De Crescenzo detta «La Sangiovannara». Costei, secondo gli storiografi di parte borbonica Giacinto De Sivo e Giuseppe Buttà, aveva fama di esser camorrista e come tale si comportava contraddicendo una regola e una tradizione che negava alle donne la possibilità di appartenere alla Bella Società Riformata. Venne effigiata da un celebre pittore. Saverio Altamura. Nel nuovo ministero formato da Garibaldi, a capo del quale fu messo Luigi Carlo Farini, la carica di ministro della polizia continuò, per poco ancora, ad essere occupata da Liborio Romano. E i camorristi, coccarda tricolore sul cappello, serbarono saldamente i gradi di commissari di polizia. Col pieno assenso di Garibaldi, naturalmente. Del resto in Sicilia il «Dittatore» era stato ben lieto di accogliere fra i suoi volontari, tramit e il barone Giuseppe Sant'Anna, moltissimi picciotti reclutati nelle file della mafia. Nelle prime settimane successive all'ingresso di Garibaldi, Napoli poté far esplodere tutta la sua pittoresca esuberanza che, come sempre, presentava in molti casi aspetti anche ridicoli e patetici. Usciti dalle fortezze in cui si erano asserragliati, gli ultimi soldati borbonici in procinto di raggiungere il grosso delle truppe a Capua, circolavano ancora, in perfetta uniforme, per le strade della città, e si scambiavano saluti d'ordinanza con i bersaglieri piemontesi, con i garibaldini e con i componenti della Guardia Nazionale e della Guardia Cittadina. Chi governava? Ufficialmente il ministero insediato da Garibaldi, ma vi era poi un consiglio di dittatura e vi erano comitati vari. In tale guazzabuglio i camorristi, ancora con la coccarda tricolore sul cappello, erano forse i soli a non aver perso completamente la testa. Era però assurdo pretendere che i membri della Bella Società Riformata, per il solo fatto di essere stati inquadrati in un corpo di polizia e di essere stati nominati chi commissario e chi ispettore, potessero comportarsi eternamente da galantuomini. Dopo i primi momenti di euforia, infatti, i camorristi si accorsero che la loro nuova condizione di tutori dell'ordine, poteva favorirli nell'esercitare più agevolmente i tradizionali soprusi. Il capintesta Salvatore De Crescenzo decise di avocare alla sua squadra tutte le tangenti sul contrabbando di mare, mentre il capintrito Pasquale Merolle si riservò le tangenti sul contrabbando di terra. Alla testa dei loro fidi, i due camorristi sorvegliavano tutti i varchi della città, ogni volta che arrivavano casse di merci, essi dicevano ai doganieri: è roba di zio Peppe, è roba di Garibaldi.
Gli importatori furono esonerati così dal versare il dazio all'erario, ma non dal consegnare ai poliziotti- camorristi grosse somme che finivano nei forzieri della Bella Società Riformata. Altri varchi cittadini erano piantonati dai gregari del capintrito Antonio Lubrano detto «Totonno 'a Porta 'e Massa». «E roba di zio Peppe», ripetevano anche loro ai doganieri, e pure il dazio sui bovini veniva dirottato verso le casse della criminale setta. Gli introiti della dogana, che normalmente, malgrado la secolare presenza della camorra, si aggiravano sui 40.000 ducati al giorno, scesero rapidamente a 1.000 ducati; e vi fu anche un giorno in cui, in tutta Napoli, i gabellieri riscossero appena venticinque soldi.
Nel mese di dicembre, in una sola notte, vennero arrestati, dai militari, novanta poliziotti-camorristi: già 1'indomani la dogana riuscì a incamerare 800 ducati. Nella confusione politica e amministrativa della città, comparve una schiarita il 3 gennaio 1861, quando il principe Eugenio di Carignano sostituì nella luogotenenza Luigi Carlo Farini, dimostratosi troppo debole. Il nuovo ministro era affiancato dal giovane diplomatico Costantino Nigra, il quale aveva il compito di inviare dettagliate relazioni a Cavour sulla situazione napoletana. La carica di direttore della polizia andò al patriota Silvio Spaventa che, immediatamente, sciolse il corpo delle Guardie Cittadine e lo rimpiazzò con quello delle guardie di Pubbli ca Sicurezza, licenziando insomma i camorristi. Naturalmente questo fermo atteggiamento gli procurò innumerevoli inimicizie; per poco, anzi ' non gli costò la vita.

Silvio Spaventa
Silvio Spaventa

Il 19 gennaio vi fu una prima dimostrazione contro il nuovo funzionario. Gruppi di camorristi, chiedendo di essere reintegrati nei ruoli della polizia, percorsero le strade di Napoli e provocarono tumulti gravissii Ma la manifestazione più massiccia, i camorristi l'organizzarono tre mesi dopo, il 26 aprile, quando Spaventa, d'accordo col generale Tappeti, emanò un'ordinanza che faceva divieto ai componenti della Guardia Nazionale, anch'essa inquinata, di indossare l'uniforme fuori dalle ore di servizio. Una fiumana di ex Guardie Cittadine, di Guardie Nazionali e di garibaldini, guidati dai capi della Bella Società Riformata invasero il ministero chiedendo la testa di Silvio Spaventa. Il patriota fu salvato dalla presenza di spirito dei segretari Giuseppe Colucci ed Emilio Vaglio i quali riuscirono a farlo fuggire da una scala segreta. Delusi, ma decisi a non darsi vinti, i camorristi si avviarono verso il palazzo Latilla, dove Silvio Spaventa, ospite di Onorato Croce, aveva preso dimora e, trovatolo deserto, lo devastarono. Un camorrista, per bravata, si affacciò da una finestra e, mostrando alla folla un coltello , gridò: «Ho ucciso Silvio Spaventa! L'ho ucciso con questo!».
La folla applaudì a lungo. Informato, nel suo rifugio, di questi drammatici avvenimenti, Silvio Spaventa si rese conto che gli rimaneva un sol sistema per recuperare il suo prestigio di direttore della polizia: dimostrare, ai camorristi, di non temerli affatto. Volle dunque uscire a piedi e, accompagnato da Costantino Nigra, da Federico Quercia e da Tommaso Arabia, andò a cenare al Caffè d'Europa che allora era diventato, appunto, il quartiere generale della polizia camorristica. Quindi, assolutamente solo, si recò al teatro San Carlo, entrò in un palco di seconda fila, di cui erano titolari i suoi amici Petroni, assisté tranquillamente allo spettacolo, e andò infine a farsi una passeggiata notturna per via Toledo. Ammirati e sorpresi per il suo coraggio, i camorristi non osarono molestarlo. Purtroppo, quella di sgominare la setta rimase un'illusione per Silvio Spaventa. La lotta iniziata da Silvio Spaventa fu proseguita, nel 1862, dal questore Carlo Aveta. La situazione era più che mai disastrosa. Ufficialmente estromessi dalle forze di polizia, gli affiliati alla setta avevano tuttavia guadagnato altre innumerevoli leve di potere: ogni volta che faceva arrestare un camorrista, Carlo Aveta riceveva almeno venti lettere di deputati i quali lo pregavano di annullare il provvedimento. La verità è che i camorristi, sebbene analfabeti, erano già in grado di manovrare le masse elettorali, per cui quei napoletani i quali ambivano ad occupare un seggio nel parlamento di Torino, dovevano ricorrere al loro appoggio. Nel luglio del 1862, approfittando di quello stato di assedio che era stato proclamato nelle province meridionali per consentire al generale Lamarmora di combattere il brigantaggio, il questore Aveta decise di condurre un'azione massiccia contro la camorra. E tuttavia non trovò niente di meglio da fare che seguire, mutatis mutandis, l'esempio di Liborio Romano.
Considerato che a Napoli, oltre ai camorristi imperversavano i guappi, quegli individui che, pur comportandosi da sopraffattori non erano affiliati alla Bella Società Riformata, Carlo Aveta pensò di chiedere il loro aiuto. Volle mettere, insomma, guappi contro camorristi. I guappi Nicola Jossa e Nicola Capuano, i quali già, sebbene per poco, avevano ricoperto incarichi nella Guardia Cittadina furono convocati dal questore Aveta e promossi delegati di Pubblica Sicurezza.
Il provvedimento, per la verità, si rivelò quanto mai efficace. Fu soprattutto Nicola Jossa a rendere grossi servigi all'ordine pubblico. Il delegato ex guappo, che conosceva i camorristi di Napoli uno per uno, li andava a scovare nei posti più impensati, perfino nel bosco di Capodimonte, li fissava con occhi sprezzanti, li colpiva a scudisciat e sulle mani, e: «Avanti! Dirigiti verso il carcere di Castelcapuano. Io ti seguo a due passi di distanza!», urlava. Ogni giorno, scovati da Jossa. decine di camorristi, diventati improvvisamente docili e arrendevoli, entravano nelle prigioni. Spronato dal questore, Nicola Jossa volle poi compiere un'azione di bonifica al Ponte della Maddalena dove, ritto sull'uscio dell'ufficio doganale, il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo imperava indi stur. bato. Andò lì tutto solo, Nicola Jossa. Si avvicinò al capintesta, il quale, come sappiamo, nel periodo di transizione aveva ricoperto il grado di caposquadra della Guardia Cittadina, e gli disse: «Da oggi in avanti, tu qua non comandi più. Il ponte della Maddalena appartiene alla legge» .
Una lunga e pacata discussione indusse i due a decidere di sfidarsi a una zumpata: se avesse vinto «Tore 'e Criscienzo», il ponte della Maddalena sarebbe rimasto nelle mani della camorra; in caso contrario sarebbe passato allo Stato.
L'indomani mattina Nicola Jossa e «Tore 'e Criscienzo» si incontrarono al Campo di Marte. Entrambi a torso nudo, ciascuno armato di un affilato coltello, essi disputarono una drammatica zumpata. Nicola Jossa ebbe il sopravvento ma, generosamente, anziché uccidere il suo avversario, si limitò a ferirlo al braccio. «Il ponte della Maddalena appartiene alla legge. Accompagnami al carcere», disse Salvatore De Crescenzo.
Tore e' Criscienzo
Centinaia di affiliati alla Bella Società Riformata, detenuti per reati vari, si recarono uno per volta, in una processione che sembrava non dover terminare mai, a baciare le mani e a gettarsi, commossi, ai piedi di Salvatore De Crescenzo allorché questi, nel luglio del 1862, arrestato da Nicola Jossa, fece il suo ingresso nel carcere di Castelcapuano. In onore del grande capintesta imprigionato si vollero fare, in quella occasione, festeggiamenti davvero in grande stile. Per sottolineare l'eccezionalità dell'avvenimento, il capintrito temporaneo di Castelcapuano, Antonio Mormino, emanò subito un'amnistia in favore dei camorristi condannati dalla Gran Mamma.
Tore e' criscienzo

L'autenticità dell'episodio è provata da una quarantina di lettere, a firma Antonio Mormino, che proprio in quel periodo furono sequestrate nelle varie carceri napoletane del questore Aveta; dirette in gran parte a Vincenzo Zingone, capintrito temporaneo del carcere di San Francesco, le lettere contenevano appunto i resoconti e le disposizioni relative all'amnistia camorristica. «Dippiù quando venne Salvatore De Crescenzo cercai grazia per i camorristi in punizione», scrisse testualmente Antonio Mormino. Il provvedimento fu esteso perfino a un certo Ricciardelli, su cui gravava l'accusa di delazione, e perfino a certi Ciro Cozzolino e Agostino Angelino i quali, pure, erano già stati condannati a morte per non aver ucciso il loro compagno di cella Pasquale Capozzo, macchiatosi a sua volta di infamità. Tramite Vincenzo Zincone, l'amnistia fu concessa anche agli affiliat i manchevoli che si trovavano nel carcere di San Francesco. Qui solo due picciotti di sgarro rischiarono di non godere dell'eccezionale beneficio; subito, però, Antonio Mormino scrisse a Vincenzo Zingone: «Alzate le mani, perché è un perdono generale invocato da Salvatore De Crescenzo; soltanto se i delinquenti ricadranno in fallo, rimettete la loro sort e alla sublime vostra saggezza». L'ampiezza del provvedimento di clemenza costituisce la dimostra zione più lampante di come vistosamente la Bella Società Riformata, inflessibile di solito nel punire con la morte o con le torture i propri aderenti indisciplinati, desiderasse non solo onorare, ma anche consolare il suo capintesta uscito sconfitto dalla zumpata con Nicola Jossa. Ma chi era in realtà questo «Tore 'e Criscienzo», di cui già tante volte ci siamo dovuti occupare? Attraverso quali imprese era diventato un personaggio mitico? Di quali altre bravate sarà protagonista? Ci sembra quanto mai opportuno, arrivati a questo punto della nostra narrazione storica, tracciare una biografia, per quanto possibile completa, di Salvatore De Crescenzo, non trascurando di mettere in rilievo le varie fasi della sua lotta con l'altro celebre camorrista, Antonio Lubrano detto «Totonno 'a Porta 'e Massa».
Nato nel 1816, Salvatore trascorse l'infanzia esibendosi in un piccolo 4 circo con i suoi genitori, giocolieri fra i più ammirati di Porta Capuana. Suo padre era specializzato nell'ingoiare spade, mentre sua madre, una donna dalla corporatura gigantesca, dava spettacolo lasciando che, a colpi di piccone, venissero spaccate delle grosse pietre che lei, distesa a terra, si faceva appoggiare sul ventre. All'età di quattordici anni, dato un addio alla vita del saltimbanco, Salvatore entrò nei ruoli minori della Bella Società Riformata. Per il suo coraggio, ascese rapidamente ai gradi intermedi e, nel 1849, pose la sua candidatura alla suprema carica di capintesta.
Quelle elezioni furono movimentatissime, soprattutto per il duro atteggiamento del capintrito Antonio Lubrano il quale sosteneva che De Crescenzo fosse troppo giovane per insediarsi al vertice della setta. Lui urlò: «Ho trentatré anni, l'età di Cristo. E se a trentatré anni Cristo salì al cielo, "Tore 'e Criscienzo" può ben diventare un capintesta».
Antonio Lubrano dovette ingoiare il rospo. Come capintesta, Salvatore De Crescenzo si conquistò la prima popolarità per la sua pretesa eleganza: indossava pantaloni svasati alla base e giubbetti corti che poi verranno usati, quasi come una tenuta di gala, da tutti i camorristi. Severissimo e anzi implacabile con gli avversari, «Tore » era invece generoso con gli amici e particolarmente tenero verso i bambini, al punto che obbligò i suoi gregari a versare, una volta al mese, il cinque per cento delle tangenti ai trovatelli del brefotrofio dell'Annunziata. La polizia, stranamente, lo arrestò per la prima volta solo nel febbraio del 1849, quando lui, in una bettola, accoltellò un caporale di marina di nome Bornei, col quale era venuto a rissa.
Il capintesta fu condannato a sei mesi e fu tradotto prima nelle carceri di Santa Maria Apparente, dove, come abbiamo visto, si rese utile a Luigi Settembrini, e poi in quelle di Castelcapuano. Li, nel carcere dove secondo la leggenda aveva soggiornato il mitico Gamur, Salvatore De Crescenzo diede il massimo sfogo ai suoi istinti di sopraffazione. Prese di mira, in particolare, costringendolo a rendergli i servigi più umili, un compagno di cella non affiliato alla setta, certo Luigi Salvatori. Disteso sul letto, il camorrista pretendeva, fra l'altro, che Salvatori gli facesse continuamente fresco con un ventaglio; e quando il malcapitato, stanco, s'interrompeva, lui lo colpiva con pugni e calci. Luigi Salvatori subì per cinque mesi le angherie di «Tore 'e Criscìenzo », poi un giorno, esattamente il 14 luglio 1849, chiese di essere trasferito in un'altra cella. Offeso, il camorrista tirò fuori il coltello e l'uccise; se la cavò con una condanna a soli cinque anni. Nel 1855, tornato libero, «Tore» riprese saldamente nelle mani le redini della Bella Società Riformata convocando subito, in seduta straordinaria, il tribunale della Gran Mamma. Ad apertura di udienza chiese la condanna a morte di otto persone, tutte quelle, cioè, che in sua assenza avevano tentato di emergere. Fra i condannati figurava, naturalmente, il suo antico avversario Antonio Lubrano.
Quando tutto era pronto per l'esecuzione che, in via eccezionale e allo scopo di dare un esempio agli altri, doveva avvenire dinanzi all'intera assemblea degli adepti, un picciotto di sgarro si avvicinò al capintesta e gli sussurrò alcune parole all'orecchio. Non si seppe mai che cosa, di tanto grave e di tanto importante, il picciotto avesse comunicato, ma certo è che Antonio Lubrano venne slegato, rimesso in libertà e reintegrato nel suo grado di capintrito. Sul finire del 1859, «Tore 'e Criscienzo» fu protagonista di un altro episodio che merita di essere rievocato. In quell'anno si costituì, anche a Caserta, per iniziativa di un certo Raffaele Caiazzo, la Bella Società Riformata.
Immediatamente «Tore 'e Criscienzo» convocò il suo stato maggiore e deliberò che la camorra di Caserta non potesse essere autonoma bensì dovesse federarsi a quella di Napoli: pertanto nella migliore delle ipotesi, a Caiazzo spettava il grado di capintrito.
L'unico capintesta, insomma, doveva rimanere lui, Salvatore De Crescenzo. Da parte sua Raffaele Caiazzo, quando ricevette la notizia di ciò che era stato deciso a Napoli, fece sapere che, in quanto casertano, non riconosceva nessuna autorità a «Tore 'e Criscienzo» e che, anzi, ritenendosi offeso, lo sfidava a una zumpata da tenersi ad Aversa, cioè su terreno neutro. Ancora una volta il gran consiglio della camorra si riunì in seduta plenaria, per pronunciarsi in merito. Il regolamento della Bella Società Riformata faceva esplicito divieto ai capintesta, affinché rimanessero al di sopra di ogni contestazione, di partecipare a zumpate e a dichiaramenti; d'altra parte, però, il caso in esame era del tutto nuovo dal moment o che, bene o male, Raffaele Caia77o era stato a sua volta eletto capintest a dai camorristi casertani.
Le discussioni per così dire giuridiche furono lunghe ed estenuanti. Infine si arrivò alla conclusione che bisognasse ricorrere a uno stratagemma: accettare la sfida, ma darne notizia ai quattro venti. E così la Pubblica Sicurezza arrivò ad Aversa proprio mentre Salvatore De Crescenzo e Raffaele Caiazzo, tutti e due a torso nudo ed armati di coltello, stavano per iniziare la zumpata, e li arrestò entrambi.
Il risultato voluto venne raggiunto: la camorra di Caserta si sfaldò. Rimesso in libertà in seguito all'amnistia concessa da Francesco II, Salvatore De Crescenzo ebbe poi, come abbiamo visto, il suo momento di gloria nel giugno del 1860 quando fu chiamato a costituire la Guardia Cittadina. Circondato da tanta fama e soprattutto considerato la vittima di un governo che, dopo averlo sfruttato, lo ripagava in malo modo, era perciò logico che quando nel luglio del 1862, entrò ancora una volta nel carcere di Castelcapuano, i camorristi detenuti organizzassero, in suo onore, tanti festeggiamenti.
La nuova permanenza del capintesta a Castelcapuano fu movimentatissima. Un giorno, infatti, venne a sapere che un altro camorrista detenuto, certo Aniello Ferrigno, aveva attentato all'onore di sua figlia Carolina, moglie del capintrito di Port'Alba Eduardo Avitabile. Lì, in uno stanzone del carcere, Salvatore De Crescenzo convocò la Gran Mamma, rifiutando, però, di presiederla. «Sono parte in causa e quindi non posso fare anche da giudice», disse. Naturalmente il tribunale camorristico condannò egualmente a morte Aniello Ferrigno: il privilegio di eseguire la sentenza toccò a un picciotto di sgarro estratto a sorte fra i tanti che si erano offerti. In seguito a questo fatto, Salvatore De Crescenzo venne confinato nell'isola di Ponza, in cui già si trovava Antonio Lubrano, il suo antico avversario.
La coabitazione, logicamente, fu tutt'altro che tranquilla. Su entrambi i camorristi, posero i loro occhi gli esponenti borbonici in esilio. Riparato a Roma, l'ex re delle Due Sicilie Francesco it finanziava e incoraggiava, nell'illusione di poter ritornare sul trono, il brigantaggio politico nelle province meridionali. Le strade del sud erano diventate tutte impercorribili; bersaglieri piemontesi e partigiani di «Francischiello» si dissanguavano a vicenda in una dura guerriglia. I borbonici, dunque, offrirono sia a Salvatore De Crescenzo che ad Antonio Lubrano, la possibilità di evadere: in cambio essi avrebber o dovuto capeggiare due bande di briganti. Quando già tutto era pronto per l'evasione, però, Antonio Lubrano pur di dar sfogo ai suoi antich i rancori contro Salvatore De Crescenzo rivelò ogni cosa alle autorità dell'isola. Nel giro di pochi minuti, alcuni marinai immobilizzarono «Tor e 'e Criscienzo» e lo gettarono in una cella di segregazione. Ammanetta to e sotto buona scorta, l'indomani il capintesta venne trasferito alle carceri delle Murate, a Firenze.
Antonio Lubrano fu premiato con la libertà e, benché odiato dai suoi stessi compagni, riprese la sua attività imponendo tangenti sempre più esose e rifiutando perfino di versare le quote alla Bella Società Riformata. Il tribunale della Gran Mamma, allora, si riunì nelle Caverne delle Fontanelle e, teatralmente, lo condannò due volte a morte: una volta per non aver versato le quote alla setta e una seconda volta per il tradimento perpetrato nei confronti di Salvatore De Crescenzo. Il 3 ottobre 1862, Antonio Lubrano venne di nuovo arrestato e tradotto nel carcere di Castelcapuano. Subito, tre detenuti gli si gettarono ad dosso e lo scannarono. Si accollò la responsabilità di questo delitto, allo scopo di esser promosso camorrista, il picciotto Nicola Furiano.
La polizia accertò che il testo scritto della sentenza di morte contro Lubrano era stato portato, nascosto in una cesta d'uva dalla moglie del camorrista Pasquale Legittimo al capintrito temporaneo di Castelcapuano Antono Mormino. La lunga lotta per il potere sulla camorra, combattuta fra «Tore 'e Criscienzo» e «Totonno 'a Porta 'e Massa» era finita per sempre. A partire da questo momento, le notizie relative a Salvatore De ere .. scenzo incominciano a diventare frammentarie. L'8 luglio 1864, insieme con altri settantuno detenuti, fu di passaggio per Napoli, proveniente dal domicilio coatto della Capraia e diretto alle Tremiti. Nel 1868 era di nuovo libero, a Napoli; il 17 dicembre di quell'anno, infatti, fu sorpreso dalla Pubblica Sicurezza mentre, in una cantina, frustava a sangue un giovanotto onorato che gli aveva mancato di riguardo.
Il 6 ottobre 1869 venne inviato, insieme con altri camorristi, nell'isola di Ventotene. Della vecchiaia del feroce capintesta, si sa ben poco. Risulta però che, in segno di rispetto, i nuovi capintesta che gli successero, si recavano personalmente ogni settimana a casa sua e gli consegnavano, dopo avergli baciato le mani, una grossa parte delle loro tangenti. La repubblica di Santo Stefano Più ancora che nelle carceri, la Bella Società Riformata allignava nelle isole, sedi di bagni penali e dì domicili coatti. Questi due istituti di antica origine furono a lungo mantenuti in vigore dallo Stato postunitario. Nei bagni penali si scontavano i lavori forzati, che potevano essere a vita o a termine, da dieci a vent'anni, e che imponevano la catena al piede e l'assoggettamento ad attività faticose da eseguirsi in vasti cameroni, più confortevoli di quelli delle carceri. Il domicilio coatto consisteva nell'obbligare a trasferirsi in un luogo designato e lontano da quello dei loro interessi abituali, per persone «pericolose per la società in guisa da dover essere per un certo tempo segregate da quel comune consorzio al quale potrebbero essere facilmente causa di danno per le gravi tendenze manifestate». Sostanzialmente ingiusto perché inflitto a persone che già avevano scontato la pena o che non avevano pene da scontare, l'istituto del domicilio coatto verrà abolito, insieme con quello relativo ai bagni penali, nel 1889, dal codice Zanardelli; che, però, tanto per cambiare, prevedeva l'istituto del confino di polizia. Nelle isole, dunque, la Bella Società Riformata prosperava e dominava.
Un'organizzazione, per così dire ad alto livello, esisteva in particolare alle Tremiti, dove già il governo borbonico, negli anni compresi fra il 1848 e il 1850, aveva spedito frotte di prostitute affinché si unissero in matrimonio con i camorristi confinati. Nell'isola di Favignana il capintrito temporaneo svolgeva quasi le funzioni del governatore.
Vigeva, lì, perfino un linguaggio furbesco: per non farsi capire dagli abitanti del posto, i camorristi anteponevano ad ogni sillaba delle parole del loro discorso il bisillabo codi. L'espressione « Come stai?», ad esempio, diventava: «Codico codime codista codii?». Questo linguaggio, detto boccaglio in serpentino, poté essere decifrato il giorno in cui a un camorrista venne sequestrato un quaderno, pieno di parole strane e di numeri, che lui faceva passare per una cabala.
Spadroneggiando e dettando legge sulle popolazioni locali, i camorristi confinati nelle isole si atteggiavano a cittadini privilegiati di repubbliche indipendenti. Bisogna ricordare, a questo proposito, che nell' isola di Santo Stefano i camorristi detenuti nel penitenziario fondarono una vera e propria repubblica alla quale, anzi, la magistratura italiana per poco non riconobbe la sovranità. Il fatto, veramente unico nel suo genere, accadde nell'ottobre del 1860, quando il distaccamento borbonico che presidiava l'isola raggiunse in massa Capua, dove l'esercito di Francesco II era assediato dalle truppe italiane. Gli ottocento reclusi, sopraffatti i quaranta custodi, varcarono le porte di ferro del penitenziario e si sparpagliarono nell'isola. Immediatamente i camorristi napoletani presero in pugno la situazione; costituirono una giunta che pomposamente denominarono «Commissione per il buon ordine», e ne offrirono le redini al capintrito temporaneo Francesco Venisca.
La cosiddetta repubblica di Santo Stefano ebbe anche uno statuto, sebbene composto di soli quattro articoli:

1. Qualunque condannato uccidesse un suo compagno a tradimento sarà punito con la morte.
2. Qualunque condannato offendesse i superiori dell'ergastolo, guardiani, ecc., o per vie di fatto o per minacce, sarà punito con la fucilazione.
3. Qualunque condannato offendesse la vita e le sostanze degli isolani sarà punito con la morte.
4. Qualunque isolano offendesse l'onore delle famiglie appartenenti ai superiori. guardiani e persone oneste dell'isola, sarà punito con la morte.

Nelle poche settimane della sua esistenza, la repubblica di Santo Stefano elesse anche un senato la cui attività, tuttavia, si estrinsecò principalmente nel giudicare e nel condannare i «sudditi» che non avevano rispettato lo statuto.
Pasquale Urso, per un lieve furto di farina, venne punito con cinquanta bastonate e con trenta giorni di reclusione criminale; Severo Lucifero, per aver rubato a un compagno pochi spicciol i , subì quindici giorni d'isolamento e venticinque bastonate; Antoni o Margiotta, per aver sottratto a un contadino due pali di legno e un grappolo d'uva, fu obbligato a girare per tutta l'isola con la refurtiva legat a addosso. Vi fu anche un giudizio sommario. Informato da alcuni pastori che una capra della mandria dell'ergastolo era stata rubata, il presiden te della «Commissione per il buon ordine», Francesco Venisca, esegui nella note del primo novembre, insieme con i suoi compagni Maisani e Mollo, una perlustrazione attraverso l'isola. Il colpevole, Giuseppe Sabia, venne sorpreso nello spiazzo del cimitero proprio mentre stava arrostendo la capra. Lo uccisero sul posto, a colpi di pugnale, e ne gettarono il corpo fra i dirupi. Il senato, inoltre, riunito in seduta speciale, condannò a morte Vincenzo Fedele, per antichi rancori. Per fortuna, ai primi del 1861 i marinai italiani sbarcarono a Santo Stefano e vi riportarono la legge. L'istruzione del processo a carico dei camorristi, per la scarsezza dei testimoni e delle prove, iniziò solo nel 1866 e terminò nell'aprile del 1872.
La condanna più dura toccò a un certo Francesco Orlando, mentre dei cinque membri della «Commissione » tre furono assolti; tuttavia non fu ritenuta seria la tesi, avanzata dai difensori, dell'«inesistenza di reato sotto il rapporto dell'esercizio di un potere legittimamente costituito, conforme alle supreme esigenze dei tempi eccezionali». Fu proprio nelle isole che le autorità del Regno d'Italia incominciarono a prendere i primi provvedimenti contro i camorristi detenuti. Essi, però, tutto sommato ogni volta che commettevano un sopruso, se la cavavano col trasferimento in un'altra isola.
Abbastanza probante, in questo senso, è la lettera spedita il 12 luglio 1862 dal comandante militare di Ponza, capitano Cutelli, al questore di Napoli :

Comunico all'autorità di V.S. che su quest'isola di mio comando trovansi il relegato a disposizione camorrista Auttieri Fortunato, spalleggiato anche da Francesco Esposito, Biagio Marino, e Luigi Bottiglieri a condanna, ai quali niun avvertimento e misure di rigore han potuto a' medesimi metterli sul retto sentiero, talché vedendo l'Autieri che giornalmente coadiuvato da' menzionati fa degli abusi sulla gente qui relegata non solo, ma quando, calpestando ogni diritto, si fa ardito con mano armata, con minacce e vie di fatto ad esigere la camorra da ogni relegato che costà giunge, e su di altri che lucrano qualche obolo col sudore della fronte; e di fatti giorni or sono il relegato Michele Lucente giunto in questa, veniva esso alla mia abitazione sotto i miei propri occhi preso a bastonate facendolo grondare sangue dal naso e dalla bocca, perché l'Auttieri bramava danaro dal Lucente. Ieri l'altro si presentava detto camorrista all'altro relegato Ferdinando Ungaro, che aveva travagliato sul cavofondo in questo porto, chiedendo la parte del guadagno; giungendo all'alterigia di vibrargli delle percosse sul capo con grosso baculo; Perlocché mi vidi costretto a far restringere in prigione l'Auttieri, e consegnati nelle caserme di questa relegazione i seguaci descritti; e comecché non potrassi da me tenerli per lunga pezza accasermati e lasciarli liberi per l'isola, e con la certezza che 1'Auttieri i facendo da capo alla combriccola menzionata, commetterebbe degli abusi e co ntinui disturbi; così è che prego la S.V. che questo capo disturbatore e prepotente venisse tolto da quest'isola, come ancora il Luigi Bottiglieri che lo seconda in tutto, fossero condotti in Ventotene o in altro luogo che crederà più opportuno per segregarli dalla società che la mantiene turbata.

Ma anche questi viavai da un'isola a un'altra e da un carcere all'altro, sortivano risultati modesti. Prima di abbandonare un luogo di pena, i camorristi lasciavano lettere per ì compagni che subentravano, dando soprattutto informazioni sui detenuti più facilmente soggiogabili. Ecco il biglietto che, nel 1862, la sera stessa in cui alcuni camorristi detenuti erano stati trasferiti altrove, scrisse il capintrito temporaneo Giuseppe Scala:

«Compagni carissimi, dopo avervi caramente salutato a tutti come fanno i miei. Vengo a darvi conoscenza come da qui sono partiti il capo ed il contabile, perciò riuniti questa mattina i compagni tutti, hanno ritenuto di alzare per capo a Scala, per il contaiuolo a "Piede di Porco", perciò vi facciamo conoscere tutto mentreché siamo desiderosi chi son rimasti e chi avete alzato a capo, atteso che ci è giunto alle orecchie che il Mormile è partito. Vi fo consapevole che dovete capire che non avrete la buttiglia (tangente) a causa che i compagni si hanno portato il carosiello (salvadanaio), ma nella corrente settimana, avrete secondo il solito. Attento e salutandovi caramente unito a tutti mi segno il vostro compagno Giuseppe Scala».

Per istinto violenti nei confronti dei non affiliati alla setta, i camorristi relegati nelle isole non mancavano talvolta di compiere atti di generosità. Il criminologo Giuseppe Alongì riferisce che, a Favignana, un camorrista, gettatosi fra le onde, salvò un ragazzo da sicuro annegamento; un altro, lanciatosi tra due carri trainati da muli impennati, fece scudo del suo corpo a due bambini; un altro ancora, dopo aver ferito a colpi di pugnale alcune persone, si pentì e promosse una colletta a loro favore.
Con l'annessione di Napoli a quelle che allora, con formula provvisoria, venivano chiamate «le province libere d'Italia», la camorra carceraria subì un primo duro colpo: molti degli uomini che adesso sedevano nel parlamento di Torino, avevano languito per anni nelle prigioni meridionali e perciò sapevano bene che i secondini erano da tempo succubi se non proprio complici dei camorristi. Un poco alla volta, così, in molti luoghi di pena l'antico personale di custodia venne sostituito. Non scomparve affatto la camorra, ma fu almeno posto un freno alla secolare connivenza fra malviventi e custodi.
Nel carcere di Castelcapuano, inoltre, i camorristi furono immediatamente separati dagli altri detenuti e accentrati nel padiglione San Lazzaro. I1 rimedio diede risultati alterni. Il 24 settembre del 1862, nel padiglione San Lazzaro, totalmente in mano ormai ai membri della Bella Società Riformata, il camorrista Francesco Cervone diresse autentici lavori di perforamento del pavimento e, con ventinove suoi compagni, riuscì a raggiungere le fogne. Avvertiti dai secondini, non più favoreggiatori dei camorristi, gruppi di carabinieri e di agenti di Pubblica Sicurezza si calarono a loro volta, tramite un tombino stradale, nelle fogne di Napoli, bloccarono i fuggiaschi e dopo aver ingaggiato una lotta nella melma, riuscirono ad ammanettarli. Si cercò anche, da parte delle nuove autorità, di mostrarsi più severi nei confronti dei camorristi sorpresi a battersi in zumpate nelle carceri.
Un'esemplare condanna contro un certo Gaetano Marranzino, membro della Bella Società Riformata, detenuto nel carcere di San Francesco, fu emessa dalla corte d'assise di Napoli, presieduta dal deputato Capone, il 20 luglio 1869. Nonostante lo zelo dei nuovi magistrati, però, la camorra carceraria risorgeva all'indomani stesso del giorno in cui pareva annientata. E gli atti di violenza che i camorristi commettevano negli istituti di pena, venivano scoperti solo per caso e dopo molto tempo. Nel giugno del 1878 si verificò, in Castelcapuano, un altro sconcertante evento. Nella stanza numero dieci alloggiava, insieme con quattordici persone, il camorrista Pasquale Falchieri il quale aveva stretto amicizia con un altro affiliato della setta, certo Carlo Perfetto. Un giorno, a Faichieri, fu recapitato un biglietto del seguente tenore: «Carlo Perfetto è uno spione, ha due sorelle di malavita, che deposero in giudizio contro un nostro compagno, il quale perciò fu condannato a pena criminale.
La Società l'ha punito con lire venti di multa, ed è dovere dei nipoti (confratelli) i quali per avventura si trovino nella sua stanza, di fargliele pagare: del resto vi regolerete voi. Vi saluto e sono: vostro zio Granata». Venuto a conoscenza del contenuto di quel biglietto, Carlo Perfetto incominciò a tremare tutto: «Zio Granata» era il soprannome di Domenico Volpe, un camorrista ferocissimo, detenuto nel padiglione san Lazzaro dello stesso carcere di Castelcapuano, famoso soprattutto per aver fatto uccidere, appena qualche mese prima, un certo Vincenzo Borrelli; inoltre l'espressione «del resto vi regolerete voi» equivaleva, nel gergo camorristico, a una esplicita condanna a morte. Carlo Perfetto si gettò dunque ai piedi di Pasquale Falchieri, fece appello al senso di am icizia instauratosi fra loro e, in cambio di un paio di pantaloni, riuscì ad avere da Iui salva la vita.
Appena qualche giorno dopo, Pasquale Falchieri fu trasferito nel padiglione San Lazzaro. Domenico Volpe, detto «Zio Granata», appena lo vide gli rinfacciò di non aver ucciso Carlo Perfetto e lo denunziò alla Gran Mamma. Il Falchieri fu condannato alla sospensione dal grado e dalla riscossione delle tangenti, nonché a una multa di cinquanta lire, a una bastonata e a ricevere lo sterco in faccia. Questa condanna venne pressoché a coincidere con l'onomastico del camorrista Luigi Lauro, 21 giugno, e con quello del camorrista Giovanni Siniscalchi, 24 giugno.
Per festeggiare questi due, la Gran Mamma decise di concedere grazie e riabilitazioni e, conseguentemente, di annullare la sentenza a carico di Pasquale Falchieri nonché quella a carico di un certo Filippo Torre. Sia il Falchieri che il Torre, però, avendo in mente di dimettersi dalla camorra, respinsero la grazia. Offeso per quei rifiuti che, probabilmente, non avevano precedenti nella storia della Bella Società Riformata, «Zio Granata» annunziò pubbliche rappresaglie; incominciò con l'infliggere dieci schiaffi a Filippo Torre, che li accettò in silenzio, quindi si volse verso Pasquale Falchieri per fare altrettanto. Invece di subire la punizione supinamente, come aveva fatto l'altro, Falchieri afferrò il cavalletto di un letto e lo scaraventò addosso a Domenico Volpe. Accorse, richiamato dal fragore, il custode Giuseppe Cieri il quale, pistola in pugno, riuscì a sottrarre Falchieri dalla furia di Domenico Volpe e dei suoi gregari, e l'accompagnò verso un'altra cella.
Nel corridoio del carcere, un altro camorrista, Raffaele Esposito detto «Pazzariello », per vendicare lo «Zio Granata», si avventò con un coltello contro Pasquale Falchieri.
Per la seconda volta Giuseppe Cieri salvò il suo protetto, ma la pagò cara: pochi giorni dopo, infatti, in una stradetta buia, il coraggioso secondino venne ucciso da un membro della Bella Società Riformata. Il processo che ne seguì fu lunghissimo; il sostituto procuratore del re, Pennino, chiese, per i camorristi, pene severissime che furono confermate anche in appello. In quello stesso 1878 i camorristi provocarono, a Napoli, ben due sommosse carcerarie.
La prima esplose, nel mese di settembre, nel carcere della Concordia, e fu fomentata dal capintrito Giuseppe Pierino, allo scopo di scongiurare una fusione della camorra napoletana con la mafia siciliana, meditata dal camorrista Livoti e dal mafioso Infantino. Durante i disordini, il capintrito Pierino e il mafioso Infantino si batterono alla zumpata, e se non si scannarono a vicenda fu per il provvidenlI ziale intervento del camorrista Gaetano Cammarota che, scagliando contro entrambi i contendenti la fiancata di un letto, riuscì a separarli e poi a disarmarli. In sede di processo, venne esibito il documento, sottoscritto dal napoletano Livoti e dal siciliano Infantino, che fissava le clausole relative alla fusione della camorra con la mafia. La seconda sommossa ebbe per teatro Castelcapuano e fu originata da un episodio collegato alla tassa dell'olio della Madonna.
Nell'ottobre del 1878, dunque, al giovane Gennaro Barca il quale, essendo poverissimo, non aveva potuto pagare la tradizionale tassa, due camorristi, Gíovanti Chiaiese e Giuseppe Giliberti, imposero di giocarsi gli abiti e, barando come al solito, glieli vinsero. Giovanni Barca denunciò il sopruso agli agenti di custodia e riebbe i suoi panni mentre i camorristi venivano rinchiusi in una cella di rigore. Qualche giorno dopo, su rapporto del picciotto di giornata Pasquale Fiore, un altro camorrista, certo Francesco Valvo, detto «Il signoriello», riunì dodici picciotti, li arringò, e propose che il Barca venisse sfregiato al volto col rasoio. Su richiesta di un affiliato più mite, la pena venne commutata in una schiaffeggiata. «Il signoriello» ordinò a Gennaro Barca di piegare le braccia, gli allungò personalmente venti ceffoni e infine invitò tutti gli altri dodici picciotti a fare altrettanto.
Solo quando il Barca ebbe il viso ridotto a una maschera sanguinante, i picciotti smisero di picchiarlo, dopo di che, per rianimarlo, gli gettarono addosso un bicchiere di acqua e gli fecero bere un sorso di vino.
«Bacia i piedi a me e agli altri picciotti che ti abbiamo fatto la grazia di non tagliarti la faccia», urlò Francesco Valvo. «Io i piedi li bacio solo a Gesù Cristo» rispose il giovane.
Gli arrivarono subito altri schiaffi. Più tardi, ripresosi alquanto, Gennaro Barca scese nel cortile, per il suo turno di aria. Incespicò, vomitando sangue e svenne.
La scena non passò inosservata. Intervenne infatti il capoguardia il quale, venuto a conoscenza dell'episodio di violenza, mandò in cella di rigore il picciotto di giornata Pasquale Fiore e isolò tutti gli altri camorristi. Fu proprio in seguito a questo avvenimento che, impetuosa come non mai, esplose, a Castelcapuano, la rivolta.
I camorristi, decisi a difendere il loro preteso diritto di punire chi non avesse pagato l'olio della Madonna, scardinarono i letti, infransero le suppellettili, diedero alle fiamme i materassi e ferirono gravemente molti secondini e il direttore, cavalier Ceccherini. Occorsero giornate e giornate perché carabinieri e agenti di Pubblica Sicurezza riuscissero a ristabilire l'ordine.

All'epoca del passato regime borbonico, le rivolte carcerarie erano, è vero, molto più rare; ma soltanto per il motivo che nei luoghi di pena comandavano non gli agenti di custodia, bensì i membri della Bella Società Riformata. Quelle sommosse erano dunque la prova che il nuovo governo qualcosa stava facendo o, almeno, stava tentando di fare.
La bolla di composizione Nominato questore di Napoli il 24 dicembre 1862, Nicola Amore fu forse il primo a impiantare su basi sistematiche la sua lotta contro la Bella Società Riformata. Il futuro «popolare» sindaco, infatti, interrogando con pazienza certosina anziani poliziotti e vecchi confidenti, riuscì a compilare una vera e propria «anagrafe della camorra», un vastissimo schedario, cioè, composto di seicento fogli in cui erano meticolosamente annotati nomi, soprannomi, indirizzi e gesta di giovanotti onorati, di picciotti di sgarro e di capintesta. Nicola Amore operò numerosissimi arresti e spedì nelle carceri e nei domicili coatti moltissimi affiliati alla setta. Anche questa battaglia diede risultati scarsissimi: per ogni camorrista che veniva tolto dalla circolazione, altri cento popolani chiedevano l'onore di essere ammessi nei ruoli della Bella Società Riformata. Inoltre, allo scopo di sopperire alle perdite e anzi di irrobustirsi quantitativamente, la setta incominciò ad accogliere nelle sue file anche i ladri più volgari. Il prosperare e l'avanzare della camorra erano, infine, favoriti dal pauroso guazzabuglio amministrativo in cui versava la città: epurati i vecchi impiegati e funzionari borbonici, i posti chiave di Napoli erano ora nelle mani di persone inesperte che, al massimo, potevano vantare un vero o falso passato patriottico.
L'antica polizia borbonica era stata sostituita dal corpo delle guardie di Pubblica Sicurezza, istituzione sarda nata da una legge del 30 settembre 1848 e che veniva a mano a mano estesa alle nuove province italiane. Anche loro, però, i nuovi agenti di Pubblica Sicurezza . messo da parte l'iniziale zelo, capirono che se volevano campare in pace e, soprattutto, se volevano arrotondare il magro stipendio, dovevano agire alla stregua degli antichi sbirri borbonici.
Ben presto, dunque, i cittadini ripiòmbarono sotto l'artiglio dei camorristi i quali, esattamente come al tempo dei Borbone, esigevano tranquillame nte e apertamente, nelle strade, nelle case e nelle aziende, le tangenti su ogni forma di attività lecita o illecita. Bisognò registrare, anzi, un peggioramento della situazione nel senso che i giovani camorristi, chiamati a prestare servizio di leva nell'esercito italiano, incominciarono a esercitare soprusi, oltre che sui commilitoni, anche sulle popolazioni dei lontani paesi dell'Italia settentrionale in cui venivan o inviati.
Il ministro della Guerra, quanto mai preoccupato, fu costretto a spedire a tutti i comandi superiori la seguente circolare:

1.Esercitare una severa vigilanza nei ridotti e bettole ove i camorristi si adunano facilmente per promuovere il gioco ed esigere la camorra.
2. Osservare bene quelli che hanno anelli, catenelle e laccetti in colore nero e verde, capelli con ciuffetto e gli altri segni innanzi detto, essendo distintivi tutti dei camorristi.
3. Usare severa sorveglianza per coloro che cercano di entrare negli ospedali militari con finte malattie colla speranza di esercitare colà più agevolmente la camorra.
4. Nelle riviste degli effetti delle caserme adoperare la massima attenzione e rigore per scoprire se si conservino armi negli zaini o altrove, o se si abbiano somme eccessive di danaro che si esigano come diritto di camorra.
5. Vigilare se si tengono corrispondenze attive coi luoghi di pena nel napoletano, sede abituale dei capi della camorra.
6. Fare di tanto in tanto delle riviste inopinate agli effetti del soldato.
7. Osservare se nei ranghi o nelle caserme si facessero alle volte segni con piegate di occhio, o con le mani o in altra maniera.
8. Procurare di rendere oggetto di ludibrio e disprezzo i camorristi per annullare il prestigio che essi tentano di esercitare.
9. Vigilare che i giovani soldati e le reclute al loro arrivo non abbiano a essere intimoriti o influenzati da coloro che si hanno in sospetto di camorristi.
10.Verificare con tutta attenzione gli stati matricolari (figliazioni) nei quali sono designate le punizioni per furti, giuoco, ferimenti, affine di sorvegliare maggiormente coloro che le avessero sofferte; sorvegliare pure attentamente quei militari che dalle figliazioni suddette risultano aver fatto passaggi di corpo, allorché facevano parte dell'esercito delle Due Sicilie.
11. Inculcare che siano denunciati i camorristi, quando si conoscano dai compagni, siccome esseri indegni e da espellersi, inviandoli in corpi di punizione; vigilare poscia sulle corrispondenze di questi ultimi co' soldati dell'esercito.

Nemmeno i quadri della regia marina rimasero immuni dalla piaga della camorra. Nel 1862, secondo documenti esaminati da Jack La Bolina, scoppiò infatti un tumulto sul castello di poppa della fregata Garibaldi in navigazione fra la Sardegna e Napoli.
Il marchese Evaristo del Carretto, comandante dell'unità, accertò che i marinai napoletani, tutti affiliati alla Bella Società Riformata, solevano da tempo percepire una tangente sullo stipendio dei loro commilitoni; solo questa volta i taglieggiati, essendo genovesi e quindi dotati di un profondo senso dell'economia, si erano ribellati all' imposizione. Tramite segnalazioni con bandierine, il marchese del Carretto informò dell'accaduto l'ammiraglio Albini, che si trovava sulla nave Maria Adelaide e ricevette l'ordine di mettere ai ferri i facinorosi. L'inchiesta, successivamente aperta dal ministero della Marina, sfociò nel def erimento al tribunale militare di cento marinai napoletani. Alla camorra s'incominciavano a dedicare opere letterarie.
Nel 1863 Francesco Mastriani, lo scrittore napoletano che si qualificherà come il maggior esponente italiano della narrativa d'appendice, pubblicò un romanzo popolare che tuttavia si candidava, fin dal frontespizio , come un compendio di «studi storici su le classi pericolose di Napoli» .
Di indubbio interesse sia per la vastità dell'informazione che per l'acutezza dei commenti, I vermi, la cui azione è collocata negli anni 1857- 1860, contiene anche un codice della camorra in ben 24 articoli; il Mastriani stesso dichiara di averlo tratto dal «recente opuscolo» intitolato Natura ed origine della misteriosa setta della camorra. Nell'ambito della città, intanto, i camorristi continuavano a spadroneggiare, mentre le forze dell'ordine perdevano il terreno tanto faticosamente conquistato.
L'omertà dei popolani, e la loro avversione alla polizia del regno, odiata non meno di quella borbonica, sembravano destinate a non estinguersi mai. In molti, perciò, alla questura di Napoli si meravigliarono quando. nel settembre del 1868, una donna venne a riferire, trafelatissima, che nel ristorante Cola Cola di via Capodimonte, dove lei prestava servizio in qualità di cameriera, si era dato convegno il tribunale della Piccola Mamma. Arrivata giusto in tempo per salvare la vita di un uomo, la polizia poté anche ricostruire i fatti accaduti.
Il picciotto di sgarro Luigi Cecere dunque, aveva dato dello spione a un tal Lammoglia, estraneo alla setta, il quale a sua volta l'aveva colpito con uno schiaffo. Adesso la Piccola Mamma, dopo aver rinchiuso in uno sgabuzzino lo stesso Lammo glia, convocato come testimone, stava appunto giudicando il giovanti Cecere, imputato di essersi comportato da vigliacco per non aver reagito all'offesa.
Ad apertura del processo camorristico, il capintrito Avallo ne, presenti sedici affiliati, aveva gettato a terra una moneta e aveva pronunciato la formula sacramentale: «Chi ha il coraggio la riprenda». Nessuno si mosse, segno che la seduta era ritenuta valida, e allora Avallone emise la sua sentenza: il giovane Cecere doveva essere espulso dalla Bella Società Riformata.
I pianti e le suppliche furono però tali che il mammasantissima modificò la sentenza: a Luigi Cecere veniva consentito di rimanere nei ranghi della camorra, ma a patto che uccidesse subito il Lammoglia.
La polizia, naturalmente, arrestò tutti; il vero processo si svolse, davanti alla corte d'assise di Napoli, pubblico ministero Colapietro, difensore l'avvocato Tarantini, il 6 settembre 1869.
In aula i carabinieri dovettero faticare non poco per contenere la folla che voleva invadere il pretorio.
I continui arresti di camorristi (in una sola retata ne furono bloccati, l'11 ottobre 1869, ben ottantasette) e l'invio di essi ai domicili coatti, non servivano a nulla. La Bella Società Riformata, del resto, poteva ora contare sull'autorità di un nuovo grande capintesta, quel Ciccio Cappuccio che si dimostrerà ancora più abile di Salvatore De Crescenzo e le cui gesta verranno evocate perfino da illustri poeti. Nel 1871, il prefetto di Napoli Antonio Mordini volle compiere un'altra poderosa azione contro la setta e diede perciò, in questo senso, disposizioni precise e dettagliate al nuovo questore Eugenio Forni. Il funzionario fu attivissimo: entrava nelle bettole, nelle bische, nei lupanari; si arrischiava nei vicoletti più malfamati, arrivava ad ammanettare personalmente gli individui sospetti e perfino a interrogare, uno per uno, gli sfregiati, numerosissimi, che popolavano Napoli, sperando di ottenere da essi i nomi degli aggressori. Fu però quasi per un caso fortuito che, nel 1873, Eugenio Forni poté mettere le mani su una paranza di camorristi che tiranneggiavano i proprietari degli stabilimenti balneari. Nell'estate di quell'anno, uno sconosciuto si era presentato al gestore di un nuovo bagno apertosi sul litorale di Mergellina e si era offerto di mettersi in società con lui. «Non ho bisogno né di soci né di capitali», aveva risposto l'impresario. «Vedrete che vi conviene. Io sono un capintrito. Mi darete il cinquanta per cento sugli affari extra che concluderete», aveva insistito l'altro.
A partire dall'indomani, tutte le vetture da nolo e tutti gli omnibus carichi di bagnanti, si fermavano dinanzi allo stabilimento protetto dal capintrito. Ogni protesta risultava inutile. «Più avanti di qua, noi non andiamo. Se volete farvi il bagno altrove, proseguite a piedi», rispondevano i cocchieri; e i bagnanti per non affaticarsi in lunghi percorsi sotto il sole finivano per accettare supinamente l'imposizione.
I proprietari degli altri stabilimenti balneari non riuscivano a guadagnare una sola lira. Il questore Eugenio Forni interrogò decine e decine di cocchieri, ma essi non solo si chiudevano nel più ostinato mutismo, bensì rifiutavano perfino di seguirlo in questura. Adirato, un giorno il Forni sfilò di testa a un cocchiere il berretto; pur di recuperarlo, questi si decise a parlare. Forni poté così arrestare il capintrito, e nello stesso tempo compiere un'azione di bonifica che interessò l'intera città e che assicurò alla giustizia anche molti tenitori del lotto clandestino. Una beffa a un vetturino aveva dato risultati molto più proficui di snervanti e approfondite indagini. Rispetto alla vastità del potere della Bella Società Riformata, ogni azione della polizia si rivelava, tuttavia, irrisoria. I12 gennaio 1875, nel discorso inaugurale del nuovo anno giudiziario, il procuratore generale della corte d'appello di Napoli, Giuseppe Vacca, disse:

«Non è da dimenticare che il pericolo e l'insidia maggiore alla buona giustizia sta, in talune parti d'Italia, e pur tra noi (ci è grave il dichiararlo!), nella protervia dei pessimi affiliati alla più abbietta associazione di ribaldi, la camorra. Singolare organizzazione è questa, che basta ella sola a porre in soqquadro ogni ordinato viver civile ed ogni libertà ed efficacia d'azione, si spande in larga cerchia, raccogliendo in settario sodalizio di colpe tutti gli strati sociali dal basso all'alto, braccio e mente, audacia e malizia, adopramenti di corruttela e modi d'intimidazione e spavento».

Si chiedeva ormai, da più parti, la promulgazione di leggi speciali che dessero modo ai funzionari di polizia e ai prefetti di combattere più agevolmente la triste setta. Sulla base di provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza, proposti fin dal 5 dicembre 1874 dal ministro dell'Interno Girolamo Cantelli, e tendenti a perseguire contemporaneamente la camorra napoletana e la mafia siciliana, il 3 giugno 1875 il presidente del consiglio dei ministri Marco Minghetti presentò alla Camera un progetto di legge composto di un unico articolo così concepito:

Sino a tutto il corrente anno, nelle province e nei comuni dove la sicurezza pubblica sia gravemente turbata da omicidi, da grassazioni, da ricatti e da altri reati contro le persone e contro le proprietà, in seguito a deliberazione del consiglio dei ministri, potranno essere applicate per decreto reale le disposizioni seguenti:
a) il prefetto avrà facoltà di ordinare con mandato scritto l'arresto preventivo delle persone gravemente sospettate di far parte di associazioni di malfattori, di esserne manutengoli e favoreggiatori, e di far procedere a perquisizioni domiciliarì in qualunque tempo e dovunque abbia fondato motivo di ritenere che si trovino persone, armi ed oggetti attinenti ai reati sopra indicati;
b) le persone arrestate, dopo raccolti gli atti informativi e non più tardi di quindici giorni dall'arresto, saranno deferite all'autorità giudiziaria che non potrà in nessun caso ammettere a libertà provvisoria, ovvero saranno inviate a domicilio coatto da uno a cinque anni con decreto del ministro dell'interno sulla proposta di una giunta locale presieduta dal prefetto e composta dal presidente del tribunale e dal procuratore del re: questa giunta dovrà sentire personalmente le persone che le saranno come sopra deferite, ecc.;
c) le autorità giudiziarie potranno tenere in arresto le persone chiamate a dare indicazioni sopra fatti relativi ai reati o agli individui sopra indicati, le quali si rendono sospette di falsità o di reticenza nelle loro deposizioni.

Considerato dunque che nel 1875 per la prima volta un progetto di legge accomunò, pur senza esplicitamente citarle, camorra e mafia, non è del tutto inopportuno spendere qualche maggiore informazione circa l'organizzazione malavitosa siciliana.
E c'è subito da dire che quest'ultima si differenziava notevolmente dalla camorra. La mafia, innanzi tutto, non ebbe mai le connotazioni di una setta: solo taluni autori di romanzi popolari poterono sostenere che essa fosse la trasformazione ottocentesca di una consorteria, quella dei Beati Paoli, peraltro mai esistita ma cervelloticamente collocata nel Settecento. Inoltre, come già abbiamo accennato, la mafia appariva, nell'Ottocento, nient'altro che l'insieme di una molteplicità di iniziative criminose le quali, col pretesto di esercitare attraverso «campieri» e «soprastanti» la guardiania sul latifondo, imponevano tangenti ed esercitavano l'abigeato. Teatro dell'attivita mafiosa era poi la campagna, non la grande città.
La mafia, infine, non contemplava rituali d'iniziazione né possedeva un suo codice. Provera nel 1886, il criminologo Giuseppe Alongi, a fissare, attingendo ai comportamenti e alla gergalità, un «dodecalogo» della mafia:

1 A chi tì fa perdere il pane, levagli la vita.
2. Di chi porta il cappello (cioè dei signori) dinne bene ma stanne lontano.
3. Fucile e moglie non si prestano.
4. Se muoio sarò sepolto, se sopravvivo ti ucciderò.
5. E meglio avere un amico influente che mille lire in tasca.
6. La forca è per il povero, la giustizia è per il fesso.
7. Chi ha danaro e amicizie tiene in culo la giustizia.
8. Di ciò che non t'appartiene, non dir né bene né male.
9. Quando c'è un morto, bisogna pensare ad aiutare il vivo.
10. La testimonianza è buona, finché non fa male al prossimo.
11. Chi muore va sepolto, chi vive prende moglie.
12. Carcere malattie e disgrazie provano il cuore degli amici.

Contro il progetto Cantelli-Minghetti (in cui però, si noti bene, non erano mai esplicitamente menzionate né la mafia né la camorra) si levarono a parlare molti deputati siciliani, e primo fra tutti Francesco CrisPi, sostenendo che l'approvazione della legge avrebbe spaccato in due l'Italia: buoni al Nord e cattivi al Sud. A decidere i deputati a votare in favore della legge anticamorra e antimafia fu l'onorevole Diego Tajani, ex procuratore generale presso la corte d'appello di Palermo il quale fece denuncie gravissime, anche a carico di magistrati e di prefetti. Tajani, inoltre, poté dimostrare che esisteva connivenza, molto spesso, tra mafia e clero. Fra l'altro il deputato disse:

«Nel 1868 mi venne sott'occhio uno strano documento, una bolla pontificia, la quale non aveva ottenuto fino a quel momento l'exequatur. E che cosa era questa bolla? Era un'autorizzazione che la curia romana dava a tutti i confessori della Sicilia, di transigere con coloro che avevano perpetrato ogni specie di delitti, e la transazione si faceva a suono di monete. Si presentava un ladro e diceva: io ho rubato mille lire; le ho mangiate e non le posso restituire . Non fa nulla, poteva rispondere il confessore, ne hai serbate una parte per la Chiesa? Ne veniva così un aggiustamento, pel quale la curia romana autorizzava ad assolvere.
E poi veniva una filastrocca di reati che sembrava copiata dal codice penale: vi si parlava dello stupro e di o g ni categoria di reati contro la persona e la proprietà; a tutti era contrapposto il suo prezzo, e questo era aumentato se, in caso di omicidio, l'ucciso fosse un prete, e se poi fosse un vescovo cresceva non so di quanto, Questo strano documento si chiamava la "bolla di composizione". È inutile già che io dica come negai il regio exequatur e la sequestrai».

Il 16 giugno 1875, il disegno di legge venne approvato. Non è stato appurato se, anche a Napoli, qualche sacerdote fosse venuto in possesso della «bolla di composizione», ma certo è che quando, nel 1878, bisognò restaurare la statua di San Vincenzo, il parroco della chiesa di Santa Maria alla Sanità, padre Epifanio, peraltro persona stimatissima, si rivolse ai camorristi e ai guappi affinché convincessero gli abitanti del quartiere a versare le loro offerte. E inoltre storicamente provato che la Bella Società Riformata aveva, fra i suoi affiliati, diversi sacerdoti, qualcuno dei quali, come vedremo in seguito, finirà in carcere e proprio per reati di camorra. Impiantata, per quel che concerneva la scelta dei suoi capi, su basi di stretta osservanza democratica, la Bella Società Riformata consentiva non tacitamente, ma addirittura ufficialmente, in virtù di un antico privilegio, che il ruolo di capoparanza dell'Imbrecciata fosse trasmesso, in linea ereditaria, di padre in figlio o comunque riservato a una sola famiglia: quella dei Cappuccio.
Contigua a Porta Capuana e adiacente al borgo Sant'Antonio Abate, la strada dell'Imbrecciata era, in origine, nient'altro che uno spiazzo in cui i monelli si divertivano a giocare al pallone. Nel 1532 in quell'area furono costruite le prime case che, non si sa bene per quale motivo, vennero quasi tutte adibite a postriboli. Con un editto reale del 1781, poi, tutte le case di tolleranza di Napoli vennero accentrate all'Imbrecciata: essa diventò un vero regno dell'amore mercenario; alle prostitute, del resto, era vietato esercitare il loro mestiere in altre zone. L'editto reale arrivò quando già da venticinque anni, cioè dal 1756, la strada dell'Imbrecciata era sotto la giurisdizione camorristica di un certo Leopoldo Cappuccio, detto «O mastriano».
Lì, dunque, nella strada più lurida e più malfamata di Napoli, in cui la rapina, I'accoltellamento e l'omicidio erano all'ordine del giorno, il capoparanza rappresentava l'unica vera autorità, rispettata da tutti, e da tutti ossequiata.
Proprietari d'immobili, tenutarie di postriboli, bettolieri, venditori ambulanti e lenoni, erano lesti a versargli, ogni giorno, le tangenti.
In cambio, lui provvedeva al mantenimento dell'ordine, al componimento delle liti, nonché all'intimidazione di quei privati cittadini i quali, addentratisi in una casa di tolleranza e non avendo trovata una ragazza di loro gradimento, avessero poi preferito di svignarsela: la tradizionale punizione che il capoparanza infliggeva, personalmente o tramite i suoi dipendenti, a questo tipo troppo schizzinoso di cliente, consisteva nel togliergli dalla testa il cappello e urinarvi dentro.
Ciccio Cappuccio
La dinastia dei capiparanza che imperarono sulla camorra dell'Imbrecciata, si aprì dunque nel 1756 con Leopoldo Cappuccio e si concluderà nel 1880 con Antonio Cappuccio. Sulla scorta di indagini condotte dall'antropologo Abele De Blasio, è utile ricostruirla, in quanto da essa uscì uno dei più noti capintesta della Bella Società Riformata, quel Ciccio Cappuccio che farà tremare prefetti e questori.
Leopoldo, il capostipite, fu ucciso a coltellate nel 1784 dal nipote Antonio il quale, scontati tre anni di carcere, occupò la carica di capoparanza serbandola fino al 1803. Siccome Antonio non aveva figli, il diritto di successione cadde sul primogenito del fratello, Francesco detto «Ciccillo Tagliarella», un uomo dal viso tre volte sfregiato.
A Ciccillo, che poté rimanere in carica solo due anni in quanto nel 1805 fu condannato all'ergastolo per omicidio, seguì il fratello Ferdinando il quale, nel 1817, abdicò in favore del figlio Antonio. Questi, ammalatosi, cedette i poteri al fratello Gabriele, detto, per i suoi modi gentili, «'A signorina».
Morto Gabriele, gli successe, nel 1826, il figlio Giovanni.
Il suo posto fu preso, nel 1838, dal figlio Salvatore che lo tenne fino al 1853, anno in cui lo passò al figlio Francesco detto Ciccio, il futuro celebre capintesta. Proprio nel periodo in cui Ciccio Cappuccio fu capoparanza, accaddero, nell'Imbrecciata, episodi memorabili. Allo scopo di impedire alle prostitute di dilagare nelle vicine strade e piazze, nel 1855 le autorità municipali fecero cingere l'Imbrecciata e i vicoletti circostanti da un altissimo muro; il cancello d'ingresso, davanti al quale sostavano agenti di Pubblica Sicurezza, veniva improrogabilmente chiuso alle undici e mezzo di sera. Naturalmente le prostitute consideravano quel muro un'onta; perciò esse si rivolsero a Ciccio Cappuccio affinché studiasse un sistema per ottenerne l'abbattimento.
L'occasione buona si presentò nel giugno del 1860. C'erano stati tumulti politici, in città, e le forze di polizia erano impegnate a tentare di sedarli. Fatte indossare camicie rosse garibaldine a centinaia di prostitute, Ciccio Cappuccio si mise alla testa di uno strano corteo di indemoniate le quali, nel giro di poche ore, non solo abbatterono il muro ma si spinsero fin sotto il vicino carcere di San Francesco prendendolo d'assalto e cercando di favorire l'evasione dei detenuti.
L'indomani stesso, ritornata la calma, le autorità ordinarono la ricostruzione del muro. I lavori vennero affidati all'appaltatore Domenico Bossa e, in capo a pochi giorni, tutto ritornò come prima. Nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1860, mentre i volontari di Garibaldi avanzavan o dal Sud, le prostitute dell'Imbrecciata, di nuovo capeggiate da Ciccio Cappuccio e affiancate dai camorristi della zona, abbatterono per la seconda volta il muro. Perché l'architetto Federico Tagliavini potesse, incolume, valutare l'entità dei danni, fu necessario l'intervento massicc io delle guardie nazionali e della polizia che, come sappiamo, in quel periodo era costituita da altri camorristi. Quegli operai che, nei giorni successivi, tentarono di edificare di nuovo il muro, furono respinti a colpi di pietra.
Napoli, intanto, era stata conquistata da Garibaldi, lo stesso Ciccio Cappuccio aveva calzato il cappello nero con coccarda tricolore di guardia cittadina; le prostitute perciò erano convinte che del muro mai più si sarebbe parlato. Il 18 novembre 1860, invece, l'eletto di sezione, Francesco Quarto duca di Belgioioso, convocò il capoparanza e, a nome del governo, lo minacciò di punirlo con il domicilio coatto se fosse stato ancora impedito ai muratori di eseguire il restauro. Ciccio Cappuccio tentò di tergiversare, poi, visto che gli eventi stavano prendendo una piega a lui non favorevole, decise di obbedire.
Nella stessa mattinata del 18 novembre, così, Ciccio Cappuccio salì su una botte, piazzata proprio al centro dell'Imbrecciata e disse:

«Padrone di casa, metresse e puttane! Vi raccomando, se vengono i fabbricatori a fare un'altra volta il muro, di non fare rimostranze o chiasso di qualunque specie, perché se la polizia manda in galera qualcuno per colpa vostra, chi ha colpa dovrà vedersela con me».

Dopo l'emanazione di questa specie di ordinanza, il muro poté essere regolarmente innalzato. Anzi il capoparanza si mise a disposizione della polizia del governo luogotenenziale: il 30 luglio 1861, insieme ad altri dodici camorristi, arrestò un certo De Mata che aveva assassinato l'ispettore di polizia ed ex camorrista Mele. Ciccio Cappuccio conservò la qualifica che gli era stata tramandata dai suoi antenati fino al 1869, l'anno in cui, diventato, come vedremo, capintesta della Bella Società Riformata, dovette dimettersi dalla carica meno importante.
Essa andò, in forza della tradizione, a suo fratello Antonio il quale, però, vide le sue tangenti diminuire di giorno in giorno: un provvedimento emanato nel 1876, infatti, consentì alle prostitute di abitare e di esercitare il loro mestiere anche in zone diverse dall'Imbrecciata. Nel dicembre del 1880, perciò, Antonio Cappuccio convocò le rimanenti tenutarie e prostitute dell'Imbrecciata e annunciò la propria abdicazione. Finì, quel giorno stesso, la più antica dinastia di capi della camorra napoletana. Tirata a dovere Il periodo romantico del Risorgimento era ormai finito.
Con la conquista di Roma l'Italia unita era diventata una realtà. Fatta l'Italia, per dirla con Massimo d'Azeglio, bisognava fare gli italiani; affinché, magari, si odiassero più di prima. Ma chi, d'altra parte, doveva provvedere a fare gli italiani?
Gli artefici del Risorgimento, forse? Quelli, salvo talune eccezioni, dovevano incominciare col fare di se stessi degli italiani. Uomini che avevano sofferto insieme nelle galere austriache e borboniche, uomini che avevano combattuto fianco a fianco, mossi da un comune ideale, adesso si insultavano violentemente a vicenda, nell'aula di Montecitorio e dalle colonne dei giornali. Francesco Crispi, tanto per portare un esempio, era accusato non solo di bigamia, di malversazioni e di affarismo, ma anche di continue collusioni con la mafia. Molti deputati napoletani, a loro volta, venivano tacciati, non senza fondamento, di essere stati eletti con i voti della camorra e di dover quindi continuamente cedere ai ricatti di essa.
Confluiti, dunque, gli antichi affiliati delle sette politiche nei partiti, e messi da parte i cerimoniali tenebrosi, anche i camorristi, ai quali come sappiamo piaceva scimmiottare gli aristocratici e i borghesi, vollero aggiornare e snellire i loro cerimoniali. L'antico rito di iniziazione, fatto di giuramenti dinanzi a pistole cariche, a pugnali luccicanti e a bicchieri colmi di vino avvelenato, venne messo da parte. Tutto fu semplificato.
Lo scugnizzo che desiderava diventare giovanotto onorato, non doveva fare altro che presentarsi, accompagnato da due picciotti, a un capintrito e rispondere, alla presenza di alcuni camorristi autorevoli, a una serie di domande i cui risvolti aveva già in precedenza imparato a memoria. Ci è rimasto un interessantissimo documento relativo sia al nuovo rito di ammissione alla Società Minore che a quello di ammissione alla Società Maggiore.
Nel maggio del 1888, il criminologo Giuseppe Alongi, il quale proprio per studiare da vicino le usanze della camorra aveva chiesto al ministero della Giustizia di essere mandato a dirigere il domicilio coatto dell'isola di Favignana, riuscì a convincere un picciotto di sgarro, il ventenne Alfonso Crisci, su cui gravavano sette condanne per furti e tre ammonizioni, a trascrivere la nuova formula d'iniziazione; anche per vendicarsi della Bella Società Riformata che, accusandolo di omosessualità passiva, l'aveva espulso dai suoi ranghi, Alfonso Crisci compilò un memoriale lunghissimo che poi finì nell'archivio di Cesare Lombroso.
Stranamente, appena due mesi dopo aver scritto il memoriale, Alfonso Crisci morì mentre, ubriaco, prendeva un bagno di mare; nessuno venne processato per la sua morte, che aveva tutte le apparenze di essere stata accidentale, ma non si poté nemmeno escludere che l'annegamento fosse stato provocato da una sentenza della Gran Mamma. Ecco un brano di quel memoriale relativo all'ammissione del candidato alla Società Minore della camorra:
II capintrito sta in mezzo con a destra il contaiuolo, e quindi il primo voto continuando
in circolo per ordine di anzianità, in guisa che l'ultimo ammesso stia alla sinistra del
capo. Se il contaiuolo è presente, la presidenza ha tre voti e dicesi che la Società fa
capintrito,
mentre se il contaiuolo manca, la Societàfa capintesta. Tutti stanno immobili
con le braccia al seno conserte, ed è vietato fumare, essere armati, e perfino sputare dentro
il circolo.
Capo (facendo un inchino): «Buongiorno a Signoria e a Società Riformata. Sapete,
fratelli, perché si è riunita oggi la Società? Col permesso del contaiuolo e del rimanente
della Società, si deve battezzare un giovane che vuoi essere nostro compagno».
Primo voto: «Chi è questo tale? Come si chiama?».
Capo: «Tal dei tali. Lo conoscete? Credete che sia un buon giovine?».
Tutti: «Sl».
Capo (al socio di sinistra o ultimo voto): «Distaccatevi e chiamatelo».
Ultimo voto (tornando con l'aspirante): «Buon giorno. La Società oggi è riunita per
voi. Entrate con tutte le regole di Società».
Neofita (a capo scoperto e a tre passi di distanza): «C 'è permesso? (Nessuno risponde
per tre volte.) V'impongo sul titolo di umiltà. C'è permesso?».
Capo: «Entrate con tutte le regole di società».
Neofita: «Fatemi la grazia: la Società fa capintrito o capintesta?».
Capo: «Abbiamo due picciotti alla testa (padrini)».
Neofita: «Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la Società».
Capo: «Copritevi».
Neofita: « Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta la Società».
Capo: «Avete disturbato la Società per vostra causa. Che desiderate?».
Neofita: « Questa mattina mi sono alzato di bell'anima e bel cuore e mi sono messo a rapporto
col giovanotto onorato di giornata per vedere se c ' è un posto da occupare, se
no torno a fare quello che facevo prima».
Capo: «Sapete voi cosa ci vuole per fare il giovanotto onorato? Passerete guai sopra
guai. Dovrete obbedire a tutti gli ordini dei picciotti e dei superiori e portare loro utile e
guadagno».
Neofita: «Se non volevo passare guai, non avrei incomodato la Società».
Capo: «Va bene. Allontanatevi. (Agli altri.) Come vi sembra? Possiamo passare ad
una votazione? (A risposta affermativa fa chiamare l'aspirante che entra col solito ceri_
moniale.) La Società vi trova meritevole di occupare un posto. Desiderate altro?».
Neofita: «Non basto a ringraziare. Non bramo altro che un bacio da sinistra a destra».
Capo: «Fate i vostri doveri. (Il neofita bacia la mano ai picciotti, la bocca agli altri,
cominciando dal meno anziano. Giunto al capo lo bacia due volte.) Avete dato un bacio
a tutti. Perché a me ne deste due? Sono forse più bello degli altri?».
Neofita: «Ve ne ho dati due perché portate due votazioni: una da sinistra a destra e
una da destra a sinistra, e perché siete specificatore e dichiaratore di ogni cosa».
Capo: «Desiderate altro?».
Neofita: «Desidero sapere se vi sono compagni puniti per pregare la Società di graziarli.
E poi vorrei conoscerei patti».
Capo: «Le grazie saranno concesse come è di regola. I patti sono questi: 1) non andare
cantando e facendo chiasso per la via; 2) rispettare i picciotti e qualsiasi disposizione
essi danno; 3) obbedire pure i camorristi e fare le commissioni loro». (A questo punto i
convenuti fingono di giocare a carte: segno che il neofita è stato ammesso.)
Le cerimonie di promozione a picciotto e a picciotto di sgarro erano
pressoché simili alla precedente. Più solenne, invece, era quella per la
promozione a camorrista, che implicava anche il passaggio alla cosiddetta
Società Maggiore col beneficio, quindi, di ottenere una quota sulle
tangenti estorte ai napoletani.
Ancora dal rapporto di Alfonso Crisci, riproduciamo un brano relativo
a questa cerimonia:
Candidato (a tre passi di distanza): «C'è permesso?».
Capo: «Entrate».
Candidato: «Fatemi la grazia, la Società fa capintrito o capintesta?».
Capo: «Fa capintesta».
Candidato: «Riverisco il capo, il contaiuolo e la diritta in testa».
Capo: «Copritevi».
Candidato: «Grazie».
Capo: «Voi vi siete messo a rapporto con la Società. Che bramate da questa onorevole
Società?».
Candidato: «Col vostro permesso, capo, del contaiuolo e del cerchio di questa onorevole
Società, e contro tutti i meriti miei, i camorristi mi hanno voluto bene. Oggi la Società
si è degnata di incomodarsi per me, e se crede che sono meritevole di occupare un
posto di camorrista, oppure torno indietro e vado a fare quello che facevo prima».
Capo: «Col permesso del contaiuolo e dell'onorevole Società: va bene. Allontanatevi».
Candidato: «Permettete? (Si stacca.)».
(I camorristi fanno un riassunto delle sue gesta e decidono di sì. Però quando il candidato
rientra, la fanno pesante.)
Capo: «Badate, oggi la Società aveva pensato di chiamarvi a fare il camorrista, ma
per ora riconoscendo che non siete buono, andate ché non siete degno. Uscite».
Candidato: «Ciò che i camorristi comandano, io faccio. Scusate. Comandate servitù?».
Capo: «La Società è disposta a darvi la camorra. Però voi avete intenzione di fare il
camorrista?».
Candidato: «Sissignore».
Capo: «È motivo per cui ciò che si dice in Società non dovete farlo sapere a nessuno.
Bisogna rispettare i camorristi più vecchi di voi, voler bene ai picciotti, non fare brutte
figure, quando si viene a una questione non rendersi vili, quando un giocatore non vuoi
cacciare la camorra bisogna ucciderlo e non far perdere il sangue perché la moneta è
sangue, stare sempre lontano dagli infami, non lagnarvi e parlarvi insieme e se si può
avere occasione di incontrarli, ciò che si può fare gli si faccia, e gli si faccia qualunque
sfregio. Capito? Non seguendo quanto vi ho detto e quanto vi dico, l'uomo viene fallace
e si rende reo di morte».
Candidato: «Non dubitate, capo. Vedrete che non vi farò fare cattiva figura e vedrete
che mi farò onore; e facendomi onore non farò scomparire il vostro nome».
Capo: «Cosa bramate, ora?».
Candidato: «Un bacio da sinistra a destra».
Capo: «Fate i vostri doveri. (Il candidato bacia tutti incominciando dal più vecchio.)
Che altro bramate?».
Candidato: «Di conoscere se vi sono camorristi in punizione, i patti della Società, se
vi sono denari nel carosello, quanti sono i camorristi assenti, quanti picciotti sono sotto
a noi e se vi sono picciotti proposti alla Società».
Capo: «Camorristi in punizione non ce ne sono. Assenti tre, i picciotti sono ventiquattro.
I patti sono i seguenti: 1) di aver contegno; 2) rispettare i camorristi vecchi; 3)
dar buon esempio ai picciotti e non essere superbi con loro; 4) non maltrattare i giocatori;
5) ciò che si dice in Società non farlo conoscere a nessuno; 6) tenersi stretti fra noi; 7)
essere sempre contro gli sbirri. Bramate altro?».
Candidato: «I comandi della Società».
Capo: «Siete camorrista, ora?».
Candidato: «Di bacio e non di dovere».
Capo: «Allora oggi ad otto se ne parla».
Il più, ormai, era fatto. Dopo una settimana, l'ex picciotto diventato camorrista di bacio, si presentava dinanzi all'assemblea per sostenere l'ultima prova. Il capo gli porgeva un coltello e l'invitava a scegliere, fra gli astanti, un socio anziano con cui battersi. Assicuratosi che fra i due non esistessero rancori personali, il capo consegnava un coltello anche al socio anziano. I duellanti nominavano i propri padrini, quindi, seguiti dall'intera banda, si recavano in un luogo isolato e disputavano la tirata a dovere. Si trattava di una zumpata simbolica nel corso della quale i colpi dovevano essere diretti non in parti vitali del corpo, bensì solo al muscolo, cioè al braccio.
L'andamento della tirata a dovere era sorvegliato dal capintrito, il quale aveva sempre la facoltà di intervenire e aveva anzi l'obbligo di uccidere quello dei due contendenti che avesse contravvenuto alle regole, per così dire cavalleresche, del duello. Il nuovo camorrista, se usciva sconfitto, poteva ripetere non una, ma a ncora due volte la tirata a dovere. Alla terza sconfitta, però, la Bella Società Riformata lo respingeva; quest'ultimo caso, tuttavia, si verificava molto raramente, in quanto il duello, avendo solo un significato ritualistico, veniva diretto dal capintrito in modo tale da far sempre prevalere il nuovo socio. Il vincitore, infine, succhiava il sangue sgorgato dal braccio del soccombente, dopo di che i due si abbracciavano.
Conclusasi la tirata a dovere, tutti i camorristi si recavano in una bettola, dove mangiavano e bevevano a sazietà. Al nuovo confratello, naturalmente, toccava l'onore di saldare il conto.
Bisogna precisare che giusto in quel periodo, cioè negli ultimi decenni dell'Ottocento, la Bella Società Riformata, venutele meno o sbiaditosi il modello delle sette politiche, andò via via rinunciando a molte di quelle caratteristiche che, appunto, facevano di essa una consorteria. I dichiaramenti, che prima venivano combattuti in luoghi appartati, adesso si svolgevano sotto gli occhi di tutti, in strade affollate, non esclusa la centralissima via Toledo. Non passava giorno, ormai, senza che la stampa desse notizia di sette-otto dichiaramenti. Il 18 gennaio 1880, il procuratore del re Abatemario citò, in una relazione, una lunga serie di omicidi involontari commessi durante i dichiaramenti.
La situazione risultò enormemente peggiorata nel 1890: da una relazione del procuratore del re De Rosa si desume che i camorristi tendevano sempre più a celebrare i loro duelli non tanto con i pugnali quanto con le rivoltelle; e le pubbliche sparatorie, dunque, si susseguivano l'una all'altra. Nel maggio del 1892 un dichiaramento con arma da fuoco fu disputato, in pieno giorno, sul tram a vapore della linea Napoli-Aversa. Vi furono, tra i passeggeri, un morto e parecchi feriti. Incolumi, invece, i due camorristi.
Quando, appesantito dagli anni, Salvatore De Crescenzo dovette rinunciare al grado di capintesta, la Bella Società Riformata si trovò in serie difficoltà. «Tore 'e Criscienzo» era considerato, dai suoi, un grande; e le sostituzioni dei grandi pongono sempre problemi ardui da risolvere.
Nelle Caverne delle Fontanelle si tenevano, l'una dopo l'altra, assemblee che diventavano di giorno in giorno sempre più tumultuose e che, sistematicamente, si concludevano con un nulla di fatto. Infine, constatata l'impossibilità di mettersi d'accordo, fu stabilito di nominare un triunvirato di reggenza; a farne parte venne chiamato, contro ogni regolamento, un picciotto, vale a dire uno che, come membro della Società Minore, non aveva nemmeno diritto di voto. Ma del resto questa decisione, estremamente grave, era stata la conseguenza del fatto che, stufi dei continui litigi dei loro superiori, centinaia di giovanotti onorati, picciotti e picciotti di sgarro, avevano d'improvviso cinto d'assedio le Caverne delle Fontanelle minacciando un ammutinamento.
Del picciotto asceso al vertice della setta, si ricorda solo il soprannome, «Vincenzo 'o bello guaglione», ma è accertato che riuscì, in breve tempo, a sopraffare gli altri due membri del triunvirato e a diventare capintesta. Durò in carica, però, non più di cinque mesi: un giorno, infatti, uccise in via Ventaglieri un commissario di Pubblica Sicurezza e, per evitare il carcere, riparò in Germania sotto falso nome.
Felici di essersi potuti sbarazzare, così inaspettatamente, del giovane importuno, gli affiliati alla camorra smisero di lottare fra di loro e fecero convergere voti unanimi su Pasquale Caiazzo, figura quanto mai scialba di capintesta. In effetti la Bella Società Riformata riuscì a sollevarsi dalla crisi soltanto nel 1869, quando alla suprema carica venne eletto, su indicazione dei coatti e dei carcerati, il capoparanza dell'Imbrecciata, Francesco Cappuccio, detto Ciccio. Il 6 ottobre 1869, il nuovo capintesta, insieme con altri ottanta camorristi, fra i quali il vecchio De Crescenzo, venne arrestato e inviato a Ventotene. Restò al confino non più di un mese: nel novembre di quello stesso anno, non si sa bene in seguito all'interven to di chi, o in virtù di quale patteggiamento, era ritornato a Napoli. Circllò voce che col consenso di qualche autorità dello Stato, Ciccio Cappuccio avesse compiuto quella sorta di pellegrinaggio tra i coatti per ringraziarli della designazione e per ascoltare le loro richieste e le loro raccomandazioni.
Effettivamente Ciccio Cappuccio, oltre a riportare l ' ordine nei ranghi della setta, riuscì perfino a oscurare il ricordo di «Tore 'e Criscienzo».
E più trascorre il tempo, più il suo nome diventa leggendario . C'è la tendenza, infatti, ad attribuire a lui anche gesta compiute da altri camorristi, compresa quella di aver sedato una rivolta urbana provocata da un eccidio di italiani ad Aigues Mortes; episodio accaduto in realtà ben otto mesi dopo la morte del celebre capintesta. Nel mito, lui, ci visse per merito (o demerito) strettamente personale. Appena insediatosi nella carica di capintesta Ciccio, probabilmente per dimostrare che intendeva rompere ogni rapporto col mondo della prostituzione, lasciò l'Imbrecciata e si trasferì in un elegante appartamento della centralissima via Nardones. A due passi di distanza, in piazza San Ferdinando, proprio accanto alla chiesa, aprì una bottega di «vrennaiuolo », cioè una rivendita di crusca e carrube per cavalli. L'abbandono di via Imbrecciata, roccaforte della prostituzione, comportò per Ciccio Cappuccio la necessità di risolvere anche qualche problema personale: era giunto per lui il momento, ora che non aveva più a portata di mano le ragazze dei postriboli, di pensare a una duratura sistemazione familiare.
Gli parve che facesse al caso suo una prosperosa popolana di vico Sergente Maggiore, moglie legittima di un certo «Tore 'o schiavuttiello», ladro della miglior risma. Una notte, così, in compagnia di quattro giovanotti onorati, muniti di strumenti musicali e dotati di buona voce, Ciccio sì recò a portare una serenata alla donna dei suoi sogni. I canti, nonché il suono dei mandolini e delle chitarre, destarono gli abitanti dell'intero vicoletto. «Perché questa serenata? Qui non ci sono femmine zitelle. Chi volete? », chiese «Torre 'o Schiavuttiello», comparendo, in camicia da notte, sull'uscio del suo basso. «Voglio tua moglie!», urlò forte Ciccio Cappuccio, in modo che l'intero vicinato potesse udirlo. A questo punto, sotto gli occhi delle decine e decine di persone che seguivano dal balcone la scena, i quattro giovanotti onorati buttarono a terra gli strumenti musicali, sfoderarono i coltelli e intimarono al malcapitato «Schiavuttiello» di allontanarsi imm ediatamente.
Ciccio Cappuccio entrò nel basso, andò a coricarsi accanto alla donna e, l'indomani stesso, dopo averla indotta ad appropriarsi di tutti gli averi del marito, la condusse con sé, in via Nardones. Questo spavaldo gesto servì anche da monito agli abitanti del rione San Ferdinando. Risolto, dunque, il suo problema più urgente, Ciccio Cappuccio si diede totalmente alla riorganizzazione della setta, instaurando il principio che i camorristi dovessero avere un mestiere di copertura.
Molto criticata sul momento, dato che gli affiliati alla setta erano quasi tutti degli oziosi, questa innovazione si rivelò poi utilissima: quando, infatti, verranno emanate le leggi speciali contro le associazioni dei malfattori, diversi camorristi potranno farla franca dimostrando di essere dediti a un onesto e stabile lavoro. Insieme con i suoi due luogotenenti, Ettore Longo e Gaetano Buongiorno, il nuovo capintesta volle anche compilare un nuovo codice della Bella Società Riformata. L'articolo più interessante, quello cioè che rivoluzionava le antiche usanze della setta, era contrassegnato col numero 151, e recitava testualmente: «Avvenendo divisioni di partiti fra camorristi e camorristi, qualunque affiliato può mostrarsi neutrale, senza ledere alcun diritto». Probabilmente ispirato dalla polizia, questo articolo mirava a ridurre il numero dei dichiaramenti che, ormai, si svolgevano in continuazione nelle strade di Napoli, e a cui partecipavano decine e decine di camorristi, uccidendosi a vicenda e mettendo a repentaglio la vita dei passanti.
Ciccio Cappuccio, insomma, volle stabilire che quando due camorristi fossero venuti in disaccordo, avrebbero dovuto sbrigarsela fra loro, con una semplice zumpata, e non con un dichiaramento di massa. Tutte queste innovazioni generarono, naturalmente, discussioni e malumori in seno al consiglio dei capintriti; lui però non defletté dal suo comportamento e anzi ai primi di aprile del 1874 operò, nell'ambito della Bella Società Riformata, una sorta di colpo di stato, destituendo molti dirigenti e sostituendoli con altri di sua fiducia. Le reazioni a questo provvedimento non tardarono a palesarsi.
Il 23 aprile 1874, uno sconosciuto col volto mascherato (identificato poi per Manlio Novi) entrò nella bottega di piazza San Ferdinando ed esplose quattro colpi di pistola, uno dei quali raggiunse, di striscio, Ciccio Cappuccio al volto.
La notizia, pubblicata anche dai giornali, destò un grande scalpore; si sparse anzi la voce che il capintesta fosse morto. L'indomani stesso, col volto fasciato, Ciccio Cappuccio montò su una carrozzella e attraversò mezza Napoli. «Osservate: io sono più vivo di prima», ripeteva ogni tanto, fermandosi presso gruppi di popolani. Si creò la fama di essere invulnerabile e, per la verità, parzialmente lo era: sotto gli indumenti, infatti, portava una speciale maglia di acciaio fabbricata appositamente per lui da un armaiolo di via Santa Brigida. Per festeggiare lo scampato pericolo, organizzò un pellegrinaggio fuori stagione a Montevergine. Fu qui, davanti al santuario, che, mal .. grado fosse balbuziente, tenne un discorso per così dire storico: « Invito voi tutti, indipendentemente dal grado di ciascuno a scegliere liberame li .. te. Se non mi volete come capintesta, ditemelo subito. Mi volete o non mi volete?».
Gli rispose un formidabile «sì», che da quel momento lo trasformò in una specie di sovrano assoluto della Bella Società Riforma.. ta. Sostenendo, infatti, di essere stato designato dalla totalità della setta, Ciccio Cappuccio abolì, a partire da quel momento, le assemblee annue dei capintriti per l'elezione del capintesta. La sinistra fama di Cappuccio era tale che alcuni camorristi, quando apprendevano di essere stati denunciati al tribunale della Gran Mamma, preferivano suicidarsi.
Nella sua opera L'uomo delinquente, l'antropologo Cesare Lombroso diede notizia di un episodio raccapricciante, verificatosi a Napoli durante il colera del 1884, quando, appunto, capintesta della Bella Società Riformata era Ciccio Cappuccio: «Un camorrista ricevette dal capo l'ordine di uccidere il suo amico più caro; e dolente, ma deciso, gliene diede la triste novella: l'altro non seppe se non chiedergli, come supremo favore, che gli lasciasse la scelta della morte.
Correndo l'anno del colera, al pugnale dell'amico esso prescelse di gettarsi in un letto, dove pochi minuti prima giaceva un agonizzante dal morbo; fu scambiato dai becchini per defunto, e messo in un sacco in mezzo ai cadaveri, fu posto sul carro, donde poté scivolare restando immune dal morbo, e andò girovagando per Napoli; ma fu veduto dal capo, e pochi giorni dopo il coltello di un picciotto finiva lui e il troppo pietoso suo amico». Inflessibile con i suoi gregari, Ciccio Cappuccio era invece affettuoso con gli umili. A un nobilotto, che era andato a scegliere l'amante in un café-chantant, inviò un biglietto così concepito: «Signore, la Bella Società Riformata vi consentirà di mantenere la vostra ballerina se accettate, offrendo ogni mese una somma minima, di contribuire all'educazione del figlio di un operaio povero». Dichiarò una guerra spietata a coloro che infierivano contro i poveri e si favoleggia di un suo autorevole intervento a favore di un maestro di musica di Porta San Gennaro che era stato derubato del pianoforte: in capo a pochi giorni, il prezioso strumento venne restituito al legittimo proprietario. Di interventi del genere, il capintesta ne compì parecchi.
Nel 1891, ignoti ladri penetraron o, al Ponte di Chiaia, nell'appartamento di Giovanni Nicotera, ministro dell'Interno, e asportarono un artistico orologio d'oro. Risultate vane le indagini della Pubblica Sicurezza, la moglie del ministro, marchesa Nicotera Ricci, non esitò a rivolgersi a Ciccio Cappuccio: l'oggetto le fu restituito la sera stessa.
L'esempio della gentildonna venne seguito dal procuratore del re Michele Pironti il quale, alleggerito di una tabacchiera d'oro nell'aula delle udienze, preferì chiedere direttamente l'aiuto di Ciccio Cappuccio con esito, naturalmente, positivo. Ma l'apice della notorietà, e in un ambito non solo locale, Ciccio Cappuccio lo raggiunse in occasione di uno sciopero generale cui avevano aderito anche i cocchieri delle carrozzelle e che, dunque, aveva causato la paralisi totale di ogni attività cittadina. Il questore, chissà come, ebbe l'idea di convocare Ciccio nel suo ufficio. «Siete l'unico che può salvare la situazione», gli disse l'alto funzionario. «Eccellenza, fra un'ora lo sciopero sarà cessato», fu la risposta. Appena uscito dal palazzo della questura, il capintesta montò a cassetta della sua carrozzella personale e incominciò a fare il giro di tutte le stalle della città. Convinse tutti e seicento i vetturini di Napoli a tornare al lavoro e, di lì a poco, la città parve d'improvviso rianimarsi. Anche i tram a cavallo ripresero a circolare, e i negozi alzarono le saracinesche.
Lo sciopero era rientrato. Il prestigio di Ciccio Cappuccio era enormemente cresciuto. E il questore ne ebbe paura. Tanto è vero che, a mo' di ringraziamento, lo inviò al domicilio coatto nell'isola di Favignana. Ma la Bella Società Riformata volle organizzare un'imponente manifestazione in risposta al gesto del questore. Quando, fra due carabinieri, Ciccio Cappuccio fu fatto montare sulla scialuppa che doveva condurlo fino alla nave ormeggiata, centinaia di altre piccole imbarcazioni, affittate dai camorristi, si staccarono dalla riva formando un suggestivo corteo. Pochi mesi dopo il capintesta tornava in libertà. L'uomo che della Bella Società Riformata era stato il condottiero più celebre e più spietato, morì in maniera quanto mai prosaica, in una trattoria di Montevergine, poco discosta dal santuario dove si era recato per l'antico voto. Reso euforico dal vino, dichiarò ai suoi gregari che sarebbe stato capace di mangiare un'intera zuppiera di baccalà. Vinse la scommessa, e centinaia di camorristi lo applaudirono.
Lui si alzò per ringraziare, balbettò qualche parola, poi si abbatté con la testa sulla tavola imbandita, in preda a un attacco cardiaco. Era il 5 dicembre 1892. Giornali di tutta Italia dedicarono lunghi articoli a Ciccio Cappuccio . II Mattino, quotidiano napoletano diretto da Eduardo Scarfoglio, riservò al capintesta una buona parte della seconda pagina. Ecco un brano di quell'articolo, pubblicato il 6 dicembre 1892:

«La notizia della sua morte ha messo veramente la costernazione in quanti sono napoletani che ricordano i fatti della camorra di un tempo, i tipi più temuti e più fieri di questi eroi da marciapiede che danno ancora con la semplice loro presenza entusiasmi così vergini e così impetuosi ai piccoli paladini e agli spiranti alla malavita... Ciccio Cappuccio era molto simpatico, pieno di garbo e di cortesia, si sforzava di attenuare l'espressione fiera degli occhi grigi con la dolcezza dell'uomo che si sente forte ed è fermame nte convinto che niente al mondo potrebbe opporsi alla sua volontà».

Questo per quanto riguarda i giornali. Ma non è tutto. Ferdinando Russo, uno dei maggiori poeti napoletani, cadde in preda a un raptus non dissimile da quello che colse Alessandro Manzoni alla notizia della morte di Napoleone, e consacrò il capintesta in una poesia di cinquantasei versi.
Nel cinquantaseiesimo verso, lo paragonava al Sole, con la «S» maiuscola.
Nessuna meraviglia, però. Ferdinando Russo, ha testimoniato il suo amico e biografo Oreste Giordano, «ebbe rapporti con i più famosi guappi e camorristi, da Ciccio Cappuccio a don Teofilo Sperino, e finse di essere con loro e si fece consacrare guappetiello». Dalla sua frequentazione con esponenti della Bella Società Riformata, Russo ricavò una raccolta di versi, Gente 'e mala vita, un romanzo, Memorie di un ladro e, con la collaborazione di Ernesto Serao, giornalista purtroppo poco informato, un libro di saggistica, La camorra.
Il caso Pasquino
La notizia, diffusasi nella mattinata del 29 settembre 1885, fece versare, è proprio il caso di dirlo, fiumi di lacrime a centinaia di ragazze napoletane. Dunque il giovanotto onorato Luigi Soreca, detto «Pasquino» era morto; ucciso non in una leale zumpata, ma a tradimento, con un colpo di sbarra alla nuca e con due pallottole nel petto. Alla pattuglia della polizia che, all'alba, l'aveva trovato boccheggiante su un marciapiede del corso Vittorio Emanuele, lui aveva rifiutato di svelare i nomi degli assassini. «Muoio per amore», si era limitato a dire, in un rantolo che fu l'ultimo. Le indagini sulla misteriosa morte di «Pasquino» tennero per quasi un anno i napoletani col fiato sospeso; se infatti vennero identificati gli esecutori materiali del delitto, non fu invece possibile scoprire il nome del mandante. Un poco alla volta, poi, la vicenda di Luigi Soreca, che e fra le più romantiche della camorra, entrò nel mito e affascinò perfino poeti come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo. Chi era Luigi Soreca? Un qualsiasi giovanotto onorato, oppure anche il compagno di bagordi di qualche illustre personalità? Elvira, l'ultima donna, fra le tante che gli avevano ceduto, era forse l'amante segreta di qualche alta personalità della politica? Il presunto mandante del delitto era forse, a sua volta, il compiacente tramite di qualcuno che non risiedeva nemmeno a Napoli, bensì a Roma, in un palazzo dorato? Nemmeno ventun anni dopo, quando nell'ambito del processo Cuocolo il caso Soreca tornò alla ribalta, fu possibile rispondere a queste domande. Alto, snello, biondo, Luigi Soreca aveva conquistato, col suo sguardo trasognato, il cuore di moltissime donne, e perfino di talune dame della buona società. Inflessibile nell'esigere le tangenti per conto della Bella Società Riformata, «Pasquino» si comportava invece da perfetto gentiluomo con signore e signorine. Talvolta, di domenica, sulla passeggi ata di via Caracciolo, interveniva per difendere le ragazze della borghesia dai corteggiatori troppo molesti, e finiva per diventare a sua volta oggetto delle loro attenzioni. Suscitando le ire di molti nobilotti e viveur napoletani, Luigi Soreca, inoltre, nel 1884, aveva fatto innamorare di sé, perdutamente, Matilde Farranche, una chanteuse bellissima che, nel passato, aveva tenuto ai suoi piedi principi e milionari. Sotto la spinta dell'opinione pubblica, profondamente scossa dalla fine di «Pasquino», la polizia investigò a lungo nel mondo della camorra e in quello dell'aristocrazia. Il vicecommissario Castaldi, ogni sera, andava a riferire al questore Pennino l'esito dei suoi interrogatori. Venne a galla una complicatissima storia d'amore tanto più eccitante in quanto priva di un finale plausibile. «Pasquino», dunque, era entrato nelle grazie della bellissima vedova di un avvocato, certa Elvira, detta «la francese».
Questa donna, che abitava tutta sola in un elegante appartamento alla riviera di Chiaia, era, ufficialmente, la mantenuta di un commerciante granaio di Gragnano, certo Tartarone. Ma forse Tartarone era soltanto l'uomo di copertura di qualche altro personaggio. E forse questo personaggio, ingelositosi, volle far punire Pasquino con la morte e, per non comparire, studiò tutto un piano macchinoso. Nello stesso periodo in cui godeva dei favori di Elvira, Luigi Soreca frequentava Giovanni Rapi, un ambiguo individuo il quale alternava all'insegnamento nella scuola elementare «San Francesco» di Porta Capuana, l'attività assai più redditizia di esponente della Bella Società Riformata. Rapi e Soreca erano amici inseparabili; tutto quello che il giovanotto onorato faceva, era ben noto al camorrista. Assai contorti si rivelarono i risvolti di questa amicizia. Il 28 settembre 1885, «Pasquino» ebbe la sorpresa di incontrare, seduti su una panchina della villa comunale, Giovanni Rapi ed Elvira. Il maestro Rapi sapeva perfettamente che a quell'ora Luigi Soreca sarebbe passato di lì; evidentemente, quindi, aveva voluto deliberatamente ingelosire il suo amico.
Come prevedibile, infatti, il giovanotto onorato schiaffeggiò la donna allo scopo di provocare Rapi e, magari, di battersi lì per lì con lui in una zumpata. Ma il maestro non batté ciglio. L'indomani, 29 settembre, Luigi Soreca si recò in una sala di biliardo di via Foria. Un altro camorrista, Alfonso Viscardi, lo dileggiò e lo invito a una zumpata. Immediatamente i due montarono su una carrozzella e si recarono al corso Vittorio Emanuele nei pressi del ristorante «Pastafina ». Qui, però, Viscardi anziché impegnarsi in un leale duello, colpì con una sbarra di ferro alla testa il povero Soreca. Altre due persone sopraggiunte, Alfonso Ferrucci e un certo Affaitati, lo finirono poi a rivoltellate. Tutto questo emerse dalle indagini della polizia, così come venne accertato che, dopo il delitto, il maestro Rapi era fuggito in Francia. Proseguendo nelle indagini, il vicecommissario Castaldi venne a conoscenza di una curiosa storia che circolava negli ambienti della camorra e che riferita dai giornali, sebbene con molti «se» e con molti «ma» , appassionò ulteriormente Napoli. Subito dopo aver commesso il delitto , dunque, secondo quelle voci, i tre sicari raggiunsero al «Caffè Europa;, il maestro Rapi il quale, in quel momento, stava cenando proprio con Elvira, e lo rassicurarono circa l'avvenuta punizione di «Pasquino»; sorridendo di gioia, Elvira si sfilò i suoi orecchini di brillanti e li porse, in segno di ringraziamento, agli assassini del giovanotto onorato. Questa versione, tuttavia, non poté affatto essere provata e infatti dal rapporto che il 23 aprile 1886 il questore Pennino consegnò alla magistratura, mancavano completamente il nome del maestro Rapi e quello di Elvira. Non solo, ma quando, nel 1902, espulso dalla Francia sotto l'imputazione di aver organizzato una bisca, il maestro Rapi ritornò a Napoli, nessuno osò muovergli addebiti. Quali erano i retroscena della storia? A Napoli corse insistente la voce che «Pasquino» avesse disturbato l'alcova di un uomo molto importante, forse un ministro, forse qualcuno ancora più in alto di un ministro, il quale, a sua volta, si era rivolto alla Bella Società Riformata per ottenere soddisfazione. Si disse anche che «Pasquino», prima di esalare l'ultimo respiro, un nome l'avesse fatto, ma che non era stato possibile divulgarlo. Un segreto di Stato o giù di lì. A mano a mano che nella Bella Società Riformata si andavano verificando dissidi e contestazioni, cresceva sempre più il numero dei guappi di sciammeria, veri e propri camorristi autonomi i quali, senza alcuna organizzazione alle spalle, riuscivano a imporre, soltanto in virtù del proprio carisma, i loro soprusi e le loro angherie alla cittadinanza. Nell'ultimo quarto dell'Ottocento erano particolarmente famosi Achille Del Giudice, Aniello Pantice, Vincenzo Murolo, Vincenzo Martano, Luigi Caracciolo e Nicola Ferraro i quali, tutti, ebbero l'onore di posare per Eduardo Dalbono, uno dei più apprezzati pittori napoletani dell ' epoca.
Teofilo Sperino
Il più celebre, il più ammirato, il più temuto dì tutti i guappi fu però Teofilo Sperino. Dai popolani sempre pronti a scappellarsi al suo cospetto e dai giornali che spesso magnificavano le sue gesta gli venne riconosciuto il titolo ambitissimo di «don»; uomini politici, esponenti della vita amministrativa e aristocratici, non esitavano a esternargli il loro ossequio. «Don Teofilo agli ordini», era il saluto tributatogli. «Alle preghiere umilissime», rispondeva lui con finta modestia, roteando un bastone animato e ostentando al bavero della giacca le sue dieci medaglie al valore civile. Figlio del proprietario di una fabbrica di guanti del quartiere Porto, Teofilo Sperino, nato nel 1838, aveva mostrato fin da ragazzo un'indole spavalda. Il giorno in cui un giovanotto onorato si presentò nella fabbrica di guanti per riscuotere lo sbruffo, Teofilo, appena sedicenne, lo prese a pugni e lo mise alla porta. A suo padre che si mostrava preoccupato di una vendetta della camorra, disse: «Niente paura, io ho deciso di farmi guappo». Si recò infatti dal capintrito del rione Porto e, respingendo perfino la proposta di affiliazione alla Bella Società Riformata, lo mise al corrente del suo proposito. Diventò così lui stesso un taglieggiatore di altri fabbricanti di guanti. Le operaie dell'azienda paterna lo guardavano estasiate.
Il guappo nell'800
Lui, ogni tanto, si degnava di cavare il fazzoletto dalla tasca e di gettarlo a una di esse: era quello il segno che la prescelta, terminato il suo turno di lavoro, doveva accompagnarsi a lui. Una sola di queste ragazze osò opporgli un rifiuto: si chiamava Grazia Vivenzio e divenne sua moglie. Trasferitosi nel quartiere Sanità, in via Capodimonte 84, Teofilo Sperino incominciò ad esercitare, pur senza alcuna nomina, funzioni equivalenti a quelle di un vicesindaco; istituì perfino una specie di tribunale di conciliazione. La sua specializzazione, naturalmente, secondo le tradizioni della guapperia napoletana, consisteva nell'imporre matrimoni riparatori. Riusciva a procurare ottimi partiti, con scuse o con minacce varie, alle lavoranti guantaie che lui stesso aveva sedotto.
Talvolta, si diceva, pretendeva lo ius primae noctis. Dal 1858 al 1860, militò clandestinamente nel partito mazziniano, quindi, arrivato a Napoli Garibaldi, lo seguì fino a Teano indossando la camicia rossa. Più volte ammonito, più volte condannato per reati comuni, fu spesso latitante, ma un ben strano latitante visto che, malgrado sul suo capo pendessero diversi mandati di cattura, riusciva a starsene tranquillamente in casa e a girare indisturbato per la città. Saldò comunque, nel 1876, ogni ufficiale debito con la giustizia. Il suo sogno, adesso, era quello di farsi ammirare come un eroe; e riuscì, entro certi limiti, a realizzarlo. Non esitò, per esempio, a tuffarsi nelle acque di Mergellina salvando la vita a bagnanti prossimi ad annegare; in via Chiaia bloccò un cavallo imbizzarrito che si stava avventando sui passanti. Durante il terribile colera del 1884 sollecitò la nomina a luogotenente della Croce Rossa e, sfidando il pericolo del contagio, si prodigò nel soccorrere gli ammalati. Le motivazioni delle dieci medaglie al valor civile che gli furono concesse, costituiscono un elenco di atti di abnegazione. Ricorrendo a tutta la sua autorità e facendo leva sulla fiducia che riscuoteva nelle masse popolari, collaborò poi efficacemente con i tecnici del municipio i quali, nei quartieri più poveri, andavano compiendo sopralluoghi e misurazioni varie. Dopo il colera, si era dovuto intraprendere, per ragioni d'igiene, una colossale opera di «sventramento» e di «risanamento» che interessò soprattutto i rioni Mercato, Pendino e San Ferdinando, possibili focolai, per la incredibile sporcizia che ví regnava, di future altre epidemie. Bisognava abbattere migliaia di vecchie e luride abitazioni, bisognava cancellare centinaia di sozzi vicoletti. Purtroppo, i tecnici del municipio venivano accolti con fitte sassaiole da turbe di popolani resi feroci dalla prospettiva di dover prima o poi abbandonare quelle catapecchie immonde a cui pure, per secolare assuefazione al peggio, erano affezionatissimi.
L'intervento del guappo consentiva ai geometri e agli ingegneri di lavorare indisturbati. Un episodio addirittura clamoroso fu quello di cui fu protagonista nel 1886. Si avvicinava la festa di Piedigrotta e il guappo, che aveva studiato canto sotto la guida di Vincenzo Valente, uno dei più noti musicisti napoletani, stava assistendo, nel bel mezzo dei giardinetti di via Foria , all'allestimento di un carro allegorico sul quale doveva lui stesso esibirsi come interprete di canzoni. Improvvisamente si udirono degli spari e si assisté a un fuggi fuggi generale: nei pressi della cosiddetta «fontana delle paparelle», due gruppi di camorristi si stavano sfidando a un dichiaramento. Un passante, raggiunto da una pallottola, giaceva già a terra ferito. Accorsero alcuni agenti, ma i camorristi, imperterriti, continuavano a sparare. Si profilava una carneficina da Far West. Prontamente, senza nemmeno abbandonare il mandolino col quale si stava esercitando, don Teofilo si lanciò fra i due gruppi di contendenti e urlò: «Sparate a me, se ne avete il coraggio!». I camorristi gettarono immediatamente le pistole a terra e, scortati dal guappo, si costituirono al commissariato. La sera di Piedigrotta, quando il carro allegorico sfilò per le strade della Sanità, Teofilo venne letteralmente portato in trionfo. Quasi da brivido ma con lieto fine, si rivelò l'operazione che condusse in una villa di Posillipo. Lì, ogni notte, accadevano fatti stranissimi: mentre gli inquilini dormivano, d'improvviso comparivano bianchi spettri i quali agitavano candele e gettavano urla paurose. Il proprietario fece più volte benedire la villa ma siccome le apparizioni si ripetevano, nessuno volle più prenderla in fitto. Convinto che i fantasmi fossero uomini in carne e ossa i quali agivano per chissà quale losco fine, il guappo, d'accordo col proprietario, andò, camuffato, a pernottare nella villa. Si distese sul letto e rimase in attesa degli eventi, fingendo di dormire. A mezzanotte in punto udì uno scalpiccio, poi la porta si apri e comparvero i due spettri. Nient'affatto intimorito, don Teofilo si sfilò le scarpe e le usò come proiettili. «Buffoni! I fantasmi che possano spaventare don Teofilo Sperino non esistono!» urlò. Poi si alzò dal letto. acciuffò quei due e li spogliò dei bianchi lenzuoli: erano due cugini del proprietario i quali, per una questione di maldivisa eredità, miravano a impossessarsi, con poco danaro, della villa. Verso la fine del 1890, il guappo scelse, come suo campo d'azione per i taglieggiamenti, le imprese di pompe funebri. Con la scusa di procurae nuovi affari, incominciò a pretendere percentuali su tute le esequie che si svolgevano a Napoli. Nel 1892 entrò ufficialmente in società, astenendosi tuttavia dal versare alcun capitale, con gli impresari di onoranze funebri Luigi Forgione e Giuseppe Bellomunno. Il suo solo apporto consistette nel brigare al municipio, dove godeva di vaste conoscenze, per il rilascio di una nuova licenza. Senza mai sborsare di proprio una sola lira, don Teofilo fece allesTire con grande sfarzo, in via Concezione a Montecalvario, la nuova agenzia; quindi, con la scusa che bisognava, anche in quel campo, modernizzarsi, andava ogni tanto a Parigi, sempre a spese dei suoi soci, e se ne tornava con contratti per l'acquisto di altri carri funebri. Vennero in gran voga, a Napoli, i carri da morto «alla don Teofilo Sperino». E lui nell'impresa era il solo a guadagnare. I Forgione e i Bellomunno, sapendo con quale tempra di sopraffattore avessero a che fare, erano costretti a subire e a tacere. L'unico a dare chiari segni d'insofferenza era un ragazzo di poco più di vent'anni, Andrea Forgione, nipote di uno dei soci. Le sue liti con don Teofilo non si contavano. Il 6 marzo 1893, fra il guappo e il giovane Forgione vi fu un diverbio più acceso del solito. A un cliente, certo Strussenfeld, venuto per trattare il trasporto di una salma da Resina a Napoli, don Teofilo aveva chiesto centosei lire; il giovane Forgione, accortosi che l'affare stava andando a monte, intervenne offrendo una riduzione del cinquanta per cento. Sentitosi minato nella sua autorità, don Teofilo intimò al socio Luigi Forgione di non consentire mai più, al nipote, di mettere piede nell'agenzia. Anche questa volta l'anziano impresario dovette subire.
L'indomani sera, insieme con Luigi Forgione e Giuseppe Bellomunno, il guappo si recò al teatro «Partenope» di via Foria, dove si rappresentava la Rivista del '92. Finito lo spettacolo, poco dopo la mezzanotte, don Teofilo salutò i soci e, tutto solo, imboccò via Stella, diretto alla propria abitazione di via Nuova Capodimonte. E fu proprio in via Stella che, d'improvviso, il guappo vide uscire, da una carrozza col mantice abbassato, il giovane Andrea Forgione. «Che fai, qua, Andrea?», chiese Teofilo. «Ora lo vedrai», rispose il ragazzo. Gli puntò contro una pistola e sparò, poi risalì sulla vettura e via. All'ospedale dei Pellegrini, don Teofilo venne giudicato in imminente pericolo di vita: era ferito alla regione carotidea ed era inoperabile. Fu allora trasportato a casa dove i più illustri chirurghi dell'epoca, D'Antona, Cotronei e Rossi, tennero un consulto. Non ci fu niente da fare. Alle 12.35 del 9 marzo dopo un'atroce agonia, il terribile guappo si spense. I funerali, ai quali partecipò perfino un sottosegretario di Stato in carica, l' onorevole De Bernardis, furono imponentissimi e si snodarono lungo due ali di napoletani inginocchiati e in lacrime. «Alle esequie di Cairoli non vi era tanto popolo, tanta curiosità, tanti commenti. E noi rinunciamo a descrivere tutto quel movimento perché lo scritto sembrerebbe esagerato, e non riuscirebbe che a dare un'idea di ciò che abbiamo visto», pubblicò un giornale. Il processo a carico di Andrea Forgione, che si era costituito al questore Sangiorgi poche ore dopo il funerale, avvinse e appassionò Napoli. Iniziato il 23 novembre 1894, si concluse il 3 dicembre 1896 con la condanna dell'omicida a sette anni, sette mesi e tredici giorni. Scesero in campo i migliori avvocati del tempo, da Simeoni a Magliano, e siccome la corte d'assise era presidiata da un plotone del secondo reggimento di fanteria, il presidente Minolfi commentò: «Siamo in stato d'assedio». Centinaia di persone si recarono a testimoniare. Sissignore , era un guappo, sissignore pretendeva e imponeva però era buono ed era generoso, dicevano i più. Quando il 12 novembre 1896, venne esibita in aula d'assise, la carotide di don Teofilo Sperino conservata in una boccetta, una donna gridò: «E una reliquia! E una reliquia!».
Giuseppe Chirico
Con la morte repentina di Ciccio Cappuccio, la Bella Società Riformata si trovò a dover fronteggiare, come già era accaduto dopo il ritiro di Salvatore De Crescenzo, una nuova crisi. Le assemblee degli anziani, convocate nelle Caverne delle Fontanelle, riuscirono a fissare un solo punto d'intesa: il capintesta, d'ora in avanti, non doveva necessariamente essere originario di Porta Capuana. Dopo manovre per così dire di corridoio, si stabilì infine, per non far torto a nessuno, di conferire la suprema carica della setta a quel capintrito che avesse la più alta statura fisica.
Uscì così eletto l'ex capintrito di Porta San Gennaro, Giuseppe Chirico, detto o' Granatiere, che era alto più di un metro e novanta. Passerà alla storia della camorra come il capintesta più imbelle e più timido che mai sia esistito; ma proprio di un tipo del genere la Bella Società Riformata, che ormai andava perdendo ogni giorno di più la sua coesione, e che si andava sempre più inquinando con l'immissione nelle sue file di ladri e di lenoni, riteneva di aver bisogno.
La notizia dell'elezione del «Granatiere» alla massima carica, sorprese tutti. Giuseppe Chirico (da non confondersi con l'omonimo camorrista implicato nel processo Cuocolo) non aveva mai sfregiato nessuno, non aveva mai partecipato a una zumpata o a un dichiaramento: aveva fatto carriera nella setta soltanto con la diplomazia e con i sorrisi. Cosa c'era da aspettarsi da lui?
La prima persona a rivoltarglisi contro fu la sua fidanzata. Il giorno in cui, insieme con lei, Giuseppe Chirico entrò, per la celebrazione delle nozze, nella chiesa della Madonna delle Grazie in via Foria, successe un fatto imprevedibile. Alla rituale domanda indirizzatale dal sacerdote, la ragazza rispose con un nettissimo «no».
Lo scandalo dilagò per tutta Napoli, tanto più che nella chiesa, colma di invitati, si era acceso un grosso parapiglia. Come sempre succede in questi casi, amici comuni fecero da pacieri, ma anche durante la seconda cerimonia, la sposa ripeté il diniego. All'uscita dalla chiesa, allora, Giuseppe Chirico si avventò con un rasoio contro la ragazza e le praticò uno sfregio. «Adesso sì che sono veramente disposta a sposarti! Un capintesta deve sapere come comportarsi», esclamò lei tutta contenta.
Col volto ancora sanguinante , ritornò all'altare e pronunciò il «sì». Quel gesto violento, commesso sul sagrato, riabilitò, agli occhi dei camorristi, solo parzialmente il nuovo capintesta. Nessuno, tra gli affiliati, riusciva a perdonargli, per esempio, di non essersi mai battuto a duello. Del resto ora, come capintesta, «'O Granatiere» non avrebbe potuto mai più, a norma di statuto, mandare o accettare sfide. A Napoli, in quel periodo, gli sfregi, le zumpate e i dichiaramenti, si verificavano a ritmo continuo, e se i giornali li registravano come fatti ordinari, frotte di antropologi, discepoli o emuli di Cesare Lombroso, 11 catalogavano e li interpretavano in dotte monografie.
Nel 1893, peraltro, venne di moda anche il cosiddetto sfregio pisciaddosso, ideato da un camorrista di nome Sferralonga. Gli antefatti di questo nuovo tipo di sfregio, assai più oltraggioso di quello operato con lo sterco, sono quanto mai curiosi. Offeso dal camorrista suo avversario, certo «Cecatiello», alla presenza della propria amante Giuseppina Manfredonia, Sferralonga giurò di vendicarsi. In compagnia di due picciotti di sgarro, si recò nell'abitazione di Assunta Peluso, amante del «Cecatiello», e la insultò: quindi ordinò ai due picciotti di mantenere ferma la donna e dopo averla sfregiata al viso, le alzò la gonna, si sbottonò ì pantaloni e le urinò sul ventre.
I due camorristi, il «Cecatiello» e Sferralonga, in seguito a questo fatto si sfidarono: la zumpata ebbe luogo il 4 dicembre 1894, in piazza della Carità, vale a dire al centro di Napoli, in un cerchio di folla incuriosita. Un dichiaramento in grande stile, al quale parteciparono ben dodici camorristi, certi Salvatore Giudice, Pietro Donadio, Francesco Pastore. Luigi Corporante, Eduardo Errico, Raffaele Santonicola, Raffaele Siena, i fratelli Pasquale e Raffaele Damiani, Nicola Avolio, Fortunato Varriale e Gennaro Mauro, ebbe luogo, con gran spreco di colpi di pistola e con lo spargimento di molto sangue, il 30 aprile 1895, in corso Vittorio Emanuele. La polizia accertò che quei camorristi, divisi in tre paranze, si erano sfidati per un disaccordo sulla spartizione delle elemosine contenute nella cassetta di un'edicola votiva da essi stessi allestita e ingannevolmente dedicata alla Madonna della Pignasecca. Quel dichiaramento, che traeva origine da un'azione sacrilega, culminò in un processo clamorosissimo. Il 5 maggio 1896, il pubblico ministero Alfredo De Tilla pronunciò un'arringa violentissima contro i dodici camorristi.
«Dunque non basta», disse il magistrato, «non basta a una setta di oziosi, di vagabondi, di prepotenti, di contendere i disonesti guadagni al biscazziere? Dunque non basta eleggersi a protettori di femmine da coInio per sfruttarne il turpe lucro? Non basta costringere alla prostituzione quelle fanciulle del popolo cui la sventura e depravati istinti trascinarono a precoci sensualità per estorcerne poi i fruttiferi amori? Non basta l' accerchiamento di giovani minorenni appartenenti ad agiate famiglie per carpirne un patrimonio che fu il frutto del lavoro e del risparmio? Non basta vivere sul furto e sui delitti di ogni genere? No! A completare la figura di chi vive di sopraffazioni sulle bische e sui bordelli, sulla sventura e sulla depravazione, sull'inesperienza giovanile e sul delitto, era necessaria ancora la più ributtante delle prepotenze, quella sul sentimento religioso! E l'immagine della più poetica creazione della divinità muliebre servì di turpe speculazione a gente senza onore! E l'obolo carpito alla pietà dei fedeli serviva ad alimentare i vizi e la crapula di questi ras della camorra! Io non avrei voluto pronunciare questa parola Profanatrice in questo tempio ove, sovrana unica, regna la giustizia, ma dalla prima all'ultima pagina di questo processo e di questi allegati, a richiesta della difesa, non si ha altra prova che si tratti di una questione della camorra. Vedrà, chi ne ha il dovere, e per il suo ufficio altissimo ne ha incontestata autorità, quale provvedimento converrà perché da questo processo non resti diminuito il prestigio di quella religione che spesso è l'unico conforto che rimane al nostro popolo nelle sue sventure e nelle sue miserie.»
La causa ebbe termine in corte d'appello, il 10 luglio 1896, e gli imputati, che in prima istanza erano stati condannati ciascuno a sei anni di carcere, se la cavarono con pene non superiori a un anno di detenzione . Le arringhe degli avvocati Ranucci, Gennaro Marciano, Marullo, Nota, Manzi, Adinolfi e Passarelli costituirono altrettante giustificazioni giuridiche della zumpata e del dichiaramento, considerati come forme plebee di leali duelli. Un'altra zumpata che fece molto scalpore fu quella che si svolse, il 18 gennaio 1897, in via Conocchia, fra i picciotti Alfonso Quartariello e Nicola D'Avino, entrambi innamorati della stessa ragazza, una certa Vincenza Leone detta «'A Zellosa».
I padrini Ciro Cositore e Vincenzo Regina dirigevano lo scontro; gli astanti, da parte loro, incitavano, con grida varie, ora l'uno ora l'altro dei contendenti. Il 2 marzo 1897, inoltre, nelle carceri di Torre Annunziata si scontrarono in una mortale zumpata i camorristi napoletani Giacomo Ricevuta e Francesco Falanga. Sulle zumpate e sui dichiaramenti era sorta, appunto per la frequenza con cui avvenivano, tutta una giurisprudenza, sulla quale, fin dal 1893, l'avvocato Carlo D'Addosio, specializzatosi in questi studi, aveva pubblicato un vero e proprio saggio. Esistevano, sulle sfide camorristiche, varie tesi. Secondo lo stesso D'Addosio, non si trattava mai di omicidio premeditato in quanto i contendenti non volevano la morte dell'avversario, anche se questa poi si verificava; l'omicidio premeditato, secondo il D'Addosio, si configurava solo quando i picciotti si battevano con lo scopo di essere promossi al grado di camorrista.
Il Labbocetta, da parte sua, avanzò la tesi che coloro i quali partecipavano a una zumpata o a un dichiaramento, rispondevano al bisogno esteriore di mettere in funzione un apparato scenico. Il Carrara optò per la configurazione del semplice reato di rissa in cui si colpiva per impulso istantaneo. Enrico Pessina, ispirandosi a un principio democratico, sosteneva che la zumpata fosse nient'altro che una lealissima forma di duello e che anche i popolani avevano diritto, come i nobili, di sfidarsi: affar loro se sceglievano il coltelo anziché la sciabola. Il più severo di tuti giuristi era il Manduca il quale sosteneva che il dichiaramento comprendeva in sé il fine omicida con l'aggravante della premeditazione.
In questa ridda quotidiana di zumpate e di dichiaramenti, è facile comprendere come fosse precaria la situazione di Giuseppe Chirico, il camorrista che, in vita sua, non aveva mai impugnato un coltello o una pistola. Fu così che quando venne sfidato da un non meglio identificato «Totonno 'o Pappagallo», Giuseppe Chirico evitò di appellarsi a quel regolamento del frieno che vietava la zumpata ai capintesta.
Inesperto come era di armi, però, Chirico fu ferito al primo colpo e, per salvarsi, gettò a terra l'arma e si dichiarò sconfitto. Scappò subito a casa, si mise a letto e, non avendo il coraggio di ammettere di essere stato battuto nell'unica zumpata della sua vita, fece spargere la voce che si era ammalato di polmonite.
Naturalmente, però, la Bella Società Riformata era già al corrente di tutto. L'imbelle «Granatiere» venne dichiarato decaduto dalla carica di capintesta e sostituito proprio da colui che l'aveva sconfitto.
Le prime, timide risposte dello stato
Alla Camera dei deputati, sul finire dell'Ottocento si parlava sovente di camorra e di camorristi, e anzi si lanciavano talvolta accuse, molte delle quali più che fondate, contro quei deputati napoletani che non avevano esitato a trasformare capintesta e capintriti in altrettanti grandi elettori e che si erano associati ad essi in imprese poco pulite. Uno fra i primi parlamentari ad attaccare la camorra, fu l'onorevole Ferruccio Macola, quello stesso che ucciderà in duello Felice Cavallotti. Con interventi alla Camera e tramite poi un articolo pubblicato sulla Gazzetta di Venezia del 31 marzo 1896, Ferruccio Macola svelò, fra l'altro, come la camorra si fosse insinuata nelle file dell'esercito e avesse contribuito alla disfatta di Adua. Mediante il cosiddetto «arruolamento a spizzico», documentò il deputato, i camorristi napoletani avevano partecipato in buon numero alla nostra campagna d'Africa, ma non per spirito patriottico e perché credessero nella politica colonialistica di Crispi, bensì per poter allargare il loro raggio d'azione e nel contempo sottrarsi ai superiori ordinari. Subito dopo la partenza i camorristi si erano messi all'opera sulle navi, taglieggiando gli altri militari; nel quartier generale di Adigrat, quindi, si erano abbandonati ad ogni sorta di violenza e avevano derubato di duemila talleri il tenente Ghirardi. Il comando aveva tentato di correre ai ripari adoperando sentinelle «chitet» a preferenza di quelle bianche, ma i camorristi napoletani, uniti ai mafiosi siciliani, incitavano la truppa a non obbedire ai superiori. Un soldato della batteria Bianchini, ubriaco, aveva sparato contro un capitano e aveva schiaffeggiato un tenente. Durante il combattimento di Alequà, molti soldati camorristi avevano abbandonato gli ufficiali di fronte al nemico. Le rivelazioni dell'onorevole Macola erano gravissime; nessuno poté smentirle, così come, del resto, non si potevano ignorare le denunce fatte da altri deputati circa l'ingerenza della Bella Società Riformata nelle battaglie politiche.
Nel 1898, poi, iniziarono alla Camera gli attacchi contro il deputato napoletano Alberto Agnello Casale, accusato non solo di essere stato eletto con i voti procuratigli dalla camorra, ma di esSersi strettamente legato a essa e di aver corrotto l'intera amministrazione comunale di Napoli di cui era sindaco, allora, Celestino Summonte. Contro l'onorevole Casale, ex giocatore di borsa, iniziò una spietata campagna di stampa, il 10 dicembre 1899, l'organo socialista La propaganda. Per settimane, per mesi, il giornale napoletano pubblicò in prima pagina lunghi articoli intitolati semplicemente «camorra», tramite i quali documentava le malefatte di Casale e di altri esponenti politici. AI Casale, il giornale rivolse tre precise domande:

1) Qual è la sua professione, arte o mestiere?
2) Quali sono le sue rendite?
3) In mancanza dell'una e delle altre come vive Alberto Casale?

Quindi il periodico sostenne, senza mezzi termini, che lo stato maggiore del deputato era costituito da affiliati alla setta, e di essi pubblicò nomi e soprannomi. Con titoli a caratteri di scatola, La propaganda accusò più volte Casale di essere «il Palizzolo napoletano». E qui bisogna aprire una parentesi per ricordare che si andava svolgendo, proprio allora, il primo processo a carico di mafiosi mai celebrato in Italia. Il primo febbraio 1893 era stato ucciso a coltellate, su un treno, Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo ed ex presidente del Banco di Sicilia. Notarbartolo aveva più volte denunciato le manovre compiute dalla mafia nel Banco di Sicilia, manovre che avevano compromesso anche il presidente del consiglio Francesco Crispi.
Come mandante dell'omicidio venne arrestato, con tanto di autorizzazione a procedere, l'onorevole Raffaele Palizzolo. Il processo, iniziato nel 1899, fu clamorosissimo e ricco di colpi di scena. Assolto, poi condannato, Raffaele Palizzolo venne nuovamente prosciolto dal reato di omicidio in terzo grado, ma emersero traffici e collusioni tra mafia e politica. Mentre a Napoli la propaganda portava avanti la sua battaglia, a Montecitorio un altro deputato napoletano, Giacomo De Martino, non socialista e quindi non legato a quel giornale, sollecitava la nomina di una «Commissione parlamentare d'inchiesta su Napoli e su Palermo e sulle condizioni politiche, sociali e amministrative di queste due città nei rapporti della mafia e della camorra». Il 15 dicembre del 1899, l'onorevole De Martino disse testualmente: «Napoli ha più di ogni città d'Italia una massa enorme di non abbienti, venuta man mano crescendo dalle dissestate condizioni economiche della città, la quale, cessando di essere centro generale di consumo delle province dell'ex reame, non ha ancora ottenuto uno sviluppo di commerci e d'industrie che ne compensasse gli effetti. Nelle masse non abbienti di Napoli impera la camorra, cioè la violenza ed il predominio individuale. In questa massa dominano il diritto di camorra sugli scambi , i dichiaramenti per le vie pubbliche come affermazione di superiorità o come riparazione di offesa. Ma queste masse diventate in gran parte elettorali hanno acquistato una forza e un valore amministrativo e politico. Quelle masse guidate e comandate dalla camorra non possono avere ideali, ma interessi. Donde e come si creano? Dalla vita amministrativa, e così sorge l'alta camorra. Tutta una fitta rete di interessi avviluppa la vita amministrativa. Nell'alto si formano gli appalti, i contratti, le cessioni pubbliche: su di esse arricchiscono i pezzi grossi, ma a quegli appalti, a quei contratti, a quelle concessioni partecipa man mano la bassa camorra che è loro assoldata. Tutto è latente, abilmente dissimulato nella vita comune, ma venga il giorno delle elezioni e voi vedrete scatenata per la città tutta questa massa ingorda, famelica, minacciosa. Allora, senza altra dimostrazione, s'intende cos'è la camorra, qual è il potere, quali sono i suoi fini. Qualunque inchiesta, fatta onestamente e coraggiosamente, dimostrerebbe che l'amministrazione comunale di Napoli è guasta e corrotta nelle midolla e che, sorta da compromessi con la camorra, alta e bassa, per essa e con essa vive...».
I primi rapporti politica-camorra
La proposta dell'onorevole De Martino venne insabbiata, ma a Napoli, intanto, la propaganda continuava, con maggior vigore, la sua lotta contro la camorra e contro l'onorevole Casale, sfidando quest'ultimo a querelarsi.
La causa fu chiamata il 24 luglio 1900, e siccome il deputato non fu in grado di smentire nessuno degli addebiti mossigli, la requisitoria del pubblico ministero Raffaele Notaristefani, anziché contro i giornalisti, si rivolse contro di lui e contro il suo principale testimone a favore, Gargiulo, procuratore generale di corte di cassazione.
II 31 ottobre 1900 i redattori di La propaganda furono tutti assolti per essere riusciti a provare la fondatezza delle loro accuse. Immediatamente Alberto Agnello Casale si dimise da deputato: altri tempi. Lo scalpore suscitato dalla sentenza fu tale che, appena pochi giorni dopo, l'11 dicembre 1900, Giuseppe Saracco, capo del governo e ministro dell'Interno, nominò una «Regia commissione d'inchiesta per Napoli», a capo della quale venne messo il senatore Giuseppe Saredo, presidente del Consiglio di Stato.
La commissione interrogò milletrecento testimoni, quindi il 22 ottobre 1901 pubblicò, in undici volumi, i risultati dell'indagine. Al municipio di Napoli, accertò la commissione, erano stati compiuti una quantità enorme di reati di peculato, di concussione e di falso: si vendevano in contanti perfino i posti di guardia municipale. Proprio all'azione della camorra la regia commissione attribuiva la maggior parte delle sventure di Napoli.
Ecco un brano della relazione:

Seminando la corruzione nel corpo elettorale col farlo funzionare a base di clientele e di interessi, mantenendo innestata la politica dell'amministrazione, aprendo alla camorra l'adito ad esercitare la sua prepotente azione elettorale e rendendola così indirettamente quasi arbitra della vita pubblica, volgendo infine tutta la vita medesima a servizio delle elezioni, si determinarono nell'organismo rigenerato, colla riproduzione di parecchi degli antichi mali, che quasi accennavano a scomparire, anche nuovi e peggiori, che per la loro essenza ne compromettevano la vitalità.
Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica, e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali. In corrispondenza quindi della bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezioni e di servaggio, con diverse forme di prepotenza, si vide sorgere un'alta camorra, costituita da più scaltri ed audaci borghesi.
Costoro, profittando dell'ignavia della loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione, in gran parte derivante dal disagio economico, ed imponendole la moltitudine prepotente ed ignorante, riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli, nella stampa. Con lo sviluppo della camorra, la nuova organizzazione elettorale a base di clientele, di servizi resi e ricambiati in corrispettivo del voto ottenuto, sotto forma di protezione, di assistenza, di consiglio, di raccomandazione, rese possibile lo sviluppo anche della classe dei faccendieri o intermediari, che nel periodo anteriore al 1860 era già un elemento indispensabile per il traffico degli affari. Come abbia agito e come agisca tuttora la camorra, che presentemente s'intitola Bella Società Riformata, si è già detto innanzi; basta solo richiamare la particolare attenzione sui fatti, che continuamente ne attestano l'esistenza purtroppo fiorente, malgrado l'azione repressiva abbastanza viva dell'autorità, e sulla considerazione che se da sola potette sempre molto, assai più deve avere impero e potere quando siasi accaparrata la gratitudine e l'appoggio delle persone influenti, che se ne servono a scopo elettorale. Di questo appoggio si ha una prova assai eloquente nel servizio delle ammonizioni. Nel biennio 1898-'99, di 633 denuncie per l'ammonizione fatte dalla questura, solo 107 furono accolte, rimanendone pendenti, alla fine del biennio, 78 presso il giudice delegato e 26 presso il consigliere d 'appello; per tutte le altre si dichiarò non luogo a procedere.

I ladri e i malfattori più astuti e specialmente i camorristi seppero sfuggire al provvedimento, valendosi specialmente di protezioni. Molti, a Napoli, e primo fra tutti il direttore del quotidiano Il Mattino Eduardo Scarfoglio, che con sua moglie Matilde Serao, era stato personalmente tacciato di affarismo, definirono l'inchiesta Saredo nient'altro che un volgare libello diffamatorio. A Montecitorio, invece, molti parlamentari e fra essi l'onorevole De Martino, la reputarono «un monumento di sapienza e di coraggio civile». Il 9 dicembre 1901, alla Camera si aprì il dibattito sull'inchiesta Saredo, allo scopo di risolvere il problema di Napoli. Prima che venisse approvata la mozione presentata da Luigi Luzzatti sui provvedimenti a favore del Mezzogiorno, diversi deputati si levarono a parlare; fra questi il più violento fu il socialista Enrico Ferri, fondatore, con Cesare Lombroso, della scuola positivista di diritto penale. «Nell'Italia settentrionale», disse Ferri, «ci sono dei delitti, ci sono delle malversazioni, ci sono dei fraudolenti, ma sono malattie isolate; nell'Italia meridionale, invece, la malattia ha forma infettiva, epidemica. Nell'Italia settentrionale sono casi di eccezione i centri di criminalità, nell'Italia meridionale sono centri di eccezione, tanto più mirabili per questo, i centri di onestà.»
l deputati meridionali, a tali parole, si ribellarono, e siccome Ferri non volle chiedere scusa, il presidente della Camera, Tommaso Villa, gli inflisse la censura. Prima di abbandonare l'aula, l'onorevole Ferri ruppe con un libro una porta a vetri e gridò: «La camorra continua al parlamento!».
Tutti i deputati scoppiarono a ridere. Contro le ingerenze della camorra nella vita politica condusse una dura battaglia il deputato socialista Ettore Ciccotti. Originario di Potenza, Ciccotti nelle votazioni del giugno del 1900, riuscì a prevalere nel collegio della Vicaria, che pure costituiva da secoli un caposaldo della Bella Società Riformata. Nelle elezioni del 1904 però, Ettore Ciccotti venne sconfitto.
Alcuni giornali sostennero che siccome quel parlamentare era sgradito al premier Giovanni Giolitti, il prefetto di Napoli, Caracciolo, aveva favorito il candidato Enzo Ravaschieri notoriamente legato alla camorra e battezzato dai socialisti «il conte della malavita». Effettivamente tutta la camorra si mobilitò in via San Giovanni a Carbonara, presso l'edificio che il 13 novembre 1904 ospitò i seggi elettorali. Enrico Alfano, detto «Erricone», il prete Ciro Vittozzi e l'insegnante Giovanni Rapi, tutti e tre esponenti della Bella Società Riformata e in seguito implicati nel processo Cuocolo, furono visti pilotare sfacciatamente le operazioni di voto.
Totonno e' Santu Dommenico
Nell'ultimo decennio dell'Ottocento, a fronteggiare la malavita provvedeva, a Napoli, un numero abbastanza cospicuo di tutori dell'ordine. Disponiamo dei dati relativi al 1892. A parte le guardie carcerarie e a parte una guarnigione di riserva composta da 12 mila elementi, a Napoli si contavano 830 agenti di Pubblica Sicurezza, 587 carabinieri, 1.195 guardie di finanza e 547 guardie municipali. Un totale, dunque, di 3.150 uomini, vale a dire un agente per ogni 158 abitanti. Intanto, la Bella Società Riformata aveva già perso la sua caratteristica peculiare, quella che faceva di essa un'associazione di taglieggiatori e di più o meno salomonicí giudici di conciliazione.
L'ingresso di molti ladri nelle sue file l'aveva, per così dire, inquinata. Adesso i camorristi accettavano per conto dei ladri incarichi da basisti; adesso svolgevano di loro iniziativa lavori da detective, nel senso che quando in città veniva commesso, da estranei alla setta, qualche grosso furto, essi ne individuavano i colpevoli e poi li ricattavano; adesso, addirittura, organizzavano in proprio furti e rapine. In via Sant 'Arcangelo a Baiano, nella zona di Forcella, venne perfino scoperta una scuola per mariuoli gestita da camorristi: l'allievo passava agli esami soltanto quando riusciva a sottrarre silenziosamente il portafogli a un fantoccio agghindato con decine e decine di campanelli.
Fra i ladri affiliati alla Bella Società Riformata, il più noto fu, certamente, Antonio Parlati, detto «Totonno 'e Santu Dummineco»; tutte le polizie d'Europa, da Scotland Yard alla Sureté, gli offrivano stipendi favolosi affinché si mettesse al loro servizio.
Nato nell'ottobre del 1875, «Totonno» si convinse, quando era ancora un ragazzino, che se l'indice della mano destra fosse stato lungo quanto il medio, sarebbe stato molto più facile estrarre il portafogli dalle altrui tasche; incominciò allora a praticare un'apposita ginnastica sull'indice finché, dopo anni di paziente esercizio, non gli parve di vederlo cresciuto: questo, almeno, era quanto amava raccontare. Diventò uno degli esponenti della Bella Società Riformata ma sapeva all'occorrenza mostrarsi a suo modo generoso. Un giorno, dinanzi allo sportello di un ufficio postale, rubò il portafogli a un giovane che era in coda per fare un versamento.
Volendo godersi la scena, «Totonno» rimase lì, impassibile. Venuto il suo turno, il giovane portò la mano alla tasca, si accorse che era vuota, e fu preso da una crisi di pianto: «Dovevo fare un vaglia telegrafico a papà. I soldi per le medicine!».
Mezzo secondo dopo, il derubato, esultava per la gioia: «Miracolo! Ho ritrovato il portafogli e invece di quaranta lire ne contiene ottanta!», Totonno si allontanò fra gli applausi di coloro che l'avevano riconosciuto. Nel vicoletto Santa Sofia, dove abitava, molti lo idolatravano addirittura. Il 13 giugno, ricorrenza di Sant 'Antonio, i vicini facevano a gara nell'addobbare i balconi con le coperte più colorate e con i drappi più belli: «Totonno» celebrava il suo onomastico, e mentre venivano a fargli visita amici e personalità che lo colmavano di costosi doni, lui offriva pasti e rinfreschi ai poveri.
Aveva il portamento di un vero signore: era alto e slanciato, recava sempre un'orchidea bianca all'occhiello, usava ghette di gran marca, bastone dal pomo di avorio, e quando usciva di casa giù al portone l'attendeva una carrozzella.
Imbaldanzito dai successi, Antonio Parlati non si accontentò più di operare a Napoli: eccolo organizzare colpi a Parigi, a Londra, e in tutte le principali città d'Europa. Specializzato nel furto dei gioielli viaggiava sull'Orient Express con falsi documenti intestati ai nomi di Luigi Gubitosi e di Umberto Minervini. Nel 1906, venne fermato dai carabinieri in quanto sospettato di aver partecipato al tribunale della camorra che aveva condannato a morte i coniugi Cuocolo. Condotto nella caserma di via Monteoliveto, e interrogato dal maresciallo Giuseppe Farris, «Totonno» osò vantarsi della sua abilità di borsaiuolo. «Sta' zitto», gli disse il sottufficiale, «tu puoi derubare soltanto un fesso come te.» Il ladro incassò, ma quando l'interrogatorio fu finito, in un sorriso disse:
«Questo è il vostro orologio,maresciallo. Ve l'ho tolto or ora e non ve ne siete accorto. Adesso ditemi chi è il fesso».
Proprio in quanto ladro e non camorrista nel senso tradizionale dell'espressione, «Totonno» poté proseguire la sua attività anche dopo che la setta, col processo Cuocolo, venne sgominata. Scoppiò la guerra mondiale e lui, per conto del controspionaggio italiano, recuperò importanti documenti caduti in possesso di potenze straniere. Dopo la parentesi per così dire patriottica, si diede all'attività di falsario, spacciando sterline imitate alla perfezione; inoltre si faceva passar e per alta personalità della politica e prometteva appalti e onorificenze.
Nei lussuosi alberghi in cui alloggiava, tutti, in buon fede, gli davano dell'eccellenza. Col trascorrere degli anni, «Totonno», che aveva intanto sposato una ragazza di Nola, Maria Russo, e che era diventato padre di tre figli, incominciò ad avvertire la stanchezza di quella vita, e inoltrò domanda di riabilitazione.
Nel febbraio del 1938, ottenuto un provvedimento favorevole, aprì, con suo cugino Salvatore Picone, una tipografia in via San Gregorio Armeno. Fu arrestato per l'ultima volta nell'ottobre del 1943: gli angloamericani trovarono il suo nome in un incartamento della polizia e credendolo spia dell'ovRA, lo mandarono a Padula, tra i gerarchi fascisti, in un campo di concentramento.
Una paralisi progressiva, che l'aveva tenuto inchiodato in un letto per due anni, gli tolse la vita nei primi mesi del 1954. Vico Santa Sofia prese il lutto.
Enrico Alfano
Per Enrico Alfano detto «Erricone», un uomo grosso e tarchiato, il cui volto olivastro appariva come impreziosito da uno sfregio, non è lecito, forse, ricorrere alla comune terminologia della gerarchia camorristica. Asceso ai primi del Novecento alla suprema carica della Bella Società Riformata, Enrico Alfano, figlio di un calzolaio, fu una specie di primo ministro, e quindi di capintesta effettivo; al di sopra di lui, ma solo nominalmente, regnava, col grado di capintesta onorario, Luigi Fucci detto «'O Gassusaro».
L'instaurazione di questa sorta di diarchia dimostra come, ancora una volta, nelle file della camorra fesse stato operato un rammodernamento. Anche nelle cariche minori si riscontrarono sostanziali variazioni: proprio Enrico Alfano ebbe l'idea di affiancare a ciascun capintrito rionale un camorrista scelto. I dodici camorristi scelti dipendevano da «Erricone», i dodici capintriti dal «Gassusaro». Ospite abituale di carceri e guardine, Alfano era riuscito a imporsi nel mondo della camorra quando, in piena via Vergini, aveva sconfitto in una zumpata l'ex capintesta «Totonno 'o pappagallo», malgrado questi gli avesse lanciato contro, a tradimento, il suo cane mastino.
Un vittorioso dichiaramento all'Arenaccia con i fratelli Gaetano e Francesco Del Giudice aveva definitivamente consolidato la sua fama. Ufficialmente Enrico Alfano svolgeva la professione di commerciante di cavalli. In pratica però, i suoi guadagni provenivano dalle tangenti che gli procacciavano i suoi gregari e da una intensa attività di detective: ingaggiato, fra l'altro, dalla Società Generale d'Illuminazione, fu capace di sventare molti furti. Nel 1902, la celebre chanteuse Eugénie Fougère, che in quel periodo si esibiva al «Salone Margherita», gli affidò una delicata indagine: era stata derubata di tutti i gioielli e l'intervento della Pubblica Sicurezza non aveva dato risultati.
Nel giro di pochi giorni, Alfano riuscì a scovare i ladri, si fece consegnare la refurtiva e la restituì alla legittima proprietaria. Naturalmente la cantante approfittò della circostanza per farsi un po' di pubblicità, e la notizia del recupero dei gioielli arrivò all'autorità giudiziaria.
Arrestato e processato per correità coi ladri, Enrico Alfano fu, però, pienamente assolto: poté infatti dimostrare di non aver assolutamente partecipato al furto; lui era soltanto più bravo dei poliziotti stipendiati dal governo. Sotto la direzione di «Erricone», la camorra subì un nuova svolta.
I tempi cambiavano, e quel tanto di romantico che aleggiava nella Bella Società Riformata andava sempre più rarefacendosi. Vigevano ancora i riti d'iniziazione, veniva ancora convocato nelle Caverne delle Fontanelle il tribunale della Gran Mamma, si praticava ancora il lotto clandestino, erano ancora all'ordine del giorno dichiaramenti, zumpate e sfregi: ma i suoi principali introiti la setta li ricavava non tanto dalle tangenti su mercati, quanto dall'attività che svolgeva in occasione delle elezioni politiche e amministrative, designando candidati, intimidendone gli avversari e procurando voti.
Nell'inaugurare l'anno giudiziario 1903-1904, il sostituto procuratore del re Charron raccontò il caso di un camorrista uxoricida il quale prima di costituirsi, sia era recato a donare, come ex voto, alla Madonna del Carmine, nella chiesa del Mercato, il coltello con cui aveva ucciso la moglie. Nel 1905, nelle carceri di Pozzuoli, dodici camorristi napoletani si batterono al coltello con altrettanti mafiosi siciliani; due napoletani rimasero gravemente feriti e due siciliani morirono: per separare i contendenti bisognò sfondare il tetto dello stanzone e far affacciare, dall'alto, un drappello di militari con i fucili puntati. Questi episodi provano che molte delle vecchie usanze sopravvivevano, ma in realtà la Bella Società Riformata era diventata un'accolita di faccendieri politici.
Accortamente, dunque, Enrico Alfano, lasciando al capintesta onorario Luigi Fucci l'incarico di mantenere i rapporti con i camorristi più umili, si impegnò a frequentare uffici pubblici, salotti della borghesia e comitati d'affari. Suo intimo amico, al punto che veniva considerato una specie di vicecomandante della setta, era il maestro Giovanni Rapì. L'uomo che nel lontano 1885 era stato indicato come il mandante dell'assassinio del giovanotto onorato Luigi Soreca detto «Pasquino», aveva inaugurato nel 1902 una bisca in via Chiaia, pomposamente denominata «Unione del Mezzogiorno», dove, esprimendosi in francese e vestito in redingote, riceveva importanti personaggi. Si assicurava che Giovanni Rapì facesse da tramite fra uomini di governo e la Bella Società Riformata; fra le sue carte, una volta, furono trovate alcune lettere dei prefetto Tittoni.
Altro intimo di «Erricone», nonché suo padrino di cresima, era il sacerdote Ciro Vittozzi, cappellano del cimitero dì Poggìoreale.
Vittozzi , il quale notoriamente conviveva con una donna sposata, esercitava un grande ascendente su tutta la camorra di Porta Capuana e, attraverso un certo Giuseppe Postiglione, proprietario di un malfamato albergo di via Pica, riscuoteva le tangenti sugli emigranti clandestini; andava armato di pistola e presiedeva, nella canonica, un vero e proprio tribunale di conciliazione.
Spesso, giovandosi delle sue altolocate amicizie politiche, don Ciro Vittozzi interveniva presso commissari e magistrati per far rilasciare i camorristi arrestati. A questi elementi del ceto medio si affiancava Gennaro De Marinis, detto «Il mandriere», un ex scannabuoi del macello comunale, il quale bazzicava nei ritrovi più eleganti di Napoli. Si era, non si dimentichi, in piena belle époque; molti camorristi incominciavano a dirozzarsi, si atteggiavano a viveur; sottoscrivevano abbonamenti ai teatri di prosa e di lirica e, nei foyer, ostentavano profondi inchini alle dame della nobiltà sorvolando sul particolare che quelle non li degnavano nemmeno di un cenno di risposta.
Nemmeno il «Salone Margherita», primo café-chantant d'Italia, fiore all'occhiello della galleria Umberto, sì era sottratto all'inquinamento dei camorristi; gentiluomini di alto lignaggio dovevano tollerare, fra loro, la presenza di Gennaro De Marinis il quale esibiva con orgoglio uno sfregio sul viso. Non sapendo come sottrarsi alle angherie e alle avances dei camorristi, la chanteuse Lucy Nanon aveva pensato bene, nel 1898. di chiedere l'intervento del guappo Raffaele Di Pasquale, detto «Rafele 'o buttigliere». Doveva essere un ben strano spettacolo, certo, quello dei camorristi che si aggiravano nei luoghi frequentati dalla nobiltà. A denunciare la loro appartenenza alla setta provvedeva, prima di ogni altra caratterizzazione, il modo di camminare.
È giusto di quegli anni, 1895, uno studio dell'antropologo Abele De Blasio su l'incesso dei camorristi.

«L'andatura cadenzata è propria del caposocietà o capintrito il quale, convinto della sua autorità, muove il passo con atteggiamento di re, di principe, raggiungendo il massimo della grandezza se al suo abbigliamento specifico, consistente in calzoni stretti, giacca corta e berretto all'imperatore, accoppia sguardo severo e dispregiativo.
La locomozione del camorrista è invece più spigliata, più elastica, ma non rapida. Cammini con passo misurato, dondolante, simile a quello dell'oca. Tale cammino, benché goffo, ci ricorda qualche cosa dell'uomo che, per raggiungere il canonicato della camorra, ha logorato buona parte del suo sistema nervoso col profondamente pensare come mandare all'altro mondo una mezza dozzina di individui e risolvere il problema di vivere alle spalle altrui. L'incesso del caposocietà è accompagnato dall'incrocio delle mani dietro ai lombi, mentre il camorrista semplice fissa il pollice della sinistra nella rispettiva apertura brachiale del suo panciotto e colla destra, pei sfoggiare bravura, rotea il bastone. I picciotti invece, che sono i servi fedeli dei camorristi, hanno, come alcuni idioti, movimenti rapidi, vivaci, multiformi, ma sono la vivacità e la varietà dei movimenti della scimmia: la loro eterogeneità non è coordinata ad uno scopo, è vaga, è slegata ed è appena riferibile a sensazioni del momento.»

A parte il tronfio modo di camminare, i camorristi, nella loro pretesa dimestichezza con la nobiltà, incominciarono ben presto a eccedere. Più di ogni altro esagerò «Erricone». Montatasi la testa per la confidenza che gli accordavano gli esponenti politici, fra i quali appunto quell'Enzo Ravaschieri battezzato dai giornali socialisti «il conte della malavita», Enrico Alfano non seppe mantenersi nei suoi limiti. E gli aristocratici napoletani, che per secoli avevano pressoché ignorato il fenomeno della camorra giacché essa infieriva non su di loro ma sugli umili, incominciarono a dar segni di insofferenza. Nel contempo era andato aumentando paurosamente il numero degli omicidi a scopo di rapina, dei furti, dei borseggi; i responsabili di quei reati, ogni volta che venivano individuati, risultavano appartenenti alla camorra.
Anche alla base di tutto ciò esisteva un movente politico: per poter manovrare schiere sempre più fitte di elettori, Enrico Alfano ora accettava chiunque nei ranghi della setta. Se fino a qualche decennio prima, l'eliminazione della Bella Società Riformata avrebbe comportato soltanto la scomparsa di taglieggiatori e di prepotenti, adesso avrebbe determinato anche l'annientamento di tutta o quasi tutta la malavita napoletana. La gente del ceto medio, i piccoli borghesi, dileggiavano i nobili: «Ma come? Permettete che i camorristi vi salutino?». Abitava in quegli anni a Napoli, nella fiabesca reggia di Capodimonte, Emanuele Filiberto duca d'Aosta.
I salotti di colui che diventerà il comandante della terza armata costituivano il più eletto luogo di ritrovo della nobiltà napoletana. Lì, in quei salotti, nascevano mille dicerie su questa e su quella signora, lì fiorivano perfino pettegolezzi su casa Savoia. Depauperata, con l'unità d'Italia, della corte borbonica, Napoli aveva trovato insomma, nei salotti degli Aosta, una specie di nuova piccola corte.
E fu proprio lì, a Capodimonte, che si incominciò a parlare con insistenza delle bravate mondane dei capi della camorra. «Ieri, al San Carlo, "Erricone" sì è scappellato davanti alla contessa tal dei tali.» «Ieri, alle corse al trotto "Erricone" si è inchinato dinanzi alla marchesa talaltra. » E si lanciavano appelli al duca d'Aosta. Cosa aspettava? Che «Erricone » mandasse un fascio di fiori alla signora duchessa?
Emanuele Filiberto promise: alla prima occasione, lui, approfittando del suo grado di parentela col sovrano, si sarebbe mosso per bandire una crociata contro la Bella Società Riformata.
Il processo Cuocolo
L'occasione per lo stato di annientare la Bella Società Riformata si presentò molto prima del previsto, nel corso dell'inchiesta seguita all'uccisione di Gennaro Cuocolo, camorrista, e di sua moglie Maria Cutinelli, ex prostituta. Il fatto di sangue che darà origine al più famoso e ingarbugliato processo mai celebrato in Italia, venne scoperto il 6 giugno 1906. Quel giorno, alle otto del mattino, la domestica Felicetta Carosio salì, come al solito, al terzo piano di via Nardones 95, e bussò alla porta dell'abitazione dei suoi datori di lavoro, ì coniugi Cuocolo. Siccome nessuno veniva ad aprire, la donna, impensierita, avvertì il commissariato di Pubblica Sicurezza, i cui uffici erano proprio dirimpetto alla casa dei Cuocolo. Forzata la porta, ci si trovò di fronte a una scena agghiacciante: nel grande letto matrimoniale giaceva, insanguinato, il cadavere di Maria Cutinelli. Accanto al cadavere, una cravatta nera, probabilmente dimenticata da uno degli assassini.
Lì per lì, poiché non si trovava traccia di Gennaro Cuocolo, si pensò a un uxoricidio. Ma ecco che, nello stesso tempo, in una stradetta di Torre del Greco, comune a meno di una quindicina di chilometri da Napoli, veniva rinvenuto crivellato da trenta colpi di coltello, il cadavere dello stesso Gennaro Cuocolo. Entrambi gli uccisi appartenevano alla peggiore malavita napoletana. Lui, il quarantenne Gennaro Cuocolo, affiliato alla camorra, si era specializzato, insieme con sua moglie, in lavori da basista, con una tecnica semplice ma efficace: fingendo di voler affittare una nuova abitazione, i due visitavano, indisturbati, molte case e ne studiavano tutti i particolari, fino al punto da poter disegnare delle vere e proprie mappe che poi passavano a bande di ladri. Si pensò subito, in città, a una vendetta della Gran Mamma: forse Gennaro Cuocolo aveva tradito qualche membro della setta, oppure aveva sgarrato, cioè non aveva diviso equamente con i suoi complici il bottino di qualche furto. Senza respingere nessuna ipotesi, la Pubblica Sicurezza iniziò febbrili indagini, setacciando pregiudicati, confidenti e delinquenti abituali. Il delegato di Pubblica Sicurezza Ventimiglia venne a sapere, nel corso appunto delle investigazioni, che il 5 giugno, giorno del duplice delitto, una comitiva di napoletani aveva pranzato nel ristorante «Mimi a mare» di Torre del Greco, distante pochi metri dal luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere di Gennaro Cuocolo. Fra i commensali figuravano Enrico Alfano, il capo effettivo della camorra, suo fratello Ciro e certi Gennaro Ibello e Gennaro Jacovitti. Questi loschi personaggi vennero immediatamente arrestati e interrogati. L'inchiesta della Pubblica Sicurezza si protrasse per un mese e mezzo, e condusse anche all'arresto del maestro Giovanni Rapi, di «Erricone», e di altri noti camorristi; tuttavia il giudice istruttore, non avendo trovato sufficienti elementi a carico degli indiziati, li fece scarcerare in blocco.
Si trattava indubbiamente di uomini socialmente pericolosi, argomentò il magistrato, ma non avevano assolutamente nulla a che vedere con l'uccisione dei Cuocolo. Fu a questo punto che la città insorse. Come? Rimettere in libertà «Erricone», noto a tutti come capo della Bella Società Riformata? Chi, se non lui, poteva aver organizzato il duplice omicidio? Quali potenti uomini della politica proteggevano quei camorristi, dal momento che insufficienti indagini della Pubblica Sicurezza avevano costretto la magistratura ad archiviare la pratica? Gli aristocratici di Napoli si ricordarono dell'antica promessa strappata al duca d'Aosta. Non era forse questa l'occasione più propizia per scatenare una lotta contro la camorra? Effettivamente Emanuele Filiberto si mosse subito. «Qui ci vogliono i carabinieri », tuonò. «I carabinieri sono gli unici ad offrirci garanzia di assoluta indipendenza.» Il duca d'Aosta, dunque, prese contatti col comando generale dell'arma e ottenne dal presidente del consiglio dei ministri, Giolitti, che venisse finanziata una nuova indagine. Nel capitano Carlo Fabbroni, comandante della compagnia esterna di Napoli, fu individuato l'uomo che non solo doveva scoprire gli assassini di Gennaro Cuocolo e di Maria Cutinelli, ma anche colui che addirittura doveva eliminare per sempre lo sconcio offerto dalla Bella Società Riformata. Come suo più stretto collaboratore, il capitano Fabbroni scelse il maresciallo Erminio Capezzuti.

Capitano Fabbroni

I napoletani emisero un sospiro di sollievo. Meno male che «Erricone » aveva fatto la corte alla duchessa d'Aosta, meno male, altrimenti mai le autorità sarebbero uscite dal loro torpore. Nessuno dubitava che Fabbroni avrebbe annientato la setta; e infatti Fabbroni la annientò. Anche se non andò tanto per il sottile. Anche se, quasi sicuramente, fece commettere ai magistrati di Viterbo, chiamati a giudicare gli uomini da lui arrestati, un colossale errore giudiziario. Nella caserma di piazzetta Monteoliveto, il capitano Fabbroni era ormai all'opera. Il suo obiettivo più immediato consisteva nell'assicurarsi quelle prove, secondo lui occultate dalla Pubblica Sicurezza, che inchiodassero alla loro responsabilità nel delitto Cuocolo il capo della camorra Enrico Alfano e i vari altri capintriti e capiparanza. Una volta tolti di mezzo quegli individui, la Bella Società Riformata, la cui organizzazione era essenzialmente verticale, si sarebbe automaticamente sfaldata. Di questo vero e proprio piano di battaglia diventò esecutore il maresciallo Capezzuti, uomo di fiducia di Fabbroni. Per la verità il sottufficiale non sapeva proprio da dove incominciare. In che modo trovare prove e testimonianze a carico di «Erricone» se la legge fondamentale della setta era quella dell'omertà? A furia di lambiccarsi il cervello, il maresciallo si ricordò di aver conosciuto, tempo prima, un giovane cocchiere ventitreenne, certo Gennaro Abbatemaggio il quale pubblicamente, e perfino in sua presenza, si era vantato di appartenere alla camorra. Forse da lui poteva afferrare il bandolo della matassa. Gennaro Abbatemaggio
In quel periodo Gennaro Abbatemaggio stava scontando, nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere, una piccola pena relativa a certi furtarelli. Nell'agosto del 1906, il maresciallo Capezzuti, indossati abiti borghesi, andò a interrogarlo. Lì per lì Gennaro Abbatemaggio disse e giurò di non saper niente di niente, né del delitto Cuocolo né della eventuale colpevolezza di Enrico Alfano e degli altri capi della camorra; ma poi quando il maresciallo gli ebbe fatta intravedere, in caso di una sua collaborazione, un'adeguata ricompensa, si lasciò andare a mezze frasi.
La prospettiva di uscire dal carcere e di poter quindi sposare subito una ragazza di cui era molto innamorato, spinse il cocchiere, un poco alla volta, a diventare loquace. Come aveva promesso, il maresciallo gli fece ottenere la grazia; non solo, ma addirittura nel novembre 1906, gli fece da padrino di cresima. Per tre lunghi mesi, nella caserma di piazzetta Monteoliveto, il maresciallo Capezzuti interrogò, sotto l'occhio vigile del capitano Fabbroni, Gennaro Abbatemaggio, nonché le decine e decine di altri camorristi che il cocchiere accusava.
Nel febbraio del 1907, infine, il maresciallo poté presentare, al giudice istruttore, un verbale contro settanta persone, il fior fiore della Bella Società Riformata, quarantasette delle quali incolpate di omicidio premeditato a scopo di vendetta nei confronti dei coniugi Cuocolo. Inutile dire che il principale accusato era Enrico Alfano. Il capo della camorra venne rintracciato a New York dove nel frattempo sì era rifugiato, e arrestato dal celebre poliziotto italoamericano Giuseppe Petrosino. Ed ecco come, secondo il verbale redatto da Capezzuti, sotto la direzione di Fabbroni e sulla base delle informazioni fornite da Abbatemaggio, era maturato il delitto Cuocolo. Un vecchio ladro napoletano affiliato alla camorra, certo Luigi Arena, il quale stava preparando un grosso furto in via Chiatamone, era stato tradito, proprio all'ultimo momento, dal suo complice Gennaro Cuocolo, finendo così nell'isola di Lampedusa.
Dal luogo di pena, Luigi Arena, tramite alcune lettere inviate alla sorella, aveva invocato una dura sanzione per il delatore.
Immediatamente, un intimo amico del ladro, il camorrista Gennaro De Marinis detto «Il mandriere», aveva chiesto la convocazione della Gran Mamma affinché, appunto, Gennaro Cuocolo venisse giudicato e punito. E infatti, il 26 maggio 1906, nella trattoria Coppola di Bagnoli, si era riunito il tribunale supremo della camorra. Luigi Fucci detto «'O Gassusaro» aveva fatto passivamente da presidente, mentre Enrico Alfano detto «Erricone» si era investito del duplice ruolo di mammasantissima e di pubblico ministero. Il verdetto, naturalmente, era stato di morte, e non solo per Gennaro Cuocolo, ma anche per sua moglie Maria Cutinelli, ritenuta ispiratrice della infamità.
L'esecuzione materiale della sentenza era stata affidata a tali Nicola Morra, Giuseppe Salvi, Mariano Di Gennaro, Antonio Cercato e Corrado Sortini, tutti camorristi della migliore risma. L'attuazione del duplice delitto, organizzato fin nei minimi particolari da un certo Ferdinando De Matteo, aveva avuto luogo il 5 giugno successivo. Gennaro De Marinis, che aveva fatto da tramite fra Luigi Arena e il tribunale della Gran Mamma se n'era andato, quel giorno, per allontanare da sé ogni sospetto, al santuario di Montevergine, mentre Enrico Alfano, con suo fratello Ciro e con un certo Gennaro Ibello, si era recato a pranzare nel ristorante «Mimi a mare» di Torre del Greco, trasformato in quartier generale della Bella Società Riformata. Intanto Corrado Sortini e Mariano Di Gennaro avevano convinto Cuocolo, con la scusa di volergli proporre la ricettazione di merce rubata, a seguirli a Torre del Greco. Giunti in località Calastro, i due sicari avevano immobilizzato la loro vittima richiamando, con un fischio d'intesa, Giuseppe Salvi, Nicola Morra e Antonio Cerrato, i quali se ne stavano nascosti dietro un muretto. Tutti e cinque gli uomini, poi, avevano dato addosso a Gennaro Cuocolo. Mariano Di Gennaro gli aveva inferto la prima coltellata, Nicola Morra e Giuseppe Salvi le altre, e infine Antonio Cerrato l'aveva colpito a bastonate sulla testa.
Dopo aver tolto al cadavere le chiavi di casa e un anello con la sigla G.C. (Gennaro Cuocolo), gli assassini avevano raggiunto il vicino ristorante «Mimi a mare» recando a Enrico Alfano e ai suoi commensali la lieta notizia dell'avvenuta esecuzione. Successivamente, Corrado Sortini e Giuseppe Salvi, ritornati in gran fretta a Napoli, erano penetrati nell'appartamento di via Nardones, servendosi delle chiavi tolte alla prima vittima, e avevano ucciso anche Maria Cutinelli. Questa tesi, suffragata dal rinvenimento, in casa di Giuseppe Salvi, di un anello con la sigla G.C., venne non solo accolta come buona dalla magistratura, ma fece di Carlo Fabbroni, che aveva diretto le indagini, un vero e proprio eroe nazionale.
Sotto la spinta dell'opinione pubblica, effettivamente stanca dei soprusi e dei delitti della Bella Società Riformata, fu deciso di dare incarico all'instancabile capitano di proseguire nella sua crociata anticamorristica. Il procuratore del re e il giudice istruttore non esitarono, perciò, a rilasciargli addirittura dei mandati di cattura firmati in bianco. Fabbroni diventò l'arbitro della vita sociale di Napoli.
Sempre sulla base delle informazioni che forniva a getto continuo Gennaro Abbatemaggio, considerato ora un camorrista ravveduto, i marescialli Erminio Capezzuti e Giuseppe Farris interrogavano ogni giorno decine e decine di persone. La caserma di piazzetta Monteoliveto diventò, specie nelle ore notturne, tappa di un continuo viavai di brutti ceffi. Agli arresti seguivano altri arresti; la Bella Società Riformata si sgretolava ogni giorno di più. In attesa che venisse celebrato il processo contro gli imputati dell'omicidio dei Cuocolo, si andarono istruendo una miriade di altre piccole cause a carico di camorristi che, nel corso delle indagini, erano stati scoperti quali autori di altri reati.
I risultati di quella bonifica, rarefazione dei soprusi, diminuzione degli omicidi, erano più che mai evidenti. Ormai Fabbroni era un vero e proprio divo. Dichiarava, ai giornalisti, di essere in possesso di notizie gravissime, tali da poter far cadere non uno, ma dieci governi; lasciava capire di possedere le prove della collusione esistente fra Pubblica Sicurezza e camorra; non esitò nemmeno a rivelare che in casa del camorrista Giovanni Rapi, fuggito intanto a Parigi, erano state trovate cambiali firmate da commissari di Pubblica Sicurezza e lettere autografe del prefetto. Dalla parte del capitano Fabbroni si schierarono perfino i socialisti ì quali attribuivano alla camorra , e in particolare a Enrico Alfano, la mancata rielezione del loro candidato Ettore Ciccotti.
Tutti elogiavano i carabinieri e tutti commentavano con sarcasmo l'operato della polizia che, appena pochi mesi prima, non aveva esitato a fornire alla magistratura rapporti tali da consentire ad Alfano e ai suoi complici di farla franca. Ecco, se non fossero intervenuti in tempo i carabinieri, «Erricone» sarebbe stato ancora libero; dalla lontana America, forse, tramite la «Mano Nera» avrebbe fatto pervenire finanziamenti alla Bella Società Riformata e Napoli sarebbe ritornata alla mercé dei suoi secolari taglieggiatori. Evviva i carabinieri, abbasso la Pubblica Sicurezza. Ecco però intervenire un fatto nuovo, che consente alla Pubblica Sicurezza di passare al contrattacco.
Un vecchio confidente della polizia, Giacomo Ascrittore, il quale aveva dato già tempo prima una diversa versione del delitto, ripeté al delegato di Pubblica Sicurezza Nicola Ippolito, invocando anche la testimonianza del sacerdote Ciro Vittozzi, certi fatti di cui era venuto a conoscenza e che scagionavano completamente Enrico Alfano e la camorra da ogni responsabilità nell'affare Cuocolo. Raccontò dunque alla polizia Giacomo Ascrittore che, qualche giorno dopo il duplice delitto, si era presentato a casa sua, chiedendo ospitalità, il pregiudicato Tommaso De Angelis il quale aveva lasciato capire di essere stato lui, insieme con un altro ex carcerato, certo Gaetano Amodeo, a uccidere i Cuocolo.
A sostegno della sua narrazione, Giacomo Ascrittore indicò il movente del duplice omicidio: Gennaro Cuocolo, in occasione di alcuni furti consumati da quei tre insieme, si era appropriato dell'intero bottino e quindi De Angelis e Amodeo, rimasti a bocca asciutta, avevano voluto vendicarsi.
Il delegato di Pubblica Sicurezza Ippolito non sottovalutò affatto, questa volta, le rivelazioni di Ascrittore. Compì indagini che confermarono ampiamente la tesi del suo confidente e trovò perfino, in casa di Gaetano Amodeo, una cravatta nera identica a quella che era stata rinvenuta accanto al corpo inanimato di Maria Cutinelli. In seguito a queste risultanze, venne profilata, dalla Pubblica Sicurezza, la tesi della colpevolezza di Tommaso De Angelis e di Gaetano Amodeo, malviventi quanto si vuole, ma non affiliati alla Bella Società Riformata. Fu a questo punto che si scatenò, violentissima, la lotta fra carabinieri e Pubblica Sicurezza. Il capitano Fabbroni dichiarò che la Pubblica Sicurezza, incolpando Amodeo e De Angelis, voleva semplicemente salvare i veri responsabili del delitto e che la testimonianza di Giacomo Ascrittore era da considerarsi priva di valore, in quanto questi era nient'altro che la longa manus del prete Ciro Vittozzi, padrino di cresima di Enrico Alfano e «cappellano della camorra».
L'opinione pubblica fu subito dalla parte del capitano Fabbroni, e non tanto perché convinta che gli assassini dei Cuocolo fossero quelli indicati dai carabinieri, ma perché l'accettazione della tesi della polizia avrebbe avuto, come conseguenza, la scarcerazione dei capi della camorra e, quindi, la ricostituzione della setta.
La tesi del capitano Fabbroni, dunque, prevalse. Non solo, ma l'autorità giudiziaria iniziò un processo contro Giacomo Ascrittore e contro il prete Ciro Vittozzi, ritenendoli responsabili di calunnia nei confronti di Tommaso De Angelis e di Gaetano Amodeo. Quindi, nell'ottobre del 1907, il sostituto procuratore del re De Tilla presentò la sua requisitoria basandola sull'atto di accusa resa dal camorrista Abbatemaggio a Fabbroni. Mentre l'arma dei carabinieri esultava, la Pubblica Sicurezza viveva ore di angoscia. Il delegato Nicola Ippolito venne trasferito in Sicilia; il questore Ballanti impazzì e si suicidò.
Fabbroni, più baldanzoso che mai, concedeva altre interviste e posava per altri fotografi. I giornali di tutto il mondo esaltavano in lui non tanto l'uomo che aveva scoperto i responsabili del delitto Cuocolo, quanto l'uomo che aveva annientato la camorra; cosa, quest'ultima, che effettivamente rispondeva al vero.
L'affare Cuocolo fu un enorme pasticciaccio in cui le notizie che un giorno venivano date per certe, l'indomani apparivano superate da altre notizie contrastanti. Alla lotta fra carabinieri e polizia si aggiunsero le divergenze di opinioni fra i magistrati inquirenti. Ormai si poteva essere sicuri di una sola cosa, ma tutt'altro che trascurabile: la secolare setta della camorra era stata debellata. Anche il fatto, per esempio, che a Gennaro Abbatemaggio non avessero inferto nemmeno uno sfregio su una guancia, dimostrava come gli affiliati alla Bella Società Riformata, disorientati per l'arresto dei loro capi, fossero diventati tutto a un tratto innocui. La requisitoria, formulata dal procuratore del re De Tilla, venne passata alla sezione accusa. Tutto, ormai, sembrava dover procedere liscio. Ecco, però, che il sostituto procuratore generale Lucchesi Palli, esaminando gli atti, fu assalito da una serie di dubbi. Non tutto era chiaro, in quegli atti, e anzi molti particolari, in contrasto fra loro, lasciavano credere che Alfano e gli altri camorristi denunciati dai carabinieri potessero essere innocenti. Riaperta l'istruttoria, Lucchesi Palli incominciò a interrogare personalmente i testimoni citati dai carabinieri: molti ritrattarono ogni accusa, altri caddero in palesi contraddizioni. Inoltre un documento inoppugnabile provò che Luigi Arena, il ladro che secondo la versione dei carabinieri aveva chiesto il deferimento dei coniugi Cuocolo alla Gran Mamma, era stato in realtà ristretto a Lampedusa non in seguito a una delazione, ma nel quadro di un normale provvedimento di polizia. Cadeva con ciò, tutta l'impalcatura dell'accusa contro «Erricone» e compagni; veniva meno completamente il motivo per il quale la Gran Mamma poteva aver ordinato la punizione dei Cuocolo.
Ad aumentare le perplessità di Lucchesi Palli contribuì poi un'inchiesta giornalistica condotta dall'avvocato Diodato Lioy. Questi documentò infatti che l'anello con la sigla G.C., rinvenuto in casa di Giuseppe Salvi, era nient'altro che il risultato di una messinscena. Proprio Gennaro Abbatemaggio aveva comprato l'anello, da un certo Sacco, e vi aveva fatto incidere sopra, da un artigiano di piazza Dante, la sigla corrispondente alle generalità di Gennaro Cuocolo.
E non basta: a quello stesso artigiano l'Abbatemaggio aveva commissionato falsi timbri postali di «Lampedusa» per poter costruire lettere da attribuire al ladro Luigi Arena. Il giovane camorrista passò subito al contrattacco. Ammise i suoi sotterfugi, ma li giustificò come tentativi, purtroppo non riuscitigli, di smascherare parte dei vari colpevoli senza danneggiare troppo se stesso.

Copertina di un libro dell'epoca
dedicato al processo Cuocolo

Ora, però, dal momento che il suo trucco era stato scoperto, avrebbe vuotato il sacco per intero, anche a costo di rovinarsi, disse. Secondo la nuova versione di Abbatemaggio, subito accettata per buona dai carabinieri, il maggiore responsabile del delitto era il maestro Giovanni Rapi il quale, preoccupato che Gennaro Cuocolo, suo socio in malefatte, potesse ricattarlo, aveva spinto Enrico Alfano a far emettere la duplice sentenza di morte dalla Gran Mamma, con la scusa di voler vendicare Luigi Arena. Immediatamente venne spiccato un mandato di cattura contro Giovanni Rapi. All'arresto di Rapi, tornato apposta da Parigi per costituirsi, seguì l'arresto dello stesso Gennaro Abbatemaggio. Questi, infatti, per poter sostenere la sua accusa contro l'ex maestro elementare, si era confessato suo complice in molti furti. E tuttavia il giovane cocchiere diventò, agli occhi dell'opinione pubblica, un autentico eroe. «Pur di aiutare Fabbroni a sgominare la camorra e a inchiodare alle loro responsabilità i veri autori del delitto Cuocolo, Gennaro Abbatemaggio non ha esitato a sacrificare se stesso», si diceva. I divi del giorno, dunque, diventarono due: Fabbroni, inflessibile fustigatore della camorra ovunque si annidasse, e Abbatemaggio, camorrista ravveduto e passato dalla parte della giustizia.
L'unico a non lasciarsi contagiare dall'euforia fu, ancora una volta, il sostituto procuratore generale Lucchesi Palli: gli imputati, ai quali ora si era aggiunto Giovanni Rapi, gli sembravano, dall'esame degli incartamenti e dal controllo delle deposizioni, più che mai innocenti. Siccome però il procuratore generale Calabria, suo diretto superiore, non si mostrò d'accordo con lui, Lucchesi Palli si dimise dalla magistratura. Di lì a poco, per l'amarezza, morì d'infarto. Tutto, quindi, continuò ad andare avanti per la strada tracciata dal capitano Fabbroni e il 27 marzo 1909, il nuovo sostituto procuratore, Ciangaglini, depositò la definitiva requisitoria, formulata secondo la più recente versione di Gennaro Abbatemaggio.
Assassini materiali di Gennaro Cuocolo: Nicola Morra, Mariano Di Gennaro, Antonio Cenate, Corrado Sortini; assassini materiali di Maria Cutinelli: Corrado Sortini e Giuseppe Salvi; mandanti del duplice omicidio: Enrico Alfano , Giovanni Rapi, Gennaro De Marinis e Gennaro Ibello; associazione a delinquere: Luigi Arena e altre quarantasette persone, fra cui lo stesso Abbatemaggio; calunnia in danno di Tommaso De Angelis e di Gaetano Amodeo: il prete Ciro Vittozzi e Giacomo Ascrittore; subornazione di testimoni: Antonio Parlati, detto «Totonno 'e Santu Dummineco».
Fu deciso, per legittima suspicione, di celebrare il processo a Viterbo . E qui incominciarono a profilarsi altre difficoltà. Poco tempo prima, infatti, il 12 marzo 1909, era stato ucciso a Palermo, dove si era segretamente recato per un prosieguo di indagini, il celebre poliziotto italoamericano Giuseppe Petrosino. Questi aveva scatenato a New York una furibonda battaglia contro la «Mano Nera», organizzazione criminosa fondata da emigrati siciliani dediti a taglieggiare, con lettere minatorie, i loro corregionali. Si sparse dunque la voce che gli affiliati alla Bella Società Riformata, finanziati dalla «Mano Nera» di New York, si sarebbero ferocemente vendicati. Molti viterbesi espatriarono addirittura; risuitò poi quanto mai arduo formare la giuria popolare dal momento cue tutte le persone invitate a farne parte si dichiaravano ammalate. Dopo molti rinvii, comunque, si riuscì a superare ogni difficoltà. Nell'aula della corte d'assise, una chiesa sconsacrata, vennero allestiti un enorme gabbione per il grosso degli imputati, e una piccola gabbia separata per Gennaro Abbatemaggio. Oltre a un gran numero di carabinieri, fu fatto giungere, a Viterbo, il 69° fanteria, col compito di proteggere la cittadinanza da eventuali rappresaglie.

Il processo Cuocolo dalla
Domenica del Corriere del 2-04-1911

Il processo che per la prima volta nella storia riuniva sul banco degli imputati, a prescindere dalla sua responsabilità nel delitto Cuocolo, l'intero stato maggiore della Bella Società Riformata, ebbe inizio l'11 marzo 1911. Gennaro Abbatemaggio, il grande accusatore, il grande alleato della giustizia, parlò per quattro giorni di seguito. I giudici lo vezzeggiavano, lo elogiavano, lo blandivano; i giornalisti gli dedicavano articol i di osanna; molti psichiatri sostenevano che disponeva di un'intelligen za assai superiore alla media, che era un vero e proprio genio. Carlo Fabbroni, lo sgominatore della camorra, parlò del 12 luglio al agosto, ammirato da tutti, come l'autentica reincarnazione dell'arcangelo Gabriele. Un giorno gli imputati ebbero l'impressione che il capitano, il quale aveva solo avicinato la mano a una tasca per prendere il fazzoletto, volesse invece sguainare la sciabola per ucciderli tutti, ad uno ad uno, lì nell'aula della corte d'assise; si verificò, nel gabbione, un ondeggiamento, poi Enrico Alfano gridò: «Sparaci al petto, almeno !» Il giorno del verdetto, 1'8 luglio 1912, l'aula era gremita di carabin ieri con le baionette inastate ai fucili. La sentenza fu di condanna a trent' anni di reclusione per tutti coloro che, come mandanti o come esecutori, erano stati imputati di omicidio premeditato; a dodici anni per Ascrittore; a nove per il prete Ciro Vittozzi; e a cinque per tutti gli imputati di associazione a delinquere.
Furono assolti Luigi Arena, Luigi Ibello e qualcuno degli imputati minori. Nel gabbione si svolsero scene indescrivibili: fra urla, lamenti, pianti e svenimenti, Gennaro De Marinis si tagliò la gola con un pezzo di vetro. Soltanto Abbatemaggio, nella sua gabbia privata, sorrideva: era stato sì condannato a cinque anni, ma l'opinione pubblica di tutto il mondo salutava in lui l'uomo che, con le sue coraggiose rivelazioni, aveva messo in grado il capitano Fabbroni di annientare la camorra. Si concluse così a Viterbo, nella chiesa sconsacrata, la storia della terribile setta che, sotto denominazioni varie, aveva ignobilmente taglieggiato, anche se talvolta in un aureola di facile romanticismo, per quattro secoli un'intera città. Non si era concluso, però, il pasticciaccio Cuocolo. I familiari dei condannati, infatti, non vollero rassegnarsi e arrivarono a concepire tutto un macchinoso piano per provare la validità dell'antica tesi sostenuta dalla Pubblica Sicurezza, quella, cioè, secondo la quale, gli uccisori dei coniugi Cuocolo non erano gli esponenti della camorra, bensì Tommaso De Angelis e Gaetano Amodeo. Si diedero da fare, in particolare, la sorella di Enrico Alfano e la moglie di Gennaro De Marinis. Queste due donne, dopo lunghe manovre convinsero una loro conoscente, certa Bresciano, ad accogliere in casa, per spiarlo, Gaetano Amodeo.
L'anziano pregiudicato, effettivamente. un giorno si lasciò andare a delle confidenze. «Sono stato io a uccidere i Cuocolo; la camorra non c'entrava affatto, in quel delitto», disse. «Se confermi la tua colpevolezza davanti a un magistrato, noi ti daremo un passaporto affinché tu possa espatriare, diecimila lire e una valigia di biancheria», gli proposero la sorella di «Erricone» e la moglie del «Mandriere». Preso alla sprovvista, l'uomo accettò e si lasciò condurre, da una turba di parenti dei condannati, in tribunale, nell'ufficio del giudice Minolfi. Qui, però ebbe uno scatto di lucidità. «Ma che, mi avete preso proprio per scemo? Volete che io mi diriga con i miei piedi verso l'ergastolo?», urlò, e ritrattò tutto. Uscì dal tribunale con la faccia che grondava sputi. I ricorsi in cassazione furono tutti respinti. Una sentenza di assoluzi one dal reato di ricettazione, emessa in favore di Giovanni Rapi nel 1913. parve preludere a una schiarita nei confronti di tutti i condannati. Questa assoluzione, infatti, distruggeva la tesi secondo la quale Rapi ave N a fatto uccidere i Cuocolo per il timore di una loro delazione; ma le cose rimasero immutate. Lo scoppio della guerra mondiale, infine, fece Passare in second'ordine tutte le polemiche sul processo di Viterbo. Un fatto straordinario, del tutto inaspettato, si verificò invece nel maggio del 1927. Gennaro Abbatemaggio si presentò nello studio dell'avvocato Rocco Salomone che, a Viterbo, era stato uno dei più strenui difensori degli imputati, e gli consegnò un memoriale. In quelle pagine, colme di errori di ortografia, ma chiare e lucide nella sostanza, l'ex cocchiere dichiarava che tutti coloro i quali erano stati condannati per il delitto Cuocolo erano innocenti e che tutte le sue accuse erano frutto di fantasia. Spiegò Abbatemaggio, in quel memoriale, di essere stato soltanto uno strumento del maresciallo Capezzuti alle cui richieste aveva sempre aderito al solo scopo di accontentare la propria fidanzata.
Il sottufficiale, quando era andato a visitarlo nelle prigioni di Santa Maria Capua Vetere, gli aveva promesso, in cambio di notizie sul delitto Cuocolo, la scarcerazione anticipata e una somma di danaro. Spinto dalla fidanzata, che essendo stata da lui sedotta era impaziente di arrivare alle nozze, Abbatemaggio aveva inventato, in un crescendo di particolari, l'uno più falso dell'altro, ogni cosa su un delitto di cui non sapeva nulla. Il capitano Fabbroni, precisava Abbatemaggio, aveva speso del proprio ben 350.000 lire per sovvenzionare gli altri falsi testimoni. L'avvocato Salomone portò subito il memoriale al ministro guardasigilli, ma neanche questa volta riuscì ad ottenere un provvedimento in favore dei condannati. I duchi d'Aosta, dalla loro reggia di Napoli, sì opponevano.
E continuarono ad opporsi anche quando, nel 1930, la richiesta fu avanzata da un quotidiano napoletano che pure, all'epoca del processo, aveva sostenuto accanitamente l'operato dei carabinieri. Negli anni successivi, poi, le domande di grazia capitarono sul tavolo di Mussolini. Di suo pugno, il capo del governo scrisse su quelle istanze: «si provveda singolarmente, spaziando i provvedimenti nel tempo». Il fascismo, insomma, non aveva paura della Bella Società Riformata; il regime che, conferendo nel 1924 pieni poteri al prefetto Cesare Mori, era riuscito a soffocare in meno di tre anni la mafia siciliana, sapeva bene che il nuovo tipo di organizzazione impresso allo Stato era più che sufficiente ad impedire ai vecchi capintesta e capintriti di ricostituire la setta.
Uno per uno, così, i condannati uscirono dai penitenziari e, come Mussolini aveva previsto, se ne stettero appartati, in perfetta tranquillità. Ancora oggi, a proposito del processo Cuocolo, brucia una domanda: Abbatemaggio mentì nel 1906, quando accusò del delitto gli esponenti della camorra, oppure nel 1927, quando li scagionò? È difficile rispondere. Abbatemaggio era un mitomane, un maniaco della pubblicità, tanto è vero che nel secondo dopoguerra, pur di vedere il proprio nome nei titoli di prima pagina dei giornali, tentò d'inserirsi, con una serie di bugie che per fortuna furono subito smascherate, nei clamori del processo Montesi.
Abbatemaggio si spense a tarda età, in un ospedale, ai primi del 1968; soltanto tre mesi dopo, il 18 aprile, ai giornali giunse la notizia della sua morte: per i giovani medici che l'avevano assistito, il suo nome era totalmente privo di significato.
L'uomo che per tutta la vita aveva custodito nel suo animo, buono o cattivo che fosse, il giusto orgoglio di aver offerto la possibilità ai carabinieri di annientare l'antica setta, portò definitivamente con sé, nella tomba, il segreto della verità sul processo Cuocolo.
Lo sbarco americano
La nottata è tremenda. In pochi mesi, la seconda guerra mondiale porta anche a Napoli sciagure e sofferenze. Bombardamenti, fame, morte. Napoli è martoriata, ferita, depredata. Prima l'occupazione tedesca, poi l'arrivo degli americani. Tutto diventa incerto, la vita è una conquista. Ed è proprio in questi momenti che si allentano tutti i freni morali. La borsa nera, il contrabbando di cibo e medicinali, la prostituzione: sono tutti modi per sopravvivere. E non c'entra più il «potere camorrista». Anzi, ormai quella «onorata società», tanto florida fino a una trentina di anni prima, è completamente disgregata. È durato circa 60 anni il periodo della camorra centralizzata, con un capo unico che sovrintende alle organizzazioni dei dodici quartieri cittadini. Già dal ventennio fascista è iniziata la dissoluzione, la fuga verso l'individualismo. Ognuno per sé, in piccole zone, a dettare legge nelle attività illegali. Diverso il discorso, già in quei tempi, per la mafia. Scrive, nel 1931, in un suo rapporto, il procuratore generale di Palermo: «La mafia domina e controlla l'intera vita della società; ha capi e seguaci; emana ordini e decreti; la si trova ugualmente in grandi città ed in piccoli centri, nelle fabbriche e nelle zone rurali; regola gli affitti rustici e urbani, si ficca in ogni tipo di affari e va avanti a forza di minacce e di intimidazioni o di punizioni stabilite dai suoi capi ed eseguite dai suoi subalterni. I suoi comandi hanno valore di legge legale, più efficace e sicura di quella che lo Stato offre ai cittadini, sicché i proprietari e gli uomini d'affari assicurano i loro beni e le loro persone sottomettendosi a pagare il prezzo dell'assicurazione».
Una struttura dalla grande identità regionale. Con legami saldi alle associazioni malavitose, create negli Stati Uniti dagli immigrati siculo-campani, che prendono nomi diversi nel tempo: società italiana, unione siciliana e poi cosa nostra. In America è il proibizionismo sull'alcool a fare la fortuna di tante organizzazioni criminali, insieme con la prostituzione e il gioco d'azzardo. Altra società, altre ricchezze, altri bisogni. Ma dagli Stati Uniti cominciano le prime espulsioni di capimafia. Come quella di Lucky Luciano. Rimane in carcere per dieci anni: dal 1936 al 1946. Poi viene spedito in Italia. A Napoli. Ma un Paese tanto pragmatico come l'America trova il modo di servirsi di Luciano. Il boss diventa l'uomo che prepara il terreno, attraverso i suoi contatti mafiosi, allo sbarco alleato in Sicilia. Un ruolo che non è limitato al solo Luciano. Anche Vito Genovese, successore di Luciano al vertice della mafia americana, resta in Italia a lungo. Scrive il giornalista americano Paul Meskil: «Genovese era rimasto per tutta la durata della seconda guerra mondiale in Italia dove, dapprima, aveva lisciato Mussolini e, poi, aveva truffato il Governo militare alleato, facendo sparire forniture dell'esercito da sotto il naso degli ufficiali americani e dirigendo il più grosso mercato nero del Paese».
In effetti, don Vito Genovese, originario della zona di Nola in provincia di Napoli, elemento di spicco della mafia americana, viene accolto nel 1937 da Benito Mussolini a Palazzo Venezia. Il dittatore lo nomina commendatore per «l'opera di italianità svolta a Brooklyn». E gli affida importanti incarichi bancari. Evidentemente, Mussolini riconosce che Genovese ha poteri internazionali «nascosti». E li vuole utilizzare. Ancora un flirt tra «potere mafio-camorristico» e potere reale. Ma don Vito continua la sua attività in Italia nel 1943, quando sbarcano gli americani. È ufficiale dell'esercito al seguito della quinta armata. E si stabilisce a Napoli. Ufficialmente è interprete del generale Charles Poletti. Ma lavora per costruire rapporti con gli ambienti malavitosi napoletani e acquistarne i favori per appoggiare gli americani. Un'attività non nuova.
Gli americani sono infatti sbarcati in Sicilia, dove Lucky Luciano già aveva lavorato per preparare il terreno. Gli appoggi e i favori della mafia sono necessari, per favorire lo sbarco. Un rapporto del consolato americano generale in Sicilia, datato Palermo 21 novembre 1944, informa il segretario di Stato che il generale italiano Giuseppe Castellano, uno dei protagonisti dell'armistizio dell'otto settembre, ha partecipato a Trapani ad una riunione con Calogero Vizzini ed altri esponenti mafiosi. I mafiosi sono certi che gli americani li aiuteranno ad attuare il separatismo. Nel rapporto si legge: «I gruppi separatisti favorevoli all'indipendenza dell'isola sotto la protezione degli Stati Uniti sono per larga parte membri della mafia». E ancora: «L'allineamento delle forze politiche è totale. Anche il capo dei comunisti in Sicilia ha detto di aver avuto istruzioni di intendersi con il movimento».
L'arrivo dei mafiosi dagli Stati Uniti ha avuto il suo effetto. Tutto quello che si era già visto a Napoli con don Liborio Romano capita anche 80 anni dopo. Stavolta, sono gli americani a chiedere aiuto alla mafia e alla disgregata camorra napoletana per preparare prima il terreno in Sicilia e poi la successiva avanzata nel Sud. È lo sbarco.
A Napoli la miseria è totale. E anche gli americani sono costretti a razionare i viveri alla popolazione civile. Gli «alleati» non riescono a portare da mangiare in quantità, devono privilegiare il trasporto di armi e forniture militari. Ai napoletani la distribuzione quotidiana di pane, di pessima qualità, è di appena 150 grammi. Va peggio ancora per la pasta: 40 grammi. Come al solito, bisogna fare di necessità virtù. Ed ecco fiorire la borsa nera. I militari statunitensi si prestano. Vendono generi alimentari, medicinali, che i furbi in città, ben organizzati, riescono a piazzare a prezzi altissimi. Cibo, sigarette, ma anche pezzi metallici, armi alimentano un fiorente commercio. Illegale. Scrive il giornalista Antonio Ghirelli: «Corruzione e malavita sono la conseguenza inevitabile di un simile stato di cose. Chi non dispone di difese economiche o culturali, è travolto. Molti napoletani riescono ad ottenere un impiego dalle autorità di occupazione, magari accettando i compiti più umili, improvvisandosi scaricanti di porto, facchini, camerieri, autisti, perfino cantanti lirici o caricaturisti, pur di superare l'abisso. La popolazione chiede solo di sopravvivere e per riuscirvi si adatta a qualsiasi espediente: contrabbando, furto, prostituzione diventano i settori trainanti dell'industria napoletana».
In questo scenario, si ricreano subito le condizioni per affermare strutture malavitose, guidate da un capo, che controllano il contrabbando in zone limitate della città. Per il momento, si tratta di guappi di quartiere, definiti, nel gergo popolare, le «carte da tressette». Il contrabbando crea fortune.
Borsa nera e contrabbando
Le fortune crescono in fretta. Gli americani si sono stabiliti in città, qui nascerà un quartiere abitato dai militari statunitensi: Agnano. A Napoli sorge il comando Nato, con una colonia tutta americana. E prolifera il contrabbando. Da quasi 50 anni, il «potere malavitoso» è dominato solo da guappi di mezza tacca. Ma con il dopoguerra comincia a consolidarsi e a diffondersi il nome di qualche «famiglia», destinata ad accrescere la sua fama nella società camorristica. Gli equilibri, senza una struttura centralizzata, con piccoli gruppi relegati in zone limitate, sono estremamente fragili. Le uccisioni a colpi di rivoltella sono frequenti. Carmine Spavone, con i suoi fratelli Antonio e Giuseppe ed i cognati Vincenzo Vuolo e Ciro Palumbo, è il capo più prestigioso nel dopo-guerra. Domina molte zone della città. Gran parte del contrabbando fa capo a lui. Carmine viene chiamato 'o malommo (il cattivo uomo). Ma contro don Carmine c'è Giovanni Mormone, detto 'o 'mpicciuso (il difficoltoso). Guidano i due gruppi più violenti e organizzati di quel periodo. Spavone viene ucciso al Borgo Loreto il tre febbraio 1945. Ma Giovanni Mormone non vive più a lungo. Antonio Spavone, fratello di Carmine, fa vendetta. Tredici pugnalate e per Giovanni Mormone è la morte. Antonio eredita dal fratello quel soprannome: 'o malommo.

Antonio Spavone
Ma sono ancora anni strani. A chi cerca di organizzare strutture malavitose per arricchirsi con il contrabbando, come Spavone, si affiancano anche personaggi più folkloristici, eredi della tradizione guappesca. È il caso di Giuseppe Navarra, soprannominato il re di Poggioreale. Nel 1946 fa soldi rivendendo stracci e roba vecchia, un mestiere che a Napoli ha un nome particolare: il saponaro. La sua fortuna arriva con l'acquisto di ferri e infissi degli edifici bombardati. Appoggia, nel dopoguerra, i monarchici, fa qualche anno di carcere per reati fiscali e poi, di nuovo libero, muore in miseria. Un personaggio singolare. Su di lui, viene girato anche un film. A distanza di anni, conserverà addirittura delle foto con dedica del re in esilio Umberto II.
I più spietati, invece, sfruttano l'opportunità che il contrabbando di sigarette, attraverso gli americani, offre. Le portaerei, le navi statunitensi, portano in città Camel, Chesterfield, Morris, Marlboro. Un prodotto richiesto. Anche perché, nell'immediato dopoguerra, il Monopolio di Stato non ha ancora cercato di regolare la produzione e la vendita dei tabacchi. Nella confusione, prolifera il commercio illegale. Nascono altre fortune. A Forcella, ad esempio, uno degli storici quartieri popolari, fiorisce il contrabbando controllato dai fratelli Giuliano: Pio Vittorio, Guglielmo e Salvatore. Un'attività favorita dalle restrizioni statali. Il paragone con gli anni del proibizionismo americano non è poi tanto azzardato. Le sigarette sono razionate. La tessera dà diritto a trenta sigarette e sei sigari alla settimana. La città scopre, ancora una volta, risorse e inventiva. In via Nuova Marina fiorisce una fabbrica clandestina di sigarette. Ma altre strutture illegali vengono scoperte a Barra, San Giovanni a Teduccio, Portici, quartieri e paesi alle porte di Napoli, nella zona orientale della città.
Dalle navi americane o da quelle mercantili in transito, pro_ venienti soprattutto da Tangeri (città libera internazionale), arrivano le sigarette. All'equipaggio delle flottiglie di motoscafi, al largo, vengono affidate le casse. Un'attività pericolosa. Bisogna farla franca dai controlli dei finanzieri e tornare a riva, per scaricare la merce da rivendere in città, attraverso miriadi di punti clandestini sparsi nei diversi quartieri. È la nuova attività illegale. La camorra, attraverso il contrabbando, comincia a riorganizzarsi. Piccoli gruppi, intorno ad un nucleo iniziale di famiglie, organizzate nei diversi quartieri. Le altre attività tradizionali delle strutture malavitose cittadine (prostituzione, lotto clandestino, gioco d'azzardo, estorsioni) restano. Ma sono attività secondarie. Lasciate soprattutto ai piccoli guappi, che non hanno la forza e gli uomini per entrare nell'affare-contrabbando. Il «potere camorrista», così frammentario e diviso, senza più una coscienza di organizzazione, subisce alcune importanti contaminazioni esterne. Influenze che contribuiranno alle trasformazioni della vecchia camorra. Nell'immediato dopoguerra, molti grossi trafficanti di droga americani vengono espulsi dagli Stati Uniti e rispediti in Italia. Sono tutti immigrati italiani, diventati veri e propri boss della mafia italo-americana: Lucky Luciano, Frank Callage, Dominick Petrillo. Lo scenario viene descritto, in quegli anni, da un rapporto del Senato americano intitolato «Crimine organizzato e traffico illecito di narcotici». Si legge in quel docuemnto: «Durante i primi anni del dopoguerra, questo gruppo convinse elementi mafiosi siciliani e italiani di poter disporre negli Stati Uniti di facili sbocchi per l'eroina e che ci sarebbero stati altri profitti per chi avesse intrapreso questo traffico. Non passò molto tempo e, tramite l'influenza di Lucky Luciano, vennero fatti degli accordi tra questi trafficanti ed alcuni corrotti funzionari di certe ditte farmaceutiche dell'alta Italia, che eranostate formate dal Governo italiano per la produzione di eroina a scopo farmaceutico».
Lucky Luciano si stabilisce a Napoli. È il vero punto di contatto della malavita napoletana con la mafia siculo-americana. Si prepara il salto di qualità: la trasformazione della camorra da fenomeno regionale a struttura internazionale. La mancanza, in quegli anni, di una rigida organizzazione malavitosa favorisce le intromissioni esterne. Il seme dello sfruttamento del mercato degli stupefacenti comincia ad essere piantato proprio allora: negli anni '50. Attraverso i gruppi marsigliesi e siciliani. Agli individualisti capi della malavita napoletana, per il momento, quei traffici non interessano. Sono una nuova opportunità, ma resta ancora poco sfruttata. A dare ricchezza illegale, a Napoli in quegli anni, basta il contrabbando di sigarette. C'è ancora molta richiesta e la guardia di finanza non riesce a dare preoccupazioni. Per il momento.
Il regno dei guappi
Il suffragio elettorale si allarga. Possono votare anche le donne. E Napoli diventa un caso unico. Nel referendum tra monarchia e repubblica, la città va controcorrente: vince la monarchia con 1'80 per cento dei suffragi. I consensi alla destra sono numerosi. Tra la fine degli anni '40 e per tutti gli anni '50, trionfa il centro-destra. La città è guidata da sindaci monarchici e democristiani. La speculazione edilizia fa scempi. I costruttori si arricchiscono, attraverso compiacenti concessioni comunali. Sono gli anni dominati da un armatore, editore di giornali, presidente della squadra di calcio napoletana: Achille Lauro. Ex fascista, internato a Padula, diventa il vero potente della Napoli legale di quegli anni. Con lui fa i conti il potere nazionale della Dc. Lauro diventa sindaco di Napoli con giunte di centro-destra, mentre il suo impero economico si allarga sempre più. Nel 1950 nasce la Cassa per il Mezzogiorno. Una grande occasione per ottenere fondi
straordinari per opere pubbliche, uno sbocco alle continue richieste di «posti di lavoro». A Napoli, da sempre, lavorare significa avere «il posto», un impiego fisso. Qualunque esso sia. L'impiego statale significa sicurezza di retribuzione mensile, tranquillità, assenza di rischi. Ricordate i commercianti genovesi e fiamminghi del periodo del viceregno? Per le attività a rischio sono da sempre tagliati gli stranieri. I napoletani preferiscono le attività sicure. Poco rischio e guadagno certo.

Piazza Garibaldi negli anni 50
In questo clima, le zone popolari vengono conquistate dai pacchi di pasta distribuiti dal «comandante» Achille Lauro, prima di ogni elezione. Un sindaco amato, perché «fa del bene». Soprattutto ai costruttori. Dal 1951 al 1961 vengono concesse 11500 licenze edilizie, per realizzare circa 300 mila vani. È l'assalto ai quartieri Posillipo, Vomero, Colli Aminei. Sono le zone più devastate. Al Tribunale di Napoli si svolge un processo singolare. Emblematico di quegli anni: il piano regolatore del 1939, ancora in vigore — si scopre — è stato continuamente falsificato. Viene aperto un procedimento contro ignoti. Ma il comandante va avanti per la sua strada. Nel '53 e nel '56 i suoi successi sono clamorosi.
Il «potere camorrista» è ancora un insieme di piccole meteore di quartiere. Sembra passata una vita dai tempi di don Ciccio Cappuccio o di Enrico Alfano. Ora sono gli anni dei guappi di quartiere, con attività fiorenti nel contrabbando, nel controllo del gioco e della prostituzione, alleati fedeli in tempi di elezioni. È insomma il periodo degli isolati malavitosi, scollegati tra loro, che però, in intere zone, riescono a rastrellare decine e decine di consensi elettorali. Svolgono la funzione di controllo nei quartieri popolari. Non c'è più la onorata società a premere per convincere gli elettori. Ma le origini sociali di quei guappi sono comuni alla gente dei loro quartieri. Vivono nelle stesse case, negli stessi vicoli. Facile, sulla comune matrice culturale, organizzare comitati elettorali, foraggiati dai soldi del candidato, indirizzare proteste generiche, condite da pacchi di pasta e scarpe. «Don» (un titolo che è insieme sintomo di rispetto e di riconoscimento verso un ruolo malavitoso preminente) Vincenzo 'o franfelliccaro è un organizzatore di voti. Sa di esserlo. Ne è fiero. Può dire a tutti di conoscere assessori e consiglieri, può andare a Palazzo San Giacomo, ex sede ministeriale borbonica, ora sede delle giunte comunali, e parlare a tu per tu con i sindaci.
Un potente o solo uno strumento per raccogliere voti nelle zone della Vicaria, di Borgo Loreto e della Sanità? È lui ad aver organizzato le trionfali campagne elettorali laurine del '53 e del '56. Eppure, questo guappo, che stringe la mano a Lauro, di mestiere ufficiale fa il commerciante di agnelli, di fuochi d'artificio o di melloni. Quasi un personaggio folkloristico. Ma, come Masaniello, è anche un uomo che crede nelle persone che sostiene: Lauro e gli esponenti del partito monarchico. Di personaggi come 'o franfelliccaro ce ne sono decine, sparsi in tutta Napoli. Di loro, per fare voti, si servono tanti candidati del centro-destra.
Ecco il quadro che di quegli anni anni dà lo scomparso dirigente comunista Giorgio Amendola: «L'alleanza elericomonarchico-fascista, anche se trova il suo particolare e propizio terreno di cultura nel Mezzogiorno, è un fatto che riguarda, per i suoi sviluppi e le sue conseguenze, tutta l'Italia. Questa alleanza che rappresenta più direttamente gli interessi egoistici dei retrivi ceti padronali meridionali, degli agrari e di quei gruppi finanziari che intendono rafforzare ed allargare nel Mezzogiorno le proprie posizioni di monopolio e di privilegio, avvantaggiandosi anche delle nuove possibilità loro offerte dall'attività della Cassa, non porta infatti soltanto alla concentrazione di tutti gli elementi pregiudizialmente ostili ad ogni civile e moderno progresso, ma anche all'aumento dell'influenza dei gruppi di destra delle varie formazioni politiche di centro».
Ma, insieme con i folkloristici guappi di quartiere, crescono le famiglie di contrabbandieri. Pensano, per il momento, solo a guadagnare. Non hanno tempo per i rapporti con il potere legale, non pensano ad organizzare voti, ad avere favori nei posti che contano. Negli anni '50, il contrabbando,
che trova alimento a Tangeri, vive il suo periodo d'oro. In città, personaggio di riferimento per la malavita locale, che comincia a riprendersi dalla guerra, è sempre Lucky Luciano. Dai 1950 al 1958, vengono sequestrate quattordici grosse navi, cariche di sigarette di contrabbando. I motoscafi, pian piano, sostituiscono i lenti pescherecci. Il contrabbando comincia a diventare una vera e propria industria. Che dà lavoro a centinaia di persone: dalle paranze (il vecchio termine che definiva il gruppo di camorristi nella onorata società rivive per indicare gli equipaggi dei motoscafi) sugli scafi, per prendere la merce al largo direttamente dalle navi in acque non territoriali, agli organizzatori della vendita, ai distributori, ai dettaglianti. I milioni cominciano a correre. Due sono i nomi che si impongono in città, due famiglie: i Giuliano di Forcella e gli Spavone. Sono gruppi, più o meno organizzati, di malavitosi violenti che vivono di contrabbando. Pronti a uccidere se occorre, certo. Pronti a difendere con i denti i propri interessi. Ma nulla di più. Per la vecchia onorata società è un passo indietro, un ritorno quasi alle origini preottocentesche. Almeno in città. Si, perché perso il primato cittadino dopo il fascismo e la guerra, la camorra è ormai viva in tutta la regione. Soprattutto in provincia di Napoli. E qui si affermano i grossi personaggi del tempo.
I mercati ortofrutticoli
Se il contrabbando è l'attività principale in città, nella provincia i mercati ortofrutticoli diventano il luogo di affari privilegiato dalla malavita. Sulle transazioni, i grossi guappi impongono estorsioni, determinano i prezzi a favore di chi paga di più. L'intimidazione, qualche buona revolverata servono a convincere i più riottosi. Nascono i nomi che, in quegli anni, incutono paura. Come Alfredo Maisto, originario di Giugliano, che affronta due scontri a fuoco: con Pasquale Simonetti, detto Pascalone 'e Nola, e con Raffaele Baiano, detto Papele 'e pacci pacci. Da solo, pistola in pugno, contro diversi avversari. Fa capire che per tutti è meglio non sconfinare in zone altrui. A ciascuno il suo spazio.
Ma di tutti certamente è Pasquale Simonetti l'uomo destinato a diventare il capo più temuto. I suoi interessi illegali sono indirizzati sul contrabbando di benzina e sigarette, un poco di commercio di stupefacenti, ma soprattutto sul controllo dei mercati ortofrutticoli. Pascalone viene nominato presidente dei prezzi. È lui ad imporre l'andamento delle transazioni della frutta e della verdura. Il giro d'affari intorno a questi mercati è di alcuni miliardi. Un'attività delicata, per il guappo-camorrista, capace, con la sua forza di intimidazione, di controllare questo giro economico. Molti commercianti dei mercati girano armati. Sono violenti. Quel posto non è un luogo di educande. E violenza chiama violenza. Chi commercia sa che, in mancanza di altre leggi, da quelle parti si impone solo chi è più forte e coraggioso. Lo sa bene la famiglia Esposito, titolare della società «Fratelli Esposito», iscritta regolarmente alla Camera di commercio. Quello che sa farsi rispettare di più è Antonio, detto Totonno 'e Pomigliano. Non è per nulla un agnellino. Già nel 1930 viene condannato per lesioni.
Il centro di tutto è il corso Novara, zona a occidente di Napoli, nei pressi della stazione ferroviaria, strada con un grande ufficio postale, molte banche. È qui che si vende un terzo dell'esportazione italiana di frutta e agrumi. Un giro di affari, con le altre produzioni, di circa 28 miliardi. Tutte le contrattazioni si svolgono all'aria aperta, per strada. È questo il regno di Pascalone, che controlla tutte le merci da contrattare. Ha rapporti con le industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, anticipa soldi ai contadini e si assicura il prodotto fin dalla semina, ma soprattutto impone i prezzi. Ogni giorno, da lui, quasi fosse la borsa-merci o il borsino dei titoli, i frequentatori del mercato vanno a chiedere le cifre di vendita per patate e pomodori. Naturalmente, tutti si adeguano. Chi non lo fa, rischia grosso. La pelle.
Niente legge del mercato, niente domanda e offerta, ma solo la volontà di chi ha più forza di intimidazione. È il controllo di un importante settore dell'economia napoletana. Tutto in mano alla camorra, definita «rurale» da Isaia Sales, o «nuova camorra» dai giornalisti negli anni '50. I due presidenti dei prezzi sono Pasquale Simonetti e Antonio Esposito. Pascalone guadagna cento lire per ogni quintale di patate, quattro milioni al mese. Una enormità, per quegli anni '50. Pupetta Maresca, la bella e giovane donna di Pascalone, definisce quei soldi «un omaggio degli esportatori».

Antonio Esposito e Pasquale Simonetti
Il 16 luglio 1955 viene ucciso Pascalone 'e Nola. A sparargli è Gaetano Orlando, detto Tanino 'e bastimento, amico di Antonio Esposito. Un omicidio su commissione o una morte casuale? Tre mesi dopo, il 4 ottobre, Pupetta Maresca (figlia di don Antonio, guappo della famiglia di Castellammare detta dei lampetielli) vendica il suo uomo e uccide don Antonio Esposito. Sono ancora i tempi degli omicidi a viso aperto. L'uomo di rispetto deve farsi un nome attraverso il gesto coraggioso. E importante che il racconto dell'azione circoli in certi ambienti. Il personaggio, l'«uomo positivo», nasce ancora attraverso il racconto bocca a bocca. Non è ancora il tempo dei boss da prima pagina, dei personaggi malavitosi fatti quasi eroi, con la descrizione di gesta, precedenti, rapporti familiari. Nel '59, proprio al processo a Pupetta Maresca, commenta il Pm Antonio De Franciscis: «Questo è un processo a un particolare ambiente sociale, dominato dalla sopraffazione di pochi. Pupetta è prigioniera di una causale della malavita. Non ha fondamento la tesi del delitto d'amore».

Pascalone e Pupetta
Matrimonio di Pascalone e Pupetta
Sull'omicidio di Pascalone 'e Nola, è ormai radicata la convinzione del delitto su commissione. Una tesi sviluppata anche dal regista Francesco Rosi nei film «La sfida» e «Le mani sulla città», girati su queste vicende. Ma la Corte di Cassazione, nel '63, delinea una versione giudiziaria diversa: Orlando ha ucciso per legittima difesa. Ecco un passo di quella sentenza: «Aveva l'Orlando ragionevole motivo di supporre che il Pascalone portasse la pistola? E tenuto presente cheil gesto di costui precedette certamente l'esplosione del colpo, altrimenti il polso non poteva essere attinto, aveva l'Orlando il ragionevole motivo di supporre che quel gesto fosse diretto ad estrarre l'arma? Questo aspetto suggestivo della causa è stato completamente trascurato e lo è stato sempre perché, una volta avviatisi sulla preconcetta via della premeditazione, quella relativa all'inopinatezza dell'incidente viene pregiudizialmente scordata. La sentenza di merito, in altri termini, si è rifiutata di considerare questa ipotesi perché esclusa dalla ritenuta premeditazione. Pertanto, per la Corte di merito, perde ogni valore la deposizione del testo Covino Cosimo, che dice di aver visto l'arma cadere dalle mani del Simonetti o di quello che avrebbe avuto un'analoga confidenza da parte del Pascalone ferito, cioè il Moretti, quando lo accompagnò dopo un lungo viaggio all'ospedale. E così, apoditticamente, per la Corte di merito sia l'unicità del colpo che la regione colpita doveva essere frutto di premeditazione, trascurando così che la premeditazione avrebbe dovuto riflettere logicamente la necessità che la vittima potesse, dopo il ferimento, parlare».
Gaetano Orlando resta in carcere dal 1955 al 1971. Un'esperienza amara. Lui, Tanino 'e bastimento, così la spiega: «Non so perché quel mastodontico castello di accuse. Dovevano colpire mio padre, che era l'unico sindaco comunista della Campania. Ed ecco che gli affibbiarono il figlio sicario».
Morte dell'onorata società
Quanto sembra lontano il frieno con le sue regole. Quanto sembrano superati quei rituali per diventare camorristi. Ora domina il coraggio individuale, l'uomo di rispetto forte del proprio carisma e del proprio coraggio, non potente attraverso un'organizzazione agguerrita ai suoi ordini. Insomma, il rispetto dei picciotti viene conquistato individualmente, non si ottiene attraverso una nomina nella onorata società. Sono quelli gli anni della guerra in mare tra scafi blu e guardia di
finanza, gli anni delle lacrime versate per le paranze disperse al largo delle coste.
Le grandi retate sembrano un ricordo della repressione di Spaventa o del processo Cuocolo. Ora lo Stato mostra i muscoli con i grossi sequestri di sigarette di contrabbando. Ancora una volta, la stretta è diretta verso la manovalanza del fiorente mercato illegale. Forcella viene stretta d'assedio da centinaia di finanzieri. Ma nei confronti del contrabbando si diffonde una certa tolleranza. Soprattutto in città. Dà lavoro a migliaia di persone, rappresenta l'alternativa alla disoccupazione, dicono in tanti. Un giudizio che non tiene conto che quel lavoro ruota intorno ad attività illegali. Qualcuno, tra le forze di polizia, ha un'altra teoria: il contrabbando, gli scafi blu, sono l'ambiente dove mafia e camorra reclutano la manovalanza. I giovani cominciano sugli scafi, poi, per guadagnare di più, fanno il salto di qualità. La tolleranza, per questo, sarebbe un atteggiamento sbagliato.
In quei giorni, il mito di Antonio Spavone cresce. Lui, 'o malommo, è ancora in carcere. A Firenze, dove sconta la condanna per l'uccisione di Giovanni Mormone. E qui, siamo nel 1966, nei giorni dell'alluvione lui si dà da fare per salvare la vita ai compagni di cella, a due agenti di custodia e alla figlia del direttore del carcere. Nasce la leggenda del guappo buono, il camorrista con il cuore tenero, coraggioso e dall'alto senso dell'onore. Spavone è tutto questo, nella cultura popolare di certi ambienti cittadini. Nel gennaio 1967, il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, concede la grazia a quel detenuto speciale. 'O malommo torna a Napoli. E sono anni bui.
E' lotta per le bionde
Nella provincia, dominano i camorristi delle attività «rurali». A Pasquale Simonetti e Antonio Esposito sono succeduti gli Alfredo Maisto e la famiglia Sciorio collegata a famiglie mafiose siciliane. Ma in città, diventata un polo delicato per il transito delle sigarette di contrabbando e per il possibile sviluppo del traffico, tutto da organizzare in larga scala, degli stupefacenti, si fa sentire il fiato di marsigliesi e siciliani. La camorra di quegli anni '60 è davvero poca cosa. Non è una struttura gerarchica, non è un potere consapevole della sua forza come lo è la mafia, non è capace di raggruppare masse di giovani picciotti. È solo un insieme di piccoli gruppi di zone limitate, guidati da capi che sono poco più che guappi. Ed ecco che inizia la conquista dei siciliani. A Portici, agli inizi degli anni '70, viene arrestato Gerlando Alberti, detto 'u paccaré, già a Milano a capo di contrabbandieri siciliani.
Sui giornali, da allora, si moltiplicano le notizie su siciliani, accusati di aver collegamenti con la mafia, arrestati in città. Un segnale preciso. A Fuorigrotta, quartiere dove c'è lo stadio costruito nel '59, viene arrestato Nunzio La Mattina, ad Avellino e Qualiano (piccolo centro in provincia di Napoli) vengono acciuffati Paolino Bontade e il figlio Stefano, personaggi di spicco della potente cosca mafiosa dei Greco. Ma l'elenco continua: ecco Salvatore Filippone e il figlio Gaetano (figlio e nipote di Zù Tanu, capo della cosca del rione Denesini), presi a Capodichino (quartiere napoletano), o Gioacchino Pennino, rifugiatosi in una villa ai Ponti Rossi (sempre a Napoli), considerato cassiere della cosca La Barbera, grosso amico di Tommaso Buscetta, futuro super-pentito della mafia. Presenze casuali? No, c'è anche la legge antimafia, che provoca, su disposizione dei magistrati, il trasferimento in Campania di molti siciliani accusati di associazione mafiosa. Sono 25 i Comuni in provincia di Napoli, scelti come residenza per mafiosi.
I siciliani sono arrivati a dettar legge. Napoli è nelle loro mani. Una sudditanza che dà anche grossi vantaggi ai piccoli guappi locali. Chi ha più coraggio e sale in zucca riesce a discutere a tu per tu con i nuovi conquistatori del potere malavitoso. Michele ZazaÈ il caso di Michele Zaza, detto 'o pazzo (foto a destra), o di Antonio Spavone. Se dietro i napoletani ci sono i siciliani, il rispetto è assicurato. Una condizione di completa dipendenza. Ma in città arrivano anche i marsigliesi. Napoli è una tappa indispensabile per i viaggi di stupefacenti fra la Sicilia e Marsiglia. Il traffico di eroina è il nuovo commercio illegale. Certamente molto più redditizio del contrabbando di sigarette. E senza crisi.
I marsigliesi sbarcano a Napoli con un'importante merce di scambio: un motoscafo molto veloce, denominato il «drago». Uno strumento importante per agevolare i viaggi delle paranze di contrabbandieri, che alle sigarette possono affiancare anche piccoli quantitativi di droga presi dalle navi al largo. Anche la lista dei marsigliesi in città non è da poco: Joseph Etienne Zurita, Jean Gilbert Para, André Couviller, Patrick Le Gay, Jean Foxley, Alfred Daniel Aguacil. Ma i marsigliesi non sfondano. I napoletani preferiscono rimanere alleati dei siciliani. Michele Zaza è tra i principali amici degli uomini che vengono da Palermo e Trapani.
Paradossalmente, è proprio la presenza mafiosa a Napoli a ridare corpo a una nuova organizzazione camorristica, che ha i suoi principali canali di arricchimento nel contrabbando. Spuntano i nomi dei fratelli D'Amico ai Quartieri spagnoli (la zona che era stata il regno di don Ciccio Cappuccio), Umberto Ammaturo a Santa Lucia, si consolidano le fortune dei Giuliano a Forcella e di Antonio Spavone, che uccide a Posillipo un trafficante di droga italo-americano: Gennaro Ferrigno.
Il punto di riferimento è Gerlando Alberti, con l'autorità che gli deriva dal collegamento con il potente capomafia Luciano Liggio. Suo principale alleato napoletano è Michele Zaza. Alberti viene arrestato agli inizi degli anni '70 e la guerra con i marsigliesi si fa violenta. Ormai, sotto la guida dei siciliani sta per riformarsi una vera e propria organizzazione malavitosa: la camorra controllata dalla mafia. È il 1972. Il Tribunale dà questa definizione delle nascenti organizzazioni napoletane malavitose: «Sodalizi antisociali che hanno come regola di condotta trasgredire le norme del vivere sociale, comefine le attività illecite e il conseguimento di profitti parassitari e di posizioni di privilegio, come elementi caratteristici la violenza sistematica, ricorso a metodi vessatori, adozione di rigide regole che non ammettono sgarro, imposizione di omertà».
In questo periodo, sono quattro i gruppi di una camorra particolare, molto diversa da quella ottocentesca, che controlla il contrabbando di sigarette. C'è Michele Zaza con al fianco il mafioso palermitano Alfredo Bono. Poi i fratelli Tommaso e Vincenzo Spadaro, il gruppo di don Nunzio La Mattina con Enrico Sciorio e Luigi Maisto. Infine, i fratelli Nuvoletta, Antonio Bardellino, Enrico Maisto, Salvatore Lavoca. Si dividono lo sbarco delle sigarette, in zone delimitate in maniera precisa. Insomma, da una parte il contrabbando e dall'altra la presenza mafiosa riescono a dare nuova coscienza di organizzazione camorristica ai malavitosi di quel periodo compreso tra gli anni '60 e inizio anni '70. Sono anni di trasformazione. La città è guidata da giunte di centro-destra, poi da giunte di centro, con sindaci dc. Al potere di Achille Lauro, succede quello dc, che ruota intorno alla famiglia Gava, con Silvio, il capostipite, ministro a Roma, e il figlio Antonio che si fa spazio negli enti locali e raggruppa sempre più consensi e tessere in tutta la provincia napoletana. La Cassa per il Mezzogiorno sprigiona tutto il suo potenziale di distribuzione di ricchezze a imprese pronte a partecipare alla spartizione di appalti per opere pubbliche. Miliardi a pioggia sul Mezzogiorno. E Napoli ha la sua bella fetta.
Dal centro al centro-sinistra il passo è breve. La città vive di riflesso gli equilibri politici di Roma. Sono gli anni del boom economico, dell'euforia, della crescita generale di reddito. Ma gli squilibri, a Napoli, sono sempre visibili. I quartieri poveri restano sempre poveri, i bassi e i vicoli, tanto cari al folklore dei giornali del Nord, sono sempre lì. La città non ha ancora un'identità precisa, il suo volto è devastato dal sacco edilizio, la confusione regna e cresce la tendenza a considerarsi provincia, ad aspettare aiuti e soldi calati dall'alto. Roma è il paradiso da cui tutto arriva: soldi, opportunità di lavoro. E i deputati napoletani, soprattutto quando diventano ministri, sono un investimento. Di questo, si tiene conto nelle campagne elettorali, con grandi promesse nei quartieri popolari. E arrivano anche i voti dei gruppi malavitosi organizzati.
Regnano ancora i contrabbandieri: nel 1970 sono 3420, nel 1971 ben 4672, nel 1973 ben 4885. Un esercito. O piuttosto un'organizzazione unita da interessi economici precisi, dalla necessità di guadagni. Non c'è più il frieno e l'onore a fare da cerniera ai camorristi anni '60/'70. Ora c'è la cassa di sigarette di contrabbando, i milioni da guadagnare.
Scrivono i giornalisti Marisa Figurato e Francesco Marolda:

«Le maglie che uniscono i componenti dell'associazione mafiosa sembrano salde; pare insomma che l'assenza forzata dei capi storici della guapparia e della malavita in generale sia servita a rinnovare gli schemi tradizionali della camorra: al potere carismatico che da solo bastava ad imporre l'ordine si sostituisce un codice d'affari con norme rigidissime. L'industria del contrabbando già da tempo non è più un'attività su basi artigianali, ma adesso appare improntata ai criteri del business, un business con un giro di miliardi che non ha riscontro in nessun'altra impresa del Mezzogiorno»
Ogni mese vengono sbarcate circa sessantamila casse di sigarette. Stime approssimative parlano di un'attività capace di dare lavoro a cinquantamila persone. Gli scafisti (che rischiano la pelle ogni notte per farla in barba ai finanzieri, con il loro carico di «bionde» come chiamano le sigarette di contrabbando preso dalle navi al largo) sarebbero non meno di quattromila. C'è chi parla anche di reinvestimento in banche svizzere del denaro guadagnato con il contrabbando. Voci mai verificate con inchieste giudiziarie precise.
Ci sono patti taciti tra i diversi gruppi. Per controllare, in maniera rigidamente ripartita, il contrabbando nelle diverse zone. Ma, oltre a Zaza, i veri punti di riferimento per la mafia siciliana e italo-americana sono Antonio Spavone (diventato figlioccio del boss dei boss americani Frank Tieri) e Umberto Ammaturo. Il potere malavitoso è ormai internazionale. In un'epoca in cui i viaggi sono rapidi, le comunicazioni vengono fatte in tempo reale, non ha più senso un affare illegale limitato a una piccola regione.
Tra la Campania, la Sicilia, gli Stati Uniti, i legami, facilitati dalle comuni origini culturali, si saldano. E quando si passa dalle sigarette al traffico internazionale miliardario di stupefacenti, i legami sono necessari. I marsigliesi vengono sconfitti. Fallisce il loro disegno di sostituire i siciliani a Napoli. Il trasporto delle «bionde» si fa più raffinato: misto, via terra e via mare. Il 1974 segna la definitiva scomparsa dei marsigliesi dalla città. Troppo forte è l'organizzazione, con le alleanze napoletane, delle cosche siciliane. Niente da fare per i francesi. È finalmente la fine delle guerre sanguinose? Non sembra.
Ancora attentati, omicidi. Zaza trova il modo di installare il suo quartiere generale in una sezione politica del Psdi (il partito nato dalla scissione del Partito socialista). Alla perquisizione, gli agenti della guardia di finanza trovano documenti preziosi. Scoprono che il giro di affari di Michele 'o pazzo è di ben 1150 miliardi. Un'enormità. Nel 1976 Antonio Spavone viene affrontato a colpi di lupara in faccia. Rischia la morte, ma riesce a scampare. Un segnale di tempi nuovi. Dopo il ventennio confusionario del dopoguerra, la camorra come organizzazione risorge. L'influenza dei metodi e dell'identità mafiosa comincia a farsi sentire, la permanenza dei siciliani non è passata invano. Armi più raffinate, maggiore violenza. Nuovi equilibri, dunque, una grande svolta? È la profonda trasformazione degli anni '70. Un terremoto con un nome: don Raffaele Cutolo, detto 'o prufessore. È lui il vero capo della camorra napoletana dopo i tempi di Tore 'e Criscienzo e di don Ciccio Cappuccio. Sessanta anni dopo, è il vero successore di Enrico Alfano, il capintesta condannato al processo Cuocolo. Il primo capace
di parlare di nuovo faccia a faccia con mafiosi e boss americani. Tra gli anni '50 e '60 íi «potere camorrista», subordinato ai siciliani, è rimasto relegato al controllo dei mercati ortofrutticoli e del contrabbando. Ora tornerà ad essere, in tempi diversi, con collegamenti nazionali e internazionali, di nuovo un potere parallelo. Sono gli anni della rivoluzione di Cutolo.
Inquadramento storico
Il benessere è arrivato. Anche se non per tutti. Comincia a correre denaro, ricchezza. L'Italia è tra i Paesi industrializzati. Napoli è rassegnata al suo ruolo di città comprimaria. Un grande centro, il più grande del Mezzogiorno. Ma certamente non più una capitale. A palazzo San Giacomo, dal primo sindaco Gennaro Fermariello, si passa a Giuseppe Buonocore, ex socialista, ex democristiano e poi monarchico. E via via, poi, a guidare le giunte ci sono Domenico Moscati, Achille Lauro, Nicola Sansanelli. Amministrazioni di destra, centrodestra, centro, centrosinistra, con sindaci che si chiamano ancora Vincenzo Palmieri, Ferdinando Clemente, Giovanni Principe, Gerardo De Michele, Bruno Milanesi. Dieci sindaci, fino al 1975. E ben tre commissari prefettizi. Colpi di mano, trasformismo politico, ingovernabilità: miscele esplosive per un governo cittadino sempre irrequieto. Dopo l'ultima esperienza di Lauro, i sindaci cominciano ad essere democristiani. Dal 1962.
La città non tradisce la sua tradizione elettorale: instabile, con profonde tendenze conservatrici. Nel 1973, un'esperienza che riporta a tremendi ricordi. Scoppia, improvvisa, un'epidemia di colera. Pochi casi, ma da far spavento. Non è più il 1884. Eppure, Napoli vive l'incubo di una mortale malattia infettiva che sembrava dimenticata. In altre zone d'Italia, si grida all'isolamento, ai cordoni sanitari. Impietose reazioni razzistiche. Colera. Proprio negli anni del centrosinistra, quando in città si avviano i grandi progetti del centro direzionale (un'enorme area da realizzare con moderni criteri architettonici, dove insediare tutti gli uffici e i principali enti: la city napoletana) e della tangenziale (la prima arteria autostradale cittadina, per collegare le zone orientali e occidentali). Progetti speciali, finanziamenti. Nel 1975, la grande sorpresa. E la vittoria delle sinistre. Avanzano i comunisti. Per la formazione della giunta comunale, dopo il fallimento di un tentativo di Giuseppe Galasso, professore repubblicano, arriva Maurizio Valenzi, il primo sindaco comunista. Guiderà sei giunte in otto anni.
Il Pci si trova alle prese con grossi problemi. La città è guidata dai partiti di sinistra, con appoggi esterni diversi: Dc e anche la destra (ora rappresentata dal Msi di Giorgio Almirante), nelle diverse commissioni comunali, danno il loro voto determinante a progetti diversi. Valenzi, gran signore, pestilenziale sigaro sempre pronto, ex senatore, cerca di coniugare democrazia, aperture alle proteste di piazza, con l'arte di governare. Ben presto i comunisti si scontrano con la Napoli abituata alle clientele, ai favori, con la burocrazia arroccata dietro i suoi privilegi. Piazza Municipio, luogo di ritrovo di proteste e assembramenti di ogni genere, di faccendieri pronti a prestarsi per servigi vari, è sempre la stessa. Sotto Palazzo San Giacomo la solita corte dei miracoli, dopo un secolo, è sempre lì. Sfaccendati e mendicanti hanno lasciato il passo a disoccupati organizzati, senzatetto storici, scantinatisti, giovani della legge 285, dipendenti delle aziende municipalizzate. E la solita Napoli che urla, pronta ad animare la piazza, la città dagli incidenti provocati anche da persone poco raccomandabili, sempre pronti a trovarsi dove c'è da accendere qualche fuoco di rivolta. Esperienze che vive anche il Pci. Ma non basta.
Il 23 novembre del 1980, al termine di dieci anni dalle mille trasformazioni, c'è un'altra tegola. Enorme. Il terremoto. In città, muoiono poche decine di persone, crolla un palazzo nel quartiere di Poggioreale, ma vengono stimati miliardi di danni. Palazzi, soprattutto quelli del centro storico, puntellati, strade chiuse, senzatetto spuntati come funghi. Nuovi problemi, l'emergenza elevata a sistema.
Valenzi cerca l'appoggio di tutte le forze politiche. Alloggi, soldi, progetti speciali. Dal Risanamento nulla è cambiato. Napoli sfrutta sempre l'occasione dell'emergenza. Nulla di significativo viene fatto con i bilanci ordinari, con la spesa corrente. La pioggia di miliardi, caduta da Roma, viene ad innaffiare progetti straordinari. Per la gioia di costruttori e imprese, piccole e medie, del subappalto. La scoperta, in quegli anni, è la concessione. Le imprese, riunite in consorzi, ricevono incarichi attraverso un contratto particolare. Non sono appalti, ma concessioni: i consorzi hanno ampi poteri, si sostituiscono in tutto all'ente pubblico e vengono pagati con più rapidità. Un meccanismo rapido, dai mille trabocchetti. Ma il terremoto è solo l'ultima emergenza. Da qualche anno, in Italia si vive l'esperienza del terrorismo.
Le Brigate rosse sparano e uccidono: politici, magistrati, giornalisti, sindacalisti. A Napoli, diverse azioni. I brigatisti partono con la campagna napoletana, proprio dopo il terremoto. No alle deportazioni dei senzatetto in provincia, no ai «quartierilager». Vengono contestati i criteri della ricostruzione, che cerca di decentrare la congestione urbana nelle zone della provincia. Chi aspetta una casa viene parcheggiato nei campi containers, nelle roulottes, negli alberghi. E le Br cercano di aizzare la protesta. Insomma, sono anni non semplici. Dai mille problemi. Come quello dei disoccupati. Sono centinaia di migliaia a Napoli, dicono in molti, ma una stima precisa del collocamento non esiste. E poi, cosa è un disoccupato: chi non ha un lavoro fisso, chi non è impiegato comunale, chi fa lavori saltuari? Le idee non sono chiare. Ma, proprio quando le giunte Valenzi sono divise tra populismo e ricerca del consenso, nascono i movimenti dei disoccupati organizzati. Urlano, protestano, chiedono un posto. Arriva un ministro dc, Foschi, e promette di regolarizzare gli elenchi al collocamento. Poi nasce l'inghippo delle cooperative.
I disoccupati si raggruppano, per convenzioni con Comune e Provincia. A pagare è lo Stato. Con alcune decine di miliardi. I soci delle cooperative svolgono lavori per gli enti e ricevono uno stipendio mensile. È la Napoli di sempre. I soci delle coop hanno un fisso mensile, ma molti arrotondano con un secondo lavoro. Magari un piccolo negozietto. Uno scenario in movimento, dove, però, nulla sembra cambiato.
della vecchia camorra
Ma Napoli non è cambiata neanche nel suo principale potere illegale: quello «camorrista». Resta il carcere, il luogo di aggregazione principale dei camorristi. Proprio come un secolo prima. Ecco come Gaetano Orlando (l'uomo che uccise Pascalone 'e Nola) descrive il carcere di Poggioreale:

«Quanti dei giovani carcerati vengono lasciati soli da mane a sera in compagnia di qualche tarato? Questo non fa altro che raccontare al giovane le sue imprese delittuose. Cerca di insegnargli, con il suo esempio, le tecniche per una rapina o per diventare un duro. I più volponi poi gli chiedono se ha l'avvocato. E se lui non ce l'ha, subito si interessano a mettere un avvocato di loro fiducia. Se è una persona intelligente e non un fessacchiotto, provvedono a fargli mandare un vaglia a casa. Il giovane, logicamente, vede in questi amici umanità. E quando esce, darebbe la vita per quello che l'ha aiutato in carcere».

È il sistema del reclutamento, descritto da chi ha vissuto l'esperienza carceraria: Tanino 'e bastimento, rispettato come saggio esponente di un altro mondo, dove dominava il senso dell'onore, lo scontro a viso aperto. Ma il tempo della «vecchia camorra», quella del contrabbando e dei mercati ortofrutticoli (la camorra cosiddetta «rurale»), è passato.
Negli anni Settanta, ai contrabbandieri che scaricano le loro casse di sigarette viene imposta una tangente di 500 mila lire. Chi vi manda, cosa volete? Dovete pagare al professore se volete scaricare, è la risposta. Ma chi è questo professore? Raffaele Cutolo
È l'uomo nuovo, il vero erede, nel Novecento, dei capintesta della società riformata. Il suo nome è Raffaele Cutolo, don Rafele, detto anche il professore per la sua aria da intellettuale con occhiali dalla stanghetta d'oro e vestito grigio. La sua carriera inizia presto. Originario di Ottaviano, a 22 anni uccide un uomo, Mario Viscido, che osa fare apprezzamenti sulla sorella Rosetta. Gli affibbiano una condanna all'ergastolo, poi ridotta in appello a 24 anni. Resta in carcere dal 1963 al 1970. L'infanzia di Cutolo è tutta influenzata dal mondo dei mercati ortofrutticoli, dove prospera la camorra rurale. Vede le violenze, le imposizioni dei prezzi, conosce anche la triste realtà dei piccoli contadini sfruttati da latifondisti senza cuore, È la provincia di Napoli, la zona contadina, a forgiare il carattere di Cutolo. Ottaviano, paese vesuviano, ha un castello mediceo. Sarà la reggia del «re» Cutolo, che Io comprerà per 300 milioni. Quel posto è avvolto da una leggenda. Eccola: un bambino, protetto dalla famiglia dei Medici, ferisce a morte un bimbo del paese. La madre dell'ucciso lancia una maledizione: «Sia questo paese in eterno luogo di lutti e morte». La storia del Cutolo capocamorra sembra ambientata nell'Ottocento.
Don Raffaele capisce l'importanza del carcere, la sua forza di affiliazione. Si dà da fare con i piccoli delinquenti: prestiti, consigli sugli avvocati, lettere scritte agli analfabeti. Furbizia e un po' di coraggio. Come quando sfida a duello Antonio Spavone, 'o malommo, detenuto di rispetto nel carcere di Poggioreale. Una sfida pubblica, nel cortile del carcere, durante l'ora di aria, per creare intorno a sè un mito, conquistarsi un alone di rispetto e considerazione tra gli altri detenuti. Ma 'o malommo lo snobba. E Cutolo va avanti con il suo progetto. Ha certamente letto qualcosa della camorra centralizzata e organizzata dell'Ottocento, conosce bene la psicologia e i bisogni di tanti giovani disperati. Dei quartieri poveri napoletani e della provincia contadina. Lui stesso viene da un ambiente povero: figlio di contadini, piccoli proprietari terrieri. Sono anni difficili.
Il contrabbando è in mano alla mafia siciliana. Loro alleati locali sono Michele Zaza, la famiglia Giuliano, ma soprattutto Antonio Spavone (foto a sinistra), appoggiato negli Stati Uniti dal suo padrino Frank Tieri. Antonio SpavoneIn quegli anni, Tieri, tra i capi della mafia americana, muore. E anche la stella di 'o malommo si avvia al declino. Soprattutto dopo l'attentato subìto, a colpi di pallettoni scaricatigli in pieno viso. Emissari di Cutolo?
L'ascesa del professore è tutta costruita all'interno delle carceri. Tranne due brevi parentesi. E latitante una prima volta nel 1971, poi fugge dal manicomio giudiziario di Aversa. Quella fuga provoca la morte del direttore del manicomio giudiziario, che si impicca travolto dai sospetti su sue presunte inadempienze nei controlli. Dal 5 febbraio 1978 al 15 maggio 1979 Cutolo è fuori dal carcere. Un anno prezioso. Tesse la tela della sua organizzazione di camorra regionale centralizzata. Il professore vuole essere riconosciuto il capo di tutta la camorra campana, punto di riferimento unico della mafia americana, dei siciliani, dei calabresi. Vuole estendere il suo gruppo. Basta con le vecchie sigarette. Ora c'è il traffico internazionale di droga, in collegamento con la mafia italoamericana, le estorsioni scientifiche a cantieri e negozi, la conquista delle aziende edili per dividere gli utili da appalti comunali, l'inserimento negli affari del dopoterremoto. L'organizzazione di Cutolo diventa una vera e propria holding affaristicocriminale, con un gruppo dì violenti pronti a tutto per il loro capo. Spietati. Chi non è amico, va ucciso. Senza pietà. L'omicidio è lo strumento principale di affermazione del nuovo «potere camorrista». Si minaccia poco, non si perde tempo in intimidazioni. Si spara, invece. A bersaglio sicuro. Gli agguati mortali non sono rari. Anzi. Si moltiplicano uccisioni di avversari che fanno parte della «vecchia camorra». Ma si verifica anche una tendenza nuova. Tutta mutuata dalle regole e dalla tradizione mafiosa. Gli anni della permanenza napoletana di siciliani, i contatti tra diverse organizzazioni malavitose (sempre più frequenti in tempi di viaggi e comunicazioni veloci e istantanee), hanno la loro importanza. La camorra si trasforma. E alza il tiro. Spara sugli agenti di custodia, sui giornalisti, sui periti, sugli avvocati. Una «mafizzazione» tremenda. Con un reclutamento di centinaia e centinaia di giovani disperati.
L'organizzazione cutoliana, definita la nuova camorra organizzata (Nco), è una creatura forgiata dal professore. Un po' di tradizione presa dalla camorra ottocentesca, un po' di metodi copiati dalla mafia, lo sfruttamento, solito, della massa di disperati, pronti a morire per il capo. Due le istruttorie, che riescono a ricostruire, attraverso migliaia di pagine processuali, l'organizzazione. Una, la prima, è firmata dal giudice istruttore Gennaro Costagliola. E il 1981. Quel giudice viene anche minacciato di morte. Il sinistro avvertimento è fatto dagli uomini della Nco.
L'altra istruttoria è la vera e propria terza guerra alla camorra, dichiarata dallo Stato unitario: il maxiblitz del giugno 1983. Due sostituti procuratori (Felice Di Persia e Lucio Di Pietro), tre giudici istruttori (Raffaele De Lucia, Giorgio Fontana, Angelo Spirito), impegnati a ricostruire fatti e vicende di oltre mille affiliati. Proprio dall'ordinanza dei giudici istruttori un primo quadro della creatura di Cutolo: «E già stata posta in evidenza la caratteristica mafiosa della Nco e la sua capacità di inserimento nel tessuto sociale.
L'impressionante fenomeno di espansione della Nco è corrispondente ad una maggiore e sempre più grave latitanza dei poteri dello Stato, sicché il fenomeno camorristico dì cui ci si occupa trova il suo fertile terreno proprio in quelle sacche sociali ove più si avverte la carenza del potere costituito». E il riconoscimento del «potere camorrista» tra gli anni '70 e '80. Un fenomeno che supera gli stretti confini, non solo provinciali, ma anche regionali. La Nco si estende in Lombardia, Puglia, si allea prima con la mafia e poi con la 'ndrangheta. Ha buoni rapporti con i potenti capi della mafia americana. Nel suo anno di latitanza, il professore avvia contatti con Francis Turatello, il capo della malavita milanese dai modi raffinati, che ha addirittura il vezzo di lavarsi i denti con lo champagne. Poi, con il falso nome di Prisco Califano, sedicente imprenditore di Nocera Inferiore (centro in provincia di Salerno), va negli Stati Uniti. Lo vuole conoscere il boss of bosses: don Carlo Gambino. Per Cutolo è l'occasione. Con gli americani ha già avuto a che fare. In Italia ha conosciuto Vito Genovese (di cui è diventato compare), Lucky Luciano, Frank tre dita. Ma ora c'è la possibilità di avviare sistematici collegamenti internazionali. Un affiliato dei Quartieri spagnoli di Napoli prepara l'incontro. Alla mafia americana, per il traffico internazionale di stupefacenti, serve un unico interlocutore campano. Cutolo è l'uomo giusto. La mafia siciliana non basta, i milanesi non sono affidabili.
Ecco la Nco: arriva la legittimazione internazionale. Cutolo diventa il vero capocamorra, riconosciuto da don Charles Gambino. Un importante battesimo, celebrato dinanzi ad un piatto di vermicelli, a New York. È logico che da quel momento, in Campania, si moltiplicheranno omicidi e agguati. Cutolo deve imporre le nuove regole. Non c'è spazio per teste isolate, per vecchi camorristi di quartiere. L'organizzazione è unica, con un solo capo e vari responsabili in ristrette aree geografiche. La Nco ricalca quella che è la cupola mafiosa, ricostruita dalle inchieste del giudice Giovanni Falcone: un capo unico, pochi vice ristretti, i responsabili delle zone. i giovani con compiti diversi, i killersmanovalanza.

Falcone e Borsellino

Struttura perfetta, per guadagni ormai miliardari. La droga provoca il salto di qualità. Dal nucleo iniziale nelle carceri, alle affiliazioni raccolte nel periodo della latitanza di Cutolo, la Nco cresce. Ed anche lo Stato repubblicano si accorge che esiste un fenomeno camorristico. Non c'è solo la mafia, dunque. Nel 1962 la prima commissione antimafia non si occupa affatto di camorra. È come se non esistesse, piccoli malavitosi locali. Le cose cambiano con la svolta voluta da Cutolo. E la commissione antimafia nel 1982, venti anni dopo la sua istituzione, per la prima volta, discute anche di camorra come pericoloso fenomeno autonomo. Ma la iniziale minore attenzione dello Stato repubblicanoverso la camorra campana spiega perché gli americani cercano proprio dalle parti di Napoli nuovi sbocchi per il traffico di droga.
La Sicilia è al centro di mille riflettori. Palermo non è molto tranquilla. Ecco cosa scrive nel 1976 la commissione antimafia: «Napoli è diventata uno dei punti più importanti di transito e smercio, a livello di grossisti, di droga ed è il punto di partenza per gli Stati Uniti e il Canada. Serve anche come punto di arrivo e il successivo smistamento della cocaina che viene introdotta, con provenienza dal Perù, e poi dirottata nel NordItalia e nell'Europa centrale». Una conferma arriva proprio dall'inchiesta siciliana dell'allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Napoli, secondo quella ricostruzione giudiziaria, è una tappa per l'importexport dell'eroina diretta negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale. Cocaina e eroina, merci preziose, insostituibili fonti di guadagni miliardari. La sola eroina alimenta un mercato da 111 miliardi e 420 milioni. In totale, quasi 400 miliardi all'anno. Un affare. Che fornisce nuova liquidità. La camorra non è più stracciona. Ha capitali, ora. E quando ci sono soldi, c'è anche tanto potere. Don Raffaele, che vive più anni in carcere che fuori, lo ha capito bene. Agli inizi degli anni Ottanta, seppure dietro le sbarre di un carcere, è il vertice del «potere camorrista», che mai, nella sua storia, aveva raggiunto livelli così alti di forza sociale. Una forza economica, di aggregazione culturale, di consensi diffusi, costruita nel sangue.
NCO : il giuramento di Palillo
Ricordare il frieno? Era un insieme di regole, per dare patente formale, riconoscimento, alla «onorata società». Non c'è organizzazione senza un regolamento scritto. E la camorra, come dimostra quel documento, smette di essere semplice gruppo di malavitosi, con poche regole orali da seguire, per diventare associazione di controllo del territorio. Sono passati ben 130 anni. Dopo la crisi, successiva al processo Cuocolo, gli anni della disgregazione e del controllo mafioso, arriva Cutolo. E ripete i rituali della camorra ottocentesca. Una struttura come la Nco non può non avere regole precise, organizzazione, gerarchie riconosciute. Come nasce la camorra cutoliana?
Scrivono i giudici istruttori: «La Nco fu fondata nell'anno 1970 nel carcere di Poggioreale, dopo che gli esponenti delle cosche mafiose siciliane e calabresi proposero al Cutolo di costituire una società a modello della loro e di diventarne il capo». I contatti del professore sono con i fratelli Di Stefano di Reggio Calabria, oltre che con un riconosciuto capo della 'ndrangheta: Egidio Muraca. Poi allaccia rapporti con Rocco Mammoliti e il capomafia Francesco Cangemi. In seguito a questi contatti, viene deciso di dare ordine alla camorra napoletana. Basta con la vecchia anarchia. Ci vuole un capo riconosciuto dalle cosche calabresi e siciliane.
Un unico interlocutore, necessario agli affari miliardari del traffico di stupefacenti. Molti gli incontri, per definire i dettagli.
Oltre a Cutolo, momentaneamente fuori dal carcere per decorrenza dei termini di custodia (fino al nuovo arresto, avvenuto dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri a Palma Campania), alle riunioni partecipano i primi affiliati della Nco: Pasquale D'Amico, Michele Iafulli, Giuseppe Cacciapuoti, Giuseppe Serra, Carlo Biino. Molti sono originari della provincia. La città viene considerata quasi un'appendice. Anche perché a Napoli è forte il controllo delle famiglie storiche. cresciute, nel dopoguerra, all'ombra dei siciliani attraverso il contrabbando: i Giuliano, i Zaza, gli Ammaturo, gli Spavone. Rispetto al frieno, la sede della Nco si sposta. Non più a Napoli città, ma in provincia: nello storico castello di Ottaviano. Un'organizzazione che si identifica con il capo. Tanto è vero che la data di costituzione viene considerata il 24 ottobre 1970, giorno di san Raffaele, onomastico del professore. La Nco nasce in carcere. Proprio come la camorra delle origini. Un alone di leggenda circonda la costituzione: il carcere di Poggioreale viene trasfigurato nel palazzo mediceo di Ottaviano. Intorno alla Neo, nelle diverse province campane, si costituiscono federazioni sotto il controllo di delegati di Cutolo. Nessuna, però, ha autonomia decisionale.
I delegati vengono definiti capizona. Devono spedire un assegno mensile, come atto di devozione verso il capo riconosciuto, di 500 mila lire. A riceverlo è Rosetta Cutolo, sorella del professore. Don Raffaele è in carcere. Lui tiene i fili dell'organizzazione, ma ha bisogno di persone fidate all'esterno. Una, la principale, è la sorella Rosetta, vera cassiera dell'associazione, con compiti di tenere i contatti con le varie parti dell'organizzazione. Ed ecco gli altri gradi. Cutolo, naturalmente, è il «Vangelo», il verbo riconosciuto da cui dipende la vita e la morte degli affiliati e dei nemici. Al vecchio termine di capintesta si sostituisce un termine religioso. E la cosa si spiega. Nell'Ottocento, il capintesta, capo delle dodici società riunite, viene eletto da capintriti, i capi di ogni quartiere. Cutolo, invece, non viene eletto. E il capo e basta. Quasi per investitura divina. Non dipende da maggioranze o umori. Poi ci sono i santisti, i bracci destri. Cambiano nel tempo: Corrado Iacolare, Vincenzo Casillo, Davide Sorrentino, Pasquale Barra, Antonino Cuomo. Sono la direzione strategica. Poi i capizona, come Luigi Riccio (per la parte orientale di Napoli), Salvatore Imperatrice, Mario Incarnato, Giuseppe Puca (per Sant'Antimo in provincia di Napoli), Antonio Benigno (a Nocera Inferiore in provincia di Salerno), i fratelli Antonino e Giuseppe Cuomo, Giuseppe De Martino e Giuseppe Riccardi (per Castellammare in provincia di Napoli). I capizona vengono definiti sgarristi. Poi, la manovalànza, composta, negli anni d'oro, da circa duemila giovani. La Nco si fa espressione della «camorramassa», capace di reclutare guaglioni, con promesse e speranze di riscatto. Un successo soprattutto ideologicoculturale. Le idee che Cutolo diffonde attraverso le sue poesie (onore, amicizia fino alla morte, riscatto sociale con la violenza e la forza, guadagni attraverso regolari attività estorsive) sono anche quelle dei giovani della Nco. Vengono definiti, proprio come nella mafia e nella vecchia camorra ottocentesca, picciotti. Per l'affiliazione, svolta con cerimonia formale e un rigido rituale, occorrono cinque persone. Nella simbologia dei numeri, infatti, il dispari è la perfezione. E ne è una dimostrazione anche la religione cattolica: Dio è uno e trino.
Dunque, nella cerimonia dell'affiliazione, devono essere presenti, oltre al capo («il Vangelo»), anche un affiliato favorevole, uno sfavorevole, un contabile ed un mastro di giornata, due figure che registrano il nuovo ingresso nella Neo. Sembra di rivedere il contaiolo dell'onorata società. Nulla di nuovo, dunque. Cambiano solo le definizioni. I gruppi di fuoco sono la vera forza dell'organizzazione. Per convincere i nemici, per punire chi tradisce, per estendersi sul territorio, occorrono giovani pronti a uccidere. Sono le squadre o batterie. Organizzano, su mandato del capo, agguati di morte, ma anche rapine.
La Nco viene costituita dopo il secondo arresto di Cutolo, a pochi mesi dalla momentanea scarcerazione, nel 1970. Nel carcere dì Poggioreale. I tempi sono maturi, per mettere in atto le decisioni prese con calabresi e siciliani. I primi affiliati sono tutti detenuti nel padiglione Milano del carcere di Poggioreale: Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico, Giuseppe Serra, Carlo Biino, Michele Iafulli. Dal nucleo nelle carceri, che si diffonde all'esterno man mano che gli affiliati vengono scarcerati, la Nco cresce. Nell'anno di latitanza, successivo all'evasione dal manicomio giudiziario di Aversa, Cutolo fa moltissimi adepti. Ed è proprio dal 1978 al 1979 che la Nco si consolida, come sigla camorristica organizzata, fuori dal carcere. Sembra di ripercorrere gli itinerari della onorata società a cavallo dei secoli tra il '700 e 1'800. Ed infatti la struttura viene definita Nuova (per distinguerla dalla vecchia camorra rurale o del contrabbando), camorra (che si rifà alle tradizioni della onorata società), organizzata (a sottolineare una struttura con regole precise, unitaria). Viene costituito un fondo di solidarietà, con le percentuali dei guadagni illegali (frutto soprattutto di estorsioni e rapine), per le famiglie di detenuti. Si offre assistenza legale agli affiliati in carcere, si provvede alle famiglie. Una solidarietà ripresa dalla camorra storica. In cambio vengono chiesti onore e fedeltà assoluta. Al capo, all'organizzazione (per l'acquisto di armi, auto, strutture varie necessarie all'attività delittuosa), va una percentuale fissa. Proprio come prevedeva il vecchio frieno. Ma il documento più importante sulla Nco è il cosiddetto «giuramento di Palillo». Cambiano i tempi.
Non c'è più un foglio di carta, scritta con il pennino, per le regole del frieno. C'è invece una cassetta registrata. Viene sequestrata a Giuseppe Palillo (figlioccio di Cutolo), prima di essere rinchiuso nel carcere di Novara. Voci, canzoni, suoni. Poi un lungo monologo. La voce non si riconosce con precisione, ma sembra quella di Raffaele Cutolo. E la registrazione della cerimonia solenne di iniziazione del nuovo affiliato. In gergo, viene definita battesimo, o fedelizzazione, o ancora legalizzazione. Nel rituale, si ripercorre la storia della società. L'apertura è tutta a favore della regola dell'omertà: «Omertà bella come m'insegnasti, pieno di rose e fiori mi copristi, a circolo formato mi portasti dove erano tre veri pugnalisti». Guarda caso, a dimostrazione che Cutolo conosce bene la storia della guardugna spagnola e della onorata società, c'è anche il richiamo ai camorristi di Spagna.
Una storia romanzata: cacciati dalle loro terre nel 1771, quei camorristi arrivano in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Poi, tornati in Campania, si dividono «per raccogliere il sangue dell'onorata società e, dopo tante battaglie, costituire una società divina e sacra». La nuova dispersione, poi la ricongiunzione, il 24 ottobre, nel castello di Ottaviano. Un richiamo alle tradizioni della camorra, alla sua storia, alle sue origini. Un richiamo consapevole e cosciente. L'epopea del giuramento di Palillo continua. Ancora un numero dispari (sette cavalieri). Sono loro a raccogliere il sangue della onorata società ed a consegnarlo a Cutolo. Un messaggio chiaro. Poi la descrizione della cerimonia di investitura di un nuovo affiliato: il taglio all'avambraccio, la congiunzione dei polsi da cui sgorga il sangue tra compare di sangue e nuovo fedelizzato, l'abbraccio. Ed ecco il giuramento: «Giuriamo di dividere con lui gioie, dolori, sofferenze... però se sbaglia e risbaglia ed infamità porta è a carico suo ed a discarico di questa società e responsabilizziamo il suo compare di sangue». L'elenco di tutti gli affiliati viene conservato in un registro nel castello di Ottaviano. In una nicchia scavata sulla parete, nascosta da un quadro. Ne è custode Rosetta Cutolo.
L'investitura varia in base alla carica ricoperta nella Nco: picciotto o sgarrista. «Con parole d'omertà è formata società» dice la formula di apertura. Poi un taglio a forma di croce sul pollice destro ed il giuramento: «Io darò il mio sangue per la camorra». Ancora un alone di leggenda, per avvolgere nel mito, in fantomatici ideali di purezza, la società: «Il capo di società risiede nelle grandi montagne della Spagna, dove lui vede e non sarà visto perché è coperto da un velo laminato in oro». Mai, prima d'ora, c'era stata tanta consapevolezza sulle origini della camorra, i suoi antichi riferimenti storicoculturali. Cutolo rappresenta anche questa svolta. Quasi ideologica.
L'orgoglio del richiamo alle origini. Ma i messaggi culturali della Nco, proprio nella famosa cassetta di Palillo, sono ancora più espliciti. Oltre alla cassetta trovata nelle mani di Giuseppe Palillo. a completare il quadro «ideologico» della Nco ci sono le centinaia e centinaia di lettere sequestrate. Sono detenuti che scrivono. O ammiratori di Cutolo, il «Vangelo». Scrivono i giudici: «Proprio questo vuoi dire camorra, ossia la diffusione in vasti strati di popolazione di comportamenti che non attengono soltanto al compimento del crimine organizzato, bensì alla stessa logica del vivere quotidiano». E le frasi che fanno parte del «giuramento di Palillo» servono ancora una volta a delineare il credo della Nco. Eccone un altro saggio: «Un camorrista deve sempre ragionare con il cervello, mai con il cuore... Il giorno in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavo, quel giorno la Campania ha vinto veramente... Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d'onore, d'omertà e di sani princìpi, siamo signori del bene, della pace e dell'umiltà, ma anche padroni della vita e della morte.
La legge della camorra a volte è spietata, ma non ti tradisce». Parole di fuoco. Efferatezza, decisione, solidarismo. Il professore si ritiene in grado di «restituire dignità al popolo della Campania». Naturalmente, è la Nco ad offrire questa opportunità. Lo stesso Cutolo sintetizza gli ideali della sua Nco: «Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare ì più elementari valori dei diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare intensamente, in senso vero di giustizia, rischiando la propria vita e questo per la società vuoi dire camorra, allora ben mi sta questa ennesima etichetta». Quasi una speranza di riscatto. Dietro queste parole, a centinaia hanno dato la propria adesione alla Neo. Disoccupati, giovani sottoproletari, detenuti, in carcere per piccole rapine o furti isolati, pronti a fare il grande salto nel crimine organizzato. La Nco, per loro, rappresenta il senso di identità. Sentirsi parte di un'istituzione, di un vero «potere» di cui avvertono essere granelli importanti.
Il rispetto, la considerazione mai avuta, per quei disperati arrivano proprio dall'appartenenza alla Nco. Il «terrorismo del nostro sottoproletario che, abbandonandosi al più assoluto qualunquismo politico, ritrova nel crimine organizzato la propria identità di massa»: è la definizione sintetica dei giudici. Naturalmente, una volta scelta l'affiliazione a nessuno è concesso di allontanarsi dalla Neo. Altrimenti, è la morte. E, in alcune carceri, come Poggioreale, Ascoli Piceno, Volterra, Pianosa, nascono vere succursali della Nco. Anzi, quando impazza la guerra tra il clan di Cutolo e quelli avversari, i direttori devono dividere i rivali. All'ingresso, ognuno deve dichiarare la propria appartenenza camorristica. Anche in questo caso, seppure per motivi di sicurezza, una parte dello Stato deve riconoscere l'esistenza di «un potere». Nella domanda all'ingresso delle carceri, c'è quasi un implicito significato politicosociale. Viene riconosciuta l'aderenza, anche ideologica, ad un clan, ad una organizzazione malavitosa. La cassetta registrata, le centinaia di lettere di detenuti, ma c'è anche un libricino, con l'introduzione dell'avvocato Francesco Cangemi. L'autore è Cutolo. Una raccolta di poesie, stampata nel 1980. Il tema è la camorra, con gli esponenti di vertice della Nco (Vincenzo Casillo e Pasquale Barra).
Quasi uno strumento di propaganda, la camorra che si fa sempre più fenomeno politico. Si parla, senza remore, di compari, infamità, regali, punizioni. All'interno, anche una foto di Cutolo in catene tra i carabinieri. E poi altre foto di affiliati: Pasquale Barra, Mario Strazzeri, Pasquale D'Amico, Carlo Biino, Giuseppe Serra, Domenico Radunanza, Michele Iafulli, Roberto Cutolo, Franco Invigorito. Insomma, niente più spontaneismo. La Nco è un'organizzazione cosciente, con propria «ideologia», seguito sociale. Un vero «potere». Stretti i collegamenti tra gli affiliati in carcere e quelli all'esterno. Le lettere sono il mezzo di comunicazione. Ogni mese, la Nco provvede a inviare una somma alla famiglia dell'affiliato detenuto. A provvedere è il cassiere di turno, un affiliato libero. In carcere, i soldi arrivano ai detenuti attraverso un versamento fatto all'ufficio postale di Ottaviano.
Le lettere tra affiliati sono prima esplicite. Poi, quando cominciano le prime inchieste della magistratura, c'è il ricorso a termini in codice. Ricordate la definizione di Ferdinando Russo e Ernesto Serao sulla onorata società? Per loro era «massoneria del crimine». Un paragone simile, 70 anni dopo, viene fatto dai giudici napoletani. Ecco cosa scrivono: «Si stia attenti a considerare frutto di farneticante follia il messaggio della Nco. Esso lo è alla stessa maniera in cui lo sono stati i rituali sacri di quella loggia massonica denominata P2, consorteria di rispettabili esponenti dello Stato, della finanza e della cultura, riunitisi, a quanto pare, per costituire uno Stato nello Stato». Ed ecco, dunque, le caratteristiche, individuate dai giudici, della Nco: mutualità, struttura gerarchica, stretto rapporto tra affiliati liberi e detenuti, grande potere dell'organizzazione nelle carceri. Ed è, quest'ultima, una eredità della camorra storica. Ricordate le descrizioni degli scrittori settecenteschi? Spaccati simili si ritrovano nelle inchieste giudiziarie sulla Nco.
L'organizzazione controlla numerosi agenti di custodia, ne ottiene favori. In una lettera scritta da Raffaele Vaiano (un affiliato detto il ragioniere) a Vincenzo Casillo, a proposito di due imputati (Gennaro Perrella e Enrico Rispoli), si legge: «La Mattina Nunzio mi ha scritto una cortesia che solo tramite vostro posso esaudire. Lui dice di far sapere a Rispoli Enrico che dovrebbe fare pressione sull'agente di custodia Tonino Pollaro affinché non dica, quando sarà chiamato a farlo, che sul bigliettino che zio Nunzio consegnò a Tonino Pollaro c'era scritto 750 milioni, bensì c'era scritto 750 mila lire, visto che questo famoso bigliettino non esiste e che la circostanza è stata confermata da questa guardia». Ma a Cutolo si oppongono le famiglie della «vecchia camorra».
Sono i gruppi cresciuti con il contrabbando. Ora che la rotta delle sigarette si è spostata sulle coste pugliesi, quell'attivitàtradizionale si è riconvertita nel più redditizio traffico di stupefacenti. Sono quelle stesse famiglie che, per tanti anni, hanno subìto il controllo dei siciliani. In virtù di quegli antichi collegamenti, cercano di distruggere Cutolo e la sua organizzazione. Ma chi sarà mai quel professore che osa chiedere una tangente sulle casse di sigarette, una estorsione su ogni attività commerciale in un territorio esteso, controllato da suoi fedelissimi? Gli spazi si restringono. E le vecchie famiglie non possono più subire. Pena la scomparsa definitiva. E la guerra. Il 21 aprile 1976, in via Arenaccia, due giovani a bordo di una moto scaricano sul viso di don Antonio Spavone una raffica di pallettoni. E 'o malommo se la cava per puro caso. È il primo grosso atto di guerra contro un capo della vecchia camorra. Le famiglie tradizionali si coalizzano. Ci sono i Giuliano di Forcella, Michele Zaza, Umberto Ammaturo, il gruppo di Antonio Bardellino nella provincia di Caserta, don Lorenzo Nuvoletta di Marano (collegato, attraverso la sua parentela con la famiglia Sciorio, ai siciliani), i Vollaro di Portici. Un cartello numeroso. Tante famiglie, con territori limitati. Sono una federazione di clan. Ma cosa vuole questo Cutolo, accentrare tutto nelle sue mani? Una sola camorra guidata da lui? Un monopolio delle attività illegali, con unico interlocutore per la mafia americana e i siciliani? Le vecchie famiglie non ci stanno. E nasce il cartello della NF, la Nuova Famiglia. Si contrappone alla Nco ed al suo disegno accentratore. Combattere ad armi pari Cutolo significa anche contrastarlo sul piano ideologico. La Nco è una valvola di sfogo per tanti giovani emarginati? Deve esserlo anche la NF. Al giuramento di Palillo si contrappongono altri codici, altri rituali. In un quadernetto sgualcito, in tutto venti fogli, trovato nell'auto di Mario Fabbrocino, aderente alla NF, i carabinieri scoprono il «giuramento del camorrista».
L'idea è la stessa della Nco. Ecco cosa si legge su quei fogli: «ln questa sacra giornata d'umiltà, giuro da uomo di tenere fede a questo patto di sangue e di fratellanza e che il sangue di questa vena d'onore esce per entrare in un'altra vena d'onore. Giuro di dividere centesimo per centesimo, millesimo per millesimo, con questo mio fratello di sangue nel bene e nel male fino alla tomba. Se la lontananza ci dividerà, il sangue ci unirà e ci chiamerà fino alla morte che ci separa. Faccio fede di questo patto di fratellanza e di questo lungo abbraccio che ci porterà con umiltà fino alla tomba». Per la NF, l'affiliazione viene definita la «copiata». Omertà, punizione dei traditori, rigida selezione per l'affiliazione: le regole sono sempre le stesse. In quattro punti, le diverse trasgressioni: trascuranza in bene, trascuranza in male, tragedia, infamità. Punizioni graduali, fino ad arrivare alla morte dell'affiliato o di membri della sua famiglia. Un tribuna.f le. Proprio come quello della camorra ottocentesca, dove regnava il diritto della grande mamma. Si legge ancora nei documenti sui rituali della NF: «Il corpo dell'infame ucciso è preferibile farlo scomparire, poiché puzza di tragedia e di infamità».
L'origine della NF? Se quella della Nco porta la data del 24 ottobre 1970, la nascita ufficiale del cartello nemico è quella dell'otto dicembre 1978. Un patto tra famiglie. Nella riunione di quel giorno, ci sono i Giuliano di Forcella, i Vollaro, la famiglia Zaza. Sono i promotori. La loro sarà un'alleanza temporanea, per affrontare Cutolo. Nessun disegno accentratore di camorra unitaria. Le famiglie dovranno restare sempre separate, con accordi che ne delimitano ambiti e prerogative autonome. Per ora, c'è un obiettivo comune: la guerra alla Nco. E nasce la NF. Ecco come il documento trovato dai carabinieri ricorda quella nascita: «Nel lontano 1978, quando si formò l'onorata fratellanza, giurando fedeltà a nome della santissima Immacolata, giovani onorati si unirono per onorare la madre terra e vendicare il loro sangue. Io, fratello invisibile, sovrano alle onorate famiglie di fratellanza, con mio manto d'onore, stima e fedeltà vi copro e vi guido lungo quella strada angusta e stretta dove forse molto sangue si verserà, ma con infinita dignità. Viva l'omertà!»
Anche per la NF, ci sono gradi gerarchici, chiamati «rialzi», rituali di affiliazione. Nomi diversi, ma la sostanza è la stessa. Tra Nco e NF nessunadifferenza. Il 22 aprile 1982, i carabinieri sequestrano, in casa di Pietro Quartuccio, gregario della famiglia Giuliano, un vero e proprio organigramma. E il clan Giuliano, nella sua gerarchia: don Lovigino (figlio del capostipite Pio Vittorio) al vertice, consiglieri i fratelli Luigi e Mario Di Biasi, detti i Faiano, nella zona dei Quartieri spagnoli, Antonio Capuano, Vincenzo Lo Russo.
Luigi Giuliano è subentrato al padre Pio Vittorio. Lo chiamano Lovigino, uno strano nomignolo. E una storpiatura di Luigi. Lui è un bel ragazzo, un amore (love), come lo chiamano gli americani nel dopoguerra. Love si unisce a Luigi e nasce Lovigino. A 14 anni il futuro capo, in compagnia di Giuseppe Misso (futuro capoclan della Sanità), ruba un'auto americana. Poco prima, a Pio Vittorio era stata sequestrata una nave piena di sigarette di contrabbando. Una tragedia. Ma nel furto di Lovigino, l'improvvisa fortuna. Nell'auto, vengono trovati centinaia di dollari. «Sono per te papà, per rifarti della perdita della nave» dice il ragazzo. Nasce un nuovo capo, appena adolescente. Alla NF, appartengono, dunque, sette famiglie, con relativi affiliati: Zaza, Bardellino, Vollaro, Giuliano, Nuvoletta. Ammaturo, Alfieri. È il periodo, che durerà per quasi cinque anni, di una spietata guerra. Nel carcere di Poggioreale (l'unico rimasto a Napoli, dopo la chiusura del San Francesco, della Vicaria e la trasformazione del Sant'Erasmo in ospedale psichiatrico giudiziario), i detenuti si muovono con agilità. Armi, droga, messaggi. In quegli anni succede di tutto. Compresi omicidi, spesso spacciati per suicidi. I gruppi contrapposti vengono divisi in padiglioni diversi. Il carcere deve annotare l'appartenenza del detenuto nuovo, per deciderne la collocazione.
Una guerra riconosciuta. Sono anni terribili. Si ragiona in termini di nemici o amici. Nel 1980 i morti sono 148, l'anno dopo ben 235. Una escalation di uccisioni, con vittime che hanno meno di 30 anni, molti addirittura meno di 25.
Secondigliano diventa il quartiere principale del reclutamento giovanile. Una nuova zona, immortalata dalle immagini cinematografiche del film di Salvatore Píscítellí «Le occasioni di Rosa». Un quartiere periferico, di edilizia popolare finanziata con i fondi della legge 167. Emarginazione, zona dormitorio, Bronx incontrastato di spaccio di eroina, rapine, scippi, furti. Scrive il sociologo Pino Arlacchi: «Nella periferia napoletana nasce il giovane che muore di camorra. Appartiene di massima al sottoproletariato urbano. La sua famiglia di origine è caratterizzata da un alto livello di instabilità e di disorganizzazione. Egli non ha frequentato regolarmente la scuola, e ha avuto qualche breve esperienza di lavoro minorile, molto presto è entrato nel mondo della piccola delinquenza locale, con furti, rapine, scippi, bravate. Il giovane fuorilegge napoletano è stato allevato ed educato dalla strada, dalla banda, dal quartiere, dal bar, cioè dai rapporti esterni alla famiglia.
Un ruolo importantissimo nella sua socializzazione criminale è stato svolto dalle precoci esperienze di ospite dei riformatori prima e delle carceri per minorenni dopo». Un quadro terribile, ma reale. Sono lontani gli anni del delitto a coltellate. Cambiano i tempi e cambiano anche gli strumenti di morte. Ora domina la sventagliata di mitra, la scarica di pistola o di fucile a pallettoni. Tutto rigorosamente in un agguato, di corsa, su auto o moto. Spesso viene lasciato un messaggio sul cadavere: uno straccio a tappare la bocca (se l'ucciso viene considerato un traditore). A volte, l'omicidio è spietato. Soprattutto se deve essere una vendetta atroce. Con sofferenza. Come capita a Giacomo Frattini il 21 gennaio 1982. Viene trovato in un'auto al centro di Napoli. Il corpo è mutilato in maniera atroce: testa e mani mozzate, cuore strappato. Quando trova una morte così atroce, Frattini ha 23 anni. La NF lo ha massacrato per vendetta. I metodi della mafia, ormai, dopo il 1970, sono quelli della camorra napoletana.
Il superpentito della mafia siciliana, Tommaso Buscetta, parla deí contatti con i campani. Cita le famiglie della NF: Nuvoletta, Bardellino, Zaza. Una conferma. Il «potere camorrista» è diventato holding criminale. E quando ci sono di mezzo grossi affari, cresce la violenza, i morti si moltiplicano.
Anni 70 : cronaca
Il 5 aprile 1973 Luciano Liggio, con l'aiuto del boss della camorra Michele Zaza e del nipote di Zaza, Ciro Mazzarella (padre di Vincenzo o' pazzo, attuale boss dell' Arenaccia e di San Giovanni a Teduccio), sferrò un agguato al commissario di polizia Angelo Mangano, ma questi fu solo ferito. Nel gennaio del 1974, il figlio di Pupetta Maresca, Pasqualino Simonetti (18 anni), fu invitato ad un appuntamento dal patrigno Ammaturo. Una volta giunto sul posto, un viadotto abbandonato in periferia, fu ucciso dallo stesso Ammaturo e da Antonio Spavone, che fecero sparire il corpo. Intanto a Poggioreale, un giovane condannato per omicidio di nome Raffaele Cutolo comincia ad organizzare, con gli altri detenuti, una nuova società camorristica, da lui denominata Nuova Camorra Organizzata, che giocherà un ruolo fondamentale, negli anni a seguire, nel panorama criminale italiano. Sempre in carcere, Cutolo strinse amicizia con il boss calabrese Tripodi ed organizzò un agguato a Spavone, che fu gravemente ferito. Grazie ad una discussa infermità mentale, che gli fu concessa con l'appoggio di Aldo Semerari, Cutolo fu poi rinchiuso in un sanatorio. La polizia, dopo alcune indagini, si accorse che da lì Cutolo continuava ad iniziare adepti e lo trasferirono al manicomio criminale di Aversa. I direttori di entrambi gli istituiti si suicidarono in circostanze sospette.
Il 25 febbraio 1974 il boss siciliano Alfredo Bono e il boss della camorra Michele Zaza forzarono un posto di blocco alla guida di una BMW, ma furono inseguiti ed arrestati. In seguito si scoprì che non erano soli : erano seguiti da una altra macchina guidata da Luciano Leggio, che riuscì a dileguarsi. Lo stesso anno, i boss della camorra Zaza, Bardellino e Nuvoletta cominciarono a collaborare attivamente con la mafia, decidendo di allargare il traffico di sigarette di contrabbando in tutta Europa. Il siciliano Gaetano Fidanzati, quindi, si trasferì a casa di Zaza. Prendeva gli ordini dalla Cupola attraverso il fratello, Giuseppe Fidanzati. Il 15 novembre finisce il processo contro 32 persone appartenenti all' Anonima Sequestri sarda. Collaboravano con questa i napoletani e i siciliani, a cui capo c'era Luciano Leggio, che dava gli ordini dal carcere attraverso il prete Agostino Coppola, seguito da Francesco e Calogero Guzzardi, Francesco e Giacomo Taormina, Salvatore e Giuseppe Ugone, Gaetano Quartarano, Domenico Coppola, Nello Pernice, Giuseppe Ciulla, Giuseppe e Ignazio Pullara. Molti di loro furono liberi e il testimone accusatore, Vitale, fu rinchiuso in un sanatorio. Nel 1976, intanto, Cutolo fece uccidere il suo amico Tripodi da Salvatore Esposito per rendere un favore ai fratelli calabresi De Stefano. Il 28 febbraio 1977 i carabinieri arrestarono Michele Zaza, Nunzio LaMattina e Alfredo Bono al ristorante napoletano Ferdinando.
Il 5 aprile Guido De Martino fu rapito da Federico Corniglia, Aleardo Cattaneo e Ciro Forte. Un mese prima c'era stato un vertice tra Michele Zaza e il boss siciliano Alfredo Bono a Napoli. Zaza volle il rapimento per mettere sotto pressione il padre del giovane, un politico. Bono e Turatello organizzarono il rapimento, contattando Zaza attraverso Nunzio Guida e i siciliani attraverso Salvatore Enea.
Il 27 giugno 1977 i boss Zaza e Lorenzo Nuvoletta uccisero Alfredo Taborre e Giuseppe Barbera. Sempre nello stesso anno, organizzarono un enorme traffico di sigarette, finanziato dallo stesso Zaza e dal siciliano Spadaro, con la stretta collaborazione di Francesco Prudentino e Giuseppe D’Onofrio.Nel 1978 la polizia beccò Bernardo Brusca (un capo di Luciano Leggio) in compagnia di Michele Zaza. Intanto il 5 febbraio 1978 Cutolo evade dal manicomio criminale di Aversa con l'aiuto di Alfonso Rosanova, Vincenzo Casillo, Corrado Iacolare (un nipote dei Maisto) e i fratelli Giovanni e Ninuzzo Marandino. Il 16 marzo il politico della DC Aldo Moro viene rapito dalle Brigate Rosse; Cutolo viene pregato in carcere da alcuni esponenti politici e dai servizi segreti di tentare un mediazione. Il Professore, così, manda il suo luogotenente Casillo dal capo della banda della Magliana a Roma, Nicolino Felis (che più tardi fu ucciso) per liberare Moro. Ma non ebbe successo e il 9 maggio Moro fu trovato ucciso. Il cutoliano Antonino Cuomo, intanto, prova ad uccidere il suo nemico Ciro Maresca, fratello di Pupetta, ma questi sopravvive. Il 13 settembre 1978, l'avvocato Pasquale Cappucci fu ucciso mentre era alla guida della sua auto insieme alla moglie. Cappucci fu ucciso per ordine di Cutolo, che aveva già ucciso a Ottaviano il criminale locale Francesco Langella, perchè questi aveva rapito, senza il suo permesso, il figlio dell' imprenditore Francesco Casillo.
Lo stesso anno Rosanova uccise i concorrenti Brunone Tagliamonte e Ernesto Gallo, tramite il killer Giovanni Marandino, che gettò poi i corpi in un lago. Il 15 maggio 1979 il latitante Cutolo fu catturato e spedito a Poggioreale. Sua sorella Rosetta guidava ora per lui l' NCO in una sanguinosa guerra contro i clan della Nuova Famiglia, che si erano coalizzati da poco contro il Professore e che comprendevano tra l'altro boss del calibro di Carmine Alfieri, Bardellino, Nuvoletta e i fratelli Giuliano.
ericolo chiamato terrorismo
Sono anni difficili. Al Comune governa la giunta di sinistra guidata da Maurizio Valenzi. Il terremoto è la nuova emergenza da affrontare. Arrivano i miliardi della ricostruzione, da utilizzare con poteri speciali affidati al sindaco ed al presidente della giunta regionale. Non si tratta solo di case. Vengono aggiunti anche 24 progetti di grosse infrastrutture da realizzare con quei soldi. Significano rapporti con le grosse imprese, possibilità, attraverso le commissioni dì collaudo, di ottenere implicitamente appoggi dai magistrati nell'operazione politicoimprenditoriale. La tensione, in quel periodo, è alta. Dagli inizi degli anni '70 è esploso il terrorismo. Rapimenti di magistrati, volantinaggi fuori le fabbriche, ferimenti, poi omicidi. La Liguria, il Piemonte, la Lombardia, Roma. Crescono le colonne provinciali delle Brigate rosse. A Napoli monta la protesta della sinistra non istituzionale. Mentre il Pci ha il suo successo elettorale storico e, per la prima volta, ottiene il sindaco, negli ambienti studenteschi e sottoproletari le organizzazioni extraparlamentari fanno proseliti. Nella zona dell'Università, in piazza Medaglie d'oro al Vomero, i principali luoghi di ritrovo. Una delle prime avvisaglie in città di una tensione in crescita è l'esplosione, in un appartamento di via Consalvo nel quartiere Fuorigrotta, di una rudimentale bomba che alcuni giovani stavano confezionando. Si scoprono i primi aderenti a una sigla nuova: i Nap (Nuclei armati proletari). Vi fanno parte soprattuto studenti. Saranno l'area di reclutamento per la colonna napoletana delle Br. Poi gli assalti al Circolo della Stampa, le infiltrazioni nei movimenti di disoccupati, la partecipazione alle proteste di piazza dei terremotati, le provocazioni ai concerti di musica pop.
Quei movimenti, spontanei o manovrati, si fanno sentire. E spesso quei giovani hanno contatti con i loro coetanei che hanno scelto l'affiliazione alla camorra. I confini tra diverse attività illegali si fanno sottili. Le Br si fanno sentire. Parte la campagna contro la deportazione dei terremotati. Il programma di ricostruzione, avallato dal Pci, prevede il transito dei senzatetto in provvisorie strutture precarie: alberghi, campi containers, seconde case requisite sulle coste del litorale domizio in provincia di Caserta. Poi, l'assegnazione, con rigidi criteri, dei nuovi alloggi: settemila in provincia (che deve realizzare il presidente della giunta regionale), tredicimila in città (affidati alla realizzazione del sindaco). No al trasferimento dei terremotati, alla loro ghettizzazione, dicono i primi volantini delle Br. Il progetto politico è chiaro: utilizzare i venti di protesta, sempre presenti in città, per creare adesioni e consensi. Le possibilità non mancano: i movimenti di disoccupati, i senzatetto, ora i terremotati. Vengono feriti alle gambe il preside della Facoltà di Architettura, iscritto al Pci, Uberto Siola, e l'assessore comunale dc Rosario Giovine. Poi gli agguati mortali ad assessori regionali. Tutti dc: Pino Amato (il 19 maggio del 1980) e Raffaele Delcogliano (il 27 aprile 1982). E ancora altre azioni clamorose: l'assalto alla caserma Pica di Santa Maria Capua Vetere (febbraio 1982), l'assalto a una colonna dell'esercito a Salerno (agosto 1982), l'uccisione del capo della squadra mobile della polizia Antonio Ammaturo (luglio 1982). Le Br, anche a Napoli, alzano il tiro. Un anno prima di quegli episodi, però, l'operazione certamente di maggiore risonanza. Il 27 aprile del 1981, alle ore 21,45, un commando di terroristi irrompe nel garage della villa di Torre del Greco dove abita Ciro Cirillo. È un esponente politico di enorme potere locale. Cirillo, democristiano, ex presidente di più giunte regionali, assessore, è il punto di riferimento locale di Antonio Gava, gran controllore di tessere nella corrente dorotea. Gava, figlio di Silvio (ex ministro di più governi negli anni '50), dopo le esperienze negli enti locali, controlla la Dc napoletana. Nella regione, contende la maggioranza al gruppo avellinese di Ciriaco De Mita. Dopo la definitiva trasmigrazione a Roma, Gava è diventato uno dei potenti della Dc, più volte ministro. In Campania, però, ha bisogno di chi, sul posto, controlli tessere, gestisca appalti, abbia incarichi. Il suo uomo più fidato è dunque Cirillo. I brigatisti piombano nel garage e uccidono l'autista che guida l'auto blindata della Regione Campania: Mario Cancello. Muore anche il brigadiere di polizia Luigi Carbone. Ciro Fiorillo, segretario di Cirillo, urla: «No, no». I brigatisti hanno un attimo di esitazione. Fiorillo viene solo ferito alle gambe. L'obiettivo è Ciro Cirillo. I brigatisti lo prelevano. Un rapimento, come quello di Moro, l'ex segretario nazionale della Dc. Prendere Cirillo, in Campania, significa colpire Antonio Gava.
Le Br rivendicano subito l'azione, collegata alla campagna contro la deportazione dei terremotati. Appalti, vicende interne alla Dc, tutti i retroscena del potere locale: Cirillo sa tanto. Ma il suo rapimento finisce bene. Non viene ucciso, come era accaduto ad Aldo Moro tre anni prima. Il 25 luglio, tre mesi dopo il rapimento, alle sei del mattino viene rilasciato. Un riscatto di un miliardo e mezzo, ma soprattutto un decisivo intervento del «potere camorrista». La storia si ripete. La camorra, versione Cutolo, come sempre, viene legittimata dal potere legale. L'organizzazione malavitosa è un potere nelle realtà illegali, nel mondo sommerso dell'illecito. Un ruolo che, in quattro secoli, mai nessun regime ha saputo disconoscere. Proprio come in quel 1981.
Scelte giovanili tra NCO e NAP
Sono anni di sbandamenti giovanili. Le scelte, in città, di una gran massa di adolescenti privi di prospettive, in realtà degradate e ambienti sottoproletari, sono due: la camorra o il terrorismo. I confini sono sottili. L'ambiente di provenienza è spesso comune. Stessa età, a volte uguale formazione. C'è anche un collegamento: lo spirito di protesta e di rivalsa sociale, che unisce la Nco cutoliana e le sigle terroristiche che compaiono a Napoli. Ed è proprio quella matrice che accomuna, in carcere, detenuti politici a camorristi. I due mondi dialogano. Proprio come facevano i liberali imprigionati dai Borboni con i camorristi detenuti nel carcere della Vicaria. Nulla di nuovo. Le celle sono luoghi di scambio di idee, collegamenti, conoscenze di mondi diversi. Scrive il sociologo Amato Lamberti: «Sono molte le storie di nappisti che, entrati in galera per episodi come l'assalto ad armerie, vengono contattati dalla camorra di Cutolo e diventano operativi nella Nco». Cutolo, capocamorra incontrastato, spietato, ma di grosso intuito e intelligenza, che ha costruito il suo regno da dietro le sbarre, capisce subito che la gestione di questi giovani politicizzati è importante. Li assorbe e trasmette loro il suo indubbio carisma. Ma il «potere camorrista», tornato ad essere centralizzato, controlla anche migliaia di voti. Il «Vangelo» non può che imporre candidati, sicuro di essere ascoltato. E molti politici lo sanno. I contatti tra potere legale e camorra non sono isolati.
Il giornalista Giuseppe Marrazzo, impegnato cronista di camorra ormai scomparso, più volte ascoltato come testimone dai giudici, descrive un verosimile colloquio tra Cutolo e Vincenzo Casillo. Il professore dice: « Bisogna andare a Napoli e parlare con quelli della Regione per far dare i lavori a Corsicato. Salvatore Zaza non può avere sempre la meglio, la fetta più grande. Anche Salvatore La Marca si deve mettere al corrente, deve rigare dritto. Se vuole essre sindaco di Ottaviano, mi deve dare almeno dieci dei trenta posti al Comune». Lo stesso Marrazzo racconta un altro espisodio. In prima persona a parlare è Cutolo: «Una buona notizia la porta in carcere l'onorevole Ciccio Mirtello. È appena rientrato da Fossombrone, da una delle visite periodiche che i parlamentari vi compiono. Con lo stesso pretesto, viene da me a Poggioreale. E latore di un messaggio che aspettavo da tempo, Luciano Liggio, il potente boss della mafia, mi manda a salutare. Mirtello poi mi raccomanda la candidatura al Senato di un suo protetto di Nola. Si tratta di fottere un altro candidato.
La Dc me ne sarà grata». Ma i contatti non vengono mai tenuti con un solo partito. Cutolo non fa distinzioni. Ha interesse solo a gestire, da uomo di potere, rapporti con altri poteri. Senza differenze di colore politico. Ecco una lettera che lo stesso professore scrive all'avvocato Angelo Cerbone, suo ex difensore: «II vostro ex amico Almirante era assai intimo di Semerari il quale a sua volta era amico intimo di Enzo Casillo con il quale si incontrava per comunicargli le ambasciate di Almirante che attraverso Semerari faceva pressioni su di me per ricevere aiuto nelle elezioni politiche e regionali, aiuto che gli fu ampiamente dato dai miei uomini. E anche il vostro parente di Acerra ne sa qualcosa. E Semerari era lo stesso che mi chiese di uccidere il giudice Amato. Avete capito bene? E insieme a Semerari mandò Giuseppe Giuseppucci, detto il nero, a parlare con Casino». Maggioranze e opposizioni: per il capo della Nco, tutti i partiti sono uguali. L'esempio poi di Raffaele Graziano, fedelissimo di Cutolo, sindaco socialdemocratico per diversi anni di Quindici, un piccolo e povero paese della Valle di Lauro in provincia di Avellino, è sintomatico. Graziano gestisce i soldi della ricostruzione, fa le assunzioni al Comune, elargisce favori. È lui lo Stato, legale e illegale, nel piccolo paese. E la gente gli è grata. Sindaci di quel Comune, in successione, sono ben quattro esponenti della famiglia Graziano. Deve intervenire il presidente della Repubblica Sandro Pertini per destituire don Raffaele Graziano, coinvolto nelle inchieste sulla Nco. In terra di camorra, succede questo e altro.
Tra le carte di un camorrista detenuto, coinvolto nel blitz contro la Nco, Ciro lavarone di Aversa (paese in provincia di Caserta), ad esempio, viene trovata una lettera del senatore dc Tommaso Morlino. Ma il flirt tra poteri è totale. In quei giorni, c'è anche la P2, potente loggia massonica, vero Stato occulto, con aderenti diffusi in tutti i posti chiave della Repubblica. Anche la P2 capisce che bisogna dialogare con i «poteri malavitosi». Mafia e camorra in testa. 11 referente campano è Cutolo. Attraverso i suoi uomini, viene in contatto con i faccendieri Alvaro Giardili e Francesco Pazienza, vicini agli ambienti piduisti. Sullo sfondo, gli appalti della ricostruzione in provincia di Avellino. La Nco viene considerata mediatrice di affari e di voti. Attraverso la sua forza di intimidazione, i suoi consensi nei poveri e poco acculturati ambienti sociali sottoproletari e contadini (ma anche in ambienti più alti), è un potere capace di fare da interlocutore a tante parti dello Stato. Ed una riprova arriva proprio da una delle vicende più discutibili dell'Italia repubblicana: la trattativa per il rilascio di Ciro Cirillo.
Il caso Cirillo
Si cerca una verità. Quella processuale è difficile da raggiungere. Impazza il processo alla Nco, con Tortora imputato. I radicali accusano: questo dibattimento serve a coprire il caso Cirillo, la trattativa tra Stato e camorra.
Sono momenti difficili per i magistrati di Napoli. Gli attacchi ai giudici del maxiprocesso alla Neo continuano. E, in quella stessa Procura della Repubblica, capita la patata bollente della trattativa per la liberazione di Ciro Cirillo. Due procuratori capo (Francesco Cedrangolo e Alfredo Sant'Elia), diversi sostituti procuratori (Libero Mancuso, Gerardo Arcese, Armando Cono Lancuba, Alfonso Barbarano) si avvicendano. Sempre lo stesso, invece, resta il giudice istruttore: Carlo Alemi, magistrato esperto in inchieste sul terrorismo, in trincea negli anni di piombo, coraggioso e equilibrato quanto basta. Alemi lavora con grande difficoltà. Mettere mano a quello stralcio dell'inchiesta principale sul rapimento Cirillo non è semplice. Le prove sono poche, molte sono state distrutte, í testimoni parlano a stento, alcuni sono morti strada facendo.
Fatto sta che quell'istruttoria dura sei anni. L'ordinanza sentenza, depositata il 28 luglio 1988, è di 1534 pagine. A giudizio vanno Cutolo, Madonna e Iacolare, accusati di estorsione. Scrive il giudice: «Minacciando di non far liberare Cirillo e di farlo uccidere, costringevano amici e familiari dell'ostaggio, esponenti politici della Dc, persone e società collegate al partito a procurarsi una somma di denaro non precisata, ma comunque non inferiore al miliardo e mezzo, a farsela consegnare». Dai camorristi sarebbero arrivate altre richieste: la sospensione di decreti di carcerazione, il mancato arresto di latitanti, perizie psichiatriche favorevoli, trasferimenti di detenuti, visite irregolari a Cutolo in carcere, appalti pubblici per la ricostruzione. Giovanni Pandico, uno dei pentiti del maxiblitz, viene accusato di ricettazione, per aver preso 250 milioni di quel riscatto. Poi le accuse di falso. Destinatari i funzionari del carcere di Ascoli (il direttore Giordano, il maresciallo Guarracino, gli agenti di custodia Rosario Campanelli, Salvatore Cocco, Giorgio Manca), il direttore del carcere di Palmi, Giovanni Salamone: su di loro, l'ombra dell'occultamento e dell'alterazione dei registri di entrata e uscita dalle strutture carcerarie dove sono avvenuti gli incontri. Accusa di falso anche per l'ex questore Walter Scott Locchi e il vice questore Ciro Del Duca. Non si sa che fine abbiano fatto alcuni bigliettini, con firme di politici, sequestrati nel castello di Ottaviano. Attaccato, ostacolato, nei mesi dell'istrutoria Alemi va avanti. Interroga Antonio e Silvio Gava, Enzo Scotti, il senatore Francesco Patriarca, Flaminio Piccoli. Sono i nomi degli alti esponenti dc che circolano sulla stampa. Pochi gli aiuti che il magistrato riceve per l'istruttoria. Stessa sorte per le testimonianze raccolte dai brigatisti e dai funzionari di polizia. Perché Cirillo, subito dopo la scarcerazione, viene subito prelevato da un'auto della polizia con a bordo il vice questore Biagio Giliberti e portato a casa? Cosa è avvenuto dei soldi consegnati alle Br dal pubblicistafaccendiere Enrico Maria Zambelli? E poi la misteriosa scomparsa di tanti testimoni. Salta in aria, su un'autobomba, a Roma, Enzo Casillo. C'è chi dice che avrebbe raccolto cinque miliardi, depositati poi in Svizzera. Al suo fianco, c'è Mario Cuomo, che rimane privo delle gambe. Verrà ucciso qualche armo dopo, nella sua casa di Napoli. Muore, finito a martellate in una clinica romana, il camorrista acerrano Nicola Nuzzo. Una successiva istruttoria, condotta dal giudice Paolo Mancuso, accerterà che si è trattato di un delitto organizzato e perfezionato dalla moglie di Nuzzo e dal suo amante. Ma muore anche Adalberto Titta, alto funzionario dei servizi segreti. Di infarto. Stessa sorte ha anche il brigatista Luigi Bosso, che subisce ben otto trasferimenti di carceri. Infarto anche per lui. A 42 anni. Viene ucciso, un anno dopo la liberazione di Cirillo, l'allora capo della squadra mobile della polizia, Antonio Ammaturo. Un agguato delle Br. Ammaturo, grosso esperto di camorra, aveva detto: «I boss della camorra non sono che pedine di un gioco più grande di loro. E un gioco politico, una grande faccenda di corruzioni e coperture. Sono preoccupato, mi minacciano...».
Ammaturo, qualche anno prima, viene trasferito da Napoli a Gioia Tauro in Calabria. Su quell'improvviso cambio di ufficio, il commissario ha sempre parlato di pressioni al ministero fatte da Giuliano Granata e Ciro Cirillo, per farlo andare via dal commissariato di Giugliano. Ammaturo avrebbe infatti perseguitato con troppo accanimento Alfredo Maisto, capocamorra locale, capace di assicurare centinaia di voti alla Dc. Dietrologie? Il capo della squadra mobile sapeva qualcosa sulla trattativa per liberare Cirillo? Ma i misteri sono tanti. Qualcuno crede, ad esempio, che la morte di Calvi sia collegata a due episodi: il rapimento Cirillo e la vicenda, tutta mafiosa, della lista dei 500 (un tabulato con l'elenco di grossi personaggi della politica e della finanza che hanno portato i propri soldi, frutto di tangenti o finanziamenti occulti, all'estero, su conti correnti di comodo), consegnata dal banchiere Michele Sindona alla mafia dopo il suo rapimento in Sicilia. In questa generale scomparsa di testimoni, l'unico a farla franca è Corrado lacolare. Fugge in Paraguay, ricco. Diventa un proprietario terriero. Lo lasciano tranquillo.
Nel 1991 viene estradato in Italia, per essere processato. Deve affrontare il giudizio per un vecchio omicidio. Resta a Roma. Ma Mario Girardi, un avvocato fino a quel momento più noto per le cause civili che per le penali, riesce con facilità a farlo scarcerare. Iacolare ridiventa libero per un difetto nella richiesta e concessione dell'estradizione. Rapida la decisione della corte d'appello di Napoli. Un mistero. Quasi in sordina la liberazione e la successiva fuga in Paraguay. Iacolare non parla. Anche se, poco prima di essere scarcerato, riceve qualche avvertimento da Cutolo. Va via dall'Italia, tranquillo. Sono in tanti a considerarlo l'unico custode in vita dei nastri registrati sui colloqui avvenuti nel carcere di Ascoli Piceno. E don Raffaele? Dice al giudice Alemi: «Casino curava i miei affari. Ha trattato in prima persona all'interno e all'esterno del carcere le trattative per il rilascio di Cirillo. Mi risulta che si è incontrato ripetutamente a Roma, in un albergo di Sorrento e in una villa di Avellino, a Monteforte, con diversi personaggi politici. E lo stesso Casillo ad avermelo riferito. Personaggi di rilevanza nazionale, in massima parte della Dc, ma anche di qualche altro partito. Mi rifiuto di dire se tra questi nomi ci fossero Antonio Gava, Flaminio Piccoli, Enzo Scotti, Francesco Patriarca, l'onorevole socialista Enrico Quaranta, Ciriaco De Mita». Ma l'assicurazione sulla vita per Raffaele Cutolo sarebbe la sorella Rosetta, latitante dal 15 luglio 1982. Sarebbe anche lei a custodire documenti segreti sulla trattativa per il rapimento Cirillo. In parte, li avrebbe acquisiti da Vincenzo Casillo. E donna Rosa riesce a muoversi tra Italia e estero, indisturbata. Nessuno ha in animo di volerla arrestare. Un altro mistero. Legato alla trattativa? La donna, 57 anni, viene arrestata solo 1'8 febbraio del 1993. È la Criminalpol a trovarla nel suo paese, Ottaviano. Deve scontare nove anni per associazione camorristica, più cinque anni di sorveglianza speciale. Viene presa in consegna dalla Procura nazionale antimafia per gli interrogatori. Da lei ci si aspetta rivelazioni clamorose. Ed è l'ultima primula rossa della camorra a cadere nella rete degli inquirenti. In libertà, dopo di lei, resta solo Umberto Ammaturo. Strano anche il comportamento del capo della colonna napoletana delle Br: Giovanni Senzani. Ha contatti, inspiegabilmente, con i servizi segreti deviati del generale Santovito. Ed è lui, all'interno delle Br, a teorizzare il movimentismo: l'inserimento del terrorismo nelle tensioni sociali, senza disdegnare i contatti con la malavita organizzata, come la mafia e la camorra, fuori e dentro le carceri canali indispensabili del ribellismo. Quando, l'undici giugno 1991, ricompare in un'aula del Tribunale di Napoli, conferma di essere un irriducibile: «Disconosco questo Tribunale e non capisco il nuovo processo. Le nostre responsabilità, che rivendichiamo, sono collettive all'organizzazione». Il 23 aprile 1990, Cutolo scrive una lettera all'avvocato Angelo Cerbone. Naturalmente, come fa ogni tanto, accenna al caso Cirillo. Scrive il professore: «Voi sapete che anche io sono profondamente innamorato di mia moglie, ma, forse, anch'io devo prendere questa decisione, cioè di separarmi da essa. Così, potrò dire la verità vera, su tante cose, cosìla gente onesta saprà e capirà che Cutolo è migliore di tanti personaggi che governano questa sgangherata, bella Italia». Mezze frasi, mezze verità. Cutolo non ha nessun interesse a parlare. Anche perché la verità processuale, scritta nelle 785 pagine della sentenza depositata dalla quinta sezione penale del Tribunale (presieduta da Pasquale Casotti), lo ha individuato come unico capro espiatorio. I1 processo? Ha avuto scarsi risultati, per la difficoltà a trovare prove. Gran parte dei testi sono appartenenti alla Nco. Scrive il Tribunale: «Scomparsa della prova documentale e debolezza della prova orale hanno dunque, senza alcun dubbio determinato, nel presente procedimento, dei vuoti probatori che hanno certamente ostacolato non poco la ricostruzione degli avvenimenti... I vuoti probatori non possono essere riempiti arbitrariamente con ricostruzioni oggettive». Ma lo Stato esce con le ossa rotte. Lo Stato rappresentato dai suoi funzionari presenti nel processo. Contrasti, contraddizioni, distruzioni di documenti.
Il Tribunale accerta che è il Sisde ad aver avviato la trattativa. Il trasferimento di Bosso, sollecitato dal Sisde, così come quello di Pasquale D'Amico, è collegato alla trattativa. Commenta Cutolo, sempre nella lettera scritta all'avvocato Cerbone: «D'Amico dice solo quello che gli vogliono far dire». Ed ecco la ricostruzione del Tribunale. Ad Ascoli avvengono tre incontri del Sisde con Cutolo. Poi, dopo una riunione al ministero della Giustizia, avvenuta l'undici maggio del 1981, tra i rappresentanti dei due servizi segreti, al Sisde subentra il Sismi (i servizi segreti del ministero della Difesa). Nella nuova gestione della trattativa quattro incontri con Cutolo, nel mese di giugno. In quel periodo, ci sono altri due incontri, nel carcere di Palmi, di Casino e Iacolare con Bosso e Notarnicola. Ad Ascoli, a giugno, entra per due volte Giuliano Granata con Casino, senza servizi di sicurezza. Altri incontri avvengono a luglio. Insomma, gli uomini del Sismi non chiedono solo notizie sul rapimento, ma aprono trattative con il capo della camorra. Ed ecco, in pagine giudiziarie, la definizione del «potere camorrista». Pagine ufficiali, scritte da magistrati dello Stato:«Si finì con l'attribuire a Cutolo l'immaginabile ruolo di mediatore tra lo Stato di diritto ed una pericolosissima organizzazione eversiva». Il Sisde avrebbe voluto limitare la trattativa all'acquisizione di informazioni sul rapimento. E il Sismi ad andare oltre, dice il Tribunale. I patti con la Nco? Non c'è estorsione, né ricettazione. Anche se il Tribunale dice che «contrattazioni vi furono». Ma c'è anche un'altra verità. Scritta nella sentenza: «L'interlocutore privilegiato era la Democrazia cristiana». Ma solo attraverso alcuni suoi piccoli esponenti. Lo dimostrano la partecipazione alla trattativa di Giuliano Granata e Francesco Pazienza (all'epoca collaboratore del segretario della Dc Flaminio Piccoli). E Pazienza a partecipare alla riunione di Acerra il dieci luglio 1981. E i nomi di alti esponenti della Dc? «Sono il frutto di determinate valutazioni politiche, non di prove». E proprio nei giorni del processo, nelle aule parlamentari il presidente del Consiglio dei ministri, Ciriaco De Mita, difende a spada tratta Antonio Cava. È il dibattito, voluto dal Pci, sul caso Cirillo. Anche i socialisti si schierano con la Dc. Lo Stato si difende. Tutti i testi escludono la presenza di Enzo Scotti, futuro ministro degli Interni, ai colloqui. Di Piccoli, si conosce solo un bigliettino con la sua firma, trovato in possesso di Cutolo. Conclude il Tribunale: «Nessun convincente argomento di prova può essere tratto, a dimostrazione della partecipazione della Dc alla trattativa con le Br... Debole e contraddittoria, e sostanzialmente inesistente, la prova sui contatti tra Dc e Nco fuori dal carcere di Ascoli». E allora? Ecco il Tribunale: «Nel corso del sequestro Cirillo vi furono interventi attivi e concreti, interessamenti di determinati esponenti del partito e dello stesso segretario politico, non aventi però natura e caratteristiche tali da comprovare la ricollegabilità alla Dc della ideazione, gestione e definizione della linea della trattativa con le Brigate rosse». Dunque, deviazioni dei servizi segreti, interessamenti di singoli esponenti della Dc. Il risultato è una condanna (due anni e dieci mesi) per falso e tentata estorsione a Cutolo, condanna per falso al direttore del carcere di Ascoli, Cosimo Giordano (dieci mesi), otto mesi a Rosario Campanelli, Giorgio Manca e Salvatore Cocco (agenti di custodia nello stesso carcere). Assolti tutti gli altri. Alterati, dunque, í registri trovati nel carcere sulle visite di quei giorni. E la verità della sentenza del 25 ottobre 1989, depositata nel febbraio 1990. Al di là dei nomi e delle eventuali responsabilità penali personali, resta accertata la legittimazione del «potere camorrista». Il potere legale si rivolge alla Nco, ne chiede l'intervento, contratta. Una storia che si ripete. Cutolo si sente grande. Ma proprio il caso Cirillo è l'inizio della sua fine. Per l'intervento del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il professore viene mandato al carcere di sicurezza dell'Asinara. In isolamento, senza giornali, né televisioni, in una cella piccola, don Raffaele sta per impazzire. Un avvertimento dello Stato, che lo ha utilizzato? Pertini denuncia lo «scandalo dei favoritismi del carcere di Ascoli». E il crollo di Cutolo. Dopo qualche tempo, l'ex capo della Nco passa dall'Asinara al carcere di Cuneo. Mentre il dibattimento d'appello del processo sulla più clamorosa legittimazione del «potere camorrista» fatta dallo Stato repubblicano slitta di continuo. Si perde, tra le migliaia di fascicoli. Nessuno ha interesse a rispolverare quelle vicende. Sconfitto Cutolo, morta la Nco. Il «Vangelo» esce con le ossa rotte proprio quando ha voluto trattare alla pari con il potere legale.
Magistrati sotto accusa
Ma è anche Carlo Alemi a dover subire grandi attacchi. Lo accusano di aver strumentalizzato, con valutazioni politiche extragiudiziarie, la sua istruttoria. Poche prove e tante considerazioni. Tra i più accaniti critici del giudice, c'è il direttore del «Mattino», Pasquale Nonno. Scrive: «Fin dall'inizio dell'istruttoria il giudice ha dato l'impressione di non muoversi per cercare la verità, ma con l'idea che ci fosse una verità da trovare. Una verità già predeterminata: la verità di un patteggiamento della Dc con le Brigate rosse, tramite la camorra... Che il giudice riproponga i suoi sospetti è francamente sconcertante. E il tutto prende obiettivamente l'aspetto di un fiancheggiamento della propaganda comunista che ha una tesi tutta politica: il patteggiamento della Dc. Ma, se ci fosse stato, il patteggiamento non sarebbe un reato. Né sarebbero reati le visite nel carcere di Ascoli Piceno o le eventuali spinte per influenzare i servizi segreti. Tutte cose politicamente e, forse, moralmente rilevanti, ma non reati. Tutta roba utile per la strumentalizzazione politica». Il direttore del «Mattino», querelato, viene condannato dalla terza sezione penale del Tribunale di Salerno a otto mesi di reclusione per diffamazione. Alemi, invece, subisce l'apertura di un procedimento del Csm. A chiederlo è il ministro socialista della Giustizia, Giuliano Vassalli. Il 19 gennaio 1990, anche per questo giudice l'incubo finisce. Lo accusano di aver rilasciato un'intervista al settimanale I'«Espresso», firmata dal giornalista Pietro Calderoni. Nel testo, un commento sulla sentenza del Tribunale: «Gli atti smentiscono le conclusioni del processo». Ma il Csm conclude: l'intervista è stata liberamente interpretata. Alemi viene completamente riabilitato. Nessun comportamento censurabile, nessuna errata interpretazione della funzione giurisdizionale. Una decisione che fa il pari con quella che verrà presa, dieci mesi dopo, sui giudici del processo sulla Nco e Enzo Tortora. Dietro l'unanime valutazione favorevole dei componenti togati (i magistrati) del Csm, anche un accordo politico. Avviene tra i consiglieri eletti dal Parlamento. C'è uno scambio tra Dc e Psi, per il voto sui giudici Di Pietro, Di Persia, De Lucia e Alemi. Una marcia indietro, condita di compromesso, dei politici. Anche se, ormai, l'opera di delegittimazione verso i magistrati è cosa fatta. Chi sono, cosa vogliono quei giudici che cercano di scavare dietro misteriose vicende che coinvolgono i contatti (seppure privi di rilevanza penale) della camorra con altri poteri? Nel processo Cuocolo sono rimasti abbozzati i rapporti tra alta e bassa camorra. Ben 70 anni dopo, sulla stessa materia, il blocco e i condizionamenti del potere politico. Una storia che si ripete.E intanto, sulla scia dell'emozione e degli attacchi a quei giudici che «hanno violato le garanzie del codice», il referendum sulla responsabilità dei magistrati. Condensa bene il significato di quell'iniziativa un commento di Pasquale Nonno: «La pubblica opinione è convinta che siano i giudici a ritenersi al di sopra della legge, assai più dei politici. L'operazione referendaria ha utilizzato tale orientamento della gente per dare un colpo alla credibilità della giustizia, con rischi micidiali. I giudici cattivi, le cattive sentenze e gli atteggia menti arroganti favoriscono tale azione di discredito». Ma il referendum non è il solo colpo di ariete all'attività della magistratura. Nell'ottobre del 1989, entra in vigore il nuovo codice di procedura penale. Abolisce, dopo oltre 60 anni, il codice Rocco, voluto dal fascismo. Ma introduce una serie di norme troppo garantiste. Soprattutto nella terra del «potere camorrista».
Poche possibilità di acquisire prove e portarle al dibattimento, poca tutela delle vittime e dei testimoni. Tutte le verità processuali devono essere acquisite nel dibattimento pubblico, alla presenza di amici e conoscenti degli imputati. Davanti a tutti, devono essere fatte accuse e dichiarazioni di testimoni e vittime. Una stortura, per zone dove domina la forza della violenza, dell'intimidazione, della minaccia nascosta. Ma sono anche gli effetti di quei terribili anni '80. La Nco è morta. Al suo posto, decine e decine di clan. Scompare il sogno cutoliano di una camorramassa, centralizzata, guidata da un solo capo. Restano decine di gruppi, spesso solo piccole bande di quartiere, più violente, che prosperano attraverso il fiorente mercato della droga. I traffici internazionali diventano miliardari. Con l'eroina e la cocaina, c'è spazio per tutti. E un nuovo «potere camorrista». Spietato, senza ideali, né regole precise. Vive di guadagni, assicura voti a chi li chiede. I quartieri, l'ambiente sociale, le motivazioni delle affiliazioni sono sempre uguali. Di cambiato, come sempre, ci sono solo gli uomini.
Anni 80 : cronaca
Ciro Maresca non ebbe più bisogno di una vendetta ai danni di Cuomo, perchè questi fu ucciso da Raffaele Catapano e Pasquale Barra, fedelissimi di Cutolo, in prigione a Poggioreale, il 31 gennaio 1980. Sembra che Cuomo non avesse avvertito Cutolo di un rapimento. Cuomo fu rimpiazzato dal suo braccio destro Antonio Lucarelli. Sua moglie Carla Ciampi rivelò poi ai giudici gli esecutori e i mandanti dell'omicidio. In febbraio, la Ciampi fu ammazzata a colpi di pistola nella sua auto.
Nel 1980 Giuseppe Maresca festeggia il suo matrimonio nel ristorante "La Cascina" di Domenico Ferrara, fedelissimo di Antonio Bardellino, boss di Giugliano e Caserta.
Il 7 novembre 1980 l'assessore Mimmo Beneventano viene uccise in quel di Ottaviano mentre scende dalla sua auto, per ordine di Cutolo.
Il 23 novembre ci fu una forte scossa di terremoto in Campania. Cutolo approfittò della confusione nel carcere di Poggioreale per ammazzare Antonino Palmieri, tramite Salvatore Esposito e Pasquale D'Amico, perchè aveva cambiato fronte, alleandosi con i Bardellino e i Giuliano, della Nuova Famiglia. Cutolo fu poi trasferito ad Ascoli Piceno. Ma anche da Ascoli, il Professore decideva la vita e la morte. Il 10 dicembre fece uccidere il sindaco di Pagani Marcello Torre, ostacolo per gli appalti del dopo-terremoto. Fu ucciso anche il boss di Pagani, Salvatore Serra, in carcere, e sostituito dal cutoliano Salvatore Di Maio e dal suo luogotenete Antonio Benigno. Il braccio destro di Serra, Oliviero, cominciò quindi a lavorare per la Nuova Famiglia, in particolare per Carmine Alfieri, e divenne il boss di Salerno.
Nel marzo del 1981, intanto, ci fu un vertice della Nuova Famiglia al quale parteciaprono Zaza, Bardellino, Nuvoletta e i Giuliano. Decisero di piazzare una autobomba al castello di Cutolo, a Ottaviano. In quello stesso anno anche i Misso del quartiere Sanità decisero di allearsi alla Nuova Famiglia.
Il 17 agosto 1981 Cutolo organizza l'omicidio a Milano del boss Francesco Turatello, per supportare il clan dei catanesi. Il 9 ottobre la polizia ordina un blitz a casa di Cutolo : Rosetta scappa, ma vengono arrestati il figlio di Cutolo, Roberto, il nipote Luigi Cutolo, e Sabatino Saviano, Giovanni Malandrino, Francesco Pirone, Salvatore e Sabatino Pavone, Salvatore Varriale, Michele Nappo e Mario Ferraro (poi tutti liberati dopo 8 mesi). Nello stesso mese il cassiere di Cutolo, il marsigliese Albert Bergamelli, fu ammazzato in carcere da Umberto Ammaturo.
Il 27 dicembre Giuseppe Romano e suo figlio furono uccisi per ordine di Cutolo : Giuseppe era l'amante di sua sorella Rosetta.
Nel 1981, inoltre, Cutolo ordina l'omicidio del direttore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, perchè questo aveva scoperto che Cutolo aveva amicizie particolari al Ministero degli Interni che gli permettevano di trasferire i detenuti a suo piacimento, per poi organizzarne più facilmente gli omicidi.
Nei primi anni 80 il boss della Sanità, Giuseppe Misso, organizzò due spettacolari rapine al Banco di Napoli e alla gioielleria Pane, con l'aiuto dei siciliani Gerlando Alberti (un nipote di Pippo Calò), e del killer Francesco Caccamo (più tardi poi ammazzato).
Per cercare un'intesa, i principali gruppi campani nel 1981 tengono alcune riunioni a Vallesana, in una tenuta dei Bardellino. Cutolo non può essere presente perché dopo l'evasione è stato arrestato. Ma lo rappresentano il fratello Pasquale, Vincenzo Casillo, suo braccio destro, ed altri dirigenti dell'organizzazione. La controparte è costituita da Bardellino, Alfieri, Galasso. Nuvoletta è l'ospite e cerca di svolgere una funzione di arbitro. Mentre si tengono alcune delle riunioni, Riina, Provenzano e Bagarella, sono ospitati in un edificio separato. Nel corso delle discussioni le fasi di tensione erano inevitabili e per sedarle si ricorreva ai corleonesi. Ma le riunioni non danno nessun esito, anche perché, secondo Galasso, Nuvoletta fa il doppio gioco. Vuole porsi come arbitro della controversia per acquisire autorevolezza, vuole stare dalla parte degli avversari di Cutolo, che tiene un comportamento eccessivamente espansionista, ma non vuole manifestare palesemente avversita' a Cutolo, che e' ancora potente. Percio' non si agita troppo. Il comportamento e' quello tipico dei corleonesi quando c'e' uno scontro: fingere di parteggiare per uno dei contendenti, guardare come vanno le cose e poi schierarsi dalla parte di chi vince agevolandone il successo. Gli omicidi eccellenti si succedono gli uni agli altri. I fratelli di Alfieri e Galasso sono uccisi dalle bande di Cutolo. Uomini di Cutolo cadono sotto i colpi dei clan avversi. Il 1982 è l'anno in cui si registra il maggior numero di omicidi in Campania, 284, segno della permanente instabilità delle relazioni tra gruppi camorristici. Ed è proprio a partire dal 1982, che comincia il declino di Cutolo e l'ascesa di Alfieri.
Nel 1982, durante il maxi-arresto contro gli uomini di Cutolo, il boss Giuseppe Misso viveva in Brasile e comandava da lì la guerra contro Cutolo e quella contro i Giuliano di Forcella. I boss dei Quartieri Spagnoli, Ciro e Marco Mariano, si allearono con i Giuliano.
Il 1 aprile 1982, la polizia trovò a Ottaviano il corpo senza vita dello psicologo Aldo Semerari, amico di Cutolo; era stato ammazzato da uomini al comando di Umberto Ammaturo e della fidanzata Pupetta Maresca.
Il 15 aprile la madre del detenuto Antonio De Matteo fu ammazzata a colpi di mitraglietta. La donna riceveva gli ordini di Cutolo tramite il figlio Antonio. Il giorno dopo il fratello di Antonio, Mattia, fu trovato bruciato nella sua auto. Il 18 aprile Antonio De Matteo fu impiccato nella sua cella da Marco Medda e Pasquale D'amico, perchè Cutolo aveva paura che cominciasse a parlare. Il giorno dopo Cutolo fu trasferito al carcere dell'Asinara, il più duro e protetto dell'epoca in Italia, per ordine del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Nello stesso mese il cassiere di Cutolo, Alfonso Rosanova, fu ucciso in un ospedale di Salerno per ordine di Carmine Alfieri.
Il 25 maggio Celeste Bifulco fu ammazzata. Seguirono, in quei mesi, gli omicidi di decine di uomini legati a Cutolo, tra i quali : Giacomo Frattini, il boss calabrese Ciccio Canale, Antonio Lucarelli, Armando Visone.
Il 6 luglio un vertice delle Nuova Famiglia all'hotel Belvedere fu interrotto dalla polizia.
Nel luglio del 1982, inoltre, le Brigate Rosse ammazarono il capo della polizia napoletana Antonio Ammaturo per ordine di Cutolo, perchè aveva acquisito le prove dei contatti tra Cutolo, alcuni politici e le stesse Brigate Rosse (durante il rapimento dell'assesore Cirillo).
Il 13 settembre 1982 i luogotenenti di Cutolo, Sergio Marinelli e Vincenzo Casillo, organizzarono un agguato al giudice Antonio Gagliardi, eseguito da Massimo Scarpa di Castellammare, ma il giudice sopravvive.
Nello stesso mese il cutoliano Paolo Dongo fu ucciso da Antonio Cianci perchè non era ancora riuscito ad ammazzare il killer di Bergamelli, Umberto Ammaturo. Nello stesso anno Andrea Pandico, il fratello di Giovanni Pandico, fu ammazzato a colpi di pistola durante un'imboscata. In carcere Raffaele Catapano uccide il camorrista Mario Vangone perchè aveva ammazzato suo fratello.
Sempre a settembre Michele Zaza arriva a Parigi per incontrare Antonio Salamone, il nipote di Salomone, Alfredo Bono e Francesco De Matteo; incontro che fu osservato dalla polizia. Zaza inaugurò poi una raffineria di eroina a Rouen, controllata poi da Nunzio Guida in collaborazione coi corsicani Paul Graziani and Bernard Quilichini. Il 25 settembre arriva nella sua casa di Los Angeles e due giorni dopo Salomone va a trovarlo. Salomone da lì telefona al nipote a Palermo e gli ordina di incontrare il genero di Paolo Cuntrera Nino Mongiovi e di partire per Caracas, dopo essersi assicurato del suo arrivo a San Paolo. Un mese dopo arriva a casa di Zaza un carico di 132 Kg di eroina pura, ma la polizia arriva troppo tardi. La polizia francese, infatti, si era infiltrata nella banda di Nunzio Guida. Ma quando l'infiltrato fu scoperto, suo fratello fu ucciso agli Champ Elysees.
Il 22 gennaio 1983, a Poggioreale, furono trovate pistole nelle celle di Maurizio Rossi e dello slavo Yugoslav Stevan Cosa. La notizia ebbe molto risalto a livello nazionale : ci si domandava come potessero avvenire cose del genere; ma il bello (o il brutto) doveva ancora venire.
Il 29 gennaio il braccio destro di Cutolo, Vincenzo Casillo, saltò in aria a Roma a causa di una autobomba organizzata da Giuseppe Puca e Ettore Miranda sotto il comando di Pasquale Galasso, braccio destro di Carmine Alfieri. Il luogotenente di Casillo, Mario Cuomo, sopravvive, ma molti degli uomini di Cutolo cominciarono a pentirsi.
Poco prima c'era stato un agguato al fratello di Michele Zaza, Salvatore che fu solo ferito.
Le esecuzioni cominciavano a rasentare l'incredibile : la moglie di Andrea Pandico, Filomena Schiavone, fu ammazzata mentre piangeva sulla tomba del marito, da Alfredo Guarneri al soldo di Giovanni Pandico, perchè era stata amante di un membro della Nuova Famiglia.
Il 7 febbraio 1983, 21 dei 160 sospetti di un enorme traffico internazionale di droga furono arrestati a Milano. L'organizzazione era riuscita ad acquistare l'ippodromo di San Siro e l'hotel Hilton per circa 100 miliardi di lire, per riciclare le loro ingenti somme di denaro. Oltre ai più importanti boss mafiosi di quegli anni, fra i sospettati c'erano i fratelli Nuvoletta e i fratelli Zaza. Il 15 febbraio ci furono altri arresti a Milano, Torino, Roma, Napoli e Palermo. Furono arrestati la sorella di Zaza, Maria, e suo cognato Giuseppe Liguori. Fu poi scoperta che il tarffico serviva, tra l'altro, a finanziare il famoso Casino di Campione d'Italia. Dalle indagini, si scoprì inoltre che siciliani e camorristi possedevano non solo il casino di Campione, ma anche i casino di San Remo e di Saint Vincent in Italia, il casino di Nizza (il famoso casino Ruhl del gangster marsigliese Dominique Fratoni), i casino di Chomonix e Menton in Francia, parecchi casino a Las Vegas e a Atlantic City e anche alcuni in Africa. Questi casino erano usati principalmente per riciclare i soldi provenienti da attività illecite, principalmente il traffico di droga, con l'aiuto delle banche.
Sempre nel corso del 1983, iniziò il processo a carico di Ciro Mariano per l'omicidio di Antonio Di Scaccia.
In maggio la moglie di Casillo, il braccio destro di Cutolo ammazzato con una autobomba, fu uccisa da Antonio Varriale e Mauro Marra al comando dello stesso Cutolo che accusò la donna di tradimento.
Il 16 giugno molti degli uomini di Cutolo furono arrestati (tra i quali anche il noto presentatore Enzo Tortora, ta l'altro innocente) tra i quali : Mariano Santini, Rosetta Cutolo, Antonio Sibila, Felicia Cuozzo (la fidanzata di Bergamelli), Aldina Murelli, Franco Califano, Antonio Faro, Sante Notarnicola, Francesco Gangemi, Bruno Spiezia, Errico Madonna, Salvatore La Marca, Renato Vallanzasca, Mario Astorina, Gianni Melluso, Pierluigi Concutelli, Nadia Marzano, Giuliana Brusa, Anna Mariniello (la moglie del boss di Afragola Luigi Moccia), Fiorella Piconzi, Stevan Cosa e Mario Mirabile (di Salerno). Si pentono : Michelangelo D'Agostino, Gianni Melluso, Mario Incarnato, Pasquale D'Amico, Salvatore Sanfilippo, Pasquale Barra, Luigi Riccio, Andrea Villa, Vincenzo Esposito, Guido Catapano e Giovanni Pandico.
Dopo il mega-processo a carico dell'organizzazione di Cutolo, i Nuvoletta diventano il clan più importante dell'area napoletana, supportati da Giuseppe Polverino di Marano, Nicola Nuzzo di Acerra e da Valentino Gionta col suo braccio destro Migliorino di Torre Annunziata.
Esaurita la minaccia della NCO di CutoIo, i Nuvoletta iniziano una guerra con la Nuova Famiglia di Alfieri, supportata da Pasquale Galasso di Poggiomarino, Angelo Moccia, Bardellino, Contini (con il braccio destro Riccardo Perucci), Licciardi, Giuseppe Mallardo (col braccio destro Luigi Esposito).
Il 12 giugno 1983 scompare Giuseppe Muollo ed il giorno dopo si trovano i corpi senza vita di tre dei suoi uomini. Tutti comprimari di Carmine Alfieri ed uccisi per ordine di Cutolo da Michele D'alessandro del clan D'alessandro.
In seguito un poliziotto italiano visita l'appartamento a Rio de Janeiro di Bardellino, occupato in quel momento dalla moglie Rita De Vita. Il poliziotto non trova Bardellino ma riconosce il boss siciliano Tommaso Buscetta che vive nell'appartamento che sta sotto a quello di Bardellino. Il 22 ottobre 1983 Buscetta, con la moglie Christina Guimaraes, viene arrestato. Vengono arrestati anche gli uomini di Buscetta : Paolo Staccioli, Giuseppe Favia, Lorenzo Garello, Leonardo Badalamenti (il figlio di Gaetano) e Giuseppe Bizarro. Bizarro era stato poco prima contattato da Michele Zaza da Los Angeles mentre era in compagnia del boss siciliano Salamone.
Nel 1984 Cutolo sposa in prigione Immacolata Iacone, ragazza di 23 anni.
l 26 agosto 1984 un commando composto da almeno 14 persone arriva aTorre Annunziata a bordo di un pullman e di due auto; i mezzi si fermano davanti al "Circolo del pescatore". E' domenica mattina e, come al solito, nei locali e davanti al circolo sostano numerosi aderenti al clan di Valentino Gionta. Il gruppo scende dal pullman e dalle auto, apre il fuoco, uccide sette persone appartenenti al clan Gionta e ne ferisce altre sette.
La strage era stata preceduta da numerosi omicidi realizzati da ciascuno dei gruppi in danno dell'altro. Il piu' clamoroso aveva colpito Ciro Nuvoletta, il 10 giugno 1984, nella sua tenuta di Vallesana, dove, tre anni prima, si erano tenuti i vertici per la pacificazione tra NF e NCO. Un gruppo di uomini armati appartenenti ai clan Alfieri-Galasso-Bardellino era entrato nella tenuta sparando all'impazzata ed aveva ucciso il piu' spietato dei tre fratelli Nuvoletta. La strage è evitata perche' tutti gli altri occupanti della tenuta fra i quali c'e' Gionta con alcuni suoi uomini, riescono a fuggire.
L' omicidio, a sua volta, era stato preceduto dall'arresto in Spagna di Bardellino, il quale riteneva di essere stato tradito da un appartenente al clan Nuvoletta. La strage ferisce gravemente il prestigio del clan Nuvoletta-Gionta.
Entrare nella città di Gionta cosi' numerosi, arrivare davanti al suo circolo, sparare sui presenti tra la folla, ripartire indenni significava: ledere il prestigio del boss della città, mostrarlo inidoneo a difendere sè stesso e i cittadini, segnalare la presenza di un fortissimo gruppo avversario, mettere in crisi i grandi affari di Gionta che si svolgevano nel campo del contrabbando di tabacchi, del traffico di cocaina, nell'edilizia, nei mercati del pesce, delle carni e dei fiori.
Negli anni successivi alla strage di Torre Annunziata emerge progressivamente il clan Alfieri, che diventa via via più potente, eliminando i superstiti frammenti della NCO e scatenando una lotta sempre più feroce contro il clan Nuvoletta ed i suoi alleati. Tra il 1984 e il 1989 questa organizzazione, che operava tradizionalmente a Nola, si espande, nella provincia di Napoli, in diverse direzioni verso Pomigliano d'Arco, verso l'agro nocerino-sarnese, verso la fascia costiera tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia e verso l'area vesuviana nei comuni di Somma Vesuviana, S.Anastasia e Volla.
Il 31 maggio 1985 un'autobomba uccide la madre di Giovanni Pandico, Francesca Muroni (65 anni), ferendo gravemente la cognata Gisella Gioberti, e suo fratello Nicola.
Nel 1986, sono egemoni, a Napoli e provincia, principalmente 18 clan : Graziano, Ammaturo, Cutolo, Zaza, Galasso, Licciardi, Contini, Nuvoletta, Bardellino, Giuliano, Misso, Alfieri, Cava, Mariano, D’Alessandro, Gionta, Moccia e Nuzzo-Fabbrocino.
Intorno alla metà del 1986, 10 elementi di spicco di organizzazioni malavitose colombiane, siciliane e napoletane si incontrano in Spagna. L'accordo si trova : i colombiani esportano cocaina al mercato europeo facendolo arrivare alle raffinerie siciliane. Da qui e da Napoli parte poi per tutta Europa. La famiglia siciliana Madonia di Palermo la distribuisce nell'Europa centrale, mentre i Corleonesi nell' Europa dell'est. I boss della camorra Zaza e Bardellino la distribuiscono in Francia, Italia e Spagna.
Zaza si trasferisce a Marsiglia, Nunzio e Vincenzo De Falco in Portogallo, Antonio La Torre in Scozia ad Aberdeen. Augusto, Antonio e Francesco Tiberio La Torre in Olanda (dove inaugurano l'apertura dell'hotel Isolabella e di alcune pizzerie). Enrico Maisto in Austria, Antonio Egizio in Germania (dove inaugura anche una catena commerciale), Eduardo Contini nell'Europa dell'est (dove apre pizzerie, bar, ristoranti, alberghi). Francesco Toscanino si trasferisce in Brasile.
Il 6 ottobre 1986 gaetano Nuvoletta viene arrestato a casa della sorella.
Nel gennaio del 1987 il camorrista Franco Valdini viene ammazzato; è il proprietario dell'Hotel Belvedere di Ercolano ed era frequentato dai giudici Armando Cono Lancuba e Vito Masi, che lavoravano per Alfieri.
Sempre nel 1987 il camorrista dell'NCO Massimo Scarpa ammazza Francesco Affatigato.
Ed un certo Salvatore Pizza uccide il genero di sua figlia, Tommaso Sepe, membro del clan Alfieri. Il 27-9-88 Alfieri fa ammazzare i 3 fratelli di Pizza (19, 21 e 23 anni) tramite il suo uomo, Raffaele Tufano.
Il 4 ottobre 1988 il genero di Cutolo, Salvatore Iacone, 54 anni, viene ammazzato mentre esce dal barbiere, a Ottaviano.
Sempre nel 1988, Domenico Iovine, il fratello del braccio destro di Bardellino, Mario Iovine, viene ammazzato.
Intanto ai Quartieri Spagnoli si festeggia un matrimonio : il boss Marco Mariano si sposa al ristorante Le Cascine di Domenico Ferrara, uomo dei Casalesi.
Michele Zaza pensa di stabilirsi definiivamente a Marsiglia. Ma il 15 febbraio dell'89 i suoi luogotenenti Nunzio Barbarossa, Nunzio Guida e Umberto Naviglia vengono arrestati a Nizza. Prologo dell'arresto del boss : il 14 marzo viene messo in manette Zaza e, a Napoli, alcuni suoi uomini tra cui Vincenzo Tagliamento e Nini Giappone.
Nel 1898 lo shock per i Casalesi : in Brasile scompare Antonio Bardellino dopo un incontro col suo luogotenente Mario Iovine. Il clan viene preso in mano dal Boss Carmine "Sandokan" Schiavone.
Iovine, Ferrara e Schiavone si alleano con i Nuvoletta e cominciano a sorgere i primi dubbi su chi abbia potuto ammazzare Bardellino. A Napoli scoppia una sanguinosa guerra, Iovine e Schiavone si nascondono in Francia.
La morte di Bardellino segna una rottura all'interno del "clan dei Casalesi", che dominava tradizionalmente la citta' di Casal di Principe e che aveva occupato fin dagli anni '70 una posizione di preminenza nell'intera provincia di Caserta. L'intensa conflittualita' interna indebolisce questo gruppo criminale, dedito alle estorsioni, allo spaccio di sostanze stupefacenti ed alle rapine, ma in grado di condizionare pesantemente anche l'amministrazione comunale. Il clan dei Casalesi è ancora assai forte, specialmente se si tiene conto della polverizzazione degii altri gruppi camorristici nella provincia di Caserta. I Casalesi, oltre ad esercitare la propria influenza nei comuni dell'aversano e nel mondragonese, hanno attivita' anche fuori della Campania, giungendo fino all'Emilia Romagna. I gruppi camorristici della provincia di Caserta sono numerosi ed ampiamente radicati. Nella zona di Sparanise e di Tulazio opera il clan Lubrano-Papa, tradizionalmente legato ai Nuvoletta di Marano (in provincia di Napoli). Le famiglie La Torre ed Esposito controllano Mondragone, Grazzanise, Sessa Aurunca, Carinola e Baia Domizia, spingendosi fino al basso Lazio. A Casapesenna e nei comuni vicini opera il clan Venosa-Caterino, che si e' sottratto all'egemonia dei Casalesi dopo la morte di Mario Iovine.
A Caserta citta' e' presente il gruppo di Rosario Benenato. A Recale quello dei fratelli Antimo e di Giovanni Perreca. Gli esempi sin qui indicati non esauriscono la complessa geografia dei clan, ma sono sufficienti a mostrare il carattere accentuatamente pluralistico di questi insediamenti criminali. I capi di numerosi clan operanti in provincia di Caserta tendono ad inserirsi in attivita' economiche legali, nei settori del turismo, della intermediazione finanziaria e degli investimenti immobiliari. Si possono ricordare in proposito la gestione di stabilimenti balneari a Castel Volturno da parte di gruppi che fanno capo al clan dei Casalesi e la gestione di supermercati nella citta' di Sessa Aurunca da parte di imprenditori legati al latitante Mario Esposito, del clan Muzzone.
Intantoil 12 agosto 1989 il brigatista Franco La Maestra viene arrestato a Napoli: è sospettato degli omicidi dei magistrati Tarantelli, Conti e Ruffili. Alla fine delle indagini si scopre che la cellula delle Brigate Rosse a Napoli era vicina al clan di Vincenzo Rinaldi, di San Giovanni a Teduccio.
Ai Quartieri Spagnoli scoppia un'altra sanguinosa guerra : i Mariano, spalleggiati dal boss della mala flegrea Malventi, dichiara guerra ai De Biase. A cavallo tra gli anni 80 e 90, si contano centinaia di omicidi a Napoli, tutti di stampo camorristico.
Il 6 novembre 1989 gli 007 della polizia ascoltano una telefonata del boss Alfieri ad una donna. Quando si giunge a casa di quest'ultima non la si trova. Si scopre in seguito che era stata avvertita dal commissatio Matteo Cinque, che lavorava per Alfieri.
Il 7 dicembre dell'89 alcuni killer entrarono in azione negli spogliatoi del Circolo Canottieri a Napoli, trucidando il boss Gaetano Di Costanzo e i pregiudicati Pasquale Arienzo, Pietro Avallone e Francesco Zenga. In seguito verranno accusati del quadruplo omicidio Ciro Mariano, Marco Mariano, Tommaso Esposito, Salvatore Cirelli, Pasquale Frajese, Giuseppe Amendola e Salvo Terracciano, che hanno seguito l'ordine dei boss Malventi ed Alfieri.
Intanto Alfieri continua la sua latitanza, scappando sempre all'ultimo minuto ai blitz grazie al commissario Cinque.
La citta divisa in una miriade di clan
Raffaele Cutolo è ormai nel carcere di Cuneo. Sconfitto. Ogni tanto lancia segnali sibillini. Ma la Nco non esiste più. Il disegno cutoliano è fallito, si sgretola subito dopo la vicenda della trattativa per il rapimento Cirillo. Un caso? Quasi 400 imputati del maxi-blitz del giugno '83 hanno avuto condanne definitive, decine di assolti da sentenze giudiziarie dello stesso processo sono stati poi uccisi quando sono ritornati in libertà. Il «potere camorrista» è ormai in mano agli ex nemici di Cutolo.
La famiglia Giuliano di Forcella, ad esempio, resta un punto di riferimento per le organizzazioni camorristiche. Antonio Spavone è scomparso, Michele Zaza, fuggito dall'Italia, viene riarrestato in Francia e, per lungo tempo, resta in carcere a Marsiglia. Scomparso, ormai all'estero, Umberto Ammaturo, restano gli altri: la famiglia VoIlaro, i Nuvoletta, i Misso della sanità, i Mallardo di Giugliano. Ma cominciano a crescere quelli che, prima, erano semplici guaglioni, gregari. La sconfitta di Cutolo fa nascere piccoli astri di quartiere. Sono spesso spietati ex killers (che anche in posizioni di preminenza continuano a sparare), che hanno saputo farsi rispettare ed hanno raccolto altri disperati che, attraverso la violenza, controllano il traffico di droga e le estorsioni nelle loro zone.
Forcella, il centro storico, resta il quartiere-Stato dei Giuliano. Ma nella geografia degli anni Novanta aumenta il peso dei Quartieri spagnoli. Sono i luoghi dove viveva anche don Ciccio Cappuccio: un dedalo di vie e viuzze, intricate, dove erano sistemate le truppe del vicerè di Spagna. Sconfitto Cutolo, è usanza, tutta popolare, di appioppare un soprannome che fissa una caratteristica fisica, un vezzo, una somiglianza. Un'usanza che ha sempre contraddistinto il «potere camorrista». Un'usanza tutta popolare.
Il centro storico ha ancora un altro quartiere-Stato: la Sanità. È la zona che ha ispirato Eduardo De Filippo nella celebre commedia «Il sindaco del rione Sanità», imperniata sulla figura di un guappo di quartiere che risolve tutti i problemi e sostituisce le Autorità diverse per qualsiasi vicenda della sua zona. La Sanità è anche il quartiere dove è nato Totò, l'area di un celebre monastero di frati domenicani, dove ha avuto origine il culto religioso popolare del «monacone». In questa zona, che confina con il regno dei Giuliano e con la sede della Curia napoletana, prospera una guerra tra gruppi: la famiglia Guida, Giuseppe Misso, la famiglia Tolomelli. In un agguato, i killers non esitano a sparare anche in presenza di un bambino di due anni, Nunzio Pandolfi. Resta ucciso. Al funerale, il parroco che celebra la messa, don Francesco Rapullino, dal pulpito, nella commozione generale per questo inspiegabile omicidio di camorra, urla, in maniera provocatoria: «Fujtevenne 'a Napule». Un disperato invito alla fuga da una città ormai spietata, che ha perso la misura dei valori morali.
Sanità, Forcella, Quartieri spagnoli: siamo ancora nelle zone che hanno fatto da scenario ai quattro secoli precedenti di «potere camorrista». Ma la città si è estesa. Come nelle altre aree metropolitane nazionali, sono cresciute le periferie. Altre zone, dove è stato facile, per piccoli clan di quartiere, prosperare. C'è la zona orientale, vecchia area industriale. Barra, San Giovanni, Ponticelli, un triangolo dove, in pochi mesi, verranno uccise decine di persone, tra i palazzi popolari realizzati con i fondi della legge 167.
Tanti gruppi a contendersi gli affari delle estorsioni e del traffico dell'eroina: Andrea Andreotti, detto 'o cappotto, la famiglia Sarno, gli Aprea, i Nemolato, il gruppo di Ciro Mazzarella, detto 'o scellone, nipote di Michele Zaza.
Dalla zona orientale, dominio di fabbriche inquinanti e pericolose, molte in disarmo o in crisi, alla zona occidentale. Qui, vecchia area industriale con lo stabilimento dell'Italsider, ex Ilva, nel ventennio fascista prosperava il contrabbando. Ora, nella zona degradata e inquinata dagli altoforni della fabbrica ormai in crisi e prossima alla chiusura, con tradizionale voto comunista, sono nati gruppi e gruppuscoli malavitosi. Sono dislocati soprattutto al rione Traiano, quartiere nato dopo lo sventramento di Napoli per sistemarvi le famiglie popolari allontanate dai vicoli distrutti dai picconi del Risan"ento. Poco più avanti, c'è il quartiere Pianura, regno incontrastato dell'abusivismo edilizio. Tre società frutto del riciclaggio del denaro sporco, controllate dal clan dei fratelli Lago, avrebbero realizzato, in breve tempo, metri cubi su metri cubi di costruzioni prive di licenza. Un quartiere abusivo, realizzato con i soldi della camorra. Ma quella periferia abbandonata e degradata è in mano, in gran parte, ad altri gruppi, prima uniti e poi in guerra: i Perrella e i Puccinelli. Si contendono il controllo dello smercio dell'eroina.
E poi c'è Secondigliano. Una zona periferica, regno di palazzi di edilizia popolare, finanziati dalla legge 167. Qui è cresciuto un ex gregario dei Giuliano. Si chiama Gennaro Licciardi, detto 'a scigna. È proprio lo stesso ex killer che gli uomini di Cutolo, nel 1981, avevano cercato di uccidere nei sotterranei del Tribunale. Licciardi è cresciuto. Ora controlla un clan violento. Pericoloso e senza scrupoli. Ha soppiantato, in zona, la famiglia Lo Russo, detti i capitone. Controlla lo smercio dell'eroina ed è, sostengono gli inquirenti, un sanguinario. Un nuovo capo: poca cultura, riflessi pronti e decisione. Nella zona della Ferrovia, c'è invece Eduardo Contini, detto 'o romano per la sua lunga permanenza a Roma. Gli inquirenti sono convinti che, attraverso il suo affiliato Giovanni Paesano, collegato al capomafia Pietro Vernengo (legato alle cosche vincenti dei corleonesi, protagonista di una clamorosa evasione dall'ospedale, poi riarrestato a casa sua dai carabinieri), abbia legami con gruppi mafiosi. Anche Contini è un emergente: da ex gregario a capoclan, per il controllo del traffico di stupefacenti e del lottonero. Proprio il totonero e il lotto clandestino rappresentano la prima attività delle organizzazioni.
Di lotto illegale si nutriva anche la camorra ottocentesca. Negli anni Novanta, il giro di affari è di 1500 miliardi. Poi, il toto-clandestino, che con le sue giocate sostituisce la schedina del Totocalcio. Oltre cinquemila addetti per fatturati di mille miliardi. Giovani e giovanissimi, con un guadagno di cinquecentomila lire a settimana, sono reclutati per piazzare le matrici delle scommesse ai giocatori. Offrono i loro servigi, crescono nella cultura illegale, alimentano quel substrato che, secondo molti inquirenti, è pronto per il passo successivo: l'affiliazione violenta ai clan camorristici. Un po' come avveniva, negli anni '60 e '70, con il contrabbando di sigarette. La rotta del contrabbando ormai si è spostata in Puglia. In città, resta solo la vendita al dettaglio, che dà da mangiare a circa 25 mila persone. Poi le estorsioni. La città è divisa in zone di competenza, in ogni strada c'è un gruppo che chiede la tangente. Le tecniche si fanno sempre più sofisticate. Non ci sono solo le telefonate con minacce, per avere i soldi. Ci sono anche dei conti correnti bancari puliti che, all'improvviso, vengono beneficiati di qualche centinaio di milione. Poi arriva una telefonata che avverte: non ti preoccupare, reinvesti quei soldi, poi ci pensiamo noi. I1 «fortunato» non può rischiare. Salvo poi a dover pagare il conto: dividere gli utili della sua attività, restituire i profitti. E il clan ha riciclato i suoi guadagni illegali, in attività pulite. Una tecnica prima usata con le imprese edili, poi con i commercianti. Per il riciclaggio c'è anche chi acquista matrici di schedine vincenti del Totocalcio o del lotto. Servono a giustificare certi improvvisi guadagni strani. Insieme con il lottonero e il totoclandestino, la prima fonte illegale di guadagno è il traffico di droga. Il giro di affari è ormai da capogiro. Cifre approssimative parlano di 40 mila miliardi all'anno. L'organizzazione americana che si occupa del traffico di stupefacenti, la Dea, parla di guadagni italiani per 256 mila miliardi. Una torta enorme. Nel panorama internazionale, è la mafia a essere l'interlocutore privilegiato delle organizzazioni statunitensi e dei grossi cartelli sudamericani (colombiani in testa). In anni ormai di «internazionalizzazione» del crimine, la divisione della torta è avvenuta per prodotti: la camorra napoletana si occupa di smistare la cocaina in Europa. Ed è la droga, che può dar da mangiare a tutti, ad aver accentuato la frammentazione dei clan. Scrive il sociologo Amato Lamberti, studioso delle organizzazioni criminali: «Il territorio non è più controllato da nessuna figura storicamente legittimata all'occupazione del mercato criminale. Si apre un terreno agibile per la manovalanza, abbandonata dai capi. Una manovalanza che si trova ad occupare quote di territorio, ad assumere ruoli di comando senza alcuna legittimazione nel campo criminale. Per cui questa legittimazione deve essere conquistata con l'unico strumento a disposizione: la violenza». Gli ex gregari non diventano capi perché eletti dagli altri affiliati. È lontana la camorra ottocentesca, sconfitto il disegno cutoliano di ricrearla. Ora è la forza, la violenza a fare il capo. Il più deciso, l'uomo che ha meno scrupoli, diventa rispettato dagli altri. Cutolo aveva cultura, leggeva libri, riusciva a parlare con persone di altri ambienti sociali. Pochi tra i nuovi capi leggono più di qualche titolo di giornale. Divorano gli articoli che li riguardano, che spesso sono lo strumento ufficiale della loro legittimazione a capoclan. Quanti titoli creano personaggi, miti malavitosi che durano, come i giornali del giorno: lo spazio di un mattino. Sono ormai 120 i gruppi nella provincia di Napoli, oltre 60 solo in città. Attorno alla «cultura camorrista», solo nella provincia napoletana prosperano, tra affiliati diretti e connivenze indirette, 300 mila persone, sostiene il procuratore generale Vincenzo Schiano di Colella Lavina. Aree limitate, conflitti frequenti, omicidi anche per vendette personali. Non ci sono disegni, né strategie. C'è solo la lotta per controllare gli affari illeciti, la soppressione dell'avversario perché legato ad un gruppo nemico. Un fenomeno che si è sviluppato in pochi anni. All'epoca del maxi-blitz dell'83, i gruppi camorristici erano dodici. Nell'88 un rapporto della Squadra mobile della polizia già ne individua 32. A metà degli anni nella sola città di Napoli diventano più di cento.
In uno stesso territorio anche più clan contrapposti. Il disegno di camorra unitario, in tempi di esasperato individualismo, è crollato. Gli anni Novanta sono il periodo della «polverizzazione» della camorra. Alle soglie del quinto secolo di vita delle organizzazioni malavitose cittadine, ci sono micro-controlli di territori, miriadi di riferimenti, meno possibilità di supervisione della violenza e dell'intimidazione. Resta unica solo la cultura della sopraffazione, del più forte: è il «camorrismo», diffuso in una città da sempre priva di esempi stabili di potere legale, di riferimenti positivi di governo, di senso di appartenenza ad uno Stato. Il camorrismo è il lievito della camorra. Un lievito diffuso, questo, sì, in tutti gli strati sociali.
I poli principali in città diventano il cartello dell'Alleanza di Secondigliano, nella zona nord, i gruppi flegrei (Puccinelli, D'ausilio, Beneduce, Lago) nella zona ovest, e le famiglie di Ponticelli e San Giovanni (capitanate dai Sarno e dai Mazzarella) nella zona ovest. Ma la situazione è instabile e, alla fine del millennio, il pluralismo è l'unico segno distintivo della camorra campana.
Anni 90 : cronaca
Nel 1990 scoppia un'altra guerra, quella tra i Giuliano e i Contini. Entrambi si contendono alcune zone chiave della città, come i quartieri Arenaccia, Poggioreale, Mercato. Dopo il matrimonio di sua figlia Gemma (uno degli invitati è Diego Armando Maradona), Luigi Giuliano si rituffa nel lavoro, ordinando l'omicidio del luogotenente di Eduardo Contini, Luigi D'alba, e di due dei suoi uomini più fidati, Giuseppe Starace e Salvatore Pecoraro. Il tutto avviene nel giro di 4 giorni. Contini, allora, si allea con i boss Gennaro Licciardi, Ciro Mariano e Carmine Alfieri. L'alleanza porta i suoi frutti : il 18 maggio un uomo dei Licciardi, Eduardo Morra, entra in casa di Giuliano Pandolfi, uomo fidato dei Giuliano, e fa una strage : ammazza a colpi di pistola, Pandolfi e il suo bambino, e ferisce gravemente la madre, la sorella e la sua compagna, Lucrezia Esposito.
Si susseguono omicidi su omicidi nei mesi successivi. Anche ai Quartieri Spagnoli la situazione sembra degenerare, i Mariano e i Di Biasi non si danno tregua. Tra i numerosi omicidi spicca quello dello spacciatore dei Faiano (leggi Di Biasi), Salvatore Amoroso, che viene trucidato in macchina a raffiche di kalashnikov mentre "scambia effusioni" con la fidanzata Patrizia Milano. Anche per quest'ultima, ovviamente, non c'è nulla da fare.
Il 6 giugno del 90 i tentacoli della camorra colpiscono anche ad Amsterdam : lo slavo Bramco Abdul Halik viene trucidato per la strada da uno degli uomini di Stolder. Halik aveva tenuto per sè una partita di cocaina che doveva invece consegnare ad altri esponenti del clan Contini.
A fine maggio del 1990, si contano già 15 morti per la faida tra i Mariano e i Di Biasi. Un blitz dei carabinieri porta dentro 20 esponenti dei due clan.
Sul fronte orientale, si registra, tra l'altro, l'omicidio di Giuseppe Olivieri, boss di Salerno, che viene ammazzato in ospedale. Il 27 giugno Salvatore Ruocchio, uomo di fiducia di Paolo Cutillo (luogotenente di Alfieri) e con un passato da killer per l'NCO, viene trucidato a colpi di mitra e kalashnikov.
Il 25 agosto viene arrestato in Brasile Umberto Ammaturo. I vertici dei narcotrafficanti sudamericani, si affidano quindi a Vincenzo Castellano, il cognato della donna di Ammaturo, Pupetta Maresca. E' lui ora a dirigere gli enormi traffici tra il SudAmerica e Napoli.
Anno 2000, primo semestre

2000

Tra le regioni cosiddette a rischio, la Campania è quella con il maggior numero di omicidi, nei quali vengono spesso coinvolte anche vittime innocenti. Attraverso l’esame dei singoli fatti di sangue sono state individuate le strategie, i contrasti e le alleanze tra i clan insistenti sul territorio campano, tuttora caratterizzati dall’assenza di una struttura verticistica, con la conseguenza di determinare sul territorio equilibri molto fluidi, particolarmente nelle province di Napoli e Caserta. In tale contesto è stato confermato che tra le principali motivazioni di numerosi omicidi vi è la necessità per le consorterie criminali di assicurarsi il predominio nei settori dell’illecito più redditizi. Tra questi figurano la gestione degli appalti pubblici ed il controllo del contrabbando di tabacchi lavorati esteri che, necessariamente, conduce i clan, criminalmente più evoluti, ad operare nelle zone geografiche, non solo italiane, dove questo traffico dagli altissimi profitti si origina e sviluppa. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, nonché dallo "screening" delle operazioni più importanti recentemente concluse, è stata confermata la tendenza delle consorterie criminali campane ad esportare le loro metodologie d’azione in zone, anche transnazionali, dove risulta più agevole trovare spazi per il reinvestimento dei profitti illeciti e dove, minore, risulta la possibile conflittualità con organizzazioni criminali autoctone.
A tale proposito: - è stata segnalata, con diversa intensità, la presenza di gruppi criminali campani in Albania, Germania, Sudamerica, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e nei Paesi dell’Est; - sono state verificate le attuali influenze dei clan campani in Lombardia, Toscana, Liguria, Lazio, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia, regioni che per le loro attività produttive e per la maggiore circolazione di ricchezza che le caratterizza, più si prestano all’attività di riciclaggio attraverso l’acquisizione o la creazione di società o l’avvio di esercizi commerciali.
NAPOLI

2000

L’associazione criminale denominata "alleanza di Secondigliano" ripropone oggi, sulla locale scena criminale, un accordo che in passato consentì ai gruppi consorziati di annientare completamente la "Nuova Camorra Organizzata" di Raffaele Cutolo. La forza del menzionato "cartello" il cui nucleo storico, anche attualmente, è costituito dai clan LICCIARDI, CONTINI e MALLARDO, ai quali, nel tempo, si sono aggiunti in posizione paritaria i gruppi capeggiati da Gaetano BOCCHETTI e Giuseppe LO RUSSO (alias "‘o Capitone"), consiste nell’apparire all’esterno come un’unica organizzazione criminale e nel concludere accordi con le consorterie delinquenziali minori al fine di acquisire il controllo di altri quartieri metropolitani e di parte della provincia.
Tra i gruppi contigui ai clan dell’alleanza figurano: la famiglia GIULIANO di Forcella, il clan MARIANO dei quartieri Spagnoli, i CAIAZZO del Vomero, i CALONE di Posillipo, i TOLOMELLI-VASTARELLA del rione Sanità, i MARFELLA-CONTINO e VARRIALE di Pianura, gli APREA, i CUCCARO e gli ALBERTO di Barra, i D’AUSILIO di Bagnoli, i PUCCINELLI del rione Traiano e i DE LUCA BOSSA del rione De Gasperi.
All’alleanza di Secondigliano si contrappongono i gruppi MAZZARELLA di San Giovanni a Teduccio, MISSO-PIROZZI del rione Sanità, DI BIASI dei quartieri Spagnoli, SORPRENDENTE-SORRENTINO di Bagnoli, SARNO di Ponticelli e LAGO di Pianura.
È intanto emerso che, a partire dal mese di maggio 1999, all’interno dell’alleanza, si sono verificati dei disaccordi sulle strategie operative e sulla spartizione dei proventi illeciti.
Nel dettaglio:
- nel maggio del 1999 vi sono stati dei tentativi di riconciliazione tra l’alleanza ed il clan MISSO non andati a buon fine in quanto Giuseppe MISSO pretendeva, senza trovare adesione, l’allontanamento delle famiglie TOLOMELLI–VASTARELLA dal quartiere Sanità, in modo da assumerne il controllo totale; alla luce di quanto appena esposto i vertici dell’alleanza, LICCIARDI Maria e MALLARDO Francesco hanno ordinato ai gruppi di fuoco dei clan BOCCHETTI e CONTINI di aggredire il gruppo MISSO; a questa iniziativa non avrebbe aderito la cosca LO RUSSO evitando di contrapporsi al citato sodalizio MISSO;
- la famiglia LO RUSSO, non condividendo alcune scelte operate dagli altri gruppi di vertice del cartello criminale, si sarebbe avvicinata all’avverso sodalizio dei MAZZARELLA per la gestione del lucroso affare del contrabbando di tabacchi lavorati esteri;
- la rivendicazione di maggiori spazi di autonomia, rispetto al vertice, è venuta da parte del gruppo capeggiato da Ettore SABATINO, in passato considerato dagli investigatori uno dei luogotenenti più fidati di Giuseppe LO RUSSO, per conto del quale aveva commesso una serie di omicidi. Infine, l’attività delle Forze di Polizia sul territorio ha consentito di addivenire all’arresto dei principali capi dell’alleanza di Secondigliano; tra gli ultimi arresti si citano quelli del napoletano Patrizio BOSTI, del clan CONTINI, arrestato il 14 aprile 2000 durante un summit di camorra che si svolgeva all’interno di una villa ubicata in aperta campagna tra i comuni di Qualiano e Giugliano; nelle stesse circostanze sono stati arrestati anche i cugini MALLARDO Francesco e Feliciano.
Il personaggio di maggior spicco dell’alleanza ancora in libertà è Maria LICCIARDI, sorella del più noto Pietro, che in diverse occasioni ha non solo gestito gli affari illeciti del suo clan, ma anche agito nell’interesse e per conto dei gruppi criminali dell’alleanza.
La catena di omicidi verificatasi nel mese di giugno 2000 (oltre 55 episodi nel primo semestre 2000, a fronte dei 37 del 1° semestre del 1999) è, quindi, da ricondursi alle ritorsioni poste in essere dal clan LICCIARDI in seguito alla scissione del clan LO RUSSO ed il suo contemporaneo avvicinamento per motivi legati alla spartizione dei proventi illeciti del contrabbando alla cosca MAZZARELLA; non si può, d’altro canto, escludere, per i motivi sopra esposti, un intervento nel contendere anche del clan MISSO, alleato del gruppo MAZZARELLA in favore del sodalizio LO RUSSO.
CASERTA

2000

La malavita organizzata nella provincia è caratterizzata da segnali di rinnovata conflittualità tra sodalizi insistenti sullo stesso territorio, registrati all’indomani della cattura, avvenuta il 12 luglio 1998, da parte del Centro Operativo D.I.A. di Napoli, di Francesco SCHIAVONE.
L’arresto del carismatico capo del clan dei CASALESI, come già ampiamente previsto, ha scompaginato gli equilibri tra i numerosi sodalizi riconducibili allo stesso gruppo SCHIAVONE, ma non ha comportato una minore influenza criminale sul territorio della consorteria in argomento. Anche se questa ha perso di coesione per la formazione di nuovi raggruppamenti, sovente in lotta tra loro, sorti anche a seguito delle scarcerazioni di personaggi di rilievo avvenute nel 1999 e nel 1° semestre 2000.
In definitiva i fatti illeciti che maggiormente hanno inciso sulla situazione della sicurezza pubblica nella provincia in esame sono:
- una recrudescenza di fatti di sangue in pregiudizio di affiliati alla consorteria dei CASALESI a seguito della scarcerazione, avvenuta il 3 ottobre 1998, di Domenico BIDOGNETTI, nato a Napoli l’1 ottobre 1966, nipote del capo clan Francesco BIDOGNETTI, quest’ultimo notoriamente in contrasto con il cartello capeggiato da Francesco SCHIAVONE;
- numerosi fatti di sangue commessi in pregiudizio di cittadini di nazionalità albanese.
Le altre province

2000

Nelle altre province campane non si scorgono elementi di novità rispetto al semestre precedente, anche se il comprensorio di Avellino risente della circostanza di essere posizionata in un’area strategica tra la Campania e la Puglia. Infatti qui si registrano alleanze tra gruppi criminali autoctoni e clan camorristici attivi nel napoletano e nel casertano, per dividersi l’esercizio di programmi economico-imprenditoriali-delinquenziali ed organizzazioni criminali pugliesi orientate soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti ed al contrabbando di tabacchi.
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