disoccupazione

Materie:Tema
Categoria:Diritto

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Testo

Disoccupazione e Mezzogiorno
D'ANTONIO: Sono Mariano D'Antonio, insegno all'Università di Roma Tre. Mi occupo di problemi di sviluppo economico e quindi di lavoro. Oggi dedichiamo il nostro dibattito proprio ai problemi del lavoro, specie nel Mezzogiorno. Vediamo una scheda che è stata preparata per questo incontro.
COMMENTATORE: La disoccupazione in Italia non ha caratteristiche omogenee. Mentre al Nord essa è contenuta in un modesto 6,6% della forza-lavoro e risulta di molto inferiore alla media europea, che è circa del 10,7%, al Sud è nettamente superiore ad essa, e arriva addirittura al 22,2%. Nel Sud d'Italia quindi il tasso di disoccupazione è addirittura doppio rispetto al pur allarmante dato medio europeo. Ma non è tutto. Nel Meridione è disoccupato circa un giovane su tre e le possibilità di trovare un lavoro poi diminuscono ancora se a cercarlo è una donna giovane. Da questi dati emergono due elementi, che fanno dell'Italia un paese del tutto particolare. L'economia italiana è paradossalmente tra le più floride dell'Europa al Nord e tra le più depresse dell'Europa al Sud. Mentre al Nord l'Italia fa eccezione per livelli di occupazione, al Sud fa eccezione per i livelli di disoccupazione. La disoccupazione nel Sud dunque non riflette solamente la congiuntura economica negativa, non è legata esclusivamente al ciclico calo della domanda, ma si configura come disoccupazione di lunga durata. Ma le ragioni di questa situazione eccezionale vanno ricercate in una particolare carenza del Sud o devono essere lette nel quadro della politica nazionale? Se ci troviamo di fronte al perdurare della questione meridionale, a che cosa si deve questo perdurare? E' il risultato di una inadeguata politica economica, o il segno di una profonda e diversa appartenenza culturale del Sud?
STUDENTESSA: La Destra storica penalizzò il Sud con scelte economiche inappropriate; è possibile pensare che il problema della disoccupazione nel Meridione sia nato con l'Unità d'Italia?
D'ANTONIO: Alcuni storici sostengono quest'idea, altri addirittura risalgono ancora più indietro nel tempo, all'epoca della dominazione normanna nell'Italia Meridionale e al consolidarsi del sistema feudale nel Mezzogiorno, mentre nel resto d'Italia, si sviluppava il sistema dei Comuni. Nel centro-nord si formò un sistema politico-istituzionale favorevole alla crescita della borghesia mercantile, artigiana e poi manifatturiera.. Però il problema meridionale è diventato particolarmente acuto, ovvero ha colpito la sensibilità dei gruppi dirigenti, della politica, dell'economia del nostro paese, soprattutto negli ultimi cinquant'anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Da allora si è discusso vivacemente del Mezzogiorno. Si sono sono anche approntate delle politiche di intervento nel Mezzogiorno, su cui il giudizio è controverso. Alcuni dicono che sono state un fallimento completo, altri dicono che hanno gettato le basi per qualcosa che deve ancora realizzarsi.
STUDENTE: Secondo Lei, i corsi di formazione professionale sono validi?
D'ANTONIO: Secondo una valutazione che è stata fatta da un istituto indipendente i corsi di formazione professionale nella maggioranza dei casi sono poco validi. Il problema di questi corsi professionali è che essi sembrano adatti più a parcheggiare dei giovani nell'attesa che si aprano delle prospettive, piuttosto che irrobustire le loro capacità professionali. Questo dipende da molte circostanze, la principale delle quali, a mio avviso, consiste nella difficoltà o nella debolezza amministrativa delle Regioni - Ente Regioni, sto parlando, del Mezzogiorno - a cui compete di organizzare e poi di "monitorare" questi corsi. L'Ente Regione non ha nel Mezzogiorno forti capacità amministrative e di regia. Invece in Emilia Romagna e in particolare in Lombardia, l'esperienza dei corsi professionali è stata generalmente molto positiva, perché ha avviato i giovani ad un mestiere, oppure ha affinato professionalità che alcuni già avevano appreso durante la formazione scolastica. In una posizione intermedia si collocano Regioni come il Lazio e l'Umbria, ma le Regioni del Centro-Nord sono quelle che veramente hanno accumulato una vasta e positiva esperienza in materia di formazione professionale. Qui la formazione professionale è servita semplicemente a dare un piccolo sussidio ai giovani e secondo alcuni "maligni" - è servita principalmente a dare uno stipendio ai formatori. Quella è stata un'attività redistributiva, piuttosto che un'attività formativa.
STUDENTESSA: Cosa intende per "diversa appartenenza culturale"? In che modo una "diversa appartenenza culturale" può influire sulla disoccupazione?
D'ANTONIO: Nella scheda si poneva questo interrogativo: se l'eredità culturale di noi meridionali sia l'ostacolo allo sviluppo e quindi alla formazione di opportunità di lavoro. Questo è un discorso molto complicato. Intanto osserviamo che non è un problema antropologico, come a volte si dice " Voi meridionali avete il sole, il mare, il cielo, la pizza e i mandolini e vi accontentate", come se nel nostro codice genetico fosse incorporata questa tendenza a far poco o a non fare. Errore grossolano, perché la gran parte dei meridionali emigrati verso l'estero o il Nord d'Italia hanno dimostrato di possedere voglia e capacità di fare e hanno raggiunto posizioni di grande successo. Quando parliamo di problema culturale, io credo che dobbiamo intendere il contesto in cui noi operiamo, che è fatto di tradizioni, di usi, di costumi, è fatto di reti di relazione tra gli individui, che spesso sono reti perverse. Faccio un esempio. Nel mondo degli affari, nel Mezzogiorno c'è un detto che dice che: "a pagare e a morire c'è sempre tempo - l'ho tradotto dal dialetto napoletano. Ecco questa espressione la dice lunga sul modo con cui si intende onorare i propri impegni. Un commerciante, un industriale, che compra merci oppure ingaggia un lavoratore, può comportarsi secondo questa idea, che "a pagare e a morire c'è sempre tempo", quindi: "aspetta che io ti pago". Ma questo genera una catena di inadempienze, perché chi non è pagato a sua volta non paga. Allora sono queste reti di relazioni perverse, basate su antiche abitudini, che possiamo chiamare "cultura" in senso ampio - non nel senso libresco, non nel senso nozionistico - sono queste reti di relazioni che possono contribuire negativamente, ma molto negativamente alle condizioni economiche e civili del nostro Mezzogiorno. Qui il problema diventa complesso: come si fa a rompere la rete? Perché è chiaro, che c'è da fare una prima mossa. Chi fa questa prima mossa? Chi paga subito rischia di essere preso per ingenuo o per sprovveduto o rischia di danneggiarsi, perché gli altri a sua volta non lo pagano. Allora qui è un compito della politica, ovvero delle istituzioni che fanno le regole che i privati devono rispettare. Allora, se le istituzioni del Mezzogiorno riescono a garantire lo svolgimento rapido dei processi civili, ad esempio, che sono le controversie tra privati in materia di affari soprattutto, allora, se un processo civile durasse due anni, anziché i dieci, dodici anni in cui purtroppo si protrae in media nel Mezzogiorno, allora la magistratura civile, darebbe un grande contributo a rompere un certo tipo di reti di relazioni. Le pare? Perché uno prima di essere insolvente verso i suoi fornitori, ci penserebbe due volte. Ma l'insolvenza diventa un'abitudine se il creditore deve aspettare ben dodici anni per ottenere riconoscimento del suo diritto. Quindi la rete di relazioni perverse, che ho sintetizzato sotto il termine generico di cultura va spezzata dalle istituzioni.
STUDENTESSA: E' possibile che la privatizzazione dei servizi della sanità, delle poste e dei Servizi Locali in generale, crei una maggiore possibilità dei posti di lavoro?
D'ANTONIO: Questa è una buona domanda. Ma ci sono delle ambiguità che vanno chiarite. Si dice che la privatizzazione rende i servizi pubblici più efficienti. Quindi per esempio i tempi di consegna di una lettera dovrebbero abbreviarsi, se ci fosse un privato al posto dell'ente pubblico incaricato. L'Ente pubblico, che oggi gestisce il Servizio Postale, ci fa aspettare, penare per ricevere una lettera. Se il servizio è più efficiente può darsi che si creino maggiori opportunità di lavoro: il servizio cresce e quindi si assumono persone. Però, attenzione, questo discorso è soggetto a due condizioni. La prima è che quando si privatizza ci sia concorrenza tra i privati che sostituiscono l'Ente Pubblico, altrimenti se a un Ente come le Poste subentra un privato, che è l'unico ad esercitare il Servizio; noi non facciamo che trasferire un monopolio dal Settore Pubblico al Settore Privato. Con la privatizzazione ci vogliono più operatori in concorrenza. Allora sì che c'è efficienza e allora sì - come nella Telefonia Mobile, abbiamo assitito in questi anni - si creano occasioni di lavoro; perché tutti i gestori entrati nella Telefonia Mobile, accanto alla Telecom Italia Mobile, hanno assunto delle persone. La seconda condizione, anche questa è importante, è che, quando si privatizzano alcuni Servizi Pubblici, il Privato non lo fa per beneficienza - il Privato, legittimamente, intende guadagnare - se il Privato è un corriere che trasferisce posta o un gestore di telecomunicazioni, che trasmette messaggi nell'etere, non lo fa per divertimento, per hobby o per beneficienza, lo fa perché vuole realizzare dei profitti. Se un Privato gestisse l'Acquedotto di Napoli, lo farebbe perché vuole ricavare dai proventi, dalle tariffe un guadagno. Ma alcuni di questi servizi hanno anche una valenza "sociale". Ovvero c'è una fascia di utenza modesta e povera che rischia, quando il Servizio è privatizzato, di essere schiacciata. Prendete il caso dell'acqua. Una famiglia con un reddito modestissimo, probabilmente non potrebbe pagare una bolletta dell'acqua che fosse quattro volte più salata di quella che paga oggi all'Acquedotto di Napoli. Allora bisogna stabilire un equilibrio tra l'efficienza che il privato vuole raggiungere e il suo profitto, che è legato all'efficienza da una parte e dall'altra all'equità sociale. Poi alcuni Servizi ovviamente non possono essere privatizzati. Non possiamo privatizzare le forze dell'ordine o la magistratura. Perché i servizi che loro forniscono hanno natura di servizi indivisibili, che sono offerti a tutti. Io non posso assoldare il magistrato che mi dia ragione. La giusitizia è imparziale. "La legge è uguale per tutti", c'è scritto nell'Aula del Tribunale. Quindi alcuni Servizi non sono privatizzabili. Quelli che sono privatizzabili vanno privatizzati per raggiungere l'efficienza, allargare le possibilità di lavoro, ma devono rispettare una soglia minima di equità sociale.
STUDENTE: Prima Lei parlava del fenomeno dell’immigrazione. Se questo da un lato ha contribuito ad affievolire la piaga della disoccupazione, non crede che dall'altro ha determinato una non risoluzione dei veri problemi sociali e di infrastrutture?
D'ANTONIO: Sì, è vero, quello che Lei dice, è verissimo. L'emigrazione ha due facce, una, diciamo positiva, offre un'opportunità a qualcuno, perché altrimenti quel giovane, quel lavoratore avrebbe vissuto male con un lavoro precario, sottopagato nella regione di origine. Invece, si sposta in un'altra regione e vive meglio, perché il suo lavoro è più apprezzato, perché l'ambiente è più confortevole e i servizi pubblici funzionano di più di quanto non funzionano, per esempio, nel Mezzogiorno. Questo è il lato positivo dell’emigrazione, ma l'emigrazione però impoverisce la regione di origine. Perché chi emigra è di solito l'elemento più attivo della comunità, la persona che più è disposta a rischiare. Occorre anche un po' di spirito di avventura nell'emigrare. Ma l'emigrazione priva la regione d'origine degli spiriti più intraprendenti, più dinamici, se si vuole più avventurosi, non vorrei dire più avvenutieri, per amor del cielo! Ma è un impoverimento per la regione di origine. Però noi non dobbiamo considerare l'emigrazione come un malanno in assoluto. Vorrei che fosse chiaro. Anche perché è accaduto e accadrà che coloro i quali emigrano dal Mezzogiorno, dopo avere acquistato una buona capacità lavorativa, al Nord o all'estero, dopo aver fatto una grande esperienza di lavoro qualificata, dopo avere messo da parte un gruzzolo, tornano in età adulta o più che adulta, a volte oltre i quarant'anni, i cinquant'anni, - e adesso a questa età gli uomini e le donne, sono ancora attivissimi, dal punto di vista lavorativo - tornano a Napoli, a Matera, a Reggio Calabria - e non se ne stanno con le mani in mano. Vogliono mettere a frutto quello che hanno imparato. Il capitale che hanno accumulato lo voglionio investire. Io la chiamo una "imprenditorialità di ritorno" o se volete, una "professionalità di ritorno"..Una volta, quando tornavano, compravano il campicello, lo coltivavano e producevano alimenti per autoconsumo. Tornavano e con i risparmi accumulati all'estero aprivano il piccolo negozio, nel paesino: il bar, il negozio di alimentari.
Adesso fanno impresa: mettono su una fabbrichetta, un ufficio. Quindi l'emigrazione non va considerata, come un trauma, non va vissuta come una perdita irreversibile. Possono tornare. E' chiaro, se le condizioni sono cambiate o loro stessi vogliono cambiarle, tornano. Fanno impresa, fanno lavoro professionale. Quindi guardate a questo fenomeno - anche come a qualcosa che possa riguardare il vostro futuro, personale - con più apertura. Ragazzi il mondo è largo e le curiostià da soddisfare sono tante. Va bene? Ecco, il mondo non è Napoli o il liceo "Vico".
STUDENTESSA: Quindi, diciamo che l'offerta quando va verso la domanda trova queste difficoltà. Però non potrebbe andare la domanda verso l'offerta, per migliorare, per equilibrare la differenza, il tasso di occupazione?
D'ANTONIO: Questa ragazza ha già imparato il gergo di noi economisti.
STUDENTESSA: La ringrazio.
D'ANTONIO: Sì. Già ha imparato un po' il gergo - domanda, offerta - di noi economisti. Allora fuori dal gergo, per gli altri e per i nostri telespettatori, Lei ha detto: anziché essere il lavoro meridionale che si sposta verso l'impresa settentrionale, non può essere l'impresa settentrionale che si trasferisce verso il lavoro meridionale? Questa è una delle scommesse per il prossimo futuro: creare le condizioni affinché sia conveniente agli imprenditori del Nord venire al Sud. Per la verità, già sono venuti al Sud gli imprenditori del Nord: soprattutto le grandi imprese. Prendiamo il caso di una grande impresa automobilsitica - non faccio il nome per motivi, ovviamente, di pubblicità, ma si capisce qual'è - essa realizza oggi il 55% dei suoi prodotti nel Mezzogiorno. Questo è poco conosciuto. Più della metà della produzione di questa grande impresa automobilsitica italiana viene realizzata in stabilimenti ubicati nel Mezzogiorno.
Il problema non è la grande impresa da portare nel Sud. Il problema è portare nel Sud la media e piccola impresa del Nord. Qui ci sono delle difficoltà, perché la grande impresa arriva in un territorio, occupa tremila persone. Quale banda di criminali, di camorristi, penserà mai di taglieggiare la grande impresa? Non ci pensa, perché è una grande istituzione. Qualora qualcuno si presentasse al direttore di uno stabilimento, di una grande impresa nel Mezzogiorno, e dicesse: "Voglio la tangente", ebbene, quello intanto lo metterebbe alla porta, poi chiamerebbe subito i carabinieri, poi avrebbe il suo servizio di vigilanza, che è capace di contenere queste pressioni criminali. Ma un piccolo medio imprenditore - emiliano, toscano, marchigiano, lombardo, veneto - il quale avesse voglia di venire nel Mezzogiorno, teme di non potere fronteggiare da solo o con l'aiuto delle istituzioni la criminalità organizzata. Questo è un fattore che dissuade e allontana gli imprenditori del Nord, li scoraggia a venire nel Mezzogiorno. Il secondo fattore è quello che nel Mezzogiorno mancano ancora le cosiddette infrastrutture: l'energia elettrica, la rete telefonica è ancora debole, la rete telematica è ancora poco organizzata, - oggi si viaggia su Internet, si mandano messaggi di posta elettronica. Dal Sud è più difficile operare - la rete idrica "fa ancora acqua", letteralmente, cioè perde acqua. L'Acquedotto di Napoli si stima che perda almeno il 40% di ciò che vi immettiamo, perché è fatisciente. Va bene? Allora l'impresa ha bisogno di un approvvigionamento regolare di acqua, di energia elettrica, di telefonia, di telematica. Ora queste infrastrutture mancano nel mezzogiorno. Nel Sud manca, infine, la ferrovia. I trasporti di merci dal Sud al Nord e dal Nord al Sud si fa prevalentemente per autostrada. E' costosissimo, è inquinante, è pericoloso. Non c'è alternativa, perché la rete ferroviaria nel Mezzogiorno è ancora inadeguata. Allora, tutti questi sono fattori che respingono gli imprenditori del nord. Quanti imprenditori mi hanno detto - e concludo su questo punto -: "Ah, io ho, nella mia fabbrica, dei lavoratori calabresi bravissimi!". Allora mi sono chiesto: "Ma perché non mettono una sussidiaria, una succursale, in Calabria o a Napoli, e così via?". Poi mi sono studiato il problema. Apro il giornale, uno dei più diffusi: omicidio di mafia , omicidio di camorra, taglieggiato quell'imprenditore, il tritolo nella fabbrica, è saltato questo, l'automobile danneggiata, minacce di rapimenti. E allora dici: " Ma chi m'o fa fà?", come si dice a Napoli.
STUDENTESSA: Subito dopo l'Unità nel Mezzogiorno c'era il problema della disoccupazione e dell'analfabetismo. Ora, anche dopo l'unità vediamo che il Mezzogiorno si è scolarizzato ma continua ad esistere il problema della disoccupazione.
D'ANTONIO: Perché la cultura da sola non crea lavoro, a meno che non divenga impresa: quell'attività produttiva organizzata, che parte dalla cultura, produce un servizio, lo vende e quindi permette di pagare colui ha prodotto questo servizio. La cultura può fare impresa? Questa è poi la Sua domanda. La cultura è una premessa per fare impresa, perché l'impresa, la produzione di ricchezza, che dà lavoro e dà un salario, uno stipendio, un reddito è una delle attività più delicate che richiede cultura. Non state a sentire in queste rappresentazioni dell'imprenditore come un animale ruspante, selvatico, il quale si ingegna e poi dopo fa imbroglietti e quindi poi si arricchisce. Niente di tutto questo è vero. Per esempio, nel Mezzogiorno la cultura potrebbe fare impresa nel campo multimediale. Stanno sorgendo molte imprese: i giovani meridionali, aiutati dalla legge per l'imprenditorialità giovanile, la quale consente di disporre di contributi pubblici per fare impresa. Io ho visto alcune di queste imprese, fatte da giovani diplomati, laureati. Si sono messi insieme, hanno fatto impresa. Si sono messi ad allevare struzzi! Si sono messi a coltivare agrumi! - sto facendo, a caso - Hanno aperto lo studio di registrazione più importante che c'è nell'Italia Meridionale, uno studio di registrazione come questo - c'è uno che ha inventato un dispositivo telefonico e ha una lista di ordinativi da tutto il mondo". Va bene? La cultura è anche la base per impresa. La cultura non è autocontemplativa.I Latini e i Greci distinguevano otium da negotium. L'otium era la contemplazione, era il coltivare la propria persona, era lo scrivere la poesia, era il mirare un paesaggio. Questo è l'otium. Il negotium era invece l'attività pratica. Nella cultura classica che noi studiamo, c'è questa terribile scissione tra chi lavora e produce e chi invece pensa, riflette scrive e trasmette alla posterità altra cultura. Questo diaframma, per fortuna, ai tempi nostri si è rotto, si è spaccato e non c'è più separazione tra il sapere e il fare. Sono due attività interdipendenti. Quindi coltivateVi per poter fare.
STUDENTE: Diverse parti, anche politiche come la Confindustria, parlano della flessibilità come mezzo per invogliare l'imprenditore ad investire al Sud e quindi per combattere la disoccupazione. Ma questo comporterebbe una diminuzione dei salari per i giovani e poi sicuramente una minore tutela contrattuale. Diciamo che già i diritti al Sud sono poco rispettati- - sappiamo benissimo che, purtroppo, ci sono delle circostanze che ci impediscono di poter usufruire a pieno dei nostri diritti di cittadini. Quindi se noi continuiamo a sminuire l'importanza del cittadino e quindi diminuiamo i nostri diritti, a questo punto non contravveniamo a quei principi universali che dovrebbero essere garantiti e che poi tra l'altro sono anche solennemente sanciti dal Terzo Articolo della nostra Costituzione?
D'ANTONIO: Lei tocca una questione molto delicata, però voglio dirLe che l'ha messa in termini veramente di principio. Mentre la questione, secondo me, è molto più semplice. Metterla in termini di principio, non mi lascia nessuna alternativa. Noi meridionali siamo cittadini come i milanesi e i torinesi, perché dobbiamo avere meno diritti di loro?'. Il problema non è da porre in questo modo, secondo me. Il problema è molto semplice: nel Sud le imprese, per i diversi motivi, che ho già citato, di "diseconomia ambientale" -permettetemi questo termine - , cioè i paesi del Sud hanno costi maggiori ed efficienza minore, rispetto alle imprese del Nord, la produttività del lavoro è nel Sud più bassa, soprattutto nell'industria manifatturiera e i salari invece sono contrattualmente definiti come "uniformi sul territorio nazionale". Allora gli industriali, ma anche altri, per esempio il Governatore della Banca d'Italia, che non ha interessi di parte nella questione, sostengono che bisogna sventagliare i salari, non stabilire rigidamente che i meridionali devono essere pagati il 30% di meno rispetto ai settentrionali. Non è questo. Però, si dice, dobbiamo fare in modo che la paga sia commisurata allo sforzo e alla produttività del lavoratore. E' chiaro? Allora questo significa: che in alcune imprese del Mezzogiorno la paga potrebbe essere molto più alta della paga percepita da un operaio milanese, perché la produttività in alcune imprese meridionali è molto più alta di quelle di un opeario milanese. Però ci sono anche imprese nelle quali la produttività è più bassa. Allora in questo caso la paga sarebbe più bassa, non c'è da fare un taglio universale per i salari meridionali, dire: "Devono essere tutti del 30%, del 40% più bassi". C’è da sventagliare, differenziare in tutta Italia i salari, in modo da adeguarli al contesto dell'impresa in cui il lavoratore opera. Allora qualcuno mi può dire: "Ma allora io ho la sfortuna di lavorare in un'impresa, nella quale, per motivi indipendenti dalla mia volontà, per esempio, per incapacità dell'imprenditore, la produttività è bassa. Allora che faccio? Accetto un salario basso?".
Sì lo accetti temporaneamente, perché ti conviene fare sempre un'esperienza lavorativa, poi, alla prima occasione, quando hai conquistato una qualifica, una capacità lavorativa, cambi lavoro, passi altrove, dove hai la possibilità di guadagnare di più. Attenzione ragazzi, c'è una trappola in cui cadono molti giovani meridionali:di aspettare l'occasione migliore. Mi offri questa opportunità di lavoro? La rifiuto, non mi piace, perché mi paghi poco e mi fai lavorare molto. Aspetto un'occasione migliore. Questa è una trappola terribile, perché intanto si può aspettare perché si è a carico della famiglia. Chi ha una famiglia, è in grado di sostenerlo. Già questo significa per papà e mammà un assillo, una preoccupazione e un costo, se consentite. Poi aspettare fa maturare un sentimento di inutilità, di frustrazione. Io sto aspettando. Non mi si presenta l'occasione. Ne ho rifiutata una, due. Mi sembravano inadeguate. Ma intanto mi sento inutile, intanto sono frustrato. Questa si chiama "disoccupazione di attesa" ed è micidiale secondo me, perché questa attesa si può protrarrre per tre, quattro, cinque anni, creando dei gravi problemi anche di carattere psicologico al soggetto e alla sua famiglia. Il piccolo suggerimento, che ho dato ai miei figli e ai figli di tanti amici, è: inizialmente accontateVi, perché il Vostro scopo è imparare, ma non solo imparare a lavorare, ma imparare a convivere e cooperare nel luogo di lavoro. E' una delle arti più difficili. Imparare a lavorare. La scuola non insegna a lavorare, non può insegnare a lavorare. E' on the job, come dicono gli anglosassoni, sul lavoro che si apprende come lavorare. E' chiaro? Quindi accontateVi, sacrificateVi, dopo ne avrete un grande beneficio, in termini di esperienza e di capacità di relazione con gli altri..
STUDENTESSA: Poco fa si è parlato di trasferimento di imprenditori al Sud, ma non è possibile a causa della sregolatezza sociale che si è creata. Viene fatto un appello a noi giovani che dobbiamo impegnarci in una lotta. Ma come è possibile ed efficace una lotta per la forma mentis che si è venuta a creare negli uomini meridionali? Si può pensare che lo Stato si è arreso a questa forma di antistato?
D'ANTONIO: Lo Stato non si è arreso, lo Stato ha combattuto. Abbiamo avuto le nostre vittime: Falcone, Borsellino sono le vittime più recenti e più illustri. Però, vedete, lo Stato non si è arreso e in parte ha vinto la sua battaglia. La Sicilia molto mafiosa degli anni passati oggi è meno mafiosa, meno inquinata dalla criminalità. In Campania lo stesso, abbiamo magistrati capaci e coraggiosi, abbiamo delle Forze dell'Ordine in varia misura, intelligenti, qualificate ed impegnate. Lei mi chiede cosa può fare il singolo cittadino,? Semplice: comportarsi correttamente in tutte le circostanze della sua giornata, della sua esistenza. Correttamente non significa soltanto che non aggredisco un passante con la pistola e lo derubo o non scippo la borsetta alla signora che sta facendo la spesa. Mi comporto correttamente anche non passando col rosso al semaforo. Qualcuno dice: " E che è? Che è un delitto?". Non è un delitto in sé, è vero, a meno che tu non travolga qualche poverino, ma è la spia di un atteggiamento. Mi comporto correttamente non fumando nel luogo in cui sta scritto: "Vietato fumare". Dice: "Ma che è? Chi stiamo danneggiando?". Queste sono la spia di un'attitudine, di un comportamento, di una rilassatezza o, se vuole, di una indifferenza nei confronti della sregolatezza. Io sono piccolo e sregolato. Ma qual'è la differenza tra il piccolo sregolato e il grande sregolato. Certo: è il danno procurato agli altri. Però è un problema di cultura inteso in senso largo, come attitudine verso la vita. L'attitudine nostra, se vogliamo dare un contributo alla lotta alla criminalità, deve essere questa: dobbiamo rispettare tutte le regole .
STUDENTESSA: Professore nella scheda si dice che una giovane donna ha più difficoltà a trovare un posto di lavoro. Perché? Non è stata raggiunta forse la parità uomo-donna?
D'ANTONIO: La parità uomo-donna è stata raggiunta. Anzi, secondo me, è stata raggiunta la superiorità donna su uomo. Di questo io sono felicissimo. Sto scherzando! Ma guardi, ci sono molti ostacoli all'ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Un ostacolo che trovano gli imprenditori sono le tutele. Per esempio l'Italia ha una tutela della maternità, che è molto più larga di quella che esiste in qualunque altro paese del mondo. Il periodo di pre e post maternità pagato alla donna è in Italia più ampio che altrove. Spesso gli imprenditori, specialmente i piccolissimi imprenditori, sono preoccupati, spaventati, perché questo significa costi. Allora preferiscono il maschio. Lo stesso maschio subisce anche qualche difficoltà. Quando supera un concorso, una prova attitutidinale il fatto di aver assolto o no il servizio militare è un criterio nell’assunzione. Voglio dire, nel caso delle donne quello della tutela troppo larga, che viene concessa in Italia, più che altrove. Naturalmente nel caso delle donne, l'unica maniera che hanno - e l'hanno con successo - di superare alcune di queste barriere, che sono anche barriere di pregiudizi talvolta - è impegnarsi molto. Infatti le donne sono sul lavoro mediamente molto più impegnate degli uomini, perché loro sanno che devono superare un pregiudizio, oppure un ostacolo di costume
STUDENTE: Ma non crede che lo Stato abbia sottovalutato il problema del lavoro minorile e del lavoro nero?
D'ANTONIO: Dunque il lavoro minorile e il lavoro nero a volte si intrecciano e diventa un disastro umano, è vero, perché si impedisce al ragazzo di crescere, di imparare, di apprendere, di completare la scuola d'obbligo, ad esempio. Forse è stato sottovalutato, può darsi anche che sia stato tollerato come una valvola di sicurezza la quale entra in funzione e abbassa la pressione che c'è nel Mezzogiorno, nella mancanza di lavoro. Ora, quando la pressione si abbassa e riguarda gli adulti, come diceva il Vostro collega, c'è una perdita di diritti, perché il lavoratore, impiegato a nero, non ha il diritto alla pensione, diversamente i previdenziali - non sono fatti i versamenti, i, contributi sanitari, quindi può farsi male, un infortunio sul lavoro è un non coperto né dalla Sanità Pubblica né dall'Assicurazione, non è coperto dal contratto di lavoro. Quindi quando si copre il lavoro sommerso è una perdita di di diritti. Però, in molti casi, il lavoratore sommerso ragiona così: meglio questo che il nulla. Vede anche con qualche preoccupazione gli interventi repressivi che lo Stato compie - Guardia di Finanza, Ispettorato del Lavoro. Nel caso dei minori il lavoro nero è doppiamente lesivo dei diritti, perché si lede il diritto alla crescita armoniosa del fanciullo e il diritto al lavoro regolare.
STUDENTE: Il problema della disoccupazione è un problema che si può riscontrare anche in un film di Gabriele Salvatores: Sud, una commedia italiana del 1993. Questa commedia ha per protagonisti quattro disoccupati, che occupano un seggio elettorale in un paese del Sud-Italia. Questi quattro disoccupati, per caso, sequestrano anche la figlia di un onorevole capo della mafia locale. Questo film per certi versi è una storia quasi grottesca ed ha una carica politica molto forte, tratta argomenti molto importanti. La domanda è: come è possibile che gli Organi statali non si preoccupino dei problemi sollevati da questo film?
D'ANTONIO: Il problema è al centro dell'agenda politica del nostro paese, soprattutto in questi ultimi tempi, perché, come diceva anche il filmato iniziale, l'Italia del Nord marcia bene. C'è ricchezza, anzi addirittura opulenza. Però attenzione, non dobbiamo pensare che il problema del lavoro sia un obiettivo e un compito esclusivo dello Stato.
STUDENTE: Il film di Salvatores tratta quindi argomenti politici molto forti e si individua un Sud che, che è ormai allo stremo, che sta per scoppiare. Ma come mai questo Sud non scoppia nella realtà, perché non avviene questo, questa rivolta che invece è sottolineata dal film?
D'ANTONIO: Ci sono molti ammortizzatori, uno dei quali è quello del lavoro sommerso che è stato sollevato dal Suo collega. E' un ammortizzatore che permette a questa polveriera di non esplodere. Un altro ammortizzatore sono gli interventi pubblici, che finora hanno assunto anche la forma di sussidi. Per esempio i lavoratori, cosiddetti "socialmente utili", percepiscono un sussidio. Altri sussidi pure esistono, c'è anche la fiducia e, secondo me, la maturità del popolo meridionale, perché questo popolo meridionale, che è stato dipinto talvolta con tinte razziste, come un popolo di disordinato, come un popolo di svagati, di devianti, questo è un popolo ordinato, ordinatissimo, perché in altre circostanze i livelli di disoccupazione, come Lei ha detto, che registriamo al Sud, avrebbero determinato rivolte in altri luoghi. Quindi ci sono dei meccanismi di adattamento: il lavoro sommerso, i sussidi pubblici, la famiglia, un'istituzione quest’ultima che nel Sud diventa anche impresa familiare che occupa il titolare, la moglie e i figli. Quindi ci sono dei meccanismi di compensazione, ma questo non significa che dobbiamo consolarci e: "tirare a campare", come si dice. La situazione è anche grottesca, come quella che Salvatores illustra nel suo film: Sud, ma il grottesco è un caso limite. Il caso ordinario è l'arrangiarsi, come diciamo noi. Il caso ordinario è lo spirito di adattamento, la flessibilità, di cui parlava il Vostro collega, che, nei fatti, i meridionali hanno realizzato molto più di quanto abbiano realizzato altri nel nostro paese. La flessibilità, l'attitudine ad assortire spezzoni di lavoro e di reddito, anche durante la giornata, l'attitudine a fare un mestiere, ma poterlo anche poi cambiare per passare ad un altro mestiere, se questo secondo rende un po' di più. Ora tutto questo mostra un popolo laborioso, "un popolo di formiche" fu chiamato, da un grande scrittore, Tommaso Fiore, all'inizio di questo secolo, "un popolo di formiche". Noi siamo rimasti "un popolo di formiche". Abbiamo bisogno forse di maggiore spirito di cooperazione tra di noi per poter costruire un autentico formicaio, un'autentica comunità.

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