GIOLITTI

Materie:Tesina
Categoria:Storia

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Testo

GIOVANNI GIOLITTI

TESINA SVOLTA DA PAROLA PAOLO
ALUNNO DELLA CLASSE VC Geometri
DELL’ ISTITUTO TECNICO STATALE “G.A.GIOBERT”
Giovanni Giolitti nacque nel 1842 a Mondovì in provincia di Cuneo, da genitori borghesi e morì a Cavour nel 1928. dopo aver lavorato per vent’anni al Ministero delle Finanze entrò in Parlamento nel 1882 come deputato per Dronero che rappresentò per il resto della vita. Approfittando della sua esperienza in materia finanziaria divenne ministro del Tesoro sotto Crispi nel 1889 e primo ministro nel 1892. nel novembre del 1893 si dimise travolto dallo scandalo della Banca Romana, tornò al governo sei anni dopo, sotto Zanardelli, come ministro degli Interni sull’onda del liberismo.
La sua politica progressista gli guadagnò l’appoggio dei socialisti moderati e sotto il suo governo la classe lavoratrice organizzata godette i benefici ella prosperità economica e dell’aiuto dello stato.
Non simpatizzava ne per il clericalismo ne per l’anticlericalismo, e pensava che lo Stato e la Chiesa fossero due parallele che non devono mai incontrarsi. Per questo favorì l’integrazione nella vita della nazione tanto dei cattolici quanto dei socialisti; fu proprio questo l’impegno per il quale spese più tempo.
Negli anni 1911/1912 si rese protagonista di due azioni che riteneva necessarie, ma che avrebbero condotto l’epoca di Giolitti al declino: la conquista della Libia e il suffragio universale. Nel marzo 1914 Giolitti si dimise e nel maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra.
Nel dopo “amaro” Versailles, fu auspicato il suo ritorno al governo nel 1920 quando dal “popolo d’Italia” del 18 marzo, il generale Peppino Garibaldi chiese il suo ritorno al governo.
Purtroppo era troppo tardi e Mussolini stava cavalcando il malcontento.
IL PRIMO MINISTERO GIOLITTI
Nei primi giorni di marzo del 1892 il ministro del tesoro Luigi Luzzatti (del governo guidato da Rudinì) nella discussione alla Camera sul bilancio, dopo aver in precedenza ammesso di poterlo fare, ammette l'impossibilità di risanare il bilancio per il 1892-1893. Molti deputati -tra i quali Vittorio Ellena e Sidney Sonnino criticano la politica economica del governo.
Il 17 marzo fu chiesta la fiducia alla Camera sulla politica finanziaria del governo.
L'on. Giolitti che l'aveva proposta poi prese le distanze. Tuttavia la fiducia fu votata con 261 voti favorevoli e 157 contrari.
Il 13 aprile Rudinì si dimette con l'intero ministero in seguito alle forti divergenze sorte alla Camera e all'interno del governo sulle proposte di nuove tasse e di tagli alle spese. Su queste ultime il più forte oppositore è il ministro della guerra generale Luigi Pelloux, che si vede ridurre le spese militari.
Il 14 aprile, Umberto incarica nuovamente Rudinì a formare il nuovo governo. D'accordo con Giovanni Nicotera, Rudinì offre il dicastero del tesoro a Giolitti, che però lo rifiuta dichiarando che è incompatibile la sua presenza con quella di Nicotera.
Quello che spera Giolitti, è d'essere chiamato lui dal re a formare il nuovo governo.
Re Umberto I del nuovo ministero Rudinì accetta solo le dimissioni del ministro delle finanze Colombo, e invita il capo del governo a ripresentare la fiducia alla Camera. Alcuni affermano che agì in questo modo, perché convinto che ripresentandosi alla Camera, Rudinì definitivamente sarebbe stato bocciato.
Infatti, il 5 maggio, la Camera nega la fiducia per la seconda volta a Rudinì.
L'8 maggio, Umberto I, volle affidarlo a Giovanni Giolitti. Lo fece con un regio decreto, seguendo una procedura giudicata dal Farini ai limiti della legalità, in quanto precedeva la formazione del governo.
Tuttavia volle interrogare il vecchio statista Francesco Crispi che non nascose al sovrano la gravità della situazione dicendo:
"Il paese ha perduto la coscienza di sé. Gli si è tolto il coraggio, si è avvilito parlando di miserie che non esistono, si è illuso dandogli a credere che solo facendo economie si poteva pareggiare il bilancio .... Non vi è tempo da perdere ...., bisogna provvedere subito .... Si sono perduti quindici mesi e si è tutto disordinato; la Francia ci è nemica più di prima, e le altre potenze o ci sono tiepide o indifferenti. Noi siamo al di sotto della Spagna .... Se non si provvede subito, se si perdono altri mesi ancora senza portar rimedio ai nostri mali andremo incontro ad un disastro".
Umberto I accennò a Crispi, come alla sola persona che potesse guidare la Nazione, ma lo Statista si difese affermando che era vecchio e non aveva dinnanzi a sé molti anni per svolgere tutto un programma di governo; e poiché erano corse voci che lui avrebbe appoggiato un ministero con a capo Giolitti smentì le chiacchiere, e di lui, quando gli fu richiesto un parere, disse che sarebbe stato incapace incapace di reggere lo Stato e sarebbe stato un errore affidargli il Governo del Paese.
Ricevuto l'incarico il 10 maggio1892, il Giolitti compose il nuovo ministero tenendo per sé la presidenza del Consiglio, il portafoglio dell'Interno e l'interim del Tesoro.
Il 25 maggio il Giolitti presentò il nuovo ministero al Parlamento ed espose il suo programma: sistemazione della finanza, evitando al paese "la necessità di nuovi aggravi e continuando energicamente nella riduzione delle spese"; risorgimento economico del paese, normalizzando la circolazione, correggendo la cattiva organizzazione del credito e il difettoso ordinamento degli studi, e vincendo gli eccessivi scoraggiamenti; rispetto delle alleanze contratte a scopo di pace, e cordiale amicizia con tutte le potenze; vigile custodia all'interno di tutte le libertà.
Il 12 ottobre ricorreva il quarto centenario della scoperta dell'America, che Genova volle festeggiare con grande solennità. Alle feste Colombiane, onorate dalla presenza di Umberto e Margherita, di Savoia, che assistettero ad un'imponente rivista navale, parteciparono numerose squadre estere, fra cui quella della Francia.
Si avvicinavano intanto le elezioni. Il Giolitti volendo procurarsi una solida maggioranza usò ogni mezzo pur di fare uscire uomini a lui devoti, trasferì prefetti, sciolse municipi, usò pressioni e corruzioni, si accaparrò i voti di molti cattolici promettendo di non applicare la nuova legge sulle Opere Pie, e nominò quarantacinque senatori.
Il 6 novembre si svolsero le elezioni con il nuovo sistema del collegio uninominale, reintrodotto l'anno precedente dal governo Rudinì. Notevole il successo del partito di Giolitti che ottiene una buona maggioranza, anche se le opposizioni denunciano una serie di pressioni sugli elettori tramite le prefetture fedeli a Giolitti. Furono tanti e tali le corruzioni e i brogli che, durante la verifica dei poteri, la Giunta annullò le elezioni. Tre irriducibili avversari del Giolitti caddero per la spregiudicata abilità: Cavallotti, Imbriani e Bonghi.
Il 23 novembre del 1892 fu inaugurata la XVIII Legislatura. Il sovrano, nel suo discorso, dichiarò che si sarebbe conseguito il pareggio senza aggravio alcuno dei contribuenti, promise riforme economiche, sociali, scolastiche e giudiziarie e concluse dicendo di accarezzare l'ambizione di unire il suo nome "al risorgimento economico ed intellettuale del paese, di vedere questa Italia forte, prospera, colta, grande, quale la vagheggiarono coloro che patirono e morirono per Lei".
Il giorno precedente erano stati pubblicati alcuni "Decreti Reali" con cui fu aumentato il dazio sullo zucchero, abolito il ribasso dei prezzi dei tabacchi venduti all'ingrosso e affidato il servizio delle pensioni alla Cassa di Depositi e Prestiti.
Questi decreti, furono presentati alla Camera per essere convertiti in legge nella prima metà di dicembre e Giolitti dichiarò di avere adoperato questo metodo eccezionale per la necessità di accelerare i lavori parlamentari e di dimostrare, con la forma stessa dei bilanci che il pareggio era raggiunto. L'indirizzo finanziario del Governo fu approvato.
Il 19 febbraio, Grimaldi, succeduto a Ellena nel ministero delle finanze, presentando l'esposizione finanziaria, annunciò un aumento del dazio sullo zucchero e il monopolio degli olii e degli alcool e anticipò il proposito di trasformare completamente il servizio delle pensioni abolendo la Cassa Militare e mettendo le pensioni a carico delle Casse.
LA QUESTIONE BANCA ROMANA
Nel giugno del 1889, due ispettori incaricati dal Ministro dell'Agricoltura costatavano alcune gravi irregolarità ed un ammanco di 9 milioni nella Banca Romana. Il comm. Il governatore della Banca, interrogato dal ministro, dichiarava non rispondenti a verità le dichiarazioni degli ispettori e, procuratasi dalla Banca Nazionale la somma mancante, riusciva a mostrare che nella banca non esisteva alcun vuoto.
Alla fine del giugno del 1891 per non recare danno al credito pubblico, Luzzatti faceva approvare un disegno di legge che prorogava il corso legale dei biglietti di banca e accordava a tutti gli istituti d'emissione la facoltà di aumentare la circolazione in ragione del quadruplo del loro capitale.
" NOTA - La Banca Romana era sorta nel 1835, per iniziativa di un gruppo di capitalisti francesi e belgi. Nel 1851 aveva assunto la denominazione di Banca dello Stato Pontificio, divenendo l'istituto di emissione degli Stati della Chiesa. Dopo gli eventi militari e politici che culminarono nel 20 settembre del 1870, e con la proclamazione di Roma Capitale, la banca riassunse la sua vecchia denominazione, mantenendo, come avevamo già visto, il suo diritto ad emettere banconote. La proclamazione di Roma Capitale aveva provocato una vera "febbre" edilizia e per alimentare i cantieri che sorgevano come funghi, gli imprenditori fecero un gran ricorso al credito. Nell'atmosfera da "conquista del West" in cui si svolgeva questa attività erano carenti i controlli sulla reale solvibilità dei debitori, ed esistevano già i clienti e le "clientele" a cui non si poteva negare un credito bancario.
Quando il grande boom edilizio si sgonfiò ed iniziarono i fallimenti, la Banca Romana risultò una delle più esposte, sepolta sotto una valanga di cambiali che valevano come carta straccia, data l'insolvenza dei debitori. Fin qui, non vi sarebbe stato nulla di particolarmente nuovo: una banca che rischia di andare a picco per aver concesso crediti a eccessivo rischio non era una novitá. Altro era l'aspetto veramente allarmante il "dominus" della Banca Romana, aveva trovato un'elegante soluzione al problema dei clienti insolventi: emetteva banconote "a ruota libera". Aveva superato spensieratamente di 25 milioni il limite consentito, e poi, non soddisfatto, ne aveva stampati altri nove clandestinamente, senza alcuna annotazione nelle registrazioni contabili.
Non erano banconote false, ma banconote "clonate", che riportavano gli stessi numeri di serie".
Il 6 dicembre del 1892 due ministri presentarono con urgenza alla Camera un disegno di legge per riordinare entro l'anno gli istituti d'emissione. Allora tutti coloro che conoscevano le criminose illegalità di qualche banca, pensarono che bisognava denunciare al Parlamento gli atti delittuosi della Banca Romana per impedire che le si riconcedesse il privilegio dell'emissione.
Sparsasi la notizia che alla Camera stava per scoppiare uno scandalo, il Giolitti corse ai ripari e il 19 dicembre comunicò alla Camera che aveva deciso un'ispezione amministrativa per tutti gli istituti di emissione e presentò un disegno di legge che prorogava a tutto il marzo 1893 la facoltà d'emissione e il corso legale dei biglietti di banca.
Il giorno dopo venne esposta alla Camera la presenza di gravissime irregolarità della Banca Romana desunte dalla relazione del senatore Alvisi e concluse proponendo un'inchiesta parlamentare. Giolitti invitò la Camera a respingere l'inchiesta parlamentare promettendo che avrebbe ordinato un'accurata ispezione da comunicarsi poi al Parlamento. La Camera, mostrandosi a rimorchio del carro del Giolitti, approvò il disegno di legge di proroga di tre mesi della facoltà di emissione.
Con decreto reale del 30 dicembre 1892 fu istituita una commissione amministrativa di ispezione alle banche che fu presieduta dal senatore Gaspare Finali, primo presidente della Corte dei Conti. Furono ispezionate le banche più importanti di tutto il territorio italiano.
Ispezionando la Banca Romana, vennero constatate gravissime irregolarità. Il 15 gennaio 1893 Giolitti fece comunicare al direttore e a due impiegati della Banca, di non allontanarsi da Roma sotto pena dell'arresto, dando così tempo, secondo alcuni, di fare scomparire gli elementi che loro avevano interesse di nascondere.
Il 20 marzo Giovanni Giolitti, nel leggere alla Camera la relazione del senatore Finali si presentò con un pacco di carte, affermando che erano gli elenchi nominativi delle cambiali in sofferenza presso gli istituti d'emissione.
Nessuno vide se le carte e i nominativi c'erano veramente; alcuni affermarono che nel pacco c'erano solo giornali e che era quella di Giolitti tutta una scena sbruffona per intimorire chi aveva da nascondere qualcosa, e che questi, chi più chi meno, erano tanti.
Venne proposta un'inchiesta parlamentare, ma ancora una volta il presidente del consiglio si oppose.
Il 25 maggio Giolitti comunicò tutto questo alla Camera e invocò il voto di fiducia che gli fu concesso il giorno dopo.
Per porre riparo al danno che gli scandali bancari arrecavano al credito italiano all'estero l'on. Giolitti prese alcuni energici e pronti provvedimenti, quindi pensò di riordinare gli istituti d'emissione. Il ministro d'Agricoltura presentò un disegno di legge che liquidava la Banca Romana e fondeva la Banca Nazionale e le due banche toscane in un unico istituto che doveva chiamarsi Banca d' Italia. Restavano in vita, autonomi, i Banchi di Napoli e Sicilia.
La Commissione parlamentare propose parecchi emendamenti al disegno di legge, che furono accettati dal Governo, quindi, dopo breve discussione, la legge bancaria fu approvata dalle due Camere e divenne legge nell'aprile.
STRAGE DI OPERAI ITALIANI AD AIGUES-MORTES

Nel mese di agosto, e precisamente il 17-19, orribili fatti avvennero ad Aigues-Mortes. Circa quattrocento italiani, che lavoravano in quelle saline, furono selvaggiamente aggrediti dagli operai francesi e dalla popolazione locale al grido di Morte agli Italiani! Andate in Germania! Fatevi dar lavoro da Crispi!
All'origine era l'esasperazione della concorrenza che facevano gli operai italiani, impiegati nelle saline accettando stipendi più bassi che così calmieravano quelli dei locali.
Trenta italiani furono uccisi ed oltre cento feriti; le ostilità erano così diffuse che perfino gli ospedali di quella civilissima città per ben otto ore si rifiutarono di ricevere e prestar soccorso ai feriti e il "maire" pubblicava due proclami in cui scriveva: "Il "maire" della città di Aigues-Mortes porta a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha ritirato ogni lavoro ai sudditi di nazionalità italiana .... Invita la popolazione alla calma, dopo la decisione della Compagnia che dà piena soddisfazione agli operai francesi".
"Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci pacificamente al lavoro, proviamo come il nostro scopo è stato raggiunto e le nostre rivendicazioni soddisfatte".
La barbara strage di Aigues Mortes provocò uno sdegno straordinario in Italia. La stampa fu concorde nel deplorare la vile aggressione e il selvaggio contegno dei medici e delle autorità; in ogni città, in ogni paese, in ogni villaggio ci furono dimostrazioni al grido di "Abbasso la Francia ! Viva la Germania ! Viva Crispi !" A Roma, la sera del 20 agosto, una gran folla, che gridava "Abbasso gli assassini dei nostri operai !" volle che il concerto municipale suonasse gli inni di Garibaldi, di Mameli e i Vespri Siciliani, quindi si recò in Piazza Farnese e, urlando "guerra e morte alla Francia", infranse a sassate tutti i vetri del palazzo dell'ambasciata francese e n'avrebbero bruciato il portone senza il tempestivo intervento della truppa.
Ritornata in Piazza Colonna, la folla, volle che la banda municipale suonasse l'inno tedesco, quindi cercò di ritornare in Piazza Farnese, dove la dimostrazione si rinnovò furiosa la sera dopo. Dimostrazioni più gravi, anche perchè coincisero con uno sciopero di cocchieri e s'intrufolarono elementi sovversivi, avvennero luogo a Napoli, con la distruzione di omnibus, fanali nelle strade, vetture tranviarie. Nei conflitti con la forza pubblica oltre ad esserci parecchi feriti ci fu anche qualche morto.
Intanto la stampa italiana scagliava fulmini contro la Francia e Edoardo Scarfoglio scriveva che "da cinque anni noi commettiamo un delitto contro la nostra patria, e contro la nostra stessa esistenza sottraendoci alla necessità di una guerra" che "s'imponeva con tutte le asprezze della fatalità", e aggiungeva: "Che a tutte le finestre d' Italia sventoli una bandiera, che da ogni bocca italiana irrompa un grido eccitante il Governo non esiti, a non tremare, a esigere una riparazione piena, solenne, immediata, quale sola può convenire a chi ha il diritto di chiederla e la forza di ottenerla".
Ma il governo del Giolitti non ebbe il coraggio - e non ce ne voleva molto per raccogliere l'invito all'energia. Anziché chiedere soddisfazione, si affrettò a darla, collocando a riposo (ritenendolo lui responsabile degli incidenti) il prefetto di Roma, senatore Calenda, e quattro alti funzionari della pubblica sicurezza e inducendo il prefetto di Napoli, senatore Senise, a chiedere di essere messo a disposizione (riposo).
La Corte di Anguléme assolse gli autori della strage e il Governo francese a stento si decise a sospendere dalle funzioni il sindaco di Aigues-Mortes, dopo di che il nostro ministro degli Esteri telegrafò al Governo di Francia che era lieto di considerare soddisfacentemente chiuso l'incidente.
La situazione politica si faceva di giorno in giorno più grave e il Governo di Giolitti era incapace di fronteggiarla.
Si seguivano a ruota scioperi di lavoratori in tutta Italia per il malessere che si era instaurato dopo la questione delle banche tanto da portare la questione presso la camera.
Giolitti dichiarò che il Ministero rassegnava le dimissioni per riacquistare la libertà di parola; questa comunicazione fu accolta da urli ostili.
Così, come dicevano i deputati dell'Estrema Sinistra in un manifesto lanciato al paese qualche giorno dopo la lettura della relazione dei Sette, cadeva il ministero di Giovanni Giolitti.
Il processo dlla Banca Romana finì, dopo 18 mesi, nel luglio del 1894 con l’assoluzione di tutti gli imputati, scandalizzando il paese consapevole dei grandi risultati delle inchieste. Non fu accertato se Giolitti e i suoi predecessori abbiano ricevuto soldi dalla Banca romana.
IL RITORNO SULLA SCENA DI GIOLITTI E IL SECONDO MINISTERO
Zanardelli incariato di formare il nuovo ministero, il 15 febbraio1901, affidò il Ministero dell'Interno a Giovanni Giolitti.
Non era cambiata di molto la situazione che si era lasciato alle spalle dopo le sue dimissioni per quanto riguarda gli scioperi che si erano anzi moltiplicati e per i quali non si riusciva porre rimedio.
Giovanni Giolitti difese la sua politica di neutralità nella lotta fra capitale e lavoro sostenendo essere opera saggia di Governo osservare e fare osservare la legge, evitare qualsiasi atto di forza, che avrebbe provocato gravissimi disordini, e cercare, invece, di "richiamate l'affetto delle classi popolari verso le nostre istituzioni ...., dimostrare non con le parole, ma con i fatti, al popolo, che con le nostre istituzioni tutti i progressi e tutte le libertà sono possibili".
Riuscì in questo modo ad accaparrarsi giudizi favorevoli tra lavoratori e socialisti.
Nella tornata del 14 marzo, dopo il clamoroso evento della militarizzazione dei ferrovieri, il ministro Giolitti difese la propria politica. Pur riconoscendo il diritto allo sciopero, egli dichiarò che tale diritto era escluso nei pubblici servizi.
L’11 giugno del 1903 Giolitti rassegnò le sue dimissioni protestando che il Ministero non aveva più ragione di esistere poiché non operava le riforme promesse e si alienava l'appoggio delle Estreme.
Nel luglio del 1904 Giuseppe Zanardelli, carico d'anni ed esausto dall'intenso lavoro, e con una Camera ormai a lui ostile, pregò il sovrano che lo esonerasse dall'ufficio e si ritirò nella sua villa di Maderno, sul Garda. Il riposo non giovò al vecchio statista 77enne, che cessò di vivere il 26 dicembre, dopo essere stato 43 anni sulla breccia parlamentare.
Ritiratosi l'on. Zanardelli, l'incarico di formare il Ministero fu dato dal Re, come tutti prevedevano, all'on. Giolitti, il quale, dopo avere invitato socialisti e radicali ad entrare nel suo Gabinetto, lo costituì il 3 novembre 1903, con elementi di destra e del centro, ma più orientato a destra di quello precedente, dopo aver costatata l'impossibilità di coinvolgere socialisti e radicali.
Premesso che si sarebbe continuata, nei limiti delle leggi, la politica di libertà, affermò che le questioni che più urgentemente incombevano sull'economia del paese erano i trattati di commercio, la diminuzione dell'onere del debito pubblico, l'ordinamento ferroviario e l'urgente necessità di rialzare le condizioni economiche delle province meridionali.
Nella stipulazione dei trattati commerciali il Ministero avrebbe avuto di mira l'esportazione dei prodotti agricoli. Con la conversione della rendita si sarebbe alleviato di molti milioni il bilancio e si sarebbe potuta affrontare una riforma tributaria, la quale avrebbe sollevato le condizioni delle classi meno agiate. Quanto alle province del Mezzogiorno, il Governo avrebbe mantenuto il disegno di legge in favore della Basilicata e avrebbe presentato proposte per promuovere lo sviluppo industriale di Napoli. Altre riforme che il Ministero promise di attuare, vi erano l'esercizio di Stato delle ferrovie, l'abolizione del domicilio coatto, lo sviluppo dell'istruzione elementare, il consolidamento della Cassa per la vecchiaia degli operai e il riposo festivo. Dopo aver assicurato che nel campo internazionale l'Italia si trovava in ottimi rapporti con tutte le nazioni, l'on. Giolitti invitò la Camera a dire se aveva o no fiducia nel Gabinetto.
il 3 dicembrela con la maggioranza assoluta Camera approvò il programma del Ministero Giolitti.
Dal momento che i trattati di commercio scadevano il 31 dicembre e non c'era il tempo di svolgere i negoziati, si stipularono accordi provvisori. In questo frattempo furono approvate molte leggi: fu modificata la legislazione sulla Sanità pubblica e sulle Opere Pie, furono migliorate le condizioni dei maestri elementari, fu istituita la Cassa per l'invalidità e la vecchiaia degli impiegati comunali, si migliorarono le condizioni economiche di alcune categorie di funzionari statali, si stabilirono pensioni per gli operai della manifattura dei tabacchi, si concessero benefici ai superstiti delle guerre d'indipendenza, si riformò il sistema carcerario e s'introdusse nella legislazione penale la condanna condizionale..
Nonostante questo buon cammino sulle questioni interne, a turbare l'anno furono i problemi di politica estera.
POLITICA ESTERA: INCIDENTE DI INNSBRUCK
Il 23 novembre del 1903, con un discorso di Angelo De Gubernatis sul Petrarca, doveva essere inaugurata a Innsbruck un'università libera italiana, ma la cerimonia fu impedita dalla polizia locale. Gli studenti italiani in Austria, offrirono allora, con il permesso delle autorità, un banchetto al De Gubernatis; ma, uscendo dal luogo dove avevano banchettato, furono selvaggiamente aggrediti e malmenati dagli studenti austriaci.
I fatti di Innsbruck suscitarono violentissime dimostrazioni di protesta in tutta l'Italia e nella seduta del 15 dicembre alla Camera, durante la discussione sul bilancio degli Esteri, fornirono occasione a molti deputati di scagliarsi contro l'Austria.
Queste manifestazioni dell'amicizia italo-gemanico-austriaca non impedirono manifestazioni, di gran lunga più significative e pompose, dell'amicizia franco-italiana
Per far tornare buoni i rapporti italo-germanici Giolitti si recò, il 27 settembre del 1904, a Homburg da Bulow e gli fece osservare che le festose accoglienze da parte degli italiani verso la visita dei politici francesi al nostro Paese erano state un dovere di ospitalità. Esse poi avevano avuto il risultato di mostrare che il Governo francese non sosteneva il Papa, ma anzi, con l'amicizia verso l'Italia, faceva tramontare le speranze di molti di coloro che ancora pensavano ad una restaurazione del potere temporale della Chiesa in Italia.
Il viaggio del Loubet a Roma e la mancata sua visita al Santo Padre contribuirono a turbare i rapporti tra la Santa Sede e la Francia.
La protesta pontificia ebbe per effetto la rottura dei rapporti tra la Santa Sede e la Francia.
Nel partito socialista si andava facendo sempre più numerosi e audaci coloro che seguivano la tendenza rivoluzionaria. Nel Congresso di Bologna dell'11 giugno del 1904, che aveva riaffermato l'unità del partito socialista, il sopravvento l'avevano avuto i rivoluzionari o si temeva perciò che i socialisti portassero la lotta del Parlamento nel paese e dal campo delle idee a quello della violenza; l'uso della forza.
Fra l’altro, ad innestarsi nella polemica e a criticare i socialisti riformisti, da un anno, dalla Svizzera, giungono singolari articoli di un giovane diciannovenne, Benito Mussolini.
Che questo timore non era infondato lo si constatò di lì a poco, infatti insorsero scioperi e rivolte in tutto il Paese. Tutti questi fatti diedero occasione ai socialisti rivoluzionari di proclamare lo sciopero generale. Lo proclamò per prima la Camera del Lavoro di Monza, il 15 settembre, giorno in cui a Rocconigi nasceva il Principe ereditario, al quale fu dato il nome di UMBERTO e imposto il titolo di Principe di Piemonte.
Lo sciopero di Monza si estese con rapidità straordinaria in tutta l'Italia. A Firenze, a Bologna, a Roma e in altri centri durò una sola giornata, ma in altre città si prolungò per molti giorni. Così a Milano durò cinque giorni, durante i quali si sospesero i pubblici servizi e la pubblicazione dei giornali, e si commisero atti inauditi di violenza contro i lavoratori che non volevano scioperare; a Genova per due giorni gli scioperanti furono padroni della città, guastarono le linee ferroviarie e costrinsero il Governo a mandare tre navi da guerra e a dar i poteri pubblici al generale Del Mayno; a Napoli, dove furono mandate altre due navi da guerra e due reggimenti di cavalleria, lo sciopero ebbe la durata di quattro giorni, si diede l'assalto alle tranvie, si saccheggiarono i negozi, si tentò di erigere barricate e si ebbero conflitti con la truppa; a Torino ci furono dei morti e feriti; a Venezia gli scioperanti interruppero ogni comunicazione con le terraferma, sospesero il servizio interno delle gondole e dei vaporetti e l'illuminazione pubblica, imposero la chiusura dei negozi e delle chiese, ruppero i fili telefonici, impedirono il trasporto degli ammalati all'ospedale e per tre giorni, insomma, obbligarono la città a vivere in balia del disordine e della prepotenza; a Lugano gli anarchici strapparono lo stemma dal Consolato Italiano lo calpestarono e lo gettarono nel lago; a Verona, a Brescia, a Cremona e altrove si ebbero altre violenze.
Il 18 settembre i deputati dell'Estrema Sinistra, riuniti nella Camera del Lavoro di Milano, deliberarono di chiedere la convocazione immediata del Parlamento per imporre le dimissioni del Ministero e discutere un disegno di legge che vietasse l'intervento della forza pubblica nella lotta tra capitale e lavoro; e decisero di continuare lo sciopero fino al 21 settembre; ma l'on. Giolitti seppe parare il colpo e quel giorno stesso fece emanare un regio decreto che scioglieva la Camera e convocava i comizi per il 6 e 13 novembre.
Le violenze dei socialisti durante lo sciopero preoccuparono non poco i cattolici, e il Pontefice fu pregato di revocare il Non expedit e permettere loro l'accesso alle urne. Pio X diede facoltà ai vescovi di concedere ai fedeli di partecipare alla lotta elettorale in quei collegi dove sembrava probabile la vittoria di un sovversivo e così l'intervento dei cattolici riuscì di non poco aiuto a Giolitti.
Infatti, le elezioni, segnano, come aveva previsto Giolitti, la sconfitta dell'estrema sinistra che perse 8 seggi. La Camera nuova risultò più moderata della precedente e in gran maggioranza devota a Giolitti.
NUOVE VIOLENZE ANTITALIANE A INNSBRUCK
L'indomani delle elezioni presidenziali, del ministro degli Esteri deplorò i fatti della questione di Innsbuck, ma, disse che "gli eccessi di una folla eccitata non possono affievolire i legami che uniscono la scienza e la civiltà tedesca alla scienza e alla civiltà italiana, né possono influire sulle relazioni fra l'Italia e l'impero Austro-ungarico che hanno profonde radici nella tutela di grandi interessi, nel raggiungimento di alti fini, nei fermi e leali propositi dei due Governi".
Probabilmente non gli avevano raccontato nulla di ciò che era avvenuto in Italia dalla restaurazione fino alla fine degli anni Sessanta dell'800.
Le prime lotte sociali avevano sconvolto dalle fondamenta la vita del Paese. Giolitti e il re furono d'accordo nell'accettare la dura realtà della lotta tra capitale e lavoro e tutti i rischi che implicava, tanto per l'istituto monarchico che per il regime parlamentare. Scioperassero pure i lavoratori. Poiché le loro condizioni erano veramente intollerabili e i profitti del capitale consentivano larghissimi miglioramenti, l'intervento dello Stato si limitò unicamente al consiglio, che veniva dato continuamente ai datori di lavoro, di andare incontro alle rivendicazioni delle masse. Liberi i lavoratori di associarsi per la tutela dei loro diritti, erano, però, tenuti a rispettare la libertà altrui.
Giolitti e il re non si commossero eccessivamente nemmeno al primo sciopero generale. Aspettarono di vedere nei fatti se era proprio un pericolo per le istituzioni. E avevano ragione. Lo scioperò sfumò, e la conseguenza fu che i datori di loavoro si tranquillizzarono e le masse lavoratrici si calmarono. In dodici anni, la media dei salari aumentò del cento per cento.
Tutta l'arte di governo di Giolitti e del Re si riduceva nel moderare gli entusiasmi e nel sollevare gli avviliti.
L'on. Giolitti affermò di voler governare per la libertà e con la libertà, diminuendo la gravità dei fatti e dichiarando che, non lo si poteva rimproverare di avere autorizzato tante associazioni, costituitesi di pieno diritto e non a scopo delittuoso.
LA QUESTIONE FERROVIARIA –
DIMISSIONI DI GIOLITTI
Urgeva intanto risolvere la questione dei ferrovieri, dato che il 30 giugno del 1905 scadevano le convenzioni ferroviarie con le Società che il Governo non voleva rinnovare. Circa cinquantamila ferrovieri si erano organizzati nelle file della Federazione e della associazione chiamata "Il Riscatto", le quali organizzazioni erano dirette da una giunta detta Costituente con sede in Milano e da un comitato di agitazione, detto degli Otto.
Il 2 dicembre del 1904 gli Otto avevano presentato all'on. Giolitti un memoriale contenente i "desiderata" dei ferrovieri
Di fronte all'atteggiamento dei ferrovieri il Consiglio dei Ministri stabilì l'esercizio di Stato e il 21 febbraio il ministro dei Lavori Pubblici presentò alla Camera il relativo disegno, nel quale si miglioravano le condizioni del personale, ma si stabiliva l'arbitrato obbligatorio e si comminavano pene per gli organizzatori e gli esecutori degli scioperi.
Alla presentazione di tale disegno i ferrovieri risposero proclamando l'ostruzionismo, che su tutte le linee d'Italia cominciò il 26 febbraio. I ritardi enormi dei treni, le lunghissime soste nelle stazioni, la lentezza straordinaria di tutti i servizi indignarono immensamente l'opinione pubblica.
Ma al Senato il ministro Tittoni, parlando in nome di Giolitti ammalato, disse che un Governo liberale deve non solo rispettare la libertà, ma esigerne il rispetto.
Il Senato votò una mozione con cui si invitava il Governo ad intervenire per far cessare lo sconcio e a studiare il modo d'impedire che l'ostruzionismo paralizzasse i pubblici servizi e il Paese.
L'on. Giolitti o perché temeva, dopo l'ostruzionismo, uno sciopero ferroviario, e che essendo ammalato non avrebbe saputo fronteggiare, o perché vedeva nella mozione del Senato una condanna alla sua politica, il 4 si dimise con una lettera al re in cui diceva che aveva bisogno di un lungo riposo per rimettersi in salute. I suoi colleghi, non avvertiti, si dimisero anch'essi.
Ma forse questa scelta fu dettata dal voler lasciare ad un ministero da lui influenzato, ma non personalmente diretto, la gestione della difficile vertenza per la statalizzazione delle ferrovie.
Il re dovette affidare l'incarico ad un nuovo deputato, ma lo scelse su indicazione di Giolitti: Alessandro Fortis, che fu subito contrastato e rinunciò all'incarico; ma dopo un dibattito alla Camera, Fortis fu nuovamente designato a formare un governo.
La formazione e l'arco di tempo in cui rimase in vita questo "ministero ombra", e furono molti a considerarlo tale, ritenendo le dimissioni di Giolitti una temporanea fuga, pur rimanendo lui il "regista".

IL TERZO MINISTERO GIOLITTI
IL SUO PROGRAMMA

Il 18 maggio 1906 usciva dalla scena il Ministero Sonnino.
Durava da 13 mesi l'assenza di Giolitti, che riposatosi abbastanza bene da quella che fu da alcuni chiamata "fuga", ritorna alla ribalta chiamato dal Re per formare il nuovo Ministero.
Giolitti, lo costituì il 27 maggio, assumendo la presidenza del Consiglio e il portafoglio dell'Interno.
Questo terzo Ministero Giolitti ebbe vita lunga: durò, infatti, dal 27 maggio del 1906 al 9 dicembre del 1909; fu però funesto, come il primo, a parecchi dei suoi componenti.
Il 12 giugno, Giolitti espose al Parlamento il suo programma; vi entravano l'inchiesta sulla Marina e i provvedimenti per il Mezzogiorno, per la Sicilia, per la Sardegna e per i danneggiati dal terremoto e dal Vesuvio. Affermò anche che riteneva opportuno nominare due Commissioni parlamentari, affidando ad una l'incarico di studiare le condizioni dei lavoratori della terra nelle province meridionali e in Sicilia, specialmente in rapporto ai patti agrari; e all'altra l'incarico di studiare le condizioni della Sardegna e specialmente quelle degli operai delle miniere.
Le dichiarazioni dell'on. Giolitti ebbero l'approvazione della Camera.
Nel primo mese di governo del terzo Ministero Giolitti intensa fu l'attività legislativa: furono approvati i provvedimenti per il Mezzogiorno, per le isole e per o danneggiati dal Vesuvio, fu approvato il disegno di legge per il riscatto delle ferrovie meridionali e fu votata la conversione della rendita.
Il 29 giugno del 1906 il ministro del Tesoro presentò alla Camera un disegno di legge sulla conversione dei titoli delle rendite .
In modo da evitare giuochi di borsa, Giolitti invitò l'assemblea a discutere quel giorno stesso il disegno, quindi fu nominata la Commissione.
Nel medesimo giorno il disegno fu approvato dal Senato, sanzionato dal re e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Il successo dell'operazione, che doveva dare all'erario un utile di 20 milioni annui per i primi cinque anni, di 40 milioni poi, fu pienissimo.
Il giorno prima (28 giugno) era cominciata alla Camera la discussione intorno alla relazione della Commissione d'inchiesta sulla Marina. L'inchiesta era stata lunga e minuziosa e nella relazione, che comprendeva cinque volumi, erano consacrate gravissime accuse contro il ministero della Marina, relative allo sperpero del pubblico denaro.
Durante il dibattito diversi furono i deputati che si scagliarono contro la Commissione, la quale fu difesa non solo dal suo presidente e dal suo relatore, ma anche personaggi importanti. Per evitare uno scandalo, nella seduta del 4 luglio, Giolitti accettò un ordine del giorno di fiducia nella marina italiana e il presidente lo pose ai voti e lo dichiarò approvato fra il tumulto della Camera.
Nonostante le rivelazioni dell'inchiesta, il Parlamento si mostrò favorevole a concedere maggiori spese per la Marina da guerra fino a 160 milioni di lire.
L'inchiesta sulla Marina fu seguita, a distanza di parecchi mesi, da quella sull'esercito. Fu lo stesso Giolitti a presentare un disegno di legge per la nomina di una Commissione destinata ad indagare sull'organizzazione e sull'amministrazione dei servizi dipendenti dal Ministero della Guerra, disegno che fu approvato il 16 maggio del 1907. Anche in questo caso lo stato fu disposto a concedere una cospicua somma di denaro, e concesse anche il richiesto aumento dei salari per i soldati.
Un'altra inchiesta votò il Parlamento nel 1907: quella "sulle condizioni dei contadini nelle province del Mezzogiorno e in Sicilia". La Commissione nominata si propose specialmente di studiare le condizioni dei contadini e la natura dei patti agrari. Si sostenne che nel Mezzogiorno e nella Sicilia l'impedimento al progresso dell'agricoltura era costituito, dalla distruzione dei boschi, dalla malaria, dal latifondismo e dalla scarsità d'acqua e concluse affermando che dal rimboschimento, dall'aumento dei mezzi di comunicazione e dalla diffusione della cultura dipendeva l'avvenire del Mezzogiorno.
I TUMULTI E GLI SCIOPERI DEL 1906
Frequenti furono i tumulti e gli scioperi nel 1906. In Sicilia scioperarono gli zolfatari, che a Caltanissetta ebbero conflitti con la forza pubblica e con il loro atteggiamento ottennero che fosse subito votata la legge sul Consorzio obbligatorio degli zolfi; a Bari scioperarono i metallurgici, a Napoli gli studenti universitari, a Roma gli allievi guardie municipali, a Torino e a Genova i tranvieri, nel Vercellese i risaiuoli. Scioperarono anche i lavoratori del mare provocando per reazione la serrata degli armatori e il disarmo delle navi. E tra uno sciopero e l'altro si ebbero atti terroristici degli anarchici, che fecero scoppiare bombe nella capitale.
IL IX CONGRESSO SOCIALISTA
E IL TRIONFO DELLA TENDENZA INTEGRALISTA
Dal 7 al 9 ottobre del 1906 si tenne a Roma il IX congresso socialista. In questo Congresso si manifestò ancor più insanabile il dissidio tra riformisti e sindacalisti e trionfò la tendenza. Fu, infatti approvato l'ordine del giorno presentato dagli integralisti, il quale affermavano che il partito mirava alla socializzazione dei mezzi di produzione da raggiungersi con il metodo della lotta di classe e con il criterio di "una gradualità entro al seno stesso della società borghese”, usando i mezzi legali e solo in via eccezionale la violenza.
Non meno frequenti che nel 1906 furono i torbidi e gli scioperi nel 1907. Si ebbero quello degli operai delle Acciaierie di Terni, che, con la serrata, durò 93 giorni, quello dei vetrai di diciotto stabilimenti, quello dei tranvieri a Napoli, quello agrario ad Argenta, durato tre mesi, lo sciopero generale a Bari, lo sciopero dei gassisti a Milano cui seguì lo sciopero generale esteso a Bologna, a Parma, a Cremona e a Torino. Dovunque tumulti, conflitti, saccheggi; occupazioni violente di terre in Puglia dove l'agitazione durò dal settembre al novembre, barricate a Napoli; qua e là morti e feriti.
Le agitazioni si estesero anche tra gl'impiegati dello Stato e non lasciarono immune, purtroppo l'esercito. Carabinieri e guardie carcerarie chiesero miglioramenti, sottufficiali di Marina si agitavano alla Spezia, si agitavano i magistrati, si agitavano i professori universitari. I ferrovieri poi non mancarono di scioperare e il Governo non seppe infliggere altra punizione che quella di considerare dimissionari sedici fra i più compromessi.

DISCUSSIONE ALLA CAMERA SULL'INSEGNAMENTO RELIGIOSO NELLA SCUOLE PRIMARIE
II Grande Oriente di Roma, preoccupato degli accordi avvenuti con i cattolici nelle elezioni politiche ed amministrative intesi a combattere il pericolo socialista, nel novembre del 1906 ordinava ai massoni di essere intransigenti verso i clericali; in quel torno di tempo si costituiva un "Comitato nazionale" per fare una manifestazione anticlericale in occasione del 307° anniversario della morte sul rogo di Giordano Bruno, e la manifestazione, il 17 febbraio del 1907, avvenne a Roma, in Campo di Fiori; frequenti dimostrazioni anticlericali avvenivano a Messina, inscenate anche dagli studenti, che come impetuosità furono superati da quelli di Padova. A dare esca alle agitazioni anticlericali si diffondevano notizie vere o false di atti immorali commessi da preti in collegi femminili o in convitti maschili. Specie lo scandalo suscitato dalle turpitudini del sacerdote don Riva compiute in un asilo infantile milanese diretto dalla sedicente suora Giuseppina Fumagalli, commosse l'opinione pubblica e fece diventare più intensa la campagna anticlericale.
Il 14 gennaio del 1908, l'amministrazione popolare del Comune di Roma, presieduta dal sindaco ERNESTO NATHAN, ex-Gran Maestro della Massoneria, approvò il seguente ordine del giorno: "Il Consiglio Comunale di Roma fa voti perché Governo e Parlamento, in coerenza alle leggi vigenti, dichiarino esplicitamente estranee alla scuola primarie qualsiasi forma d'insegnamento confessionale". Continuava ad esserci però il regolamento del 1895, che conservava l'obbligo dell'insegnamento religioso nelle scuole se richiesto dagli interessati.
IL SINDACALISMO ITALIANO E LO SCIOPERO AGRARIO NEL PARMENSE
I sindacalisti italiani, decisi a rompere con i riformisti, il 27 giugno del 1907 si riunirono a congresso in Ferrara mentre questa provincia era funestata dallo sciopero agrario; un secondo congresso ci fu il 3 novembre dello stesso anno a Parma, dove poco dopo doveva scoppiare un gravissimo sciopero agrario, organizzato e guidato dai sindacalisti.
Gli scioperanti parmensi trovarono avversari ben più forti di loro nei proprietari della provincia, stretti intorno all'Associazione agraria, che si procurò manodopera per il lavoro dei campi assoldando lavoratori liberi fuori provincia, e a questi volontariamente si unirono studenti e giovani di buona famiglia, che più che usare la zappa non esitarono ad usare le armi per difendersi - così sostenevano- dalle violenze dei sindacalisti che giravano le campagne incitando gli analfabeti contadini a scioperare.
Fra disordini e tumulti, lo sciopero durò più di un mese e mezzo. Il 19 giugno 1908, avendo gli scioperanti tentato d'impedire l'arrivo dei liberi lavoratori (al grido di "crumiri") chiamati per la mietitura, la truppa intervenne per difenderli. Allora la Camera del Lavoro proclamò nella città lo "sciopero generale a oltranza", cui la Federazione industriale rispose con "la serrata".
Nacquero tumulti e la truppa, fatta segno da fitta sassaiola, occupò il 20 giugno i locali della Camera del Lavoro e arrestò una settantina di sindacalisti con l'accusa di "insurrezione armata contro i poteri dello Stato".
Continuò ancora per poco lo sciopero generale a Parma, per farlo cessare il Governo restituì il 24 giugno la Camera del Lavoro, provocando le proteste degli agrari e le dimissioni della Giunta comunale parmense.
Il fallimento dello sciopero segna la fine della prima stagione del sindacalismo rivoluzionario, e la Confederazione generale del lavoro (CGL) conferma i rapporti privilegiati con il PSI riformista.
LA LEGGE A FAVORE DEI DANNEGGIATI DAL TERREMOTO
Erano queste le condizioni dell'Italia, quando il 28 dicembre del 1908 un terribile terremoto, ripetutosi ad intervalli e seguito da un violentissimo maremoto, devastò la punta meridionale della Calabria e quella prospiciente della Sicilia, radendo al suolo numerosi villaggi e le belle città di Messina e di Reggio e causando oltre 150.000 morti.
Enorme fu il dolore di tutta la nazione e grandissimo lo slancio di solidarietà per portare aiuto nelle regioni colpite. Il re, la regina e alcuni ministri partirono subito per i luoghi del disastro, dove pure si recarono i duchi d'Aosta e di Genova; da ogni parte si organizzarono squadre di soccorso che gareggiarono con le truppe e coni marinari d'Italia e con gli equipaggi delle squadre russa, inglese, francese, e tedesca prontamente accorse.
Tutto il mondo fornì mirabile prova di solidarietà umana: comitati di soccorso si costituirono in Inghilterra, in Francia, in Germania, in America e denari e aiuti di ogni tipo giunsero in Italia.
L'8 gennaio del 1909 la Camera fu convocata straordinariamente per approvare un disegno di legge, presentato dal Governo, in favore dei danneggiati dal terremoto, disegno che stabiliva la somma di 30 milioni per la ricostruzione degli edifici pubblici, raddoppiava la tassa di bollo sui biglietti ferroviari e di navigazione e aumentava di un ventesimo le tasse sugli affari e le imposte sui terreni, sui fabbricati e sui redditi di ricchezza mobile.
Il Senato lo approvò qualche giorno dopo.
Dal momento che bande di "sciacalli" si erano organizzate nelle zone colpite per commettere ruberie e saccheggi, fu proclamato nei primi del gennaio lo stato d'assedio nelle province di Messina e Reggio, che durò fino al 14 febbraio.
DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA ESTERA
Il 1° dicembre del 1908 cominciò alla Camera la discussione sulla politica estera, che durò quattro giorni. La politica di TITTONI fu difesa dall'on. GUIDO FUSINATO che presentò e svolse una mozione di approvazione dell'opera della Consulta.
Molti parlarono contro la politica estera del Ministero.
Il discorso più elevato e più giusto di tutto il dibattito fu quello pronunziato il 3 dicembre dall'on. FORTIS. Egli, fra l'altro, toccò con molta sincerità il tasto degli anormali rapporti italo austriaci.
FORTIS con gli applausi fragorosi che coronarono il suo discorso, che esaltava il rapporto con gli altri due membri della triplice alleanza, indubbiamente aveva interpretato il pensiero di tutti; il suo successo fu enorme, ministri e deputati corsero a baciarlo ed abbracciarlo e fra questi ci fu lo stesso GIOLITTI.
LE CONVENZIONI MARITTIME
IL DISEGNO DI LEGGE SUI PROVVEDIMENTI FINANZIARI
DIMISSIONI DEL MINISTERO GIOLITTI
Essendosi la Navigazione generale italiana rifiutata di continuare a tenere l'esercizio dei servizi marittimi, il ministro delle Poste e Telegrafi, aveva stipulato nuove convenzioni con il Lloyd Italiano. Le nuove convenzioni incontrarono viva opposizione nel Paese e nella Camera e invano furono strenuamente difese dal ministro nella seduta parlamentare del 30 giugno 1909. Fu tale l'opposizione che il senatore PIAGGIO, rappresentante del Lloyd Italiano, con una lettera diretta al presidente del Consiglio, rinunciò alle convenzioni stipulate. L'8 luglio, Giolitti, dopo avere comunicato alla Camera la lettera, chiese la sospensione del dibattito sul disegno di legge e la Camera, accettata la proposta, prese le vacanze estive.
Il 18 novembre, vennero presentati gli emendamenti apportati al disegno sulle convenzioni marittime, ma l'opposizione non disarmò. Allora l'on. Giolitti, che desiderava sbarazzarsi di alcuni membri del suo Gabinetto e forse anche di prendersi un po' di riposo, pensò di dimettersi, ma per non mostrare che anche questa volta "fuggiva" a causa delle difficoltose convenzioni, presentò alcuni (improponibili) disegni di legge, tra cui uno di riforma tributaria con il titolo di "provvedimenti finanziari", che fissava un'imposta progressiva globale sui fabbricati, sui terreni e sui redditi di ricchezza mobile.
Gli uffici della Camera disapprovarono quasi all'unanimità i provvedimenti finanziari, e il 2 dicembre Giovanni Giolitti annunciò che il Ministero aveva rassegnato le dimissioni.
IL QUARTO MINISTERO GIOLITTI
Dietro indicazione dello stesso Giolitti il Re affidò l'incarico di costituire il nuovo ministero all'on. Sonnino, che lo formò il 10 dicembre del 1909.
Il nuovo Gabinetto Sonnino era destinato ad avere vita brevissima: solo un centinaio di giorni, come il primo. Si dimise il 21 marzo del 1910 a causa delle opposizioni incontrate dal disegno sulle convenzioni marittime e specialmente perché Giolitti si rifiutò di continuare ad appoggiarlo.
L'incarico di formare il nuovo ministero fu dato all'on. Luzzatti, che il 31 marzo costituì un governo simile al precedente.
Luzzatti fornì prova di molta attività e di molta abilità. Il disegno di legge sulle Convenzioni marittime, che era stato lo scoglio contro di cui si era sfasciata la nave dei due precedenti ministeri, fu approvato il 28 maggio del 1910. Approvata fu anche la legge sull'istruzione primaria. Inoltre furono emanati decreti in favore delle Puglie, promosse inchieste sui conflitti agrari della Romagna, apportato migliorie al sistema ferroviario, aumentate le paghe ai ferrovieri, stanziati 250 milioni di mutui per i comuni, istituito il Demanio forestale, caldeggiata la riforma del Senato e proposto un allargamento del voto politico con un disegno che, presentato alla Camera il 21 dicembre del 1910, riscosse il favore della maggioranza degli Uffici.
Ma l'attività di Luzzatti, smanioso di popolarità, sembrava volesse sottrarsi alla tutela giolittiana, non poteva non ispirare preoccupazioni all'on. Giolitti, il quale, creduto giunto il momento di riafferrare le redini del potere, si servì del disegno sulla riforma elettorale per fare lo sgambetto a Luzzatti.
La riforma elettorale che prima era stata appoggiata proprio dai giolittiani si trovò ad un tratto, osteggiata da loro stessi. Il Bertolini, relatore, in nome della Commissione parlamentare che aveva esaminato il disegno di legge, ne chiese il rinvio. Il 18 marzo, la Camera, discussa la relazione, a gran maggioranza accettò il rinvio. I ministri Sacchi e Credaro, avendo il gruppo radicali, cui essi appartenevano, dato il voto contrario, si dimisero e il 20 marzo, l'on. Luzzatti, rimasto solo, presentò anche lui le dimissioni.
Ottenuto quello che voleva, e avuto l'incarico di formare il nuovo ministero, Giolitti lo costituiva il 31 marzo del 1911, prendendo la presidenza del Consiglio e gli Interni.
Il 6 aprile l'on. Giolitti espose al Parlamento il suo programma, in cui erano compresi il monopolio delle assicurazioni sulla vita, i cui utili sarebbero andati a beneficio del fondo per le pensioni operaie, e l'allargamento del suffragio politico e amministrativo a tutti coloro che avevano servito sotto le armi o compiuti i trent'anni. Iniziatosi il dibattito, le dichiarazioni del Governo furono combattute dal centro destra e dal centro sinistra.
Il giorno 8 aprile, l'ordine del giorno di fiducia al Ministero, fu approvato.
Mentre quest'attività legislativa si esplicava, tutta la nazione celebrava il cinquantenario del Regno d'Italia.
Il 17 marzo 1911, fu commemorato al Parlamento il giorno della proclamazione del Regno fatta a Torino, il 27 marzo una solenne cerimonia celebrativa avveniva in Campidoglio alla presenza del sovrano; questi il 4 giugno inaugurava a Roma il monumento nazionale a Vittorio Emanuele II e, nel frattempo, a Roma e a Torino si inauguravano due grandi esposizioni e la reale Accademia dei Lincei promuoveva una pubblicazione con l'intento di rilevare tutti i progressi fatti dall'Italia nel cinquantennio della sua unità ed indipendenza.
Fra le voci solenni dei discorsi commemorativi che esaltavano, non senza retorica, l'opera del Risorgimento, si alzava gagliarda intanto la voce dei giovani liberali e dei nazionalisti, che -sognando prosperità e grandezza- in un altro modo volevano celebrare il cinquantenario del Regno: "spingendo" l'Italia verso le coste libiche.
Ma non erano solo gli italiani a esaltarsi con la campagna nazionalista, che quasi tutti i giornali "spingevano", ma anche il Re e Giolitti giudicarono che il momento propizio era arrivato…
LA CAMPAGNA NAZIONALISTA PER LA CONQUISTA DELLA LIBIA
Propizio anche all'esterno per una serie di motivi: la crisi marocchina che aveva portato la Francia ad un pelo dalla guerra con la Germania, andava placandosi; certo la Francia non poteva essere contenta di vedere l'Italia in Libia, però dopo la questione marocchina, non avrebbe potuto stendere la mano sulle due ultime province africane dell'Impero Ottomano, senza scatenare un conflitto generale. Tanto più che la Germania e l'Austria perseguivano con ogni mezzo la politica del "Drang nach Osten", appoggiando energicamente il regime modernista e nazionalista dei "giovani turchi".
Non poteva essere sfavorevole all'impresa dell'Italia, la Russia, per via delle sue tradizioni antiturche. Né lo era l'Inghilterra, che temeva l'insediamento della Germania nel Mediterraneo. Né a sua volta la Germania che temeva di perdere con l'Italia una preziosa alleata. Infine la stessa Austria non poteva assumere un atteggiamento diverso da quello della Germania.
Ma oltre a questi motivi, le suddette nazioni nemiche o amiche pensavano tutte ad una sola cosa: che l'Italia si sarebbe rotta il muso per la seconda volta in Africa; anche perché l'esercito italiano non riscuoteva tanto credito negli ambienti militari internazionali; inoltre il valore dei Turchi tutti lo avevano sperimentato sulla propria pelle.
Quello che accadde prima, durante e dopo la guerra, fu invece un capolavoro di discrezionalità e d'abilità diplomatica e militare. Ma tutto era già stato deciso da molto tempo nei più minuti particolari. L'ora X la conosceva solo Giolitti e il Re, e nell'ultima fase, quella operativa, solo il capo di stato maggiore e il ministro degli esteri.
Come vedremo in queste e nelle prossime pagine, nell'arco di poco più di un anno, l'Italia dichiarò: all'improvviso guerra alla Turchia; sconfisse le sue forze armate; proclamò unilateralmente la sovranità sulla Libia; costrinse l'impero Ottomano a trattare direttamente con l'Italia senza ingerenza delle altre potenze; e infine indusse la Turchia a riconoscere le sue conquiste. Il tutto mantenendo (ma solo apparentemente) inalterate le buone relazioni con le altre potenze.
Ricordiamo qui, che quando parliamo di Libia, ci riferiamo alla Tripolitania e alla Cirenaica. Solo dopo la conquista fu dato il nome a questo riunito territorio, con l'antico nome romano.
Già all'inizio del 1911 in Italia, messa in giro ad arte e in sordina, l'idea di un'occupazione della Libia incominciava a raccogliere consensi anche in alcuni ambienti socialisti e dei sindacati. Le voci di dissenso furono davvero poche; e tra queste si distinse solo quella tesa a dimostrare come la Libia non potesse costituire in effetti la nostra terra promessa ma, molto più modestamente e realisticamente, uno "scatolone di sabbia", come venne definita.
Insomma, Liberali, cattolici e nazionalisti erano favorevoli alla conquista della Libia per considerazioni di politica internazionale, per motivi di prestigio nazionale, per interessi economici, per ragioni di politica interna. Anche giornali poco inclini al colonialismo, come il Corriere della Sera di Albertini, diedero il loro contributo alla campagna a favore dell'impresa sostenendo la tesi che il territorio libico era una miniera intatta di grandi ricchezze naturali (e non si parlava allora di petrolio), e che la sua conquista avrebbe risolto il problema principale dell'economia italiana, cioè la mancanza di materie prime e di risorse naturali. La stampa cattolica, per sostenere la penetrazione commerciale e finanziaria del Banco di Roma (tutto cattolico), alimentava la propaganda imperialista presentando la guerra contro la Turchia come una nuova "crociata contro gli infedeli" e l'occupazione della Libia come una conquista di anime alla cristianità, nonostante la dichiarazione ufficiale del Vaticano che la guerra era soltanto un problema politico, col quale la religione nulla aveva a che fare.
In Arte, la reazione al "giolittismo" diede origine al futurismo, mentre in politica produsse due movimenti: quello dei liberali giovanili e quello dei nazionalisti.
Le pressioni a favore vennero dai fronti più disparati: la Banca di Roma che aveva già investito molto denaro in varie imprese in Libia, convinta da anni che sarebbe diventata una colonia italiana; i cattolici moderati che cercavano di conciliare cattolicesimo e bellico patriottismo; il "Corriere della Sera" il quotidiano più rappresentativo della borghesia italiana, che fino allora ostile alla politica di Giolitti si schierò a favore al pari dei sindacalisti rivoluzionari, di vari settori della sinistra; ed infine a dare pure loro il contributo, scesero in campo i poeti come D'Annunzio e Pascoli; si misero a celebrare il primo le "Canzoni delle geste d'oltremare", e il secondo a inneggiare all'impresa dell'Italia con il famoso pezzo, che divenne uno slogan....
L'ATTENTATO A VITTORIO EMANUELE III
Il 14 marzo 1912, Roma fu commossa dalla notizia di un attentato commesso contro Vittorio Emanuele III da un muratore anarchico, che sparò tre colpi di rivoltella, fortunatamente andati a vuoto, contro la carrozza del Re, mentre questi si recava al Panteon. L'attentato, ch'era opera di un pazzo, si disse essere stato preparato dai Giovani Turchi; e a Tripoli, in segno di gioia per lo scampato pericolo e di riprovazione del turpe atto, arabi ed ebrei nelle moschee e nelle sinagoghe fecero solenni cerimonie di ringraziamento che assunsero l'aspetto di manifestazione politica.
TRATTATIVE DI PACE
Mentre in Libia si combatteva, in Europa si pensava alla pace. Questa era desiderata dall'Italia, ma ancor più desiderata dalla Turchia, incapace di domare la rivolta dello Iemen e dell'Albania e piuttosto preoccupata dal malumore che serpeggiava nelle sue truppe e dal contegno aggressivo del Montenegro, della Serbia, della Bulgaria e della Grecia. Tutte sul piede di guerra per scrollarsi di dosso i Turchi e tutte intenzionate a conquistarsi l'indipendenza (Austria permettendo!).
Anche le Potenze europee desideravano la fine di questo conflitto, impensierite dal fermento balcanico ma anche dal furore anticristiano dei Turchi.
I negoziati diretti tra l'Italia e la Turchia ottennero buoni risultati, avviati per opera di due noti finanzieri.
Nel giugno del 1912, tornando da Costantinopoli, uno di questi si recò dal presidente del Consiglio Giolitti e gli disse che il Governo turco era desideroso di intavolare trattative direttamente con l'Italia.
Giolitti rispose che anche lui desiderava l'accordo e propose che la Porta nominasse delle persone di fiducia per incontrarsi con altri fiduciari del Governo italiano.
I colloqui cominciarono il 12 luglio, ma il 17 il gabinetto turco si dimise.
Il nuovo ministero turco era favorevole anch'esso alla pace, tanto che non accettò un ordine del giorno dei Giovani Turchi i quali volevano che la guerra fosse continuata fino a quando non fosse accertata la sovranità integrale ed effettiva sulla Tripolitania e sulla Cirenaica.
Il 12 agosto Pareva vicinissima la conclusione della pace e invece i Turchi cominciarono a tergiversare, a far circolar voci secondo le quali la pace non sarebbe stata possibile se l'Italia non si fosse accostata al punto di vista ottomano.
Alle tergiversazioni ottomane il Governo italiano rispose con un ultimatum con il quale concedeva alla Turchia tre giorni, dal 12 al 15 ottobre, per decidersi ad accettare le condizioni di pace fissate ad Oachy. I preparativi italiani per una vigorosa azione navale e il forzamento dei Dardanelli persuasero la Porta ad accettare le condizioni, e tre ore prima della scadenza dell'ultimatum fu firmato il protocollo preliminare.
Il Governo italiano ordinò subito la sospensione delle ostilità in Libia e i fiduciari turchi telegrafarono a Costantinopoli di riapplicare la normale tariffa doganale alle merci italiane. Il 17 ottobre, conforme ai capitoli del trattato preliminare, furono emanati i "firmani" imperiali, riguardanti le isole, la Libia e l'amnistia all'alleato dell'Italia IDRIS, e il decreto di Vittorio Emanuele III.
La sovranità italiana sulla Libia fu riconosciuta, entro il mese di ottobre, da tutte le Potenze, prima fra tutte la Russia, l’ultima la Francia
Il trattato di Losanna, sebbene criticato da molti, ma fu approvato.
L'ambasciatore italiano, conclusa la pace, ritornò a Costantinopoli; fu iniziata subito la restituzione dei prigionieri e fu prontamente liberata la missione italiana che venne arrestata durante il conflitto.
L'Italia non ottenne dal governo turco una cessione formale, ma solo la sua rinuncia ad amministrarla e ad occuparla militarmente.
LA “SETTIMANA ROSSA”
Da quando Giolitti iniziò la sua partita a scacchi con le grandi potenze, decidendo di invadere la Libia, prima che la Francia finisse per mettervi piede, all'inizio la sua politica ne uscì rafforzata, ma alla fine dell'"avventura", pur con una guerra vittoriosa e una pace redditizia, l'onda del suo successo fu di breve durata. Anzi finì per distruggere il "sistema giolittiano"
La mossa nell'estate del 1911, era stata abile, non solo perché forzata dalla crisi marocchina-francese, ma anche dettata da ragioni politiche interne: cioè per placare i nazionalisti e i clerico-moderati, e per andare incontro all'opinione pubblica dagli uni e dagli altri (e dal governo - ovvero i giornali giolittiani come La Stampa, Tribuna ecc.) ben orchestrata, fino al punto che si aggregarono pure alcuni socialisti, creando non pochi contrasti e scissioni nel loro partito.
I nazionalisti prima del 1908 erano poca cosa in Italia; il "nazionalismo italiano" era un movimento con alcuni nostalgici del "grande passato", e con molti insofferenti alle lotte sindacali, agli scioperi e al socialismo. Per questi ultimi motivi erano ben visti dalla classe media e piacevano particolarmente a molti industriali che guardavano all'ordine, al produttivismo, al profitto e alle colonie.
Quindi primo bersaglio dei nazionalisti era stato Giolitti, accusato di aver fatto troppe concessioni ai socialisti; ed erano, i nazionalisti in sintonia con i conservatori che accusavano lo statista piemontese di essere blando, sempre accomodante, e che agendo così stava consegnando lo Stato ai loro nemici.
In effetti Giolitti negli ultimi anni e durante la guerra in Libia, fece il giocoliere, ed era abile, ma non poteva farlo contemporaneamente con tutti. Quando faceva concessioni ai socialisti scontentava i cattolici. Se si alleava con i cattolici, perdeva i radicali. Se faceva il colonialista in Libia tradiva i socialisti. Se voleva intervenire sulla crescita economica doveva prima fare i conti con le casse vuote. Se i denari voleva cercarli presso i ricchi, subito veniva tacciato di fare del socialismo. Corteggiava i socialisti e i sindacati, e faceva accordi per mantenere legittimità allo Stato e alle sue istituzioni.
Corse ai ripari allargando il suffragio universale il 25 maggio 1912, convinto di allargare il consenso, ma non avendo lui un partito di massa (di destra moderata), e un partito liberale bene organizzato in tal senso, a guadagnarci (con il 70% degli analfabeti degli aventi diritto al voto) furono proprio i socialisti e soprattutto i cattolici che iniziarono ad essere indipendenti e a non più dare quell'appoggio che Giolitti andava cercando in mezzo a loro.
Infine ai temi fino allora predicati dai nazionalisti più in una forma letteraria che non politica, e che quindi sembravano non preoccupare nè a indebolire Giolitti, all'improvviso si aggiunsero i nuovi temi, quelli del 1908, e iniziarono a potenziarsi, quando non reagendo il Governo alla politica imperialista e colonialista delle sue due alleate, i nazionalisti aumentarono le loro file facendosi interprete di un sentimento di frustrazione condiviso da molti italiani; che l'Italia era l'unica tra le potenze europee a non acquisire colonie; che era l'unica rimasta indietro nell'industrializzazione; che milioni d'italiani per vivere erano costretti ad emigrare; che l'Italia come potenza era oscurata dalle sue due alleate della Triplice; e infine dopo aver provato a voler cercare spazi vitali come le altre, era stata sconfitta ad Adua nientemeno che dagli abissini; insomma i nazionalisti insistevano sulle colpe e sulla redenzione futura; e dato che gli italiani già non erano più quelli di Crispi e di Adua, i nazionalisti iniziarono ad ascoltarli.
E costituirono la chiave di volta di tutto l'interventismo anche nella successiva guerra mondiale. Essi approdarono alla tesi dell'intervento a fianco dell'Intesa, dopo aver sostenuto in un primo tempo l'allineamento con gli Imperi centrali, palesando - come del resto altri settori dello schieramento politico - una chiara volontà di partecipare alla guerra non tanto per obbiettivi precisi, quanto per uscire dalla crisi nella quale la società italiana si dibatteva...Ecco perché nell'interventismo confluirono come in un crogiuolo uomini e tendenze politiche di provenienza così diversa, e perché in esso si realizzarono tante conversioni, altrimenti difficilmente spiegabili".
Nei giorni roventi che precedettero l'intervento dell'Italia in guerra (in quella mondiale del 1915), l'attacco contro Giolitti e la maggioranza neutralista del Paese si fece sempre più serrato, più aggressivo, più protervo e violento, è una sobillazione alla rivolta, alla distruzione delle istituzioni della ancora giovane democrazia italiana. Nell'edizione del 15 maggio 1915 "L'Idea Nazionale" (un quotidiano romano portavoce degli interessi che puntavano al protezionismo industriale e al nazionalismo economico, contrapponendosi al sistema liberistico) spara un violento articolo di fondo, titolando "Il Parlamento contro l'Italia".
Prima della Guerra mondiale, gli scioperi in ogni parte d'Italia, l'annessione austriaca, quella francese in Marocco, l'accomodante politica estera e le astute manovre di Giolitti in quella interna con le controversie risolte male o non risolte affatto, furono i validi motivi per appoggiare i nazionalisti con tutti i mezzi l' "avventura" libica concepita da Giolitti. Dopo aver reso malleabile l'opinione pubblica a favore della guerra in Libia, energicamente appoggiandola (e si gloriarono di aver forzato Giolitti a fare questa guerra), quando arrivò il successo e l'ubriacatura della vittoria l'uno e l'altra fornirono forza ai nazionalisti che si presero così il merito della guerra vittoriosa, e li resero popolari. L'Italia aveva lavato l'onta di Adua e finalmente l'Italia aveva la sua colonia.
Non trascuriamo poi l'appoggio dato ai nazionalisti dai finanzieri e dai grandi industriali, che in Libia avevano già fatto importanti investimenti. E fra questi, il Banco di Roma, che oltre a finanziare alcuni giornali cattolici, tra cui il "Corriere d'Italia, che appoggiò la guerra, la stessa banca non dimentichiamo era vicina al Vaticano, infatti il vicepresidente era ROMOLO TITTONI (fratello di Tommaso Tittoni ministro degli esteri 1903-1909). Tutto ciò significava Che nell'opinione dei cattolici nello spingere l'Italia all'avventura libica, c'era uno smaccato appoggio al movimento nazionalista. E se Giolitti fino il giorno dell'inizio della guerra per la sua politica cercava l'appoggio dei cattolici moderati, e quasi vi era riuscito, dopo, alla fine della guerra i cattolici moderati, avendo mostrato il loro patriottismo ed entrando così a far parte dell'unità nazionale (anche se questo connubio non ricevette mai la benedizione della Chiesa) diventarono i migliori alleati dei nazionalisti. E pur dissociandosi da loro (chiamandoli guerrafondai, imperialisti senza scrupoli, tracotanti) le affinità più di vedute che non ideologiche, alle elezioni successive (del 26 ottobre 1913) fece nascere un alleanza che procurò ad entrambi vantaggi; i nazionalisti per la prima volta entrarono in Parlamento conquistando sei seggi, e i cattolici iniziarono a creare un partito di massa entrando con autorevolezza e con una certa indipendenza nell'arena politica (ma il successo maggiore fu -come commentò l'Osservatore Romano -"di aver impedito l'elezione a oltre 100 candidati, che sarebbero andati ad ingrossare la schiera, già sensibilmente aumentata, dei partiti sovversivi" E fra questi i socialisti (che poco prima stavano invece per entrare nel governo a braccetto di un più morbido Giolitti).
La guerra libica aveva smorzato i bollori socialisti; loro si erano opposti alla guerra per principio, ma i tentativi fatti per mettersi contro la guerra, contro Giolitti, contro i nazionalisti, contro i cattolici, non solo li isolò agli occhi dell'opinione pubblica (diventata all'improvviso tutta nazionalista), ma isolò perfino alcuni suoi deputati che così fornirono spazio dentro il partito a quelli dell'ala "rivoluzionaria" che iniziarono a conquistare l'appoggio anche dei sindacati socialisti moderati.
Dopo la pace di Losanna, i socialisti tornarono a ridestarsi provocando agitazioni e scioperi. Scioperarono i marmisti del Carrarese nell'inverno e nell'estate del 1913; scioperarono nel maggio gli operai automobilisti di Milano e dall'aprile al giugno quelli di Torino; nel maggio e nel giugno scioperarono gli edili a Modena e a più riprese, nella primavera e nell'estate, e in varie città i metallurgici. Uno sciopero generale promosso dai sindacalisti, si ebbe nell'agosto a Milano; scioperi agrari tumultuosi si ebbero nell'Imolese e nel Ferrarese; di fattorini telegrafici a Milano, degli avvocati e procuratori in diverse città, e infine, per tacere altri meno importanti, uno sciopero dei lavoratori del mare.
Tutte queste agitazioni non causarono grande ripercussione nella vita parlamentare, dominata quasi completamente da Giolitti, il cui gabinetto non attraversò alcuna crisi. Subì solo qualche mutamento .
Il 29 settembre fu sciolta la Camera e furono convocati i comizi per le elezioni del 26 ottobre - 2 novembre 1913.
IL PATTO GENTILONI
Queste elezioni furono precedute dal famoso "patto Gentiloni". Curia e Governo (Giolitti) si accordarono. La prima aveva interesse che la Camera non seguisse una politica anticlericale; il secondo desiderava assicurare ai candidati ministeriali l'appoggio dei cattolici.
Il patto Gentiloni produsse i risultati che la Curia e Governo si ripromettevano: sostenere lo Stato liberale. Circa due terzi della Camera furono composti da deputati legati a Gentiloni (in modo poco opportuno) si vantò di averne fatti eleggere 228 -che voleva dire liberali eletti con i voti dei cattolici - il "Messaggero" ne pubblicò gli elenchi, provocando imbarazzanti smentite da parte di molti di loro).
Il 27 si riaprì il Parlamento e il giorno dopo fu eletto presidente della Camera l'on. MARCORA, segno evidente che la maggioranza della nuova assemblea era sì giolittiana (304) ma poco solida, e con tanti liberali delle varie tendenza.
Inoltre dalla maggioranza, il 7 marzo 1914, per il rifiuto di votare alcune spese di guerra, si staccò il gruppo radicale, il che portò alle dimissioni di tutti i ministri e sottosegretari radicali.
Giolitti non volle nemmeno un voto di fiducia. Tre giorni dopo si dimise e con lui tutto tutto il ministero.
Il 12 marzo, il re incaricò a costituire il nuovo governo a SONNINO, che però rifiutò, incapace com'era di formare un ministero con la più che sicura opposizione di tutti i giolittiani.
Giolitti dovette compiacersi di queste difficoltà; ancora una volta rimase in disparte, ma fu lui a suggerire al Re il nuovo premier: il conservatore di destra ANTONIO SALANDRA.
Il sovrano lo incaricò a formare il nuovo governo, e Salandra con l'aiuto di Giolitti, lo costituì il 21 marzo, prendendo per sé la presidenza del Consiglio e l'Interno.
Tuttavia erano tempi critici per un gabinetto pur abbastanza saldo come quello capitanato da Salandra; si trovò dentro nella bufera di due momenti molto difficili per l'Italia: prima gli scioperi e finiti questi, subito dopo una guerra da affrontare.

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Esempio



  


  1. silvia

    tesina per maturità su giolitti, età giolittiana, verismo e naturalismo francese


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