L'unificazione d'Italia, tesina per la maturità

Materie:Tesina
Categoria:Generale

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Testo

TESI D’ESAME

- L’unificazione d’Italia -

Tematiche trattate

• Giovanni Verga “Novella Libertà”
• L’unificazione d’Italia
• I Macchiaioli
• “Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta” Fattori Giovanni
• La Questione Meridionale
• Problemi d’istruzione

Giovanni Verga “Novella Libertà”

Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: - Viva la libertà! - Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola. - A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri1! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno!
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! - Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te’! tu pure! - Al reverendo che predicava l’inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll’ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l’inverno della fame, e rimpieva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce2 del marito. - Paolo! Paolo! - Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello. Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l’oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: - Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch’esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! - Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l’ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d’inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te’! Te’! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove3, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d’oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure! La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c’era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch’esso, puntellava l’uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l’uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo capestavano. Non gridava più. Sua madre s’era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L’altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L’altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria. E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte. Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s’era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.
E come l’ombra s’impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell’Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. - Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c’era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all’osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io -. Ora che c’era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall’alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo. Il generale fece portare della paglia nella chiesa , e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell’alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l’uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa. Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d’oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell’ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull’uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L’orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all’uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più -. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all’aria ci vanno i cenci. Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia4 - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s’era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l’avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell’uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!... Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!... -

Quest’opera scritta da Giovanni Verga (allegato 1), è basata su un fatto realmente accaduto in Sicilia; è stata scritta pochi anni dopo l’accaduto ed è stata pubblicata nel 1883 in una raccolta chiamata Novelle Rusticane.
Verga, scrittore siciliano, seguiva una corrente italiana basata sul verismo5; egli era aveva una profonda ammirazione nei confronti del francese Émilie Zola (allegato 2) che non era un verista, ma il maggior rappresentante della corrente naturalista6, scrivendo “J’accuse” (allegato 3). In questo contesto, non bisogna dimenticare che al naturalismo, si avvicina molto il positivismo7 con le teorie positiviste di Charles Darwin (allegato 4). La novella Libertà non è una delle massime opere di Verga, ma è famosa perché narra un fatto realmente accaduto con personaggi veri come Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio. Verga racconta un fatto avvenuto a Bronte, in cui i contadini si sono rivoltati contro i proprietari terrieri e gli aristocratici, provocando una vera e propria strage. Purtroppo i contadini vengono imprigionati e fucilai sotto ordine di Nino Bixio.

L’unificazione d’Italia

A Palermo il 4 aprile 1860 era scoppiata un’insurrezione popolare organizzata da patrioti mazziniani, che avrebbe dovuto fornire l’occasione per un’azione armata di ampia dimensione: il suo fallimento (costato la condanna a morte di tredici capi) non spense le attese, anzi, vari focolai insurrezionali si diffusero nelle campagne dell’isola. L’otto aprile Garibaldi8 accettò l’invito rivoltogli dai patrioti siciliani Francesco Crispi9 e Nino Bixio10 di muovere verso l’isola con una spedizione di volontari: i Mille. Salpati da Quarto, vicino a Genova (6 maggio 1860) su due piroscafi (il “Piemonte” e il “Lombardo”), dopo una sosta a Talamone per rifornirsi di armi i Mille sbarcarono a Marsala. Garibaldi sbarcato a Marsala, in Sicilia (11 maggio 1860), trovò terreno già preparato. Rinforzato da volontari locali e con l’appoggio popolare, l’esercito garibaldino sconfisse le truppe borboniche a Calatafimi (15 maggio 1860) e, alla fine del mese, liberò Palermo. Nel mese di giugno Garibaldi emanò un decreto che concedeva ai patrioti siciliani quote di beni demaniali, mentre Cavour inviò il rappresentante del governo sardo Giuseppe La Farina perché preparasse l’annessione della Sicilia al Piemonte. Nello stesso mese, nel tentativo estremo di salvare la corona, a Napoli il re Francesco II rimise in vigore la Costituzione che era stata concessa nel 1848; decretò l’amnistia per i prigionieri politici e aprì trattative con il regno sardo. Il 21 luglio, sconfitti i borbonici a Milazzo, Garibaldi aveva il controllo di tutta l’isola. Il generale istituì un governo provvisorio che prese importanti provvedimenti a favore dei contadini (sgravi fiscali, assegnazioni di terre ai combattenti), ottenendo in tal modo ambio consenso fra la popolazione. Tuttavia Garibaldi represse anche con durezza, alcune violente rivolte contadine contro i proprietari e i notabili, volendo mantenere l’ordine nell’isola e conservare le simpatie dei moderati. Così accadde, per esempio, a Bronte (come racconta la novella di Verga), un paese del catanese dove il generale garibaldino Nino Bixio soffocò nel sangue la rivolta popolare. Liberata la Sicilia, l’impresa dei mille proseguì vittoriosamente in Calabria e in Campania: il 7 settembre 1860 Garibaldi entrò in Napoli. La liberazione di Napoli, non significò la caduta dello stato borbonico, in quanto Francesco II, aveva conservato un nucleo dell’esercito (circa 50.000 soldati), che si era attestato sul Volturno e che si trovò di fronte i 25.000 uomini schierati da Garibaldi. La battaglia del Volturno (1-2 ottobre) segnò la sconfitta definitiva dell’esercito borbonico e il ritiro del re nelle fortezze di Capua e Gaeta.

Al Nord vi era il Regno di Sardegna, allargato con i plebisciti a Lombardia, Toscana, Emilia. Al Centro, restava lo Stato pontificio, protetto da un contingente militare francese. Al Sud vi era il governo di Garibaldi, assunto in nome del sovrano piemontese ma caratterizzato da una forte presenza di elementi democratici repubblicani. Cavour temeva che la situazione si sviluppasse in senso democratico e repubblicano e che Garibaldi, puntando verso Roma come Mazzini voleva, suscitasse l’intervento dei sovrani europei. Si aprì perciò un duro scontro politico tra Cavour e Garibaldi, che giunse a rifiutare l’annessione della Sicilia allo stato sabaudo. Cavour agì allora con decisione: ottenuto l’assenso dall’Inghilterra e dalla Francia, inviò un esercito nello Stato pontificio; sconfisse le truppe del Papa a Castelfidardo (18 settembre 1860) occupò le Marche e l’Umbria (senza naturalmente coinvolgere Roma). Di qui puntò su Napoli: Garibaldi non volendo giungere ad una guerra con Vittorio Emanuele, cedette. Tra ottobre e novembre votarono l’annessione al Regno di Sardegna. Il 26 ottobre, nell’incontro a Teano, Garibaldi terminò la sua impresa consegnando il potere al re piemontese. Il 17 marzo del 1861 il parlamento nazionale acclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per completare l’unificazione mancavano però ancora il Veneto e Roma.

Nel 1886, quando scoppiò la guerra tra la Prussia e l’Austria, l’Italia si alleò con la Prussia con la promessa che, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Veneto. In questa guerra, chiamata terza guerra d’indipendenza, l’Italia venne sconfitta militarmente sia per terra, a Custoza, sia per mare, a Lissa. Solo i volontari di Garibaldi vinsero a Bazzecca. L’Italia comunque approfittò della vittoria della Prussia e ottenne il Veneto, anche se in modo umiliante: l’Austria, infatti, lo consegnò a Napoleone III che lo “passò” al Regno d’Italia. Restava ancora aperta la questione romana, cioè il problema dello stato pontificio a Roma e nel Lazio. Cavour11 aveva progettato di risolvere la questione facendo rinunciare alla chiesa i suoi domini territoriali e continuando a svolgere liberamente la sua funzione religiosa e spirituale. Ma papa Pio IX rifiutò ogni trattativa con l’Italia; sostenuto dalla Francia: Napoleone III, infatti, voleva recuperare il consenso dei cattolici francesi e insieme continuare ad avere in capitolo nelle questioni italiane. Nel 1864 Pio IX pubblicò il Sillabo, un documento in cui si condannavano non solo le idee democratiche e socialiste, ma anche quelle liberali, e si rifiutava il principio cavouriano dell’autonomia dello stato della chiesa. Garibaldi tentò due volte di risolvere la questione romana con i suoi volontari: nel 1862 venne fermato e ferito in Aspromonte dall’esercito italiano che voleva impedire un conflitto con la Francia; nel 1867 fu sconfitto a Mentana dalle truppe francesi. Anche il governo italiano però si venne progressivamente orientando per una soluzione di forza, che, divenne possibile dopo la caduta di Napoleone III: nel 1870 un reggimento di bersaglieri entrò a Roma attraverso Porta Pia.

La capitale, che da Torino passò a Firenze (1865), venne trasferita a Roma: ma la questione romana era ben lontana dall’essere risolta. Il governo italiano approvò una serie di norme, la cosiddetta Legge delle guarentigie, destinate a regolare i rapporti fra stato e chiesa: si dava garanzia alla chiesa di poter svolgere autonomamente la propria funzione religiosa e si garantiva l’inviolabilità della Città del Vaticano. Pio IX respinse queste norme, che giudicava unilaterali e quindi inaccettabili, dichiarandosi prigioniero dello stato italiano e vietando ai cattolici qualsiasi partecipazione alla vita politica. Una nuova grave frattura, quella fra laici e cattolici, si apriva nel paese da poco unificato.

Il nuovo stato aveva davanti a sé gravi problemi amministrativi, economici e sociali. Innanzitutto, mancava un sistema di leggi unico: ognuno dei diversi territori che componevano l’Italia unificata e che prima appartenevano a diversi Stati aveva il proprio sistema amministrativo le proprie leggi. La nuova legge, uguale per tutti, diventò allora quella dello stato piemontese. Essa, però, era molto avanzata per le popolazioni meridionali, abituate a decenni di malgoverno e arretrata per la Lombardia e la Toscana. Era necessario quindi scrivere un corpo di leggi che fosse adeguato alla nuova realtà.

Il governo, abolì le diverse dogane regionali e le sostituì con la tariffa doganale dello Stato Sabaudo. Era una scelta imposta dalla situazione, ma danneggiò le produzioni dei territori più arretrati, specialmente quelli meridionali. I prodotti meridionali, infatti, non furono in grado di reggere la concorrenza con quelli provenienti dall’estero. L’Italia, inoltre, non aveva una rete ferroviaria adeguata: si operò subito per realizzarla. Questo aggravò il bilancio statale già in cattivo stato e costrinse ad imporre nuove tasse, che colpirono soprattutto i ceti più poveri. L’Italia era governata dai rappresentanti dell’aristocrazia terriera e della borghesia terriera o industriale. Essi salvaguardavano i propri interessi a danno di quelli delle classi sociali più povere, che non potevano eleggere i propri rappresentanti. Le terre demaniali e i possedimenti ecclesiastici, promessi da Garibaldi ai contadini, finirono nelle mani della borghesia. La massa dei braccianti agricoli si vide pertanto tradita e per più oppressa da tasse crescenti. Un esempio: la tassa sul macinato decisa nel 1868; questa tassa fu imposta sul pane e sui cereali, base dell’alimentazione dei più poveri.

Morto Cavour, il parlamento italiano si trovò diviso in Destra e Sinistra. I due schieramenti non erano veri e propri partiti, bensì raggruppamenti che esprimevano diversi orientamenti politici. La loro base sociale ed economica era assai simile: entrambi gli schieramenti rappresentavano i proprietari terrieri e la borghesia delle fabbriche e dei commerci. Operai e contadini, invece, non potevano ancora votare e quindi non erano rappresentati in parlamento.

Gli uomini della Destra (definita Destra Storica), governarono l’Italia dal 1861 fino al 1876, con onestà e con grande dedizione per l’interesse pubblico. Fecero però una politica fortemente conservatrice, caratterizzata da un programma che poteva essere riassunto nei seguenti punti:
• Completamento dell’unificazione, con l’annessione dei territori italiani mancanti.
• Accentramento di tutte le funzioni amministrative dello Stato,da realizzare con l’istituzione dei prefetti nelle città più importanti e la designazione dei sindaci da parte del re.
• Approvazione in tempi rapidi di un nuovo codice di leggi, uguale per tutti.
• Politica economica basata sui princìpi del liberismo, quindi garanzia di massima libertà di iniziativa per gli imprenditori, senza interventi da parte dello stato.
• Forte aumento delle tasse sui consumi.
• Lotta contro i movimenti anarchici e socialisti, anche con il ricorso alla repressione armata.

Il programma della Destra fu contrastato dalla Sinistra, definita Sinistra costituzionale per distinguerla dell’estrema Sinistra repubblicana. Il programma politico della Sinistra, socialmente più avanzato, proponeva:
• Istituzione del suffragio universale maschile.
• Riduzione delle imposte indirette che colpivano soprattutto i poveri, perché applicate ai generi alimentari e di prima necessità.
• L’aumento delle imposte dirette, applicate al reddito e quindi proporzionali alla ricchezza.
• L’allargamento del sistema scolastico e il decentramento amministrativo, cioè la concessione di autonomia a comuni, province e regioni.

I Macchiaioli

Mentre si stava costruendo l’Unità d’Italia, gli artisti più sensibili affermano la necessità di un’arte nazionale, capace di intraprendere le istanze più vive del tempo. Gli insegnamenti impartiti nelle accademie di Belle Arti non rispondevano più alle esigenze di un’arte che si vuole avvicinare alla vita reale. I soggetti prescelti dai nuovi artisti non sono più quindi modelli statici o di maniera, ma frammenti di vita contemporanea, della quale si ha esperienza diretta. Ma l’interesse dei pittori Macchiaioli va a tutta la realtà e in particolare a quella quotidiana e degli affetti familiari. I Macchiaioli prendono il loro nome dalla tecnica con la quale dipingono: la macchia. È Telemaco Signorini a proporre di adottare questo termine, accettando con provocatoria ironia, un aggettivo che la stampa del tempo utilizza a fini esclusivamente denigratori nei confronti del gruppo di pittori che si riunisce al Caffè Michelangelo intorno a Diego Martelli. Durante i loro soggiorni a Parigi, infatti, alcuni di loro osservano le opere e la tecnica degli artisti francesi che affrontano il tema del vero in pittura. Tornati in patria, dipingono su piccole tavole dei paesaggi; si radunano poi al “Caffè Michelangelo” e ne discutono. Il pittore lavora prevalentemente all’aperto e fissa le immagini con macchie di colore, cercando di rendere nel modo più esatto la sua esperienza visiva, che coglie innanzitutto un insieme di luci e colori. La macchia rappresenta il modo più semplice e utile per ottenere quella sensazione che, le nostre percezioni visive colgono grazie alla luce. Differentemente dalle virgolettature impressioniste, le macchie sono campiture più o meno estese di colori elementari: non c’è disegno e la sensazione complessiva che ne deriva, è quella di gran solidità. Ne risulta grande vivacità e immediatezza: i contorni non ben definiti quasi si mescolano con le macchie confinanti. Le larghe pennellate lasciano intravedere, qua e là, spazi di tela o tavola non dipinta. Il risultato finale è che il nostro occhio, pertanto, viene colpito unicamente dai colori, organizzate in masse contrapposte: i limiti di un oggetto sono allora definiti dal brusco passaggio da un colore all’altro ed è proprio la differenza cromatica che ne determina l’esatto contorno. Tra i più noti Macchiaioli, vi sono il napoletano Giuseppe Abbati (1836 – 1868), il veronese Vincenzo Cabianca, il romagnolo Silvestro Lega, e i toscani: Cristiano Banti, Raffaello Sernesi, Telemaco Signorini (1835 – 1901) e, il più famoso di tutti i Macchiaioli, Giovanni Fattori (allegato 5). Essi propugnano la necessità di creare un’arte nazionale, capace di interpretare istanze più vive della realtà del tempo. Gli insegnanti impartiti nelle Accademie di Belle Arti non li soddisfano. Essi non vogliono ritrarre modelli statici o di maniera, ma frammenti di vita contemporanea. Tra i loro soggetti vi sono naturalmente i grandi avvenimenti del Risorgimento. I Macchiaioli sono però attenti alla realtà quotidiana e a quella degli affetti familiari. Così i loro dipinti sono una fedele testimonianza della vita borghese dell’Italia ottocentesca: valori familiari e lavoro. Le opere di questi artisti, poi, riflettono anche le idee anarchiche e socialiste che, nella seconda metà del secolo, si vanno diffondendo, sia pur lentamente, in Toscana. Un esempio è “La sala delle agitate” di Telemaco Signorini: il pittore ritrae l’interno del manicomio femminile di Firenze, dando prova di grande attenzione per i temi sociali, per i poveri e per gli emigranti. Il movimento macchiaiolo, ha avuto il suo sviluppo tra il 1855 e il 1867, ma i suoi influssi continueranno fino al Novecento.
Ecco qui un famoso quadro di Fattori che rappresenta il territorio italiano nei pressi di Magenta, dopo la grande battaglia (allegato di artistica).

“Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta” Fattori Giovanni

Sempre nel periodo dell’Unificazione, ci fu un famoso personaggio nel campo della musica: Giuseppe Verdi. La sua musica si sparse in tutto il mondo facendo diventare Verdi un musicista molto famoso (allegato 6).

La Questione Meridionale

Dopo l’unità, le file dei briganti s’ingrossarono incredibilmente: i soldati del disciolto esercito borbonico si rifugiarono nel brigantaggio. I contadini tolleravano i briganti perché erano i loro soli alleati contro i padroni, e perché li univa la fame di terra, la protesta contro il nuovo governo piemontese giudicato inetto. Ai briganti, diedero appoggio non solo molti religiosi, ma anche comitati segreti sorti nelle città e la corte Borbonica che da Roma, fomentava ogni tipo di rivolta in una vaga speranza di restaurazione. In Sicilia dopo il 1960, soprattutto a causa della coscrizione obbligatoria ben 25.000 giovani sfuggirono a quell’imposizione organizzandosi in bande sui monti e nelle campagne. Non di rado si traforavano in briganti, quei braccianti che alle disumane condizioni di vita nelle campagne del Sud preferivano i rischi della clandestinità. Costretti a vivere lontano dal loro luogo del lavoro, in villaggi privi di qualunque comodità, sostanzialmente servi del proprietario terriero, obbligati a prestazioni di lavoro gratuite, con salari da fame, essi maturavano contro la classe dirigente un odio violento e una volontà di vendetta che trovavano sbocco solo nella violenza. Queste sono le ragioni per cui molti contadini sfruttati si facevano briganti, sperando che la rapina, l’estorsione e il furto fruttassero quel benessere che il lavoro onesto non aveva prodotto: il brigantaggio diveniva così la protesta dei miserabili contro una situazione intollerabile.

I contadini meridionali avevano sperato che l’unità d’Italia li avrebbe aiutati a liberarsi dai grandi proprietari latifondisti. Bande di contadini armati avevano sostenuto Garibaldi con questa speranza. L’improvvisa abolizione delle dogane inondò i mercati meridionali di merci, prodotte nel Settentrione o all’estero a prezzi più bassi. Moltissimi artigiani meridionali si trovarono senza lavoro; anche i contadini, si trovarono di colpo impoveriti. I grandi proprietari terrieri, invece, non tardarono a scorgere i vantaggi che poteva offrire la nuova situazione. Essi potevano ora vendere al Nord, derrate alimentari (farine, formaggi, olio). In compenso potevano comprare dal Settentrione prodotti raffinati prima quasi introvabili, come zucchero, vetrerie pregiate, guanti e calzature di lusso.

Ciò che convinse definitivamente i latifondisti a passare dalla parte della monarchia dei Savoia, fu la sicurezza di ricevere da essa un appoggio e una difesa contro la ribellione contadina. Questa infatti, non tardò ad esplodere: interi villaggi furono occupati, e i rivoltosi crearono piccole repubbliche provvisorie. I contadini protestavano contro la coscrizione obbligatoria, e chiedevano che le terre demaniali (dello stato) venissero concesse ai contadini per i pascoli, la caccia e la raccolta del legname, anziché essere riservate ai latifondisti. La protesta assunse subito forme violente: si formarono bande armate, in cui confluivano spesso quegli stessi uomini che avevano combattuto a fianco di Garibaldi. Il governo della Destra ordinò l’occupazione militare del Meridione: un esercito di più di 100.000 soldati invase quelle regioni, mentre comuni e province erano affidati a prefetti direttamente nominati dal governo. A questo punto la protesta contadina assunse le forme del brigantaggio, fenomeno che già in passato si era manifestato nelle campagne meridionali. Abbandonati i villaggi, i briganti si ritiravano sui monti, nei boschi impenetrabili, vivendo in grotte o baracche improvvisate, armati per più della sola doppietta da caccia. A volte erano seguiti dalle donne che prendevano parte ai combattimenti contro l’esercito. Molte erano bande familiari, che radunavano una dozzina di parenti; ma alcune si estendevano alle 300 – 400 persone. I briganti assalivano i viandanti nelle strade deserte a scopo di rapina, o rubavano il bestiame dei grandi proprietari. In genere, avevano l’appoggio tacito delle popolazioni contadine, e amavano presentarsi come difensori dei deboli e vendicatori dei torti.

Il brigantaggio assunse ancor più confusi ideali politici. Infatti il movimento fu strumentalizzato da agenti dell’ex re di Napoli Francesco II, rifugiato nello Stato della Chiesa con residui dell’esercito borbonico. Una parte di questi soldati andò ad alimentare le file dei briganti, e questi ricevettero anche soldi e armi. Si sperava di ostacolare la formazione del nuovo Regno, nella prospettiva di un ritorno sul trono di Napoli della casa dei Borbone. Anche il clero favoriva i briganti: il papa infatti considerava i Savoia una potenza ostile. La repressione militare del brigantaggio, fu una guerra senza esclusione colpi. Intere regioni rimasero per lunghi periodi in balìa dei briganti, che non vi lasciavano entrare l’esercito e i rappresentanti dello Stato. Quando erano catturati i briganti venivano rapidamente processati dai tribunali militari, e condannati da pene severe. Quando la repressione si concluse, nel 1865, i briganti uccisi erano 5.200, quelli arrestati 5.050 e 2.000 i condannati dal tribunale militare a varie pene detentive. Il numero complessivo dei morti eguagliò quello dei caduti nelle tre guerre d’indipendenza.

Mentre si attuava la repressione del brigantaggio nel resto dell’Italia meridionale, in Sicilia si sviluppava la mafia. Garibaldi, aveva goduto dell’appoggio di gruppi contadini armati, i quali speravano di poter combattere contro i latifondisti. Il governo Sabaudo aveva represso le bande popolari e appoggiato i grandi proprietari. E poiché le forze dello Stato erano scarse, i proprietari accettarono di essere protetti da una forza armata illegale, appunto la mafia. L’organizzazione segreta della mafia si era sviluppata specialmente tra i “gabellotti”, che affittavano i grandi latifondi e li davano da lavorare ai mezzadri, obbligati a lavorare da salariati. Lo scopo della mafia era quello d’intimorire questi miseri lavoratori. Ma allo stesso tempo i mafiosi minacciavano anche i grandi proprietari, per impedire che richiedessero un affitto più alto e si occupassero delle loro terre. Il mezzo usato dalla mafia per ottenere questi risultati, era l’assassinio a colpi di lupara, accompagnato da un macabro rituale. Poiché costituiva uno strumento efficace contro le ribellioni popolari, subito dopo l’unità la mafia trovò forme di intesa con la classe politica moderata. In cambio di una tacita protezione, i mafiosi procacciavano voti ai candidati moderati, e ne diventavano il maggior sostegno dell’isola. Analoghe organizzazioni criminali si sviluppavano anche in altre parti dell’Italia meridionali la ‘ndrangheta12 in Calabria, la camorra13 in Campania. A differenza del brigantaggio, queste organizzazioni segrete non si contrapponevano allo Stato, ma ne cercavano la protezione con varie forme di corruzione degli uomini politici, che dovevano coprirne le attività criminose.

Problemi d’istruzione

Una delle cause dell’arretratezza del Sud, era l’analfabetismo: ma la mancanza d’istruzione era comune a tutta l’Italia. Nel 1861, su 25.000.000 di abitanti solo 600.000, cioè il 2% della popolazione, sapevano parlare italiano. Gli altri usavano il dialetto della loro regione. Vi erano inoltre piccoli gruppi, numerosi soprattutto nell’Italia meridionale, che parlavano altre lingue, dall’albanese al greco: questi gruppi provenienti dalla penisola balcanica o da altre regioni d’Europa avevano infatti conservato per secoli la loro lingua perché si trattava di comunità contadine chiuse. Lo studio dell’italiano era privilegio di una minoranza benestante che aveva la possibilità di frequentare i migliori collegi. Infatti la situazione linguistica dell’Italia appena unificata rappresentava perfettamente le profonde differenze che nel corso dei secoli si erano create non solo tra regione e regione, ma anche tra le diverse classi sociali. Tutti gli stati italiani del periodo che va dalla Restaurazione, che iniziò nel 1815, alla proclamazione del Regno d’Italia, nessun governo aveva proclamato per legge l’obbligo di andare a scuola, almeno per imparare a leggere e a scrivere. Le scuole statali erano poche e mal organizzate: nel Ducato di Parma, era sufficiente conoscere l’ortografia per essere nominati maestri; nel Regno di Napoli si ammetteva che, in caso di necessità, le classi venissero affidate a maestre analfabete. I governi preferivano dare contributi agli ordini religiosi (in primo logo ai gesuiti) perché si occupassero dell’istruzione a tutti i livelli. Ma l’istruzione elementare per i figli del popolo era comunque considerata una forma di beneficenza. La frequentazione della scuola da parte dei bambini delle classi popolari era una rara eccezione. Diversa era la situazione dei figli di famiglie abbienti: educati in casa da un maestro privato fino a una certa età, potevano in seguito proseguire gli studi in collegi religiosi a pagamento e, talvolta, all’università, anch’essa gestita in generale da religiosi. Alla proclamazione del Regno d’Italia gli analfabeti fossero mediamente l’80% della popolazione, anche se con un divario profondo tra Nord (57%) e Sud (in Basilicata 91%). Persino alcuni consiglieri comunali firmavano con la croce; i sacerdoti in chiesa traducevano il Vangelo in dialetto, i negozianti e i proprietari non sapevano tenere i registri contabili. Per quanto riguarda la religione, gli italiani professavano quasi tutta la religione cattolica. Gli atri credi religiosi avevano sempre costituito una minoranza andata assottigliandosi anche in seguito alle persecuzioni religiose: i valdesi, che avevano aderito alla Riforma protestante, erano riusciti a sopravvivere solo in alcune vallate del Piemonte; gli ebrei erano poco più di 35.000.

Oltre al dialetto, alcuni italiani sapevano parlare la lingua letteraria, quella cioè usata dagli scrittori e basata sul dialetto toscano. Coloro che la utilizzavano abitualmente erano pochi: solo il 2,4% degli italiani e, escludendo la Toscana, la percentuale scendeva allo 0,5%. La divisione in tanti stati, lo scarso sviluppo economico, la mancanza di un’istruzione obbligatoria in tutte le regioni, tra cui tutta l’Italia meridionale, non avevano consentito la diffusione di una lingua comune. Mentre in Francia e in Inghilterra le lingue nazionali erano da secoli parlate da tutte le persone istruite e comprese dalla larga maggioranza della popolazione, in Italia il dialetto era usato, in quasi tutte le occasioni in cui occorreva comunicare oralmente, anche dalle persone istruite. D’altronde le persone istruite erano ben poche: nel 1861 su 23 milioni di abitanti, circa 17 erano analfabeti, con un sensibile divario tra Nord e Sud.

Dopo l’unità, la lingua italiana cominciò ad essere compresa in tutte le regioni. Il servizio militare univa per cinque anni giovani di regioni diverse, costringendoli ad abbandonare il dialetto e ad utilizzare la lingua comune; l’istruzione gratuita e obbligatoria per almeno due anni, permise ad un maggior numero di bambini di apprendere la lingua italiana e l’unità politica favorì la diffusione tra le persone istruite di giornali scritti in italiano. Ancora all’inizio del Novecento, però, la larga maggioranza degli italiani parlava abitualmente in dialetto e molti continuavano a non conoscere l’italiano. Infatti, nonostante l’obbligo scolastico, non tutti i bambini andavano a scuola regolarmente: in particolare nelle zone di montagna e nel Sud, dove mancavano addirittura i locali da adibire a scuole e gli insegnanti, molti bambini andavano a scuola solo per brevi periodi, perché impegnati ad aiutare i genitori nei lavori dei campi. Perciò la differenza del livello di istruzione tra Nord e Sud, non si ridusse, ma anzi si aggravò: all’inizio del Novecento gli analfabeti erano il 60% nel Sud, il 15% nelle tre regioni industrializzate del Nord (Lombardia, Liguria, Piemonte).l’unica lingua insegnata fu l’italiano: questo favorì la scomparsa o almeno la progressiva riduzione delle minoranze linguistiche. La maggioranza degli italiani viveva in piccoli centri o in case isolate: le città, pur avendo una lunga tradizione storica, non avevano avuto negli ultimi secoli un grande sviluppo, a parte le capitali. Solo Milano e poche altre città italiane erano verso il 1860 importanti centri di vita economica. Le atre città di grandi dimensioni erano soprattutto centri amministrativi, cioè sedi di uffici dello stato. Dal 1861 al 1914 vi fu un forte aumento demografico nel sud, e più ancora nel Nord, dove le città si trasformavano in centri industriali. Le zone di alta montagna e quelle più povere, vennero abbandonate da un numero sempre maggiore di emigranti.

L’emigrazione

Tra i più gravi problemi dell’Italia post – unitaria dobbiamo ricordare l’emigrazione. Si trattò, di un fenomeno che coinvolse tutta l’Europa, dalla quale nel secolo scorso, partirono ben trenta milioni di persone, i due terzi delle quali, si stabilirono nei paesi extraeuropei definitivamente, trattenuti da possibilità di lavoro e da condizioni di vita che nei loro Paesi erano inimmaginabili. Perché l’emigrazione è un grave problema? Innanzitutto perché per una nazione il non sapere offrire ai suoi cittadini i mezzi per un’esistenza civile è sinonimo di sconfitta; poi perché chi lascia le sue abitudini e il suo modo di vivere, per affrontarne un altro diverso, paga un prezzo altissimo. Per quanto riguarda l’Italia, l’emigrazione temporanea, era un fenomeno antico, dovuto allo squilibrio tra la popolazione sovrabbondante e le risorse limitate dell’economia. Fu soprattutto un’emigrazione stagionale di carpentieri, scalpellini, muratori, verso la Francia, la Svizzera, la Germania. Si formarono in quei Paesi nuclei consistenti di emigranti stabili. L’unità d’Italia coincise con un forte incremento demografico, che interessò tutta l’Europa. L’accrescimento della popolazione significava sovrabbondanza di braccia, soprattutto nel nostro paese, dove l’unica attività diffusa era l’agricoltura, e soprattutto nel Sud, dove anche l’agricoltura si trovava in condizioni arretrate. Oltre a queste cause, stimolavano l’emigrazione anche la volontà di sottrarsi allo sfruttamento dei padroni e la graduale diffusione di bisogni meno elementari.

Il flusso migratorio europeo era diretto principalmente verso l’America: il rapido processo di industrializzazione degli U.S.A. e la colonizzazione di vastissimi territori del Canada, Argentina, Brasile, costituirono anche per gli italiani una forte spinta a raggiungere questi Paesi. Alla fine del XIX secolo, in Argentina, il 47% della popolazione era di origine italiana. Nei primi anni dopo l’unità, partirono dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto anche lavoratori specializzati; più tardi fu soprattutto il Sud più povero ad allontanare i suoi abitanti, che non riusciva a sfamare. Nel 1876 emigrarono dall’Italia verso l’America 100.000 persone; nel 1888, 200.000; nel 1900, 350.000. Questo incremento vertiginoso, fu dovuto alla grave crisi economica generale del paese alla fine del secolo; ma anche il fatto che gli emigranti chiamavano a sé le famiglie e i compaesani allettandoli con le notizie del loro benessere. La vita oltreoceano era tutt’altro che rosea. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno dell’immigrazione era antico, leggi severe rendevano drammatico l’inserimento. Gli U.S.A. respingevano donne senza marito e bambini soli, mendicanti, ammalati, Handicappati, persone con più di 50 anni. Entrare negli Stati Uniti, era facile solo per gli uomini adulti e sani, i quali venivano assunti nelle imprese costruttrici di linee ferroviarie come sterratori, o nelle miniere, oppure come manovali per i lavoratori più umili, mal pagati, o pericolosi, che gli Americani rifiutavano.

Ma le tradizioni italiane non vennero perse del tutto, anzi gli italiani fuori dalla patria, formarono comunità italiane che conservano i modi di parlare, di vestire, di mangiare, di comportarsi del paese d’origine. Succede anche che presso le comunità di emigrati le tradizioni si conservino più a lungo di quanto non avvenga in Italia. È famoso per esempio un grande quartiere di New York che prese il nome di “ Little Italy ”: tutti i negozi erano italiani, e nelle numerose pizzerie si sentivano musiche di mandolini e canzoni napoletane. Molto vivo era il senso della famiglia e della piccola comunità d’origine, mentre spesso si verificavano rivalità e litigi tra gli italiani provenienti da regioni diverse. Con molte difficoltà, gli emigranti riuscivano a risparmiare del denaro che mandavano in Italia per mantenere le loro famiglie: si trattava delle rimesse che per decenni costituirono una grande risorsa del nostro paese. Interi villaggi, specialmente nel Sud, vivevano del denaro che giungeva dall’America. Talvolta tornava dall’America un emigrante che si era arricchito, si comprava un negozio in paese e sistemava la sua famiglia. Le comunità italiane in America, come in altre parti del mondo, hanno continuato ad ingrandirsi nel nostro secolo, e oggi gli emigranti d’origine italiana, sparsi in tutto il modo, sono più numerosi dei residenti nella madrepatria.

Le grandi difficoltà incontrate dagli emigranti fecero nascere anche fenomeni negativi e nuove forme di delinquenza. I poveri contadini, accettavano facilmente le promesse di chi assicurava di difenderli e di trovare loro un lavoro. Ma queste promesse provenivano da un’organizzazione segreta fuorilegge, denominata Mano Nera14 che era presto sorta per opera di immigrati di origine siciliani: essi si proponevano di fronteggiare la concorrenza di altri immigrati, come irlandesi, greci, serbi, i quali a loro volta erano organizzati in analoghe società segrete. Per accaparrarsi certi settori dell’attività economica (commercio della frutta) gli scontri tra bande erano frequenti. Gli immigrati italiani, erano protetti dall’organizzazione, ma in cambio dovevano pagare un contributo, che non era elevato per i poveri, ma un diventava altissimo per chi avesse fatto fortuna. Per chi si rifiutava di pagare, la morte era assicurata. Con il tempo, la Mano Nera, si dedicò ad attività delinquenziali sempre più lucrative, come assalti alle banche o traffici illeciti. Solo agli inizi del XX secolo l’organizzazione cadde sotto il controllo della mafia siciliana, e da allora divenne un’organizzazione criminale internazionale sempre più temibile.

1 Campiere: In Sicilia, guardia addetta alla sorveglianza di un podere, di un latifondo.

2 Bisaccia: grossa borsa floscia a due tasche da appendere alla sella di una cavalcatura o da portare a tracolla.

3 Alcova: camera da letto, intesa come luogo di tenera intimità.
4 Capponaia: Gabbia in cui si tengono i capponi a ingrassare

5 Verismo: movimento letterario e artistico italiano che ispirandosi al naturalismo francese e al positivismo teorizza una rigorosa fedeltà alla realtà effettiva (al “vero”) delle situazioni, dei fatti, degli ambienti, dei personaggi e una corrispondenza con il sentire e il parlare dei soggetti che vengono rappresentati.

6 Naturalismo: indirizzo letterario nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento e, caratterizzato dalla ricerca di un rapporto diretto tra l’artista e la realtà quotidiana rappresentata. Un valido rappresentante di questa corrente, è sicuramente Èmilie Zola. Questa corrente, si avvicina anche al positivismo.

7 Positivismo Indirizzo filosofico fondato sulla posizione privilegiata della conoscenza scientifica e sperimentale, concepita come l'unica forma legittima di conoscenza della realtà.

8 Giuseppe Garibaldi (Nizza 1807 - Caprera 1882), patriota italiano; con le sue imprese anche in America, fu uno dei principali artefici dell'unità e dell'indipendenza nazionale e una delle figure più popolari dell'Ottocento romantico in tutto il mondo.

9 Francesco Crispi (Ribera, Agrigento 1818 - Napoli 1901), statista italiano, ministro degli Interni (1877-78 e nel 1887) e presidente del Consiglio (1887-1891 e 1893-1896). Partecipò al movimento per l'unificazione italiana, figurando come personaggio di rilievo fra i democratici siciliani attivi nelle cospirazioni mazziniane. Fu segretario di stato di Garibaldi in Sicilia, durante l'impresa dei Mille (1860), da lui sollecitata. In seguito si convertì alla monarchia, diventando uno degli esponenti principali della sinistra moderata in Parlamento.

10 Nino Bixio (Genova 1821 - Sumatra 1873), patriota, generale e uomo politico italiano; fu al fianco di Garibaldi nella difesa della Repubblica Romana (1849) e combatté nei Cacciatori delle Alpi durante la seconda guerra d'indipendenza italiana. Braccio destro di Garibaldi nella spedizione dei Mille, si segnalò in tutte le principali battaglie combattute contro l'esercito borbonico. Organizzò la repressione delle sollevazioni contadine dirette contro i grandi proprietari terrieri che scoppiarono in Sicilia nel corso dell'impresa garibaldina e che avevano come obiettivo la conquista della terra e la liberazione dallo sfruttamento signorile. Nel comune di Bronte ordinò la fucilazione di alcuni ribelli; l'episodio venne in seguito giudicato come la prova della caratterizzazione eminentemente politica del Risorgimento italiano, entro la quale la questione sociale non trovò particolare attenzione neppure tra le forze democratiche. Entrato nell'esercito italiano, combatté a Custoza nel corso della terza guerra d'indipendenza (1866) e partecipò alla presa di Roma (1870).

11 Camillo Benso conte di Cavour (Torino 1810-1861), statista piemontese e primo ministro del Regno d'Italia; fu uno dei principali protagonisti del Risorgimento italiano.

12 ‘Ndrangheta: Il termine (dal greco andragathía, "virilità", "coraggio") indica il fenomeno criminale della mafia di origine calabrese; indica anche l'insieme dei gruppi (detti cosche) che lo costituiscono. La struttura della 'ndrangheta è analoga a quella di Cosa Nostra (la mafia siciliana) e della camorra campana: non c'è un'organizzazione unitaria ma i gruppi – detti anche famiglie o 'ndrine e organizzati su base familistica – gestiscono in modo autonomo l'attività criminale sul territorio controllato attraverso l'intimidazione e la violenza (omicidi, attentati ecc.). La cooptazione dei membri avviene attraverso riti di iniziazione e l'imposizione di codici e regole.

13 Camorra Organizzazione criminale diffusa in Campania, principalmente nella zona del Napoletano. Sviluppatasi già sotto il dominio spagnolo nelle fasce popolari napoletane, la camorra (da "morra", banda, torma) fu agli inizi un modo di comportamento finalizzato al conseguimento del prestigio all'interno del gruppo e della supremazia territoriale, oltre che essere una pratica legata al controllo di attività delinquenziali quali la frode, l'estorsione, il contrabbando, il gioco d'azzardo e la prostituzione. Dopo l'unità d'Italia, le deboli autorità del nuovo stato delegarono ai camorristi compiti di amministrazione e di polizia, e furono molto criticate per questo da intellettuali e uomini politici meridionali.

14 Associazione delinquenziale, legata alla mafia e attiva negli U.S.A. e in Sicilia. Fra i suoi molteplici crimini il più noto è l'uccisione (1909) del poliziotto italoamericano Petrosino.
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Esempio



  


  1. Andrea

    Ciao Sto cercando esempi di Tesina per maturità sul concetto di Patria Bergamo


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