Migrazione italiana

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Testo

MIGRAZIONE
Introduzione :
Per mobilità geografica(migrazione)si intende qualsiasi spostamento di persone da un luogo al altro.
Dal 1861 l’ Italia è stata investita da un ondata di migrazioni VOLONTARIE(alcune interne ma soprattutto ESTERNE) definita migrazioni di massa.
La più massiccia delle migrazioni è stata la prima causate in particolare da : la crescita demografica perché la vita media si era orma allungata e il tasso di fecondità rimaneva comunque alto, e alla crisi agraria perché con lo sviluppo dei trasporti gli alimenti a basso prezzo entrarono in concorrenza con quelli locali.
Questo affetto tutta l’Italia in particolare il sud.
La 2° ondata fu modesta perché frenata dagli interventi del governo fascista.
La 3° fu più consistente della seconda ma non quanto la prima
l’Italia si colloca in una condizione molto particolare: così come all'interno dell'Europa si può individuare una differenziazione tra paesi del Nord e paesi mediterranei, in Italia si registra un profondo dualismo territoriale tra regioni del Nord e regioni del Mezzogiorno. Anche i movimenti migratori (la portata e la direzione dei flussi, ma anche la loro composizione e qualità) riflettono questo dualismo. Si pensi alle grandi ondate migratorie dall'Italia che hanno visto una partecipazione di molte regioni italiane, in particolare di quelle del Mezzogiorno o alla nuova immigrazione che - presente in tutto il paese - si concentra, soprattutto per la sua componente più stabile, nelle regioni del Nord .

Scala delle migrazioni nel mondo
• 1° ondata = tra ‘500 e ‘700 il trasferimento legato alla colonizzazione
• 2° ondata = ‘800 alla ricerca di una vita migliore
• 3° ondata = va dal 1890 a 1894 gli emigrati sono meno graditi perché di ceto socio-culturale più bassa
• 4° ondata = dalla fine della 2° guerra mondiale agli anni ‘70
• 5° ondata = giorni nostri
Scala delle migrazioni in Italia :
• 1° ondata = dall’ 800 (1861) soprattutto per la crescita demografica e la crisi demografica
• 2° ondata = si colloca tra le due grandi guerre
• 3° ondata = dalla fine della 2° guerra mondiale agli anni ’70 meno graditi negli USA perchè di ceto sociale più basso
Questa viene chiamata ‘’ligure’’ per la presenza marcata di genovesi. Inoltre ci sono una serie di migrazione politiche

L ‘Italia dal 1861 agli anni ’70 è stata definita terra di migrazioni si stima che espatriati siano stati circa 22 milioni dei quali la maggior parte mediterranei.
La ‘’ cultura della migrazione ’’ si è propagata come una possibilità di risolvere i problemi(in particolare economici)e come speranza per un nuovo futuro. Questo viene chiamato ‘’fattore pull’’.
Tutto questo si diffonde innanzitutto per vie interne alla comunità contadina (cioè le ‘’chiacchiere della gente, cioè che le famiglie si raccontavano tra di loro), diffuse anche grazie alle lettere spedite dai familiari all’estero ,ma soprattutto dalle rimesse(cioè i soldi inviati in patria dagli migrati),

I dati relativi ai movimenti migratori degli italiani all'estero, prima del 1860, sono quasi inesistenti. Dopo questa data, la neonata Italia Unita, comincia a valutare il fenomeno dell'emigrazione della popolazione italiana all'estero, sia in relazione alle dimensioni considerevoli che di anno in anno stava assumendo, ma anche per censire, in qualche modo, il grande esodo di manodopera cui l'Italia assisteva impotente, e per valutare il flusso di denaro, che i lavoratori italiani all'estero mandavano ai loro congiunti rimasti in Italia. In poche parole, se per un verso, questa situazione era vantaggiosa per l'Italia, dall'altro contribuiva ad impoverire le risorse umane e professionali di cui l'Italia aveva bisogno. Il censimento generale del 1861, accertò l'esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei Paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe, infatti dai dati emerge la seguente situazione: Francia, 77.000; Germania, 14.000; Svizzera, 14.000; Alessandria d'Egitto, 12.000; Tunisi, 6.000; Stati Uniti, 500.000; Resto delle Americhe, 500.000. Prima del 1976, anno in cui s'iniziò a rilevare con regolarità l'immigrazione italiana, riuscendo ad ottenere cifre più sicure e comparabili fra loro, il flusso migratorio mostrava già i lineamenti di un fenomeno di massa. Stava assumendo dimensioni annue di consistente entità, infatti già intorno al quinquennio, precedente questa data, cioè dal 1869 al 1875, la media delle emigrazioni si aggirava intorno alla cifra, record per quel tempo, di 123.000 unità. In questo periodo, però, l'emigrazione italiana appare ancora disorganizzata e sporadica, e mantiene questo carattere, con una media di 135.000 emigrati, diretti in prevalenza verso Paesi europei e mediterranei, fino alla prima metà degli anni 1880; dal 1887, a causa del notevole incremento dell'offerta di lavoro del mercato americano, si sviluppa rapidamente l'emigrazione transoceanica e, si determina così, un raddoppio della media annua complessiva, che passa a. 269.000.unità (periodo. 1887-900). Per quanto riguarda le destinazioni privilegiate dall'emigrazione continentale, è la Francia, seguita a una certa distanza dall'Austria, dalla Germania e dalla Svizzera, che tiene sempre il primo posto tra i Paesi europei durante questo primo quarto di secolo; l'Argentina e il Brasile, invece, che assorbivano la maggior parte dell'emigrazione transoceanica nei primi venti anni, vedono rapidamente svanire il loro primato, a causa del repentino incremento dell'immigrazione negli Stati Uniti, avvenuto verso la fine del secolo.
Per una maggiore comprensione dell'incremento dell'emigrazione transoceanica, in valori assoluti e nei confronti di quella continentale (da 18,25% dell'emigrazione complessiva nel 1876 a 47,20% nel 1900), e dello spostamento della sua direzione dall'America meridionale a quella settentrionale, è utile ora mettere in relazione questi dati, sia con le mutate condizioni del mercato del lavoro nei paesi americani, sia con la diversa partecipazione delle varie regioni d'Italia all'espatrio. Nei primi anni del Regno, maggiormente colpiti dal fenomeno dell'emigrazione, furono gli abitanti delle regioni settentrionali, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa; nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsezza di mezzi di trasporto, di vie comunicazione e dell'ignoranza. Questa situazione di arretratezza e di estraniamento dalla vita del resto del Paese, continuò per lungo tempo, e senza ombra di dubbio, si può considerare come il residuo dei passati regimi, ma anche del tradizionale attaccamento alla terra e alla casa e di minori necessità economiche, derivanti da una vita esclusivamente agricola e patriarcale. In pochi decenni, però, il rapporto si invertì, sia a causa dell'intenso ritmo di accrescimento demografico, sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell'87, che sacrificò l'agricoltura all'industria), che non permettevano di assorbire l'eccesso di manodopera. Negli ultimi anni del secolo XIX, la quota fornita all'emigrazione complessiva dall'Italia settentrionale diminuì (da 86,7% nel 1876 a 49,9% nel 1900) mentre crescevano quella dell'Italia meridionale e insulare (da.6,6%.a.40,1%) e dell'Italia centrale (da.6,7.a.10%). L'analisi e il controllo del fenomeno, in questo periodo iniziale, furono trascurati, infatti, la sola legge varata dal Parlamento fu la n. 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme comportamentali. Tale legge affidava alla polizia, il controllo per arginare il fenomeno dei molteplici abusi, ad opera di chi si occupava di reclutare manodopera a basso costo. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono, solamente quando fu approvata una legge organica dell'emigrazione e fu creato un organo tecnico specifico per l'applicazione della legge stessa: furono abolite le agenzie e sub agenzie; il trasporto fu consentito solo sotto l'osservanza di determinate cautele e garanzie; si crearono organi pubblici, per fornire le necessarie informazioni ai desiderosi di espatrio; si stabilirono norme per l'assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell'emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l'estero. Assistita, organizzata e diretta laddove maggiori fossero le possibilità di occupazione, l'emigrazione italiana, per quanto con andamento irregolare dovuto alle crisi attraversate dai Paesi di destinazione, tende ad aumentare nei primi anni del secolo XX; la media annua nel 1901-13 sale a 626.000 emigranti e il rapporto con la popolazione del regno, nel 1913, tocca i 2.500 emigranti per ogni 100.000 abitanti, pari a un quarantesimo circa dell'intera popolazione. E' soprattutto l'emigrazione dall'Italia meridionale e insulare che si sviluppa, raggiungendo livelli nettamente superiori rispetto a quelli dell'Italia settentrionale: 46% contro 41% dell'Italia settentrionale e 13% della centrale, su un totale di più di 8 milioni del periodo 1901-13. Ciò spiega anche l'assoluto prevalere, nel periodo, dell'emigrazione transoceanica sulla continentale (il 58,2% contro il 41,8%). Gli emigrati dall'Italia meridionale, prevalentemente addetti all'agricoltura e braccianti, costretti all'espatrio dalla povertà dei loro Paesi erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro e anche a stabilirsi definitivamente all'estero, nelle terre d'oltremare; al contrario, l'emigrazione dall'Italia settentrionale, più altamente qualificata e, in genere temporanea, era per lo più assorbita da Paesi europei. Tra i Paesi di destinazione dell'emigrazione continentale, la Svizzera passò al primo posto superando la Germania, l'Austria e la stessa Francia; nell'emigrazione verso Paesi d'oltremare si accentuò invece il primato degli Stati Uniti, dove si diressero, dal 1901 al 1913, oltre 3 milioni di italiani, contro i 951.000 dell'Argentina e i 393.000 del Brasile. Gli alti salari offerti al mercato nordamericano, la diminuzione delle terre libere nei Paesi dell'America Meridionale, la maggiore facilità e rapidità di guadagni, consentita dalla grande industria degli Stati Uniti, concorsero a dirottare il flusso dell'emigrazione dall'Italia. Il venire meno del vincolo fondiario, che lega l'emigrato al paese d'arrivo, e il diminuito costo dei trasporti favorirono una minore durata dell'espatrio: molti lavoratori decisero di investire i loro risparmi in Italia, prevalentemente in acquisto di terre o nella casa di proprietà. Questo carattere temporaneo, che già era dominante nell'emigrazione continentale e che cominciava ad estendersi a parte dell'emigrazione transoceanica, si ripercuote beneficamente sull'economia italiana, sia perché gli emigrati tornano, in genere con accresciute capacità di lavoro e di iniziativa e muniti di capitali accumulati all'estero, sia perché, contando di rientrare in patria, molti emigranti vi lasciavano le loro famiglie e ad esse provvedevano durante l'espatrio con l'invio di rimesse, quelle rimesse che contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell'Italia con l'estero. L'emigrazione italiana negli ultimi anni dell'anteguerra era ben diversa da quella degli ultimi vent'anni del XIX secolo. Non si trattava più di masse prive di appoggio, emigranti alla ventura in cerca di lavoro, ma di masse guidate e assistite, e capaci alla loro volta di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della patria. L'emigrazione, ritenuta inscindibilmente connessa alla struttura economica del Paese e al ritmo di accrescimento della sua popolazione, fu largamente incoraggiata e protetta

Effetti della migrazione
Sebbene siano state fatte molte ipotesi sugli effetti delle migrazioni ma purtroppo non è possibile dare una risposta univoca poiche la realtà è molto complessa e quando si prova a distinguere le conseguenze positive da quelle negative si ottengono sempre risposte soggettive

Le conseguenze del paese di partenza
La partenza dei lavoratori sottoccupati e non qualificati ha un'incidenza sull'occupazione, la produzione, i salari: in un primo tempo il mercato del lavoro e la spesa sociale vengono alleviati, e il reddito delle famiglie rimaste aumenta in seguito all' invio di parte dei guadagni degli emigranti. La somma complessiva delle rimesse può incidere positivamente sulla bilancia dei pagamenti dello Stato costituendo una entrata di capitale di notevoli dimensioni. Nei paesi in cui le rimesse vengono utilizzate per attuare investimenti l’emigrazione può costituire un aiuto allo sviluppo. Se invece vengono utilizzate solo per consumi personali possono a lungo termine favorire l’inflazione. Se ad emigrare sono persone la cui crescita e grado di qualificazione è costata allo Stato in termini educativi, sociali e sanitari, si verifica paradossalmente che il frutto di questi investimenti sia goduto dai Paesi di arrivo. Se nelle migrazioni temporanee a partire sono i giovani, prevalente maschi, la popolazione subirà, per un periodo più o meno lungo di tempo, uno squilibrio sia per quanto riguarda le classi di età che per sesso: la popolazione sarà costituita prevalentemente da anziani, bambini e donne. Inoltre possono emergere carenze di manodopera , difficili da sanare in quanto è maggiore l' attrazione dei salari dei Paesi industrializzati. Se a migrare sono prevalentemente donne (come avviene ad esempio per molti Paesi latino americani, le Isole di Capo Verde e le Filippine) a risentirne saranno importanti settori economici come l' agricoltura..
Le conseguenze del paese d’arrivo
L'arrivo di lavoratori stranieri può a breve termine abbassare il costo del lavoro e avere quindi un effetto positivo sulla produttività generale e permettere alle imprese marginali di sussistere. Infatti il costo della manodopera costituita dagli immigrati è tendenzialmente più basso di quello della manodopera locale sia perché questi lavoratori accettano salari inferiori, sia perché, nel caso di assunzione illegale, consentono al datore di lavoro di evadere le contribuzioni fiscali e previdenziali. Gli immigrati accettano spinti dalla necessità condizioni di lavoro più dure, come orari più lunghi, turni notturni e festivi, mansioni nocive e pericolose, lavori temporanei. Inoltre sono difficilmente sindacalizzabili e il loro licenziamento può avvenire più facilmente, specialmente se si tratta di lavoro nero. Tutto questo può avere effetti negativi per quanto riguarda l'azione sindacale tesa a salvaguardare salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il basso costo della manodopera straniera e, più in generale, la compressione della dinamica salariale disincentivano molte imprese dall'effettuare investimenti in tecnologie atte a razionalizzare il ciclo produttivo. La disponibilità degli immigrati a compiere operazioni nocive alla salute o rischiose permette a certi imprenditori di mantenere antiquati e spesso illegali sistemi di sicurezza contro le malattie professionali.
Se il rallentamento dell'innovazione tecnologica può essere considerato nel breve periodo un risparmio di costi, esso può trasformarsi in un ritardo che nel lungo periodo toglie competitività alle produzioni in cui è richiesto alto livello di precisione, affidabilità e standardizzazione. La presenza di immigrati in condizione di disoccupazione o di lavoro nero comporta dei costi per l'erogazione di servizi socioassistenziali: abitazione, educazione scolastica, assistenza sanitaria, senza che vi sia un corrispettivo in termini di contributi versati. Inoltre secondo il contesto di inserimento, la difficoltà nel trovare lavoro facilita in zone disagiate e periferiche forme di emarginazione, oppure di reclutamento nelle organizzazioni criminali. Le migrazioni producono poi effetti sociali di rilievo a motivo dell'inserimento degli immigrati in un contesto culturale differente da quello d'origine. Il contatto tra i locali e i nuovi arrivati provoca una certa positiva compenetrazione nello scambio culturale per quanto riguarda i costumi, i comportamenti , i valori, le istituzioni. Ma dall'incontro possono anche scaturire ostacoli di varia natura quali la diffusione di atteggiamenti razzistici o il nascere di separatismi e ghetti.
Andare verso un modello sociale
Occorre porci di fronte alle questioni sollevate da una società sempre più variegata dal punto di vista etnico-culturale, al fine di garantirci una convivenza pacifica. Superate le prime fasi del ciclo migratorio, in cui risultava prioritario mettere a punto norme politiche che regolassero l’ingresso e l’accesso ai servizi sociali e l’immissione nel mercato del lavoro, gli Stati dell’Europa occidentale hanno dovuto approntare politiche di stabilizzazione di lungo periodo, in modo da rendere compatibile l’unità della Nazione con le differenze culturali e sociali, legate alla presenza di immigrati, anche di seconda e di terza generazione.
Modelli sociali a confronto: La complessità delle situazioni createsi con le migrazioni in vari momenti storici e in situazioni diverse ha dato origine a modelli di società molto differenti tra loro che rispecchiano gli orientamenti politici e sociali dominanti in quella determinata epoca.
Fusione - E' il progetto sociale di integrazione alla base della politica nordamericana nei confronti dei migranti europei tra l' 800 e l' inizio del ' 900. L' obiettivo era la creazione dell' "uomo americano", un individuo nuovo non più immigrato italiano, tedesco o irlandese. Il termine fusione indica la volontà di sciogliere le peculiarità culturali originarie di ogni immigrato per arrivare ad una società etnicamente e culturalmente omogenea.
Tale modello è stato definito "melting pot" ossia crogiolo di razze. Questo progetto non si è mai realizzato, anzi al contrario un gruppo sociale, costituito dai WASP (White Anglo-Saxons and Protestans - bianchi, anglosassoni e protestanti), è divenuto dominante nella società americana. Assimilazione – Si realizza togliendo valore alle culture diverse da quella dominante.
L' integrazione è possibile nella misura in cui gli immigrati acquistano la cultura e i modi di vita della popolazione locale.
La Francia, come sarà più diffusamente spiegato in seguito, ha adottato questo modello, ma si trova oggi a fronteggiare le rivendicazioni degli immigrati, in particolare di quelli di cultura islamica.
Segregazione razziale - Si ha in condizioni di oppressione, formale e sistematica, da parte di un' etnia che detiene il potere politico, economico e culturale di uno Stato. Si basa sul presupposto che l' etnia dominante legittimi il proprio potere sulla convinzione dell' inferiorità "razziale" delle altre etnie.
Questo modello ha caratterizzato la Repubblica del Sudafrica, fondata sul dominio di una minoranza bianca (i discendenti degli antichi coloni olandesi) e sul regime di "apartheid" nei confronti della maggioranza nera.
La caduta di tale regime non ha impedito il persistere di gravi tensioni sociali provocate da questo modello
Condizione di vita degli immigrato
La permanenza degli immigrati nei Paesi di accoglienza è spesso caratterizzata almeno in una prima fase da una condizione di disagio generale la cui gravità dipende dall’efficienza dei servizi che il Paese d’arrivo è in grado di offrire. Inoltre gli immigrati non devono essere considerati come semplice fattore economico ma vanno riconosciuti come soggetti sociali e politici. Ne consegue una richiesta di ampliamento della sfera dei diritti (abitazione, istruzione, sanità, assistenza, previdenza, ecc.) spesso vissuta dalla comunità di accoglienza come un costo .L’aumento della presenza di migranti appartenenti a culture molto diverse da quelle locali e il fenomeno delle migrazioni clandestine acuiscono le difficoltà di integrazione.
Il mondo del lavoro Gli immigrati provenienti dal Terzo Mondo sono occupati prevalentemente in mansioni con basso livello di qualificazione, spesso nocive alla salute e, nella maggioranza dei casi, poco retribuite.
Il lavoro nero è una condizione assai ricorrente tra gli immigrati e ciò contribuisce ad aumentare la loro precarietà, in quanto privi di tutela giuridica e sociale. Per quanto riguarda la formazione professionale non esiste ancora una efficace politica rivolta agli immigrati. Le iniziative finora realizzate da soggetti pubblici e privati hanno dovuto misurarsi con i ritardi normativi e il disinteresse o l'incapacità di molti enti locali. Non mancano le discriminazioni, anche formali, che impediscono o rendono difficile l'inserimento lavorativo. La più importante è l'impossibilità di accedere al pubblico impiego, diritto esclusivo dei cittadini italiani. Un'altra barriera è costituita dalla non equivalenza dei titoli di studio. Ciò comporta che, per un numero consistente di immigrati, l'arrivo in Italia rappresenta una regressione nella qualificazione. Si aggiunga l'ostacolo della lingua, il cui livello di conoscenza pregiudica talvolta l'assunzione o l'attribuzione di mansioni corrispondenti alla qualifica dell'immigrato.
Per gli immigrati che vivono in comunità chiuse, con relative opportunità di socializzazione, la sola frequenza dei corsi di lingua italiana (ove questi siano attivati) non è sufficiente a far acquisire dimestichezza linguistica
Cittadinanza La legge 15 febbraio 1992, n. 91, ai sensi dell'art. 1 Co. 1, stabilisce che è cittadino per nascita a) il figlio di padre o di madre cittadini (Ius Sanguinis); b) chi è nato nel territorio della Repubblica se ambo i genitori sono ignoti o apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge dello Stato di questi (Ius Soli). Per il comma 2º, è cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato in Italia, se non si prova il possesso di un'altra cittadinanza. Inoltre acquisiscono automaticamente la cittadinanza italiana i cittadini vaticani al cessare dei diritti di dimora nella piccola enclave di Roma.
Nei secoli XIX e XX, milioni d'italiani hanno lasciato l'Italia, soprattutto como destinazioni l'America del sud e il Nordamerica.[1] Oggi, ci sono milioni di oriundi italiani in differenti paesi del mondo, principalmente nel Brasile, Stati Uniti d'America ed Argentina.

Brasile: 25 milioni di oriundi italiani.[2]

Stati Uniti d'America: 16 milioni. [3]

Argentina: 15 milioni[4]

Francia: 1,5 milioni.[5]

Uruguay: 1 milioni.[6]

Migrazione verso l’America
Mai come in quegli anni si assistette ad un simile esodo dalle regioni meridionali della nostra penisola. . Affascinate dal "sogno" intere popolazioni lasciarono i loro villaggi per affrontare la grande avventura. . Una delegazione governativa americana che in quegli anni visitò l'Italia, si sentì accogliere dal sindaco di un paese abruzzese con queste parole: "Vi dò il benvenuto a nome di tutti i seimila abitanti della nostra città: tremila di essi sono già in America e gli altri si accingono a partire". Inutile precisare a questo punto che l'America sognata non era il continente americano, bensì gli Stati Uniti o, meglio ancora, New York e dintorni. Infatti, la stragrande maggioranza dei quattro o cinque milioni di meridionali che varcarono l'Atlantico a partire dal 1880 si fermò nella nascente metropoli americana, o negli immediati dintorni, e vi si stabilì definitivamente. Perché questa massa di gente si fermò a New York, invece di proseguire verso la cosiddetta "Nuova Frontiera", ossia il West, più ricco di opportunità, lo vedremo in seguito. Sostiamo per il momento al capolinea di quella marea umana che un viavai ininterrotto di bastimenti vomitava sui moli. Nel giro di pochi anni New York diventò la "città italiana" più popolosa dopo Napoli. La "Little Italy", come venne subito chiamato il quartiere abitato dagli italiani, contava intatti circa 600.000 abitanti. Inutile dire che questa massa enorme di nuovi arrivati non mancò di creare problemi gravissimi. Se infatti la città aveva gran bisogno di braccia a buon mercato per scavare tunnel o per elevare grattacieli, nel contempo non era assolutamente attrezzata per accogliere i nuovi ospiti. Di conseguenza, il primo impatto dei nostri emigranti con la terra sognata fu molto duro.
Completamente impreparati ad affrontare il nuovo ambiente, resi ciechi, sordi e muti dall'incapacità di esprimersi in inglese, i nuovi arrivati si trovarono subito alla mercè di connazionali senza scrupoli che specularono sulla loro pelle ora truffandoli vergognosamente, ora "affittandoli" a questa o quell'impresa edile per malpagati lavori di pick and shovel, di picco e pala. L'impossibilità di comunicare con gli altri li costrinse anche a raggrupparsi fra loro fino a dare vita a dei ghetti le cui condizioni di vita sono difficilmente descrivibili. A New York, per esempio, l'oltre mezzo milione di italiani che vi si insediò scelse di stabilirsi nei decrepiti edifici di legno, abbandonati da tempo dai precedenti abitanti, che si allungavano a ridosso del ponte di Brooklyn. Questo improvviso affollamento della zona fece naturalmente la fortuna dei padroni di case, ma trasformò quel quartiere in un formicaio dove la miseria, la delinquenza, l'ignoranza e la sporcizia erano gli elementi dominanti. I resoconti dei visitatori che soggiornarono a quell'epoca nella Little Italy offrono un quadro agghiacciante della situazione. Il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898, ha scritto: "E' impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità fetente, l'ingombro, il disordine di quella zona". Questo era l'ambiente in cui centinaia di migliaia di nostri connazionali si erano trasferiti inseguendo il sogno di far fortuna. Un agglomerato di gruppi regionali diversi dove ogni domenica si festeggiava qualche santo patrono, dove riecheggiavano grida in tutti i dialetti del sud italiano, ma dove non si udiva quasi mai una parola inglese. Un formicaio in continuo movimento, dove i pedoni dovevano essere sempre pronti a scansare le docce di rifiuti che piovevano dalle finestre, dove oltre cinquemila carretti a mano si aggiravano per le strade fangose vendendo di tutto: dai lacci da scarpe ai provoloni.
Dimenticati dal loro governo, che si limitava a rallegrarsi per "l'attivo" della bilancia dei pagamenti favorito dalla politica "dell'esportazione delle braccia", snobbati dagli aristocratici diplomatici che quasi si vergognavano di rappresentarli, questi nostri sfortunati connazionali finirono ben presto per ritrovarsi, come al paese d'origine, alla mercé degli speculatori e dei malviventi. E' infatti inutile dire che questi ghetti italiani, formatisi a New York e nelle altre città della costa orientale, rappresentarono quasi subito un grosso problema per la polizia americana. In questi ghetti, infatti, centinaia di malviventi mafiosi, approdati tranquillamente in America grazie alla facilità con cui i governi liberali italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di affamati e di "pecore nere’’, trovarono subito il terreno adatto per trapiantarvi i loro illeciti sistemi.
La polizia americana si limitò da parte sua a circondare simbolicamente i ghetti con un cordone sanitario, lasciando praticamente liberi i pochi malviventi italiani di taglieggiare la moltitudine onesta e pacifica dei loro connazionali. Insomma: che gli italiani se la sbrigassero pure fra di loro. L'importante era impedire che i loro sistemi sconfinassero nelle zone più civili della città. Per giunta, gli emigranti italiani trovarono in America un ambiente decisamente ostile. Furono subito gratificati con ogni sorta di nomignoli spregiativi. I più diffusi ancora in uso sono Guinea, Wop e Dago. Ricostruire l'etimologia di questi nomi è molto complesso e sono state avanzate le ipotesi più diverse. Guinea è quello di origine più recente: a meno che non si volesse fare riferimento al fatto che molti italiani del sud venivano considerati "non bianchi". L'origine di Wop ha due spiegazioni: chi vuole che sia una deformazione fonetica di "guappo" (Wop si pronuncia e chi sostiene che sia semplicemente una sigla, WOP infatti significava without officiali permission (senza permesso ufficiale) ed era una sorta di marchio d'infamia che veniva stampigliato con tale sigla accanto al nome dei clandestini o degli stranieri indesiderabili. Dago è invece di origine incerta. E' una deformazione di Diego, nome molto diffuso tra gli spagnoli, assieme ai quali gli italiani vengono accomunati.
In questo clima, gli italiani spesso furono costretti a subire le prepotenze di gangsters irlandesi o ebrei che agivano sotto lo sguardo sornione di poliziotti che erano pure irlandesi o ebrei. La polizia di New York, in quegli anni, era infatti costituita dai rappresentanti dei due gruppi ex etnici coi quali gli immigrati italiani appena giunti a New York vennero a diretto contatto. Vale la pena di sottolineare che per gli italiani immigrati l'America di quegli anni era popolata "soltanto" da irlandesi ed ebrei.
In realtà, a governare e a comandare l'America erano i Wasp, i White Anglo Saxon Protestant, i bianchi anglosassoni, protestanti, ossia il gruppo etnico più numeroso e più potente del Paese, ma questo gli italiani non lo sapevano: essi dovevano fare i conti col poliziotto ebreo o irlandese o col gangster ebreo o irlandese, e questa era per loro l'America. Un'America amara
. D'altra parte è risaputo che la mafia americana nacque qui, in questi ghetti, inserendosi abilmente nel vuoto lasciato dall'assenza delle leggi e da chi avrebbe dovuto farle rispettare. Fu proprio l'apparizione spesso clamorosa di questi focolai di malvivenza italiana ad accrescere la diffidenza e l'ostilità degli americani verso i nuovi venuti. L'opinione pubblica, solita a fare di ogni erba un fascio, finì ben presto per considerare tutti gli italiani dei potenziali malviventi o comunque gente da tenere alla larga. Fu appunto in questo periodo che si diffuse per l'America l'immagine dell'italiano suonatore d'organetto, piccolo, bruno, di razza incerta, dedito ai lavori più umili e sempre pronto a impugnare il coltello.
Questa diversità di immagine fra italiani del nord e italiani del sud ha delle giustificazioni storiche. Le differenze fra gli emigrati dell'Italia meridionale, rimasti fuori della grande corrente culturale europea e quelli dell'Italia settentrionale, che in tale corrente erano stati immersi, e che erano orgogliosamente consapevoli della parte avuta nell'unificazione del Paese, persistettero in America non meno forti che in Italia. A questo si aggiunga che i piemontesi, i liguri, i lombardi erano arrivati in America molto prima dei calabresi, dei siciliani e dei napoletani. Fino al 1876, per esempio, oltre 1,85 per cento dell'emigrazione italiana complessiva era dato dall'Italia del nord. Costoro, quasi tutti operai specializzati se non imprenditori fantasiosi e volenterosi, si erano conquistato stima e prestigio nel Paese ospite sia perché erano pochi (44.000 su 50 milioni al censimento del 1878) e sia perché erano generalmente più colti dell'americano medio. A quei tempi, d'altra parte, il termine racket aveva ancora il suo significato originale di racchetta (assumerà poi il suo attuale significato per assonanza col termine italiano "ricatto" pronunciato alla siciliana) e i vocaboli esotici quale "mafia" o "camorra" neppure figuravano nei più aggiornati dizionari della lingua inglese.
1. Caratteristiche dell'emigrazione italiana

Quasi il 70 per cento di essi proveniva dalle province meridionali, e per tutti l'impatto con il nuovo mondo si rivelava difficile fin dai primi istanti: ammassati negli edifici di Ellis Island, o di qualche altro porto come Boston, Baltimora o New Orleans gli immigrati, dopo settimane di viaggio, affrontavano l'esame, a carattere medico e amministrativo, dal cui esito dipendeva la possibilità di mettere piede sul suolo americano. La severità dei controlli fece ribattezzare l'isola della baia di New York come l' «Isola delle lacrime».
Il boom dell'emigrazione negli Stati Uniti fu dovuto a una serie di circostanze,per quello che riguarda l'Italia, e quindi i fattori di espulsione (push), furono la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, il declino dell'artigianato e delle manifatture rurali e, naturalmente, la crisi agraria.
D'altro canto negli Stati Uniti lo sviluppo capitalistico dagli anni Ottanta dell'Ottocento alla Prima guerra mondiale ebbe come obiettivo la massima immigrazione. Un'altra contingenza favorevole all'emigrazione italiana negli Stati Uniti fu data dal fatto che l'Italia si inserì nelle correnti migratorie internazionali quando i costi dei viaggi toccarono il minimo storico.
Spesso i primi arriva ti erano ‘’pionieri’’ , uomini che da soli partirono alla ricerca del sogno americano.
Nell'altro caso, parenti, amici e compaesani raggiungevano i primi emigrati, grazie alle notizie che ricevevano attraverso le lettere, inviate dall'America.
Le lettere contenenti notizie più o meno attendibili, come è stato dimostrato da alcuni storici che si sono occupati del fenomeno, fungevano spesso da veicolo principale di propaganda all'emigrazione nel paese. Lette da parenti e amici, a volte nella piazza del villaggio, servirono e attirare in America milioni di italiani. Spesso contenevano i biglietti per il viaggio dei congiunti (prepaids). È stato calcolato che il dal 50 al 60 per cento degli emigrati negli anni Novanta partì con un biglietto prepagato, che rappresentò quindi uno dei principali strumenti del finanziamento dell'espatrio. I primi a emigrare erano stati i piccolissimi proprietari che avevano venduto tutto per finanziarsi il viaggio. Un'altra forma di finanziamento del biglietto transoceanico era costituita dal credito. E qui entriamo nel campo dello sfruttamento degli emigranti.
Per i primi immigrati episodi di sfruttamento da parte degli agenti dell'emigrazione, che li reclutavano per il passaggio marittimo, e dei 'padroni', connazionali e spesso compaesani, sono all'ordine del giorno, sotto forma di quote da versare per la casa e per il lavoro trovato. Gli agenti, di solito stranieri, e i sub agenti italiani rappresentati dalla piccola borghesia usurai, sindaci, preti, notai, impiegati comunali cercavano di avvantaggiarsi dell'ignoranza degli immigrati. Esigevano percentuali sul biglietto per l'America, anche quando come nel caso dell'America Latina esso era gratuito, convocavano gli emigranti sulle banchine dei porti una settimana prima per poterli sfruttare attraverso osti complici e cambiavalute.
Una volta giunti in America le cose non miglioravano. Da una inchiesta del 1897 a Chicago risultò che il 22 per cento degli immigrati lavorava per un padrone. Ciò implicava il versamento di una quota del salario e l'obbligo di acquistare le merci in uno spaccio da lui indicato (che aumentava i prezzi del 60 per cento). Nella New York di fine secolo c'erano 2000 boss che agivano spesso in combutta coi banchieri che spesso garantivano per gli immigrati senza lavoro non sarebbero stati a carico dello stato.
Il collocamento degli immigrati era anch'esso nelle mani di privati. Ciò dette adito al diffondersi del padrone system e dei boss, italiani già da tempo residenti negli Stati Uniti che basandosi sull'ignoranza della lingua e del funzionamento della società statunitense sfruttavano i propri connazionali, esigendo quote dei salari per i lavorio che loro procacciavano, tenendoli in uno stato di continua soggezione facendoli lavorare saltuariamente.

2. Le condizioni di vita
La migrazione a catena portò alla costituzione delle little italy nelle principali città statunitensi, interi quartieri abitati da italiani nelle cui strade la lingua ufficiale erano i vari dialetti del pesi di provenienza, con negozi in cui si vendevano prodotti di importazione italiani. Spesso quartieri una volta residenziali si svuotarono per lasciare il posto ai tenements, definiti come, secondo la descrizione della Immigrant Commission nel 1900: edifici di cinque o sei piani, a volte sette, lunghi poco più di sette metri e larghi trenta con uno spazio libero di tre metri sul retro, per dare luce e arie alle stanze su quel lato. Ogni piano è generalmente diviso in quattro appartamenti, essendoci sette stanze su ogni lato dell'ingresso, che si estendono sulla strada verso il retro. Delle 14 stanze su ogni piano solo quattro ricevono luce ed aria diretta dalla strada o dal piccolo cortile sul retro «Generalmente lungo le pareti laterali dell'edificio vi è quello che viene chiamato «condotto dell'aria» cioè un'incavatura della parete profonda 70 centimetri e lunga da 15 a 18 metri e alta quanto l'edificio.» Questi condotto funzionano come trasmettitori di rumori, odori e malattie e quando scoppia un incendio diventano una cappa infiammabile rendendo spesso difficile salvare l'edificio dalla distruzione» .
I numerosi enti assistenziali, pubblici e privati che si occupavano degli immigrati dedicarono molta attenzione alle condizioni di vita nei tenements e nei quartieri degli immigrati. Attraverso le loro testimonianze è possibile conoscere non solo quali furono le principali difficoltà incontrate dagli immigrati nel loro impatto con la vita cittadina, ma anche le «abitudini» degli immigrati italiani che disturbavano gli americani. Queste ultime si potrebbero far risalire alla cultura pre-moderna degli italiani.
Gli enti assistenziali innanzitutto si occuparono della tutela della salute. Nel 1912 era stato creato il Children's Bureau, per tutelare il benessere dei bambini negli Stati Uniti. Come molte organizzazioni sorte in questi anni, andò presto ad occuparsi dei bambini degli immigrati, le fasce allora più povere della società. Iniziò con uno studio sulla mortalità infantile, proseguì la sua attività con la pubblicazione di numerosi opuscoli sulla salute prenatale, la legislazione sul lavoro minorile; svolse una campagna per la registrazione delle nascite, per la scolarizzazione.
Nei manuali sulla salute e l'allevamento dei bambini venivano fornite informazioni per le madri immigrate costrette a vivere nei tenements in condizioni igieniche precarie. I manuali offrono un'idea dei problemi: si parte dalla questione della ventilazione della casa, cercando di sfatare la credenza che l'aria e le correnti siano pericolo per la vita dei bambini, si passa poi alle informazioni dietetiche, all'abbigliamento, al sonno, per prendere in considerazione gli aspetti dell'educazione, del gioco e delle attività sportive. Ma la scientific motherhood, con prescrizioni precise rispetto a tutte le funzioni materne era spesso in aperto contrasto con le abitudini delle immigrate, che guardavano con diffidenza le assistenti sociali che entravano nelle loro case e davano consigli su tutto, dall'allattamento all'abbigliamento, spesso scontrandosi con le norme anch'esse codificate dettate dalla cultura delle immigrate.
Per superare queste diffidenze, gli International Institutes, fondati dalla Young Women's Christian Association nel 1912 per assistere le donne immigrate, organizzarono corsi di economia domestica al fine di insegnare alle madri di famiglia a fare la spesa, a cucinare col gas, a preparare cibi adeguati per i bimbi piccoli utilizzando questi manuali. Attraverso una fitta rete di club le assistenti degli istituti, spesso appartenenti al gruppo etnico di cui si occupavano e che parlavano la lingua delle immigrate, cercarono di orientarle anche nell'arredamento della casa, perché imparassero a riutilizzare vecchi mobili e non si facessero sfruttare dai commercianti locali, perché non appesantissero l'arredamento con oggetti e tendaggi che poi era difficile mantenere puliti. Le condizioni igieniche sono anche qui tenute in principale considerazione.
La salute è forse il campo in cui intervennero con maggior incisività gli assistenti sociali dell'epoca «se vai in ospedale muori» era la credenza diffusa tra gli immigrati italiani e, fino agli anni Trenta le nascite avvenivano a casa, con levatrici italiane. Tra le famiglie italiane di cui si occuparono gli istituti si riscontra, assieme a un'altissima diffidenza nei confronti dei medici e degli ospedali, molta superstizione e ignoranza. Le assistenti sociali dovevano intervenire spesso per spiegare le più banali norme igieniche: tener lontani, quando le condizioni abitative lo permettevano, i bambini malati di tubercolosi o di sifilide da quelli sani, o convincere una donna al terzo mese di gravidanza, malata di polmonite a non bere pozioni a base di canfora. Altre madri che ritenevano i figli malati a causa del malocchio furono convinte a portare i figli dal medico.
L'emigrazione in America sembrò acuire i problemi di salute a causa delle abitazioni malsane, ma la modernizzazione in questo campo si attuò rapidamente. La mortalità infantile, che era altissima nelle famiglie italiane, 120 morti su mille nati nel 1918, calò a 54 nel 1932 adeguandosi al tasso delle americane bianche I tassi di fertilità calarono altrettanto drasticamente.

3. Differenze culturali
L'altro importante elemento di mutamento dovuto all'emigrazione in un paese industriale avanzato è costituito dall'arrivo in una società in cui andava affermandosi il consumismo con tutto ciò che esso implicava: produzione in serie, industria della moda, grandi magazzini, riproduzioni. Lo spostamento dalla campagna alla città volle dire per tutte le classi, uno spostamento dalla casa, come centro di vita sociale, alle strade della città coi loro grandi magazzini, cinema, luoghi di ritrovo pubblici.
Ma per gli immigrati il passaggio dalla campagna alla città significava anche spostarsi da un'ottica di risparmio ad una di spreco, di consumo. Il fascino esercitato dalla società dei consumi specialmente sulle giovani generazioni e sulle donne in particolare creò contrasti generazionali all'interno della famiglia. In molti casi le ragazze erano disposte a tutto pur di poter acquistare capi di abbigliamento nei grandi magazzini. L'abbigliamento divenne il segno più visibile dell'americanizzazione.
Ma forse l'elemento che più tocca la famiglia immigrata è la concezione di famiglia moderna che trovano adottata negli Stati Uniti, una concezione della famiglia, divisa per fasce di età e per sesso, i cui singoli membri sono mossi da ottiche individualistiche e non più familistiche, al cui interno i bambini sono considerati degli individui con esigenze particolari dovute alla loro età e non più adulti in miniatura. Da una società patriarcale si passa ad una società child centered. La scuola e l'educazione impartita attraverso di essa anche ai figli degli immigrati si muove in questa ottica: sviluppare il senso di indipendenza e di autonomia nei bambini, liberandoli dai vincoli della famiglia etnica. In America dal 1904 la scuola era obbligatoria per i bambini fino a dodici anni, anche se i figli degli immigrati italiani erano il gruppo con la minor frequenza scolastica, di solito si limitavano a mandare i bambini i primi anni perché familiarizzassero con l'inglese.
La scuola è spesso il primo luogo in cui i figli degli immigrati si rendono conto di essere diversi e cominciano a vergognarsi di essere italiani. In un'inchiesta dell'epoca, la scuola venne denunciata come principale responsabile dei problemi dei bambini stranieri a causa dell'impreparazione degli insegnanti, che non si preoccupavano nemmeno di pronunciare correttamente i nomi dei loro allievi di origine straniera, dei contrasti coi bambini di altri gruppi etnici, che li chiamavano con epiteti. I figli degli immigrati, grazie alla scuola sono spesso gli unici a parlare inglese in famiglia, si vedono i mutamenti profondi apportati alla cultura d'origine degli immigrati e lo sviluppo delle divisioni generazionali all'interno della famiglia immigrata. In America, è stato notato sono i figli a insegnare ai genitori, il mondo si è rovesciato.

4. La seconda generazione e le donne
Le prime generazioni di donne spesso rifiutano tutto ciò che è 'americano', in primo luogo la lingua inglese. Se costrette a lavorare lo fanno a casa accettando lavoro a domicilio mediato da connazionali o prendendo pensionati del proprio paese d'origine. Poi viene la città che esse temono e cercano di evitare il più possibile chiudendosi nel quartiere italiano e frequentando i negozi gestiti da connazionali. Anche nell'abbigliamento esse tendono a mantenere le tradizioni del paese d'origine, i vestiti neri, gli scialli.
La drammaticità delle posizioni delle madri è data dall'incapacità di mediare tra la società esterna, che non conoscono, e i loro figli. I conflitti generazionali vengono acuiti dall'esperienza migratoria, perché i figli hanno un modello esterno molto forte e nessuno strumento familiare per farvi fronte. Le madri si sentono spesso oggetto di vergogna da parte dei figli, che sono attratti da tutto ciò che è americano, invece che di rispetto come nel paese d'origine.
In un rapporto dell'epoca si legge:
Ciò che è più straordinario è che le ragazze amano l'America. Le madri venute tardi qui, rimpiangono l'Italia, ma le giovani amano l'America. Già vengono qui con la conoscenza dell'importanza che ha la donna nella società americana. Le meridionali del popolo sentono per la prima volta qui che la donna è un animale altrettanto di valore quanto l'uomo e per quanto l'uomo meridionale si senta sempre padrone di casa, è tale l'istintivo terrore del poliziotto che appena gli dice: Si Sicuti ti dugno trublu, egli è pronto a cedere scettro e corona. Ma non è la ragione che qui gli uomini diventano un po’ meno intollerabili che fa amare così l'America alle donne. Le donne qui, malgrado la terribile schiavitù dell'opificio, hanno l'illusione di essere libere, e davvero acquistano l'indipendenza economica. Qui portano il cappello e nella media vestono come al loro paese non vestiva la figlia del sindaco... Quando lavorano han sempre i soldi per i candies e l'ice cream e per il nastro e per i fake jewellry. A loro non importa se per un anno intero non vedono il sole un prato verde e un cespuglio fiorito. La miseria non ha dato il tempo di sviluppare quel pochino di poesia che tutti abbiamo nel nascere. Qui sono young ladies, signorine. Nelle misere campagne della Sicilia, della Calabria, della Basilicata si sa cos'è una contadina povera.

I rapporti più difficili si sviluppano tra madri e figlie a causa della nuova posizione in cui quest'ultime si trovano in America. La loro uscita da casa è favorita sia dalla scuola che dal lavoro. Lavorano nelle fabbriche di abbigliamento, di scatole, caramelle, fiori. Anche se il lavoro non è di per sé emancipatorio perché non vi corrisponde un'aumentata libertà di movimento la richiesta di una parte del salario per usufruire dei beni di consumo, dagli abiti agli svaghi, le porta fuori dall'ottica familistica e a mettere in discussione la finora incontrastata autorità paterna. L'atteggiamento del gruppo etnico nei confronti delle donne era che esso «fosse un male necessario indotto dalle condizioni di vita americane che non alterò in nessun modo la loro posizione di dipendenza» dall'autorità familiare. Infatti non era consentito alle giovani donne di disporre nemmeno in piccola parte del denaro guadagnato nè di usufruire di alcune elementari libertà, se non di lavorare. Ciò era causa di molteplici discussioni nelle famiglie. Il caso di una ragazza napoletana fuggita di casa, a causa dei maltrattamenti subiti, che si rivolse ad una segretaria degli International Institutes è abbastanza significativo in questo senso. Era la sola a guadagnare in famiglia, ciononostante non aveva il permesso di uscire da sola e, avendo disubbidito, era stata picchiata dal padre. La madre dichiarò all'assistente sociale che non poteva difendere la figlia poiché temeva il marito «che aveva idee antiquate per quello che riguardava la sua autorità in casa». Un altra giovane donna si lamentò con un'assistente per la scarsa libertà di cui disponeva: «Mamma è dolce e tenera con mia sorella e con me...Riceviamo molto affetto, ma ogni nostro passo è controllato... Ho lavorato tre anni in una fabbrica tessile. Guadagno bene e se avessi gli stessi diritti delle ragazze americane so che potrei dare a mia madre i soldi per il mio mantenimento ed avere abbastanza denaro per vestirmi bene e per divertirmi. Ma devo consegnare tutto il mio salario a mio padre ogni giorno di paga. Lui dice che è per me, per la mia dote. Non vedo a cosa mi serva una dote. I ragazzi che conosco non si spettano di sposare nessuno per denaro».
Il principale terreno in cui si verificava lo scontro culturale tra vecchio e nuovo mondo era costituito dai rapporti delle figlie coi coetanei maschi e più in generale sulle scelte matrimoniali. Negli Stati Uniti si era ormai affermata per tutte le classi la concezione del matrimonio egalitario moderno, che implicava la libera scelta del coniuge e quindi il matrimonio per amore. Tra gli immigrati vigevano ancora i vecchi codici, che imponevano alle donne una scelta fatta dai genitori all'interno degli stretti recinti del gruppo etnico,. Le ragazze come emerge da molte testimonianze, rivendicavano il diritto di scegliere sì un connazionale, ma più americanizzato, di poterlo vedere al di fuori dell'ambito familiare, di poter frequentare ragazzi senza essere costrette a sposarli, non vogliono la dote, vogliono uscire coi ragazzi senza fidanzarsi.
Nel primo caso citato la ragazza si lamentava di non poter portare in casa il ragazzo con cui usciva «perché temeva che il padre chiedesse al ragazzo che intenzioni aveva mentre lei voleva solo divertirsi come tutti i giovani in America e non sposarlo». Un'altra ragazza dichiarò all'assistente: «Non voglio sposare un italiano, sono troppo bossy, voglio sposare un americanizzato».
Gli americani nativi non nascondevano il loro disgusto per questa nuova ondata di arrivi, e anche gli altri gruppi con cui essi venivano a contatto negli affollati quartieri abitati dagli immigrati, irlandesi, tedeschi e scandinavi, tolleravano malvolentieri le abitudini rurali dei contadini italiani. «Oh gli irlandesi e i siciliani non vanno d'accordo! Stavano sempre a litigare - ricorda in una famosa autobiografia un'emigrante lombarda - la siciliana al piano di sotto mette la salsa di pomodoro a cuocere al sole - tutto il cortile coperto di quelle tavole per la salsa di pomodoro; e l'irlandese al piano di sopra stende i panni con una carta in mezzo perché il filo non sporchi la camicetta bianca, pulita. Quando toglie le mollette la carta, a volte le federe di cuscino finiscono nella salsa. Allora si infuriano entrambe e cominciano a litigare».

5. I pregiudizi
Gli italiani del Meridione erano accusati di essere sporchi, di mantenere un basso livello di vita, di essere rumorosi e di praticare rituali religiosi primitivi.
Le altre nazionalità si allontanavano dai quartieri all'arrivo degli italiani, denominati di regola con epiteti come «dago» e «wop», che suonavano quasi amichevoli rispetto alla definizione di «pesti importate dall'Europa» datane da un periodico nel 1894.
I calabresi e i siciliani che approdavano alle città statunitensi, da una Commissione parlamentare istituita nel 1911 per analizzare il fenomeno della nuova immigrazione, venivano individuati e descritti come coloro che davano un contributo fondamentale alla crescita del fenomeno della delinquenza nelle città americane.
La violenza nei ghetti italiani era vera, ma essa era dipinta come un prodotto di importazione, connaturato alla cultura e alla tradizione dei nuovi arrivati come l'abitudine a cibarsi di pasta al pomodoro: «Abbiamo all'incirca in questa citta trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie privince napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l'industria nazionale. - Si leggeva sul «New York Times» il 1° gennaio 1894 - Non è strano che questi briganti portino con se un attaccamento per le loro attività originarie».
Altri caratteri completavano il quadro dell'indesiderabilità dei nuovi venuti. Il principale fra essi era la scarsa intelligenza, che con l'insufficiente forza fisica faceva temere che la loro presenza finisse con il corrompere i tratti originari fisici e psichici degli americani. Antropologi e sociologi dal canto loro tentavano di dimostrare i rischi di modificazione degenerativa che il popolo americano correva a causa dell'integrazione con razze la cui inferiorità era dimostrata dai comportamenti non meno che dall'indagine scientifica.
Come abbiamo visto sono proprio la cultura premoderna o contadina degli immigrati che più colpisce in senso negativo 'gli americani' : un'apparente noncuranza nei confronti delle più elementari norme igieniche, la trascuratezza nei confronti dell'istruzione dei figli, la condizione di palese subordinazione della donna nella famiglia.
Migrazione verso Sud America
In Sudamerica gli immigrati italiani non dovettero affrontare gravi problemi di carattere etnico o razziale, anche se l'inserimento non fu sempre facile. Le società sudamericane, e quella brasiliana ancor più di quella argentina, erano società in formazione, dove i nuovi venuti non venivano a scontrarsi contro strutture consolidate. E non si sentivano nemmeno portatori di una civiltà superiore, se non, talvolta, nei confronti degli Indios. Con i neri del Brasile i rapporti non furono difficili. Gli italiani li consideravano guaritori o stregoni, a cui ricorrere in caso di assoluta necessità, e non mancarono matrimoni tra neri e ragazze immigrate. I "brasiliani", scriveva nel 1889 Giuseppe Manzoni, venuto a San Paolo dal Veneto, sono buoni, in maggioranza sono neri. I neri sono molto buoni, gente allegra senza pensieri".
In alcuni casi la manodopera italiana venne a sostituire gli schiavi negri e molti proprietari delle grandi aziende agricole finirono col considerarli alla stessa stregua e, di conseguenza, a trattarli male. Ma non ci furono conflitti. In Argentina l'immigrazione italiana fu più scelta che in Brasile. Nel 1896 un deputato, il radicale Pantomo, affermò alla Camera che le sue condizioni morali e materiali erano assai migliori che in Brasile, ma che, per certi aspetti, restavano gravi: "i facchini, i lustrascarpe, i menestrelli da strapazzo" erano reclutati tra gli italiani che accettavano, di fronte agli altri emigranti, questo stato di inferiorità. Ma questo rischiava di diventare un luogo comune. Lo ritenevano falso, nel 1910, due osservatori della realtà argentina, Cittadini e De Duca, scrivendo a proposito dell'operosità italiana in Sudamerica: "Non è vero che l'italiano all'estero faccia soltanto l'accoltellatore, l'ubriacone, il suonatore d'organetto, il lustrascarpe". E già nel 1896 un altro pubblicista, Scardin, aveva ricordato che in Europa chi nasceva povero, quasi sempre moriva povero. In Sudamerica, invece, c'erano molte occasioni da cogliere. Appena arrivato, un avvocato poteva anche fare il cocchiere, il contabile, il cuoco, ma veniva sempre il momento in cui ciascuno poteva trovare la sua strada. Anche dopo il 1870, quando ci fu un'immigrazione di massa, proveniente dalle campagne, gli italiani diedero all'Argentina medici, scienziati e imprenditori. E molte volte il contadino venuto dall'Italia si trasformò, una volta arrivato in Argentina, in commerciante. E anche vero, d'altra parte, che per la maggior parte degli italiani, l'ascesa sociale ebbe luogo con i loro discendenti argentini. Gli immigrati nel Sudamerica, così come in altri continenti, cercarono di mantenere stretti rapporti con la loro patria d'origine. E non solo attraverso le lettere, che costituiscono oggi per gli storici una delle fonti più preziose per la storia dell'emigrazione, ma anche fondando associazioni e giornali. Con le lettere essi cercavano di perpetuare i legami con la comunità d'origine, dando e ricevendo notizie sulla vita d'ogni giorno.
Con le associazioni e con i giornali cercavano di formare delle isole di italianità. Il 21 settembre del 1895 un giornale di Buenos Aires, La Nacion, diede ampio rilievo alla celebrazione del 20 settembre I anniversario della conquista di Roma da parte dello stato italiano: il ripetuto scoppio di petardi e razzi in tutti i quartieri della città aveva annunziato fin dalle prime ore che la comunità italiana si preparava a festeggiare la ricorrenza "con inusitato splendore e con il maggior entusiasmo". La grande quantità di bandiere, in certi quartieri, dava a Buenos Aires l'aspetto di una città italiana. Nel 1895, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani. Il più italiano era il quartiere di Boca. La popolazione era povera, ma gli italiani occupavano le posizioni migliori: erano italiani l'80 per cento dei commercianti e il 70 per cento degli impiegati. Nello stesso 1895, su 143 pubblicazioni periodiche, 13 erano scritte in italiano. Nel 1899 un medico e sociologo, Ramos Mejifa, espresse le preoccupazioni della classe dirigente. Gli immigrati (che egli considerava in maggioranza italiani) erano tanti e ormai invadevano tutto: i teatri di secondo e terz'ordine, le passeggiate, "perché sono gratuite", le chiese, "perché sono credenti devoti e mansueti", le vie, gli asili, le piazze, gli ospedali, i circoli e i mercati. La cosa più preoccupante era che da questa massa amorfa stava emergendo, sia pure faticosamente e lentamente, una élite: per necessità o per ambizione, gli italiani affrontavano ogni difficoltà e riuscivano a farsi strada. La loro ascesa sarebbe stata temibile, secondo Ramos Mejifa, se non vi fosse stato l'intervento della cultura nazionale argentina. Poco più di dieci anni più tardi, nel 1913, un altro membro della classe dirigente argentina, Rodriguez Larreta, espresse analoghe preoccupazioni: egli aveva davanti agli occhi la prima generazione dei figli degli immigrati che aveva ormai possibilità molto maggiori di affermarsi, e si rendeva conto che, grazie al suo numero e alle sue capacità, un giorno essa sarebbe diventata classe dirigente. Si rendeva conto che si trattava di un'evoluzione inevitabile, ma riteneva che sarebbe stato bene non accelerarla. Le tesi dell'argentinizzazione si affermarono tra il 1900 e il 1910, con una politica a cui Ramos Mejifa diede anche un contributo pratico. La necessità di adottare misure repressive trovò fermi sostenitori anche per il pericolo che per la borghesia argentina rappresentavano le idee degli immigrati anarchici e socialisti. Nel 1902 e nel 1910 furono approvate leggi repressive. In quest'occasione gli immigrati trovarono il sostegno di una parte del parlamento italiano e La Patria degli Italiani, il maggior giornale di Buenos Aires in lingua italiana, riportò le interrogazioni di alcuni deputati che chiedevano al ministero degli Esteri d'intervenire, per impedire arresti e espulsioni. Un'altra ragione dei tentativi dì parte argentina di limitare le possibilità di affermazione degli immigrati era però data dal fatto che nella comunità italiana si andavano diffondendo tendenze nazionalistiche, che non erano soltanto una risposta alla politica aggressiva del governo argentino, ma contenevano esse stesse una certa carica di aggressività. Era irritante, per gli argentini, soprattutto la pretesa di certi ambienti italiani di essere portatori di una cultura superiore. Si può ricordare, come un significativo esempio di questi atteggiamenti, un decalogo patriottico che Ferdinando Martini fece pubblicare nel 1910 su La Patria degli Italiani. Nel decalogo si ricordava agli immigrati che la loro vera patria era l'Italia, e li si esortava a celebrare le feste nazionali, a onorare i rappresentanti ufficiali dell'italia, a non modificare il loro cognome, a insegnare la lingua italiana ai figli e a sposare un'italiana. Ma proprio nel 1910 diventò presidente della repubblica argentina Roque Sàenz Pena. Egli fece approvare una legge elettorale che concedeva il suffragio segreto e universale. Con esso gli immigrati diventavano cittadini argentini di pieno diritto, in grado di influire sulle scelte politiche del Paese. L'assimilazione fu facilitata e, se rimasero vive a lungo tradizioni italiane, la vera patria cominciò a essere l'Argentina. Del resto, era ormai cresciuta una generazione che della patria d'origine conosceva ormai soprattutto ciò che ne narravano i padri.
Nei primi decenni dell'ottocento aveva riguardato gruppi limitati di persone che vi si recavano soprattutto per ragioni di affari. Questa fase è stata definita "ligure" per la prevalenza di genovesi, interessati al traffico commerciale. A partire dal 1820 vi fu anche un'emigrazione politica, che si intensificò dopo il 1848. La partecipazione degli esuli alla vita civile del Sudamerica, in difesa dell'indipendenza e della libertà di quei popoli, è il dato che contraddistingue questo tipo d'emigrazione. Gli esuli non chiedevano soltanto un asilo, un rifugio, ma portavano ai popoli che li accoglievano il contributo della loro passione politica e delle loro idee. L'esempio più noto è ovviamente quello della "legione italiana" di Garibaldi, ma se ne potrebbero ricordare anche altri. La seconda fase ebbe inizio col 1870 e durò fino al 1890. Essa è stata definita "nord-occidentale" per la prevalenza di emigranti provenienti dall'Italia del nord. Dal 1890 al 1920, infine, vi fu, invece una prevalenza di meridionali. La grande emigrazione che ebbe inizio nel 1870 è legata ai processi di trasformazione che ebbero luogo nelle campagne. Si discute se questa ondata emigratoria sia stata causata più da fattori interni o esterni, cioè se si sia trattato di un processo di espulsione dall'Italia di masse che non riuscivano più a trovarci le condizioni elementari di sopravvivenza, o a un processo di attrazione da parte della "Merica" (così, di solito, gli emigranti definiscono nelle loro lettere la nuova terra) su persone che volevano migliorare le loro condizioni di vita. È indubbio che in quei decenni ci fu un peggioramento di queste condizioni e che esse sarebbero state ancora più gravi se la pressione demografica non avesse trovato sfogo nell'emigrazione. Certo, non si possono nemmeno escludere, tra le motivazioni che spingevano a lasciare l'Italia, la volontà di tentare la fortuna, spesso sull'esempio di compaesani, sia che l'avessero già trovata sia che la immaginassero, nel Sudamerica, vicina o almeno possibile. La documentazione disponibile, e soprattutto le lettere degli emigranti che finora sono state pubblicate, mette in rilievo soprattutto le difficoltà della nuova vita e, insieme, quelle che gli emigranti si lasciavano alle spalle, ma questo non è un elemento decisivo a favore della tesi dell'espulsione, perché una parte notevole di questa documentazione fu raccolta da quanti, per i loro interessi economici, erano contrari all'emigrazione, alla perdita di manodopera a buon mercato. Resta tuttavia, al di là di qualsiasi revisione storiografica, il fatto che l'abbandono in massa delle campagne, il distacco dalle comunità d'origine, non fu certo un fenomeno indolore. Il calcolo della ricchezza che gli emigrati apportarono all'Italia con le loro rimesse non deve far dimenticare come fu difficile e faticoso, per la grande maggioranza, risparmiare e accumulare qualcosa. La ragione di fondo della fuga dall'Italia è stata pur sempre quella che Edmondo De Amicis raccolse dalla voce di un emigrante: "Di peggio di come stavo non mi può capitare. Tutt'al più mi toccherà di far la fame laggiù come la pativo a casa

Si chiudeva così, verso il 1920, un ciclo che aveva avuto inizio nei primi decenni dell'ottocento. Vi sarebbero stati anche in seguito emigranti italiani nel Sudamerica dopo il 1920 antifascisti perseguitati dal fascismo e dopo il 1945 fascisti che riuscivano così a sottrarsi alla giustizia italiana. Ma la grande ondata emigratoria era ormai terminata. Il processo migratorio in Sudamerica si era svolto in diverse fasi.
Migrazione in Australia
Terra di deportati, lontanissima geograficamente e, anche dopo l'apertura del canale di Suez, scarsamente serviti da linee marittime che non fossero straniere. L'Australia non poteva suscitare in Italia, nè fra le classi popolari, nè tutto sommato nei gruppi dirigenti, quelle aspettative che da tempo veniva legittimando l'America in tutte le sue parti. Così nel periodo che Joseph Gentili ha definito - l'epoca degli individualisti - e cioè dagli anni quaranta dell'ottocento al 1901, non furono molte le occasioni di contatto "emigratorio" fra l'Australia e il nostro Paese
La stessa grande emigrazione che dilagò a partire dal 1876 e che dopo il 1901, sino alla guerra, costituì la componente "transoceanica" dell'esodo costante e ininterrotto di italiani all'estero, non diede luogo a fenomeni statisticamente apprezzabili per quanto riguarda l'Australia. E' stato calcolato infatti che tra il 1876 e lo scoppio del primo conflitto mondiale non furono più di 20.000 gli italiani che raggiunsero l'Oceania. Nulla o pochissimo, quindi, di fronte agli oltre quindici milioni di connazionali emigrati, nello stesso arco di tempo, per questa o quella parte del mondo, in cerca per lo più di lavoro e secondariamente di benessere o di "avventure". Una certa aventurosità comunque caratterizzò il movimento emigratorio italiano per l'Australia negli ultimi decenni dell'ottocento quando, gradualmente, si esaurì la tendenza dei governi europei, e di quello inglese soprattutto, a farne luogo d'invio per condannati. Artisti. missionari e qualche professionista provenienti dalla penisola, rappresentano a dovere, con le loro storie personali, l'episodicità un pò discontinua degli arrivi e delle partenze, o delle stesse permanenze forzose che di tanto in tanto si rendevano palesi attraverso esperienze assai specifiche d'immigrazione. Alla fine degli anni sessanta dell'ottocento, per esempio, l'interesse per la cultura musicale italiana (il nostro melodramma era allora all'apice del suo successo) invogliò alcuni impresari australiani a scritturare cantanti e professori d'una certa fama per una stagione d'opera a Melbourne e in altre località. Giunti alla meta nel 1869, già l'anno seguente essi si ritrovavano privi di lavoro e nel 1871 un giornale di Melbourne pubblicava la notizia che "il tenore Neri si guadagnava da vivere spaccando standole, il basso Dondi insegnava nelle scuole e un altro cantante, tale Contini, aveva trovato impiego in lavori agricoli". Professionisti e intellettuali (come il terzetto fiorentino composto di due ingegneri e un fisico, Ettore Checchi, Carlo Cattani e Pietro Baracchi che, approdò in Australia nel 1874 trovandovi pronta sistemazione) difficilmente potrebbero essere scambiati per i precursori effettivi della nostra futura emigrazione proletaria. Tuttavia agirono talora da battistrada in un'impresa e in un gesto che incontrava, tra gli altri ostacoli già ricordati, anche quello della precocissima ostilità dei nativi Wasp (ossia dei bianchi anglosassoni protestanti che discendevano dai primi coloni). Sparsi nel vasto continente, per lo più sprovvisti di conoscenze linguistiche elementari (all'ignoranza dell'inglese si aggiungeva assai spesso l'uso pressoché esclusivo dei rispettivi dialetti regionali), in collegamento saltuario con casa e non organizzati, tranne poche eccezioni, in "nuclei coloniali", i radi immigrati italiani dell'ottocento non assomigliavano troppo ai loro compatrioti che avevano scelto per destinazione le Americhe. Tuttavia, a guardar bene, e al di là delle singole "storie" - individuali o di gruppo - cause e modalità dell'emigrazione in Australia non differivano di molto dalle ragioni e dai modi del flusso emigratorio di massa verso il continente americano. Se una differenza "qualitativa" esisteva poi, e per certo vi fu, essa consisteva nel fatto che gli emigranti "australiani" si avvicinavano maggiormente al prototipo dell'emigrante intraprendente e attivo, autonomo nelle sue scelte obbligate (c'è molto di grottesco, ma anche un pizzico di vero in tale espressione) e, come vengono oggi scrivendo vari storici, autore e responsabile del proprio destino. Certo che alle origini di questo capitolo di storia della modernizzazione ancora abbastanza controverso e condizionato dalle tradizioni un pò pietistiche e lacrimose della nostra letteratura "antiemigrazionista", si ritrovano poi situazioni ed uomini, storie di vita ed esempi che mettono in rilievo soprattutto le fasi dure e penose dell'espatrio, del viaggio (il doppio o il triplo di quello per l'America che pure durava, come ricorda la canzone, quaranta giorni di macchina a vapore) e del primo ambientamento, senza che a ingentilire il quadro intervengano magari, come per i casi americani, sogni e speranze di tipo "mitemico".
Quello che non nasce cioè, nell'ottocento, è un "mito" dell'Australia paragonabile al "mito" dell'America diffusosi invece con grande tempestività a partire dai primi anni settanta e sapientemente amministrato al di qua e al di là dell'Oceano. Solo intorno agli anni venti del novecento, comincerà a funzionare qualcosa di simile nelle predisposizioni mentali dei protagonisti dell'esodo nel nuovissimo continente. E anche allora con indicative riserve che Filippo Sacchi, giornalista all'epoca del Corriere della Sera, saprà cogliere descrivendo il colloquio d'un emigrante deluso col nostro rappresentante diplomatico a Melbourne: "Per loro (ossia per gli emigranti n.d.r.) fuori dall'italia tutto il resto è paese per trovar lavoro, terra per fare fortuna: America. Donde la frase di un italiano ch'era andato dal console a domandare il visto per rimpatriare: "Signor console, desidero rimpatriare, perché questa "Merica non mi piace"'.. Per la verità, un momento in cui era stato lì lì per nascere il mito, poi dissoltosi, della Australia quale terra se non di cuccagna(terra di abbondanza), almeno di opportunità e di ricchezza, si potrebbe, volendo, individuare. E paradossalmente esso risale agli albori dell'immigrazione "libera" del continente con la partecipazione di migliaia di contadini, di montanari e di valligiani che erano sì cittadini svizzeri, ma anche italiani di lingua e di cultura.
La contemporaneità di due fatti piuttosto eccezionali per un lato, ma anche "fisiologici" e quasi normali per un altro, aveva attirato, negli anni cinquanta dell'ottocento, l'insorgere di questa emigrazione dall'arco alpino: una vera e propria carestia che aveva impoverito ai limiti della sopravvivenza le popolazioni della Svizzera italiana e, contemporaneamente, la notizia, diffusasi in un baleno attraverso l'Europa, che in Australia era stato scoperto l'oro. La voce delle prime scoperte d'imponenti giacimenti auriferi si era sparsa a Sydney nel maggio del 1851 e i primi cercatori erano all'opera da pochi mesi quando una vera e propria "febbre dell'oro" invase coloni e residenti per trasferirsi poi, con estrema rapidità, fra aspiranti "milionari" ed emigranti potenziali di tutto il vecchio continente. L'avvio della ricerca mineraria, che dall'oro si spostò più tardi, ampliandosi, in altre direzioni, divenute tutte causa e occasione di lavoro per migliaia di europei emigrati, modificò tra l'altro le basi della società arcaica e per così dire "agro-pastorale" delle colonie australiane, che cominciarono a convertirsi in embrioni d'una nuova nazione moderna ed evoluta. L'immigrazione dei "pionieri" fu a lungo contraddistinta dalla prevalenza dei maschi partiti soli e dalla loro dispersione, agli inizi, sul territorio di arrivo. la maggior parte degli italiani, evocati dai numeri delle statistiche ufficiali, si distribuiva infatti tra le zone minerarie e le zone agricole bisognose di manodopera temporanei.
Dalla Valtellina venivano allora i minatori impiegati nei giacimenti auriferi di Kalgoorlie, Coolgardie, Murchison, Wiluna e Gwalia, nell'Australia Occidentale e di Broken Hill nel Nuovo Galles del Sud. In questa "colonia madre", e poi stato importante della confederazione, altri valtellinesi lavoravano in miniera nell'estrazione di rame a Colon e del carbone a Newcastle e a Maitland. Lombardi, toscani e piemontesi dimostravano una più spiccata propensione per l'agricoltura e per i lavori di disboscamento, laddove friulani e veneti denotavano invece maggiori inclinazioni al lavoro salariato di tipo operaio in veste di manovali, muratori, cementisti ecc.
Nella coltura delle primizie e dei prodotti ortofrutticoli spiccavano i siciliani, mentre i loro compaesani del sud, napoletani e lucani, esercitavano i mille mestieri dell'ambulante e del girovago svariando dalle competenze artigianali (calzolai, arrotini ecc.) ai classici del "nomadismo lavorativo" - su cui esiste un'intera letteratura deprecatoria - in qualità di lustrascarpe, suonatori d'organetto, intrattenitori, fiorai.
Le specializzazioni coincidevano talvolta con particolari catene emigratorie determinate dai meccanismi ben noti della "chiamata" (che poteva venire da amici e da parenti, ma anche semplicemente da "paesani"): quasi senza eccezione e per lungo tratto di tempo gli emigranti dalle Isole Eolie furono dediti in Australia alla coltivazione e alla commercializzazione degli ortaggi. Sia in situazioni di questo genere che nell'industria mineraria, dove i nostri trovarono impiego dapprima come "lavoratori autonomi" e come minatori a giornata, pronti a vivere in luoghi disagiati e di grande isolamento, e poi come dipendenti al soldo di grandi compagnie, gli italiani, gruppo minoritario, dovettero fare i conti con le idiosincrasie etnico-politiche dei nativi bianchi e in più anche con le attitudini culturali difformi della restante immigrazione europea o con il problema, come essi dicevano, "dei mori", ossia degli aborigeni. Nei confronti dei quali, sia ben chiaro, nemmeno i nuovi arrivati, in condizione di grande inferiorità, si sforzarono mai di praticare le virtù cristiane della tolleranza e lo sforzo più civile dell'accettazione. Stretti nella morsa del protezionismo operaio australiano e delle ritornanti folate xenofobe, innescate sovente dall'avversione per i cinesi, il "pericolo giallo", gli italiani, che a un certo punto qualcuno cercò di ostracizzare come "pericolo oliva", dovevano innanzitutto guardarsi, a quei tempi e a lungo anche dopo, dai rischi dell'ospitalità condizionata ch'era loro concessa dagli australiani. Nelle città e nei centri urbani, pigiati in "pensioni" (boarding-houses) e alla mercè degli ispettori sanitari, saltuariamente vittime d'incidenti e di ristrutturazioni con licenziamento frequente, gli operai della Penisola, a ogni modo, riuscirono a dar vita a delle comunità etniche abbastanza riconoscibili. Nelle città, scrive Gentili, la popolazione italiana tendeva a raggrupparsi al centro, dove le case antiquate e un pò trascurate si potevano prendere in affitto a buon prezzo e dove si formavano quindi delle "Little Italies" che erano disprezzate dagli xenofobi, "ma visitate forse alla chetichella dai buongustai che volevano farsi una bella mangiata di pasta". Da un punto di vista regionale prevalevano nettamente i settentrionali, oltre il 60 per cento della popolazione italiana immigrata sin verso la fine degli anni trenta, con forti presenze siciliane (un 25 per cento del totale) e con minori aliquote di centro meridionali. Un caso a sé che merita d'essere almeno accennato è poi quello dell'arrivo "fuori stagione" e senza programmazioni di sorta, d'un gruppo d'oltre duecento contadini trevigiani e vicentini che a partire dal 1882 diedero vita all'inconsueto nucleo etnico rurale della "New Italy" di Woodhurn. Le cose erano andate così: vittime di una truffa consumata ai loro danni da un avventuriero e utopista clerico-reazionano francese, il marchese de Rays, i duecento coloni veneti erano stati "arruolati" con larghe promesse nel 1880 per trasferirsi a Port Breton in una costituenda colonia (la "Nuova Francia") da cui si sarebbe dovuta irradiare l'azione "legittimista" ed educativa dei colonizzatori cristiani su tutto l'arcipelago delle Bismarck.
Salpati da Barcellona nel luglio del 1880 e arrivati dopo tre mesi e mezzo di traversata travaglia alla loro primaria destinazione, i contadini come tanti altri loro compatrioti in quel tempo, finirono dentro a un meccanismo infernale di stenti, di fame e d'impossibilità materiale a sopravvivere in climi e su suoli soltanto all'apparenza "paradisiaci". Decimati da un'epidemia e abbandonati alla loro triste sorte dal marchese, i sopravvissuti a bordo dello stesso vascello che li aveva trasportati dall'Europa poterono alcuni mesi più tardi approdare in una località della Nuova Caledonia francese da dove, in uno slancio encomiabile di solidarietà, le autorità britanniche del vicino Nuovo Galles del Sud li trasferirono a proprie spese in territorio australiano provvedendoli di aiuti e avviandoli in gruppi sparsi al lavoro.
L'ostinazione proverbiale dei veneti, tuttavia, l'ebbe vinta, nel giro di alcuni anni, sulla comprensibile, ma non giustificabile attitudine Wasp delle autorità australiane e così fra il 1882 e il 1885 alcune decine dì famiglie superstiti poterono fondare nei pressi di Woodburn un piccolo villaggio, dotato di scuola, di chiesa e di servizi elementari, dove l'insolita comunità visse per alcuni decenni del lavoro dei campi e dell'allevamento dei bachi da seta, un'attività che proprio un colono di "New Italy", memore delle tradizioni regionali, importò fra i primi in Australia. Per qualche tempo l'identità italiana del gruppo si preservò intatta esaltando anzi i caratteri "veneti" dell'insediamento, ma via via anche impellenti ragioni economiche contribuirono a smantellare quell'angolo d'italia casualmente sorto nel Nuovo Galles del Sud. Questo insormontabile ostacolo della difficile assimilazione e della ancor più difficile costruzione di comunità etniche coeve spiega una delle ragioni del successo che arrise per molto tempo alle pratiche "anti-italiane" delle autorità e degli stessi sindacati operai australiani, rendendo a tratti patetica e comunque inefficace l'azione svolta presso i nostri immigrati dalle élite politiche della sinistra di classe del tempo. Nondimeno rivestono grande importanza, nella storia dell'emigrazione italiana in quel continente, le iniziative che Sceusa, Ercole, Munari e altri ancora assunsero fra otto e novecento per promuovere la sindacalizzazione e la presa di coscienza (politica certo, ma un poco anche nazionale) dei lavoratori italiani a cui nei primi anni nel nuovo secolo cominciarono a rivolgersi giornali socialisti come l'Uniamoci. Assieme ad altri fogli redatti in lingua italiana, l'Unianzoci che ingaggiò per tempo una battaglia sia difensiva che "propositiva" al fine di indurre gli immigrati italiani a una più conveniente integrazione. Ad una prima svolta si giunse così dopo la grande guerra e all'indomani dell'affermazione del fascismo quando, riprese quota in maniera decisa il movimento emigratorio internazionale per un'ultima volta prima che le frontiere (lei Paesi ospiti di mezzo mondo, e di quelli transoceanici in particolare, si richiudessero per quasi vent'anni.
C'era di mezzo la complicazione appunto del fascismo e di conseguenza, nel momento in cui la presenza italiana cominciava a farsi consistente di peso se non sempre d'influenza in una nazione costruita all'insegna del restrizionismo e degli Immigration Acts (i provvedimenti di "quota" che limitavano o impedivano per legge l'accesso di troppi lavoratori stranieri in Australia), il rinnovato afflusso di emigranti dal Italia prese a svolgersi sotto l'ipoteca di una dura contrapposizione ideologica: cacciati o indotti ad andarsene dall'Italia per motivi politici e di "sicurezza", molti antifascisti e protagonisti del biennio rosso si trovarono mischiati, prima nei bastimenti e poi in terra straniera, agli antagonisti di appena ieri costretti a propria volta ad andarsene per ragioni di carattere esclusivamente economico. Le autorità consolari italiane, e quelle politiche australiane un pò meno prevedibilmente, copersero di attenzioni e di appoggi la parte lealista e d'ordine nelle colonie (nuclei o "Little Italies" che fossero), mentre a tener desta l'animosità degli oppositori all'estero del regime provvidero vari gruppi e vari leaders della sinistra socialista ed anarchica, già distintisi prima dell'espatrio come protagonisti delle violente lotte politiche del tempo. Uomini come lo sdedense Frank Carmagnola per l'ala, come oggi diremmo, "militarista" (era un ex Ardito del popolo d'altronde) o come Omero Schiassi, per l'ala gradualista, impedirono ai fasci italiani in Australia di accampare l'alibi dell'unanimismo. E non mancarono sino agli anni trenta inoltrati gli scontri anche cruenti, gli agguati, le bastonature e le morti violente accanto al difficoltoso emergere di un dissenso politico organizzato e strutturato.
Del fenomeno dell'emigrazione le autorità governative cominciano ad interessarsi a partire dal 1876. Vengono inviate circolari ai prefetti e ai sindaci (molti non rispondono ai questionari), per conoscere le cause dell'emigrazione, i paesi dove gli emigranti sono diretti, la loro professione in patria. Da un rapido esame statistico della provincia di Benevento il circondano di Benevento con la Valle Caudina è il meno povero rispetto a quelli di Cerreto e S. Bartolomeo. Cause determinanti dell'emigrazione risultano la miseria, la mancanza o la scarsezza del raccolto, il caro dei viveri, la tenue mercede, la smania di arricchire presto, il deprezzamento dei cereali, gli eccitamenti degli agenti di emigrazione, la gravezza dell'imposta fondiaria, la miseria causata dall'usura, il desiderio di non perdere tre anni nel servizio militare di leva. Elementi convincenti all'emigrazione risultano le rimesse di valuta estera dei parenti, la certezza di guadagnare non meno di 7 lire al giorno, la speranza di un'assistenza sanitaria, che comincia al momento di salire sul treno o sulla nave, la certezza di due pasti al giorno. Emigrano in ordine decrescente terraiuoli, contadini, braccianti, muratori, scalpellini, facchini, artigiani, domestici, albergatori, artisti di teatro.
Destinazioni preferite risultano nell'ordine USA (New York, Filadelfia, Boston), Argentina (Buenos Aires e Rosario), Africa (Algeria, Tunisia, Egitto), Canada, Brasile (S. Paolo e Rio de Janeiro), Europa (Francia, Svizzera). Molti emigranti dichiarano di possedere oltre il danaro per il viaggio dalle 30 alle 100 lire a persona e che il denaro per il viaggio è stato preso con il mutuo con interesse ad usura del 50%. Diversi sono i proprietari terrieri, che la gravezza dell'imposta fondiaria e l'usura hanno trasformato in emigranti. L'inchiesta Jacinj del 1877 sull'agricoltura meridionale fa capire perché al primo posto tra gli emigranti vi siano i lavoratori della terra. In provincia di Benevento l'agricoltura è primitiva, semplice, patriarcale, estensiva, abbandonata alle sole proprie forze, che piglia alla terra senza restituire; "La realtà è tremenda: le terre non hanno riposo; la sola gratificazione che conoscono è il concime di stabulario. L'arte della letamazione è rudimentale e senza precauzioni igieniche. La preparazione tecnica è inesistente. Ovunque regna l'immobilismo. Là sola pianta industriale presente è il tabacco, ma in misura modesta. Poche e insignificanti le colture speciali. L'ulivo e la vite sono appena sufficienti alle esigenze locali. Tutto dà un senso di arretratezza. Nel circondano l'unica isola felice è la Valle Caudina con una pianura abbastanza fertile, perciò detta "il giardino beneventano". Dovunque mancano serie iniziative zootecniche. Ignota la coltura del baco da seta, poco nota l'apicoltura..."
Tratta degli italiani
Alla fine degli anni '60 vi erano ufficialmente, sparsi attraverso il mondo, 6 milioni di individui in possesso di passaporto italiano. Di questi, oltre 2,4 milioni vivevano in Europa: 900 mila in Francia, 700 mila in Svizzera, 400 mila in Germania, 250 mila nel Benelux, 150 mila in Gran Bretagna. In realtà, il numero degli italiani all'estero era allora sensibilmente superiore alla cifra ufficiale, in quanto da essa erano stati esclusi tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano rinunciato o dovuto rinunciare alla propria cittadinanza originaria. Innumerevoli quindi sono stati gli italiani costretti a prendere la via dell'esilio per cercare, all'estero, quel pane che veniva loro negato in patria. Ciò avvenne precisamente da quando, conquistato dai piemontesi il Regno delle due Sicilie, cominciò in nome dell'Unità d'Italia, il pesante saccheggio del più vasto, potente e ricco Stato della Penisola; il Regno delle due Sicilie di quello Stato che poteva vantarsi di un'amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d'Italia. Stato pacifico che, tra l'altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all'avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l'illuminazione a gas, con 10 anni d'anticipo sulle altre città della Penisola. Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L'Unità d'Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord - con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni. L'Unità portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino alla conquista legalmente stabili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militari. L'incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principî, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali - sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l'ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell'impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario "spietato", ma dal borghese "liberale". Così il contadino dell'ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l'Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra - introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine - non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l'industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all'industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo [1]. Si interruppe in conseguenza - tra l'altro - la corrente migratoria della mano d'opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l'estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l'intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila - media annua del periodo 1876 -1880 - a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell'anno 1912, a 872 mila nell'anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese. Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana "liberale" di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o - per pochi mesi - tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. la politica che costrinse, nell'ultimo biennio dell'era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l'inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all'inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.
EMIGRAZIONE FEMMINILE:
"Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata". Chi non lo ricorda Alberto Sordi nelle vesti dell’emigrato ancora senza fortuna ed un po’ malaticcio che, dopo gli insuccessi con le donne australiane –poche- e la minoranza delle donne italiane dei club, alla fine cerca moglie per procura? Con la sua tipica comicità, era riuscito, già nel 1971, a dare uno spaccato importante della vita dei connazionali che cercavano fortuna all'estero e, soprattutto, a far emergere un aspetto particolare dell’emigrazione femminile, allora ancora misconosciuta . L’emigrazione delle donne, d’altra parte, è sempre stata numericamente inferiore rispetto a quella maschile, creando sproporzioni elevatissime durante le prime ondate migratorie, che, secondo alcune fonti, hanno registrato, a fronte di una presenza dell’85% di uomini, solo il 15% di donne, per poi assestarsi ad un rapporto del 65% e 35% negli anni ’70, quando il fenomeno dell’emigrazione è stato caratterizzato dai ricongiungimenti familiari.
Basterebbe poi ricordare, anche a solo titolo di curiosità, come negli anni ’50 fosse elevato il numero dei celibi sul totale degli emigrati tra i 15 ed i 30 anni (il 78% nelle correnti europee, addirittura l’87% in quelle transoceaniche) per capire non solo quanto una reale integrazione sia stata difficile, ma anche uno dei motivi per cui il tema dell’emigrazione femminile sia stato a lungo sottovalutato. Eppure, accanto alle numerose donne partite per ricongiungersi al proprio marito, altrettante nubili, senza possibilità di matrimonio in un’Italia ormai spopolata di giovani, sono giunte ovunque attraverso unioni per procura. Senza conoscere nulla del Paese in cui sarebbero vissute: né la lingua, né, in alcuni casi, addirittura il proprio compagno.
Emigrate di prima generazione, con il sogno di ritornare in patria. Qualcuna ci è riuscita, altre sono rimaste nel Paese che le ha ospitate e nel quale sono spesso riuscite ad affermarsi.
Soprattutto in Australia, uno dei Paesi in cui più emerge la mappa di una nuova identità ed immagine dell’emigrazione. Anche femminile. E dove sono numerosissimi i veneti , uomini e donne, che hanno conquistato un posto di rilievo nella società.
Tuttavia delle donne emigrate e della loro collocazione sociale ancora si parla poco. Così, in Australia, dove costituiscono presenze qualificate nelle Università, nella politica e nell’imprenditoria, le donne hanno deciso di prendere parola, utilizzando uno dei sistemi di comunicazione più innovativi, Internet (http://www.australiadonna.on.net), e creando "uno spazio aperto d’incontro per le donne di origine italiana in Australia con lo scopo di favorire lo scambio di informazioni e di nuove conoscenze", confrontare la propria esperienza di emigrazione ed offrire una testimonianza di come anch’esse abbiano conquistato, spesso proprio lavorando in ambiti che permettano loro di mantenere il contatto con la propria origine, ruoli propulsivi.
E’ il caso di Ivana Smaniotto, vicentina, ora Principal Policy Adviser in strategic policy presso il Dipartimento di Education and Training. A lei si devono numerose iniziative che hanno contribuito all’avanzamento dell’approccio a vari aspetti della cultura italiana in Australia. In costante collaborazione con i Comites del NSW, con l’Associazione Vicentini nel Mondo di Sydney e con la Federazione Veneta del NSW, Ivana Smaniotto è stata anche Senior Policy Adviser del Ministero della Pubblica Istruzione per l’inserimento delle lingue straniere nelle scuole dello Stato.
Vicentina è anche Loredana Nardi-Ford, giunta a Camberra nel 1984 dopo aver sposato un australiano. "All’inizio –scrive nella sua scheda di presentazione- avevo l’impressione di aver poco in comune con gli Italo-Australiani, ma ora mi sento una di loro e mi trovo bene". Felicemente sposata da 11 anni, con tre figli bilingui e pienamente inserita nella società australiana, Loredana mantiene il contatto con la sua origine lavorando per il Centro Italiano Risorse del CIAC (Comitato Italiano Assistenza) presso Camberra ed insegna la lingua italiana al Tafe College. Riguardo all’esperienza migratoria, ritiene che questa "costringa ad un vero e proprio viaggio di ricerca introspettiva, che non esista emigrazione senza una profonda metamorfosi interiore e che cercare di combatterla non solo sia doloroso ma anche controproducente. Allo stesso tempo –aggiunge- a noi spetta il compito titanico di far capire ad altre genti chi siamo e da dove veniamo. Per noi emigrati è molto difficile integrare tutti gli aspetti della nostra vita passata e presente, ma io credo –conclude- che sia anche l’opportunità per una vita ricca e stimolante".
Di origine trevigiana è invece Loreta Fiorin, emigrata in Australia nel 1985. Nel tentativo di "ricorstruire la propria identità e d’inserirsi nella comunità Italo Australiana", Loreta fa parte del Comitato Trevisani nel mondo e collabora con il Comites ed il CIAC di Camberra. I maggiori problemi legati all’emigrazione sono secondo lei l’isolamento che ancor oggi la scarsa conoscenza della lingua inglese da parte di molte donne venete determina e la mancanza di una stretta comunicazione tra i comitati ed il resto della comunità italiana.
Tra le donne che hanno contribuito all'iniziativa di "Australia Donna" c'è anche Anita Myriam Bonazzi, che già in passato ha collaborato con il nostro giornale telematico. Anita Myriam ha ottenuto il diploma di Ragioniere a Trieste e ha poi continuato gli studi in Australia dove si e' trasferita nella seconda metà degli anni '50. Nei primi anni ha lavorato a Melbourne e poi si è trasferita a Canberra dove ha lavorato prima come interprete e successivamente come funzionaria presso l'Australian National University. Dal 1991 è ricercatrice e amministratrice presso l'Ufficio scolastico dell'Ambasciata Italiana di Canberra. L'impegno di Anita con la comunità italiana d'Australia è stato notevole: presidente dell'associazione delle donne italo-australiane "La donna"; vicepresidente della Societa' Dante Alighieri; segretaria del Festival Italiano delle Arti di Canberra; coordinatrice del programma radio italiano della Radio Etnica di Canberra; membro dell'Associazione Nazionale di donne italiane (Sydney); vicepresidente dell'associazione di scuole etniche di Canberra; rappresentante dell'Australian Capital Territory dell'ANEA (Associazione nazionale emigranti italo-australiani). E' membro del Consiglio consultivo ministeriale per le donne dell'ACT e si sta occupando di due progetti sugli anziani di origine italiana. Inoltre è giudice di pace, Cavaliere della Repubblica Italiana e Ufficiale della Repubblica Italiana per servizio reso alla comunita' italiana nel campo dell'istruzione.

Padovana, è infine Laura Banfi Picozzi, giunta in Australia nel 1954 per riunirsi al marito. Anna ha tentato di mantener vivo il suo contatto con le origini fin dall’inizio curando programmi italiani per le radio locali. Nel 1986 ha fondato il "Circolo dei Padovani nel Mondo", che ancora presiede, nella città di Adelaide, dove fa parte anche del Comites locale.
E le altre donne venete nel mondo?
Si attende con fiducia che altre donne ci raccontino la loro esperienza di emigrazione, utile forse come esempio anche a coloro che continuano ad incontrare ostacoli nell’individuazione di uno spazio proprio ed importante per tutte le donne che vogliano confrontarsi con altre realtà.

MIGRAZIONE
Introduzione :
Per mobilità geografica(migrazione)si intende qualsiasi spostamento di persone da un luogo al altro.
Dal 1861 l’ Italia è stata investita da un ondata di migrazioni VOLONTARIE(alcune interne ma soprattutto ESTERNE) definita migrazioni di massa.
La più massiccia delle migrazioni è stata la prima causate in particolare da : la crescita demografica perché la vita media si era orma allungata e il tasso di fecondità rimaneva comunque alto, e alla crisi agraria perché con lo sviluppo dei trasporti gli alimenti a basso prezzo entrarono in concorrenza con quelli locali.
Questo affetto tutta l’Italia in particolare il sud.
La 2° ondata fu modesta perché frenata dagli interventi del governo fascista.
La 3° fu più consistente della seconda ma non quanto la prima
l’Italia si colloca in una condizione molto particolare: così come all'interno dell'Europa si può individuare una differenziazione tra paesi del Nord e paesi mediterranei, in Italia si registra un profondo dualismo territoriale tra regioni del Nord e regioni del Mezzogiorno. Anche i movimenti migratori (la portata e la direzione dei flussi, ma anche la loro composizione e qualità) riflettono questo dualismo. Si pensi alle grandi ondate migratorie dall'Italia che hanno visto una partecipazione di molte regioni italiane, in particolare di quelle del Mezzogiorno o alla nuova immigrazione che - presente in tutto il paese - si concentra, soprattutto per la sua componente più stabile, nelle regioni del Nord .

Scala delle migrazioni nel mondo
• 1° ondata = tra ‘500 e ‘700 il trasferimento legato alla colonizzazione
• 2° ondata = ‘800 alla ricerca di una vita migliore
• 3° ondata = va dal 1890 a 1894 gli emigrati sono meno graditi perché di ceto socio-culturale più bassa
• 4° ondata = dalla fine della 2° guerra mondiale agli anni ‘70
• 5° ondata = giorni nostri
Scala delle migrazioni in Italia :
• 1° ondata = dall’ 800 (1861) soprattutto per la crescita demografica e la crisi demografica
• 2° ondata = si colloca tra le due grandi guerre
• 3° ondata = dalla fine della 2° guerra mondiale agli anni ’70 meno graditi negli USA perchè di ceto sociale più basso
Questa viene chiamata ‘’ligure’’ per la presenza marcata di genovesi. Inoltre ci sono una serie di migrazione politiche

L ‘Italia dal 1861 agli anni ’70 è stata definita terra di migrazioni si stima che espatriati siano stati circa 22 milioni dei quali la maggior parte mediterranei.
La ‘’ cultura della migrazione ’’ si è propagata come una possibilità di risolvere i problemi(in particolare economici)e come speranza per un nuovo futuro. Questo viene chiamato ‘’fattore pull’’.
Tutto questo si diffonde innanzitutto per vie interne alla comunità contadina (cioè le ‘’chiacchiere della gente, cioè che le famiglie si raccontavano tra di loro), diffuse anche grazie alle lettere spedite dai familiari all’estero ,ma soprattutto dalle rimesse(cioè i soldi inviati in patria dagli migrati),

I dati relativi ai movimenti migratori degli italiani all'estero, prima del 1860, sono quasi inesistenti. Dopo questa data, la neonata Italia Unita, comincia a valutare il fenomeno dell'emigrazione della popolazione italiana all'estero, sia in relazione alle dimensioni considerevoli che di anno in anno stava assumendo, ma anche per censire, in qualche modo, il grande esodo di manodopera cui l'Italia assisteva impotente, e per valutare il flusso di denaro, che i lavoratori italiani all'estero mandavano ai loro congiunti rimasti in Italia. In poche parole, se per un verso, questa situazione era vantaggiosa per l'Italia, dall'altro contribuiva ad impoverire le risorse umane e professionali di cui l'Italia aveva bisogno. Il censimento generale del 1861, accertò l'esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei Paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe, infatti dai dati emerge la seguente situazione: Francia, 77.000; Germania, 14.000; Svizzera, 14.000; Alessandria d'Egitto, 12.000; Tunisi, 6.000; Stati Uniti, 500.000; Resto delle Americhe, 500.000. Prima del 1976, anno in cui s'iniziò a rilevare con regolarità l'immigrazione italiana, riuscendo ad ottenere cifre più sicure e comparabili fra loro, il flusso migratorio mostrava già i lineamenti di un fenomeno di massa. Stava assumendo dimensioni annue di consistente entità, infatti già intorno al quinquennio, precedente questa data, cioè dal 1869 al 1875, la media delle emigrazioni si aggirava intorno alla cifra, record per quel tempo, di 123.000 unità. In questo periodo, però, l'emigrazione italiana appare ancora disorganizzata e sporadica, e mantiene questo carattere, con una media di 135.000 emigrati, diretti in prevalenza verso Paesi europei e mediterranei, fino alla prima metà degli anni 1880; dal 1887, a causa del notevole incremento dell'offerta di lavoro del mercato americano, si sviluppa rapidamente l'emigrazione transoceanica e, si determina così, un raddoppio della media annua complessiva, che passa a. 269.000.unità (periodo. 1887-900). Per quanto riguarda le destinazioni privilegiate dall'emigrazione continentale, è la Francia, seguita a una certa distanza dall'Austria, dalla Germania e dalla Svizzera, che tiene sempre il primo posto tra i Paesi europei durante questo primo quarto di secolo; l'Argentina e il Brasile, invece, che assorbivano la maggior parte dell'emigrazione transoceanica nei primi venti anni, vedono rapidamente svanire il loro primato, a causa del repentino incremento dell'immigrazione negli Stati Uniti, avvenuto verso la fine del secolo.
Per una maggiore comprensione dell'incremento dell'emigrazione transoceanica, in valori assoluti e nei confronti di quella continentale (da 18,25% dell'emigrazione complessiva nel 1876 a 47,20% nel 1900), e dello spostamento della sua direzione dall'America meridionale a quella settentrionale, è utile ora mettere in relazione questi dati, sia con le mutate condizioni del mercato del lavoro nei paesi americani, sia con la diversa partecipazione delle varie regioni d'Italia all'espatrio. Nei primi anni del Regno, maggiormente colpiti dal fenomeno dell'emigrazione, furono gli abitanti delle regioni settentrionali, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa; nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsezza di mezzi di trasporto, di vie comunicazione e dell'ignoranza. Questa situazione di arretratezza e di estraniamento dalla vita del resto del Paese, continuò per lungo tempo, e senza ombra di dubbio, si può considerare come il residuo dei passati regimi, ma anche del tradizionale attaccamento alla terra e alla casa e di minori necessità economiche, derivanti da una vita esclusivamente agricola e patriarcale. In pochi decenni, però, il rapporto si invertì, sia a causa dell'intenso ritmo di accrescimento demografico, sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell'87, che sacrificò l'agricoltura all'industria), che non permettevano di assorbire l'eccesso di manodopera. Negli ultimi anni del secolo XIX, la quota fornita all'emigrazione complessiva dall'Italia settentrionale diminuì (da 86,7% nel 1876 a 49,9% nel 1900) mentre crescevano quella dell'Italia meridionale e insulare (da.6,6%.a.40,1%) e dell'Italia centrale (da.6,7.a.10%). L'analisi e il controllo del fenomeno, in questo periodo iniziale, furono trascurati, infatti, la sola legge varata dal Parlamento fu la n. 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme comportamentali. Tale legge affidava alla polizia, il controllo per arginare il fenomeno dei molteplici abusi, ad opera di chi si occupava di reclutare manodopera a basso costo. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono, solamente quando fu approvata una legge organica dell'emigrazione e fu creato un organo tecnico specifico per l'applicazione della legge stessa: furono abolite le agenzie e sub agenzie; il trasporto fu consentito solo sotto l'osservanza di determinate cautele e garanzie; si crearono organi pubblici, per fornire le necessarie informazioni ai desiderosi di espatrio; si stabilirono norme per l'assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell'emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l'estero. Assistita, organizzata e diretta laddove maggiori fossero le possibilità di occupazione, l'emigrazione italiana, per quanto con andamento irregolare dovuto alle crisi attraversate dai Paesi di destinazione, tende ad aumentare nei primi anni del secolo XX; la media annua nel 1901-13 sale a 626.000 emigranti e il rapporto con la popolazione del regno, nel 1913, tocca i 2.500 emigranti per ogni 100.000 abitanti, pari a un quarantesimo circa dell'intera popolazione. E' soprattutto l'emigrazione dall'Italia meridionale e insulare che si sviluppa, raggiungendo livelli nettamente superiori rispetto a quelli dell'Italia settentrionale: 46% contro 41% dell'Italia settentrionale e 13% della centrale, su un totale di più di 8 milioni del periodo 1901-13. Ciò spiega anche l'assoluto prevalere, nel periodo, dell'emigrazione transoceanica sulla continentale (il 58,2% contro il 41,8%). Gli emigrati dall'Italia meridionale, prevalentemente addetti all'agricoltura e braccianti, costretti all'espatrio dalla povertà dei loro Paesi erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro e anche a stabilirsi definitivamente all'estero, nelle terre d'oltremare; al contrario, l'emigrazione dall'Italia settentrionale, più altamente qualificata e, in genere temporanea, era per lo più assorbita da Paesi europei. Tra i Paesi di destinazione dell'emigrazione continentale, la Svizzera passò al primo posto superando la Germania, l'Austria e la stessa Francia; nell'emigrazione verso Paesi d'oltremare si accentuò invece il primato degli Stati Uniti, dove si diressero, dal 1901 al 1913, oltre 3 milioni di italiani, contro i 951.000 dell'Argentina e i 393.000 del Brasile. Gli alti salari offerti al mercato nordamericano, la diminuzione delle terre libere nei Paesi dell'America Meridionale, la maggiore facilità e rapidità di guadagni, consentita dalla grande industria degli Stati Uniti, concorsero a dirottare il flusso dell'emigrazione dall'Italia. Il venire meno del vincolo fondiario, che lega l'emigrato al paese d'arrivo, e il diminuito costo dei trasporti favorirono una minore durata dell'espatrio: molti lavoratori decisero di investire i loro risparmi in Italia, prevalentemente in acquisto di terre o nella casa di proprietà. Questo carattere temporaneo, che già era dominante nell'emigrazione continentale e che cominciava ad estendersi a parte dell'emigrazione transoceanica, si ripercuote beneficamente sull'economia italiana, sia perché gli emigrati tornano, in genere con accresciute capacità di lavoro e di iniziativa e muniti di capitali accumulati all'estero, sia perché, contando di rientrare in patria, molti emigranti vi lasciavano le loro famiglie e ad esse provvedevano durante l'espatrio con l'invio di rimesse, quelle rimesse che contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell'Italia con l'estero. L'emigrazione italiana negli ultimi anni dell'anteguerra era ben diversa da quella degli ultimi vent'anni del XIX secolo. Non si trattava più di masse prive di appoggio, emigranti alla ventura in cerca di lavoro, ma di masse guidate e assistite, e capaci alla loro volta di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della patria. L'emigrazione, ritenuta inscindibilmente connessa alla struttura economica del Paese e al ritmo di accrescimento della sua popolazione, fu largamente incoraggiata e protetta

Effetti della migrazione
Sebbene siano state fatte molte ipotesi sugli effetti delle migrazioni ma purtroppo non è possibile dare una risposta univoca poiche la realtà è molto complessa e quando si prova a distinguere le conseguenze positive da quelle negative si ottengono sempre risposte soggettive

Le conseguenze del paese di partenza
La partenza dei lavoratori sottoccupati e non qualificati ha un'incidenza sull'occupazione, la produzione, i salari: in un primo tempo il mercato del lavoro e la spesa sociale vengono alleviati, e il reddito delle famiglie rimaste aumenta in seguito all' invio di parte dei guadagni degli emigranti. La somma complessiva delle rimesse può incidere positivamente sulla bilancia dei pagamenti dello Stato costituendo una entrata di capitale di notevoli dimensioni. Nei paesi in cui le rimesse vengono utilizzate per attuare investimenti l’emigrazione può costituire un aiuto allo sviluppo. Se invece vengono utilizzate solo per consumi personali possono a lungo termine favorire l’inflazione. Se ad emigrare sono persone la cui crescita e grado di qualificazione è costata allo Stato in termini educativi, sociali e sanitari, si verifica paradossalmente che il frutto di questi investimenti sia goduto dai Paesi di arrivo. Se nelle migrazioni temporanee a partire sono i giovani, prevalente maschi, la popolazione subirà, per un periodo più o meno lungo di tempo, uno squilibrio sia per quanto riguarda le classi di età che per sesso: la popolazione sarà costituita prevalentemente da anziani, bambini e donne. Inoltre possono emergere carenze di manodopera , difficili da sanare in quanto è maggiore l' attrazione dei salari dei Paesi industrializzati. Se a migrare sono prevalentemente donne (come avviene ad esempio per molti Paesi latino americani, le Isole di Capo Verde e le Filippine) a risentirne saranno importanti settori economici come l' agricoltura..
Le conseguenze del paese d’arrivo
L'arrivo di lavoratori stranieri può a breve termine abbassare il costo del lavoro e avere quindi un effetto positivo sulla produttività generale e permettere alle imprese marginali di sussistere. Infatti il costo della manodopera costituita dagli immigrati è tendenzialmente più basso di quello della manodopera locale sia perché questi lavoratori accettano salari inferiori, sia perché, nel caso di assunzione illegale, consentono al datore di lavoro di evadere le contribuzioni fiscali e previdenziali. Gli immigrati accettano spinti dalla necessità condizioni di lavoro più dure, come orari più lunghi, turni notturni e festivi, mansioni nocive e pericolose, lavori temporanei. Inoltre sono difficilmente sindacalizzabili e il loro licenziamento può avvenire più facilmente, specialmente se si tratta di lavoro nero. Tutto questo può avere effetti negativi per quanto riguarda l'azione sindacale tesa a salvaguardare salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il basso costo della manodopera straniera e, più in generale, la compressione della dinamica salariale disincentivano molte imprese dall'effettuare investimenti in tecnologie atte a razionalizzare il ciclo produttivo. La disponibilità degli immigrati a compiere operazioni nocive alla salute o rischiose permette a certi imprenditori di mantenere antiquati e spesso illegali sistemi di sicurezza contro le malattie professionali.
Se il rallentamento dell'innovazione tecnologica può essere considerato nel breve periodo un risparmio di costi, esso può trasformarsi in un ritardo che nel lungo periodo toglie competitività alle produzioni in cui è richiesto alto livello di precisione, affidabilità e standardizzazione. La presenza di immigrati in condizione di disoccupazione o di lavoro nero comporta dei costi per l'erogazione di servizi socioassistenziali: abitazione, educazione scolastica, assistenza sanitaria, senza che vi sia un corrispettivo in termini di contributi versati. Inoltre secondo il contesto di inserimento, la difficoltà nel trovare lavoro facilita in zone disagiate e periferiche forme di emarginazione, oppure di reclutamento nelle organizzazioni criminali. Le migrazioni producono poi effetti sociali di rilievo a motivo dell'inserimento degli immigrati in un contesto culturale differente da quello d'origine. Il contatto tra i locali e i nuovi arrivati provoca una certa positiva compenetrazione nello scambio culturale per quanto riguarda i costumi, i comportamenti , i valori, le istituzioni. Ma dall'incontro possono anche scaturire ostacoli di varia natura quali la diffusione di atteggiamenti razzistici o il nascere di separatismi e ghetti.
Andare verso un modello sociale
Occorre porci di fronte alle questioni sollevate da una società sempre più variegata dal punto di vista etnico-culturale, al fine di garantirci una convivenza pacifica. Superate le prime fasi del ciclo migratorio, in cui risultava prioritario mettere a punto norme politiche che regolassero l’ingresso e l’accesso ai servizi sociali e l’immissione nel mercato del lavoro, gli Stati dell’Europa occidentale hanno dovuto approntare politiche di stabilizzazione di lungo periodo, in modo da rendere compatibile l’unità della Nazione con le differenze culturali e sociali, legate alla presenza di immigrati, anche di seconda e di terza generazione.
Modelli sociali a confronto: La complessità delle situazioni createsi con le migrazioni in vari momenti storici e in situazioni diverse ha dato origine a modelli di società molto differenti tra loro che rispecchiano gli orientamenti politici e sociali dominanti in quella determinata epoca.
Fusione - E' il progetto sociale di integrazione alla base della politica nordamericana nei confronti dei migranti europei tra l' 800 e l' inizio del ' 900. L' obiettivo era la creazione dell' "uomo americano", un individuo nuovo non più immigrato italiano, tedesco o irlandese. Il termine fusione indica la volontà di sciogliere le peculiarità culturali originarie di ogni immigrato per arrivare ad una società etnicamente e culturalmente omogenea.
Tale modello è stato definito "melting pot" ossia crogiolo di razze. Questo progetto non si è mai realizzato, anzi al contrario un gruppo sociale, costituito dai WASP (White Anglo-Saxons and Protestans - bianchi, anglosassoni e protestanti), è divenuto dominante nella società americana. Assimilazione – Si realizza togliendo valore alle culture diverse da quella dominante.
L' integrazione è possibile nella misura in cui gli immigrati acquistano la cultura e i modi di vita della popolazione locale.
La Francia, come sarà più diffusamente spiegato in seguito, ha adottato questo modello, ma si trova oggi a fronteggiare le rivendicazioni degli immigrati, in particolare di quelli di cultura islamica.
Segregazione razziale - Si ha in condizioni di oppressione, formale e sistematica, da parte di un' etnia che detiene il potere politico, economico e culturale di uno Stato. Si basa sul presupposto che l' etnia dominante legittimi il proprio potere sulla convinzione dell' inferiorità "razziale" delle altre etnie.
Questo modello ha caratterizzato la Repubblica del Sudafrica, fondata sul dominio di una minoranza bianca (i discendenti degli antichi coloni olandesi) e sul regime di "apartheid" nei confronti della maggioranza nera.
La caduta di tale regime non ha impedito il persistere di gravi tensioni sociali provocate da questo modello
Condizione di vita degli immigrato
La permanenza degli immigrati nei Paesi di accoglienza è spesso caratterizzata almeno in una prima fase da una condizione di disagio generale la cui gravità dipende dall’efficienza dei servizi che il Paese d’arrivo è in grado di offrire. Inoltre gli immigrati non devono essere considerati come semplice fattore economico ma vanno riconosciuti come soggetti sociali e politici. Ne consegue una richiesta di ampliamento della sfera dei diritti (abitazione, istruzione, sanità, assistenza, previdenza, ecc.) spesso vissuta dalla comunità di accoglienza come un costo .L’aumento della presenza di migranti appartenenti a culture molto diverse da quelle locali e il fenomeno delle migrazioni clandestine acuiscono le difficoltà di integrazione.
Il mondo del lavoro Gli immigrati provenienti dal Terzo Mondo sono occupati prevalentemente in mansioni con basso livello di qualificazione, spesso nocive alla salute e, nella maggioranza dei casi, poco retribuite.
Il lavoro nero è una condizione assai ricorrente tra gli immigrati e ciò contribuisce ad aumentare la loro precarietà, in quanto privi di tutela giuridica e sociale. Per quanto riguarda la formazione professionale non esiste ancora una efficace politica rivolta agli immigrati. Le iniziative finora realizzate da soggetti pubblici e privati hanno dovuto misurarsi con i ritardi normativi e il disinteresse o l'incapacità di molti enti locali. Non mancano le discriminazioni, anche formali, che impediscono o rendono difficile l'inserimento lavorativo. La più importante è l'impossibilità di accedere al pubblico impiego, diritto esclusivo dei cittadini italiani. Un'altra barriera è costituita dalla non equivalenza dei titoli di studio. Ciò comporta che, per un numero consistente di immigrati, l'arrivo in Italia rappresenta una regressione nella qualificazione. Si aggiunga l'ostacolo della lingua, il cui livello di conoscenza pregiudica talvolta l'assunzione o l'attribuzione di mansioni corrispondenti alla qualifica dell'immigrato.
Per gli immigrati che vivono in comunità chiuse, con relative opportunità di socializzazione, la sola frequenza dei corsi di lingua italiana (ove questi siano attivati) non è sufficiente a far acquisire dimestichezza linguistica
Cittadinanza La legge 15 febbraio 1992, n. 91, ai sensi dell'art. 1 Co. 1, stabilisce che è cittadino per nascita a) il figlio di padre o di madre cittadini (Ius Sanguinis); b) chi è nato nel territorio della Repubblica se ambo i genitori sono ignoti o apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge dello Stato di questi (Ius Soli). Per il comma 2º, è cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato in Italia, se non si prova il possesso di un'altra cittadinanza. Inoltre acquisiscono automaticamente la cittadinanza italiana i cittadini vaticani al cessare dei diritti di dimora nella piccola enclave di Roma.
Nei secoli XIX e XX, milioni d'italiani hanno lasciato l'Italia, soprattutto como destinazioni l'America del sud e il Nordamerica.[1] Oggi, ci sono milioni di oriundi italiani in differenti paesi del mondo, principalmente nel Brasile, Stati Uniti d'America ed Argentina.

Brasile: 25 milioni di oriundi italiani.[2]

Stati Uniti d'America: 16 milioni. [3]

Argentina: 15 milioni[4]

Francia: 1,5 milioni.[5]

Uruguay: 1 milioni.[6]

Migrazione verso l’America
Mai come in quegli anni si assistette ad un simile esodo dalle regioni meridionali della nostra penisola. . Affascinate dal "sogno" intere popolazioni lasciarono i loro villaggi per affrontare la grande avventura. . Una delegazione governativa americana che in quegli anni visitò l'Italia, si sentì accogliere dal sindaco di un paese abruzzese con queste parole: "Vi dò il benvenuto a nome di tutti i seimila abitanti della nostra città: tremila di essi sono già in America e gli altri si accingono a partire". Inutile precisare a questo punto che l'America sognata non era il continente americano, bensì gli Stati Uniti o, meglio ancora, New York e dintorni. Infatti, la stragrande maggioranza dei quattro o cinque milioni di meridionali che varcarono l'Atlantico a partire dal 1880 si fermò nella nascente metropoli americana, o negli immediati dintorni, e vi si stabilì definitivamente. Perché questa massa di gente si fermò a New York, invece di proseguire verso la cosiddetta "Nuova Frontiera", ossia il West, più ricco di opportunità, lo vedremo in seguito. Sostiamo per il momento al capolinea di quella marea umana che un viavai ininterrotto di bastimenti vomitava sui moli. Nel giro di pochi anni New York diventò la "città italiana" più popolosa dopo Napoli. La "Little Italy", come venne subito chiamato il quartiere abitato dagli italiani, contava intatti circa 600.000 abitanti. Inutile dire che questa massa enorme di nuovi arrivati non mancò di creare problemi gravissimi. Se infatti la città aveva gran bisogno di braccia a buon mercato per scavare tunnel o per elevare grattacieli, nel contempo non era assolutamente attrezzata per accogliere i nuovi ospiti. Di conseguenza, il primo impatto dei nostri emigranti con la terra sognata fu molto duro.
Completamente impreparati ad affrontare il nuovo ambiente, resi ciechi, sordi e muti dall'incapacità di esprimersi in inglese, i nuovi arrivati si trovarono subito alla mercè di connazionali senza scrupoli che specularono sulla loro pelle ora truffandoli vergognosamente, ora "affittandoli" a questa o quell'impresa edile per malpagati lavori di pick and shovel, di picco e pala. L'impossibilità di comunicare con gli altri li costrinse anche a raggrupparsi fra loro fino a dare vita a dei ghetti le cui condizioni di vita sono difficilmente descrivibili. A New York, per esempio, l'oltre mezzo milione di italiani che vi si insediò scelse di stabilirsi nei decrepiti edifici di legno, abbandonati da tempo dai precedenti abitanti, che si allungavano a ridosso del ponte di Brooklyn. Questo improvviso affollamento della zona fece naturalmente la fortuna dei padroni di case, ma trasformò quel quartiere in un formicaio dove la miseria, la delinquenza, l'ignoranza e la sporcizia erano gli elementi dominanti. I resoconti dei visitatori che soggiornarono a quell'epoca nella Little Italy offrono un quadro agghiacciante della situazione. Il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898, ha scritto: "E' impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità fetente, l'ingombro, il disordine di quella zona". Questo era l'ambiente in cui centinaia di migliaia di nostri connazionali si erano trasferiti inseguendo il sogno di far fortuna. Un agglomerato di gruppi regionali diversi dove ogni domenica si festeggiava qualche santo patrono, dove riecheggiavano grida in tutti i dialetti del sud italiano, ma dove non si udiva quasi mai una parola inglese. Un formicaio in continuo movimento, dove i pedoni dovevano essere sempre pronti a scansare le docce di rifiuti che piovevano dalle finestre, dove oltre cinquemila carretti a mano si aggiravano per le strade fangose vendendo di tutto: dai lacci da scarpe ai provoloni.
Dimenticati dal loro governo, che si limitava a rallegrarsi per "l'attivo" della bilancia dei pagamenti favorito dalla politica "dell'esportazione delle braccia", snobbati dagli aristocratici diplomatici che quasi si vergognavano di rappresentarli, questi nostri sfortunati connazionali finirono ben presto per ritrovarsi, come al paese d'origine, alla mercé degli speculatori e dei malviventi. E' infatti inutile dire che questi ghetti italiani, formatisi a New York e nelle altre città della costa orientale, rappresentarono quasi subito un grosso problema per la polizia americana. In questi ghetti, infatti, centinaia di malviventi mafiosi, approdati tranquillamente in America grazie alla facilità con cui i governi liberali italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di affamati e di "pecore nere’’, trovarono subito il terreno adatto per trapiantarvi i loro illeciti sistemi.
La polizia americana si limitò da parte sua a circondare simbolicamente i ghetti con un cordone sanitario, lasciando praticamente liberi i pochi malviventi italiani di taglieggiare la moltitudine onesta e pacifica dei loro connazionali. Insomma: che gli italiani se la sbrigassero pure fra di loro. L'importante era impedire che i loro sistemi sconfinassero nelle zone più civili della città. Per giunta, gli emigranti italiani trovarono in America un ambiente decisamente ostile. Furono subito gratificati con ogni sorta di nomignoli spregiativi. I più diffusi ancora in uso sono Guinea, Wop e Dago. Ricostruire l'etimologia di questi nomi è molto complesso e sono state avanzate le ipotesi più diverse. Guinea è quello di origine più recente: a meno che non si volesse fare riferimento al fatto che molti italiani del sud venivano considerati "non bianchi". L'origine di Wop ha due spiegazioni: chi vuole che sia una deformazione fonetica di "guappo" (Wop si pronuncia e chi sostiene che sia semplicemente una sigla, WOP infatti significava without officiali permission (senza permesso ufficiale) ed era una sorta di marchio d'infamia che veniva stampigliato con tale sigla accanto al nome dei clandestini o degli stranieri indesiderabili. Dago è invece di origine incerta. E' una deformazione di Diego, nome molto diffuso tra gli spagnoli, assieme ai quali gli italiani vengono accomunati.
In questo clima, gli italiani spesso furono costretti a subire le prepotenze di gangsters irlandesi o ebrei che agivano sotto lo sguardo sornione di poliziotti che erano pure irlandesi o ebrei. La polizia di New York, in quegli anni, era infatti costituita dai rappresentanti dei due gruppi ex etnici coi quali gli immigrati italiani appena giunti a New York vennero a diretto contatto. Vale la pena di sottolineare che per gli italiani immigrati l'America di quegli anni era popolata "soltanto" da irlandesi ed ebrei.
In realtà, a governare e a comandare l'America erano i Wasp, i White Anglo Saxon Protestant, i bianchi anglosassoni, protestanti, ossia il gruppo etnico più numeroso e più potente del Paese, ma questo gli italiani non lo sapevano: essi dovevano fare i conti col poliziotto ebreo o irlandese o col gangster ebreo o irlandese, e questa era per loro l'America. Un'America amara
. D'altra parte è risaputo che la mafia americana nacque qui, in questi ghetti, inserendosi abilmente nel vuoto lasciato dall'assenza delle leggi e da chi avrebbe dovuto farle rispettare. Fu proprio l'apparizione spesso clamorosa di questi focolai di malvivenza italiana ad accrescere la diffidenza e l'ostilità degli americani verso i nuovi venuti. L'opinione pubblica, solita a fare di ogni erba un fascio, finì ben presto per considerare tutti gli italiani dei potenziali malviventi o comunque gente da tenere alla larga. Fu appunto in questo periodo che si diffuse per l'America l'immagine dell'italiano suonatore d'organetto, piccolo, bruno, di razza incerta, dedito ai lavori più umili e sempre pronto a impugnare il coltello.
Questa diversità di immagine fra italiani del nord e italiani del sud ha delle giustificazioni storiche. Le differenze fra gli emigrati dell'Italia meridionale, rimasti fuori della grande corrente culturale europea e quelli dell'Italia settentrionale, che in tale corrente erano stati immersi, e che erano orgogliosamente consapevoli della parte avuta nell'unificazione del Paese, persistettero in America non meno forti che in Italia. A questo si aggiunga che i piemontesi, i liguri, i lombardi erano arrivati in America molto prima dei calabresi, dei siciliani e dei napoletani. Fino al 1876, per esempio, oltre 1,85 per cento dell'emigrazione italiana complessiva era dato dall'Italia del nord. Costoro, quasi tutti operai specializzati se non imprenditori fantasiosi e volenterosi, si erano conquistato stima e prestigio nel Paese ospite sia perché erano pochi (44.000 su 50 milioni al censimento del 1878) e sia perché erano generalmente più colti dell'americano medio. A quei tempi, d'altra parte, il termine racket aveva ancora il suo significato originale di racchetta (assumerà poi il suo attuale significato per assonanza col termine italiano "ricatto" pronunciato alla siciliana) e i vocaboli esotici quale "mafia" o "camorra" neppure figuravano nei più aggiornati dizionari della lingua inglese.
1. Caratteristiche dell'emigrazione italiana

Quasi il 70 per cento di essi proveniva dalle province meridionali, e per tutti l'impatto con il nuovo mondo si rivelava difficile fin dai primi istanti: ammassati negli edifici di Ellis Island, o di qualche altro porto come Boston, Baltimora o New Orleans gli immigrati, dopo settimane di viaggio, affrontavano l'esame, a carattere medico e amministrativo, dal cui esito dipendeva la possibilità di mettere piede sul suolo americano. La severità dei controlli fece ribattezzare l'isola della baia di New York come l' «Isola delle lacrime».
Il boom dell'emigrazione negli Stati Uniti fu dovuto a una serie di circostanze,per quello che riguarda l'Italia, e quindi i fattori di espulsione (push), furono la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, il declino dell'artigianato e delle manifatture rurali e, naturalmente, la crisi agraria.
D'altro canto negli Stati Uniti lo sviluppo capitalistico dagli anni Ottanta dell'Ottocento alla Prima guerra mondiale ebbe come obiettivo la massima immigrazione. Un'altra contingenza favorevole all'emigrazione italiana negli Stati Uniti fu data dal fatto che l'Italia si inserì nelle correnti migratorie internazionali quando i costi dei viaggi toccarono il minimo storico.
Spesso i primi arriva ti erano ‘’pionieri’’ , uomini che da soli partirono alla ricerca del sogno americano.
Nell'altro caso, parenti, amici e compaesani raggiungevano i primi emigrati, grazie alle notizie che ricevevano attraverso le lettere, inviate dall'America.
Le lettere contenenti notizie più o meno attendibili, come è stato dimostrato da alcuni storici che si sono occupati del fenomeno, fungevano spesso da veicolo principale di propaganda all'emigrazione nel paese. Lette da parenti e amici, a volte nella piazza del villaggio, servirono e attirare in America milioni di italiani. Spesso contenevano i biglietti per il viaggio dei congiunti (prepaids). È stato calcolato che il dal 50 al 60 per cento degli emigrati negli anni Novanta partì con un biglietto prepagato, che rappresentò quindi uno dei principali strumenti del finanziamento dell'espatrio. I primi a emigrare erano stati i piccolissimi proprietari che avevano venduto tutto per finanziarsi il viaggio. Un'altra forma di finanziamento del biglietto transoceanico era costituita dal credito. E qui entriamo nel campo dello sfruttamento degli emigranti.
Per i primi immigrati episodi di sfruttamento da parte degli agenti dell'emigrazione, che li reclutavano per il passaggio marittimo, e dei 'padroni', connazionali e spesso compaesani, sono all'ordine del giorno, sotto forma di quote da versare per la casa e per il lavoro trovato. Gli agenti, di solito stranieri, e i sub agenti italiani rappresentati dalla piccola borghesia usurai, sindaci, preti, notai, impiegati comunali cercavano di avvantaggiarsi dell'ignoranza degli immigrati. Esigevano percentuali sul biglietto per l'America, anche quando come nel caso dell'America Latina esso era gratuito, convocavano gli emigranti sulle banchine dei porti una settimana prima per poterli sfruttare attraverso osti complici e cambiavalute.
Una volta giunti in America le cose non miglioravano. Da una inchiesta del 1897 a Chicago risultò che il 22 per cento degli immigrati lavorava per un padrone. Ciò implicava il versamento di una quota del salario e l'obbligo di acquistare le merci in uno spaccio da lui indicato (che aumentava i prezzi del 60 per cento). Nella New York di fine secolo c'erano 2000 boss che agivano spesso in combutta coi banchieri che spesso garantivano per gli immigrati senza lavoro non sarebbero stati a carico dello stato.
Il collocamento degli immigrati era anch'esso nelle mani di privati. Ciò dette adito al diffondersi del padrone system e dei boss, italiani già da tempo residenti negli Stati Uniti che basandosi sull'ignoranza della lingua e del funzionamento della società statunitense sfruttavano i propri connazionali, esigendo quote dei salari per i lavorio che loro procacciavano, tenendoli in uno stato di continua soggezione facendoli lavorare saltuariamente.

2. Le condizioni di vita
La migrazione a catena portò alla costituzione delle little italy nelle principali città statunitensi, interi quartieri abitati da italiani nelle cui strade la lingua ufficiale erano i vari dialetti del pesi di provenienza, con negozi in cui si vendevano prodotti di importazione italiani. Spesso quartieri una volta residenziali si svuotarono per lasciare il posto ai tenements, definiti come, secondo la descrizione della Immigrant Commission nel 1900: edifici di cinque o sei piani, a volte sette, lunghi poco più di sette metri e larghi trenta con uno spazio libero di tre metri sul retro, per dare luce e arie alle stanze su quel lato. Ogni piano è generalmente diviso in quattro appartamenti, essendoci sette stanze su ogni lato dell'ingresso, che si estendono sulla strada verso il retro. Delle 14 stanze su ogni piano solo quattro ricevono luce ed aria diretta dalla strada o dal piccolo cortile sul retro «Generalmente lungo le pareti laterali dell'edificio vi è quello che viene chiamato «condotto dell'aria» cioè un'incavatura della parete profonda 70 centimetri e lunga da 15 a 18 metri e alta quanto l'edificio.» Questi condotto funzionano come trasmettitori di rumori, odori e malattie e quando scoppia un incendio diventano una cappa infiammabile rendendo spesso difficile salvare l'edificio dalla distruzione» .
I numerosi enti assistenziali, pubblici e privati che si occupavano degli immigrati dedicarono molta attenzione alle condizioni di vita nei tenements e nei quartieri degli immigrati. Attraverso le loro testimonianze è possibile conoscere non solo quali furono le principali difficoltà incontrate dagli immigrati nel loro impatto con la vita cittadina, ma anche le «abitudini» degli immigrati italiani che disturbavano gli americani. Queste ultime si potrebbero far risalire alla cultura pre-moderna degli italiani.
Gli enti assistenziali innanzitutto si occuparono della tutela della salute. Nel 1912 era stato creato il Children's Bureau, per tutelare il benessere dei bambini negli Stati Uniti. Come molte organizzazioni sorte in questi anni, andò presto ad occuparsi dei bambini degli immigrati, le fasce allora più povere della società. Iniziò con uno studio sulla mortalità infantile, proseguì la sua attività con la pubblicazione di numerosi opuscoli sulla salute prenatale, la legislazione sul lavoro minorile; svolse una campagna per la registrazione delle nascite, per la scolarizzazione.
Nei manuali sulla salute e l'allevamento dei bambini venivano fornite informazioni per le madri immigrate costrette a vivere nei tenements in condizioni igieniche precarie. I manuali offrono un'idea dei problemi: si parte dalla questione della ventilazione della casa, cercando di sfatare la credenza che l'aria e le correnti siano pericolo per la vita dei bambini, si passa poi alle informazioni dietetiche, all'abbigliamento, al sonno, per prendere in considerazione gli aspetti dell'educazione, del gioco e delle attività sportive. Ma la scientific motherhood, con prescrizioni precise rispetto a tutte le funzioni materne era spesso in aperto contrasto con le abitudini delle immigrate, che guardavano con diffidenza le assistenti sociali che entravano nelle loro case e davano consigli su tutto, dall'allattamento all'abbigliamento, spesso scontrandosi con le norme anch'esse codificate dettate dalla cultura delle immigrate.
Per superare queste diffidenze, gli International Institutes, fondati dalla Young Women's Christian Association nel 1912 per assistere le donne immigrate, organizzarono corsi di economia domestica al fine di insegnare alle madri di famiglia a fare la spesa, a cucinare col gas, a preparare cibi adeguati per i bimbi piccoli utilizzando questi manuali. Attraverso una fitta rete di club le assistenti degli istituti, spesso appartenenti al gruppo etnico di cui si occupavano e che parlavano la lingua delle immigrate, cercarono di orientarle anche nell'arredamento della casa, perché imparassero a riutilizzare vecchi mobili e non si facessero sfruttare dai commercianti locali, perché non appesantissero l'arredamento con oggetti e tendaggi che poi era difficile mantenere puliti. Le condizioni igieniche sono anche qui tenute in principale considerazione.
La salute è forse il campo in cui intervennero con maggior incisività gli assistenti sociali dell'epoca «se vai in ospedale muori» era la credenza diffusa tra gli immigrati italiani e, fino agli anni Trenta le nascite avvenivano a casa, con levatrici italiane. Tra le famiglie italiane di cui si occuparono gli istituti si riscontra, assieme a un'altissima diffidenza nei confronti dei medici e degli ospedali, molta superstizione e ignoranza. Le assistenti sociali dovevano intervenire spesso per spiegare le più banali norme igieniche: tener lontani, quando le condizioni abitative lo permettevano, i bambini malati di tubercolosi o di sifilide da quelli sani, o convincere una donna al terzo mese di gravidanza, malata di polmonite a non bere pozioni a base di canfora. Altre madri che ritenevano i figli malati a causa del malocchio furono convinte a portare i figli dal medico.
L'emigrazione in America sembrò acuire i problemi di salute a causa delle abitazioni malsane, ma la modernizzazione in questo campo si attuò rapidamente. La mortalità infantile, che era altissima nelle famiglie italiane, 120 morti su mille nati nel 1918, calò a 54 nel 1932 adeguandosi al tasso delle americane bianche I tassi di fertilità calarono altrettanto drasticamente.

3. Differenze culturali
L'altro importante elemento di mutamento dovuto all'emigrazione in un paese industriale avanzato è costituito dall'arrivo in una società in cui andava affermandosi il consumismo con tutto ciò che esso implicava: produzione in serie, industria della moda, grandi magazzini, riproduzioni. Lo spostamento dalla campagna alla città volle dire per tutte le classi, uno spostamento dalla casa, come centro di vita sociale, alle strade della città coi loro grandi magazzini, cinema, luoghi di ritrovo pubblici.
Ma per gli immigrati il passaggio dalla campagna alla città significava anche spostarsi da un'ottica di risparmio ad una di spreco, di consumo. Il fascino esercitato dalla società dei consumi specialmente sulle giovani generazioni e sulle donne in particolare creò contrasti generazionali all'interno della famiglia. In molti casi le ragazze erano disposte a tutto pur di poter acquistare capi di abbigliamento nei grandi magazzini. L'abbigliamento divenne il segno più visibile dell'americanizzazione.
Ma forse l'elemento che più tocca la famiglia immigrata è la concezione di famiglia moderna che trovano adottata negli Stati Uniti, una concezione della famiglia, divisa per fasce di età e per sesso, i cui singoli membri sono mossi da ottiche individualistiche e non più familistiche, al cui interno i bambini sono considerati degli individui con esigenze particolari dovute alla loro età e non più adulti in miniatura. Da una società patriarcale si passa ad una società child centered. La scuola e l'educazione impartita attraverso di essa anche ai figli degli immigrati si muove in questa ottica: sviluppare il senso di indipendenza e di autonomia nei bambini, liberandoli dai vincoli della famiglia etnica. In America dal 1904 la scuola era obbligatoria per i bambini fino a dodici anni, anche se i figli degli immigrati italiani erano il gruppo con la minor frequenza scolastica, di solito si limitavano a mandare i bambini i primi anni perché familiarizzassero con l'inglese.
La scuola è spesso il primo luogo in cui i figli degli immigrati si rendono conto di essere diversi e cominciano a vergognarsi di essere italiani. In un'inchiesta dell'epoca, la scuola venne denunciata come principale responsabile dei problemi dei bambini stranieri a causa dell'impreparazione degli insegnanti, che non si preoccupavano nemmeno di pronunciare correttamente i nomi dei loro allievi di origine straniera, dei contrasti coi bambini di altri gruppi etnici, che li chiamavano con epiteti. I figli degli immigrati, grazie alla scuola sono spesso gli unici a parlare inglese in famiglia, si vedono i mutamenti profondi apportati alla cultura d'origine degli immigrati e lo sviluppo delle divisioni generazionali all'interno della famiglia immigrata. In America, è stato notato sono i figli a insegnare ai genitori, il mondo si è rovesciato.

4. La seconda generazione e le donne
Le prime generazioni di donne spesso rifiutano tutto ciò che è 'americano', in primo luogo la lingua inglese. Se costrette a lavorare lo fanno a casa accettando lavoro a domicilio mediato da connazionali o prendendo pensionati del proprio paese d'origine. Poi viene la città che esse temono e cercano di evitare il più possibile chiudendosi nel quartiere italiano e frequentando i negozi gestiti da connazionali. Anche nell'abbigliamento esse tendono a mantenere le tradizioni del paese d'origine, i vestiti neri, gli scialli.
La drammaticità delle posizioni delle madri è data dall'incapacità di mediare tra la società esterna, che non conoscono, e i loro figli. I conflitti generazionali vengono acuiti dall'esperienza migratoria, perché i figli hanno un modello esterno molto forte e nessuno strumento familiare per farvi fronte. Le madri si sentono spesso oggetto di vergogna da parte dei figli, che sono attratti da tutto ciò che è americano, invece che di rispetto come nel paese d'origine.
In un rapporto dell'epoca si legge:
Ciò che è più straordinario è che le ragazze amano l'America. Le madri venute tardi qui, rimpiangono l'Italia, ma le giovani amano l'America. Già vengono qui con la conoscenza dell'importanza che ha la donna nella società americana. Le meridionali del popolo sentono per la prima volta qui che la donna è un animale altrettanto di valore quanto l'uomo e per quanto l'uomo meridionale si senta sempre padrone di casa, è tale l'istintivo terrore del poliziotto che appena gli dice: Si Sicuti ti dugno trublu, egli è pronto a cedere scettro e corona. Ma non è la ragione che qui gli uomini diventano un po’ meno intollerabili che fa amare così l'America alle donne. Le donne qui, malgrado la terribile schiavitù dell'opificio, hanno l'illusione di essere libere, e davvero acquistano l'indipendenza economica. Qui portano il cappello e nella media vestono come al loro paese non vestiva la figlia del sindaco... Quando lavorano han sempre i soldi per i candies e l'ice cream e per il nastro e per i fake jewellry. A loro non importa se per un anno intero non vedono il sole un prato verde e un cespuglio fiorito. La miseria non ha dato il tempo di sviluppare quel pochino di poesia che tutti abbiamo nel nascere. Qui sono young ladies, signorine. Nelle misere campagne della Sicilia, della Calabria, della Basilicata si sa cos'è una contadina povera.

I rapporti più difficili si sviluppano tra madri e figlie a causa della nuova posizione in cui quest'ultime si trovano in America. La loro uscita da casa è favorita sia dalla scuola che dal lavoro. Lavorano nelle fabbriche di abbigliamento, di scatole, caramelle, fiori. Anche se il lavoro non è di per sé emancipatorio perché non vi corrisponde un'aumentata libertà di movimento la richiesta di una parte del salario per usufruire dei beni di consumo, dagli abiti agli svaghi, le porta fuori dall'ottica familistica e a mettere in discussione la finora incontrastata autorità paterna. L'atteggiamento del gruppo etnico nei confronti delle donne era che esso «fosse un male necessario indotto dalle condizioni di vita americane che non alterò in nessun modo la loro posizione di dipendenza» dall'autorità familiare. Infatti non era consentito alle giovani donne di disporre nemmeno in piccola parte del denaro guadagnato nè di usufruire di alcune elementari libertà, se non di lavorare. Ciò era causa di molteplici discussioni nelle famiglie. Il caso di una ragazza napoletana fuggita di casa, a causa dei maltrattamenti subiti, che si rivolse ad una segretaria degli International Institutes è abbastanza significativo in questo senso. Era la sola a guadagnare in famiglia, ciononostante non aveva il permesso di uscire da sola e, avendo disubbidito, era stata picchiata dal padre. La madre dichiarò all'assistente sociale che non poteva difendere la figlia poiché temeva il marito «che aveva idee antiquate per quello che riguardava la sua autorità in casa». Un altra giovane donna si lamentò con un'assistente per la scarsa libertà di cui disponeva: «Mamma è dolce e tenera con mia sorella e con me...Riceviamo molto affetto, ma ogni nostro passo è controllato... Ho lavorato tre anni in una fabbrica tessile. Guadagno bene e se avessi gli stessi diritti delle ragazze americane so che potrei dare a mia madre i soldi per il mio mantenimento ed avere abbastanza denaro per vestirmi bene e per divertirmi. Ma devo consegnare tutto il mio salario a mio padre ogni giorno di paga. Lui dice che è per me, per la mia dote. Non vedo a cosa mi serva una dote. I ragazzi che conosco non si spettano di sposare nessuno per denaro».
Il principale terreno in cui si verificava lo scontro culturale tra vecchio e nuovo mondo era costituito dai rapporti delle figlie coi coetanei maschi e più in generale sulle scelte matrimoniali. Negli Stati Uniti si era ormai affermata per tutte le classi la concezione del matrimonio egalitario moderno, che implicava la libera scelta del coniuge e quindi il matrimonio per amore. Tra gli immigrati vigevano ancora i vecchi codici, che imponevano alle donne una scelta fatta dai genitori all'interno degli stretti recinti del gruppo etnico,. Le ragazze come emerge da molte testimonianze, rivendicavano il diritto di scegliere sì un connazionale, ma più americanizzato, di poterlo vedere al di fuori dell'ambito familiare, di poter frequentare ragazzi senza essere costrette a sposarli, non vogliono la dote, vogliono uscire coi ragazzi senza fidanzarsi.
Nel primo caso citato la ragazza si lamentava di non poter portare in casa il ragazzo con cui usciva «perché temeva che il padre chiedesse al ragazzo che intenzioni aveva mentre lei voleva solo divertirsi come tutti i giovani in America e non sposarlo». Un'altra ragazza dichiarò all'assistente: «Non voglio sposare un italiano, sono troppo bossy, voglio sposare un americanizzato».
Gli americani nativi non nascondevano il loro disgusto per questa nuova ondata di arrivi, e anche gli altri gruppi con cui essi venivano a contatto negli affollati quartieri abitati dagli immigrati, irlandesi, tedeschi e scandinavi, tolleravano malvolentieri le abitudini rurali dei contadini italiani. «Oh gli irlandesi e i siciliani non vanno d'accordo! Stavano sempre a litigare - ricorda in una famosa autobiografia un'emigrante lombarda - la siciliana al piano di sotto mette la salsa di pomodoro a cuocere al sole - tutto il cortile coperto di quelle tavole per la salsa di pomodoro; e l'irlandese al piano di sopra stende i panni con una carta in mezzo perché il filo non sporchi la camicetta bianca, pulita. Quando toglie le mollette la carta, a volte le federe di cuscino finiscono nella salsa. Allora si infuriano entrambe e cominciano a litigare».

5. I pregiudizi
Gli italiani del Meridione erano accusati di essere sporchi, di mantenere un basso livello di vita, di essere rumorosi e di praticare rituali religiosi primitivi.
Le altre nazionalità si allontanavano dai quartieri all'arrivo degli italiani, denominati di regola con epiteti come «dago» e «wop», che suonavano quasi amichevoli rispetto alla definizione di «pesti importate dall'Europa» datane da un periodico nel 1894.
I calabresi e i siciliani che approdavano alle città statunitensi, da una Commissione parlamentare istituita nel 1911 per analizzare il fenomeno della nuova immigrazione, venivano individuati e descritti come coloro che davano un contributo fondamentale alla crescita del fenomeno della delinquenza nelle città americane.
La violenza nei ghetti italiani era vera, ma essa era dipinta come un prodotto di importazione, connaturato alla cultura e alla tradizione dei nuovi arrivati come l'abitudine a cibarsi di pasta al pomodoro: «Abbiamo all'incirca in questa citta trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie privince napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l'industria nazionale. - Si leggeva sul «New York Times» il 1° gennaio 1894 - Non è strano che questi briganti portino con se un attaccamento per le loro attività originarie».
Altri caratteri completavano il quadro dell'indesiderabilità dei nuovi venuti. Il principale fra essi era la scarsa intelligenza, che con l'insufficiente forza fisica faceva temere che la loro presenza finisse con il corrompere i tratti originari fisici e psichici degli americani. Antropologi e sociologi dal canto loro tentavano di dimostrare i rischi di modificazione degenerativa che il popolo americano correva a causa dell'integrazione con razze la cui inferiorità era dimostrata dai comportamenti non meno che dall'indagine scientifica.
Come abbiamo visto sono proprio la cultura premoderna o contadina degli immigrati che più colpisce in senso negativo 'gli americani' : un'apparente noncuranza nei confronti delle più elementari norme igieniche, la trascuratezza nei confronti dell'istruzione dei figli, la condizione di palese subordinazione della donna nella famiglia.
Migrazione verso Sud America
In Sudamerica gli immigrati italiani non dovettero affrontare gravi problemi di carattere etnico o razziale, anche se l'inserimento non fu sempre facile. Le società sudamericane, e quella brasiliana ancor più di quella argentina, erano società in formazione, dove i nuovi venuti non venivano a scontrarsi contro strutture consolidate. E non si sentivano nemmeno portatori di una civiltà superiore, se non, talvolta, nei confronti degli Indios. Con i neri del Brasile i rapporti non furono difficili. Gli italiani li consideravano guaritori o stregoni, a cui ricorrere in caso di assoluta necessità, e non mancarono matrimoni tra neri e ragazze immigrate. I "brasiliani", scriveva nel 1889 Giuseppe Manzoni, venuto a San Paolo dal Veneto, sono buoni, in maggioranza sono neri. I neri sono molto buoni, gente allegra senza pensieri".
In alcuni casi la manodopera italiana venne a sostituire gli schiavi negri e molti proprietari delle grandi aziende agricole finirono col considerarli alla stessa stregua e, di conseguenza, a trattarli male. Ma non ci furono conflitti. In Argentina l'immigrazione italiana fu più scelta che in Brasile. Nel 1896 un deputato, il radicale Pantomo, affermò alla Camera che le sue condizioni morali e materiali erano assai migliori che in Brasile, ma che, per certi aspetti, restavano gravi: "i facchini, i lustrascarpe, i menestrelli da strapazzo" erano reclutati tra gli italiani che accettavano, di fronte agli altri emigranti, questo stato di inferiorità. Ma questo rischiava di diventare un luogo comune. Lo ritenevano falso, nel 1910, due osservatori della realtà argentina, Cittadini e De Duca, scrivendo a proposito dell'operosità italiana in Sudamerica: "Non è vero che l'italiano all'estero faccia soltanto l'accoltellatore, l'ubriacone, il suonatore d'organetto, il lustrascarpe". E già nel 1896 un altro pubblicista, Scardin, aveva ricordato che in Europa chi nasceva povero, quasi sempre moriva povero. In Sudamerica, invece, c'erano molte occasioni da cogliere. Appena arrivato, un avvocato poteva anche fare il cocchiere, il contabile, il cuoco, ma veniva sempre il momento in cui ciascuno poteva trovare la sua strada. Anche dopo il 1870, quando ci fu un'immigrazione di massa, proveniente dalle campagne, gli italiani diedero all'Argentina medici, scienziati e imprenditori. E molte volte il contadino venuto dall'Italia si trasformò, una volta arrivato in Argentina, in commerciante. E anche vero, d'altra parte, che per la maggior parte degli italiani, l'ascesa sociale ebbe luogo con i loro discendenti argentini. Gli immigrati nel Sudamerica, così come in altri continenti, cercarono di mantenere stretti rapporti con la loro patria d'origine. E non solo attraverso le lettere, che costituiscono oggi per gli storici una delle fonti più preziose per la storia dell'emigrazione, ma anche fondando associazioni e giornali. Con le lettere essi cercavano di perpetuare i legami con la comunità d'origine, dando e ricevendo notizie sulla vita d'ogni giorno.
Con le associazioni e con i giornali cercavano di formare delle isole di italianità. Il 21 settembre del 1895 un giornale di Buenos Aires, La Nacion, diede ampio rilievo alla celebrazione del 20 settembre I anniversario della conquista di Roma da parte dello stato italiano: il ripetuto scoppio di petardi e razzi in tutti i quartieri della città aveva annunziato fin dalle prime ore che la comunità italiana si preparava a festeggiare la ricorrenza "con inusitato splendore e con il maggior entusiasmo". La grande quantità di bandiere, in certi quartieri, dava a Buenos Aires l'aspetto di una città italiana. Nel 1895, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani. Il più italiano era il quartiere di Boca. La popolazione era povera, ma gli italiani occupavano le posizioni migliori: erano italiani l'80 per cento dei commercianti e il 70 per cento degli impiegati. Nello stesso 1895, su 143 pubblicazioni periodiche, 13 erano scritte in italiano. Nel 1899 un medico e sociologo, Ramos Mejifa, espresse le preoccupazioni della classe dirigente. Gli immigrati (che egli considerava in maggioranza italiani) erano tanti e ormai invadevano tutto: i teatri di secondo e terz'ordine, le passeggiate, "perché sono gratuite", le chiese, "perché sono credenti devoti e mansueti", le vie, gli asili, le piazze, gli ospedali, i circoli e i mercati. La cosa più preoccupante era che da questa massa amorfa stava emergendo, sia pure faticosamente e lentamente, una élite: per necessità o per ambizione, gli italiani affrontavano ogni difficoltà e riuscivano a farsi strada. La loro ascesa sarebbe stata temibile, secondo Ramos Mejifa, se non vi fosse stato l'intervento della cultura nazionale argentina. Poco più di dieci anni più tardi, nel 1913, un altro membro della classe dirigente argentina, Rodriguez Larreta, espresse analoghe preoccupazioni: egli aveva davanti agli occhi la prima generazione dei figli degli immigrati che aveva ormai possibilità molto maggiori di affermarsi, e si rendeva conto che, grazie al suo numero e alle sue capacità, un giorno essa sarebbe diventata classe dirigente. Si rendeva conto che si trattava di un'evoluzione inevitabile, ma riteneva che sarebbe stato bene non accelerarla. Le tesi dell'argentinizzazione si affermarono tra il 1900 e il 1910, con una politica a cui Ramos Mejifa diede anche un contributo pratico. La necessità di adottare misure repressive trovò fermi sostenitori anche per il pericolo che per la borghesia argentina rappresentavano le idee degli immigrati anarchici e socialisti. Nel 1902 e nel 1910 furono approvate leggi repressive. In quest'occasione gli immigrati trovarono il sostegno di una parte del parlamento italiano e La Patria degli Italiani, il maggior giornale di Buenos Aires in lingua italiana, riportò le interrogazioni di alcuni deputati che chiedevano al ministero degli Esteri d'intervenire, per impedire arresti e espulsioni. Un'altra ragione dei tentativi dì parte argentina di limitare le possibilità di affermazione degli immigrati era però data dal fatto che nella comunità italiana si andavano diffondendo tendenze nazionalistiche, che non erano soltanto una risposta alla politica aggressiva del governo argentino, ma contenevano esse stesse una certa carica di aggressività. Era irritante, per gli argentini, soprattutto la pretesa di certi ambienti italiani di essere portatori di una cultura superiore. Si può ricordare, come un significativo esempio di questi atteggiamenti, un decalogo patriottico che Ferdinando Martini fece pubblicare nel 1910 su La Patria degli Italiani. Nel decalogo si ricordava agli immigrati che la loro vera patria era l'Italia, e li si esortava a celebrare le feste nazionali, a onorare i rappresentanti ufficiali dell'italia, a non modificare il loro cognome, a insegnare la lingua italiana ai figli e a sposare un'italiana. Ma proprio nel 1910 diventò presidente della repubblica argentina Roque Sàenz Pena. Egli fece approvare una legge elettorale che concedeva il suffragio segreto e universale. Con esso gli immigrati diventavano cittadini argentini di pieno diritto, in grado di influire sulle scelte politiche del Paese. L'assimilazione fu facilitata e, se rimasero vive a lungo tradizioni italiane, la vera patria cominciò a essere l'Argentina. Del resto, era ormai cresciuta una generazione che della patria d'origine conosceva ormai soprattutto ciò che ne narravano i padri.
Nei primi decenni dell'ottocento aveva riguardato gruppi limitati di persone che vi si recavano soprattutto per ragioni di affari. Questa fase è stata definita "ligure" per la prevalenza di genovesi, interessati al traffico commerciale. A partire dal 1820 vi fu anche un'emigrazione politica, che si intensificò dopo il 1848. La partecipazione degli esuli alla vita civile del Sudamerica, in difesa dell'indipendenza e della libertà di quei popoli, è il dato che contraddistingue questo tipo d'emigrazione. Gli esuli non chiedevano soltanto un asilo, un rifugio, ma portavano ai popoli che li accoglievano il contributo della loro passione politica e delle loro idee. L'esempio più noto è ovviamente quello della "legione italiana" di Garibaldi, ma se ne potrebbero ricordare anche altri. La seconda fase ebbe inizio col 1870 e durò fino al 1890. Essa è stata definita "nord-occidentale" per la prevalenza di emigranti provenienti dall'Italia del nord. Dal 1890 al 1920, infine, vi fu, invece una prevalenza di meridionali. La grande emigrazione che ebbe inizio nel 1870 è legata ai processi di trasformazione che ebbero luogo nelle campagne. Si discute se questa ondata emigratoria sia stata causata più da fattori interni o esterni, cioè se si sia trattato di un processo di espulsione dall'Italia di masse che non riuscivano più a trovarci le condizioni elementari di sopravvivenza, o a un processo di attrazione da parte della "Merica" (così, di solito, gli emigranti definiscono nelle loro lettere la nuova terra) su persone che volevano migliorare le loro condizioni di vita. È indubbio che in quei decenni ci fu un peggioramento di queste condizioni e che esse sarebbero state ancora più gravi se la pressione demografica non avesse trovato sfogo nell'emigrazione. Certo, non si possono nemmeno escludere, tra le motivazioni che spingevano a lasciare l'Italia, la volontà di tentare la fortuna, spesso sull'esempio di compaesani, sia che l'avessero già trovata sia che la immaginassero, nel Sudamerica, vicina o almeno possibile. La documentazione disponibile, e soprattutto le lettere degli emigranti che finora sono state pubblicate, mette in rilievo soprattutto le difficoltà della nuova vita e, insieme, quelle che gli emigranti si lasciavano alle spalle, ma questo non è un elemento decisivo a favore della tesi dell'espulsione, perché una parte notevole di questa documentazione fu raccolta da quanti, per i loro interessi economici, erano contrari all'emigrazione, alla perdita di manodopera a buon mercato. Resta tuttavia, al di là di qualsiasi revisione storiografica, il fatto che l'abbandono in massa delle campagne, il distacco dalle comunità d'origine, non fu certo un fenomeno indolore. Il calcolo della ricchezza che gli emigrati apportarono all'Italia con le loro rimesse non deve far dimenticare come fu difficile e faticoso, per la grande maggioranza, risparmiare e accumulare qualcosa. La ragione di fondo della fuga dall'Italia è stata pur sempre quella che Edmondo De Amicis raccolse dalla voce di un emigrante: "Di peggio di come stavo non mi può capitare. Tutt'al più mi toccherà di far la fame laggiù come la pativo a casa

Si chiudeva così, verso il 1920, un ciclo che aveva avuto inizio nei primi decenni dell'ottocento. Vi sarebbero stati anche in seguito emigranti italiani nel Sudamerica dopo il 1920 antifascisti perseguitati dal fascismo e dopo il 1945 fascisti che riuscivano così a sottrarsi alla giustizia italiana. Ma la grande ondata emigratoria era ormai terminata. Il processo migratorio in Sudamerica si era svolto in diverse fasi.
Migrazione in Australia
Terra di deportati, lontanissima geograficamente e, anche dopo l'apertura del canale di Suez, scarsamente serviti da linee marittime che non fossero straniere. L'Australia non poteva suscitare in Italia, nè fra le classi popolari, nè tutto sommato nei gruppi dirigenti, quelle aspettative che da tempo veniva legittimando l'America in tutte le sue parti. Così nel periodo che Joseph Gentili ha definito - l'epoca degli individualisti - e cioè dagli anni quaranta dell'ottocento al 1901, non furono molte le occasioni di contatto "emigratorio" fra l'Australia e il nostro Paese
La stessa grande emigrazione che dilagò a partire dal 1876 e che dopo il 1901, sino alla guerra, costituì la componente "transoceanica" dell'esodo costante e ininterrotto di italiani all'estero, non diede luogo a fenomeni statisticamente apprezzabili per quanto riguarda l'Australia. E' stato calcolato infatti che tra il 1876 e lo scoppio del primo conflitto mondiale non furono più di 20.000 gli italiani che raggiunsero l'Oceania. Nulla o pochissimo, quindi, di fronte agli oltre quindici milioni di connazionali emigrati, nello stesso arco di tempo, per questa o quella parte del mondo, in cerca per lo più di lavoro e secondariamente di benessere o di "avventure". Una certa aventurosità comunque caratterizzò il movimento emigratorio italiano per l'Australia negli ultimi decenni dell'ottocento quando, gradualmente, si esaurì la tendenza dei governi europei, e di quello inglese soprattutto, a farne luogo d'invio per condannati. Artisti. missionari e qualche professionista provenienti dalla penisola, rappresentano a dovere, con le loro storie personali, l'episodicità un pò discontinua degli arrivi e delle partenze, o delle stesse permanenze forzose che di tanto in tanto si rendevano palesi attraverso esperienze assai specifiche d'immigrazione. Alla fine degli anni sessanta dell'ottocento, per esempio, l'interesse per la cultura musicale italiana (il nostro melodramma era allora all'apice del suo successo) invogliò alcuni impresari australiani a scritturare cantanti e professori d'una certa fama per una stagione d'opera a Melbourne e in altre località. Giunti alla meta nel 1869, già l'anno seguente essi si ritrovavano privi di lavoro e nel 1871 un giornale di Melbourne pubblicava la notizia che "il tenore Neri si guadagnava da vivere spaccando standole, il basso Dondi insegnava nelle scuole e un altro cantante, tale Contini, aveva trovato impiego in lavori agricoli". Professionisti e intellettuali (come il terzetto fiorentino composto di due ingegneri e un fisico, Ettore Checchi, Carlo Cattani e Pietro Baracchi che, approdò in Australia nel 1874 trovandovi pronta sistemazione) difficilmente potrebbero essere scambiati per i precursori effettivi della nostra futura emigrazione proletaria. Tuttavia agirono talora da battistrada in un'impresa e in un gesto che incontrava, tra gli altri ostacoli già ricordati, anche quello della precocissima ostilità dei nativi Wasp (ossia dei bianchi anglosassoni protestanti che discendevano dai primi coloni). Sparsi nel vasto continente, per lo più sprovvisti di conoscenze linguistiche elementari (all'ignoranza dell'inglese si aggiungeva assai spesso l'uso pressoché esclusivo dei rispettivi dialetti regionali), in collegamento saltuario con casa e non organizzati, tranne poche eccezioni, in "nuclei coloniali", i radi immigrati italiani dell'ottocento non assomigliavano troppo ai loro compatrioti che avevano scelto per destinazione le Americhe. Tuttavia, a guardar bene, e al di là delle singole "storie" - individuali o di gruppo - cause e modalità dell'emigrazione in Australia non differivano di molto dalle ragioni e dai modi del flusso emigratorio di massa verso il continente americano. Se una differenza "qualitativa" esisteva poi, e per certo vi fu, essa consisteva nel fatto che gli emigranti "australiani" si avvicinavano maggiormente al prototipo dell'emigrante intraprendente e attivo, autonomo nelle sue scelte obbligate (c'è molto di grottesco, ma anche un pizzico di vero in tale espressione) e, come vengono oggi scrivendo vari storici, autore e responsabile del proprio destino. Certo che alle origini di questo capitolo di storia della modernizzazione ancora abbastanza controverso e condizionato dalle tradizioni un pò pietistiche e lacrimose della nostra letteratura "antiemigrazionista", si ritrovano poi situazioni ed uomini, storie di vita ed esempi che mettono in rilievo soprattutto le fasi dure e penose dell'espatrio, del viaggio (il doppio o il triplo di quello per l'America che pure durava, come ricorda la canzone, quaranta giorni di macchina a vapore) e del primo ambientamento, senza che a ingentilire il quadro intervengano magari, come per i casi americani, sogni e speranze di tipo "mitemico".
Quello che non nasce cioè, nell'ottocento, è un "mito" dell'Australia paragonabile al "mito" dell'America diffusosi invece con grande tempestività a partire dai primi anni settanta e sapientemente amministrato al di qua e al di là dell'Oceano. Solo intorno agli anni venti del novecento, comincerà a funzionare qualcosa di simile nelle predisposizioni mentali dei protagonisti dell'esodo nel nuovissimo continente. E anche allora con indicative riserve che Filippo Sacchi, giornalista all'epoca del Corriere della Sera, saprà cogliere descrivendo il colloquio d'un emigrante deluso col nostro rappresentante diplomatico a Melbourne: "Per loro (ossia per gli emigranti n.d.r.) fuori dall'italia tutto il resto è paese per trovar lavoro, terra per fare fortuna: America. Donde la frase di un italiano ch'era andato dal console a domandare il visto per rimpatriare: "Signor console, desidero rimpatriare, perché questa "Merica non mi piace"'.. Per la verità, un momento in cui era stato lì lì per nascere il mito, poi dissoltosi, della Australia quale terra se non di cuccagna(terra di abbondanza), almeno di opportunità e di ricchezza, si potrebbe, volendo, individuare. E paradossalmente esso risale agli albori dell'immigrazione "libera" del continente con la partecipazione di migliaia di contadini, di montanari e di valligiani che erano sì cittadini svizzeri, ma anche italiani di lingua e di cultura.
La contemporaneità di due fatti piuttosto eccezionali per un lato, ma anche "fisiologici" e quasi normali per un altro, aveva attirato, negli anni cinquanta dell'ottocento, l'insorgere di questa emigrazione dall'arco alpino: una vera e propria carestia che aveva impoverito ai limiti della sopravvivenza le popolazioni della Svizzera italiana e, contemporaneamente, la notizia, diffusasi in un baleno attraverso l'Europa, che in Australia era stato scoperto l'oro. La voce delle prime scoperte d'imponenti giacimenti auriferi si era sparsa a Sydney nel maggio del 1851 e i primi cercatori erano all'opera da pochi mesi quando una vera e propria "febbre dell'oro" invase coloni e residenti per trasferirsi poi, con estrema rapidità, fra aspiranti "milionari" ed emigranti potenziali di tutto il vecchio continente. L'avvio della ricerca mineraria, che dall'oro si spostò più tardi, ampliandosi, in altre direzioni, divenute tutte causa e occasione di lavoro per migliaia di europei emigrati, modificò tra l'altro le basi della società arcaica e per così dire "agro-pastorale" delle colonie australiane, che cominciarono a convertirsi in embrioni d'una nuova nazione moderna ed evoluta. L'immigrazione dei "pionieri" fu a lungo contraddistinta dalla prevalenza dei maschi partiti soli e dalla loro dispersione, agli inizi, sul territorio di arrivo. la maggior parte degli italiani, evocati dai numeri delle statistiche ufficiali, si distribuiva infatti tra le zone minerarie e le zone agricole bisognose di manodopera temporanei.
Dalla Valtellina venivano allora i minatori impiegati nei giacimenti auriferi di Kalgoorlie, Coolgardie, Murchison, Wiluna e Gwalia, nell'Australia Occidentale e di Broken Hill nel Nuovo Galles del Sud. In questa "colonia madre", e poi stato importante della confederazione, altri valtellinesi lavoravano in miniera nell'estrazione di rame a Colon e del carbone a Newcastle e a Maitland. Lombardi, toscani e piemontesi dimostravano una più spiccata propensione per l'agricoltura e per i lavori di disboscamento, laddove friulani e veneti denotavano invece maggiori inclinazioni al lavoro salariato di tipo operaio in veste di manovali, muratori, cementisti ecc.
Nella coltura delle primizie e dei prodotti ortofrutticoli spiccavano i siciliani, mentre i loro compaesani del sud, napoletani e lucani, esercitavano i mille mestieri dell'ambulante e del girovago svariando dalle competenze artigianali (calzolai, arrotini ecc.) ai classici del "nomadismo lavorativo" - su cui esiste un'intera letteratura deprecatoria - in qualità di lustrascarpe, suonatori d'organetto, intrattenitori, fiorai.
Le specializzazioni coincidevano talvolta con particolari catene emigratorie determinate dai meccanismi ben noti della "chiamata" (che poteva venire da amici e da parenti, ma anche semplicemente da "paesani"): quasi senza eccezione e per lungo tratto di tempo gli emigranti dalle Isole Eolie furono dediti in Australia alla coltivazione e alla commercializzazione degli ortaggi. Sia in situazioni di questo genere che nell'industria mineraria, dove i nostri trovarono impiego dapprima come "lavoratori autonomi" e come minatori a giornata, pronti a vivere in luoghi disagiati e di grande isolamento, e poi come dipendenti al soldo di grandi compagnie, gli italiani, gruppo minoritario, dovettero fare i conti con le idiosincrasie etnico-politiche dei nativi bianchi e in più anche con le attitudini culturali difformi della restante immigrazione europea o con il problema, come essi dicevano, "dei mori", ossia degli aborigeni. Nei confronti dei quali, sia ben chiaro, nemmeno i nuovi arrivati, in condizione di grande inferiorità, si sforzarono mai di praticare le virtù cristiane della tolleranza e lo sforzo più civile dell'accettazione. Stretti nella morsa del protezionismo operaio australiano e delle ritornanti folate xenofobe, innescate sovente dall'avversione per i cinesi, il "pericolo giallo", gli italiani, che a un certo punto qualcuno cercò di ostracizzare come "pericolo oliva", dovevano innanzitutto guardarsi, a quei tempi e a lungo anche dopo, dai rischi dell'ospitalità condizionata ch'era loro concessa dagli australiani. Nelle città e nei centri urbani, pigiati in "pensioni" (boarding-houses) e alla mercè degli ispettori sanitari, saltuariamente vittime d'incidenti e di ristrutturazioni con licenziamento frequente, gli operai della Penisola, a ogni modo, riuscirono a dar vita a delle comunità etniche abbastanza riconoscibili. Nelle città, scrive Gentili, la popolazione italiana tendeva a raggrupparsi al centro, dove le case antiquate e un pò trascurate si potevano prendere in affitto a buon prezzo e dove si formavano quindi delle "Little Italies" che erano disprezzate dagli xenofobi, "ma visitate forse alla chetichella dai buongustai che volevano farsi una bella mangiata di pasta". Da un punto di vista regionale prevalevano nettamente i settentrionali, oltre il 60 per cento della popolazione italiana immigrata sin verso la fine degli anni trenta, con forti presenze siciliane (un 25 per cento del totale) e con minori aliquote di centro meridionali. Un caso a sé che merita d'essere almeno accennato è poi quello dell'arrivo "fuori stagione" e senza programmazioni di sorta, d'un gruppo d'oltre duecento contadini trevigiani e vicentini che a partire dal 1882 diedero vita all'inconsueto nucleo etnico rurale della "New Italy" di Woodhurn. Le cose erano andate così: vittime di una truffa consumata ai loro danni da un avventuriero e utopista clerico-reazionano francese, il marchese de Rays, i duecento coloni veneti erano stati "arruolati" con larghe promesse nel 1880 per trasferirsi a Port Breton in una costituenda colonia (la "Nuova Francia") da cui si sarebbe dovuta irradiare l'azione "legittimista" ed educativa dei colonizzatori cristiani su tutto l'arcipelago delle Bismarck.
Salpati da Barcellona nel luglio del 1880 e arrivati dopo tre mesi e mezzo di traversata travaglia alla loro primaria destinazione, i contadini come tanti altri loro compatrioti in quel tempo, finirono dentro a un meccanismo infernale di stenti, di fame e d'impossibilità materiale a sopravvivere in climi e su suoli soltanto all'apparenza "paradisiaci". Decimati da un'epidemia e abbandonati alla loro triste sorte dal marchese, i sopravvissuti a bordo dello stesso vascello che li aveva trasportati dall'Europa poterono alcuni mesi più tardi approdare in una località della Nuova Caledonia francese da dove, in uno slancio encomiabile di solidarietà, le autorità britanniche del vicino Nuovo Galles del Sud li trasferirono a proprie spese in territorio australiano provvedendoli di aiuti e avviandoli in gruppi sparsi al lavoro.
L'ostinazione proverbiale dei veneti, tuttavia, l'ebbe vinta, nel giro di alcuni anni, sulla comprensibile, ma non giustificabile attitudine Wasp delle autorità australiane e così fra il 1882 e il 1885 alcune decine dì famiglie superstiti poterono fondare nei pressi di Woodburn un piccolo villaggio, dotato di scuola, di chiesa e di servizi elementari, dove l'insolita comunità visse per alcuni decenni del lavoro dei campi e dell'allevamento dei bachi da seta, un'attività che proprio un colono di "New Italy", memore delle tradizioni regionali, importò fra i primi in Australia. Per qualche tempo l'identità italiana del gruppo si preservò intatta esaltando anzi i caratteri "veneti" dell'insediamento, ma via via anche impellenti ragioni economiche contribuirono a smantellare quell'angolo d'italia casualmente sorto nel Nuovo Galles del Sud. Questo insormontabile ostacolo della difficile assimilazione e della ancor più difficile costruzione di comunità etniche coeve spiega una delle ragioni del successo che arrise per molto tempo alle pratiche "anti-italiane" delle autorità e degli stessi sindacati operai australiani, rendendo a tratti patetica e comunque inefficace l'azione svolta presso i nostri immigrati dalle élite politiche della sinistra di classe del tempo. Nondimeno rivestono grande importanza, nella storia dell'emigrazione italiana in quel continente, le iniziative che Sceusa, Ercole, Munari e altri ancora assunsero fra otto e novecento per promuovere la sindacalizzazione e la presa di coscienza (politica certo, ma un poco anche nazionale) dei lavoratori italiani a cui nei primi anni nel nuovo secolo cominciarono a rivolgersi giornali socialisti come l'Uniamoci. Assieme ad altri fogli redatti in lingua italiana, l'Unianzoci che ingaggiò per tempo una battaglia sia difensiva che "propositiva" al fine di indurre gli immigrati italiani a una più conveniente integrazione. Ad una prima svolta si giunse così dopo la grande guerra e all'indomani dell'affermazione del fascismo quando, riprese quota in maniera decisa il movimento emigratorio internazionale per un'ultima volta prima che le frontiere (lei Paesi ospiti di mezzo mondo, e di quelli transoceanici in particolare, si richiudessero per quasi vent'anni.
C'era di mezzo la complicazione appunto del fascismo e di conseguenza, nel momento in cui la presenza italiana cominciava a farsi consistente di peso se non sempre d'influenza in una nazione costruita all'insegna del restrizionismo e degli Immigration Acts (i provvedimenti di "quota" che limitavano o impedivano per legge l'accesso di troppi lavoratori stranieri in Australia), il rinnovato afflusso di emigranti dal Italia prese a svolgersi sotto l'ipoteca di una dura contrapposizione ideologica: cacciati o indotti ad andarsene dall'Italia per motivi politici e di "sicurezza", molti antifascisti e protagonisti del biennio rosso si trovarono mischiati, prima nei bastimenti e poi in terra straniera, agli antagonisti di appena ieri costretti a propria volta ad andarsene per ragioni di carattere esclusivamente economico. Le autorità consolari italiane, e quelle politiche australiane un pò meno prevedibilmente, copersero di attenzioni e di appoggi la parte lealista e d'ordine nelle colonie (nuclei o "Little Italies" che fossero), mentre a tener desta l'animosità degli oppositori all'estero del regime provvidero vari gruppi e vari leaders della sinistra socialista ed anarchica, già distintisi prima dell'espatrio come protagonisti delle violente lotte politiche del tempo. Uomini come lo sdedense Frank Carmagnola per l'ala, come oggi diremmo, "militarista" (era un ex Ardito del popolo d'altronde) o come Omero Schiassi, per l'ala gradualista, impedirono ai fasci italiani in Australia di accampare l'alibi dell'unanimismo. E non mancarono sino agli anni trenta inoltrati gli scontri anche cruenti, gli agguati, le bastonature e le morti violente accanto al difficoltoso emergere di un dissenso politico organizzato e strutturato.
Del fenomeno dell'emigrazione le autorità governative cominciano ad interessarsi a partire dal 1876. Vengono inviate circolari ai prefetti e ai sindaci (molti non rispondono ai questionari), per conoscere le cause dell'emigrazione, i paesi dove gli emigranti sono diretti, la loro professione in patria. Da un rapido esame statistico della provincia di Benevento il circondano di Benevento con la Valle Caudina è il meno povero rispetto a quelli di Cerreto e S. Bartolomeo. Cause determinanti dell'emigrazione risultano la miseria, la mancanza o la scarsezza del raccolto, il caro dei viveri, la tenue mercede, la smania di arricchire presto, il deprezzamento dei cereali, gli eccitamenti degli agenti di emigrazione, la gravezza dell'imposta fondiaria, la miseria causata dall'usura, il desiderio di non perdere tre anni nel servizio militare di leva. Elementi convincenti all'emigrazione risultano le rimesse di valuta estera dei parenti, la certezza di guadagnare non meno di 7 lire al giorno, la speranza di un'assistenza sanitaria, che comincia al momento di salire sul treno o sulla nave, la certezza di due pasti al giorno. Emigrano in ordine decrescente terraiuoli, contadini, braccianti, muratori, scalpellini, facchini, artigiani, domestici, albergatori, artisti di teatro.
Destinazioni preferite risultano nell'ordine USA (New York, Filadelfia, Boston), Argentina (Buenos Aires e Rosario), Africa (Algeria, Tunisia, Egitto), Canada, Brasile (S. Paolo e Rio de Janeiro), Europa (Francia, Svizzera). Molti emigranti dichiarano di possedere oltre il danaro per il viaggio dalle 30 alle 100 lire a persona e che il denaro per il viaggio è stato preso con il mutuo con interesse ad usura del 50%. Diversi sono i proprietari terrieri, che la gravezza dell'imposta fondiaria e l'usura hanno trasformato in emigranti. L'inchiesta Jacinj del 1877 sull'agricoltura meridionale fa capire perché al primo posto tra gli emigranti vi siano i lavoratori della terra. In provincia di Benevento l'agricoltura è primitiva, semplice, patriarcale, estensiva, abbandonata alle sole proprie forze, che piglia alla terra senza restituire; "La realtà è tremenda: le terre non hanno riposo; la sola gratificazione che conoscono è il concime di stabulario. L'arte della letamazione è rudimentale e senza precauzioni igieniche. La preparazione tecnica è inesistente. Ovunque regna l'immobilismo. Là sola pianta industriale presente è il tabacco, ma in misura modesta. Poche e insignificanti le colture speciali. L'ulivo e la vite sono appena sufficienti alle esigenze locali. Tutto dà un senso di arretratezza. Nel circondano l'unica isola felice è la Valle Caudina con una pianura abbastanza fertile, perciò detta "il giardino beneventano". Dovunque mancano serie iniziative zootecniche. Ignota la coltura del baco da seta, poco nota l'apicoltura..."
Tratta degli italiani
Alla fine degli anni '60 vi erano ufficialmente, sparsi attraverso il mondo, 6 milioni di individui in possesso di passaporto italiano. Di questi, oltre 2,4 milioni vivevano in Europa: 900 mila in Francia, 700 mila in Svizzera, 400 mila in Germania, 250 mila nel Benelux, 150 mila in Gran Bretagna. In realtà, il numero degli italiani all'estero era allora sensibilmente superiore alla cifra ufficiale, in quanto da essa erano stati esclusi tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano rinunciato o dovuto rinunciare alla propria cittadinanza originaria. Innumerevoli quindi sono stati gli italiani costretti a prendere la via dell'esilio per cercare, all'estero, quel pane che veniva loro negato in patria. Ciò avvenne precisamente da quando, conquistato dai piemontesi il Regno delle due Sicilie, cominciò in nome dell'Unità d'Italia, il pesante saccheggio del più vasto, potente e ricco Stato della Penisola; il Regno delle due Sicilie di quello Stato che poteva vantarsi di un'amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d'Italia. Stato pacifico che, tra l'altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all'avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l'illuminazione a gas, con 10 anni d'anticipo sulle altre città della Penisola. Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L'Unità d'Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord - con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni. L'Unità portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino alla conquista legalmente stabili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militari. L'incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principî, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali - sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l'ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell'impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario "spietato", ma dal borghese "liberale". Così il contadino dell'ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l'Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra - introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine - non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l'industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all'industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo [1]. Si interruppe in conseguenza - tra l'altro - la corrente migratoria della mano d'opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l'estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l'intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila - media annua del periodo 1876 -1880 - a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell'anno 1912, a 872 mila nell'anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese. Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana "liberale" di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o - per pochi mesi - tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. la politica che costrinse, nell'ultimo biennio dell'era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l'inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all'inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.
EMIGRAZIONE FEMMINILE:
"Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata". Chi non lo ricorda Alberto Sordi nelle vesti dell’emigrato ancora senza fortuna ed un po’ malaticcio che, dopo gli insuccessi con le donne australiane –poche- e la minoranza delle donne italiane dei club, alla fine cerca moglie per procura? Con la sua tipica comicità, era riuscito, già nel 1971, a dare uno spaccato importante della vita dei connazionali che cercavano fortuna all'estero e, soprattutto, a far emergere un aspetto particolare dell’emigrazione femminile, allora ancora misconosciuta . L’emigrazione delle donne, d’altra parte, è sempre stata numericamente inferiore rispetto a quella maschile, creando sproporzioni elevatissime durante le prime ondate migratorie, che, secondo alcune fonti, hanno registrato, a fronte di una presenza dell’85% di uomini, solo il 15% di donne, per poi assestarsi ad un rapporto del 65% e 35% negli anni ’70, quando il fenomeno dell’emigrazione è stato caratterizzato dai ricongiungimenti familiari.
Basterebbe poi ricordare, anche a solo titolo di curiosità, come negli anni ’50 fosse elevato il numero dei celibi sul totale degli emigrati tra i 15 ed i 30 anni (il 78% nelle correnti europee, addirittura l’87% in quelle transoceaniche) per capire non solo quanto una reale integrazione sia stata difficile, ma anche uno dei motivi per cui il tema dell’emigrazione femminile sia stato a lungo sottovalutato. Eppure, accanto alle numerose donne partite per ricongiungersi al proprio marito, altrettante nubili, senza possibilità di matrimonio in un’Italia ormai spopolata di giovani, sono giunte ovunque attraverso unioni per procura. Senza conoscere nulla del Paese in cui sarebbero vissute: né la lingua, né, in alcuni casi, addirittura il proprio compagno.
Emigrate di prima generazione, con il sogno di ritornare in patria. Qualcuna ci è riuscita, altre sono rimaste nel Paese che le ha ospitate e nel quale sono spesso riuscite ad affermarsi.
Soprattutto in Australia, uno dei Paesi in cui più emerge la mappa di una nuova identità ed immagine dell’emigrazione. Anche femminile. E dove sono numerosissimi i veneti , uomini e donne, che hanno conquistato un posto di rilievo nella società.
Tuttavia delle donne emigrate e della loro collocazione sociale ancora si parla poco. Così, in Australia, dove costituiscono presenze qualificate nelle Università, nella politica e nell’imprenditoria, le donne hanno deciso di prendere parola, utilizzando uno dei sistemi di comunicazione più innovativi, Internet (http://www.australiadonna.on.net), e creando "uno spazio aperto d’incontro per le donne di origine italiana in Australia con lo scopo di favorire lo scambio di informazioni e di nuove conoscenze", confrontare la propria esperienza di emigrazione ed offrire una testimonianza di come anch’esse abbiano conquistato, spesso proprio lavorando in ambiti che permettano loro di mantenere il contatto con la propria origine, ruoli propulsivi.
E’ il caso di Ivana Smaniotto, vicentina, ora Principal Policy Adviser in strategic policy presso il Dipartimento di Education and Training. A lei si devono numerose iniziative che hanno contribuito all’avanzamento dell’approccio a vari aspetti della cultura italiana in Australia. In costante collaborazione con i Comites del NSW, con l’Associazione Vicentini nel Mondo di Sydney e con la Federazione Veneta del NSW, Ivana Smaniotto è stata anche Senior Policy Adviser del Ministero della Pubblica Istruzione per l’inserimento delle lingue straniere nelle scuole dello Stato.
Vicentina è anche Loredana Nardi-Ford, giunta a Camberra nel 1984 dopo aver sposato un australiano. "All’inizio –scrive nella sua scheda di presentazione- avevo l’impressione di aver poco in comune con gli Italo-Australiani, ma ora mi sento una di loro e mi trovo bene". Felicemente sposata da 11 anni, con tre figli bilingui e pienamente inserita nella società australiana, Loredana mantiene il contatto con la sua origine lavorando per il Centro Italiano Risorse del CIAC (Comitato Italiano Assistenza) presso Camberra ed insegna la lingua italiana al Tafe College. Riguardo all’esperienza migratoria, ritiene che questa "costringa ad un vero e proprio viaggio di ricerca introspettiva, che non esista emigrazione senza una profonda metamorfosi interiore e che cercare di combatterla non solo sia doloroso ma anche controproducente. Allo stesso tempo –aggiunge- a noi spetta il compito titanico di far capire ad altre genti chi siamo e da dove veniamo. Per noi emigrati è molto difficile integrare tutti gli aspetti della nostra vita passata e presente, ma io credo –conclude- che sia anche l’opportunità per una vita ricca e stimolante".
Di origine trevigiana è invece Loreta Fiorin, emigrata in Australia nel 1985. Nel tentativo di "ricorstruire la propria identità e d’inserirsi nella comunità Italo Australiana", Loreta fa parte del Comitato Trevisani nel mondo e collabora con il Comites ed il CIAC di Camberra. I maggiori problemi legati all’emigrazione sono secondo lei l’isolamento che ancor oggi la scarsa conoscenza della lingua inglese da parte di molte donne venete determina e la mancanza di una stretta comunicazione tra i comitati ed il resto della comunità italiana.
Tra le donne che hanno contribuito all'iniziativa di "Australia Donna" c'è anche Anita Myriam Bonazzi, che già in passato ha collaborato con il nostro giornale telematico. Anita Myriam ha ottenuto il diploma di Ragioniere a Trieste e ha poi continuato gli studi in Australia dove si e' trasferita nella seconda metà degli anni '50. Nei primi anni ha lavorato a Melbourne e poi si è trasferita a Canberra dove ha lavorato prima come interprete e successivamente come funzionaria presso l'Australian National University. Dal 1991 è ricercatrice e amministratrice presso l'Ufficio scolastico dell'Ambasciata Italiana di Canberra. L'impegno di Anita con la comunità italiana d'Australia è stato notevole: presidente dell'associazione delle donne italo-australiane "La donna"; vicepresidente della Societa' Dante Alighieri; segretaria del Festival Italiano delle Arti di Canberra; coordinatrice del programma radio italiano della Radio Etnica di Canberra; membro dell'Associazione Nazionale di donne italiane (Sydney); vicepresidente dell'associazione di scuole etniche di Canberra; rappresentante dell'Australian Capital Territory dell'ANEA (Associazione nazionale emigranti italo-australiani). E' membro del Consiglio consultivo ministeriale per le donne dell'ACT e si sta occupando di due progetti sugli anziani di origine italiana. Inoltre è giudice di pace, Cavaliere della Repubblica Italiana e Ufficiale della Repubblica Italiana per servizio reso alla comunita' italiana nel campo dell'istruzione.

Padovana, è infine Laura Banfi Picozzi, giunta in Australia nel 1954 per riunirsi al marito. Anna ha tentato di mantener vivo il suo contatto con le origini fin dall’inizio curando programmi italiani per le radio locali. Nel 1986 ha fondato il "Circolo dei Padovani nel Mondo", che ancora presiede, nella città di Adelaide, dove fa parte anche del Comites locale.
E le altre donne venete nel mondo?
Si attende con fiducia che altre donne ci raccontino la loro esperienza di emigrazione, utile forse come esempio anche a coloro che continuano ad incontrare ostacoli nell’individuazione di uno spazio proprio ed importante per tutte le donne che vogliano confrontarsi con altre realtà.

Esempio



  


  1. andrea

    migrazioni italiane tra 800 e fine 900


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