Pirandello

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Testo

Pirandello
Vita
o Famiglia agiata
o Tradizioni garibaldine T interventista
o Studi in Germania S approfondimento conoscenza degli autori romantici e umoristi
Tema della follia: è questo un tema che percorre tutta la produzione di Pirandello; è ovvio che egli a differenza di Svevo non legge Freud, non lo conosce prima del ’30 e quindi non ne è influenzato. E’ contagiato dallo psichiatra Binet, che gli offre le formule scientifiche di due atteggiamenti psicologici:
1. la variabilità degli stati psicologici
2. la scomposizione della personalità.
Riprende da Schopenhauer l’idea che la realtà è una costruzione soggettiva dell’uomo, recupera la sua idea di inconscio, che viene chiamato forza oscura, segreta, inconoscibile. C’è una parte di noi che non c’appartiene, in cui non ci riconosciamo più, e nonostante i nostri sforzi per soffocarla essa a tratti prende vita. In noi esiste una parte segreta ed incontrollata, una forza che provoca alterità.
Temi
o Tema dell’altro: è un secondo Io presente nell’individuo
o Tema dell’individuo che si guarda allo specchio e non si riconosce
o Idea che il nostro Io non è uno ma tanti
o Paura d’impazzire, o la voglia di fare il pazzo per porre la verità di fronte alla gente
o Presenza in noi di un “gorgo” che è in fondo all’essere, un vero e proprio antro della bestia, che produce nell’individuo dei lampi di follia.
Teatro: per le scene, Pirandello adatta gli schemi ed i personaggi delle novelle e dei romanzi. C’è una rivoluzione del linguaggio drammatico, che si fa portatore di un pensiero irrazionalistico.
Dal 1921 circa si dedica completamente al teatro, e l’anno successivo abbandona il mondo piccolo borghese e segue la sua compagnia teatrale in tournee.
Dal 1924 aderisce al Partito Nazionale Fascista, viene appoggiato dal regime. La sua adesione, nonostante tutto appare irreale, poiché il fascismo in quel periodo è debole (dopo il delitto di Matteotti). Vi aderisce per diverse ragioni:
1. per il gusto di andare controcorrente, poiché il suo spirito antiborghese vede nel fascismo la realizzazione della vitalità e della genuinità, che prevedeva l’eliminazione delle forme false del suo tempo
2. vede nel fascismo una garanzia di ordine sociale e politico
3. per la sua radicata diffidenza nei confronti dei partiti tradizionali
4. per il suo bisogno di certezze, che lo ponessero al riparo dal suo relativismo
5. sognava di far nascere un teatro di stato, protetto e sovvenzionato dallo stato stesso e dal regime.
Pirandello nella sua esistenza ha bisogno di certezze, e quando il fascismo diventa regime, egli prende le distanze da tutto e da tutti, riaffermando così la sua profonda voglia di libertà assoluta: critica tutte le istituzioni sociali e le maschere che la società impone ai cittadini.
E’ un falso problema chiedersi se esiste una filosofia di Pirandello, nel post-decadente c’è una compenetrazione tra filosofia e letteratura poiché entrambe parlano dell’essenza dell’uomo: dalle opere di questo autore emerge una concezione filosofica dalla quale deriva un a-priori.
Nel pensiero di Pirandello sono presenti quattro dicotomie:
1. rapporto flusso – forma
2. rapporto volto – maschera
3. rapporto tempo – durata
4. rapporto comicità – umorismo.
1. Flusso – forma: questa dicotomia riguarda l’impossibilità della conoscenza. Pirandello ritiene che l’universo sia in continuo divenire, quindi è soggetto ad una continua mutazione: in questo modo il soggetto è contemporaneamente se stesso, ma anche qualcosa di diverso. Emerge qui la concezione vitalistica dell’autore, per cui tutta la realtà è “vita”. “Vita” significa perpetuo movimento vitale, è mutamento ed evoluzione. L’uomo si trova nell’universo quindi è partecipe di questo flusso; all’uomo non basta far parte della vita, ma vuol comprenderne il flusso vitale, vuole rapportare il flusso a qualche sistema fisso in modo da capire ciò che muta e ciò che resta: l’uomo è spinto a questo tipo di conoscenza dalla sua stessa essenza. L’uomo cerca di porsi di fronte a questo flusso per analizzarlo, per capire l’intima essenza della vita; l’uomo però non ne ha i mezzi, è limitato nello spazio e nel tempo: la sua indagine o non porta da nessuna parte o se va bene riesce a cogliere solo aspetti parziali e superficiali dell’essere, che Pirandello chiama forme, vere e false al contempo. La forma nel momento in cui la si coglie è vera perché è pertinente all’essere, però essendo un flusso inarrestabile è mutevole, e quindi in un tempo differente essa risulterà falsa. Le cose quindi non sono altro che una serie incoerente di stati mutevoli. L’uomo cerca di imbrigliare questo flusso in forme finite, cerca di coglierne i diversi aspetti a più forme l’uomo produce, più l’uomo si illude di imbrigliare qualcosa di mutevole in una realtà finita più l’uomo sbaglio, più egli spreca energia, più l’uomo si aliena e meno accetta il suo divenire.
2. Volto – maschera: ciascuno di noi è flusso, ogni ora, minuto, secondo, siamo diversi. Sotto la maschera c’è un volto indefinito. Noi abbiamo delle maschere con le quali ci presentiamo in società: noi siamo un flusso incoerente di stati (teoria della frantumazione dell’Io). Nonostante ciò, noi e la società ci vogliamo identici, quindi assumiamo delle maschere che sono diverse perché esse dipendono da diversi fattori (indole, periodo storico…). In ogni caso anche se diverse queste maschere, sono fossilizzate, morte. Nella nostra vita non ci mostriamo per quello che siamo, assumiamo una maschera a seconda di coloro che abbiamo davanti. Non siamo autentici nemmeno quando dormiamo perché magari sogniamo della nostra vita. La comunicazione per gli individui non è possibile, perché ogni cosa viene filtrata in modo diverso, siamo uno, nessuno e centomila. Una stessa cosa viene recepita in modi diversi: siamo uno perché ciascuno di noi pensa d’essere un individuo autentico, però di fatto il suo essere si manifesta come centomila persone diverse; ciascuna di queste centomila visioni è poi modificata dalle diverse ottiche degli altri, poiché si può essere valutati in modo diverso a seconda di chi ci si sta di fronte; quell’uno potenziale non si manifesta mai nella vita, non esiste la possibilità di mostrare la propria unicità, quindi gli individui non risultano essere nessuno. Da questo tipo di riflessioni nasce il conflitto tra vivere e vedersi vivere, che scaturisce poi nel nichilismo, poiché critica i valori tradizionali, smascherando le convenzioni sociali che portano alla limitazione della libertà dell’uomo; d’altra parte c’è una connotazione vitalistica, nella quale si tiene conto della vita come movimento. Per Pirandello il vitalismo è dettato dalla natura, è l’individuo stesso che si illude di condurre a qualcosa di fisso il flusso vitale che scorre dentro di lui: per l’autore questo consiste nel dare una forma alla vita, ma in questo modo si crea una guerra interna nell’individuo tra l’esigenza di essere se stessi seguendo il flusso vitale, e l’esigenza di essere per gli altri bloccando il flusso (essenza VS maschera). La maschera è quindi la forma di vita bloccata, che nonostante ciò permette i rapporti interpersonali.
3. Tempo – durata: il tempo è una delle tante forme create dall’uomo, quindi è falsa. Risulta perciò vera la nozione di durata, cioè il tempo soggettivo, della coscienza. La durata non conosce distinzione tra passato, presente e futuro, quindi nella mia coscienza posso andare avanti e indietro nel tempo. Per questo motivo ogni individuo è una galassia a se stante, che non può comunicare con gli altri, perché manca qualsiasi termine comune di riferimento e manca qualsiasi mezzo che veicoli i messaggi senza interferenze e manipolazioni.
L’uomo per capire il flusso vitale crea forme sempre nuove, si aliena allontanandosi dal flusso. Le forme oltre ad essere inadeguate a rappresentare il flusso, lo isolano dalla realtà stessa che è continuo divenire. Le forme accumulate tra loro, sono la cultura e la civiltà: più queste sono evolute, più esse soffocano l’uomo perché lo isolano dalla natura cioè dalla “vita”. In conclusione, non esistono forme vere o false, lo sono contemporaneamente ed alienano l’uomo.
Se la vita è flusso vitale ed eterno divenire, staccarsi dal flusso per prendere una forma definita significa irrigidirsi, iniziando così a morire. Pirandello dice che la vita psichica è un flusso di sensazioni, la realtà è fluida e mobile, l’Io non ha una struttura e una forma permanenti: la cultura umana s’illude di poter fissare la vita in una forma, perché crede che in questo modo si possa conoscere la realtà, ma veramente essa conosce qualcosa prodotto da sè stessa, da una cristallizzazione che non rappresenta la sostanza mobile che informa la realtà. Noi conosciamo le cose non come esse sono, ma come esse ci appaiono, a seconda della nostra cultura, del periodo storico in cui viviamo, etc., quindi per capirle meglio dobbiamo usare la lanterninosofia. In questa teoria:
o Si contesta l’esistenza dell’Io, che non esiste come individualità staccata dal resto dell’universo
o Se non esiste l’individuo separato dall’universo, egli contesta anche la consistenza della realtà esterna a la realtà oggettiva è una nostra costruzione.
La lanterninosofia
Quando noi nasciamo, ognuno possiede un lanternino (rif. pag. 432) che proietta luce intorno a noi: il lanternino è simbolo delle nostre illusioni. Noi siamo in realtà un flusso indistinto e sotto la maschera che ci siamo creati, si cela il nostro vero volto indistinto. Se mancasse il lanternino, noi saremmo immersi nel buio dell’indistinto. Il cerchio di luce indica come il nostro Io abbia un carattere fittizio e come la realtà sia inconsistente. Se il cerchio di luce in realtà non esiste, il buio al di là del lanternino non esiste anch’esso: la luce è ciò che c’imprigiona.
In realtà noi non ci siamo mai staccati da questa “vita”, se non per la nostra percezione del flusso: a causa della luce noi crediamo di essere degli individui conclusi in noi stessi, ma sarà la morte a distruggere le nostre false credenze, facendoci capire che noi siamo sempre rimasti immersi nel flusso vitale, e quindi con la morte ci riconciliamo all’indistinto. In fin dei conti la morte ci rende consapevoli di far parte del flusso indistinto della realtà e quindi, in questo senso, è vista con accezione positiva.
I lanternoni sono le ideologie che danno sicurezza al nostro vivere: se si spengono si perdono tutti i punti di riferimento. Il momento in cui i lanternoni si spengono, è paragonato da Pirandello allo strappo nel cielo di carta nel teatrino delle marionette. La marionetta agisce perché considera vero il cielo che la sovrasta, ma se questo si strappa essa entra in crisi con il suo sistema di valori, non riesce più a recitare la sua parte, le certezze che possedeva si dissolvono. Se s’ignora il carattere convenzionale del reale, le certezze dell’uomo si distruggono ed egli si rende conto della prospettiva soggettiva ed illusoria del reale, della sua parzialità: lo strappo equivale quindi ad una presa di coscienza della limitatezza dell’umano.

Pirandello e il conflitto tra vivere e vedersi vivere
L’individuo ha la sicurezza che al di là delle persone, vi siano delle qualità che rimangono; tuttavia quando un incidente costringe l’uomo a prendere coscienza di essere identificato, o di identificarsi in una maschera, allora questo porta ad uno straniamento, ad un’alienazione; ci si vede vivere, va in frantumi la coscienza di sé e l’esistenza appare come un procedere senza punti di riferimento.
Pirandello riprende il termine maschera dalla tradizione del teatro greco. La maschera indica che non ci si può liberare dalle convenzioni, ma si è costretti all’enorme pupazzata cioè ad un grande spettacolo di burattini. La vita sociale è sinonimo di non autenticità, strapparsi la maschera significa rivelare la vita nuda e l’esistenza piena. I protagonisti delle opere di Pirandello sono quelli che capiscono come funziona la società, scelgono di fuggirla e di guardarla dall’alto, e facendo in questo modo vengono considerati pazzi da chi li circonda. Tutto ciò porta Pirandello ad un relativismo psicologico orizzontale (si veda “Il fu Mattia Pascal”), nel quale viene analizzato il rapporto che l’individuo ha con gli altri. Quando si nasce in un determinato contesto sociale, è assegnata una parte, una forma che costringe a comportarsi in una determinata maniera. Esiste sotto questa forma la vita, quindi si avvertono sentimenti ed impulsi che si contrappongono alla maschera e alla parte che ci hanno imposto; però noi freniamo questi impulsi per non ferire gli altri e perché abbiamo bisogno di punti di riferimento, altrimenti siamo travolti dal caos. Capita però che “l’anima istintiva” (cioè il flusso) esploda violentemente in noi contro “l’anima morale” (cioè i lanternoni): saltano i pudori, i freni inibitori e si dà sfogo all’istinto, diventiamo come un violino fuor di chiave, cioè stonato rispetto alla forma. Se si esce dalla forma si prova un senso di libertà, ma in un certo senso ci si assegna un’altra forma, diversa dalla prima ma altrettanto illusoria, provvisoria e soffocante. Non è possibile tornare alla vecchia forma, tutto è mutevole.
Secondo Pirandello quindi, l’uomo scopre il contrario, la dicotomia tra volto e maschera, e può reagire in diversi modi:
1. reazione passiva: è tipica di coloro che si rassegnano alla maschera e alla forma che li imprigionano, sono delusi dall’esperienza nella nuova forma. Chi si rassegna sente la pena del vedersi vivere e compie gli atti come se appartenessero ad un’altra persona: si vive con il senso di una frattura tra quello che si vorrebbe vivere e quello che si è costretti a vivere
2. reazione ironico-umoristica: l’individuo non si rassegna alla maschera ma dato che non può liberarsi sta al gioco delle parti, sorride di queste convenzioni della società
3. reazione drammatica: è la reazione di chi non si rassegna, porta ad una solitudine estrema o nei casi limite anche al suicidio.
La seconda soluzione è quella più adeguata, è quella dell’eroe straniato.
Nel relativismo psicologico verticale viene analizzato il rapporto dell’individuo con se stesso (si veda “Uno, nessuno, centomila”). Il reale dramma dell’uomo di Pirandello è il continuo negarsi del reale all’individuo; dal fondo del subcosciente, che è la forma più scura e misteriosa dell’essere, affiorano sempre nuovi impulsi che rendono l’uomo diverso dagli altri, diverso dal sé di prima e dal sé di dopo: è in continuo divenire. E’ allo stesso tempo quello che crede di essere, cioè nessuno poiché muta continuamente e non può fissarsi ad una personalità, non si riconosce nella forma che gli altri gli attribuiscono; è allo stesso tempo centomila perché ognuno muta continuamente, e ognuno lo vede a modo suo. L’uomo in questo modo scopre:
o la frantumazione della personalità in centomila aspetti
o il fatto che non si possa esistere al di là delle proprie dissociazioni: la condizione umana è posta sotto l’atroce alternativa, per la quale la vita o si blocca in forme che uccidono il movimento vitale (v morire) o si viene trascinati dalla vita ( la vita disperde l’individuo).
Per quanto riguarda il relativismo filosofico e conoscitivo si veda il paragrafo 2.2 nel libro. Ad ogni modo si può dire che mentre all’inizio per Pirandello non c’è essenza ultima, nella produzione tarda recupera istanze tipicamente decadenti.
Uno, nessuno, centomila (U v.p. 444)
Moscarda accetta di alienarsi, accetta di vivere e morire ad ogni istante. Egli è un personaggio che trasmette un messaggio positivo: propone il rifiuto totale di ogni identità individuale, rifiuta persino il suo stesso nome: si estranea dalla società e dalle sue convenzioni, rifiuta di chiudersi in qualsiasi forma parziale, sprofonda nel fiume mutevole della vita, sceglie di vivere e non di morire l è un insegnamento di vita che propone un’alternativa alle finzioni della società.
Rapporto con la società
Pirandello è anarchico, non si capisce come ad un certo punto egli aderisca al Partito Nazional Fascista, quindi dimostri di accettare le istanze conservatrici. Possiamo dire che nonostante ciò, il suo comportamento non presenti contraddizioni, Pirandello ritiene che a rendere la vita complicata ci si metta l’uomo stesso. E’ vero che l’anarchia è liberazione da ogni regola, però nel momento in cui ci si deve adeguare alle regole della società, è preferibile un regime rispetto alla democrazia per il fatto che l’uomo è ribelle. E’ meglio perciò uno stato forte che eserciti il potere in funzione non solo di una classe sociale, ma a beneficio di tutti gli uomini.
Scopo fondamentale dell’opera di Pirandello
Pirandello parte dalla conoscenza della vita popolare, dalla conoscenza della piccola borghesia: quando scrive la sua opera, vuole presentare non dei materiali per fare letteratura, ma dei frammenti d’esistenza che siano immagine della crudeltà e dell’aggressività che regolano la vita. Vuole partire dalle condizioni di vita reali per scoprire le contraddizioni, vuole scoprire il peso dell’artificio, vuole evidenziare la pena d’essere uomo. Descrive lo stato d’animo di chi si ribella alle maschere, ai luoghi comuni, alle ipocrisie: tende ad un autentico miglioramento della società.
Un’arte che scompone il reale (U v.p. 391)
La creazione artistica nasce dalla sfera emotiva, dal sentimento: l’opera d’arte ci descrive delle situazioni di vita. La ragione analizza la situazione, coglie i meccanismi, organizza ciò che il sentimento produce, la riflessione non produce riflessi tangibili. Quando il controllo della ragione si fa sentire sul sentimento, allora abbiamo arte umoristica che nasce dal sentimento ma ha l’assistenza della riflessione, che è base dell’umorismo: è un’arte scissa, disarmonica, che nel suo farsi si giudica e si analizza, quest’arte non può mai vedere le cose in unità, deve sempre vederle da punti di vista diversi ed opposti; la riflessione coglie il carattere contraddittorio delle cose, quindi emerge l’idea di un mondo come frantumato e polivalente, non imprigionabile in schemi fissi. Anche la psiche nell’arte umoristica è vista come un’insieme di parti diverse che si agitano nello stesso individuo: si crea così un’arte disarmonica dove ogni pensiero critica il suo opposto.
La comicità è l’avvertimento del contrario: la sua essenza è una sorpresa che mi trova del tutto impreparato poiché ci si aspetta di vedere il contrario di quel che si vede. L’essenza dell’umorismo è data dal comico e il tragico assieme, si intrecciano il superficiale, l’immediato assieme al tragico.
L’umorismo è più profondo della comicità, c’è l’intervento della riflessione in misura pari al sentimento. L’umorista è l’erma bifronte, l’autore intreccia comico e tragico, è un miscuglio di sentimenti controllato dalla ragione, la riflessione si fa preponderante.
Avvertimento del contrario A analisi razionale riflessione
La scoperta della verità non induce ad assumere una posizione di superiorità, l’umorismo è un’arte che produce solidarietà perché fa emergere una condizione umana della quale lo stesso autore partecipa. L’arte umoristica aggredisce le false certezze, c’è identificazione con il soggetto che produce il ridicolo, c’è solidarietà, c’è comprensione: in quest’ottica sentimento significa anche partecipare e fraternizzare con gli altri sul tema del dolore. Per Pirandello l’umorismo è strumento di negazione di ogni disegno gerarchico fondato su una scala di valori oggettivi. Con l’umorismo l’artista scompone la realtà attraverso la riflessione, quindi essa non ha un ruolo di sintesi, ma è uno smontaggio delle apparenze, è questa una riflessione critica e corrosiva che rovescia le norme, che va nel fondo delle cose per scoprirne le motivazioni profonde. Con la riflessione si cerca di capire cosa c’è al di là della realtà distorta rispetto ai normali parametri di comprensione. Pirandello si presenta come umorista:
1. per l’atteggiamento critico rispetto ai valori e alle valenze tradizionali
2. per la fusione di temi alti e bassi
3. per la presenza di stili diversi.
L’umorismo consiste nel vedere il contrario di tutte le cose, il loro lato nascosto, però l’autore umorista non è lieto di queste capacità: come le antiche statue, con due facce piange e ride insieme, prova pietà e comicità insieme per ciò che descrive. L’arte è carnevalesca in quanto improntata al rovesciamento della realtà, al sovvertimento di modelli e certezze.
Pirandello è contro il Romanticismo perché valorizza troppo il sentimento, mentre si collega ad autori come Manzoni e Verga: la riflessione scompone e mette in ordine, ma questo per aderire meglio alla vita nuda; così come Manzoni e Verga anche Pirandello sente l’esigenza di fedeltà alla vita. In questo senso anche sul piano della lingua e dello stile, lui parla di stile di cose contrapposto allo stile di parole (quello della tradizione), cioè l’autore vuole aderire alla vita quotidiana.
Si può notare come nell’arte umoristica c’è forte presenza della ragione, ma questa arte non è razionalistica: in apparenza le opere pirandelliane tengono in gran conto la ragione, ma le vicende narrate mostrano che è impossibile una qualsiasi conclusione razionale, visto che per Pirandello “la vita stessa non conclude”; Pirandello non ha fiducia nella ragione, la usa solo per dimostrare che non conduce a nessuna certezza. Recupera dagli antichi sofisti il ragionamento probabile ma non vero.
L’autore umorista non può e non vuole ricomporre la realtà in forme armoniche; egli non vuole mettersi al centro dell’opera, rinuncia al tradizionale ruolo dello scrittore perché ha perso ogni privilegio intellettuale, trascrive la realtà senza possibilità di intervenire per modificarla. Lo scrittore testimonia la relatività di ogni cosa, il caos, il flusso incessante; la letteratura umoristica è quella che meglio descrive la disgregazione del soggetto, è un’arte che dà origine a opere necessariamente scomposte perché la riflessione impedisce al sentimento di ricreare un’armonia, in quanto sia l’autore che il lettore sono costretti a ragionare su quanto rappresentato. Manca l’immedesimazione emotiva, ma si confronta la propria condizione con quella del personaggio; l’autore è coinvolto nella condizione esistenziale del personaggio della sua opera. La letteratura umoristica, dice Pirandello, non è la migliore ma è quella che meglio di altre esprime la condizione moderna dell’uomo. Pirandello sente l’inadeguatezza dell’arte che porta alla creazione d’opere armoniose, perché queste opere sono fondate sulla fede nell’uomo, capace di dominare se stesso e il mondo: l’uomo moderno è invece costretto a vedersi vivere, a scoprire che è una marionetta mossa da fili che non si sa dove siano attaccati e da chi siano mossi. L’attività razionale e il sentimento sono spontanei, quindi l’arte nasce spontaneamente.
Le novelle
Caratteristiche più comuni:
1. essenzialità, brevità dell’impianto narrativo. Un fatto accade davanti ai nostri occhi (massima oggettività apparente) ma esso appare inesplicabile (minimo dell’informazione), ma il narratore dà l’impressione di non sapere quel che sta per accadere, al lettore sfugge il totale della prospettiva: sul lettore si rovescia una massa di informazioni che solo dopo, alla fine verranno chiarite (cfr. Verga); manca il narratore onnisciente e questo segna l’imprevedibilità delle vicende e la frammentarietà delle scene
2. all’inizio delle scene c’è il caso che sconvolge abitudini e aspettative, il personaggio è gettato all’improvviso nel disagio. Questi che avvengono sono incidenti banali, che scatenano delle riflessioni: si arriva a vedere il mondo e se stessi in maniera più chiara, prendendo coscienza dell’inutilità della vita e della sua assurdità. Molti personaggi appaiono deformati fisicamente, e questa deformazione diventa immagine della maschera che opprime i personaggi, è perciò rappresentativa della pena di vivere n maschera.
3. A Pirandello non interessa descrivere l’umanità in generale in quanto ogni individuo è diverso, ma per questo motivo il singolo uomo viene analizzato per dimostrare che conoscere significa scoprire l’impossibilità di arrivare a conoscere, mentre Pirandello vuole dimostrare che vivere è sperimentare la grande difficoltà del mestiere di essere uomo. Tanto più ci sforziamo di apprendere come si fa a vivere, tanto più questo ci sfugge.
4. C’è anche la tendenza a risalire dal particolare all’universale: qualsiasi situazione si analizzi, si scopre che l’uomo è vinto, è schiacciato e allora ecco che nelle novelle si riflette in generale sulla vita e sui suoi meccanismi. Le novelle tendono a riflettere un’immagine di vita nuda, irrigidita, bloccata in frammenti, e tutto ciò è drammatico per l’uomo.
5. Nelle novelle appare il paesaggio della campagna, la vita della natura è prerazionale, non conosce le vuote forme borghesi, c’è una corrispondenza diretta tra uomo e natura, ciascuno vede la natura a suo modo.
A differenza delle novelle veriste, Pirandello denuncia l’ambiguità e l’irrazionalità del reale, la presenza di modi diversi di vedere la realtà, fa esplodere il principio di fedeltà al vero, quindi non esiste una, ma tante verità. Per Manzoni il vero è in Dio e nella storia, per i Veristi e i Naturalisti il vero è nei fatti scientifici e oggettivamente documentabili: per Pirandello il vero si amplia a dismisura, alla fine nulla è più vero in astratto, nulla è vero, nulla è falso. Verità = opinione, alla fine.
1. Esplosione del vero: tutto è assurdo, non si stabilisce la verità
2. Rottura della linearità del racconto: ordine di spazi e tempi vengono travolti e diventano ritmi di coscienza più che della realtà
3. L’autore si inserisce continuamente nella narrazione, non c’è l’eclisse
4. Vengono aboliti molti passaggi logici: mentre nelle azioni del naturalismo ci sono connessioni di causa ed effetto, in Pirandello regna il caos.

L’esclusa
Esclusa, in comune con il Verismo:
o Stesso ambiente S Sicilia
o Ci sono gli stessi temi C onore, roba, etc.
o Uguale è la tecnica descrittiva.
Esclusa, in contrapposizione al Verismo, c’è intento ironico:
o verso l’onore
o verso il perbenismo borghese
o verso la rispettabilità della famiglia.
Pirandello rivendica l’originalità della sua opera, perché i Veristi si basano su un fatto reale, mentre lui si basa su un “fatto ombra” che pur non esistendo genera delle conseguenze reali. I nessi di causa ed effetto si contrappongono al caos e alla casualità di Pirandello.
Il fu Mattia Pascal
E’ l’inetto a vivere, vede con altri occhi ed è in disarmonia con gli altri; per essere autentico dovrebbe solo accettarsi com’è, invece crede che l’autenticità sia compatibile con l’integrazione sociale, vuol darsi un’identità. Mattia Pascal propone la totale disintegrazione, scopre l’impossibilità della libertà assoluta e il fallimento della sua rivolta alla società. Mattia Pascal non è guarito, se fosse tale avrebbe aderito alla vita come Moscarda: alla fine l’unica cosa che ha imparato è accettare la sua diversità, vivendo in una terra di nessuno, un limbo tra vita e morte.
La novità principale è lo smontaggio della dimensione cronologica: il passato è memoria frammentaria o falsa, il presente sfugge, il futuro è privo di sbocchi. In più c’è un tempo circolare, perché la vicenda alla fine coincide con l’inizio. L’ultima parte della narrazione ha un ritmo svagato, ellittico, che mette in evidenza il limbo dove il protagonista è entrato. Il romanzo è diviso in tre parti:
1. Mattia Pascal
2. Adriano Meis
3. Il fu Mattia Pascal.
Ai tre nomi coincidono tre dimensioni e tre esistenze diverse.
Si gira…
Gli stessi divi sono ricchi e potenti, ma sono infelici perché non si riconoscono nelle immagini che li ritraggono. Sono alienati, sottomessi alla macchina e all’industria cinematografica. Pirandello critica le nuove forme di cultura di massa che tolgono all’intellettuale il ruolo di educatore: il cinema crea arte superficiale.
La macchina blocca la vita, l’attore non può comunicare, l’autore sparisce dietro alle esigenze dell’industria, il pubblico finisce per fruire dell’arte passivamente. Quello che è importante è che Serafino non è il centro della vicenda, ma registra ciò che fanno gli altri, non può produrre cultura, è un estraniato. Ha poca importanza l’ordine logico e cronologico degli avvenimenti, secondo il quale il vero ordine è quello con il quale i fatti fluiscono nella coscienza (ò durata). Serafino ci racconta un’interpretazione della realtà, lui stesso ammette che ve ne siano altre.
o Costante predisposizione alla filosofia C più si ragiona, più ci si allontana dalla realtà. La ragione non è in grado di dire ciò che è vero.
o Ci sono personaggi disgregati dalla personalità alterata, rappresentano il caos della vita, Pirandello ci offre l’alternativa alla quotidianità.
o Trattamento del tempo: non esiste, c’è solo la durata. Il tempo può essere dilatato o immobile, è sempre tempo della coscienza.
o Lo spazio è privo di connotazioni concrete.
o L’intreccio è spesso così complesso da rendere importante delineare i fatti che accadono prima di tutto nella coscienza del protagonista, che cerca di capirli ma li frantuma.
o Stile: è una prosa che tende all’immediatezza, è una prosa frantumata che si avvicina al linguaggio della coscienza.
Il teatro
“Maschere nude”: si tratta di togliere la maschera al personaggio per presentare l’uomo. Inizialmente parla di un ambiente popolare, poi di personaggi borghesi, in seguito personaggi di tragica grandezza che vogliono alzare la maschera per mostrare la loro identità nascosta, poi i personaggi mitici, simboli delle grandi passioni del mondo contemporaneo, che riescono a realizzare i valori della vita e dell’arte.
Nel teatro di Pirandello c’è l’analisi delle contraddizioni del mondo; v’è l’impossibilità di strapparsi la maschera, quindi la scelta della stranezza e della follia diventano un mezzo per ribellarsi ai condizionamenti della società d critica ai falsi valori borghesi.
La scelta del teatro è tarda in Pirandello, questo è dovuto al fatto che egli avesse delle riserve nei confronti del mondo degli attori. Pirandello teorizza un tradimento nell’arte, in quanto c’è un passaggio dal testo teatrale scritto e ancora prima pensato dall’autore. Di fatto la realizzazione è un qualcosa di diverso rispetto a ciò che era stato pensato dall’autore.

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Esempio



  



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