Le trasformazioni del linguaggio letterario come espressione dei cambiamenti sociali

Materie:Tesina
Categoria:Italiano-storia

Voto:

2.5 (2)
Download:1051
Data:12.10.2006
Numero di pagine:33
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
trasformazioni-linguaggio-letterario-come-espressione-cambiamenti-sociali_1.zip (Dimensione: 44.1 Kb)
readme.txt     59 Bytes
trucheck.it_le-trasformazioni-del-linguaggio-letterario-come-espressione-dei-cambiamenti-sociali.doc     150.5 Kb



Testo

LE TRASFORMAZIONI DEL LINGUAGGIO LETTERARIO COME ESPRESSIONE DEI CAMBIAMENTI SOCIALI
Ho intrapreso questo studio poiché è ben visibile, confrontando le varie epoche storiche ed i relativi cambiamenti, che la letteratura è strettamente legata ai capovolgimenti sociali, poiché chi li vive, anzi, chi li ha vissuti, sulla propria pelle non sono altro che uomini. È ben noto che l’animo più sensibile è quello del poeta, che vive nella società e molto spesso se ne sente estraneo, ognuno a suo modo. Da questo loro disagio è scaturito di volta in volta un cambiamento anche nel modo di scrivere, di dire le proprie opinioni, che è quindi sfociato nella necessità di creare nuovi linguaggi adatti, di volta in volta, alle esigenze del momento.
La prima metà dell’Ottocento
1.1
Siamo nell’epoca del Romanticismo caratterizzato altresì dal diffondersi dell’industrializzazione che produce dinamismo della società, nuovi ceti, nuove merci nel mercato, nuove città industriali, il lavoro diventa sempre più spersonalizzato, alienato.
In questo periodo si trova ad operare l’ispiratore di tutta la crisi dell’io dal Decadentismo in poi: Giacomo Leopardi.
Alla base delle riflessioni leopardiane vi è il problema della felicità, intesa in modo materialistico dal poeta come ciò che dà piacere all’uomo, ciò che gli permette di non aver bisogno di nient’altro, un piacere illimitato nello spazio e nel tempo, assoluto. All’interno dello “Zibaldone” (il raccoglitore dei suoi pensieri) Leopardi fa un esempio: se io desidero un cavallo, il più grande piacere per me è quello di avere un cavallo, ma una volta ottenutolo non sono ugualmente appagato poiché sorge in me un altro desiderio che si sostituisce al precedente. Il desiderio è quindi infinito e l’infinitezza di questo si scontra con la finitezza spaziale e temporale dell’uomo, che è limitato nel tempo perchè nasce, cresce ed infine muore ed è limitato nello spazio perché non può essere contemporaneamente in più luoghi. L’uomo quindi non può essere felice perché è la sua stessa natura ad impedirglielo.
Leopardi, non credendo in Dio, si rivolge ad un’altra entità: la Natura, che sarà la protagonista del suo pessimismo sia in bene che in male. Secondo il poeta, la Natura ha dato all’umanità la possibilità d’essere felice attraverso l’immaginazione; con questa l’uomo può superare i limiti spazio-temporali che per natura stessa possiede, essa gli permette di superare gli ostacoli che la realtà gli pone.
Dalla Natura e dall’immaginazione scaturisce il pessimismo leopardiano. Esso si articola in tre fasi corrispondenti ai suoi tentativi di risolvere la crisi che permea il suo animo tormentato:
• La prima fase è il PESSIMISMO STORICO in cui Leopardi attribuisce la colpa della condanna all’infelicità all’uomo stesso, il quale ha perso la propria capacità di immaginare nel momento in cui ha ricercato la “ragione” ed il progresso dalla sua condizione di primitività. La ragione è l’opposto dell’immaginazione. Leopardi arriva quindi alla conclusione, in questa prima fase, che gli antichi erano stati felici perché non si erano curati del progresso ed erano quindi più fantasiosi. Se dunque l’uomo non avesse voluto seguire la ragione ora sarebbe felice. Questo tipo di pessimismo è detto “storico” perché la condizione negativa del presente è vista dal poeta come effetto di un processo storico. La Natura ha un ruolo positivo, è vista come “madre amorevole” che concede ai suoi figli il dono dell’immaginazione, grazie alla quale essi possono creare una realtà alternativa a quella oggettiva negativa.
• La seconda fase è una fase di transizione. Leopardi, infatti, non è del tutto convinto che l’uomo sia infelice solo per sua colpa quindi attribuisce tale responsabilità al “fato”, al destino, a qualcosa d’incontrollabile per la volontà umana.
• Le sue teorie però ancora non lo soddisfano, quindi decide di riesaminare il rapporto uomo-natura arrivando così alla terza fase, vale a dire quella del PESSIMISMO COSMICO con cui Leopardi conclude che la colpa è solo e soltanto della Natura, non più vista come “madre amorevole” ma come “matrigna”, che immette nell’uomo desideri che esso non è in grado di realizzare, che si basa su leggi fisiche, oggettive, che non ha quindi interesse per la vita delle proprie creature ma ha come unico obiettivo la sopravvivenza del mondo, rispetto alla quale i problemi dei singoli poco importano. Questo pessimismo è chiamato “cosmico” perché in base a tale teoria anche gli antichi dovevano esser stati infelici; l’infelicità quindi colpisce tutti e in tutte le epoche storiche. L’unica soluzione al pessimismo cosmico è l’assunzione di un ATTEGGIAMENTO STOICO, cioè d’indifferenza; il non pensare alla negatività della propria condizione permette di non soffrire, di placare il dolore.
1.1.1
Dal problema della felicità nasce la TEORIA DEL PIACERE, piacere che non si realizza nella realtà ma nella poesia, con la quale si crea una realtà alternativa, idealizzata. La poesia per Leopardi deve essere un prodotto creato dall’uomo attraverso l’immaginazione e non attraverso il sentimento; questo perché il sentimento è filtrato dalla ragione, è più controllato mentre l’immaginazione è qualcosa d’istintivo, diretto, che esprime la soggettività del poeta; la poesia deve quindi far vedere al lettore ciò che si cela nell’animo del poeta, il suo “cuore”. La teoria del piacere produce quindi la POESIA D’IMMAGINAZIONE.
Con Leopardi nasce un nuovo modo di far poesia: questa assume, infatti, un ruolo ben preciso, diventa il CANTO DELL’IO del poeta.
Una delle poesie in cui riscontriamo la convivenza degli elementi che compongono la poetica leopardiana è “A Silvia”. È un grande idillio, caratterizzato quindi dal pessimismo cosmico e di conseguenza dallo stoicismo. L’oggetto della poesia è la morte delle illusioni e della speranza una volta raggiunta l’età adulta.
Leopardi nella forma ha agito per successive stratificazioni (filtri) partendo dall’elemento chiave che è il canto di Silvia (che dà vita alla teoria del suono); dal canto l’autore è spinto a spaziare verso altri elementi: si arriva così al primo filtro, la finestra, attraverso la quale entra il canto di Silvia. Rappresenta l’ostacolo visivo che dà vita alla teoria della visione. Il canto e la finestra compongono, quindi, la teoria del vago e dell’indefinito; il secondo filtro costituisce l’immaginazione, che insieme al vago e indefinito forma la teoria del piacere; il terzo filtro è la memoria, la rimembranza. Aggiunta ai precedenti elementi forma la vera e propria poesia d’immaginazione; il quarto filtro è il classicismo romantico del poeta poiché la poesia si ricollega al testo classico dell’Eneide, interpretato però da Leopardi con una sensibilità romantica, e soprattutto l’episodio caro all’autore è il canto della maga Circe; il quinto ed ultimo filtro è lo stoicismo, la delusione delle speranze, la presa di coscienza della realtà.
1.1.2
Leopardi è fautore di una sorta di classicismo romantico. In questo periodo era, infatti, in atto la POLEMICA CLASSICO-ROMANTICA e Leopardi assumerà un’originale posizione al riguardo:
condivide con i romantici la critica mossa al classicismo per quanto riguarda il suo attaccamento al passato, il suo modo di imitare gli antichi, il suo rispetto ossessivo delle regole e l’uso della mitologia, ma li rimprovera, come i classicisti, di essere diventati artificiosi nel proporre i sentimenti, di averli stereotipati.
Leopardi riunisce nelle sue opere le caratteristiche delle due posizioni poiché è classico nel contenuto (propone armonia e bellezza) e romantico nella forma.

La seconda metà dell’Ottocento
2.1
La rivoluzione industriale produsse profonde trasformazioni anche nella società europea. All’interno della borghesia urbana, affermatasi già in precedenza, si andò formando una borghesia industriale, cioè un ceto sociale costituito da imprenditori capitalisti, proprietari di fabbriche da cui ricavavano profitti e capitali che poi investivano in nuove attività industriali, commerciali o finanziarie.
Il borghese nato dalla rivoluzione industriale era un individuo attivo e intraprendente, abile e privo di scrupoli negli affari. Nel corso del secolo, poi, la nuova borghesia prevalse, con i suoi valori di libertà ed intraprendenza economica e con il suo stile tipicamente urbano, sulla tradizionale aristocrazia.
2.1.1
La seconda metà dell’Ottocento è caratterizzato dall’avvento del Decadentismo (detto anche Simbolismo in Francia).
La borghesia industriale, dopo l’industrializzazione, diventa il ceto di maggior importanza nella società e ne prende le redini, ma si lascia trasportare dal materialismo, dal conformismo, dirige la società secondo la legge del profitto. La critica alla gestione borghese della società arriva proprio dall’interno della stessa borghesia, da individui che ne fanno parte, ma che la disprezzano e se ne distaccano.
Il Decadentismo accoglie in sé le caratteristiche di alcuni movimenti che lo precedono e che gli trasmettono gli atteggiamenti ed il modo di intendere la poesia.
I movimenti precursori sono:
• dall’Inghilterra il Dandismo. Deriva da “Dandy”, personaggio anticonformista che si diverte a provocare, a stupire la società. Cerca di differenziarsi dalla società borghese, tende ad essere ricercato nell’abbigliamento e trasgressivo nello stile di vita;
• sempre dall’Inghilterra l’Estetismo. L’Esteta rifiuta la società in cui vive e si ritira in un ambiente da lui stesso costruito. È amante del bello, vuole fare la propria vita “come si fa un’opera d’arte”, cerca di ricostruire quella vita bella che non c’è nella società. Si circonda d’opere d’arte, che secondo lui rappresentano il bello, ed una volta esaurito il bello cerca lo “strano”. Il Dandy e l’Esteta hanno in comune il rifiuto della società e l’anticonformismo, ma si differenziano nell’esprimerlo poiché il Dandy aggredisce la società, la provoca mentre l’Esteta fugge da essa, si ritira in una sua realtà. Entrambi in ogni modo provengono spesso dalla società che contestano e criticano proprio perché la conoscono;
• dall’Italia abbiamo la Scapigliatura. È un movimento formato da un gruppo di giovani artisti, provenienti anch’essi dalla società borghese. Essi erano definiti “scapigliati” dalla società dell’epoca per il loro modo di vestirsi e di vivere (vita bohémienne). L’arte diviene il supremo ideale a cui tutto consacrare.
Il Dandismo, l’Estetismo e la Scapigliatura trasmettono al Decadentismo gli atteggiamenti: anticonformismo e rifiuto della società.
• Infine dalla Francia abbiamo il Parnassianesimo. I suoi componenti erano chiamati “parnassiani” perché pubblicavano le loro opere su una rivista chiamata “Nuovo Parnaso”. Da questo movimento nasce un nuovo modo d’intendere la poesia: classica nella forma, ma dai contenuti irrazionali. Un’altra caratteristica della poesia parnassiana è l’adozione della “poesia pura”, purificata, cioè, da qualsiasi finalità morale, educativa, politica e didascalica, che non si propone quindi di insegnare qualcosa ai lettori. Il lontano precursore è Leopardi con la poesia come canto dell’io poiché sia i parnassiani che Leopardi adottavano la poesia come suprema forma per esprimere l’io o, per quanto riguarda i contenuti delle poesie parnassiane e decadenti, l’inconscio. Il Parnassianesimo trasmette quindi al Decadentismo il modo d’intendere la poesia.
Come soluzione alla società borghese e alla sua cattiva gestione, l’intellettuale decadente decide di rappresentare nelle proprie opere i contenuti dell’INCONSCIO. L’inconscio, secondo Sigmund Freud, è la parte più nascosta della mente umana, espressa dallo studioso con l’immagine di un iceberg, la cui sommità rappresenta la “coscienza”, ma ciò che si vede dell’iceberg è solo la sua minima parte, la restante è l’”inconscio”. La vita psichica dell’uomo è dominata, dunque, in maggior porzione dalla parte inconsapevole del suo essere.
La vita psichica può essere divisa in tre regioni:
• la COSCIENZA, di cui fanno parte le azioni consapevoli e perfettamente illuminate dalla luce della ragione;
• il SUBCONSCIO, di cui fanno parte le azioni in parte coscienti ed in parte no. Tutto ciò che vi si trova richiede un minimo sforzo per farlo emergere alla consapevolezza;
• l’INCONSCIO, qualcosa di mai diventato cosciente, oppure contenuti rimossi dalla coscienza perché troppo dolorosi. Si manifesta attraverso il sogno, nella fase non REM, e si esprime attraverso simboli.
L’inconscio diventa quindi il contenuto delle poesie decadenti, che sono di conseguenza caratterizzate da un forte irrazionalismo e da un forte soggettivismo.
I contenuti sono chiamati ILLUMINAZIONI perché sono una sorta di squarcio di luce che il poeta getta sul proprio inconscio e ciò che questo contiene è portato alla luce della coscienza.
Per rappresentare tali contenuti si ha bisogno di un linguaggio con una funzione particolare: la funzione SUGGESTIVA, diversa da quella comunicativa, usata per comunicare dei concetti; essa suggerisce emozioni, ovvero si usa quando si comunicano senza sequenzialità delle sensazioni irrazionali e si avvale dell’uso dei simboli. Il linguaggio diventa, quindi, difficilmente comprensibile poiché ogni poeta attribuisce alle parole un significato personale, soggettivo, esclusivo, in quanto hanno la funzione di rappresentare il proprio inconscio. La realtà diventa “una foresta di simboli” (Charles Baudelaire). Tali simboli dovranno poi essere interpretati dal poeta veggente (colui che squarcia il velo che separa la realtà oggettiva da quella soggettiva e ritrova così i valori. Ricerca la realtà “come dovrebbe essere”, quella che è migliore solo per lui stesso e nel farlo non si propone finalità specifiche) o dal poeta decifratore di simboli (colui che ha le “chiavi” per interpretare in modo simbolico la realtà).
Nella poesia decadente le illuminazioni sono quindi espresse tramite simboli, interpretati dal poeta veggente o decifratore, e i simboli sono collegati fra di loro tramite analogie ( dal greco “senza razionalità”).
Si sviluppa poi, durante il decadentismo, la narrativa ed in particolare il ROMANZO PSICOLOGICO (incentrato su un personaggio di cui si segue il percorso interiore, del suo inconscio) scritto attraverso la tecnica dello STREAM OF CONSCIOUSNESS (codificata da James Joyce), tecnica narrativa che scardina l’ordine cronologico della presentazione dei fatti poiché l’oggetto del romanzo non è più la realtà esterna regolata dal tempo cronologico, ma la realtà psicologica, dell’io e all’interno di questo il tempo non è come nella realtà esterna, il presente e il passato si fondono divenendo un unico flusso (stream).
I decadenti hanno bisogno di fuggire dalla realtà e la loro fuga si attua: o nell’inconscio, o nell’infanzia, o nella natura.
Nel fuggire all’interno di uno di questi “luoghi”, l’obiettivo è comune: ricercare qualcosa d’autentico, poiché l’inconscio è, in effetti, la parte più vera del nostro io; l’infanzia è l’età più vera, senza convenzione, senza finzione e con la natura si può avere un rapporto che non necessita di alcuna maschera sociale.
D’annunzio e Pascoli sono due esempi, rispettivamente, della fuga nella natura e nell’infanzia.
• D’annunzio rappresenta il rapporto che l’uomo deve avere con la natura in uno dei principi su cui si basa la sua poetica: il panismo. Tramite il panismo, il poeta descrive in che modo deve attuarsi tale relazione, vale a dire attraverso la naturalizzazione dell’uomo e l’antropomorfizzazione della natura (rispettivamente rappresentate nelle poesie “La pioggia nel pineto” e “La sera fiesolana”). L’uomo deve utilizzare quegli strumenti che la natura gli ha dato, ma che non usa nella società: i sensi e gli istinti, che sono la chiave attraverso la quale può entrare in contatto con la natura perché abbandona quella razionalità che, invece, gli è indispensabile per vivere nella società.
D’annunzio riesce a rappresentare con la sua poesia una nuova realtà, incentrata sulla natura, una realtà che allieta il lettore, che ne “migliora l’esistenza” e questo perché sperimenta nuove funzioni che il poeta deve svolgere: l’artefice e il mago. Entrambi spaziano entro le potenzialità semantiche del linguaggio rendendolo aulico, utilizzandolo in tutte le sue possibili espansioni. L’artefice deve creare degli artefatti utilizzando le parole come materia prima; il mago deve, invece, creare una realtà magica, che incanta il lettore.
Con D’annunzio si ha quindi un utilizzo del linguaggio particolareggiato, ricco.
• Pascoli è il poeta “fanciullino”. La sua poetica ruota proprio attorno alle figure del nido e del fanciullino che si affacciano anche nella vita del poeta, poiché egli vive come un bambino attaccato alla famiglia, inesperto, insicuro; Pascoli è, infatti, definibile nella figura dell’inetto e ce lo dimostra il fatto che per fuggire da ciò che lo circonda, che sia la società o le persone che ne fanno parte, si rifugia nell’unica cosa che per lui ha importanza: la famiglia ossia il nido, che al di fuori è irto e spinoso, ma all’interno è morbido, accogliente e sicuro. Pascoli è chiamato anche “il poeta delle piccole cose” proprio perché attraverso le sue poesie si vede la realtà come gli occhi di un bambino la vedono, dando importanza ai particolari. Guarda il mondo con occhi puri, si serve degli istinti non della razionalità e di conseguenza non si esprime in modo razionale, ma comunicando emozioni senza mai definirle compiutamente. Pascoli rappresenta in una frase ciò che intende per fare poesia: “poetare non significa inventare, ma scoprire”; i contenuti della poesia, quindi, devono essere ricavati dall’io e non essere qualcosa di nuovo, bisogna semplicemente far riemergere l’infanzia da dentro di noi.
Nelle sue poesie fa largo uso delle onomatopee (parole che richiamano suoni) in quanto i bambini, nell’esprimersi, fanno uso di termini onomatopeici; ne abbiamo una rappresentazione nella poesia “l’Assiuolo” (dalla raccolta “Myricae”): la poesia è strutturata in tre strofe con sintassi spezzata1 (o paratassi); alla fine di ogni strofa viene ripetuto il termine onomatopeico chiù che rappresenta il canto dell’assiuolo; emerge poi il bambino pascoliano quando descrive due alberi, il mandorlo e il melo, che sembrano sporgersi per vedere la luna sorgere da dietro la linea dell’orizzonte.
2.2
La cattiva gestione della società da parte dei borghesi è quindi causa dei disagi presenti negli intellettuali decadenti e di conseguenza anche del loro bisogno di cambiamento, attuatosi nel linguaggio.
Ma sempre nello stesso periodo la borghesia trova come base di supporto il Positivismo, all’interno del quale i rappresentanti di tale corrente, analizzando oggettivamente la società, ammettono la supremazia della classe borghese su quella proletaria, sostenendo che, essendo la prima la più forte, è anche legittimo che questa surclassi l’altra (evoluzionismo sociale di Herbert Spencer, che si ispira all’ evoluzionismo biologico di Charles Darwin).
Sempre nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, avviene uno sviluppo industriale, scientifico e tecnologico a cui corrisponde la diffusione di una mentalità più concreta che influenzerà anche la cultura dando vita al Positivismo, animato al suo interno da specifiche convinzioni:
* la conoscenza scientifica della realtà è l’unica conoscenza valida della realtà in quanto tale;
* il metodo sperimentale deve essere esteso a tutte le discipline del sapere (economia, diritto, letteratura, psicologia);
* se l’uomo conosce scientificamente la realtà ne diventa padrone, l’adatta alle sue esigenze perché conosce le cause che hanno portato a quell’evento e, conoscendole, può modificarle a suo piacimento.
2.2.1
Con il Positivismo cambia la figura dell’intellettuale, che cessa di essere lo scrittore vate e diventa scienziato: più tecnico, più scientifico nell’analizzare la realtà, non fornisce il suo pensiero nelle opere che crea, ma solo i fatti oggettivi che caratterizzano la realtà analizzata: “l’opera deve sembrare essersi fatta da sé” (Giovanni Verga) e in questa non si deve notare la mano dello scrittore; sarà il lettore a trarre le proprie conclusioni.
Lo scrittore scienziato scrive privilegiando la prosa alla poesia poiché questa mal sia adatta a denunciare i problemi della società. Il modello di prosa utilizzato è il romanzo sociale, in cui si trattano argomenti contemporanei, del presente a differenza del romanzo storico che privilegiava il passato. Il romanzo deve poi essere concepito come documento, come testimonianza di ciò che accade nella società; non si basa più sulla sola letteratura, ma tocca anche l’ambito giuridico, economico e scientifico, ovvero tutte le discipline del sapere.
Il codificatore del principio dello scrittore scienziato è il naturalista Ippolito Taine. Secondo Taine i principi che devono guidare lo scrittore nell’analisi scientifica della realtà sono:
• la RACE (razza), ossia il patrimonio genetico che ogni individuo possiede fin dalla nascita;
• il MILIEU (ambiente), ovvero il contesto socio-economico in cui l’individuo nasce e cresce;
• il MOMENT (momento storico), l’epoca in cui la persona vive.
Questi tre elementi permettono di analizzare le cause del comportamento umano nella società. Sono legati tra di loro perché la condizione negativa di uno di questi rende l’uomo diverso da quello che, invece, li ha tutti favorevoli. I concetti quindi di vizi e virtù perdono il loro significato morale poiché diventano semplicemente il successo o l’insuccesso del rapporto tra razza e ambiente.
Il codificatore del romanzo sperimentale (e autore di un’omonima opera del 1880) è, invece, Emile Zola: il romanzo deve diventare un resoconto di uno studio sperimentale dello scrittore.
Zola è uno scrittore “impegnato” nella società poiché, a suo avviso, gli studi compiuti dallo scrittore devono servire ai politici ed agli economisti come denuncia dei problemi che abbracciano la società da loro guidata. Zola con questo non vuole intromettersi, o esprimere opinioni, ma solo riportare oggettivamente la realtà per poi sottoporla all’esame di chi può veramente agire e migliorarla. Zola è quindi fiducioso nella borghesia, come lo sono tutti i naturalisti ed i positivisti.
Il Naturalismo è una corrente letteraria derivante dal Positivismo che si sviluppa principalmente in Francia, ma attecchisce anche in Italia con l’unica differenza che in Italia assumerà diversa connotazione trasformandosi nel Verismo, il cui più grande esponente è Giovanni Verga, mentre il teorico di questa è Capuana, il quale prende le distanze dal Naturalismo poiché sostiene che la letteratura non debba essere sottomessa alla scienza in quanto sono due discipline che operano in differenti ambiti.
Verga si differenzia da Zola proprio perché fanno parte di due diverse sfaccettature della stessa corrente. Il Verismo e il Naturalismo sono molto simili, hanno in comune l’adozione della prosa, del romanzo sociale, il romanzo concepito come documento e l’impersonalità dello scrittore, ma l’impersonalità dello scrittore naturalista sconfina nell’impassibilità: c’è distacco completo dalla società e quando crea un documento, lo fa estraniandosi totalmente dalla realtà, guardandola dall'esterno. Lo scrittore verista è differente perché la sua caratteristica è proprio quella di interessarsi delle masse pur non intromettendosi nella realtà e la sua impassibilità coesiste assieme alla compassione. Verga nello scrivere le proprie opere è distaccato e non esprime opinioni personali, ma analizza la società immergendosi in essa e mascherandosi al suo interno, dunque sente di più, a livello emotivo, ciò che osserva e scrive, anche perché le sue opere hanno come sfondo la sua terra.
2.2.2
Con lo sviluppo dell’industrializzazione in Italia si diffondono ideologie di sinistra poiché con la nascita delle industrie nasce anche la classe operaia che va ad affiancare quella borghese. In principio si sviluppa l’anarchismo (deriva dal greco: “senza regola o principio”), ideologia nata nella Russia latifondista, contadina. Prima dell’industrializzazione anche l’Italia era caratterizzata dalla stessa condizione. L’anarchismo fu poi soppiantato dal socialismo con lo sviluppo della classe operaia. Il partito socialista nasce prima con il nome di PARTITO OPERAIO ITALIANO, poi come PARTITO DEI LAVORATORI ITALIANI (nel 1892), infine nel 1895 prende il nome di PARTITO SOCIALISTA ITALIANO (PSI). Si può dunque dire che l’industrializzazione pone il problema delle masse, ma ancor prima del partito socialista anche la sinistra storica si era prodigata in favore delle classi meno abbienti a partire da Depretis (diminuzione delle tasse, estensione del voto anche alla classe popolare alfabetizzata) fino a Giolitti (estensione del voto anche agli analfabeti, con più di 30 anni e con servizio militare).
Alla nascita della classe operaia la struttura all’interno delle fabbriche era gerarchica: al vertice stava una minoranza di operai qualificati, spesso addetti al controllo ed alla manutenzione delle macchine, che avevano salari più elevati; poi c’era la massa di operai semplici, pagati con salari bassi e costretti a lavorare per diverse ore al giorno.
Il primo novecento
3.1
Il Decadentismo si protrae fino agli inizi del Novecento con esponenti come Italo Svevo e Luigi Pirandello. Questi autori si ritrovano immersi in una società carica di conformismo, la loro critica sarà dunque rivolta in questo senso alla società borghese.
Essere conformista significa adeguarsi passivamente alla mentalità, alle opinioni, ai modi di vita prevalenti in una determinata società. Questo è ciò che la borghesia sta subendo e che sta subendo anche la società che essa stessa dirige e guida.
L’industrializzazione ha inserito le macchine nel processo produttivo, gli operai fungevano solo come “assistenti”, svolgendo sempre lo stesso identico procedimento, alienando così il lavoro.
Agli inizi del Novecento si diffonde poi il fenomeno del Taylorismo (un’organizzazione scientifica del lavoro). Esso si basava su tre principi cardine:
1. l’ISTRUZIONE PROFESSIONALE;
2. la STANDARDIZZAZIONE DEL LAVORO;
3. la STANDARDIZZAZIONE DEI PRODOTTI.
Tramite l’istruzione professionale tutti gli operai venivano istruiti, tramite il medesimo processo formativo, al fine di utilizzare le nuove macchine; tutti hanno così la stessa istruzione e le competenze dei vari operai vengono livellate, da ciò consegue la standardizzazione del lavoro: i ruoli diventano interscambiabili, tutti sono in grado di adempiere alle stesse mansioni, il lavoratore perde quindi potere contrattuale perché per l’imprenditore un operaio vale l’altro; non esistono più gli operai generici e quelli specializzati. Ne consegue anche la standardizzazione dei prodotti in quanto tutti gli operai lavorano e producono allo stesso modo; si produce quindi in serie, la quantità aumenta, ma la qualità diminuisce.
Il Taylorismo termina nel 1970.
3.1.1
Le opere di Svevo più famose sono: “Una vita”; “Senilità” (scritta a fine Ottocento come la prima); “La coscienza di Zeno” (inizi Novecento). Di questi romanzi solo l’ultimo ebbe successo, ma hanno tutti un tema comune, vale a dire la presentazione della figura dell’inetto (immagine sviluppatasi nel decadentismo e codificata da Svevo, per descrivere un individuo passivo, negativo, che subisce la crisi senza saper reagire al disagio provato).
Le sue opere sono scritte sotto forma di ROMANZO PSICOLOGICO, esplorando il mondo interiore dei personaggi, il quale è quindi elaborato attraverso la tecnica dello STREAM OF CONSCIOUSNESS, che da lui sarà definito “monologo interiore”.
L’inettitudine è presentata da Svevo come una “malattia”, conseguenza del conformismo borghese, da cui è difficile curarsi perché l’inetto non ne è in grado: si arrende, infatti, alla vita scegliendo, il più delle volte, l’alternativa del suicidio; l’inettitudine è il male dell’uomo moderno che vive nella società contemporanea. I “malati”, secondo Svevo, sono coloro che non si sentono uguali agli altri, che si sentono fuori posto, anormali, mentre i “sani” sono coloro che si sono adattati alla società in cui vivono e si sentono a loro agio in essa.
L’uomo non può essere se stesso all’interno della società poiché altrimenti non potrebbe farne parte; Svevo però dà la possibilità di un compromesso: essere se stessi nel privato, tra le quattro mura casalinghe. Nel romanzo “La coscienza di Zeno”, il protagonista, Zeno Cosini, è l’unico dei personaggi di Svevo che si riscatta dalla propria condizione d’inettitudine; Zeno, infatti, acquisisce consapevolezza della propria “malattia” ma non cambia la realtà bensì se stesso, perché nel momento in cui sai chi sei puoi essere te stesso nel privato.
Anche Pirandello applica i principi del romanzo psicologico, ma si differenzia da Svevo nel modo in cui osserva la realtà.
Parte dalla constatazione che l’uomo all’interno della società è soffocato dalle convenzioni e capisce che questo è condannato all’inautenticità poiché la società porta a vivere secondo le apparenze. Alla base del suo pensiero c’è infatti la contrapposizione tra ESSERE e APPARIRE che pervade la vita dell’uomo. Vivendo nella società ti vengono attribuiti degli aggettivi, degli elementi, delle caratteristiche stereotipate che diventano come una sorta di maschera con cui la società ti riconosce. La maschera coglie però di noi solo gli aspetti più superficiali, mostra solo quello che gli altri vedono di noi; è quindi riduttiva, imprigiona il tuo essere e se mai tentassi di liberartene la società non ti riconoscerebbe più e ne conseguirebbe la solitudine. Questo pensiero Pirandello lo rappresenta nella sua opera “Il fu Mattia Pascal”, il cui personaggio riesce a liberarsi della maschera e finché si esclude dalla società rimanendo in solitudine si sente libero, ma non appena tenta di entrare in contatto con questa si accorge di essere rimasto solo, la società non lo riaccetta.
3.2
L’influenza della borghesia non si manifestò solamente nella cultura, ma in ambito storico anche per quanto riguarda l’intervento in Libia o l’ingresso nella prima guerra mondiale.
Guerra in Libia (1911-1912)
Siamo nell’epoca dell’Età giolittiana, che corrisponde al secondo governo Giolitti (1903-1914). In questo periodo sorgono dei contrasti all’interno del Partito liberale, di cui Giolitti faceva parte, poiché l’età giolittiana è un’età caratterizzata da cambiamenti, sia sul piano economico che sul piano politico. Giolitti è l’uomo del compromesso e attua il trasformismo2, due caratteristiche che non piacquero a tutti i liberali del tempo.
All’interno del Partito liberale divengono quindi sempre più marcate le differenze tra liberali di sinistra e liberali di destra che si concretizzano rispettivamente in due schieramenti: i liberali giolittiani e i liberali anti-giolittiani.
Degli anti-giolittiani faceva parte la borghesia capitalista-industriale che non voleva accordi con gli operai. Si dimostreranno nazionalisti: volevano, infatti, affermare il prestigio della nazione con una politica espansionistica, in più volevano anche la restituzione da parte dell’Austria delle terre irredente (Trento e Trieste).
Nel 1911 si pone il problema di tentare ancora l’espansione verso l’Africa, già intrapresa con successi alterni dai governi della sinistra storica. La Libia diventa l’obiettivo italiano, in quanto era l’unico territorio rimasto libero dal controllo delle altre nazioni europee. Inoltre vi era la speranza di migliorare l’economia italiana, dando posti di lavoro ai disoccupati del Sud e trovando nuove risorse.
Non tutti erano favorevoli all’intervento in Libia. Si creano, infatti, due gruppi di schieramento:
* A FAVORE si schierarono: i nazionalisti e la destra liberale per il prestigio che l’impresa avrebbe dato all’Italia, perché era un modo per riscattarsi della sconfitta in Etiopia e perché si cercavano nel territorio libico nuovi investimenti, nuovi affari; i cattolici, per farsi perdonare dallo Stato i tanti anni di ostruzionismo.
* CONTRO si schierarono i socialisti, per non venire meno a quel principio di uguaglianza che era uno dei capisaldi della loro ideologia.
Giolitti inizialmente tentò di raggiungere il compromesso, ma alla fine fu costretto a definire l’impresa coloniale come fatalità storica perdendo così l’appoggio del PSI. La guerra iniziò nel 1911 e finì nel 1912 con la pace di Losanna con la Turchia.
La borghesia nazionalista vinse quindi la sua battaglia.
Prima guerra mondiale (1914-1918)
Inizia nel 1914, ma l’Italia temporeggerà dichiarandosi neutrale. Si doveva valutare la convenienza di entrare in guerra. Anche qui si creano due gruppi: neutralisti e interventisti:
* Tra i neutralisti vi erano i cattolici, il Partito socialista e i liberali giolittiani. Il PSI ed i cattolici si opponevano per i loro principi, mentre i liberali giolittiani ritenevano che l’Italia non fosse pronta per sostenere le spese di un’azione bellica;
* Tra gli interventisti si schierarono i liberali anti-giolittiani, i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari. I primi due volevano la guerra per il prestigio della nazione e per avere la possibilità di riprendere le terre irredente all’Austria, i sindacalisti rivoluzionari3 perché vedevano nella guerra un pretesto per uno sciopero.
3.2.2
La situazione interna italiana era dunque caratterizzata dalla disomogeneità; gli stessi organi politici non avevano un orientamento univoco: il Parlamento era neutralista, il governo e la corona erano interventisti. Scatenando la piazza il governo riuscì ad imporre il proprio orientamento.
Nel 1915 l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa in seguito al PATTO DI LONTRA.
Nel 1914-15 aveva avviato delle trattative con l’Austria per Trento e Trieste, ma l’Austria non si dimostrò incline a trattare, quindi l’Italia si avvicinò all’Intesa. Questo avvicinamento portò alla stipulazione del Patto di Londra (24 Aprile 1915) con cui l’Italia lasciò la Triplice Alleanza (che senza di questa diventa “Imperi centrali”) per schierasi con l’Intesa. Secondo il Patto di Londra però l’Italia avrebbe dovuto entrare in guerra entro un mese dalla stipula. Il 24 Maggio 1915, l’Italia dichiarerà guerra all’Austria.
Il fatto che non entrò subito in guerra dimostra che non era pronta economicamente e socialmente e che stava cercando soluzioni alternative per la riconquista delle terre irredente.
3.2.3
Si schierarono dalla parte dell’interventismo in guerra anche alcune “Riviste fiorentine” (riviste pubblicate a Firenze agli inizi del Novecento all’interno delle quali sorgono dibattiti culturali, ideologici ed educativi).
Tra queste ricordiamo: “Il Regno” e “La Voce”.
• “Il Regno” nasce nel 1903 come rivista ideologica di destra e durerà fino alla prima guerra mondiale. È antidemocratica e antisocialista, ha una visione élitaria della società e dello Stato che dovrebbero essere guidati dai migliori, cioè la ricca borghesia, la borghesia industriale. S’ispira a Darwin (sopravvive il più forte che deve dominare il debole) ed a Nietzsche (il superuomo deve dominare la società). È contro Giolitti perché questi adotta il compromesso: per “Il Regno” lo Stato deve mettersi al servizio degli interessi economici della classe dirigente (mentre Giolitti affermava che lo Stato doveva essere garante degli interessi di tutta la popolazione): la rivista si esprime anche a favore di una politica militarista perché faceva gli interessi della borghesia industriale; afferma che la guerra non deve essere condannata in quanto esprime la vera natura dell’uomo, che è aggressiva. “Il Regno” tocca anche l’ambito religioso presentandosi fortemente contrario alle alleanze clerico-liberali sorte durante l’età giolittiana poiché mettono in crisi l’egemonia dei migliori. Propone l’idea di uno stato laico, senza l’ingerenza della Chiesa. Differenzia però cristianesimo e cattolicesimo essendo il primo la religione della fratellanza e della democrazia e il secondo la religione dell’obbedienza, che può quindi educare i fedeli all’obbedienza che poi i cittadini devono alla classe dirigente.
“Il Regno” è quindi una “spia” che denuncia il malessere della destra nell’età giolittiana.
• “La Voce” ha vita dal 1908 al 1916.
Si divide in quattro fasi redazionali, in cui cambiano gli editori e l’orientamento.
La prima, che termina nel 1911, è la fase del pluralismo ideologico in cui la rivista è aperta al dibattito di varie correnti ideologiche, senza prendere quindi una netta posizione. Vi partecipano tra gli altri Don Romolo Murri, Salvemini, Papini, Prezzolini, Einaudi e Don Luigi Sturzo.
Obiettivo principale di questa prima fase è proporre la figura di un intellettuale militante, ovvero di un intellettuale che si sente coinvolto concretamente nei problemi della società. Il letterato esce dalla sua “torre d’avorio” e diventa uno dei tanti, cassa di risonanza delle masse, l’unico che ha i mezzi per farsi carico dei loro bisogni affinché questi vengano portati alla luce. Oltre a criticare Giolitti per l’uso del trasformismo, che non consente trasparenza, i vociani criticano D’annunzio e il suo superomismo, che incarna l’intellettuale che essi rifiutano.
Nel 1911 il dibattito interno alla rivista non è più tollerabile a causa dell’impresa in Libia. Di fronte a questa, infatti, molti si schierano a favore. Le due fasi redazionali successive tenderanno infatti verso destra:
* La seconda, guidata da Papini, sostiene la guerra in Libia. Oltre a ciò si apre alla cultura straniera. Grazie alla seconda fase della Voce, infatti, l’Italia conosce i simbolisti francesi ed emerge la PROSA LIRICA, nuovo modo di fare letteratura, caratterizzata da una prosa breve(si esaurisce in 3-4 pagine) e con un linguaggio fortemente lirico (simbolico), a suo tempo proposta dal “poème en prose” di Baudelaire.
* La terza, guidata da Prezzolini, è strettamente interventista ed elimina gli aspetti letterari.
La quarta fase corrisponde alla VOCE BIANCA, nome che deriva dal fatto che la prima pagina era di colore bianco, ma anche perché tratta solo ed esclusivamente di letteratura, eliminando gli aspetti ideologici e politici.
Essa è guidata da De Robertis ed è importante perché vi pubblicano le loro prime opere Ungaretti e Montale e quindi compare una nuova tecnica di fare poesia: il FRAMMENTO.
Tra le due guerre
4.1
La corrente letteraria caratterizzata dall’uso del frammento è l’ERMETISMO.
Tale corrente si sviluppa nel periodo tra le due guerre mondiali, caratterizzato, in Italia, dalla dittatura fascista, instauratasi nel 1925 sotto il governo di Benito Mussolini.
Mussolini ebbe successo perché seppe coniugare due strategie: quella della violenza (rappresentata dalle squadre fasciste o squadristi, il braccio armato dei fasci di combattimento fondati da Mussolini) e quella della legalità (riuscì a raccogliere consensi della classe dirigente e quindi conquistò anche i liberali che la rappresentavano).
Nel 1921 furono indette le elezioni a cui i fascisti e i liberali si presentarono uniti come blocchi nazionali (coalizioni di liste). I fascisti entrarono quindi per la prima volta in Parlamento con 35 deputati tra cui Mussolini, il quale vi cominciò la propria propaganda contro Giolitti ed i suoi provvedimenti come la tassa sul capitale (tassa sui beni mobili e immobili che gravava sugli industriali che si erano arricchiti durante la prima guerra mondiale).
Nel 1922, durante il governo Facta, Mussolini aveva più che raddoppiato gli iscritti al suo partito. Visto l’appoggio, decise di fare, il 27 ottobre 1922, la marcia su Roma, un colpo di Stato che servì a convincere Vittorio Emanuele III a dare le redini del governo in mano a Mussolini il 28 ottobre dello stesso anno. Mussolini inizialmente presiede un governo di coalizione con liberali e cattolici; all’opposizione c’era la sinistra rappresentata dai socialisti e dal Partito comunista, formatosi nel 1921 dai massimalisti che avevano abbandonato il PSI.
Due eventi chiave trasformarono il governo in dittatura:
• L’adozione di una NUOVA LEGGE ELETTORALE basata su un sistema maggioritario; due terzi dei seggi andavano alla lista, alla coalizione che otteneva la maggioranza dei voti alle elezioni. Nel 1924 fascisti, liberali e cattolici ottennero la maggioranza assoluta in Parlamento.
• Nel 1924: DELITTO MATTEOTTI. Nelle elezioni erano stati commessi i brogli e la lista di Mussolini fu denunciata dal socialista Giacomo Matteotti che fu assassinato. Le opposizioni abbandonarono il Parlamento per lo scandalo, a questo doveva seguire l’intervento del re che però non ci fu e l’opposizione rimase fuori del Parlamento.
Dal 1925 l’Italia diventa STATO DI REGIME e inizia la dittatura fascista.
Nel 1925-26 Mussolini applica le LEGGI FASCISTISSIME:
• Il capo del governo era responsabile del suo operato solo davanti al re, che era l’unico a poterlo destituire (ma Mussolini era sicuro che il re non lo avrebbe mai destituito); nomina i ministri;
• Parlamento esautorato dei suoi poteri, tutto quello che veniva discusso in Parlamento doveva essere prima approvato dal capo del governo. Potere esecutivo e legislativo nelle mani del duce;
• Tutti i partiti dichiarati fuori legge ad eccezione di quello fascista, elimina così l’opposizione.
Stabilisce strumenti specifici di repressione per chi va contro l’ideologia fascista:
• TRIBUNALE SPECIALE. Costituito da tribunali fascisti. Coloro che venivano portati di fronte al tribunale speciale, erano automaticamente condannati;
• MILIZIA NAZIONALE FASCISTA. Esercito di partito creato per regolarizzare le camicie nere, cioè gli squadristi. Composta da militari scelti o dai più alti funzionari del partito;
• POLIZIA SEGRETA. Creata per perseguitare gli anti-fascisti attraverso la tortura;
• NUOVA LEGGE ELETTORALE del 1928. Promulgazione della lista unica che annulla il precedente sistema elettorale: potevano essere eletti solo i candidati fascisti e l’elettore esprimeva il proprio voto solo con un Si o con un No;
• PATTI LATERANENSI (1929). Stipulati tra Mussolini e Pio XI. Il Papa riconosceva Roma capitale d’Italia e rinunciava quindi al potere temporale, in cambio l’Italia garantiva la sovranità della Chiesa sul Vaticano e riconosceva la religione cattolica come religione di Stato.
Crea anche strumenti per controllare il consenso:
• ABOLISCE LA LIBERTA’ DI STAMPA e crea l’EIAR (l’ente radiofonico di Stato) che trasmetteva i messaggi del duce;
• Crea l’ISTITUTO LUCE che produceva cortometraggi di pubblicità inneggianti al fascismo;
• Crea il MIN.CUL.POP (Ministero della Cultura Popolare) che sostituisce il Ministero della pubblica istruzione. Promuoveva la fascistizzazione delle persone: trovavano lavoro solo gli iscritti al partito;
• Introdotto il LIBRO DI TESTO UNICO: per la nazionalizzazione e il populismo il Libro Cuore; per lo spirito di patria le poesie di Manzoni e Carducci e poi D’annunzio aggiungeva l’imperialismo e il militarismo;
• Creata la CULTURA FASCISTA, nuova disciplina scolastica. Con un’insufficienza in questa materia si metteva a rischio la vita della famiglia.
Per indottrinare la gioventù furono poi create delle organizzazioni giovanili:
1. ONB; Opera Nazionale Balilla. Divideva la gioventù per fasce d’età:
* Figli della lupa (elementari);
* Balilla;
* Avanguardisti (fino ai 19 anni);
* Giovani fascisti (dopo i 19 anni).
2. GUF; Gruppi Universitari Fascisti, per l’ambito universitario;
3. GIL; Gioventù Italiana del Littorio. Creata nel 1937, questa organizzazione comprendeva le altre due.
Mussolini fu precursore del Welfarestate (stato del benessere) perché promosse iniziative a tutela della popolazione come: l’INPS (Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale); l’INAIL (Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro); l’ONMI (Organizzazione Nazionale Maternità e Infanzia), ente statale che assisteva le ragazze madri, le vedove o i bambini abbandonati.
In ambito economico:
* Abolito il diritto di sciopero;
* Aboliti i sindacati e create le corporazioni fasciste. In queste venivano a confluire sia operai che datori di lavoro di una stessa categoria. La motivazione ufficiale fu quella di promuovere la collaborazione tra le due parti, ma ufficiosamente era un modo per controllare gli operai;
* Avevano valenza di legge solo i contratti di lavoro stipulati con le corporazioni fasciste;
* Attuato il DIRIGISMO ECONOMICO: lo Stato aveva il pieno controllo dell’economia della nazione. L’istituto economico che lo rappresentava maggiormente era l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) che aiutava le aziende in difficoltà comprandole, poi le risanava ed infine le rivendeva rimettendole sul mercato. In questo modo la borghesia veniva premiata per l’appoggio dato al partito e lo Stato aveva entrate continue.
I principali regimi totalitari in Europa furono tre: il Fascismo (1925-1943) in Italia; il Nazismo (1934-1945) in Germania e lo Stalinismo (1927-1953) in Russia.
Mettendoli a confronto si notano molte somiglianze:
➢ Tutti hanno un organo di supremo potere che per il Fascismo è il GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO (che deriva dal PNF, Partito Nazionale Fascista), per il Nazismo è HITLER stesso e per lo Stalinismo è il SOVIET SUPREMO (che deriva dal PCUS, Partito Comunista dell’Unione Sovietica);
➢ Tutti adottano la LISTA UNICA: il primo è lo Stalinismo nel 1927, poi il Fascismo nel 1928 ed infine il Nazismo nel 1934;
➢ Tutti hanno degli strumenti di repressione del dissenso: per il Fascismo ci sono la Milizia Nazionale, la Polizia Segreta ed il Tribunale Speciale; per il Nazismo le SA, le SS e la GESTAPO; per lo Stalinismo l’Armata Rossa, il KGB e le PURGHE STALINIANE. In più il Nazismo e lo Stalinismo avevano rispettivamente i LAGER e i GULAG come campi di concentramento;
➢ Nell’ambito economico Mussolini attuò il Dirigismo economico, Hitler la Reciprocità d’economia e politica (la politica doveva fare scelte che favorissero poi lo sviluppo dell’economia) e Stalin la Pianificazione (quinquennale) e la Collettivizzazione.
4.1.1
Il fascismo in Italia fini nel 1943 con lo sbarco degli alleati in Sicilia (americani).
Si ripresentarono degli schieramenti filo-fascisti solo negli anni settanta del novecento con l’avvento del TERRORISMO NERO in seguito agli avvenimenti del ’68.
Durante il periodo della guerra in Vietnam (1960-1975) in America dei movimenti destabilizzano le basi della società. I principali sono il movimento Hippie e il movimento del ’68.
Il movimento Hippie è un movimento pacifista che nasce in seno alla classe borghese. Inizialmente è un movimento di costume poi comincia a prendere posizioni a favore del Vietnam, allineandosi così a sinistra, ma non assumerà mai connotato ideologico. Inneggiava alla libertà dello stile di vita, contestava l’autorità.
Il movimento del ’68 si differenzia da quello Hippie perché questo è un vero e proprio movimento politico che si diffonde in specifici settori sociali, gli operai ed i giovani, e diviene la chiave che permette di ricostruire la società su nuove basi. Contestava l’autoritarismo, degenerazione dell’autorità (imposizione del potere).
Abbraccia sia gli operai che i giovani, i quali subiscono il sistema repressivo prima in famiglia, patriarcale, poi a scuola dove vigeva un sistema gerarchico che sfociava nell’autoritarismo, l’obiettivo era di formare la nuova classe dirigente.
Il movimento del ’68 nasce negli Stati Uniti, più precisamente in California nell’università di Berkley. Da lì si diffonde a Parigi, città culturalmente fertile e già caratterizzata da movimenti culturali; poi si diffonde a Londra, in Germania e in Italia. In Italia ed in Germania il movimento assume connotato politico.
Nascerà dal 1970 il TERRORISMO, un’evoluzione delle frange più estremiste del ’68, farà delle armi il principale strumento di rivendicazione. Si affaccia in Italia con l’attentato di Piazza Fontana nel 1969 come terrorismo rosso. Si propone di abbattere lo Stato borghese, accusava il PCI di essersi imborghesito soprattutto dopo il testamento di Togliatti sulla via al socialismo del 1960. In contrapposizione al terrorismo rosso nasce quello nero, d’orientamento filo-fascista che lottava per creare uno Stato più autoritario, al contrario di quello rosso.
Per arginare il fenomeno terroristico i politici diedero vita a governi d’emergenza che dessero esempio di collaborazione. Il primo passo fu il compromesso storico tra la DC (Democrazia Cristiana) e il PCI. Firmato da Berlinguer per il PCI e da Aldo Moro per la DC nel 1975. In seguito al compromesso si formano i governi monocolore (di unità nazionale), chiamati così perché il PCI appoggia solo dall’esterno mentre la leadership è della DC, la quale ha una maggioranza talmente forte da presentarsi quasi come unico partito.
Nel 1978 Aldo Moro viene ucciso dalle brigate rosse.
Nel 1979 il compromesso cessa, poiché la richiesta del PCI di entrare a far parte del governo viene respinta dalla DC dunque ritorna all’opposizione.
Il terrorismo viene debellato nei primi anni ottanta anche grazie ai dissociati, i “pentiti della mafia” che aiutarono le indagini.
4.1.2
Durante il fascismo si sviluppa in seno alla letteratura italiana l’ERMETISMO la cui definizione è stata data da Francesco Flora: la poesia ermetica è una poesia densa di significati, ma estremamente concisa, che sostituisce i nessi lirici ai nessi logici pur mantenendo coerenza metrica e sintattica.
La prima parte della definizione si riferisce all’uso che la letteratura ermetica fa del frammento4.
La seconda parte si riferisce al carattere soggettivo dei collegamenti tra i contenuti ermetici. I nessi lirici sono infatti collegamenti soggettivi che si contrappongono ai collegamenti più razionali della poesia tradizionale.
La terza parte indica la rigorosità formale della struttura di questa poesia.
Nell’ermetismo tre autori introducono innovazioni linguistiche oltre al frammento: Ungaretti, Montale e Saba.
- Ungaretti, maestro riconosciuto dell’ermetismo, introduce nuove tecniche di composizione poiché una poesia breve ne ha bisogno:
• La SCARNIFICAZIONE della parola, che consiste nel ripulire la parola dalla ridondanza di significati acquisiti nel tempo, di modo che la parola ritorni al suo significato originario;
• La FRANTUMAZIONE del verso, che spezza il verso lungo tradizionale trasformandolo in una serie di versi più brevi: in questo modo si pongono in maggior rilievo le parole che compongono la poesia, precedentemente scarnificate;
• L’ISOLAMENTO della parola nel verso, con il quale una sola parola costituisce un intero verso poetico. Diventano così visibili le parole chiave, cioè le parole attraverso le quali si ricostruisce il significato del verso.
I principi basilari della sua poetica prendono in considerazione tre elementi fondamentali: 1. La funzione che assegna alla poesia; 2. La funzione che assegna al poeta; 3. Il linguaggio da adottare.
1. Il poeta è in grado di in contatto con l’Assoluto5. La poesia diventa il luogo del rapporto tra uomo e Assoluto;
2. Il poeta è come un profeta (figura comune a tutte le religioni, tutti possono comprenderla). Il profeta nell’antichità era l’uomo dotato di un particolare rapporto con la divinità e dopo esservi entrato in contatto tornava tra gli uomini e gli trasmetteva la verità datagli dalla divinità. Ungaretti però rappresenta un profeta moderno: la divinità è diventata sempre più sfuggente dunque lui non riesce ad entrare in rapporto completo con essa, la verità che trasmette sarà quindi parziale, un frammento;
3. Il linguaggio utilizzato sarà quindi sotto forma di frammento: allusivo, simbolico, analogico.
Perfetto esempio di frammento e della poetica di Ungaretti è la poesia da lui creata “Mattina” (dalla raccolta l’Allegria), composta di due soli versi
“M’illumino
d’immenso”
i quali rappresentano il rapporto che si crea tra uomo e Assoluto, cioè tra “finito” e “infinito”.
- Con Montale si ha l’introduzione della tecnica del CORRELATIVO OGGETTIVO (codificata da Thomas Eliot), attraverso la quale uno stato d’animo, un’emozione viene rappresentata da un oggetto concreto, da un paesaggio. Ha questo nome proprio perché cerca di dare concretezza a ciò che non lo è come un sentimento. Nelle poesie di Montale vi è, infatti, un grande uso della natura, soprattutto quella della sua terra, la Liguria, ma la descrive poco attraente, riarsa dal sole, arida perché ha lo scopo di rappresentare l’aridità del vivere che lui codifica nell’espressione “MALE DI VIVERE”. Con questa espressione Montale vuole rappresentare la sofferenza della vita dell’uomo e che questa è priva di senso. Il male di vivere nasce quando l’uomo si rende conto che, anche sforzandosi, niente riuscirà a dare senso alla sua esistenza. Vivere è sofferenza, non c’è consolazione nemmeno nella fede perché Montale non riesce a credere in un Dio. L’unica cosa che il poeta e la poesia possono fare è trascrivere il male di vivere, poiché il poeta è come tutti gli uomini, immerso nel caos, non può dare soluzioni concrete. Secondo Montale l’unico bene che l’uomo può trovare nel male di vivere è l’indifferenza, ma essere indifferenti non significa arrendersi, perché l’uomo non può essere completamente indifferente, non è una macchina. Il poeta spinge il lettore quindi, con le sue poesie, a cercare una soluzione al male di vivere.
Troviamo alcuni esempi di correlativo oggettivo usato da Montale nella poesia “Meriggiare pallido e assorto” nella quale rappresenta la vita dell’uomo come un “una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, la muraglia simbolizza la solitudine cui l’uomo è condannato e se tenta di valicarla per entrare in contatto con gli altri si ferisce con i vetri; è una condanna al male di vivere. Oltre a questo la poesia in se stessa costituisce un unico correlativo oggettivo del male di vivere in quanto rappresenta il paesaggio in modo ostile.
Nella poesia “Non chiederci la parola”, invece, il correlativo oggettivo è rappresentato da “l’uomo che se ne va sicuro” e la sua ombra è proiettata dal sole su un “muro scalcinato”: scalcinato è sinonimo di decadente, che sta crollando, quindi rappresenta la decadenza della realtà fatta di pseudo-valori. Montale quando parla dell’uomo sicuro fa riferimento all’uomo fascista, cioè colui che si identifica nella realtà ideologica del tempo. Dalle sue parole sembrerebbe che lodi questa figura, ma non è così poiché secondo Montale il vero uomo è colui che ha eterni dubbi, che si pone problematiche, che cerca soluzioni e non colui che ostenta certezze; quell’uomo, “agli altri ed a se stesso amico”, finge, mente anche a se stesso, infatti, non si accorge dell’ombra che lo segue, cioè il lato negativo dell’esistenza, la parte oscura di sé.
- La poetica di Saba si incentra invece su tre elementi:
• La celebrazione del quotidiano. Secondo Saba niente ha maggior valenza poetica della vita quotidiana perché corrisponde alla normalità e una vita normale è ciò di più desiderabile. La sua vita non è mai potuta essere normale perché, essendo ebreo, la storia non glielo ha permesso (1938 manifesto della razza) ed anche le vicende quotidiane lo hanno segnato (depressione, nevrosi, morte della moglie).
• Per scrivere della vita quotidiana usa parole semplici, facilmente comprensibili, definite “domestiche”, parole senza storia, che non si riagganciano ad una tradizione letteraria precedente e non sono sfoggio della cultura personale del poeta in quanto lui vuole offrire consolazione ai lettori.
• Saba ha un’accettazione totale della vita perché secondo lui la vita è un’avventura che vale pena vivere sempre e comunque. Saba ama la vita perché la sua è sempre stata in pericolo.

1 È il modo di costruire le strofe utilizzato da Pascoli; i collegamenti tra le strofe non sono subito individuabili al contrario della normale sintassi perché i contenuti sono illuminazioni provenienti dall’inconscio e faticano ad uscirne, facendo così risultare la sintassi singhiozzante.
2 Il trasformismo emerse nella politica con Agostino Depretis (sinistra storica, 1976-1987). Diventa un nuovo modo di fare politica, non si ricerca più il consenso del partito, ma del singolo. Dà quindi vita a coalizioni e al fenomeno del clientelismo (comprare il consenso altrui tramite favori o altro).
3 Alla nascita del PSI vi erano all’interno due leader: Antonio Labriola e Filippo Turati. Il primo rappresentava l’ala estremista di cui facevano parte i massimalisti ed i sindacalisti rivoluzionari; entrambi volevano la rivoluzione, ma i sindacalisti rivoluzionari la volevano far precedere da uno sciopero che destabilizzasse la società, preparando così il terreno per la rivoluzione. Il secondo rappresentava, invece, l’ala moderata del partito composta dai riformisti, i quali volevano migliorare le condizioni di vita delle classi operaie attuando delle riforme in accordo con il governo.
4 Testo breve che esaurisce tanti significati in poco spazio, rappresenta in 3-4 versi un intero universo poetico. È rigorosamente costruito a tavolino con termini scelti, con valenza simbolica, collegati tra loro da analogie. Si differenzia dalla poesia pura decadente perché ha un impianto di tipo razionale che dà una precisa coesione formale ad ogni parte della sua struttura. Rispetto poi, alla poesia pura simbolista e parnassiana presenta contenuti autobiografici non necessariamente irrazionali. Anche se breve è costruito come una normale poesia lunga, non presenta disordine, ha una sua logica.
5 Ungaretti inizialmente era ateo, ma la morte del fratello e del figlio lo hanno cambiato e nel 1928 si converte al cattolicesimo. Nelle sue poesie non parlerà però di un “Dio”, ma dell’Assoluto, una categoria filosofica, per avere un rapporto più sobrio, più laico con l’ente superiore.
---------------
------------------------------------------------------------
---------------
------------------------------------------------------------
1

Esempio



  



Come usare