Cultura e territorio

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Testo

Stati Uniti d'America (letteratura e arte)

LETTERATURA
La letteratura americana del periodo coloniale, che è solo un ramo periferico di quella inglese, è di carattere religioso e consiste, il più delle volte, in raccolte di sermoni a uso dei colonizzatori e dei colonizzati (R. Williams, W. Penn, J. Woolman, M. Wigglesworth, E. Taylor, J. Edwards). Nella prima metà del XVIII sec. emerge la personalità di B. Franklin, mentre la seconda metà è dominata dagli scrittori della rivoluzione, e tra questi spicca la figura di Th. Jefferson, con A. Hamilton, J. Madison, J. Jay, Th. Paine. I poeti più importanti di questo periodo di transizione tra l'Illuminismo e il Romanticismo sono Ph. Freneau e W. C. Bryant. Con la nascita della nazione, si assiste anche al sorgere di una letteratura nuova che tende a liberarsi dei suoi legami europei. W. Irving rappresenta un esempio della nuova cultura; gli è accanto, nella scoperta del volto dell'America, J. F. Cooper. L'influsso della rivoluzione romantica europea si sente nella poesia aristocratica di H. W. Longfellow e di J. R. Lowell e soprattutto nell'opera di R. W. Emerson e di H.D. Thoreau. Allo spirito della loro opera si contrappone l'avventura estetica di E. A. Poe e di N. Hawthorne, ai quali spetta il compito di dare una coscienza critica all'arte letteraria. Sono momenti di fede e di disperazione che troveranno la loro fusione nell'opera di H. Melville e di W. Whitman. La lotta per l'abolizione della schiavitù trova espressione in una vasta letteratura e ha il suo momento più popolare con la Capanna dello zio Tom (1852), di H. Beecher Stowe. Appaiono in questo periodo anche le prime figure di riformatori neri, come F. Douglass, che daranno vita a una ricca tradizione di scrittori e di poeti come W. E. Du Bois, J. W. Johnson, C. Cullen ecc. W. D. Howells porta lo spirito dell'Ohio nella Boston puritana e M. Twain fa straripare lo humour maturato nel suo nativo Mississippi fino ai due oceani. La poesia intimista di E. Dickinson e i romanzi introspettivi di H. James appaiono in contrasto con questo movimento espansivo della nuova letteratura. Agli inizi del XX sec. la cultura americana scopre nel pragmatismo di W. James una filosofia che dischiude nuove vie all'indagine sullo spirito umano: a essa si ricollegherà, più tardi, lo strumentalismo di J. Dewey. Il rapporto dell'uomo con la natura diventa il tema dominante dei romanzi di F. Norris, di S. Crane e di J. London, nei quali si inserisce in maniera violenta anche la problematica dell'artista dinanzi alla società moderna. R. Bourne, V. W. Brooks, H. L. Mencken dominano la scena critica di questi anni, mentre V. L. Parrington traccia il primo esauriente ritratto della tradizione americana. I romanzi realisti di Th. Dreiser sono al centro della battaglia anticonformista e i racconti di O. Henry aprono la strada a un genere che diverrà sempre più popolare. La rivista Poetry di H. Monroe scopre intanto la poesia di E. Lee Masters, di C. Sandburg, di V. Lindsay e rende omaggio all'opera ignorata di R. Frost; l'imagismo si afferma con A. Lowell, Th. S. Eliot, E. Pound. Sono gli anni della scoperta di Parigi, di Sh. Anderson, di F. Scott Fitzgerald, di J. B. Cabell e del romanzo proletario, di S. Lewis, J. Dos Passos, R. Lardner, E. Hemingway, Th. C. Wolfe, J. Steinbeck, W. Faulkner. Vivace è la critica, con J. E. Spingarn e J. C. Ransom (New Criticism), E. Wilson, Matthiessen, M. Cowley. Gli anni dell'immediato dopoguerra vedono il moltiplicarsi del numero dei narratori in un'America indecisa, messa improvvisamente a contatto con nuove responsabilità mondiali. La generazione dei combattenti produce una serie di romanzi, ispirati alla guerra, che porta alla ribalta scrittori come J. Jones, N. Mailer, T. Capote, P. Bowles, J. Hersey ecc. L'incruenta rivoluzione della beat generation, capeggiata dai narratori J. Kerouac e W. Burroughs e dal poeta A. Ginsberg, contribuisce a popolarizzare anche in America l'opera del loro padre spirituale H. Miller, pubblicata quasi tutta in Francia, e agli inizi degli anni Sessanta un altro gruppo di scrittori (W. Styron, S. Bellow, J. D. Salinger, M. McCarthy, J. Updike, B. Malamud, R. Ellison e J. Baldwin) ci offre un ritratto allucinante dell'artista americano del nostro tempo in lotta con la realtà che lo circonda. Gli ultimi due fra gli autori citati sono di colore e la loro crisi personale si rivela con maggiore drammaticità, come in R. Wright e in J.L. Hughes. Il teatro americano moderno, nato con i potenti drammi di E. O'Neill, si sviluppò nel decennio 1920-1930 con drammaturghi quali C. Odets, M. Anderson, E. Rice, R. Sherwood, T. Williams, A. Miller, W. Inge, G. S. Kaufman, M. Hart, G. Kanin, E. Albee. Accanto alle produzioni di parodistico sperimentalismo di J. Barth o di D. Barthelme, nascono nuovi best-sellers lanciati o creati dall'industria culturale. Il riferimento va alle opere di E. Segal, come Love Story, o di M. Puzo, come Il padrino, o di A. H. Haley, come Radici. Inoltre un cenno va fatto all'importante corrente femminista che fa capo a Joan Didion e a Joyce Carol Oates. Nella prosa gli anni a cavallo tra gli Ottanta e Novanta hanno visto un crescente successo degli autori di origine messicana, i cui romanzi sono legati dal dilemma dell'identità e dell'inevitabile tradimento della propiria identità culturale. La narrativa di Toni Morrison, dedicata alla doppia alienazione sofferta dalla donna nera a causa dei pregiudizi razziali e della sua condizione stessa diappartenente al sesso femminile ha ottenuto il riconoscimento del premio Nobel per la letteratura nel 1993. A parte questo esempio di scrittrice e di altre afro-americane, la carenza di nuovi autori ha segnato i primi anni Novanta che hanno assistito al predominio della junk literature (letteratura spazzatura) impostasi già nel decennio precedente. Sono stati i veterani come S. Below, J Updike, T. Pynchon, G. Vidal e P. Roth a far salire il livello qualitativo della prosa statunitense.
ARTE
La prima fase dello sviluppo dell'architettura negli USA si suole dividere in quattro periodi: primo periodo coloniale (1607-1713) nel quale la dominante architettonica è lo stile Giacomo I. Esempi sono la Boardman House (1651), in legno; la Hutchinson House di Boston (1681-1691) di tendenza classicheggiante e la chiesa di S. Lucia a Smithfield (Virginia), in muratura. Nel secondo periodo coloniale (1713-1789), sempre nell'ambito del gusto architettonico europeo, si ha uno sviluppo dell'oreficeria e del mobilio. Il primo periodo repubblicano (1789-1829), pur non rivelando mutamenti sostanziali, risente dell'influsso di R. Adam, sensibile soprattutto in S. MacIntyre e, in relazione alle vicende della lega anti-inglese, del gusto francese che si diffonde anche nell'arredamento: mobili di D. Phyfe in cui si nota l'influsso dello stile Direttorio. In questo periodo l'edilizia subisce un grande impulso: in particolar modo efficace l'opera svolta dall'architetto-presidente Th. Jefferson (Campidoglio di Richmond, casa di Monticello in Virginia). Secondo periodo repubblicano (1829-1876), caratterizzato dal culturalismo europeo. L'architettura americana trova, negli ideali neoclassici, una fonte di ispirazione che si adegua al nuovo spirito repubblicano. Il neo-gotico si manifesta con J. Renwick (cattedrale di S. Patrizio, 1858, a New York). Gli architetti R. Morris Hunt e H. Hobson Richardson rimangono validi esempi di quel movimento che sfocerà nella Scuola di Chicago caratterizzante una maggior autonomia e un rinnovamento dell'architettura americana. Un altro interprete della rinnovata stagione architettonica statunitense è L. H. Sullivan, al quale si deve la qualificazione espressiva di quella costruzione tipicamente americana che è il grattacielo. Figura di primo piano è quella di F. L. Wright, allievo di Sullivan, assertore di un'architettura organica, integrata con l'ambiente, umanamente qualificata, realizzata con materiali naturali. Il razionalismo europeo si afferma negli USA a opera di Neutra, Gropius, Mies van der Rohe, Saarinen, Le Corbusier e ne impronta l'aspetto architettonico attuale. La pittura e la scultura arrivano a risultati autonomi e originali molto più tardi. In scultura, solo dalla metà del XVIII sec. si ha il primo artista di rilievo: W. Rush (1756-1833). Come architettura e pittura, la scultura riesce a dire qualcosa di originale solo nel XX secolo e soltanto a opera di artisti d'avanguardia: D. Smith, S. Lipton, Louise Nevelson. A. Calder con le sue geniali creazioni lancia una nuova concezione dello spazio come entità liricamente dinamica e apre un periodo sempre più originale e vivo di fermenti. A partire dalla metà del XVIII sec. J. S. Copley, B. West, G. Stuart possono essere considerati iniziatori della pittura di storia. Nella prima metà dell'800 una nota originale è data dalla Scuola dell'Hudson, caratterizzata dalla pittura di paesaggio di tono romantico, di cui fanno parte T. Cole, A. Durant, T. Doughty. Con J. S. Sargent e J. Whistler si definisce il rapporto tra pittura americana ed europea, con accenti di forte originalità. Le avanguardie di fine secolo riflettono le influenze sempre presenti negli Stati Uniti dei movimenti europei. A questi movimenti d'avanguardia un apporto originale dà il movimento sincromista per opera di Morgan Russel e Stanton MacDonald Wright, entrambi assai vicini alle poetiche di Picabia e Delaunay. Fra espressionismo, impressionismo, cubismo ed esperimenti dadaisti, emerge per purezza lirica e linguaggio assolutamente originale l'opera di J. Marin, forse uno dei più significativi pittori americani del primo Novecento. Durante la crisi del '29 emerse un gruppo di pittori sociali (J. Levine, Ben Shahn, W. Gropper). Il contributo dato dagli Stati Uniti all'arte immediatamente postbellica è tra i più significativi e validi. Fra gli artisti M. Tobey, F. Kline, W. De Kooning, M. Rothko emerge la figura di J. Pollock, la cui opera risulta determinante per la creazione e l'affermazione dei caratteri della pittura informale, di gesto e d'azione, genericamente riassumibili nella definizione di espressionismo astratto introdotta da Hans Hoffman. Dal 1955 si è sviluppata la pop-art (R. Rauschenberg, J. Johns). Da essa ha tratto origine l'iperrealismo (R. Estes, D. Eddy, J. De Andrea e altri). AI confini tra pittura e scultura i mobiles di A. Calder, alla ricerca di forme e spazi aperti e dinamici. Non va infine dimenticata l'arte concettuale, che rifiuta l'opera d'arte come effetto, ma si esprime con azioni, documentazioni ecc. Si vedano a questo proposito la body art e la land art.

Spagna

(spagnolo España), Stato (Reino de España) dell'Europa occidentale, nella penisola iberica. Superficie: 505.954 km2, comprese le isole Baleari e le Canarie. Popolazione: 38.426.000 ab. Capitale: Madrid. Lingue: ufficiale lo spagnolo (castigliano); nazionale il catalano, il basco, il gallego. Religione: cattolica. Unità monetaria: la peseta. Confini: confina a nord-est con la Francia e Andorra, a ovest con il Portogallo; a nord, nord-ovest e sud-ovest è bagnata dall'Oceano Atlantico, a est e a sud-est dal Mare Mediterraneo. Ordinamento: monarchia costituzionale. Le Cortes (Parlamento) sono composte dal Congresso dei deputati e dal Senato.
GEOGRAFIA
n Morfologia. Il territorio è costituito da un vasto altopiano, la Meseta, inclinato a ovest, con un'altitudine media tra i 600 e i 1000 m; la Meseta è delimitata dalla Cordigliera Cantabrica e dai Pirenei a nord, dal Sistema Iberico a est, dalla Sierra Morena a sud ed è movimentata da catene interne: a nord le Sierre de Gata, de Gredos, de Guadarrama, più a sud i monti di Toledo e la Sierra Morena. A ridosso della costa mediterranea meridionale si estende infine il Sistema Betico, con le cime più alte di tutta la penisola (Cerro Mulhacén, nella Sierra Nevada: 3478 m).
n Clima. La Meseta è caratterizzata da clima continentale, con estati calde e inverni freddi e scarsità di precipitazioni. La regione cantabrica ha clima temperato oceanico, con piogge abbondanti, quella costiera orientale clima mediterraneo, mentre nella regione andalusa il clima diventa subtropicale, con estati molto calde e piogge scarse.
n Idrografia. L'inclinazione della Meseta verso ovest fa sì che i fiumi (il Miño, il Duero, il Tago, la Guadiana e il Guadalquivir) scorrano per lo più verso l'Oceano Atlantico. Sfociano nel Mare Mediterraneo l'Ebro, il Guadalaviar e il Júcar.
n Popolazione e città. La Spagna ha una densità media tra le più basse d'Europa, con contrasti netti tra zone quasi deserte (León, Estremadura, Aragona) e altre in cui la popolazione è assai addensata (Galizia, Catalogna, Asturie, Province Basche, Navarra e le zone costiere). Il tasso di natalità è alto, ma compensato dalla quota di emigrazione transoceanica e verso alcuni Paesi europei. I contrasti economici tra zona e zona sono notevoli, e dove sussistono nette differenze etniche e linguistiche (Province Basche, Galizia, Catalogna) assai viva è l'aspirazione autonomistica. Le città più importanti, oltre a Madrid che è il centro politico e amministrativo del Paese, sono: Barcellona, Valencia, Bilbao, Saragozza, Siviglia, Malaga, Palma di Maiorca, Toledo, Pamplona, Granada, Cordoba, Segovia, Las Palmas, Santa Cruz de Tenerife.
n Economia. Sull'agricoltura spagnola, in via di sviluppo, pesano, oltre a condizioni climatico-pedologiche poco favorevoli, anche il diffuso latifondo. L'arativo occupa oltre 15 milioni di ha (30% della superficie territoriale); le colture più diffuse sono quelle cerealicole, con frumento, mais, orzo, riso e segale, che tuttavia danno rese medie non molto elevate; la patata assicura invece ottimi raccolti. Importantissime l'olivicoltura e la viticoltura, con esportazione di oli e vini pregiati (terzo produttore mondiale). Presenti, oltre alla barbabietola, anche il cotone, il lino, la canna da zucchero, colture ancora possibili grazie al basso costo della manodopera. Il patrimonio zootecnico è costituito da circa 24 milioni di ovini (ed è tra i primi al mondo), da caprini, bovini (5 milioni di capi), quindi da muli e asini; esclusivi della Spagna gli allevamenti di tori da combattimento (Salamanca e Siviglia). Discreta importanza hanno i prodotti forestali (sughero e resine); abbastanza attiva è la pesca (tonni, acciughe e sardine). Lo sfruttamento del sottosuolo offre ampi margini di miglioramento; si estraggono ferro (Biscaglia e Asturie), stagno, piombo, zinco, carbone, mercurio, petrolio, tungsteno, antimonio, bauxite, titanio. L'industria è in piena espansione: quella meccanica è sviluppata nei settori degli autoveicoli (Barcellona, Madrid, Bilbao, Saragozza, Valladolid, Vigo), con la presenza delle maggiori case mondiali (Fiat, Renault, Ford, Chrysler), delle costruzioni navali (Barcellona, Bilbao, El Ferrol), ferroviario (Barcellona), aeronautico (Siviglia). Notevolmente incrementate in questi ultimi anni sono l'industria alimentare (trasformazione dei prodotti agricoli), petrolchimica, chimica, che produce soprattutto superfosfati, materie plastiche e farmaceutici, quella tessile e quella vetraria. In fortissima crescita il settore dei servizi, che occupa il 52% della popolazione attiva, con predominanza del settore turistico, fortemente organizzato specialmente nella regione costiera mediterranea e nell'Andalusia, sorretto da finanziamenti e strutture statali.
PREISTORIA E STORIA
Abitata fin dal Paleolitico inferiore, la Spagna fu raggiunta dagli Iberi alla fine dell'età paleolitica, dai Celti nel VII sec. a. C.; colonie commerciali vi fondarono (V sec. a. C.) Fenici e Greci; nel III i Cartaginesi la sottomisero sino all'Ebro, i Romani se ne impadronirono per opera di Scipione l'Africano dopo la II guerra punica (II sec. a. C.), creandovi due province: Hispania citerior e Hispania ulterior, separate dall'Ebro, sotto Augusto tra le più prospere e progredite dell'Impero. Invasa da Vandali, Svevi, Alamanni (V sec.), fu soggetta al dominio dei Visigoti, che occuparono quasi tutta la penisola, sino alla conquista araba (711). Solo le regioni nordoccidentali (Asturie) rimasero in possesso dei prìncipi cristiani, a opera dei quali sorsero nei secoli successivi gli Stati di Navarra, León, Castiglia e Aragona e fu compiuta la progressiva riconquista della penisola. La Spagna musulmana conobbe il massimo splendore sotto l'omayyade Abd-ar-Rahaman III, califfo di Cordova dal 929. Caduto il califfato, l'intero dominio arabo si divise in numerosi staterelli (regni di Taifas) contro cui si fece minacciosa l'alleanza degli Stati cristiani. Il declino definitivo della potenza musulmana ebbe inizio con la sconfitta inflitta dalle armi cristiane agli Almohadi a Las Navas de Tolosa (1212); il seguente periodo, sino alla caduta del Regno musulmano di Granada (1492), riceve impronta dall'azione politica dei Regni d'Aragona e di Castiglia. L'unione dei due regni per il matrimonio di Ferdinando d'Aragona con Isabella di Castiglia (1469) segna l'inizio del periodo unitario e moderno della Spagna. Mentre, sulla scia di C. Colombo, Cortés, Pizarro e Diego de Almagro conquistavano un impero coloniale nelle Indie Occidentali, in Europa il dominio spagnolo si consolidava con la conquista del Regno di Napoli (1504), l'offensiva contro i musulmani nell'Africa settentrionale (1509-1511), l'annessione della Navarra spagnola (1512). Con l'ascesa al trono di Carlo V (1516-1556), erede della corona di Spagna e degli Asburgo, l'Impero spagnolo raggiunse la sua massima potenza, ma il predominio in Europa (sancito dalla pace di Cateau-Cambrésis, che ne estendeva il dominio su gran parte dell'Italia, sulle Fiandre e sui Paesi Bassi) fu gravemente scosso, regnando Filippo II, dai rovesci subiti nella guerra contro l'Inghilterra (1588, distruzione dell'Invincibile Armata) e nella repressione dell'insurrezione dei Paesi Bassi (1566-1648). Il declino della potenza spagnola continuò nel XVII sec.: alla crisi economica interna fece riscontro lo smembrarsi dell'Impero: nel 1640 il Portogallo, sottomesso nel 1581, riacquistò la propria indipendenza; nel 1659, con la pace dei Pirenei, la Francia sottrasse alla Spagna l'Artois, il Lussemburgo e il Rossiglione e, regnando Carlo II, ebbe anche la Franca Contea. Al termine della guerra di successione, scoppiata alla morte di Carlo II e conclusasi (pace di Utrecht, 1713; di Rastadt, 1714) con l'ascesa al trono di Filippo V, nipote di Luigi XIV di Francia, la Spagna perse tutti i possessi italiani, passati all'Austria. Dopo il governo illuminato di Carlo III (1759-1788), la Spagna, invasa da Napoleone (1808), si sottrasse al dominio francese con una lunga lotta (1808-1813), al termine della quale fu restaurata, con Ferdinando VII, la dinastia borbonica. Un pronunciamento a Cadice (1820) delle truppe destinate alla riconquista delle colonie d'America, proclamatesi indipendenti, impose al re il ristabilimento della Costituzione liberale emanata nel 1812 e successivamente ritirata; al breve periodo di governo liberale pose fine l'intervento armato della Francia in nome dei princìpi della Santa Alleanza (1823); riaccesasi la guerra civile per la contesa dinastica fra il pretendente don Carlos, sostenuto dai Conservatori (carlisti), e Maria Cristina, reggente per Isabella II, che si appoggiava ai liberali, la vittoria dei cristiani non diede stabilità politica al Paese, che fu travagliato dalle rivoluzioni (1854, 1866,1868) promosse dall'elemento militare, l'ultima delle quali costrinse Isabella II a rinunciare al trono. Dopo un breve periodo di interregno (1868-1870) e il regno di Amedeo di Savoia duca d'Aosta, un colpo di Stato militare diede la corona (1874) al figlio di Isabella, Alfonso XII. Durante la reggenza di Maria Cristina d'Asburgo la Spagna perse, in conflitto con gli Stati Uniti, Cuba, Portorico e le Filippine (1898). Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale la Spagna si mantenne neutrale, Alfonso XIII affidò (1923-1930) poteri dittatoriali a M. Primo de Rivera. Dimessosi questo, seguirono in breve la caduta della monarchia (1931) e la costituzione di un regime repubblicano. Il programma di riforme sostenuto da repubblicani e socialisti incontrò l'opposizione della destra, che governò tra il 1933 e il 1936. La vittoria elettorale del Fronte popolare (1936) provocò la sollevazione delle forze conservatrici e di una parte dell'esercito, guidata dal generale Francisco Franco, aprendo la guerra civile. L'aiuto dell'Italia fascista e della Germania hitleriana consentì a Franco di stroncare la resistenza avversaria: il 1° aprile 1939 la Repubblica cessava di esistere. La neutralità mantenuta durante la seconda guerra mondiale permise al dittatore di consolidare il suo regime e a guerra finita di ottenere il riconoscimento delle potenze occidentali. Nel 1975, alla morte di Franco, Juan Carlos di Borbone fu incoronato re di Spagna e procedette allo smantellamento dello Stato franchista, indicendo nel 1977 le prime elezioni libere dalla conclusione della guerra civile. Da allora ha avuto avvio il rinnovamento democratico del Paese. Nel 1982 i partiti di centrodestra sono stati sconfitti dai socialisti del PSOE. Primo ministro è così diventato Felipe González, che nel 1986 ha portato la Spagna nella CEE ed è stato riconfermato per la quarta volta nel 1993. Nelle elezioni politiche del marzo 1993 sono state invece vinte da José Maria Aznár, leader del partito popolare.
LINGUA E LETTERATURA
n Lingua. Gli idiomi in uso sono il catalano, il basco e lo spagnolo. Questo comprende vari dialetti, che nascono dalla differenziazione del latino in area iberica.
n Letteratura. La letteratura spagnola nasce in Castiglia attorno all'XI sec. Nel XII sec. si ha la grande fioritura di cantares, ove si celebrano le gesta degli eroi cristiani: il Cantar de mio Cid è l'unico cantare epico pervenutoci quasi integro e nella stesura originale. Tra il XII e il XIII sec. le influenze della poesia provenzale si avvertono con maggiore forza ed estensione. Nel XIII sec. è attivo Gonzalo de Berceo, primo poeta spagnolo di identità accertata. Dopo la metà del XIII sec. nascono le prime università, mentre si rafforza il prestigio di Toledo con la sua scuola di traduttori. Preziosa si rivela l'opera di Alfonso X il Saggio, il quale si circonda di valenti collaboratori al fine di portare a termine varie imprese scientifiche, storiografiche e letterarie di notevole portata. L'influenza e l'esempio dell'opera di Alfonso il Saggio si esplicano agli albori del XIV sec. soprattutto in un più personale e più spregiudicato atteggiamento dei letterati, la cui personalità si sviluppa in forme sempre più autonome, come nei due grandi letterati del tempo, Juan Ruiz, arciprete di Hita e Pero López de Ayala. Nel XV sec. il letterato spagnolo volge la sua attenzione alla cultura italiana e si accosta ai classici latini e greci. È l'epoca dei Cancioneros di Baena, di Stúñiga e soprattutto di Juan de Mena, del Marqués de Santillana, di A. Pérez de Guzmán; ma è anche la stagione del romanzo sentimentale e cortese, del Corbacho dell'Arciprete de Talavera e della grande produzione epico-lirica del romance. Nell'ultimo scorcio del XV sec., mentre a Salamanca svolge la sua opera di erudizione il filologo A. de Nebrija, nella letteratura creativa si hanno i fecondi esiti dell'opera di Juan del Encina, considerato il fondatore del teatro spagnolo, le stupende Coplas di J. Manrique e la Celestina di F. de Rojas. Il Rinascimento compare in Spagna con forme diverse: il petrarchismo dà uno dei migliori poeti europei, Garcilaso de la Vega, il neoplatonismo fa il suo ingresso con l'opera di Leone Ebreo, la prosa retorica e dottrinaria con A. de Guevara, il romanzo pastorale con G. Gil Polo, Montemayor e Cervantes, e il poema epico all'italiana con L. Barahona de Soto, J. Rufo e A. de Ercilla. Affermato teoricamente da Juan de Valdés, il primato della lingua castigliana è praticamente accettato dal catalano Boscán e dai portoghesi Sá de Miranda e Gil Vicente. Chiaramente influenzati da Erasmo da Rotterdam e dalle idee della Riforma sono lo stesso Juan de Valdés e suo fratello Alfonso, Pero Mexía, J. L. Vives e il movimento degli alumbrados, Naharro e Gil Vicente (nel Lazarillo de Tormes, primo esempio di romanzo picaresco, e nell'opera del grande Cervantes). Allo spirito di avventura che continuava a vivere e propagarsi nel romanzo cavalleresco fa riscontro lo spirito d'avventura che anima i primi protagonisti o scrittori della Conquista: così nel Don Chisciotte di Cervantes, così nelle successive generazioni dei cronistas de Indias, da Bartolomé de Las Casas in poi. Nella seconda metà del XVI sec. si era venuta affermando una vasta letteratura ecclesiastica e ascetica (da Francisco de Osuna a Ignazio di Loyola, da Fray Luis de León a Santa Teresa de Ávila e a San Juan de la Cruz). Solo con la presenza di un pubblico tanto ampio quanto partecipe e raffinato si può spiegare l'esplosione letteraria che si è soliti denominare Secolo d'Oro spagnolo (dalla seconda metà del XVI sec. alla seconda metà del XVII sec.). Nel quale anzitutto si verificano la nascita e l'apogeo di un teatro nazionale, che conta nomi come Cervantes, Lope de Vega, Tirso de Molina, Calderón de la Barca, Juan Ruiz d'Alarcón, Mira de Amescua, F. Rojas Zorrilla, L. Vélez de Guevara, Moreto y Cavana ecc. Nel quale inoltre la lirica barocca pare trovare il massimo della sua pienezza nel culteranismo di Góngora o nel concettismo di Quevedo. Nel quale, infine, la prosa si sviluppa e giunge a maturità sia nella direzione del romanzo picaresco di Alemán e di altri, sia nella direzione dell'esemplare saggistica di Suárez de Figueroa, di Diego de Saavedra e di Baltasar Gracián. Nell'ultimo Seicento, l'involuzione culturale sfocia in aperta decadenza e conduce a manifestazioni letterarie di puro virtuosismo. Il XVIII sec. segna un rinnovamento con uno sforzo di ripensamento e di erudizione che vede accomunati il padre Feijóo e I. Luzán, il gesuita in esilio E. de Arteaga, e, con maggiore coerenza e coraggio, J. Cadalso e Jovellanos. Sul piano della letteratura più propriamente creativa, si hanno le opere satiriche di D. de Torres Villaroel e di F. de l'Isla, mentre la lirica e il teatro si adeguano al gusto arcadico e settecentesco da un lato con Menéndez Valdés, e dall'altro con il frizzante teatro di Moratín e i sainetes popolareschi di Ramón de la Cruz. Il XIX sec. è caratterizzato all'inizio dal contrasto tra la poetica settecentesca, ancora presente, e l'incalzante Romanticismo (A. de Saavedra y Ramírez, Zorrilla). L'aspetto storico-politico del Romanticismo trova il suo punto più alto di autocritica e di denuncia sociale nella produzione giornalistico-saggistica di Larra e dei suoi discepoli, come Mesonero Romanos. Nettamente superiore all'opera poetica di Campamor e di Núñez de Arce è quella di Bécquer, certamente lo scrittore più completo e dotato del Romanticismo spagnolo. Realismo e naturalismo si presentano, nella seconda metà del sec., in F. Caballero, in Alarcón, in Pereda, o nella più sorvegliata prosa di Valera. Il primo Novecento vede il risveglio della coscienza spagnola, con Galdós e i 'Krausisti' (F. Giner de los Ríos, M. Bartolomé Cossío e J. Costa), Clarín, Ganivet, Menéndez y Pelayo. Generazione del '98 sarà chiamato quel gruppo di scrittori (Unamuno, Azorín, A. Machado, R. Maeztu, Baroja ecc.) che, tra il 1914 e il 1931, anno della Seconda Repubblica, appunta le sue armi critiche, saggistiche e letterarie sul tema della rinascita della Spagna. Parallela è la fioritura letteraria del modernismo (R. Darío, G. Miró, Valle-Inclán, Marquina, J. Ramón Jiménez ecc.) con la quale le lettere spagnole si mettono al passo delle moderne correnti artistiche europee (dal simbolismo all'Art Nouveau). Escono da questi decenni Machado, Jiménez, P. Salinas, J. Guillén, F. García Lorca, R. Alberti, L. Cernuda, G. Diego, V. Aleixandre, E. Prados, M. Hernández ecc. Nella narrativa è meno facile stabilire una linea che vada da scrittori stravaganti come Valle-Inclán e Ramón Gómez de la Serna, a narratori più robusti come Baroja e R. Pérez de Ayala, fino a C. José Cela, J. A. de Zunzunegui, R. Sender e F. Ayala. Il teatro, dopo i drammi a tesi d'influsso ibseniano del Premio Nobel Echegaray e le vivaci commedie di Benavente, attinge a singolari altezze poetiche con García Lorca, il più valido esponente della drammaturgia spagnola di questo secolo. Campo ricco di esiti di varia intensità è quello della saggistica, con Ortega y Gasset, Madariaga, E. d'Ors, Marañón, Zubini, L. Entralgo, Bergamín, Aranguren, A. Castro, Amado Alonso, Dámaso Alonso, J. Marias, C. Castilla del Pino, J. Caro Baroja, C. Bousoño, C. M. Gaite ecc. Il panorama della letteratura spagnola dal 1950 a oggi si presenta agli inizi assai povero e via via più movimentato e vivace. Per il teatro, dopo Buero Vallejo, bisogna senz'altro ricordare Alfonso Sastre, Lauro Olmo, A. Gala, F. Ors, J. Ruibal. Per la narrativa -- R. Sánchez Ferlosio, Juan Goytisolo, Ignacio Aldecoa, Luis Martín Santos, Juan Marsé, F. Umbral, A. Grosso, C.J. Cela, G. Torrente Ballester, G. Hortelano -- e per la poesia: Gabriel Celaya, Blas de Otero, il Premio Nobel Vicente Aleixandre, scomparso nel 1984, Pere Gimferrer, R. Alberti, F. Brines, L. A. de Villena, Jaime Siles, L. Rosales.
ARTE
Gli inizi dell'arte spagnola, dopo periodi dominati da influssi romani, visigoti, islamici (arte asturiana), vedono tra l'VIII-XI sec., nelle regioni sotto il dominio arabo, lo sviluppo dell'arte moresca e della cosiddetta arte mozarabica (chiese di S. Miguel de Escalada, Santiago de Peñalba, S. Miguel de Celanova). Del periodo romanico (secc. XI-XII) sono esempi le cattedrali di Jaca e di S. Isidoro (León); più apertamente romaniche la porta di S. Pietro el Viejo (Huesca) e la cattedrale di Santiago de Compostela, massimo esempio di architettura romanica spagnola. L'arte gotica fiorisce agli inizi del XIII sec. nelle cattedrali di Burgos, Toledo, León, di S. Caterina (1223) a Barcellona. La scultura, sviluppatasi in età romanica e gotica solo come complemento architettonico, ha nel XV sec. un'espressione più autonoma: esempi ne sono gli altari scolpiti e gli stalli dei cori lignei. La pittura gotica in Spagna comprende quattro periodi: 1) lo stile gotico lineare, rappresentato in Catalogna (affreschi di Puigcerdá), in Aragona e in Navarra; 2) lo stile italico-gotico, nella seconda metà del XV sec. (F. Bassa e fratelli Serra); 3) lo stile gotico-internazionale (B. Martorell, R. du Mur, L. Zaragoza); 4) lo stile ispano-fiammingo, nella seconda metà del XV sec., iniziato da L. Dalmau che introdusse lo stile dei van Eyck (B. Bermejo, Gallego, Zamora, G. Inglés). L'architettura rinascimentale si presenta con lo stile ___plateresco

Russia

(russo Rossija), Repubblica (Rossijskaja Respublika) estesa sull'Europa orientale e sull'Asia settentrionale. Superficie: 17.075.400 km2. Popolazione: 147.386.000 ab. Capitale: Mosca. Lingua: russo. Religione: ortodossa, con minoranze cattoliche e protestanti, musulmane, ebree, animiste. Unità monetaria: il rublo. Confini: confina a ovest con Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia e Bielorussia; un'enclave russa è posta tra Lituania e Polonia; a sud-ovest con l'Ucraina; a sud con Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Mongolia e Cina; a nord si affaccia sul Mare Glaciale Artico, a est sull'Oceano Pacifico, a ovest sul Mare Baltico, a sud sul Mar Nero. Ordinamento: Repubblica presidenziale. È suddivisa amministrativamente in Territori, Province, Repubbliche autonome, Regioni autonome e Circondari autonomi.
GEOGRAFIA
n Morfologia e idrografia. Il territorio della Russia presenta una grande varietà di paesaggi geografici. Da ovest a est si succedono i bassopiani Sarmatico, Siberiano Occidentali, l'Altopiano della Siberia Centrale, le regioni dell'Estremo Oriente affacciate sull'Oceano Pacifico. Il Bassopiano Sarmatico comprende quasi interamente il settore europeo della Russia e presenta nella parte centrale una serie di rilievi, quali il Rialto del Valdaj, il Rialto Centrale Russo, le alture del Donec e quelle del Volga, continuate a sud dagli Jergeni, e si conclude a est con la catena degli Urali, che si prolunga a sud nei rilievi di Mugodzary. Il fiume maggiore è il Volga che convoglia al Mar Caspio anche le acque dell'Oka, della Vjatka, della Kama e della Belaja. Al Mar Caspio tributano pure l'Ural e i caucasici Terek, Kura e Araks. Gli altri fiumi tributano al Mare d'Azov (Don col suo affluente Donec). Al Mare Baltico scendono il Neman e la Neva; al Mare Bianco l'Onega e la Dvina Settentrionale, al Mare di Barents la Pecora. Sull'istmo tra Bassopiano Sarmatico e Fennoscandia si estendono due grandi laghi, il Ladoga e l'Onega. Tra gli Urali a ovest, le alture del Kazakistan a sud, lo Jenisej a est si apre il grande Bassopiano Siberiano Occidentale, inclinato verso il Mare Glaciale Artico (Mare di Kara), e al quale scendono i suoi maggiori corsi d'acqua quali l'Ob, il Pur, il Taz, lo Jenisej. Al Bassopiano Siberiano Occidentale succede verso est l'Altopiano della Siberia Centrale, inciso in ogni direzione da una fitta rete di valli, e digradante a nord nel Bassopiano Settentrionale, e a est nell'ampia depressione della Lena. Le sue acque defluiscono tutte al Mare Glaciale Artico (Mare di Laptev) tramite lo Jenisej, il Kotuj, l'Anabar, l'Olenëk e la Lena. Oltre quest'ultimo fiume si estende la regione formante la cuspide nordorientale dell'Asia, occupata per la maggior parte da una serie di catene (monti Verhojansk, Cerski, del Kolyma, dell'Anadyr, dei Coriacchi e quella costituente l'ossatura della penisola di Kamcatka) separate da ampie depressioni in cui scorrono i fiumi Jana, Indigirka, Kolyma, diretti tutti verso il Mare Glaciale Artico, mentre l'Anadyr sfocia nell'Oceano Pacifico.
n Clima e vegetazione. È di tipo nettamente continentale e pressoché uniforme, con estati calde (salvo naturalmente le zone più settentrionali dove le temperature sono costantemente basse) e inverni assai freddi e lunghi. Le precipitazioni sono piuttosto abbondanti nel Caucaso, nel Bassopiano Sarmatico settentrionale, fino agli Urali, il Sihote-Alin e i rilievi della Kamcatka e di Sahalin. Altrove sono scarse e toccano i minimi (meno di 200 mm annui) nell'Estremo Oriente. Il manto vegetale varia a seconda della latitudine: alla tundra, che si estende lungo la costa artica, succede una vasta fascia occupata dalla foresta boreale che confina a sud con le aree coltivate e le steppe subdesertiche.
n Popolazione. La popolazione è assai varia, composta com'è da un centinaio di nazionalità. Il gruppo etnico principale è quello dei Grandi Russi (Slavi) che costituisce ca. l'83% della popolazione totale; ma vi sono anche comunità finniche (al confine con la Finlandia), popolazioni finno-mongoliche (nei bacini dei fiumi Ob e Jenisej), Lapponi e Samoiedi (mongoli), nuclei tatari (nel bacino inferiore del Volga), mentre in Siberia, accanto a pochi Paleosiberiani, vivono Eschimesi (isola di Wrangel), Buriati, Tungusi e Iacuti, tutti di razza mongola. La densità massima si riscontra nel bacino di Mosca e nelle aree agricole e industriali della parte europea, ma il governo in epoca sovietica ha favorito con ogni mezzo lo spostamento della popolazione verso la Siberia ove stanno sorgendo nuovi insediamenti pionieristici. Oltre a Mosca, la capitale che conta quasi 9 milioni di ab., e a San Pietroburgo, la cui area metropolitana conta oltre 5 milioni di ab., i centri principali sono: Ninzi Novgorod, Rostov, Caricyn, Jekaterinburg, Novosibirsk, Celjabinsk, Kazan, Omsk e Samara.
ECONOMIA
La crisi del regime comunista e lo scioglimento dell'Unione Sovietica nel 1991 hanno aperto un periodo complesso e travagliato di trasformazione dell'intero sistema economico della Russia (così come delle altre Repubbliche ex sovietiche), che deve affrancarsi dai limiti soffocanti di una rigida pianificazione centralizzata e burocratica per aprirsi a modi di produzione più efficienti e flessibili, che tengano conto delle leggi del mercato e anche valorizzino l'iniziativa individuale e privata. L'obiettivo è quello di superare la profonda arretratezza dell'economia ereditata dal periodo sovietico rispetto a quella delle moderne democrazie industriali, ma questo colossale sforzo di cambiamento ha comportato, e non potrà non comportare ancora, contrasti politici e drammatiche tensioni sociali, come si è verificato con la liberalizzazione dei prezzi attuata nel gennaio 1992. Si tratta di superare le forme di proprietà socialista, che riservava il monopolio delle attività economiche allo Stato (nell'industria, nel commercio, nei servizi, su 1/5 della superficie agricola) e alle cooperative (i kolchoz in agricoltura), in modo da assegnare la terra e i suoi proventi in proprietà individuale ai contadini (superando così la bassissima resa dell'agricoltura collettivizzata, che costituisce uno dei problemi più drammatici dell'economia della Russia postsovietica) e permettere il sorgere di libere imprese e di un mercato finanziario (Borse valori). Un altro problema che viene affrontato è quello della bassa produttività e dell'arretratezza tecnologico-organizzativa del settore industriale: i criteri di gestione devono passare dalla realizzazione degli obiettivi assegnati alle singole imprese dagli uffici centrali di pianificazione all'equilibrio dei costi-ricavi secondo la logica della domanda e dell'offerta. La distribuzione e il trasporto delle merci e la rete distributiva rappresentano un altro settore-chiave dell'economia su cui si appuntano le esigenze di cambiamento: le enormi inefficienze in questo campo non solo comportano sprechi esorbitanti, ma spesso creano gravi difficoltà di approvvigionamento e situazioni di vera e propria penuria. Sul piano degli orientamenti produttivi lo sforzo è quello di riconvertire una produzione fino a ieri finalizzata soprattutto al mantenimento del ruolo di grande potenza dell'URSS, privilegiando i settori dell'industria pesante e quelli legati alle esigenze militari, in una produzione che soddisfi la richiesta di beni di consumo e di miglioramenti nella qualità della vita dei cittadini. Si tratta infine di trovare forme di scambio e di integrazione economica con le altre Repubbliche ex sovietiche, che superino le unilaterali localizzazioni industriali e di interi comparti produttivi imposte dalla pianificazione centralizzata sovietica. Tuttavia, nonostante gli enormi problemi e la crisi economica in cui è precipitata (solo marginalmente alleviata dagli aiuti concessi dai Paesi occidentali), la Russia rimane per ampiezza di territorio e abbondanza di materie prime e risorse naturali uno degli Stati potenzialmente più ricchi del mondo. L'agricoltura è più sviluppata nella fascia centrale ove il fertile suolo (podzol) e le grandi opere di irrigazione permettono una vasta produzione di patate, lino, canapa, cereali; la foresta di conifere, più a nord, è sfruttata solo lungo i fiumi, ove è possibile la fluitazione. Le risorse minerarie sono abbondanti e varie: al primo posto petrolio e gas naturale (in vari giacimenti che si estendono dalle alture del Volga fino alla Ciscaucasia), di cui è il massimo produttore mondiale; vengono poi il carbone (bacino di Mosca, Urali, bacino dello Jenisej, della Lena, della Pecora, di Kuzneck, di Ceremhovo, di Minusinsk, di Cita, di Sretensk, di Sahalin e della Kamcatka), di cui è il terzo produttore mondiale, e il ferro (Kerc, Urali, e altri giacimenti in Asia), di cui è il massimo produttore; ai primi posti mondiali la produzione di nichel, tungsteno, cromite, oro, mercurio, zinco, argento, platino, sali potassici, amianto, fosfati; ingentissima la produzione di bauxite, antimonio, molibdeno, pietre preziose (smeraldi negli Urali; diamanti, di cui è il secondo produttore mondiale, in Siberia orientale). Grandi centrali idroelettriche sul Volga e sui fiumi asiatici producono, insieme alle molte centrali termiche e nucleari, l'energia elettrica per l'industria, specializzata soprattutto nei settori siderurgico nella zona di Mosca e degli Urali, elettrometallico (impianti presso tutti i principali bacino idroelettrico) e meccanico (macchine agricole, automobilistiche, materiale ferroviario, aeroplani, cantieri), nella zona di Mosca e San Pietroburgo, chimico (concimi chimici, fibre, gomma), tessili.
STORIA
I primi insediamenti umani, testimoniati da cospicui ritrovamenti archeologici, risalgono al Paleolitico: essi interessano in particolare l'area del Mar Nero, con il corso inferiore del Don, del Dnestr, del Dnepr e del Volga. In epoca storica, Erodoto (V sec. a. C.) riporta notizie su popolazioni che vivevano attorno al Don: gli Sciti subirono l'invasione dei Sarmati e questi nel IV sec. d. C. furono assorbiti dai Goti o dagli Unni. Nel VI sec., coinvolte da grandi movimenti di popoli, comparvero le genti slave. I primissimi elementi della cultura propriamente russa risalgono alla metà circa del IX sec., alla fioritura del regno di Rus' e del suo centro politico, la ricca Kiev, in contatto con Bisanzio. Sulle tribù slave avevano svolto funzione aggregante popolazioni provenienti dalla penisola scandinava, i Variaghi, giunti nell'VIII sec. attraverso il Baltico, guidati da Rjurik. Loro primo centro fu Novgorod; Kiev, più a sud, fu scelta dal primo successore di Rjurik, Oleg il Saggio (o il Santo). Su tali radici s'innestò più tardi con vigore la cultura cristiana a seguito della conversione al cristianesimo degli Slavi orientali avvenuta nel 998 a opera di Vladimiro I; nel secolo successivo essi seguivano lo scisma di Michele Cerulario. Il predominio di Kiev durò due secoli e mezzo, poi lo Stato decadde e si frazionò (1139) in staterelli in conflitto tra loro (Novgorod, Pskov, Suzdal, Galic). Momenti di splendore ebbe (XIII sec.) Novgorod, centro del commercio tra l'Oriente e il Nord. Ma vana fu la resistenza di fronte all'invasione mongolica proveniente da Oriente che travolse, tra il 1223 e il 1242, tutta la Russia centromeridionale. Da quel momento i principi russi dovettero pagare tributo al Gran Khan. A seguito del frazionamento dello Stato di Vladimir si andò affermando lo Stato di Mosca, i cui principi guidati da Ivan III si sottrassero al pagamento del tributo al Khan (1480). Ivan IV detto il Terribile, assumendo nel 1547 il titolo di zar, si presentò ufficialmente come l'erede del defunto Impero bizantino; ampliò i confini raggiungendo a Oriente il Mar Caspio e a nord il Mare Bianco. Dopo la sua morte e il breve regno di Teodoro I, la grande nobiltà reagì violentemente contro l'assolutismo durante il regno di Boris Godunov (1598-1605). Ma nel 1613, con l'appoggio della piccola nobiltà, ebbe infine il sopravvento il giovane Michele Romanov, che fondò una nuova dinastia. Sotto Michele e i suoi successori il potere dello zar aumentò, con la confisca degli immensi beni della Chiesa, la negazione di qualsiasi diritto alla piccola nobiltà, il diffondersi e il rafforzarsi dell'istituto della servitù della gleba. La Russia era già in lento rinnovamento quando Pietro I il Grande (1672-1725) assunse il potere dando un forte impulso allo sviluppo dell'Impero. Determinante fu la conquista dello sbocco sul Mare Baltico, dove alla foce della Neva lo zar fondò nel 1703 la città che chiamò San Pietroburgo, capitale dello Stato dal 1713. Ciò gli fu reso possibile dalle vittorie riportate sugli Svedesi, ai quali sottrasse la Carelia, l'Ingria, l'Estonia e la Livonia, facendo così della Russia una potenza baltica. Non meno fondamentali furono le riforme interne operate da Pietro: creata una flotta, riorganizzò l'esercito e rafforzò il potere centrale; introdusse anche il calendario giuliano e assunse il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero. Queste e altre riforme provocarono l'opposizione degli elementi conservatori. Con Caterina II, che pose fine alla guerra dei Sette anni, furono compiuti ulteriori tentativi di modernizzare la Russia sotto la spinta delle idee illuministiche, ma la resistenza dei ceti conservatori impedì un lavoro proficuo e organico e la nobiltà acquisì anzi più ampi privilegi, tanto che dalle masse contadine nasceva la violenta rivolta di E. Pugacëv, durata a lungo e soffocata nel sangue nel 1774. Caterina II conseguì i maggiori successi in campo internazionale sottraendo ai Turchi il territorio tra il Dnestr e il Kuban e ottenendo il diritto di libera navigazione nel Mar Nero e la protezione dei cristiani dell'Impero ottomano, oltre ad acquisire larghe porzioni della Polonia. La politica di Caterina fu ostile alla Francia rivoluzionaria e i suoi successori, Paolo I e Alessandro I, presero parte, ma senza successo, a coalizioni anti-francesi (1798-1799, 1804-1807), subendo alcune notevoli disfatte militari. Conclusa a Tilsit la pace con Napoleone I (1807), lo zar Alessandro I si valse dell'alleanza con l'antico avversario per strappare agli Svedesi l'intera Finlandia (1809) e ai Turchi la Bessarabia (1812); quando poi l'imperatore francese invase la Russia, egli lo lasciò penetrare nel territorio dell'Impero fino a Mosca, da dove lo respinse al sopraggiungere dell'inverno (1812). Coi trattati di Vienna, che seguirono alla caduta di Napoleone, lo zar ottenne dall'Austria e dalla Prussia la massima parte della Polonia (1815). Le riforme che Alessandro I aveva intrapreso nei primi anni di regno furono revocate o lasciate cadere; con l'istituzione della Santa Alleanza (1815) la Russia divenne il pilastro della reazione europea; le insurrezioni di Polonia (1831) e d'Ungheria (1848) furono soffocate. Nei confronti dell'Impero turco la Russia sostenne la causa delle nazioni cristiane, con lo scopo di assicurarsi il predominio nella penisola balcanica; ma tale politica le causò una grave sconfitta nella guerra di Crimea (1852-1856). Lo zar Alessandro II abolì la servitù della gleba, ma cadde vittima di un attentato proprio alla vigilia della concessione alla Russia di una Costituzione. Con i due ultimi sovrani, Alessandro III e Nicola II, furono occupati Port Arthur (1898) e la Manciuria (1900), di nuovo sottratti alla Cina; l'aspirazione a occupare il regno di Corea venne invece frustrata dalle gravi sconfitte subite a opera del Giappone (1904-1905). Tante ragioni di malcontento suscitarono un'ondata rivoluzionaria, che obbligò Nicola II a concedere la Costituzione (1906). Nel 1914, in conseguenza dell'ultimatum di Sarajevo, la Russia proclamò la mobilitazione generale scendendo in campo allo scoppio della prima guerra mondiale a fianco della Francia e della Gran Bretagna. Alle vittorie iniziali contro gli eserciti austro-ungarici, seguirono le gravi sconfitte contro quelli tedeschi, che poterono invadere la Polonia e si spinsero oltre.

Portogallo

(portoghese Portugal), Repubblica (República Portuguesa) dell'Europa occidentale. Superficie: 91.985 km2. Popolazione: 9.846.000 ab. Capitale: Lisbona. Lingua: portoghese. Religione: cattolica. Unità monetaria: l'escudo portoghese. Confini: situato nella parte più occidentale della penisola iberica, confina a nord e a est con la Spagna; è bagnato a sud e a ovest dall'Oceano Atlantico. Ordinamento: Repubblica presidenziale.
GEOGRAFIA
n Morfologia. Affacciato sull'Oceano Atlantico, con coste a volte basse e sabbiose, a volte alte e rocciose, il Portogallo occupa l'orlo occidentale della meseta spagnola. Ai massicci montuosi elevati e dirupati del Portogallo settentrionale che raggiungono nella Serra da Estrela la massima altezza (Malhâo, 1991 m) si sostituiscono verso sud forme dolci, con altipiani intercalati da ampi bacini alluvionali, interrotti solo dalla Serra de San Mamede e dalla catena dell'Algarve.
n Clima. Le influenze atlantiche sono ben manifeste nel clima più mite, nelle piogge abbondanti (sempre superiori agli 800 mm) e ben distribuite nei territori settentrionali mentre in quelli meridionali agli inverni miti fanno riscontro estati calde, lunghe e siccitose.
n Idrografia. Quasi tutti i fiumi portoghesi hanno origine sulla meseta, in territorio spagnolo, e, dopo un percorso spesso irregolare, terminano in ampi estuari. Il fiume più importante è il Tago (portoghese Tejo), navigabile fino al confine spagnolo, cui segue il Douro (spagnolo Duero). Verso sud i corsi d'acqua risentono della siccità del clima: il più importante è la Guadiana.
n Popolazione. La popolazione, formata quasi esclusivamente da Portoghesi, presenta una densità media di 107 ab./km2 ma risulta disegualmente distribuita: piuttosto accentrata nella zona costiera settentrionale, è scarsa nell'interno e nei distretti meridionali.
n Economia. Il Portogallo basa la sua economia sull'agricoltura, anche se le tecniche sono arretrate e il reddito scarso. Se per superficie la cerealicoltura occupa il primo posto, le vere ricchezze sono viticoltura (Valle del Douro e Madera) e olivicoltura (Estremadura), che alimentano una notevole corrente di esportazioni. Produzione di sughero, di resine e di trementina, allevamento ovino e caprino. Notevole risorsa è rappresentata dalla pesca (sardine, acciughe, tonno), che alimenta l'industria conserviera. Lo sfruttamento minerario è ancora scarso, salvo che per le piriti e il tungsteno. A industrie di antiche tradizioni come quelle tessili, enologiche, delle ceramiche e delle maioliche, si sono affiancate di recente quelle siderurgiche, metalmeccaniche, chimiche, cartarie e del cemento. Crescente l'apporto dato dal turismo.
STORIA
L'attuale Portogallo fu abitato fin dai tempi più antichi da varie popolazioni (fra le più importanti quella dei Lusitani). Provincia romana dal 136 a.C., parzialmente araba nel sec. VIII, la contea di Portogallo affidata dal re di Castiglia Alfonso VI a Enrico di Borgogna (1095) divenne regno indipendente nel 1142, quando Alfonso, figlio di Enrico di Borgogna, dopo aver sbaragliato i Mori nella battaglia di Urique (1139), fu riconosciuto re del Portogallo col nome di Alfonso I. Il Portogallo fu governato fino al 1383 dalla dinastia borgognona. All'ultimo re della dinastia, Ferdinando I (1367-1383), succedette Giovanni I di Aviz (1385-1433), che diede inizio all'omonima dinastia. Iniziava un periodo splendido della storia del Portogallo, caratterizzato dai viaggi di esplorazione, dalla conquista di immensi territori coloniali oltremare e dal progresso della borghesia mercantile delle città. Questo progresso venne consolidato da sovrani capaci e illuminati come Giovanni II (1481-1495) ed Emanuele I (1495-1521), che potenziò la flotta e attuò il disegno di instaurare il dominio portoghese sui territori dell'Africa sudoccidentale (Angola) e sudorientale (Mozambico), delle Indie e del Brasile. Il declino imperiale del Portogallo coincise con la scomparsa della dinastia di Aviz, il cui ultimo re Sebastiano (1557-1578) venne ucciso dai Mori nella battaglia di Alcazarquivir in Marocco. Nel 1581 le Cortes riunite a Tomar (1581) acclamarono re del Portogallo Filippo II di Spagna. La sua politica, continuata da Filippo III e da Filippo IV, diede un duro colpo alla floridezza economica del Portogallo, il quale non poté provvedere a difendere il proprio impero coloniale in America e in Oriente di fronte alla concorrenza degli Olandesi e degli Inglesi. Nel 1640 una rivolta portò sul trono del Portogallo il duca Giovanni IV di Braganza (1640-1656). La guerra contro la Spagna, che ne seguì, si concluse (1668) con il riconoscimento dell'indipendenza del Portogallo, sotto Alfonso VI (1656-1683). All'invasione napoleonica (1807-1813) seguì un lungo periodo di instabilità politica, di crisi economica (aggravata dalla perdita del Brasile nel 1822) e di sommosse popolari. Il 5 ottobre 1910 fu proclamata la Repubblica. Dopo la partecipazione alla prima guerra mondiale a fianco dell'Intesa, nel Paese si instaurò un regime dittatoriale alla cui testa si pose (1932) A. de Oliveira Salazar. Il suo regime continuò anche con il successore M. Caetano (1968). Il 25 aprile 1974 una sollevazione delle forze armate senza spargimento di sangue ('rivoluzione dei garofani') ristabilì il sistema democratico. Nel 1975 fu riconosciuto il principio dell'indipendenza all'Angola e al Mozambico. Nel 1976 fu eletto presidente il generale A. R. Eanes. Le tentazioni populiste di una parte dei militari, appoggiate dai comunisti, provocarono una rottura della coalizione antisalazarista e nelle elezioni anticipate del 1983 prevalse il Partito socialdemocratico, che diede vita a un governo centrista. Nel 1983 le elezioni furono vinte dal Partito socialista di M. Soares, che venne chiamato alla guida del governo e nel 1986 è stato eletto presidente della Repubblica (confermato nel 1991). Nel 1986 il Portogallo è entrato nella CEE. Nel 1987 una nuova vittoria elettorale ha riportato al governo i socialdemocratici di A. Cavaco Silva, ai quali l'elettorato ha riconfermato la fiducia nelle elezioni del 1991. Le elezioni del 1995 hanno però visto la sconfitta dei socialdemocratici dopo dieci anni e la formazione di un governo monocolore socialista con a capo A. Guterrez.
LETTERATURA
La letteratura del Portogallo prende avvio dalla fusione di elementi cosmopoliti operata nella vicina Galizia, con una ricca produzione lirica nella quale, sui moduli derivati dai provenzali, s'innesta la tradizione probabilmente autoctona delle cantigas d'amigo. A metà del XV sec., la prosa raggiunge la piena maturità artistica a opera dello storico F. Lopes. Nella seconda metà del XV sec. e nei primi anni del XVI si assiste a un ritorno della lirica, in forme cortigiane importate dalla Spagna: tra i suoi cultori, Gil Vicente, che assume però maggior rilievo per la sua vasta produzione drammatica, sorta di summa del teatro medievale europeo. All'ultimo poeta del Medioevo si oppongono i corifei del nuovo verbo estetico venuto dall'Italia: Sá de Miranda, B. Ribeiro, A. Ferreira. Nella seconda metà del secolo, gli storici ufficiali delle conquiste d'oltremare (J. de Barros, F. L. de Castanheda, D. do Couto, G. Correira, A. Galvão) creano la base storiografica che servirà di supporto a L. de Camões nella composizione del poema dell'imperialismo portoghese, I Lusiadi (1572). Il sessantennio (1580-1640) di unione politica alla Spagna, mentre arricchisce la cultura portoghese di temi e moduli stilistici castigliani, ne attenua l'autonomia letteraria e rischia di soffocarne l'autonomia linguistica: uniche voci autentiche sono quelle di F. M. de Melo e di A. Vieira. Nel XVIII sec. troviamo il teatro di A. J. da Silva, detto il Giudeo; contro la macchinosità barocca di questo teatro reagisce l'Arcadia Ulissiponense (fondata nel 1756), che propugna un ritorno al classicismo di maniera. Sul finire del secolo, la prorompente personalità di M. M. Barbosa du Bocage preannuncia l'imminente fioritura romantica. Il Romanticismo in Portogallo giunge filtrato attraverso l'esperienza inglese e francese di J. B. de Almeida-Garrett, alla cui attività si affiancano quelle di A. Herculano e di C. Castelo Branco. Dalla vasta schiera degli epigoni dei tre grandi romantici si distingue, sul finire del XIX sec., per il suo realismo raffinato J. M. Eça de Queirós. Negli anni Trenta la poesia riconquista livelli d'arte europei con F. Pessõa, considerato a tutt'oggi uno dei maggiori autori del Novecento. Negli anni del dopoguerra la letteratura portoghese si è sviluppata secondo due direttrici solo apparentemente divergenti: quella di un realismo che crudamente rappresenta le condizioni umane e sociali proprie soprattutto del suburbio agricolo o paraindustriale (A. Ribeiro, A. Redol, F. Namora, A. J. Branquinho da Fonseca, J. R. Miguéis, M. Torga, U. T. Rodrigues) e quella di un misticismo tra il messianico e il surrealista (J. Regio, Cesarini de Vasconcelos, Jorge de Sena, David Mourão Ferreira). Tra i maggiori letterati contemporanei si ricordano: R. Belo, G. Cruz, E. de Andrade, H. Helder, lo storico J. Corteso e il critico A. Sérgio. Negli anni Ottanta la letteratura portoghese ha superato i propri confini grazie a J. Saramago.
ARTE
Soltanto a partire dal periodo romanico si può parlare di un'architettura propriamente portoghese soprattutto nella regione nordoccidentale (cattedrali di Porto, Braga, Coimbra, Lisbona); essa si sviluppa con il gotico: l'esempio più grandioso è la chiesa di S. Maria della Vittoria a Batalha, nelle cui cappelle funebri già si avvertono i primi accenni dello stile ___manuelino

Italia (arte)
n Arte antica. L'arte italica, fiorita nella penisola dall'Età del Ferro all'età di Augusto, offre un panorama quanto mai vario e complesso, in cui si assommano caratteri comuni e manifestazioni regionali differenziate. Tra il III e il II sec. a.C. la diffusione della cultura greco-ellenistica porta alla formazione di una vera koinè italica, che confluisce poi, assieme alle componenti etrusche e greche, nell'arte romana.

India

(Bharat Juktarashtra), Stato indipendente (Unione Indiana) dell'Asia meridionale. Superficie: 3.287.782 km2. Popolazione: 844.324.000 ab. Capitale: New Delhi. Lingua: ufficiale l'hindi, ma anche l'inglese. Religione: prevalente l'induismo (80%). Unità monetaria: la rupia indiana. Confini: il territorio comprende tutta la penisola del Deccan, tra il Mare Arabico a ovest e il golfo del Bengala a est, buona parte dell'Hindustan o bassopiano indogangetico, limitato dal Pakistan a ovest, dalla Cina, Nepal, Buthan a nord, dalla Birmania e dal Bangladesh a nord-est. Ordinamento: Repubblica federale con Parlamento bicamerale, retta da un presidente (eletto ogni 5 anni), comprendente 25 Stati e 7 Territori. L'India è membro dell'ONU.
GEOGRAFIA
n Morfologia. Si possono distinguere tre grandi subregioni naturali: 1) l'altopiano tabulare del Deccan, formato da rocce antichissime (graniti, gneiss e scisti cristallini) e limitato ai bordi dalle catene dei Ghati; 2) la piana indogangetica, formata da depositi alluvionali antichi e recenti; umida, tropicale la sezione orientale, subdesertica quella occidentale (deserto di Thar); 3) a nord e a nord-est si trovano le parti interessate dalle fasce pedemontane e montane dell'Himalaia meridionale (Jammu-Kashmir e Himachal Pradesh a nord, Assam a nord-est).
n Clima. L'India appartiene al gruppo dei climi tropicali, interessati dai monsoni. La temperatura media oscilla tra i 20 e i 28 °C, con valori più bassi nelle regioni montane. Il mese più caldo è maggio, che precede l'arrivo del monsone di mare, il più fresco è gennaio. Il monsone inverte la sua direzione ogni 6 mesi ca., generando una stagione secca e una umida. La distribuzione delle piogge è molto varia: dai 250 mm del nord-ovest ai 2500 mm dei Ghati Occidentali.
n Idrografia. Accanto al Gange e al Brahmaputra, che insieme all'alto corso dell'Indo sono i principali corsi d'acqua del Paese, si ricordano i fiumi del Deccan, tra cui il Godavari.
n Economia. L'India ha condotto una dura battaglia contro la pesantissima eredità dei secoli passati: diffusa miseria, malattie endemiche, alta natalità, una struttura sociale di tipo feudale e, infine, la mancanza di una solida organizzazione politica e amministrativa centralizzata. I fondamentali problemi di struttura (questione agraria, creazione di industrie di base, valorizzazione delle risorse locali ecc.) vennero affrontati mediante un sistema pianificato di investimenti, provenienti in larga misura da prestiti e aiuti esteri. L'agricoltura resta tuttora la principale fonte di reddito del Paese (la superficie lavorata si estende su circa il 50% del territorio): il settore si articola in piccolissime aziende a conduzione familiare, dove i metodi di coltura sono ancora tra i più antiquati, mancando macchine e fertilizzanti. L'India vanta una vasta gamma di colture, di cui alcune destinate all'esportazione; tra queste le arachidi, la canna da zucchero, il cotone, la iuta. Importanti anche il tè, le spezie e il caffè. Tra i prodotti alimentari, sono molto diffusi riso, mais, sorgo, che tuttavia risultano insufficienti a causa del continuo aumento demografico. L'allevamento dei bovini, sacri all'induismo, non può recare alcun miglioramento all'alimentazione. Numerosi gli ovini, ma di scarsa produttività. Le foreste sono ricche di essenze pregiate (legno rosa, sandalo, teak e bambù), che alimentano un'attiva industria e una notevole esportazione. La base di un futuro sviluppo industriale è costituita dalla relativa ricchezza del sottosuolo (carbone, minerali di ferro), che ha consentito il sorgere di industrie siderurgiche (Bhilai, Rourkela, Jamshedpur); vi sono anche giacimenti di bauxite, manganese, mica, rame, piombo e zinco. In aumento la produzione di petrolio. Accanto alle industrie siderurgiche figurano le industrie meccaniche (materiale ferroviario, autoveicoli, motori elettrici, aeronautici e macchine tessili), tessili (cotone, iuta), chimiche (fertilizzanti, prodotti farmaceutici), della carta e del cemento. A Bombay è presente e sviluppatissima l'industria cinematografica.
STORIA
La prima grande civiltà indiana si sviluppò dal 2400 al 1500 a. C. ca. nella vallata dell'Indo. Seguì da nord-ovest l'immigrazione degli Arii e dei Dravida, che occuparono tutta l'India settentrionale. L'elemento caratteristico della civiltà aria fu l'organizzazione della società in caste. La storia vera e propria dell'India si può dividere in 5 periodi: periodo indù (500 a. C.-1192 d. C.), periodo musulmano (1192-1707), periodo di transizione (1707-1803), periodo inglese (1803-1947), periodo dell'indipendenza o dell'Unione Indiana (dal 1947). Nel periodo indù, il bassopiano del Gange costituì il centro della civiltà indiana. I Persiani conquistavano la valle dell'Indo (ca. 518 a. C.) e più tardi Alessandro Magno invadeva il Paese (327-325 a. C.). Sorse allora la dinastia Maurya (ca. 320-187 a. C.). Le succedeva la dinastia indù dei Sunga (ca. 187-60 a. C.), la quale nel 175 ca. a.C. batté i Greci che provenivano dalla Battriana. Altri invasori furono i Saci, i Parti, i Kusana, che fondarono un regno (ca. 20-300 d. C.) tra il Syr-Darja e il Gange. Attraverso quello Stato la cultura indiana e soprattutto il buddismo si diffusero nel bacino del Tarim, in Cina, Corea e Giappone. Nel periodo classico delle lettere e delle arti indiane regnò la dinastia dei Gupta (ca. 320-550) che esercitò uno splendido mecenatismo. Fu l'ultimo tentativo di unificare il mondo indù. A partire dall'VIII sec. si formarono vari regni, spesso in lotta fra loro. Ma già dopo il Mille le infiltrazioni e la pressione dei musulmani andarono man mano crescendo, sino al XII sec., quando le ultime resistenze dei Raiput furono travolte dagli invasori e una nuova era si apriva nella storia dell'India. La prima conquista musulmana fu opera del turco Mahmud di Ghazna (997-1030). Il dominio islamico, durato parecchi secoli, vide il succedersi di varie dinastie: Mamelucchi (1206-1290), Khalgi (1290-1320), Tughlaq (1320-1413). La sua disgregazione, verso la fine del XIV sec., consentì l'invasione di Tamerlano (1398), e poiché la maggior parte dei regni che sorsero dalle rovine dell'impero furono regni musulmani, una restaurazione indù si rivelò impossibile. Nel 1526 Baber, un discendente di Tamerlano, batteva a Panipat il sultano di Delhi e fondava il regno dei Moghul o Gran Mogol, che, almeno nominalmente, durò fino al 1857. Sotto Akbar (1556-1605), uno dei più straordinari personaggi della storia dell'Asia, il regno, ormai esteso a comprendere non solo l'India settentrionale ma anche parte dell'Afghanistan e del Deccan, ebbe una salda struttura amministrativa. Akbar pose anzi le basi per una nazionalità indiana superando l'esclusivismo islamico. I successori Giahangu (1605-1627) e Shah Giahan (1627-1658) non seguirono una politica diversa, mentre con la salita al trono di Awrangzeb (1658-1707) si ritornò ai tempi del più violento fanatismo musulmano. I secc. XVI e XVII videro anche le prime presenze europee (portoghese, olandese, più tardi francese e inglese). Il XVIII sec. segnò la fine del dominio islamico in India. La concorrenza fra le compagnie (olandese, francese e inglese) delle Indie Orientali dette il colpo di grazia all'indipendenza del Paese. Alla fine della guerra dei Sette anni (1763) il trattato di Parigi assegnava l'India francese ai vincitori inglesi. Nel 1818 avvenne l'eliminazione definitiva dei Maratti, che avevano tentato invano di restaurare l'induismo dopo la dissoluzione dell'impero Moghul. Nel 1857 gli Inglesi scioglievano la Compagnia delle Indie e tutti i territori da essa occupati passavano alla corona (1858). La conquista inglese impedì lo sviluppo dell'economia indiana, tuttavia le università create a partire dal 1857 formarono un'élite intellettuale, che andò assumendo carattere nazionalista. Nel 1885 venne fondato il partito del Congresso nazionale indiano. Nel 1919 Gandhi inaugurava un nuovo metodo, non violento, di lotta, fondato sulla non collaborazione, il boicottaggio dei prodotti inglesi, l'appoggio ai musulmani. Il movimento indipendentista continuò a svilupparsi anche durante la seconda guerra mondiale. Nel 1947 l'indipendenza indiana venne riconosciuta dagli Inglesi. Il Paese, però, fu diviso in due: l'Unione Indiana popolata da indù e il Pakistan musulmano. La spartizione e le migrazioni in massa (17 milioni di persone), avvenute in un'atmosfera di fanatismo religioso, provocarono gravi disordini (100.000 morti nell'agosto-settembre 1947) e l'assassinio dello stesso Gandhi (30 gennaio 1948), che aveva predicato la conciliazione coi musulmani. Sotto la guida di Nehru, l'altro grande artefice dell'indipendenza indiana, il Paese ebbe una Costituzione (1950), che aboliva fra l'altro il sistema delle caste, e divenne una Repubblica sovrana, democratica e federale, membro del Commonwealth. Perseguendo una politica neutralista, l'India si mise alla testa dei Paesi non allineati. Nel 1962 fu coinvolta in un conflitto con la Cina Popolare per la frontiera tibetana e soltanto dal 1982 si è manifestata una certa distensione. Aperto è rimasto il problema del Kashmir, la cui popolazione, in maggioranza musulmana, rivendica il diritto all'autodecisione. Nel 1966 assumeva il governo la figlia di Nehru, Indira Gandhi. Nel 1975 il Sikkim veniva annesso all'India. Sconfitta alle elezioni nel 1977, Indira Gandhi tornò al potere nel 1980, in un clima di gravi tensioni sociali e religiose, in particolare nei confronti della setta dei Sikh; nel 1984 venne assassinata da una guardia del corpo sikh; le succedette al governo il figlio Rajiv, che fu però sconfitto alle elezioni del 1989 da P. Singh. Durante la campagna elettorale del 1991 anche R. Gandhi fu assassinato dai Sikh, ma il suo partito ha vinto le elezioni e primo ministro è diventato N. Rao. Le tensioni fra indù e musulmani sono sfociate in gravi fatti di sangue (tra gli altri, gli scontri per la costruzione di un tempio indù sul sito della moschea di Ayodhya, nel 1992 hanno provocato 1200 morti), mentre ancora nel 1993-1994 è proseguita la repressione contro i separatisti del Kashmir e i Sikh. Rao ha dovuto affrontare nel 1995 l'aggravarsi della situazione in Kashmir, dove a luglio i guerriglieri sono arrivati a catturare cinque turisti occidentali. Nonostante il lieve miglioramento delle condizioni economiche il malcontento interno non ha accennato a diminuire portando a una spaccatura all'interno del governo.
LINGUA E LETTERATURA
n Lingua. Secondo gli ultimi censimenti, si annoverano in India 177 lingue (di cui 116 parlate da esigui gruppi tribali himalaiani) e 544 dialetti. Lingua ufficiale è l'hindi, temporaneamente anche l'inglese. Complessivamente le lingue dell'India vengono suddivise in quattro famiglie: 1) lingue austriche (o austro-asiatiche o nisada), monosillabiche, sopravviventi nei gruppi Kol (o Mundal) e Khasi (Assam, Bihar, Nicobare); 2) lingue sino-tibetane o himalaiane o kirata, monosillabiche, nel Kashmir, nel bacino del Brahmaputra e nella fascia himalaiana; 3) lingue dravidiche, agglutinanti, gruppo compatto dell'India meridionale, presenti anche nel Belucistan; 4) lingue indo-europee ariane, flessive, sviluppatesi con l'invasione aria attraverso le tre fasi dell'antico, medio e neo-indiano.
n Letteratura. La letteratura indiana inizia coi Veda, da cui traggono origine la maggior parte delle espressioni artistiche. L'arcaica letteratura vedica si svolge con i Brahmana, commentari dei Veda per quanto attiene alle pratiche del culto e del sacrificio, con i mistici Aranyaka, per comporsi nelle Upanishad, in cui la speculazione filosofico-religiosa si articola già nel sanscrito classico. Gli elementi narrativi si svilupparono in epoca non ben precisata nella recitazione dei kavia, paragonabili ai rapsodi pre-omerici, che fusero la problematica dell'India brahminica con gli ideali degli Ksatrya (la nobile casta dei guerrieri), esprimendosi nei due grandi poemi epici, il Mahabharata e il Ramayana, eco di lontani avvenimenti storici rivissuti nel mito in forma unitaria. Del I millennio a. C. sono anche le vaste raccolte dei Purana. Con il formarsi del sanscrito classico, evolutosi dal più antico vedico, nasce la grande letteratura d'arte, favorita dalla tranquillità che l'impero gupta poté assicurare all'India. La fioritura di questo periodo esprime un mondo in equilibrio tra l'umano e il divino: tipiche sono la lirica religiosa di Sankara e quella profana di Amaru. Il capolavoro di Jayadeva, il Gitagovinda (XII sec. d. C.), rappresenta l'ultimo grande canto della natura e dell'amore, prima dei preziosismi del Medioevo indiano. Il testo novellistico più famoso del periodo gupta è il Pancatantra, che mostra notevoli affinità con i racconti esopici; di più alto livello artistico è il Briniatkatha (il Grande Racconto), che può essere considerato l'enciclopedia novellistica indiana. Ma è nel teatro che l'India espresse gli aspetti più significativi del suo genio artistico: con Bhasa si forma il dramma sanscrito nobile, detto nataka. Con Sudraka, il delizioso autore del Carretto di argilla, si apre una lunghissima serie di drammi storici o pseudostorici. Kalidasa, che nel perfetto equilibrio tra la lirica e la fantasia creò con la Sakuntala il capolavoro della drammaturgia indiana, chiude il periodo aureo del dramma sanscrito classico, estensibile però per molti critici a Bhavabhuti (VIII sec.). Nei primi tempi dopo l'invasione musulmana, la cultura islamica influenzò taluni aspetti della poesia e del pensiero indiani, come si nota in Kabir e in tutta la letteratura urdu; ma l'India in definitiva vi si sottrasse, rimanendo fedele ai suoi temi fondamentali. Quelli di Tulsidas, la famosa Mirabai (XVI sec.), e di Surdas, il poeta cieco (XIV sec.), sono i nomi più illustri dell'hindi medievale; Candidas (XIV sec.) inizia la poesia bengali, seguito da Vidyapati Thakur (XVI sec.) e, nel Settecento, da Bharata-candra e Ramprasad Sen. Hindi e Bengala sono le due aree più importanti per la formazione della letteratura moderna, cui contribuì notevolmente l'influsso inglese. Il Rinascimento indiano, come suol definirsi il periodo moderno, ha inizio coi primi anni del XIX sec. Scrissero in hindi Hariscandra, Jayshankar Prasad e Prithviraj; più sensibile agli influssi occidentali fu il bengalese Madhusudan Datta; il romanzo storico inglese fu adattato a fini nazionalistici da Chattopadhyaya, detto il padre del romanzo indiano. Vanno ricordati, tra i letterati: Tilak, Bankim, Chandra Chatterji, Sarat Chandra Chatterji, Nazrul Islam, Vallatol; tra i pensatori: Ramakrishna, Vivekananda, Aurobindo Ghose. Ma la voce più alta della letteratura indiana moderna è quella di Rabindranath Tagore, insieme a Gandhi interprete profondo di un sentimento della vita che supera i confini di una nazione per divenire patrimonio universale.
ARTE
Dal 2400 al 1500 a. C. ca. si ebbe la fioritura straordinaria della civiltà dell'Indo, nota soprattutto col nome dei due centri maggiori, Harappa e Mohenjo-Daro, che conservano resti di mura, di edifici residenziali e di una complessa rete di strade e di fognature. Dopo l'invasione di popolazioni di stirpe aria (ca. 1500 a. C.) si ebbe il cosiddetto periodo vedico (ca. 1500-VI sec. a. C.), poverissimo dal punto di vista artistico (bastioni di Rajagriha). Splendida invece la fioritura artistica del periodo antico (VI a. C.-IV d. C.), dovuta al mescolarsi di elementi persiani ed ellenistici con le tendenze proprie dell'India e alla diffusione del buddismo. Alla dinastia Maurya risalgono i primi caratteristici stupa, tumuli commemorativi e simbolici nei quali erano conservate le reliquie dei vari Buddha. Tra il I e IV sec., sotto la dinastia Kuana si manifestano varie tendenze: a ovest la splendida arte del Gandhara, caratterizzata da influssi ellenistici (stupa di Hadda, Saltanpur, Shalji-Ki-Dheri; città fortificate di Begram e di Birkot); nel nord l'arte Mathura, che sviluppa un linguaggio formale prettamente indiano, prima vera espressione dell'arte classica. Nei primi due secoli del periodo classico (secc. IV-X), sotto la dinastia Gupta, l'arte e la civiltà indiane raggiungono massima perfezione e squisita raffinatezza. Notevole la scultura, in genere grandiosa, e la pittura delle grotte sacre (Ajanta). Nel periodo medievale (secc. X-XIII) sorgono templi imponenti, con uno straordinario numero di sale affiancate al santuario vero e proprio, sovrastati da torri ricoperte da una pesante decorazione scultorea. Nel periodo indo-islamico (secc. XIV-XIX), al primo momento dell'invasione islamica (secc. XII-XIV), durante il quale la civiltà hindu subì una stasi sotto il predominio culturale musulmano, soprattutto nelle regioni dell'Indo e del Gange, seguì una vivace reazione indigena, caratterizzata dal ritorno alle tradizioni del Medioevo preislamico o dalla valorizzazione dell'arte popolare, fino a quando (XVI sec.) la dinastia Moghul portò alla fusione delle due culture. In pittura si sviluppano la scuola moghul, di tendenze auliche e di stile indo-persiano, e quella rajput, d'ispirazione religiosa e popolare. Verso la fine del secolo scorso (periodo moderno) la scuola del Bengala e l'opera di D. N. Tagore portarono a un deciso tentativo di riforma, che si oppose al predominio e all'imitazione di forme occidentali con un ritorno alle tradizioni dell'arte nazionale, ma senza ottenere risultati validi, soprattutto in architettura. Tra i pittori moderni: D. P. Roy Chowdari, J. Roy, Amrita Sher Gil, F. Newton Souza e M. F. Husain; tra gli scultori: P. Das Gupta, C. Kar, S. Chauduri e D. Bhagat.
RELIGIONE
Oltre che del brahmanesimo (o induismo), nato dall'antico vedismo, l'India, a cominciare dal VI sec. a. C., fu la patria del giainismo e del buddismo. Oggi i giainisti rappresentano solo il 4% della popolazione indiana e il buddismo conta meno di un milione e mezzo di seguaci (Sri Lanka compresa). I Parsi non superano i 115.000, i Sikh sono poco più di 4 milioni. L'Islam, in India fin dall'VIII sec., conta 110 milioni di fedeli: 90 milioni di essi vivono nel Pakistan. Il cristianesimo conta dieci milioni e mezzo di fedeli tra cattolici e protestanti. Non mancano i culti animistici.

Gran Bretagna

(inglese Great Britain), propriamente Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland), Stato che comprende l'isola maggiore dell'Arcipelago britannico (ripartita in Inghilterra, Galles e Scozia), l'Irlanda del Nord e circa 5000 isole minori. Superficie: 244.110 km2. Popolazione: 55.488.000 ab. Capitale: Londra. Lingua: prevale l'inglese, ma nella Scozia, nell'Irlanda e nel Galles permangono gruppi di parlata celtica. Religione: prevalgono i protestanti (anglicani in Inghilterra e presbiteriani in Scozia); 10% cattolici; 1% ebrei; minoranze musulmane. Unità monetaria: sterlina. Confini: l'Irlanda del Nord confina con l'Eire; per il resto confini marittimi: a nord, nord-ovest, sud-ovest l'Oceano Atlantico, a ovest il Mare d'Irlanda, a sud-ovest il Canale di Bristol, a sud la Manica, a est il Mare del Nord. Ordinamento: monarchia costituzionale. Capo dello Stato è il sovrano. Il potere esecutivo è esercitato dal Governo, presieduto dal Primo ministro (nominato dal sovrano nella persona del leader del partito di maggioranza). Il potere legislativo spetta al Parlamento, che è bicamerale (Camera dei Lords, di 982 membri, e Camera dei Comuni, di 650 membri, eletti per 5 anni con suffragio universale diretto). Amministrativamente l'Inghilterra e il Galles sono divisi in contee, la Scozia in regioni e l'Irlanda del Nord in distretti.
GEOGRAFIA
n Morfologia. La Gran Bretagna è caratterizzata da un profilo costiero molto articolato, con penisole e lobi separati da profonde insenature che si corrispondono dai due lati, in modo da creare istmi, che diminuiscono d'ampiezza verso nord. Tali insenature hanno a volte carattere di estuario (Tamigi, Humber), a volte di fiordo (firth: per esempio, il Firth of Forth, il Firth of Clyde e il Solway Firth, che separa la Scozia dall'Inghilterra). Nell'area dell'Inghilterra la Cornovaglia e il Galles, separati dal Canale di Bristol, formano due ampie penisole. La parte sudorientale è in prevalenza pianeggiante. Il rilievo consta di gruppi e massicci separati (North West Highlands, Grampiani, Cheviot o Uplands meridionali, monti Pennini, monte del Cumberland), residui di catene molto antiche; l'altezza diminuisce da nord a sud (Ben Nevis nella Scozia, 1343 m; monte del Cumberland, 978 m; monti Pennini, 973 m).
n Clima. Prevale un clima temperato fresco, oceanico, con inverni tiepidi, estati fresche, umidità costante. Le piogge, che cadono in ogni stagione, diminuiscono da ovest a est, con valori massimi nel Cumberland e minimi nel bacino di Londra. Caratteristiche le nebbie e le foschie: Londra ha solo 40 giorni sereni all'anno.
n Idrografia. Anche se mancano grandi bacini fluviali, i fiumi britannici sono ricchi d'acqua, spesso ampi e navigabili nel corso inferiore (condizioni favorevoli sono: il regime regolare, il declivio uniforme, la scarsa pendenza, la modesta velocità, le foci a estuario). Principali fiumi: Tamigi, Severn (che si apre nel Canale di Bristol), Humber (sul cui estuario è Kingston-upon-Hull), Tyne (fiume di Newcastle-upon-Tyne), Mersey. Nella Scozia, il fiume maggiore è la Clyde. La Scozia ha un gran numero di laghi: stretti e allungati, incassati, spesso molto profondi, sono detti loches (il più vasto è il Loch Lomond). Ricco di laghi è anche il Cumberland.
n Vegetazione. La costante umidità favorisce la vita delle piante, mentre la contrastano la violenza dei venti e l'eccessiva acidità del suolo. Prevalgono le praterie: solo il 5% del terreno è coperto da boschi. Vaste estensioni della Scozia, dei Pennini, del Galles e della Cornovaglia sono coperte da brughiere o da torbiere.
n Popolazione. L'esistenza di grandi costruzioni megalitiche attesta che la Gran Bretagna è stata popolata fin da epoca remota. Verso il 600 a. C. vi affluirono popolazioni celtiche. In seguito venne colonizzata dai Romani, che disseminarono le parti pianeggianti di campi militari (onde la frequenza di città il cui nome termina in chester=castrum) e costruirono grandi muraglie per difendersi dai bellicosi abitanti della Scozia. Nel V sec. il Paese venne occupato dagli Angli e dai Sassoni. Nell'XI sec. gruppi di Normanni, provenienti dalla Francia settentrionale, conquistarono la Gran Bretagna e fondarono uno Stato monarchico, fondendosi con gli Anglo-Sassoni. Le antiche parlate celtiche sopravvivono nelle alte terre scozzesi, nel Galles e in Irlanda.
n Città. La Gran Bretagna ha un gran numero di centri urbani, spesso vicini tra loro. Oltre che nella zona di Londra, la popolazione s'addensa nei bacini carboniferi del Galles (Cardiff, Swansea) e di Newcastle-upon-Tyne, nelle Lowlands scozzesi (Glasgow, Edimburgo) e nelle aree industriali del Lancashire (industrie tessili: Liverpool e Manchester), di Leeds e Bredford (industria laniera), di Birmingham e di Sheffield (industrie metalliche e meccaniche). Un programma di rinnovamento urbano, allo scopo di mantenere intatte le caratteristiche del paesaggio, ha portato alla costruzione delle 'città nuove' (new towns).
n Economia. La grande rivoluzione industriale, sviluppatasi tra i secc. XVIII-XIX con largo anticipo rispetto al resto del mondo occidentale, ha garantito a lungo alla Gran Bretagna una posizione di preminenza nel sistema economico-finanziario internazionale; l'evolversi del quadro politico ha tuttavia progressivamente ridimensionato il suo ruolo, specialmente dopo l'abbandono dei domini coloniali e la crescita delle nuove potenze industriali (USA, Germania, Francia prima; più recentemente Giappone e Italia). Dopo la seconda guerra mondiale si è dunque operata una profonda ristrutturazione del sistema economico-produttivo nazionale, inizialmente basata su un massiccio programma di nazionalizzazioni (Banca d'Inghilterra, settore siderurgico ed energetico, trasporti e telecomunicazioni), al quale si affiancava un processo di concentrazione delle maggiori imprese, specialmente nei settori chimico, meccanico, alimentare e petrolifero. Si procedeva contemporaneamente alla costruzione di un sistema di garanzie sociali (welfare state) nei settori della casa, sanità e istruzione teso a moderare l'impatto sociale del processo di ricostruzione e razionalizzazione dell'economia. Gli anni Ottanta sono stati dominati dalla svolta liberista dei governi del primo ministro M. Thatcher, che ha varato vasti piani di privatizzazione dei servizi e delle imprese statali, smantellando nel contempo il welfare state. Le difficoltà incontrate nel processo integrativo con il resto dell'Europa comunitaria testimoniano l'importanza che tutt'oggi ricoprono i rapporti preferenziali con i Paesi del Commonwealth. La produzione agricola (2% del PIL) assicura la metà circa del fabbisogno alimentare con la produzione di grano, orzo, avena e patate, mentre la Gran Bretagna è autosufficiente per i consumi di carne, formaggi e latte. Nel settore energetico, dopo il declino della produzione carbonifera, la scoperta nel 1975 dei giacimenti petroliferi nel Mare del Nord e un vasto programma nucleare hanno permesso la copertura del fabbisogno interno e il rilancio della siderurgia, con effetti benefici sul settore meccanico (di precisione, elettronica, aeronautica). Definitivamente in crisi appaiono invece i settori cantieristico, automobilistico e tessile. Tuttora centrale l'attività finanziaria, con la Borsa di Londra centro di importanza mondiale. Nel 1994 (6 maggio) è stato inaugurato il collegamento ferroviario diretto con la Francia sotto la Manica (Eurotunnel).
STORIA
Due spedizioni condotte da Giulio Cesare nel 55 e 54 a. C. resero tributari a Roma i Celti del bacino del Tamigi, che con la parte meridionale dell'isola, conquistata dall'imperatore Claudio, costituì la provincia di Britannia (54 d. C.); il dominio romano si estese successivamente verso ovest e verso nord: qui, ai confini della Caledonia (Scozia), il vallum Hadriani e il vallum Antonini ne segnarono l'estremo limite. Angli e Sassoni, venuta meno la difesa romana, invasero l'isola (VI sec.), costituendo regni d'impronta germanica, presto cristianizzati per opera di monaci guidati dall'abate Agostino (VI sec.), che fissò la prima sede episcopale a Canterbury. Nel IX sec. il regno del Wessex predominò nella confederazione dei sette Stati costituenti l'Eptarchia. I Danesi, dopo un secolo di incursioni, conquistarono il Paese nel 1013; nel 1066 vi sbarcavano i Normanni di Guglielmo il Conquistatore, che diedero all'Inghilterra ordinamento feudale. Alla prima dinastia normanna succedette la dinastia angioina dei Plantageneti, con Enrico II (1154-1189), che cumulò vasti possessi nella Francia occidentale (Normandia, Bretagna, Angiò) e in Irlanda. Gli insuccessi subiti dal figlio Giovanni Senzaterra ad opera dei Francesi diedero occasione ai nobili laici ed ecclesiastici d'imporre al potere regale le restrizioni contenute nella Magna Charta libertatum (1215) e nelle Provvisioni di Oxford (1258); successivamente l'alleanza dei nobili con la borghesia cittadina impose alla corona la convocazione del primo Parlamento (1265), distinto poi da Edoardo III nelle due Camere dei Lords e dei Comuni (1284). Annesso il Galles nel 1284, il regno d'Inghilterra fu impegnato nella guerra dei Cent'Anni (1337-1453) contro la Francia, alla cui corona i Plantageneti aspiravano: al termine del conflitto i possessi inglesi in Francia erano ridotti alla sola Calais, persa definitivamente sotto Maria la Cattolica (1558). La rivalità fra i due rami della casa reale, Lancaster e York, portò alla guerra delle Due Rose (1455-1485), conclusasi con l'ascesa al trono di Enrico VII Tudor (unico erede dei Lancaster e sposo di una York), restauratore dell'assolutismo monarchico; questo risultò ulteriormente rafforzato dall'Atto di Supremazia (1534) con il quale Enrico VIII Tudor operò il distacco della Chiesa inglese da Roma, perfezionato dal successore Edoardo VI con l'istituzione della Chiesa anglicana episcopale. Sotto Elisabetta I (1558-1603) la distruzione dell'Invincibile Armata del re spagnolo Filippo II sancì l'inizio del predominio marittimo dell'Inghilterra, che si espresse anche nella fondazione della prima colonia in terra americana (Virginia) e nel rafforzamento del ruolo inglese di prima potenza commerciale del mondo grazie alla moltiplicazione delle basi di appoggio lungo le rotte atlantiche e per l'Estremo Oriente. L'ascesa al trono (1603) di Giacomo Stuart, erede della corona di Scozia e d'Inghilterra, portò all'unificazione personale dei due regni, mentre la sua politica di repressione delle minoranze puritane e cattoliche alimentò un flusso costante di emigrazione verso le colonie nordamericane (fondazione della Nuova Inghilterra). La soppressione delle libertà tradizionali operate dal successore Carlo I suscitò la reazione del Parlamento (petizione dei diritti, 1628) e condusse alla guerra civile e al crollo della monarchia. O. Cromwell, capo delle milizie puritane, assunti poteri dittatoriali, riprese la politica elisabettiana di potenza e di espansione coloniale (Atto di navigazione, 1651). Alla sua morte, la restaurazione monarchica portò al trono Carlo II (1660), durante il cui regno furono emanati il Test Act, che interdisse ai cattolici i pubblici uffici, e l'Habeas corpus (1679), a tutela della libertà personale. Le tendenze assolutistiche e filocattoliche di Giacomo II spinsero il Parlamento a deporlo ('gloriosa rivoluzione') e a offrire la corona d'Inghilterra a Guglielmo (III) d'Orange-Nassau, statolder d'Olanda, garantendosi la firma di una Dichiarazione dei diritti che dava base costituzionale all'istituto parlamentare (1689). L'Atto di Unione del 1707 tra Inghilterra e Scozia sanciva la nascita della Gran Bretagna, governata, a partire dal 1714, dalla dinastia degli Hannover. Nei decenni successivi si accentuò il carattere parlamentare del sistema politico britannico, con l'azione del primo ministro dipendente dai voti dei due partiti presenti nelle assemblee legislative, i whigs e i tories, rappresentanti della nobiltà terriera e dell'alta borghesia cittadina e mercantile. Innovativa fu anche l'intensa attività inglese in politica estera, dove il coinvolgimento nelle guerre europee perseguì il duplice intento di mantenere l'equilibrio tra le potenze continentali e di estendere i propri possedimenti in Europa (Gibilterra), America (Canada, Nuova Scozia, Ohio, Florida) e Asia (India). Nel 1783 tuttavia il conflitto apertosi con le 13 colonie nordamericane si concludeva con il riconoscimento della loro indipendenza. Con lo scoppio della Rivoluzione e lo stabilirsi dell'egemonia francese, la Gran Bretagna assunse la funzione di guida delle coalizioni antifrancesi sino alla sconfitta di Napoleone, assicurandosi al Congresso di Vienna il possesso di Malta, delle Ionie, di Helgoland, della Colonia del Capo, di Ceylon e di parte delle Antille. Il formidabile sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale, avviatasi in Gran Bretagna con notevole anticipo rispetto al resto del mondo occidentale, fece da sfondo al lungo regno della regina Vittoria (età vittoriana, 1837-1901), caratterizzatosi per l'attuazione di profonde riforme interne (leggi elettorali; adozione del libero scambio) e una decisa politica imperialistica, inaugurata dal primo ministro conservatore B. Disraeli, che portò al consolidamento e all'ampliamento dell'impero coloniale in Asia (Hong Kong, 1842), in Oceania (Nuova Zelanda, 1840), in Africa (Natal, Africa australe, 1840; Egitto, 1882). Nel 1876 l'India fu elevata a impero, mentre nel 1878 l'Inghilterra acquistava Cipro e con la vittoria contro i Boeri (1889-1901) il Transvaal e l'Orange. Agli inizi del XX sec. sarebbe stata accordata alle più progredite colonie l'autonomia già concessa al Canada nel 1867 (Unione Australiana, 1901; Nuova Zelanda, 1907; Unione Sud-Africana, 1910). L'attenzione per le relazioni interne al sistema imperiale si accompagnò a un disimpegno dalle vicende europee ('splendido isolamento'), mentre nella madrepatria si assisteva al rafforzarsi del movimento sindacale (trade unions) e alla nascita del Partito laburista (1906), che s'inseriva nella tradizionale alternanza al governo tra Partito conservatore e Partito liberale (eredi, dopo la riforma elettorale del 1832, dei tories e dei whigs): nel 1922 J. MacDonald guidava il primo ministero laburista nella storia della Gran Bretagna. Il sorgere della potenza economica e militare della Germania indusse tuttavia la Gran Bretagna a una collaborazione politica con la Francia ('intesa cordiale' del 1904) e la Russia, divenuta alleanza militare allo scoppio del primo conflitto mondiale (Triplice intesa). Alla fine della guerra la Gran Bretagna accrebbe il proprio impero coloniale con parte delle colonie tedesche d'Africa e del Pacifico e acquistò posizione egemone nel Medio Oriente, dove aveva promosso la rivolta araba contro i Turchi. Nel 1921 fu costretta da una sanguinosa insurrezione a riconoscere l'indipendenza dell'Irlanda (ad eccezione dell'Ulster) e nel 1922 a rinunciare al mandato sull'Egitto, pur conservando il diritto di presidiare il Canale; sulla spinta della crisi economica del '29 e della necessità di garantirsi un sistema preferenziale di rapporti commerciali e finanziari, nuovi rapporti furono stabiliti con i Dominions con la costituzione del Commonwealth (Statuto di Westminster, 1931; Conferenza di Ottawa, 1932). Nel 1936 l'Egitto otteneva l'indipendenza e nel Sudan si dava vita ad un sistema di condominio anglo-egiziano. Falliva invece il tentativo di ostacolare la conquista italiana dell'Etiopia, invocando l'applicazione di sanzioni economiche secondo lo statuto della Società delle Nazioni. La Gran Bretagna seguì sino al 1939 una politica conciliativa verso la Germania, ma le dichiarò guerra dopo l'aggressione alla Polonia. Durante il secondo conflitto mondiale, guidata da W. Churchill, ebbe grande influenza nel determinare l'azione politico-militare degli Alleati nello scacchiere afroeuropeo e in quello asiatico, ma nel dopoguerra la tradizionale preminenza sulla scena internazionale dovette cedere di fronte all'affermarsi delle due superpotenze statunitense e sovietica. Dopo la fine del conflitto dovette concedere l'indipendenza a molte colonie e a vari Paesi dell'Impero (India, Stati africani) e ritirare le truppe dalla zona del Canale di Suez (1955). Promotrice con gli USA dell'ONU (1942), vi detiene un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza; con gli USA e con i Paesi dell'Europa occidentale nel 1949 costituì la NATO; inoltrò domanda di ammissione al MEC, incontrando l'iniziale opposizione della Francia gollista; riprese le trattative nel 1970, entrò nella CEE nel 1972, senza peraltro rinunciare alla particolare relationship con gli USA e il Commonwealth, manifestando ampie riserve sui progetti di una più effettiva integrazione europea a livello economico, finanziario, politico e militare. I governi di Margaret Thatcher (primo ministro dal 1979 al 1990) hanno avviato il Paese, sulla base di un programma rigidamente neoliberista che ha smantellato il welfare state messo a punto dai governi laburisti degli anni Settanta, sulla strada del risanamento dell'economia. Nel 1982 la Gran Bretagna ha sostenuto vittoriosamente una guerra con l'Argentina per il controllo delle isole Falkland. La successione di M. Thatcher (dimessasi nel 1990 in seguito a disaccordi interni al governo in materia di integrazione europea) con J. Major (confermato nelle elezioni del 1992) non ha avuto effetti sensibili sulla linea di governo in politica interna e in politica estera. Nel 1994 dopo la dichiarazione unilaterale di sospensione della lotta armata da parte dell'IRA, sono stati avviati i colloqui per la pacificazione dell'Ulster, a cui ha dato un notevole impulso l'elezione di Tony Blair avvenuta nel 1997. Nell'aprile 1998 si è così arrivati alla
firma dell'accordo di Stormont che fissa gli indirizzi politici dell'autonomia irlandese.

Giappone

(Nihon o Nippon), Stato insulare dell'Asia orientale. Superficie: 372.819 km2. Popolazione: 123.611.000 di ab. Capitale: Tokyo. Lingua: giapponese. Religione: scintoista e buddista. Unità monetaria: yen. Posizione geografica: il Giappone si estende sulla maggior parte dell'Arcipelago giapponese, nell'Oceano Pacifico nordoccidentale, al largo delle coste della Russia e della Corea, dalle quali lo separa il Mar del Giappone. Il Giappone rivendica le Curili meridionali. Ordinamento: monarchia costituzionale ereditaria. Il potere legislativo è affidato alla Dieta, che è il Parlamento bicamerale (Camera dei consiglieri e Camera dei rappresentanti). L'imperatore ha funzione essenzialmente rappresentativa, essendo ormai solo 'simbolo dello Stato e dell'unità del popolo' (Costituzione, 1946).
GEOGRAFIA
n Morfologia. L'arcipelago è costituito da 4 isole principali, Hokkaido, Honshu, Kyushu e Shikoku, formanti un vasto arco aperto verso nord-ovest e accompagnate da un migliaio di isole minori oltre che da un gran numero di isolotti e scogli. I rilievi sono costituiti da una serie di catene vulcaniche che formano l'ossatura longitudinale dell'intero arco insulare; a questa si contrappone, nell'Honshu centrale, la catena delle Alpi giapponesi, fortemente inclinata rispetto alla direzione della precedente e comprendente cime di altezza superiore ai 3000 m. Isolato a sud-ovest il cono del Fuji Yama, che con i suoi 3776 m è il monte più alto del Paese. Nell'arcipelago sono presenti quattro fasce vulcaniche comprendenti 165 coni, di cui una sessantina tuttora attivi, causa di frequentissimi movimenti sismici, spesso disastrosi. L'unica pianura di un certo rilievo è quella di Kanto, percorsa dal fiume Tone. Le coste, estese per ca. 27.000 km, sono prevalentemente a terrazze rocciose e sono accompagnate da isole. Numerose le insenature, quali la baia di Uchiura in Hokkaido; quelle di Tokyo, Suruga, Ise, Osaka, Hiroshima in Honshu; di Tosa in Shikoku; di Kahoshima e di Ariakeno in Kyushu.
n Clima. In generale il versante dell'Oceano Pacifico è più caldo di quello che si affaccia all'interno. Le zone meridionali costiere godono di un clima mite in ogni stagione, ma in Hokkaido e nel nord di Honshu i mesi invernali registrano temperature bassissime. Le precipitazioni sono abbondanti in ogni stagione con una media annua di 1500 mm a nord, di 2500 nel sud-ovest. L'estate è sotto l'influenza dei monsoni dell'Oceano Pacifico, l'autunno dei tifoni provenienti da ovest a sud-ovest.
n Idrografia. I fiumi hanno generalmente corso breve e carattere torrentizio. Solo 6 fiumi raggiungono lunghezze superiori ai 200 km; lo Shinano, il più lungo, tocca i 369 km. Numerosi i laghi craterici e quelli costieri, resti di antiche lagune. Più rari quelli di origine tettonica, tra questi ultimi il Biwa.
n Popolazione. La popolazione ammontava a ca. 10 milioni di individui intorno al X sec. La fine del feudalesimo, dopo la restaurazione Meiji, le migliorate condizioni di vita nelle campagne e il processo d'industrializzazione dei grandi centri hanno provocato un continuo incremento delle nascite. Ma lo sviluppo industriale ha portato anche allo spopolamento progressivo delle campagne e alla formazione di colossali concentrazioni urbane: quelle di Tokyo, Yokohama, Nogoya, Kyoto- Osaka-Kobe in Honshu, di Kitakyushu in Kyushu. Il Giappone ha dieci città con popolazione superiore al milione di ab., un'ottantina con popolazione compresa tra i 200.000 ab. e il milione, un centinaio con popolazione tra i 100 e i 200.000 ab.
n Economia. Nell'ultimo secolo il Giappone è passato da una economia agricola, chiusa e a struttura feudale, a un'economia altamente industrializzata, malgrado le scarse risorse naturali. Attualmente il Giappone si può considerare la seconda potenza economica del mondo, dopo gli USA. L'industria manifatturiera, che importa materie prime ed esporta prodotti finiti ad alta tecnologia, ha i suoi cardini nei grandi complessi finanziario-industriali, che collegano banche e aziende produttive, curando anche la capillare commercializzazione all'estero (keiretsu); questi basano la concorrenzialità internazionale dei propri prodotti, di alta qualità anche per il sistematico uso delle principali innovazioni tecnologiche, sulla collaborazione di una miriade di aziende artigianali, dove la debolissima presenza sindacale permette un notevole contenimento del costo della manodopera e le spese generali sono notevolmente inferiori. L'eccezionale affermazione commerciale dei prodotti giapponesi ha alimentato una politica di massicci investimenti nel mondo economico internazionale che oggi rende il Giappone prima potenza finanziaria del mondo. L'agricoltura vede diminuire costantemente la percentuale del contributo al reddito nazionale (3%), pur assicurando i 2/3 del fabbisogno alimentare grazie all'uso di concimi e di procedimenti di selezione delle sementi e nonostante l'estrema frammentazione della proprietà del 16% del territorio nazionale coltivabile. La coltura più diffusa è sempre il riso, con circa 13 milioni di t annue; essendo tuttavia il riso la base dell'alimentazione locale, il Giappone ne importa grandi quantità. Tra le piante alimentari sono da citare altri cereali (grano, orzo), le patate e gli ortaggi. Notevole la produzione di tè e di agrumi. Irrilevanti le colture industriali (cotone, tabacco, barbabietola da zucchero), come anche l'allevamento del bestiame; grandi tradizioni ha invece la bachicoltura (seconda produzione mondiale dopo la Cina), che alimenta l'industria della seta. Una voce importante è la pesca, per la quale il Giappone è al primo posto nel mondo; essa si vale di una flotta modernissima, che opera su tutti i mari, e alimenta una forte esportazione. Il Giappone è anche leader nella produzione di perle naturali e coltivate. Buona la produzione di legname: i boschi ricoprono circa 2/3 della superficie nazionale. Non potendo contare su grandi risorse minerarie ed energetiche (ma cospicui sono i giacimenti di rame), il Giappone ricorre a massicce importazioni petrolifere per la produzione di energia elettrica, potenziando nel contempo il settore nucleare. La produzione siderurgica (anch'essa largamente dipendente dall'importazione delle materie prime), ristrutturata e potenziata nel dopoguerra, alimenta l'attività della cantieristica navale (la principale al mondo) e del settore automobilistico, nel quale ha posto fine negli anni Ottanta alla tradizionale preminenza internazionale statunitense. Motori della crescita industriale e commerciale del Giappone del dopoguerra sono tuttavia l'elettronica e l'elettomeccanica (personal computer, calcolatori, radiotecnica e telecomunicazioni), che trovano una applicazione produttiva di primissima qualità nella meccanica di precisione (ottica, macchine utensili, impianti hi-fi, aeronautica). Importanza crescente va assumendo la chimica di base per la produzione di fertilizzanti e di materie plastiche. Sul fronte delle industrie manifatturiere, notevoli quelle tessili (fibre artificiali), della carta, e alimentare (lavorazione del pesce, con buona quota di esportazione).
STORIA
L'attuale popolazione giapponese discende dalle primitive popolazioni isolane, cui si sono sovrapposti in successive migrazioni gli Ainu, di origine siberiana, genti tunguse, provenienti dalla Cina e dalla Corea, e genti malesi e indonesiane. A un mitico personaggio, Jimmu Tenno (VII sec. a. C.) è attribuita la prima unificazione del Paese; tra i suoi successori: l'imperatrice Jingo Koyo (170-269), che condusse una spedizione in Corea; Ojin (270-310), durante il regno del quale fu introdotta in Giappone la scrittura cinese; Kimmei (VI sec.), sotto il quale il buddismo si diffuse nel Paese subentando allo scintoismo. L'influsso della cultura cinese è manifesto nel Codice dei 17 articoli, emanato nel VII sec., quando fu attuata anche la Riforma Taikwa, che portò al rafforzamento del potere imperiale. Nel 794 la capitale fu trasferita da Nara, ove era stata fissata nel 710, a Kyoto, ove rimase sino al 1868. Dal X sec. il potere effettivo cominciò a essere esercitato dai Fujiwara, che lo detennero, col titolo di reggenti, sino al XII sec.: al decadere della loro potenza si accese la lotta tra le grandi famiglie feudali (che sarebbe continuata di fatto sino al 1615. dando vita al cosiddetto medioevo giapponese), che vide prevalere inizialmente i Minamoto (1185), la cui ascesa al potere coincise con l'istituzione dello shogunato, suprema carica civile e militare, che relegava in secondo piano l'autorità dell'imperatore. Ai Minamoto successero la dinastia Hojo -- un membro della quale, Tokimune (1251-1284), respinse due tentativi mongolici d'invasione -- e la dinastia Ashikaga (XIV-XVI sec.), sotto la quale il Paese cadde nell'anarchia (potentati locali dei daimyo, signori feudali che assoldavano milizie di samurai) e nella miseria. Il potere centrale riacquistò vigore nel XVI sec. a opera soprattutto di Ieyasu Tokugawa, da cui discesero gli shogun che ressero il potere sino al 1868. Nello stesso XVI sec. iniziò la penetrazione dei missionari cattolici e protestanti prima, quindi dei commercianti portoghesi, olandesi e inglesi; nel 1633 tuttavia venne proibito l'accesso al Paese di ogni straniero, inaugurando un periodo di isolamento durato tre secoli e cessato solo nel 1853, quando gli USA ottennero l'apertura di porti al commercio occidentale e il diritto di stabilire rappresentanze diplomatiche. Altre simili concessioni furono fatte alle grandi potenze europee; alle agitazioni interne che ne seguirono pose fine l'imperatore Mutsuhito (1868-1912), che, aboliti lo shogunato e le strutture feudali, nel 1889 promulgò la Costituzione. Obiettivi della politica estera divennero la revisione dei trattati 'disuguali' con le potenze occidentali, ottenuta tra il 1894 e il 1899, e la penetrazione politica e commerciale nel continente asiatico, cui il Giappone era spinto dal rapido sviluppo demografico e industriale. La pace di Shimonoseki (1895), che concluse il conflitto cino-giapponese, impose alla Cina la rinuncia alla Corea e la consegna di Formosa e delle Pescadores; garantitosi l'appoggio inglese (alleanze del 1902), la rivalità per il possesso della Manciuria condusse a una guerra con la Russia (1904-1905), che, vinta, dovette cedere la parte meridionale dell'isola di Sahalin e Port Arthur (pace di Portsmouth). Stabilito nel 1907 il protettorato sulla Corea, il Giappone ne proclamò l'annessione nel 1910, inaugurando la fase decisamente imperialista della propria politica estera: durante il primo conflitto mondiale si schierò contro gli Imperi centrali, occupando i possedimenti tedeschi in Cina e quelli insulari nel Pacifico; dopo il 1930 riprese l'espansione sul continente: occupata nel 1931 la Manciuria, la costituì in Impero, nominalmente indipendente in realtà vassallo (Manciukuó); in Cina, con le operazioni militari iniziate nel 1937, si assicurò il possesso dei più importanti centri del nordest. Conclusa l'alleanza con le potenze dell'Asse (Patto Anticomintern 1936-Patto tripartito 1940), il Giappone entrò nel secondo conflitto mondiale nel 1941 provocando l'entrata in guerra degli USA con l'attacco della base di Pearl Harbor nelle Hawaii e ottenendo inizialmente notevoli successi. Ma la decisa controffensiva delle forze alleate e il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945) indussero il Paese, stremato, alla resa. Dal 1946 al 1952 il Giappone fu sottoposto al regime di occupazione statunitense. In quel periodo dovette adottare una costituzione di tipo democratico, abolendo le prerogative dell'imperatore e stabilendo il disarmo nazionale permanente. Dal 1946 la vita politica è dominata dal partito liberaldemocratico (conservatore), legato ai grandi gruppi monopolistici finanziari e produttivi eredi degli zaibatsu solo formalmente messi fuorilegge. Gli anni Sessanta furono un periodo di grande sviluppo economico, che portò il Giappone a livello di seconda potenza industriale del mondo. Nel 1972 furono riprese le relazioni con Pechino. Nel 1974, con le dimissioni del primo ministro Tanaka, ebbe inizio un periodo di crisi del partito liberaldemocratico, alla cui presidenza, nel 1976, fu eletto Fukuda; la sua politica fu caratterizzata da una particolare attenzione ai problemi economici, e coincise con l'avvio dell'espansione commerciale nipponica sul mercato internazionale, compiutasi pienamente negli anni Ottanta. Ma un'ulteriore crisi nel partito liberaldemocratico costringeva poco dopo Fukuda a lasciare il potere nelle mani di Masayoshi Ohira. Dopo la morte di Ohira (1980), primo ministro divenne Zenko Suzuki, sostituito nel 1982 da Yasuhiro Nakasone, che ricoprì la carica fino al 1987, quando gli succedette Noboru Takeshita. Alcuni scandali finanziari portarono nel 1989 alla caduta di Takeshita e del successore Sosuke Uno, a cui subentrò Toshiki Kaifu, che nel 1991 si dimise e fu sostituito alla testa del governo del compagno di partito Kiichi Miyazawa. Nel 1989 morì l'imperatore Hirohito, al quale successe il figlio Akihito. Dal 1994 il governo, di cui fanno parte i liberaldemocratici, è retto dal socialista T. Murayama, che ha dovuto affrontare durante tutto il 1995 numerosi problemi dovuti all'instabilità della coalizione al governo, riuscendo comunque a tenerne le redini. Nel 1995 il governo giapponese inoltre si è trovato ad affrontare prima il disastroso terremoto del 17 gennaio che ha raso al suolo la città di Kobe e il 20 marzo l'attentato alla metropolitana di Tokyo, a opera della setta "Suprema Verità", che ha causato la morte di 12 persone e l'intossicazione di 500, a causa del deliberato rilascio di un gas, il sarin.
LINGUA E LETTERATURA
n Lingua. Polisillabica e agglutinante, appartiene forse al ramo orientale dell'altaico, ma presenta analogie sintattiche e lessicali anche con le lingue del gruppo mundapolinesiano. Come lingua nazionale è stato adottato in età moderna il dialetto di Tokyo. La scrittura originariamente era solo di tipo ideografico, derivata dai caratteri cinesi; a partire dall'VIII sec. furono derivate, sempre dal sistema cinese, anche due varianti di segni sillabici (i 2 kana), di valore puramente fonetico, che integrano la scrittura ideologica.
n Letteratura. Le prime opere della letteratura giapponese sono di carattere storico e si ispirano a modelli cinesi: (Memorie di antichi eventi e Annali del Giappone, VIII sec.). Intorno al 760 fu compilata la prima antologia poetica, la Raccolta di diecimila foglie, che comprende 4495 poesie di centinaia di autori del VI-VIII sec. Seguirono altre antologie, tra cui di particolare rilievo la Raccolta di poesie antiche e moderne del 905. Gli autori ormai gravitavano intorno all'ambiente di corte; la maggior parte dei loro componimenti sono tanka, composizioni di 31 sillabe (forma metrica classica della poesia giapponese). A partire dal X-XI sec. si rileva un interesse crescente per la narrativa, soprattutto per il diario e il racconto (monogatari). Da quest'ultimo, con l'abbandono del genere fiabesco, si sviluppò il romanzo, che assunse il carattere di ritratto d'ambiente e di costume. All'apice della letteratura del periodo Heian (794-1185) è la Storia del principe Genij -- composto intorno al 1010 da Murasaki Shikibu, dama di corte -- descrizione di una società splendida e raffinata. Lo stesso quadro di vita è offerto da Le note del guanciale di Sei Shonagon (966-1013), in uno stile più realistico e vivace. Il periodo Kamakura (1185-1333) produsse una serie di romanzi storici ispirati alle lotte politiche tra le grandi famiglie feudali. Del genere zuihitsu (note sparse), è particolarmente celebre l'opera Varietà dei momenti d'ozio, del monaco Kenko Hashi (1283-1350). La grande realizzazione del periodo Muromachi e Momoyama (1392-1603) fu il teatro no, ove il mondo evocato è quello degli eroi scomparsi, il cui più importante codificatore fu Zeami Motokiyo (1363-1444). Un'altra forma di teatro, non aristocratico come il no ma popolare, fu il bunraku (anticamente joruri) o teatro delle marionette, sviluppatosi sul repertorio dei componimenti recitati dai cantastorie girovaghi. L'ultima antologia poetica ufficiale fu compilata nel 1438. La poesia classica di stile tanka fu sostituita dalla poesia renga, dalla quale nacque la forma metrica più breve della poesia giapponese, chiamata haiku, portata ad alti livelli artistici da Matsuo Basho nel XVII sec. Il rinnovamento letterario che si preannunciò con il XVII sec. favorì la diffusione di una narrativa popolare e borghese, che attinse i suoi temi alla vita di tutti i giorni. Tale caratteristica si riscontra sia nei romanzi di Ihara Saikaku, uno dei maggiori scrittori del periodo Tokugawa, sia nei drammi di Monzaemon Chikamatsu. Verso il XVIII sec. si sviluppò il dramma popolare noto col nome di kabuki, ispirato di preferenza a fatti di cronaca o ad avvenimenti e personaggi famosi della storia nazionale. A partire dalla metà del XIX sec. l'influenza occidentale impresse un nuovo corso alla letteratura giapponese, nella quale si affermò il realismo, soprattutto per opera del critico Tsubouchi Shoyo e dello scrittore Futabatei Shimei (1864-1909). Il Romanticismo ebbe in Koda Rohan uno dei massimi rappresentanti, il naturalismo lo ebbe in Shimazaki Toson, l'idealismo in Natsume Soseki; il neo-intellettualismo in Akutagawa Ryunosuke. Ma, al di là di ogni corrente, l'elemento che accomunava la maggior parte degli scrittori era l'attenzione ai problemi sociali, particolarmente viva in Arishima Takero e in Mushakusji Saneatsu, uno dei fondatori della rivista Betulla Bianca. L'impegno di questi autori aprì la strada alla letteratura proletaria d'ispirazione marxista, in voga negli anni intorno al 1920, che presto, però, cedette il campo a una sorta di neo-impressionismo (Yasunari Kawabata, 1899-1972), risoltosi in una letteratura a carattere autobiografico, espressione della rivolta spirituale delle giovani generazioni contro le dottrine nazionalistiche dominanti. Nelle opere posteriori al 1945 sono individuabili due tendenze principali: una ancorata alla tradizione, espressa dagli autori più noti nel mondo occidentale; l'altra animata da un nuovo impegno politico-sociale. Tra i maggiori esponenti: Junichiro Tanizaki (1866-1965), Osamu Dazai (1909-1948), Yukio Mishima (1925-1970) e Ooka Shohei (1909). La produzione letteraria recente è aperta alla sperimentazione di nuove forme e nuovi linguaggi, sia nel campo della narrativa, sia in quello della poesia -- con l'eccezione di un recupero degli schemi tradizionali da parte di qualche giovane autore --, sia e soprattutto in quello teatrale. In essa si distingue la voce delle scrittrici, la cui opera è incentrata sulla figura e sul ruolo della donna con risultati di vasto respiro. Tra le voci più originali e conosciute anche in Occidente ricordiamo la poetessa Tawara Machi e la scrittrice Banana Yoshimoto.
ARTE
Nonostante l'influsso dell'arte cinese, l'arte giapponese possiede un'individualità inconfondibile: essa si manifesta nella tendenza alla rappresentazione concreta dei fatti che hanno per protagonisti l'uomo e la natura, goduta questa, come estrinsecazione di sentimenti dell'animo, al di fuori di ogni idealizzazione e nel costante predominio dei valori emotivi, svincolati da ingerenze e compiacimenti intellettualistici. Il risultato di tali concezioni estetiche e formali è visibile soprattutto nell'arte raffinata e squisita dei giardini, nella quale si compendiano poesia, musica, arte figurativa e filosofia, e nella splendida fioritura pittorica: pittura narrativa (emakimono) e pittura di paesaggio (sensuiga), essenziale nella composizione, limitata a poche pennellate da cui traspare un profondo dinamismo, ricca di un linearismo di squisito effetto decorativo. La ripartizione in periodi adottata dagli studiosi per l'arte giapponese coincide solo in parte con quella in uso per gli eventi storici. Nel periodo preistorico (IV millennio a. C.-VI sec. d. C.) compaiono ceramiche con decorazioni a cordoncino; caratteristiche le grandi sepolture a tumulo, ricche di suppellettili (haniwa). Nel periodo Asuka o Suiko (552-645), con la diffusione del buddismo, inizia l'influenza della cultura e dell'arte cinesi, ancora predominante nel successivo periodo Nara (645-794), caratterizzato da un sempre maggior naturalismo e da profonde innovazioni nel campo dell'architettura. Il periodo Heian (794-1185) segna la nascita dell'arte giapponese vera e propria: soprattutto della pittura narrativa su rotoli di seta (emakimono); particolarmente sfarzosa è l'architettura. Nel periodo Kamakura (1185-1333) un nuovo dinamismo anima la scultura, mentre compaiono i primi ritratti profani e si sviluppano la tecnica della terracotta invetriata e l'arte degli armaioli. Nel periodo Muromachi (1333-1573), con la nascita della scuola di Kano, la pittura sumi (a inchiostro di china) raggiunge un altissimo livello stilistico, soprattutto nel paesaggio; raffinatissima è la produzione di piccoli oggetti in lacca, ceramica e bronzo. Nei periodi Momoyama (1573-1615) e Edo (1615-1868) si assiste a un ritorno alle arti tradizionali e in quello Meiji (1868-1912) al predominio dell'influsso occidentale, al quale dagli anni Settanta si tenta di reagire con la creazione di un'arte giapponese moderna. Determinante il ruolo svolto dall'architettura, che assimila e supera i canoni occidentali con T. Murano, J. Sakakura e K. Tange, autore di moduli abitativi di straordinaria originalità e fondatore del gruppo Metabolism, che ha dato grossi contributi nell'ambito dell'architettura istituzionale. Negli anni Ottanta l'attenzione si è concentrata sull'opera architettonica di T. Ando. L'arte giapponese ha visto negli ultimi anni la maturazione delle caratteristiche essenziali già messe in luce durante gli anni Settanta, come la forte accentuazione concettuale, con opere di chiara ispirazione asiatica e di grande originalità, imperniate soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente circostante.

Germania

(tedesco: Deutschland), Repubblica federale (Bundesrepublik Deutschland) dell'Europa centrale. Superficie: 356.733 km2. Popolazione: 80.275.000 ab. Capitale: Berlino (sede provvisoria del governo, Bonn). Lingua: tedesco. Religione: protestante (41,2%), cattolica (40,6%), musulmana (3%), esigue minoranze di ortodossi, ebrei ecc. Unità monetaria: marco tedesco. Confini: confina a nord con la Danimarca; a est con la Polonia e la Repubblica Ceca; a sud-est e a sud con l'Austria; a sud-ovest con la Svizzera; a ovest con la Francia, il Lussemburgo e il Belgio; a nord-ovest con i Paesi Bassi; è bagnata a nord dal Mare del Nord e dal Mar Baltico. Ordinamento: capo dello Stato è il Presidente Federale, eletto ogni 5 anni da una speciale Convenzione. Il potere esecutivo è esercitato dal Cancelliere e dal Consiglio dei ministri; il potere legislativo è affidato a un Parlamento bicamerale (Dieta Federale, Bundestag, e Consiglio Federale, Bundesrat). È divisa amministrativamente in 16 Stati confederati (o Länder).
GEOGRAFIA
n Morfologia. Il territorio comprende a sud il versante settentrionale della catena alpina, fra il lago di Costanza e il fiume Salzach (Alpi Bavaresi: altezza massima Zugspitze, 2963 m). Gli aspri rilievi, coperti da boschi nei versanti più bassi, digradano nel vasto e ondulato altopiano svevo-bavarese, solcato dagli affluenti di destra del Danubio. La parte centrale del Paese è formata da una regione montuosa, rotta in massicci (Mittelgebirge) da bacini o conche di sprofondamento che aprono la via verso la grande pianura settentrionale. A nord del Danubio i rilievi centrali (Selva Nera, Giura Svevo, Giura Francone, Selva di Turingia) si dispongono a corona intorno al bacino svevo-francone, percorso dai fiumi Neckar e Meno, e più a est costituiscono la Selva di Franconia, i Monti Metalliferi e la Selva Boema. Tra la Selva Nera e i Vosgi francesi s'interpone la fossa renana, frequentatissima via naturale, allungata per 300 km fra Basilea e Magonza, a nord della quale si estende una serie di pianori (Eifel, Westerwald, Hunsrück, Taunus, Vogelsberg); i bassopiani della Sassonia sono dominati dal massiccio granitico dell'Harz (1142 m). Il grande bassopiano settentrionale (il Tiefland) è caratterizzato a est dall'Elba e da un succedersi di cordoni collinari e a nord si affaccia sul Mar Baltico e sul Mare del Nord: i bacini di Münster e di Colonia e, a est della Selva di Teutoburgo, la regione di Hannover e Braunschweig sono coperti da colture, boschi e praterie; più a nord la pianura ha l'aspetto di landa, scarsamente coltivata e abitata. Le coste (sia quelle baltiche, tra la baia di Lubecca e il golfo di Stettino, sia quelle sul Mare del Nord, dall'estuario dell'Ems alla baia di Lubecca) sono basse e dunose, fronteggiate da banchi o festoni di isole e profondamente incise dagli estuari dei fiumi (Oder, Elba, Weser ed Ems).
n Clima. Priva di grandi rilievi, la Germania è aperta agli influssi oceanici: il clima si può definire di tipo atlantico, piovoso (le maggiori precipitazioni si registrano nella Selva Nera) con piogge distribuite con una certa regolarità nell'arco dell'anno e temperature senza sbalzi eccessivi. Rilevante è la continentalità della parte più interna e orientale del Paese, distante dal mare ed esposta agli effetti delle masse d'aria provenienti dalle pianure sarmatiche, cui si devono le marcate escursioni termiche annue e la minore piovosità.
n Vegetazione. Il clima piovoso delle regioni più occidentali ha favorito lo sviluppo di un ricco manto di latifoglie, tra le quali domina il faggio; nelle regioni centrali e meridionali, dove i caratteri di continentalità si accentuano, si hanno in prevalenza conifere (pini, abeti). Verso est, al limite della pianura polacca, le minori precipitazioni determinano la presenza di praterie. Nella fascia costiera, infine, predominano le brughiere a ericacee. I boschi occupano soprattutto le parti eminenti delle alture: il manto selvoso originario, peculiare del paesaggio germanico, è stato largamente distrutto o alterato -- per quanto in questo meno che in altri Paesi europei -- e in tempi recenti seriamente danneggiato dalle piogge acide.
n Idrografia. I fiumi sono numerosi e in gran parte navigabili: con i canali di raccordo costituiscono una rete ampia e articolata, di notevole importanza per i collegamenti. I principali sono: il Reno, il maggior fiume del Paese, di origine alpina; il Danubio, che raccoglie le acque del bacino compreso tra Selva Nera, Alpi e Giura Svevo-Francone; l'Elba, che nasce nei Monti dei Giganti (Sudeti) e ospita nel suo lungo e protetto estuario Amburgo, massimo porto tedesco; il Weser, il cui principale ramo sorgentifero nasce nella Selva di Turingia e che al termine del proprio corso bagna Brema. La Germania non possiede grandi laghi, ma nel territorio ne esistono molti di medie dimensioni, distribuiti soprattutto in due raggruppamenti: nelle Alpi, con la regione a esse antistante, e nei ripiani del Baltico.
n Popolazione. La Germania uscì dalla seconda guerra mondiale con gravi perdite umane e divisa in due Stati, la Repubblica Federale di Germania (RFT) e la Repubblica Democratica Tedesca (RDT). Le perdite umane furono in gran parte rimpiazzate dall'immigrazione di ca. 12 milioni di Tedeschi dalle regioni perdute in favore della Polonia o dai Paesi dell'Est dove erano emigrati anche da molti secoli. La massa di questi immigrati si concentrò nella RFT, verso la quale conversero anche milioni di profughi in fuga dal regime comunista della RDT. Le regioni più fittamente popolate della Germania unita sono dunque quelle occidentali lungo il Reno, in particolare la Renania Settentrionale-Vestfalia (514 ab./km2) e la Saar (419 ab./km2), toccando addirittura gli 800 ab./km2 nella conurbazione della Ruhr. Tra le regioni orientali, che hanno in generale una densità molto minore, la più popolata è la Sassonia (255 ab./km2). Le città principali sono: Berlino, Amburgo, Monaco, Colonia, Francoforte sul Meno, Essen, Dortmund, Düsseldorf, Stoccarda, Brema, Duisburg, Lipsia, Hannover, Dresda.
n Economia. La Germania è la più grande potenza economica in Europa e, con Stati Uniti e Giappone, nel mondo. Il suo ruolo è destinato a potenziarsi ulteriormente dopo l'unificazione tra le due Germanie nel 1990, tuttavia i problemi posti da questo avvenimento e le sconvolgenti trasformazioni in atto nelle regioni dell'ex RDT, con il passaggio in tempi accelerati da un'economia pianificata di tipo socialista a una libera economia di mercato, non consentono di dare ancora un quadro unitario dell'economia tedesca. Il nerbo dell'economia tedesca è localizzato nei Länder occidentali della RFT. Alla base delle capacità produttive è la larga disponibilità di materie prime, quali il carbone (soprattutto nel bacino della Ruhr), la lignite, i minerali di ferro, di piombo, l'uranio e altri minerali. Al centro della gamma di produzioni industriali è la siderurgia; nel settore meccanico si producono macchine utensili d'ogni genere, materiale ferroviario, veicoli da trasporto e naviglio, quindi autoveicoli, macchine agricole, tutti prodotti oggetto di esportazione. Imponente è pure la produzione elettrotecnica. Altri settori sono il chimico, il petrolchimico, quello della meccanica di precisione e quello della gomma. Molti sono i complessi organizzati con cicli produttivi completi, soprattutto nella meccanica e nella chimica; e assai diffuse sono pure le forme di cartello (i noti Konzerne), predominanti nella siderurgia. L'agricoltura ha un ruolo di secondaria importanza e vi è addetto meno del 4,3% della popolazione attiva. I prodotti più coltivati sono: cereali (frumento, orzo, segale e mais), barbabietole da zucchero, patate, frutta e uva (di buon pregio i vini della regione renana). Notevole il patrimonio bovino, con una forte produzione lattiero-casearia, e quello suino. Il netto prevalere delle esportazioni sulle importazioni fa della RFT una delle massime potenze commerciali e del marco una delle più forti monete del mondo, mentre Francoforte sul Meno è centro finanziario di dimensioni mondiali. L'ex RDT, alla vigilia della riunificazione tedesca, poteva considerarsi il Paese più sviluppato dell'area socialista. Tuttavia, più che dall'effettivo benessere della popolazione specie rispetto agli standard occidentali, tale situazione derivava dall'ampiezza del suo apparato industriale, per potenziare il quale erano stati indirizzati tutti gli sforzi della pianificazione. Sostenuta da una buona disponibilità energetica, la produzione industriale si era concentrata soprattutto nella siderurgia, nella meccanica di precisione e nelle macchine utensili. Notevole sviluppo avevano anche la chimica (concimi e superfosfati) e l'industria petrolifera. L'agricoltura produceva cereali (orzo, frumento, segale), patate, barbabietole da zucchero; notevole la produzione di legname. Cospicui il patrimonio bovino e la suinicoltura. Il sottosuolo offre modeste quantità di minerali di ferro, piombo e zinco, e più abbondanti sali potassici e lignite. Dopo la riunificazione la massiccia privatizzazione delle imprese tedesco-orientali, anche a costo di mettere in crisi quelle che per arretratezza tecnologica o inadeguatezza economica non sono in grado di reggere la concorrenza interna e internazionale, ha condotto a un crollo della produzione industriale e a un'impennata della disoccupazione nei territori dell'ex RDT. Tuttavia già nel 1994 si sono visti i primi risultati dei progetti del governo federale in vista del risanamento economico e di un'effettiva integrazione con le regioni occidentali più sviluppate.
STORIA
Abitata dal III millennio a. C. da popolazioni germaniche, colonizzata dai Romani nei soli territori sulla riva destra del Reno, fu conquistata dai Franchi ed entrò a far parte dell'Impero carolingio alla morte di Ludovico il Pio; nell'843 costituì il regno di Germania assegnato a Ludovico il Germanico. Deposto Carlo il Grosso dai grandi feudatari, la monarchia divenne elettiva (887). Ottone I di Sassonia (secc. X-XI) rinsaldò il potere regale, favorendo le feudalità ecclesiastiche, restaurò la dignità imperiale, ristabilì la sovranità in Italia, promosse la conquista e la germanizzazione dell'Europa orientale. Corrado II il Salico, della dinastia di Franconia (secc. XI-XII), cercò più salde basi alla sovranità regia con la concessione della trasmissibilità ereditaria dei feudi minori, ma le vicende della lotta per le investiture, apertasi tra Enrico IV e Gregorio VII, portarono a un ulteriore indebolimento della monarchia. Il contrasto tra feudatari guelfi e ghibellini e la rivalità tra la casa di Svevia e quella di Baviera aprirono un periodo di lotte interne, cui pose fine l'ascesa al trono di Federico I di Svevia (1152-1190), che volle riaffermare la sovranità imperiale in Italia, scossa dalle aspirazioni autonomistiche dei liberi Comuni. Durante il regno degli Hohenstaufen continuò la penetrazione tedesca nelle regioni del Baltico e nell'Europa orientale. Frattanto anche in Germania parecchie città si davano ordinamenti autonomi, mentre i grandi feudatari acquistavano piena sovranità nei loro domini: tale situazione ebbe giuridico riconoscimento nella Bolla d'Oro di Carlo IV di Boemia, che limitò a poche grandi dinastie feudali il diritto di eleggere l'imperatore. Con l'elezione di Alberto II (1438) la corona imperiale passò definitivamente alla casa d'Asburgo. L'ascesa al trono di Carlo V coincise con l'affermarsi del movimento luterano e la divisione religiosa della Germania, sancita dalla pace di Augusta (1555), aggravò le divisioni interne, che furono all'origine della disastrosa guerra dei Trent'anni: alla fine di essa (pace di Vestfalia, 1648) fu riconosciuta ai singoli Stati tedeschi completa autonomia, rimanendo la sovranità imperiale puramente nominale. Nel frattempo la Prussia (eretta a regno dal 1701) combattendo vittoriosamente contro l'Austria nella guerra di successione austriaca e nella successiva guerra dei Sette Anni (1756-1763), aprì un nuovo periodo della storia tedesca. Soppresso il Sacro Romano Impero (1806) e caduta la Confederazione del Reno voluta da Napoleone, al Congresso di Vienna gli Stati tedeschi furono riuniti in una Confederazione di cui l'Austria ebbe la presidenza. Consolidatasi l'unione doganale fra gli Stati tedeschi, impero austriaco escluso, la Prussia, sotto la guida del Bismarck eletto Cancelliere nel 1862, affrontata e vinta l'Austria (1866), diede vita alla Confederazione germanica del Nord; dopo Sedan (1870), con l'adesione degli Stati tedeschi del Sud, venne proclamato l'Impero germanico (Versailles 1871), di cui Guglielmo I di Prussia cinse la corona. Il nuovo Stato ebbe in breve grande sviluppo culturale ed economico, ma agitata vita politica interna per la lotta condotta dal Bismarck contro i cattolici (Kulturkampf) e i socialisti (leggi eccezionali 1876-1890). La politica estera fu basata sull'alleanza con l'Austria-Ungheria e l'Italia (Triplice, 1882) e sull'intesa con la Russia, oltre che sulla partecipazione alla competizione coloniale in Africa e nell'Estremo Oriente. Allontanato il Bismarck (1890), la politica di potenza voluta da Guglielmo II portò all'isolamento della Germania e al conflitto con gli Stati dell'Intesa (prima guerra mondiale). La pace di Versailles (1919) impose alla Germania sconfitta la cessione dell'Alsazia e della Lorena alla Francia, la rinuncia alle colonie, il pagamento d'ingenti indennità. La Repubblica federale creata a Weimar nel 1919 in seguito all'abdicazione di Guglielmo II ebbe vita difficile per ragioni economiche e politiche: ciò favorì l'affermazione del movimento nazista, guidato da A. Hitler (1933-1934). Nel 1936, sulla base di un riarmo realizzato nonostante le clausole di Versailles, la Germania rioccupò militarmente la Renania, nel 1938 occupò l'Austria e sollevò il problema dei Tedeschi dei Sudeti, nel 1939 pose il protettorato sulla Boemia e la Moravia. L'aggressione alla Polonia, alleata dell'Inghilterra dopo la stipulazione di un patto di non aggressione con l'URSS, scatenò il secondo conflitto mondiale, in cui la Germania ebbe come principali alleati l'Italia, fino al 1943, e il Giappone. Costretta alla resa (1945), fu presidiata dai vincitori: la Prussia Orientale fu annessa all'URSS, i territori tedeschi a est della linea Oder-Neisse furono occupati dalla Polonia. La Germania risultò divisa in due: da una parte la Germania Occidentale, occupata dagli anglo-franco-americani, dall'altra la Germania Orientale, occupata dai Sovietici. Dal 1945 al 1949 la Germania Occidentale, sottoposta a regime d'occupazione, poté ricostruire le proprie industrie grazie all'afflusso di capitali dagli Stati Uniti (Piano Marshall). Nel 1948 la riforma monetaria attuata in questa zona provocò una grave rottura tra le due Germanie, cui fece seguito nel maggio 1949 la nascita della Repubblica Federale di Germania, con capitale Bonn. Dal 1949 al 1963, sotto la guida del cancelliere Konrad Adenauer, del Partito democristiano (CDU), la RFT aderì alla CECA (1951), alla NATO (1954) e alla CEE (1957). Nel 1963, indebolito dai contrasti interni, Adenauer dovette cedere il posto a Ludwig Erhard, padre del miracolo economico. Nel 1966 salì alla cancelleria Kurt Kiesinger, che varò un governo di coalizione tra democristiani e socialdemocratici durato fino al 1969, quando cancelliere divenne il socialdemocratico Willy Brandt, l'artefice del riavvicinamento con i Paesi dell'Est europeo (Ostpolitik), culminato nel riconoscimento della RDT (1972). Rieletto nel 1972, Brandt perse progressivamente l'appoggio del suo partito e nel 1974 venne sostituito da Helmut Schmidt, che seppe pilotare con abilità la RFT attraverso la crisi economica che aveva colpito il mondo occidentale in quegli anni. Nel 1982 Schmidt venne sconfitto dal democristiano Helmuth Kohl, da allora alla guida di un governo di coalizione con i liberali. Nel 1990, di fronte alla crisi del regime comunista della RDT, Kohl ha spinto per una riunificazione in tempi brevissimi fra le due Germanie: il 18 maggio veniva sottoscritto un trattato per l'unificazione economica e monetaria, il 3 ottobre l'adesione della RDT alla RFT, in base alla Costituzione di quest'ultima, poneva fine alla divisione della Germania in due Stati. Nello stesso tempo veniva a cessare, anche formalmente, la tutela sulle due Germanie delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Nel dicembre 1990 le prime elezioni pantedesche confermavano Kohl alla guida del governo. Gli onerosi costi della riconversione economica della Germania Est hanno provocato un acuto disagio sociale, che si è espresso in ripetuti episodi di violenza neonazista contro gli immigrati stranieri, che sono proseguiti nonostante la messa fuorilegge dei gruppi estremistici di destra, e in un'ondata di scioperi senza precedenti nel settore pubblico e privato (1991-1992). Tuttavia l'economia tedesca rimane la più solida del Continente e il marco è con lo yen giapponese la moneta forte mondiale. Per la prima volta nel dopoguerra, nel 1992-1993 le Forze Armate tedesche sono impiegate in paesi non appartenenti alla NATO (Bosnia, Somalia). Nel 1995, pur apparendo riassorbito lo shock inflazionistico provocato dalla riunificazione, la Germania assisteva a un rallentamento della crescita del prodotto interno lordo e a una diminuzione degli investimenti cosa che cominciava a mettere in crisi il miracolo economico tedesco degli ultimi anni e la stessa struttura sociale del paese.n RDT. A partire dal 1946 le regioni orientali, affidate all'amministrazione sovietica, furono riorganizzate sotto un regime comunista, guidato dal Partito socialista unificato (SED). Nell'ottobre 1949 nasceva ufficialmente la Repubblica Democratica Tedesca. Segretario del partito fu nominato Walter Ulbricht, che rimase in carica fino al 1971. Dopo il 1948, dieci milioni di Tedeschi si rifugiarono all'Ovest, creando serie difficoltà all'economia della RDT. Nel 1961, per arrestare il flusso migratorio, il governo tedesco orientale fece costruire il muro di Berlino, provocando una grave crisi tra le due superpotenze. Nel 1971 la direzione del partito, passata a Erich Honecker, avviò un certo progresso economico pur in un quadro di rigida ortodossia ostile a ogni riforma. Nel 1989 la crisi dei regimi dell'Est coinvolgeva anche la RDT: fughe in massa verso l'Ovest e grandi manifestazioni popolari costringevano le autorità comuniste a smantellare il muro di Berlino (9 novembre 1989) e indire libere elezioni. Queste, tenute nel marzo 1990, vedevano la vittoria dei democristiani di L. De Mezière, che avviava immediatamente trattative per l'adesione della RDT alla RFT, riunificando i Tedeschi in un unico Stato.
LETTERATURE DI LINGUA TEDESCA
Dall'epoca di Carlo Magno si elaborava nei conventi una poesia didascalica cristiana, non priva, però, di elementi della precedente cultura germanica, che veniva trasmessa solo oralmente: il Canto di Ildebrando (820 ca.) fa da ponte fra la cultura germanica e la letteratura tedesca. Sotto la dinastia degli Ottoni si ha una breve rinascenza della poesia latina con il poema Waltharius. Dell'XI-XII sec. vanno ricordati il Memento mori alemanno e i versi satirici dell'austriaco Heinrich von Melk. Con lo sviluppo della società feudale fiorisce la poesia cortese; la cultura passa dai chierici ai cavalieri. Per opera di Hartmann von Aue, Wolfram von Eschenbach e Goffredo di Strasburgo la lingua si affina e i motivi della poesia cavalleresca assumono caratteri nazionali. La lirica d'amore (Minnesang) passa, dalla forma più vicina al canto popolare, all'imitazione dei provenzali e a espressioni più originali. Fra tutti spicca la personalità di Walther von der Vogelweide. Al XIII sec. risale la rielaborazione delle saghe di Sigfrido e dei Burgundi nella Canzone dei Nibelunghi, poema epico popolare fiorito in Austria, che, accanto a motivi cavallereschi, riprende l'epopea germanica. La prosa si rinnova nel XIII-XIV sec., anche a opera di mistici e predicatori. In poesia, il genere didattico e allegorico trova numerosi cultori; nasce e ha grande successo il Meistersang. Le ricerche umanistiche suscitano un'eco in Germania già verso la fine del XV sec. Lutero, con la traduzione della Bibbia, opera una riforma linguistica che segna il trionfo definitivo del nuovo alto tedesco. La letteratura del Seicento, raccolta intorno alle corti e alle accademie, si volge all'imitazione dei modelli antichi, italiani, spagnoli, francesi. Il gusto barocco affiora soprattutto nel Simplicissimus (1669) di Grimmelshausen. È da questo secolo che si rende necessaria una distinzione non puramente geografica fra letteratura tedesca e letteratura austriaca: quest'ultima, cattolica, produrrà il teatro dei Gesuiti di Vienna, trionfo della spiritualità barocca e controriformistica. In Germania, dal pietismo discendono i motivi fondamentali di tutta l'opera di F. G. Klopstock (1724-1803) e una conseguenza del pietismo si può definire il sentimentalismo settecentesco, che ha un'espressione tipica negli idilli in prosa dello svizzero S. Gessner. L'Illuminismo rinnova i termini del dibattito estetico: alle forme classicheggianti, francesizzanti e didascaliche proposte da J. C. Gottsched si oppongono, a riabilitare la fantasia, gli svizzeri J. J. Bodmer (1698-1783) e J. J. Breitinger (1701-1776). In nome di un nuovo Umanesimo, Lessing (1729-1781) apre nuove prospettive alla critica e all'estetica, polemizza contro l'intolleranza, pone le basi di un teatro moderno. Nell'opera di C. M. Wieland si esprime il gusto rococò. J. G. von Herder (1744-1803) intende il linguaggio come espressione dell'anima di un popolo. La seconda metà del Settecento è l'età dello Sturm und Drang, mentre alla fine del secolo la letteratura della Germania vive la sua grande stagione classicista. L'attività letteraria di Schiller si svolge sotto l'influenza della filosofia di Kant, Goethe supera il momento dell'esaltazione geniale e l'esperienza del mondo classico per approdare a nuovi valori morali e sociali. Tre figure solitarie sono il romanziere Jean Paul, il drammaturgo H. von Kleist, e F. Hölderlin, la cui poesia s'ispira alla visione di una Grecia pervasa di religiosità. Il Romanticismo è, tra il 1795 e il 1815, il primo movimento letterario tedesco di diffusione europea. I primi romantici (W. H. Wackenroder, J. L. Tieck, Novalis, gli Schlegel) s'incontrano a Jena; Heidelberg è il centro del secondo gruppo (C. M. Brentano, L. A. von Arnim, i Grimm), più conservatore e nazionalista; un terzo gruppo è quello berlinese (A. von Chamisso, E. Th. A. Goffmann, J. K. B. von Eichendorff); da segnalare, infine, i romantici svevi (L. Uhland). Durante la restaurazione si sviluppano la narrativa e il teatro Biedermeier, movimento che in Austria si caratterizza per un'ideologia particolarmente conservatrice e piccolo-borghese. A cavallo fra XIX e XX sec., in Austria matura l'importante stagione del decadentismo, influenzato dalle teorie freudiane. In Germania Heine (1797-1856) occupa una posizione di primo piano tra Romanticismo e realismo. A. Stifter evoca il paesaggio della Selva Boema, mentre la malinconia, nell'opera di H. T. Storm, s'intona ai paesaggi nordici; i romanzi realistici di W. Raabe (1831-1900) presentano la civiltà industriale della Germania bismarckiana come una minaccia. Th. Fontane (1819-1898), passato dalle ballate storiche ai romanzi d'ambiente, pone le basi del realismo tedesco. L'opera di Nietzsche è caratterizzata da uno straordinario talento linguistico: il suo influsso, anche per le suggestioni ideologiche, è determinante in molti scrittori, specie nella poesia di S. George, a un tempo armoniosa e oscura, tesa alla perfezione. Momenti impressionistici si trovano nelle opere, di risonanza europea, dell'austriaco R. M. Rilke (1875-1926). Il contrasto tra la solidità borghese e la fragilità dell'artista, tra salute e malattia, tra vita e arte, è il problema centrale del lungo itinerario artistico di Thomas Mann (1875-1955). Nei romanzi e racconti di Kafka (1883-1924) l'angoscia dell'uomo contemporaneo si riflette in una lingua scarna, essenziale. Nell'imminenza della prima guerra mondiale si apre il breve ma intenso periodo dell'espressionismo (G. Heym, G. Trakl ecc.). Gli anni Venti vedono estinguersi le speranze rivoluzionarie dell'espressionismo ed enuclearsi una nuova esplorazione della realtà con gli scrittori della Nuova oggettività (Arnold Zweig, A. Döblin, H. Fallada ecc.). Stefan Zweig continua la tradizione impressionistica e psicologica viennese; e austriaci sono due grandi rinnovatori del romanzo contemporaneo: H. Broch e R. Musil. Tra le due guerre, mentre scrittori come E. Wiechert, H. Hesse, H. Carossa esaltano l'amore per la terra natia, la tradizione, la fede nella natura purificatrice, B. Brecht (1898-1956) affronta i problemi contemporanei proiettandoli in situazioni lontane per rendere evidente la tragica decrepitezza della nostra società. In Austria si sviluppa un filone letterario malinconicamente legato all'elegia della fine dell'Impero (H. Broch, K. Kraus, J. Roth, E. Canetti). L'avvento del nazismo determinò un periodo di crisi gravissima nella cultura tedesca e provocò l'esodo o il silenzio, e in taluni casi il suicidio, dei suoi più geniali rappresentanti. Nel secondo dopoguerra, mentre esercita grande prestigio l'opera di Musil, a Brecht si rifanno due drammaturghi e romanzieri svizzeri: M. Frisch e F. Dürrenmatt. La divisione della Germania dal 1945 al 1990 ha portato allo sviluppo di due letterature separate. Il fenomeno più nuovo è l'emergere, nella Germania occidentale, di una giovane generazione di romanzieri e poeti (W. Jena, I. Bachmann, M. Walser, Grass, U. Johnson, H. Böll), che si sono raccolti intorno al Gruppo '47, promosso dal più anziano H. W. Richter, al quale si è poi andata sostituendo l'associazione di scrittori operai, il Gruppo '61, simile a parallele associazioni della Repubblica Democratica Tedesca, con richiami a temi d'ispirazione popolare. Una tensione di rinnovamento si manifestava negli anni Ottanta in tutte le letterature di lingua tedesca dove determinante si rivelava la presenza di autori polemici come H. Böll, R. Fassbinder con le sue oere teatrali, G. Grass e P. Süskind, rappresentante quest'ultimo di un ritorno a una schietta letteratura popolare di gusto ottocentesco,. Si verifica agli inizi degli anni Novanti , grazie alla caduta del muro di Berlino, la scoperta del mondo letterario dell'Est e alcuni scrittori come S. Heym, C. Wolf e C. Hein ricevevano un ampio riconoscimento internazionale.
ARTE
I primi elementi specificamente tedeschi -- ancora assenti nell'arte dei popoli germanici dell'età barbarica, prevalentemente limitata alla decorazione di suppellettili varie, e in quella assai più complessa del periodo carolingio, in cui pure si hanno grandiose costruzioni in pietra, come il duomo di Aquisgrana -- compaiono e si affermano a partire dalla dinastia degli Ottoni, che vede la nascita dell'architettura romanica. Questa, sviluppatasi dall'XI al XIII sec., costituisce uno dei più importanti capitoli nel contesto del romanico europeo: nell'XI sec. sorgono le grandi cattedrali di Magdeburgo, Treviri e, nel XII sec., quelle di Costanza, Spira e Magonza, mentre fioriscono, caratterizzate da un'intensa forza espressiva, la miniatura, la pittura (affreschi di S. Giorgio a Reichenau) e la scultura (porte del duomo di Hildesheim). Il successivo periodo di transizione (1190-ca. 1240) vede il diffondersi del gusto francese e di caratteri spiccatamente internazionali, che si accentueranno, a scapito dell'autonomia di un'arte nazionale tedesca, tra il 1250 e il 1400, epoca in cui si sviluppano numerose scuole locali (Austria, Boemia, Germania del Nord). L'ultima fioritura gotica (XV sec.) segna invece una spiccata ripresa dei caratteri nazionali. Si sviluppano la scultura e la pittura, affrancandosi dal legame con l'architettura; sulla fine del secolo si affermano grandi personalità di pittori (M. Schongauer, H. Holbein il Vecchio, M. Pacher) e di scultori (V. Stoss, P. Vischer il Vecchio, J. Syrlin il Vecchio). Nel Cinquecento, anche per influsso del Rinascimento italiano, fiorisce una splendida produzione pittorica con A. Dürer, M. Grünewald, H. Holbein il Giovane, H. Baldung, A. Altdorfer, L. Cranach, e poi B. Spranger e A. Elsheimer; la scultura e soprattutto l'architettura presentano caratteri di minor originalità, benché non manchino notevoli esempi di architettura barocca a Dresda (con M. Pöppelmann) e in Baviera (con i fratelli Asam e J. M. Fischer). Centro dell'architettura neoclassica fu Berlino (con K. F. Schinkel). Nel XIX sec. l'architettura è caratterizzata da un vacuo eclettismo in cui si riassumono tutti gli stili precedenti; in un'accademia cristianeggiante si esaurisce il movimento dei pittori nazareni (I. F. Overbeck, F. von Olivier). Alla fine del secolo uno spirito più moderno comincia a manifestarsi nella creazione di circoli progressisti (secessioni di Monaco nel 1892 e di Berlino nel 1899) e si afferma nel Novecento: nell'architettura e nelle arti decorative rilievo ben più che nazionale ebbe l'attività di W. Gropius e del gruppo della Bauhaus di Weimar; la tendenza espressionistica domina la pittura tra il 1900 e il 1920; dal movimento Die Brücke di Dresda, si passa, con il gruppo del Blaue Reiter, fondato a Monaco da Kandinskij nel 1911, alle prime esplicite formulazioni astratte. Nel dopoguerra, alla satira sociale che caratterizza le opere di M. Beckmann, O. Dix e G. Grosz, si sostituì l'instaurazione di un'arte ufficiale di sterile accademismo, ben presto abbandonata per l'affermarsi della tendenza non-figurativa (Baumeister, Werner, Winter ecc.). Nel fermento di idee nuove si passa dal tachisme (Schultze, Schumacher, Gaul) alla neo-avanguardia, all'op e alla body-art, all'arte concettuale.

Francia

(francese France), Repubblica (République Française) dell'Europa occidentale Superficie: 543.965 km2. Popolazione: 56.615.000 ab. Capitale: Parigi. Lingua: ufficiale il francese; minoranze linguistiche bretoni, tedesche, basche. Religione: cattolica; musulmani 2.500.000, protestanti 800.000, ebrei 650.000, armeni 180.000. Unità monetaria: franco francese. Confini: confina a nord col Mare del Nord, a nord-est con Belgio, Lussemburgo e Germania, a est con Germania, Svizzera e Italia, a sud col Mare Mediterraneo e la Spagna, a ovest con l'Oceano Atlantico, a nord-ovest con la Manica. Ordinamento: capo del potere esecutivo è il presidente della Repubblica (eletto a suffragio universale per 7 anni), il quale nomina il primo ministro. Il potere legislativo spetta all'Assemblea Nazionale e al Senato. È divisa in 22 regioni e 96 dipartimenti.
GEOGRAFIA
n Morfologia. All'orogenesi ercinica del Paleozoico risale la formazione del Massiccio Armoricano a ovest, delle Ardenne e dei Vosgi a est, del Massiccio Centrale al centro: rilievi di media altezza e dai bordi arrotondati. Nell'era mesozoica si formarono il Bacino d'Aquitania e quello di Parigi; nel Cenozoico le Alpi, i Pirenei, il Giura. Sull'Oceano Atlantico e sulla Manica le coste sono basse e sabbiose a sud, alte e rocciose a nord in relazione col rilievo dell'entroterra. Sul Mare Mediterraneo le coste sono varie: alte, frastagliate, rocciose, a est; basse, sabbiose, orlate di lagune, a ovest.
n Clima e vegetazione. Possiamo distinguere sei tipi di clima. 1) Clima oceanico in Normandia e Bretagna, con piovosità intensa. È il Paese dei prati, delle colture di meli e delle lande. 2) Clima aquitano, pure oceanico, con venti violenti. Prevalgono le querce e i pini marittimi; fra le colture quelle dei cereali. 3) Clima parigino assai instabile. Agricoltura. 4) Clima dell'Est, continentale di transizione. Assai diffusa la foresta. 5) Clima mediterraneo con inverni miti ed estati calde: pini marittimi, olivi, macchia mediterranea. 6) Clima di montagna, con precipitazioni spesso nevose e inverni rigidi. Foreste di querce, faggi, abeti e larici, quindi pascoli e alpeggi.
n Idrografia. La maggior parte dei corsi d'acqua della Francia tributano a uno dei quattro grandi fiumi: la Senna, la Loira e la Garonna sul versante atlantico, il Rodano su quello mediterraneo. Per breve tratto anche il Reno interessa il suo territorio.
n Popolazione. Nel periodo tra le due guerre il Paese era minacciato da una seria diminuzione della popolazione e forte era la corrente immigratoria. L'attuale densità media della popolazione è di 104 ab./km2. Forti densità si hanno in alcune regioni agricole specializzate (Linguadoca, Val de Loire, Alsazia), sulle coste bretoni e provenzali, intorno ai porti, ma soprattutto nelle regioni industriali (Nord, Est, Saint-Étienne) e intorno a Parigi. Insediamento rurale sparso nella sezione orientale e nel Massiccio Centrale.
n Economia. La Francia è una delle grandi potenze economiche mondiali. Lo sviluppo, almeno nei suoi obiettivi principali, è stabilito da appositi piani che nascono dalla collaborazione tra le grandi imprese private (il 20% delle quali realizza il 90% del fatturato) e gli Enti statali. Una nazionalizzazione di diversi settori (energia, comunicazioni, banche, Renault) si è avuta tra il 1980 e il 1986. In ragione dell'insufficienza del mercato interno nel sostegno della domanda di beni, l'appartenenza alla CEE si presenta vantaggiosissima per gli scambi di prodotti manufatti, così come proficua appare la cooperazione con gli altri Paesi della Comunità francese, ricchi di materie prime molto preziose e capaci di assorbire la produzione agricola, il cui smaltimento trova qualche difficoltà in ambito europeo. La Francia è infatti leader europeo in molti settori agricoli, nonostante l'agricoltura occupi solo il 6% della popolazione attiva; le colture tradizionali sono il frumento, la frutta, la barbabietola, il mais e il vigneto. Il patrimonio di bovini e suini è notevole e consente una buona esportazione dei prodotti (oltre agli elevatissimi consumi interni), soprattutto di formaggi pregiati. La viticoltura dà vini rinomati in Alsazia, Borgogna, Champagne, Charente e Bordolese. Importante la produzione di ostriche e aragoste. L'industria francese ha nella chimica e nella metalmeccanica i suoi settori principali. La produzione di acciaio, alimentata dalle risorse di ferro, ha consentito un rapido sviluppo della fabbricazione di autoveicoli, materiale ferroviario, aeroplani e naviglio. La metallurgia presenta una vasta gamma di lavorazioni. Il sottosuolo offre limitati giacimenti di carbone, petrolio e metano, ma è ricco di bauxite e di uranio. Attive le industrie chimiche (fibre sintetiche, materie plastiche, fertilizzanti), tessili e alimentari.
STORIA
Invasa tra l'VIII e il V sec. a. C. dai Celti, Liguri ed Iberi, fu conquistata da Cesare (58-51 a. C.) e divisa da Augusto in tre province (Aquitania, Lugdunensis, Belgica). Invasa dai Germani, nel V sec. fu sede dei regni dei Burgundi, Visigoti e Franchi. Il prevalere di questi ultimi, che con Clodoveo (481-511) si convertirono al cattolicesimo e assorbirono gli altri due regni, diede vita alla Francia come nazione. Dal 480 al 751 regnò la dinastia merovingia, cui, con Pipino il Breve, succedette la dinastia carolingia (751-987). Centro del Sacro Romano Impero creato da Carlo Magno, la Francia fu ricostituita a nucleo nazionale con il trattato di Verdun (843), dal quale fu assegnata a Carlo il Calvo. Ridottosi ben presto il regno vero e proprio all'Île-de-France a causa delle invasioni saracene a Sud e normanne a Nord e dell'affermarsi di locali potentati feudali, l'autorità regia tornò ad affermarsi con la dinastia capetingia, postasi alla guida della vita nazionale nel XIII sec. con Filippo II Augusto (1180-1223), successivamente con Luigi IX (1226-1270) e Filippo IV il Bello (1285-1314), attraverso una duplice lotta: all'interno contro i feudatari e la Chiesa (cattività avignonese), e all'esterno contro l'Inghilterra (riconquista della Normandia); la guerra dei Cent'anni contro l'Inghilterra (1334-1453) segnò il trionfo di questa politica, l'espulsione degli Inglesi dal suolo francese (mantennero solo Calais) e il sorgere dello spirito unitario patriottico, che trovò in Giovanna d'Arco il suo simbolo. Luigi XI (1461-1483) riuscì a consolidare l'unità territoriale (annessione della Provenza, Borgogna e Angiò); Carlo VIII (1483-1498) avviò la politica espansionistica tesa a contrastare l'egemonia spagnola (1494, discesa in Italia), continuata da Luigi XII (1499) con la conquista del ducato di Milano e il lungo conflitto (1520-1559) tra Francesco I e Carlo V per i possessi italiani e le Fiandre, conclusosi con il trattato di Cateau-Cambrésis (1559) grazie al quale la Francia ottenne Calais, Metz, Toul e Verdun. Superato il periodo delle guerre di religione (1560-1598, editto di Nantes), la monarchia francese, con Enrico IV di Borbone (1594-1610) e con Luigi XIII (1610-1643) e attraverso l'opera di grandi statisti (Richelieu, Mazzarino e Colbert), consolidò l'assolutismo e l'unità interna, raggiungendo l'apogeo con Luigi XIV (1643-1715), la cui politica di egemonia, se riuscì nell'intento di raggiungere le frontiere naturali (acquisizione di Alsazia, parte dei Paesi Bassi, contea del Rossiglione, Franca Contea e Fiandre), ridimensionare la potenza asburgica (guerra dei Trent'anni, 1618-1648) e creare un impero coloniale (Canada, Louisiana, Indie Occidentali), lasciò la Francia stremata e l'economia esausta. La crisi dell'assolutismo, iniziata con Luigi XV (1715-1774), continuò con Luigi XVI (1774-1792) parallelamente al diffondersi delle teorie illuministe e al crescere dell'influenza del ceto borghese; la convocazione degli Stati Generali (1789) aprì il periodo della Rivoluzione francese (1789-1791, Assemblea nazionale costituente; 1791-1792, monarchia costituzionale; 1792, proclamazione della Repubblica; 1793-1794, dittatura del Terrore; 1795-1798, restaurazione termidoriana; 1798, colpo di Stato di Napoleone). Trascinata nelle lunghe guerre contro gli Stati europei durante l'impero di Napoleone, la Francia, con il Congresso di Vienna (1815), mantenne l'integrità territoriale. La monarchia borbonica restaurata con Luigi XVIII (1816-1824) e Carlo X (1824-1830), abbattuta dalla rivoluzione del luglio 1830, continuò come monarchia costituzionale con il ramo degli Orléans (Luigi Filippo; 1830-1848). A seguito della rivoluzione del 1848 venne proclamata la Seconda Repubblica, che, democratica inizialmente e in seguito moderata, attraverso l'elezione a presidente di Napoleone III e il colpo di Stato del 2 dicembre 1851, sfociò nel Secondo Impero (1852), le cui vicende furono segnate dagli scontri con la Russia (guerra di Crimea, 1854-1856), con l'Austria (1859) e infine con la Prussia (1870), nel tentativo di ricostituire la centralità francese negli equilibri del continente. La sconfitta di Sedan (1870) pose fine all'Impero e, dopo il tentativo democratico-socialista della Comune (1871), portò alla costituzione della Terza Repubblica. Il consolidamento delle istituzioni democratiche all'interno procedette nel quadro di una crescita economica sostenuta anche dalle acquisizioni coloniali in Asia e Africa. Uscita con la propria struttura economica indenne dalla prima guerra mondiale, la Francia ottenne, col trattato di Versailles (1919), l'Alsazia e la Lorena. I disagi creati dalla crisi del '29 favorirono nel corso degli anni Trenta la costituzione e la presa del potere del fronte popolare guidato da L. Blum (1936-1938), che avviò una politica di riforme sociali interrotta dal nuovo governo di Daladier e dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1939 dichiarò guerra alla Germania: dopo la disfatta dell'esercito francese (1940), fu costituito il governo collaborazionista di Pétain a Vichy (1940-1942). Nel 1944, subito dopo la liberazione (giugno, sbarco degli Alleati in Normandia; agosto, liberazione di Parigi), fu costituito (settembre) il governo provvisorio, formato dai rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale (creato nel 1943 e residente ad Algeri sotto la guida di De Gaulle) e del Consiglio Nazionale di Resistenza (sorto in territorio metropolitano, 1943); nel 1946 fu costituita la Quarta Repubblica, caratterizzata dall'estrema frammentazione delle forze politiche e da una endemica instabilità delle coalizioni governative, impegnate peraltro nelle guerre d'indipendenza dei Paesi coloniali (1949-1954, guerra d'Indocina, liquidata con la rinuncia da parte della Francia; 1956, riconoscimento dell'indipendenza del Marocco e della Tunisia). Proprio l'aggravarsi della guerra in Algeria determinò il cambiamento costituzionale a opera di De Gaulle e la nascita della Quinta Repubblica, di tipo presidenziale (1958); nel 1962 fu riconosciuta l'indipendenza dell'Algeria, mentre una accentuazione dei motivi nazionalistici in politica estera portò all'uscita della Francia dalla NATO e alla creazione di un autonomo sistema di difesa nucleare. All'interno, la contestazione anti-regime esplose nel maggio 1968 in una violenta insurrezione, che vide affiancati studenti e operai e fu domata a stento. L'anno successivo De Gaulle si dimise in seguito a un referendum a lui sfavorevole (1969). Gli succedette Georges Pompidou, che rimase presidente della Repubblica fino alla morte, nell'aprile del 1974. Nel 1974 alle elezioni presidenziali si affermò Valéry Giscard d'Estaing per la maggioranza di centrodestra. Messosi subito in urto coi gollisti di Chirac, nel 1975 Giscard diede l'incarico di formare il governo al repubblicano indipendente Raymond Barre. Nel 1978, alle elezioni politiche, vinse nuovamente la maggioranza (centristi, gollisti e giscardiani); ma le presidenziali del maggio 1981 videro l'affermazione della sinistra (che non aveva più ripreso il potere dal 1938) con il socialista François Mitterrand, appoggiato dai comunisti. Questi avviò una politica di nazionalizzazioni in settori chiave dell'economia, ma le elezioni politiche del 1986 riportarono al governo una coalizione di centro-destra guidata da Chirac: seguì il periodo detto della 'coabitazione', per la contemporanea presenza all'Eliseo di un socialista e al governo di un conservatore. Le elezioni presidenziali del 1988 confermarono Mitterrand e costrinsero alle dimissioni Chirac, che fu sostituito dal socialista Michel Rocard, cui nel 1991 è succeduta Edith Cresson. Nel 1992, in seguito alla sconfitta socialista nelle elezioni amministrative, E. Cresson si dimise in favore del compagno di partito Pierre Bérégovoy. Nel 1993 le elezioni furono vinte dal centrodestra e al governo fu chiamato Edouard Balladur. Chirac ha poi conquistato la presidenza nelle elezioni del 1995, e successivamente ha nominato primo ministro A. Juppé. Nel 1997 Chirac ha deciso di sciogliere il Parlamento e di indire elezioni anticipate. Queste, tenutesi a maggio-giugno, hanno però segnato la sconfitta dei neogollisti e il successo nettissimo dei socialisti di Jospin, che è diventato primo ministro.
LETTERATURA
Il più antico testo in lingua francese, i Giuramenti di Strasburgo, risale all'842. La più originale espressione letteraria dei primi secoli è la poesia epica, che si afferma con le canzoni di gesta, di cui la più famosa e antica è la Chanson de Roland (II metà XI sec.). La suggestione di vicende e Paesi lontani si ritrova, oltre che nel poema epico, nel romanzo, e in particolare nel ciclo bretone; le leggende su re Artù e sui cavalieri della Tavola Rotonda costituirono, insieme con quella di Tristano, il nucleo principale della materia cui attinsero, nella seconda metà del XII sec., Marie de France e Chrétien de Troyes, considerato l'iniziatore della narrazione romanzesca in senso moderno. Parallela al romanzo cavalleresco è la lirica trobadorica del Sud della Francia, che ebbe il suo capostipite in Guglielmo IX di Aquitania e i maggiori esponenti in Jaufré Rudel, Raimbaut de Vaqueiras, Arnaut Daniel, Bernard de Ventadorn, Bertrand de Born, Guiraut de Borneil. Ai modelli in lingua d'oc si ispirarono anche molti rimatori in lingua d'oil della Francia settentrionale (trovieri), tra i quali emerge la personalità di Rutebeuf. Un filone popolare, espressione della borghesia cittadina e non più delle corti, comprende tra l'altro il Roman de Renard, vasta epopea animalesca a sfondo allegorico; accenti ancora più originali, con spunti anticlericali e antifemministici, si trovano nei fabliaux. Sintesi della problematica medievale e opera all'epoca d'immenso prestigio è il Roman de la Rose. Nel XIV-XV sec., nel campo della poesia, le personalità di maggior rilievo sono Guillaume de Machault, Eustache Deschamps, Charles d'Orléans e soprattutto François Villon. Per quanto concerne il teatro, fiorì il dramma liturgico, dapprima in latino e poi in volgare (Jeu o Mystère d'Adam del XII sec., miracles del XIII e XIV sec., i colossali mystères e passions del XV-XVI sec.). Ancora nel XV sec. nascono le premesse della commedia politica e di quella di intrigo e di costume. Nella storia della cultura francese il confine tra Medioevo e Rinascimento si può dire segnato dalle discese francesi in Italia, con la scoperta della civiltà italiana. Figure di rilievo sono in questo periodo Clément Marot, Calvino e soprattutto Rabelais. L'Umanesimo promosse un rinnovamento delle forme poetiche a opera del gruppo della Pléiade, che ebbe i suoi maggiori esponenti in Ronsard e Du Bellay. All'inizio del XVII sec., Malherbe oppone all'esuberanza di Ronsard e dei suoi epigoni una rigida semplificazione retorica e lessicale. Si rafforza intanto il potere statale: per iniziativa di Richelieu viene fondata nel 1635 l'Académie Française, dalla quale molti generi sono proscritti indiscriminatamente. Intanto, con l'influsso della Commedia dell'arte italiana, nascevano le prime compagnie di attori professionisti. Il Cid (1637) di Corneille è il primo capolavoro del teatro francese: si avverte, in esso, il riflesso della filosofia cartesiana, mentre il movimento giansenista esercita la sua influenza su Bossuet, Pascal e su vasti settori del pubblico colto. Dopo la Fronda, intorno alla corte di Luigi XIV si concentra, nel giro di tre decenni circa (1660-1690), l'attività di un gruppo di grandi scrittori: è il periodo aureo della letteratura francese. Accanto a Racine (considerato generalmente il più grande drammaturgo francese) e a Molière, La Fontaine attinge al lirismo nel sottile equilibrio delle sue favole; Madame de Sévigné offre con le sue lettere il modello di una prosa elegante e discorsiva; La Rochefoucauld filtra attraverso il linguaggio dei raffinati salotti del tempo una visione pessimistica della vita. Toni inquieti compaiono in Fénelon, La Bruyère, Saint-Simon. Per iniziativa di Perrault, si propone la Querelle des Anciens et des Modernes, che mette in questione il principio dell'imitazione degli antichi, la cui priorità è sostenuta con ardore da Boileau. Nel XVIII sec. si fanno più sensibili i rapporti con altre culture. Il romanzo picaresco spagnolo presta i suoi schemi al Gil Blas di Lesage e ai romanzi, insieme psicologici e realistici, di Marivaux; altri spunti realistici, a sfondo sentimentale o satirico, vengono dal romanzo inglese e sono accolti da Prévost, e in parte da Diderot; dell'influsso inglese risente pure la dottrina politica dichiaratasi nell'opera di Montesquieu. Attraverso l'Encyclopédie sono rivendicate la libertà di pensiero e la tolleranza religiosa, idee che trovano la loro espressione più significativa nell'opera di Voltaire, mentre Rousseau imposta in termini moderni il problema della democrazia e con le sue opere letterarie costituisce un patrimonio cui attingerà tutto il Romanticismo europeo. Una delle opere più interessanti della narrativa del secolo è Les liaisons dangereuses di Laclos, dove l'assunto moraleggiante è trasceso da una lucida ambiguità. Fermenti sociali nuovi sono infine da rilevare nell'opera teatrale di Beaumarchais e di Diderot. La Rivoluzione produce un grande poeta, Chénier, che i romantici esalteranno; Chateaubriand e Constant rinnovano il gusto in senso romantico; Madame de Staël promuove l'idea di una coscienza letteraria europea. Il Romanticismo trova nella poesia lirica (Lamartine, Hugo, Vigny, Musset) e nel teatro (Hugo, soprattutto) il terreno della rottura polemica più appariscente con la tradizione letteraria precedente. Ma fu nel romanzo che gli scrittori operarono un rinnovamento in profondità: la Comédie humaine di Balzac e i romanzi di Stendhal costituiscono un'acquisizione decisiva a livello europeo, che dal Romanticismo passa a un realismo di profonda analisi. Parallelo a questo fenomeno è il nuovo impulso della storiografia, culminante nell'opera di Michelet. Nel gruppo di scrittori venuti impetuosamente alla ribalta a cominciare dal 1830 è inoltre da ricordare Baudelaire, fondatore della sensibilità poetica moderna: da lui derivano Verlaine e Rimbaud e gli altri che ricavano dalla sua poetica l'idea simbolista, il cui cantore più alto è l'ermetico Mallarmé. Nella narrativa, il superamento definitivo del Romanticismo si esprime in Flaubert con il suo capolavoro Madame Bovary. L'impersonalità perseguita da Flaubert è innalzata a metodo dai naturalisti: da Maupassant ai Goncourt, a Zola. L'esaurirsi del movimento naturalista è accompagnato da una serie di esperienze contrastanti (Huysmans, Bourget, Barrès, France, Philippe). A partire da Péguy e da Claudel anche la letteratura cattolica appare sempre più divisa, da Bernanos a Mauriac, tra conservatorismo e fermenti di rinnovamento. La reazione al positivismo è legata al prestigio della filosofia di Bergson, che fu uno dei punti di riferimento dell'opera di Valéry e fornì la base di partenza alla grandiosa costruzione psicologica e narrativa di Proust. Alla stessa generazione appartiene Gide, che rifiuta ogni conformismo. Col nuovo secolo emergono nuovi movimenti rappresentati da personaggi come Éluard, Cocteau, Radiguet, Proust e Alain-Fournier. Più che dalle sperimentazioni formali di Gide, il romanzo è rinnovato dalla ripresa di un confronto più risentito con la realtà (Céline, Malraux ecc.). Negli anni della seconda guerra mondiale, la narrativa è legata ai nomi di Sartre, Camus, Nizan; dopo la guerra, nel 1954 nasce la nuova corrente del romanzo (nouveau roman o école du regard), mentre il teatro si esprime con le opere di Claudel, Giraudoux, Cocteau, Anouilh, Sartre, Camus, Ionesco, Beckett. Nella narrativa ancora più recente si impongono M. Yourcenar, E. Tarpon, M. Duras. Negli anni Ottanta autori come J. Roubaud, la cui poesia dà una visione fredda e quasi scientifica della realtà, e la scrittrice A. Ernaux, i cui romanzi hanno un enorme successo di pubblico, hanno rinnovato il panorama letterario transalpino.
ARTE
I Franchi, troppo scarsi di numero, non modificarono il substrato culturale locale, né crearono monumenti di rilievo; numerosi sono invece gli elementi bizantini e orientali nelle chiese dell'epoca, alcune delle quali risalgono al V sec., tutte più volte ricostruite e restaurate, specialmente durante la rinascenza carolingia (Cappella palatina di Aquisgrana, S. Gallo in Svizzera), periodo in cui raggiunsero particolare splendore anche gli avori, le miniature e l'oreficeria. L'arte romanica trasse vitalità dalla fondazione degli ordini monastici e trovò nell'abbazia di Cluny un importantissimo centro di elaborazione del nuovo linguaggio architettonico. Sotto il patrocinio degli abati cluniacensi fiorirono anche la scultura (capitelli di Autun e di Cluny, rilievi della cattedrale di Chartres) e la pittura. Intanto, fin dalla prima metà del XII sec., specialmente attorno a Parigi si annuncia il trionfo dello stile gotico; nel XIII sec., l'esempio della cattedrale di Chartres, ricostruita dopo l'incendio del 1194, offrì nuovi spunti tecnici e formali per la costruzione di chiese, nelle quali sempre più accentuati appaiono lo sviluppo ascensionale e l'ampiezza delle finestre e dei rosoni, chiusi da splendide vetrate policrome. Per lo più scomparsi sono i giganteschi castelli feudali e le cinte difensive della città. L'influsso del Rinascimento italiano si avverte in Francia sin dalla prima metà del XV sec., ma diventa predominante sotto il regno di Francesco I, quando numerosi artisti italiani furono chiamati a lavorare nel castello di Fontainebleau. Il peso della tradizione gotica si avverte ancora, specie nell'architettura sacra e in numerosi esempi di architettura civile (castelli della Loira). Il predominio dell'arte italiana in Francia caratterizza anche il Seicento, mentre, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII sec., l'arte francese si emancipa completamente dal modello italiano. Dall'impaccio accademico si libera anche la pittura di A. Watteau, mentre l'istituzione regolare dei Salons, nel 1737, fa conoscere al pubblico altri pittori. Frattanto, la scoperta di Ercolano e dei templi di Paestum e le teorie di Winckelmann e del Lessing portano allo sviluppo del gusto neoclassico (J.-A. Houdon, F. Rude, J.-L. David, F. Gérard, A.-G. Gros). Appartengono alla pittura romantica: J.-L.-A. Géricault, J.-A.-D. Ingres, E. Delacroix, J.-B. Corot e i paesaggisti della scuola di Barbizon. Agli aspetti deteriori e scenografici della cultura romantica reagirono, in nome di un nuovo naturalismo, scultori come A.-L. Barye e J.-B. Carpeaux e pittori quali, dopo il 1860, i grandi maestri dell'impressionismo: Manet, Degas, Monet, Renoir, Fantin-Latour, Sisley, Pissarro, Cézanne; dalla decomposizione del tono di Degas mosse il pointillisme di G. Seurat e di P. Signac, mentre l'esotismo di P. Gauguin, la rigorosa struttura formale di Cézanne, la scoperta della scultura nera e la violenza cromatica di Van Gogh influiscono, all'inizio del XX sec., tanto sulla nascita del fauvisme (1905), con H. Matisse, G. Rouault, A. Derain, quanto su quella del più tardo cubismo (1908-1910), con Picasso, Braque, Gris, punto di partenza di tutte le correnti artistiche contemporanee. Nel 1919 si diffonde in Francia il dadaismo e nel 1924 A. Breton stende il primo manifesto del surrealismo; a varie tendenze, più o meno legate ai movimenti maggiori, appartengono, in pittura: P. Bonnard, A. Modigliani, M. Utrillo, M. Chagall; e in scultura: H. Laurens, C. Brâncusi, A. Archipenko. Già nell'Ottocento erano nati i primi esempi di edifici in ferro (Galleria del Louvre, Torre Eiffel); delle possibilità costruttive del ferro e del cemento armato, nella ricerca di un linguaggio architettonico più moderno ed essenziale, si valgono, nel Novecento, A. e G. Perret e poi tutti i maggiori esponenti dell'architettura razionale, da Le Corbusier a T. Garnier, a F. Le Coeur, a H. Sauvage, a R. Mallet-Stevens. Nel secondo dopoguerra si affermano le nuove tendenze informali di Dubuffet, Fautrier, Hartung, Michaux e altri, mentre vengono alla ribalta numerosi centri artistici cui Parigi nel 1977 contrappone il Centro Beaubourg, realizzato per l'accentramento delle più diverse manifestazioni d'arte e di cultura.

Repubblica Ceca

Repubblica (Ceská Republica) dell'Europa centrale. Superficie: 78.864 km2. Popolazione: 10.331.000 ab. Capitale: Praga. Lingue: ceco, con minoranze slovacche, magiare, tedesche, polacche, ucraine, russe. Religione: in maggioranza cattolica, con una consistente presenza protestante (evangelici, hussiti). Unità monetaria: corona ceca. Confini: confina con la Germania a ovest e nord-ovest, con la Polonia a nord e a nord-est, con la repubblica Slovacca a sud-est., con l'Austria a S. Ordinamento: separatasi il 1° gennaio 1993 dalla Slovacchia, con cui formava la Cecoslovacchia, è una repubblica parlamentare; il Parlamento (formato da una Camera dei deputati, di 200 membri, e di un Senato di 81) elegge il presidente della Repubblica. Comprende le due regioni di Boemia e Moravia ed è divisa in sette province, oltre al distretto della capitale.
GEOGRAFIA
Sotto l'aspetto fisico la Repubblica Ceca comprende due regioni: a nord-ovest la Boemia (capoluogo Praga) che si estende sul bacino superiore dell'Elba, ben limitato dai Monti Metalliferi, dalla Selva Boema, dai Sudeti e dai Carpazi; a sud-est la Moravia (capoluogo Brno) con parte della Slesia, che una serie di piccoli rilievi, i Piccoli Carpazi, i Carpazi Bianchi e i Monti Javornik, separano, verso sud-est, dalla Slovacchia. Fiumi principali sono l'Elba (con gli affluenti Moldava e Ohre) e il Danubio (con la Morava). Il clima è continentale, con piogge estive. La popolazione è costituita da Cechi (81,2%) e Moravi (13,2%) con minoranze di Slovacchi (3,1%), Ungheresi, Polacchi, Tedeschi e altri. Principali città, oltre a Praga, sono Brno, Ostrava, Plzen.
n Economia. Agricoltura intensiva in Boemia. Tra i cereali prevalgono segale e frumento, poi orzo (che serve per lo più a preparare malto) e avena. Sono poi coltivate patate (anche per ricavare alcol), barbabietole da zucchero, luppolo (birra di Plzen), tabacco. Le ingenti risorse forestali sono assai sfruttate (segherie, mobilifici e cartiere). Fiorente l'allevamento (bovini, ovini e suini in particolare). Abbondano carbone, particolarmente nella Slesia e in Boemia, e lignite, minerali di ferro, minerali radioattivi (Jáchymov) e grafite. Famose le acque termominerali (Karlovy Vary e Mariánské Lázne). Le industrie sono abbastanza solide e in fase di sviluppo dopo le aperture all'economia di mercato: tessili (a Brno e Liberec), siderurgiche (con altiforni nelle zone carbonifere), meccaniche (fabbriche automobilistiche), chimiche del vetro (cristalli di Boemia), della ceramica (Karlovy Vary), delle calzature, della gomma. Le comunicazioni sono ben sviluppate (ca. 10.000 km di ferrovie, 60.000 km di strade). Esportazioni di macchinari, prodotti chimici, manufatti, autoveicoli, birra. Importazioni di materie prime (carbone, minerali di ferro, cotone, lana, carne) e di prodotti petroliferi. Scambi commerciali con tutti i Paesi europei, specialmente con Germania, Italia e Francia.
STORIA
La nuova Repubblica si regge sulla Costituzione approvata dal Consiglio nazionale ceco nel dicembre 1992 ed è entrata in vigore il 1° gennaio 1993 con la fine della federazione ceca e slovacca. I beni statali sono stati ripartiti con la Repubblica Slovacca secondo il criterio della territorialità (per gli immobili) e del rapporto tra popolazione ceca e quella slovacca (2 a 1). Dal 1993 il presidente è V Havel.
LETTERATURA
Fino al Quattrocento, latino e tedesco sono i mezzi di espressione prevalenti, accompagnati da sempre più frequenti tentativi di affermazione del volgare ceco. L'affermarsi del tedesco nella poesia era dovuto al diffuso mecenatismo della corte e della nobiltà. Le espressioni letterarie ceche diventano via via più importanti, arricchendosi (secc. XIII e XIV) di nuove forme: opere di argomento agiografico, didattico e moralistico, gli esordi del teatro, poesia profana. Nel Seicento si distingue la personalità di un umanista come J.A. Komensk¦ (Comenius). La rinascita illuminista si esplicò prima in un approfondito esame della realtà storica e linguistica del Paese. Da ricordare: J. Dobrovsk¦ e J. Jungmann, i cui lavori hanno il fondamento nella versione cinquecentesca della Bibbia, nota come Bibbia di Kralice. Anche nella poesia la conoscienza ceca si andava sviluppando con autori come V. Hanka, F.L. Celakonsk¦, K.J. Erben e K.H. Mácha, autore del poema Maggio. Nell'Ottocento la letteratura ceca si afferma in campo europeo soprattutto con i poeti S. Cech, J.V. Sládek, P. Bezruc, S.K. Neumann. Tra i prosatori sono da ricordare B. Nemcová, K. Svetlá, A. Jirásek e K.M. Capek-Chod. Con il sorgere dello Stato cecoslovacco, l'opera di J. Wolker (il massimo rappresentante della corrente proletaria), si affermò come uno dei momenti più significativi di una vivace fioritura poetica; mentre V. Nezval, il massimo esponente del poetismo, riprese temi e motivi dell'avanguardia europea. Contemporaneamente si ebbe anche lo sviluppo della prosa con autori come H. Hasek, autore del famoso Il buon soldato Svejk, I. Olbracht, M. Majerová, V. Vancura e altri. Nell'ambito della narrativa degli ultimi trent'anni sono da citare M. Kundera e B. Hrabal, i quali hanno raggiunto un notevole successo internazionale; L. Vakulík, J. Prochazka.
ARTE
Le prime manifestazioni dell'architettura sono le chiese e i monasteri sorti in Boemia e in Moravia, dopo la conversione al cristianesimo (IX sec.) e soprattutto in epoca romanica (monastero di San Giorgio nel castello di Praga). In questo periodo si sviluppa notevolmente la miniatura, mentre la pittura raggiunge il suo massimo sviluppo nel XIII sec. con Teodoro da Praga. Sempre in questo periodo le forti influenze austriache e tedesche, favoriscono la diffusione in Boemia del gotico fino a che, all'inizio del Cinquecento, la forte presenza di architetti italiani dà vita al cosiddetto Rinascimento ceco (Belvedere di Praga). L'influsso italiano è predominante anche in pittura e scultura fino all'inizio del XVIII sec. quando trionfa il barocco renano grazie alle opere di architetti come Fischer von Erlach, J.L. Hildebrandt e poi di J.K. Dienzenhofer seguito dall'avvento del rococò e del gusto classicheggiante. Terminata l'esperienza del neoclassicismo, J. Mánes promuove la nascita di una pittura tipicamente ceca; artisti di una certa importanza aderirono all'impressionismo, all'espressionismo e al cubismo (E. Filla). Le nuove generazioni sono orientate verso un'architettura razionale, secondo l'indirizzo promosso da J. Kopéra. Recentemente si sono avute manifestazioni di arte concreta, di poesia visiva, di pop-art (J. Balcar), di astrattismo.

Catalogna

regione autonoma (32.114 km2, 5.960.000 ab., capoluogo Barcellona) della Spagna nordorientale, comprendente le province di Barcellona, Gerona, Lérida e Tarragona. Estesa tra i Pirenei a nord-ovest e il bacino dell'Ebro a sud, si affaccia a est al Mare Mediterraneo; è attraversata dai fiumi Ebro, Llobregat e Ter. Il clima è mite, tipicamente mediterraneo. Regione a economia prevalentemente commerciale e industriale, la Catalogna ha visto affiancarsi alle industrie tradizionali (tessili, cartarie) moderne industrie meccaniche e chimiche, raggruppate specialmente intorno a Barcellona. La Catalogna è inoltre una delle maggiori regioni turistiche della Spagna (Costa Brava). Spagnolo Cataluña; catalano Catalunya.
STORIA
Già sede di insediamenti fenici e greci, provincia romana (Hispania Tarraconensis), fu invasa dai Visigoti e quindi dagli Arabi. Liberata da Carlo Magno sul finire dell'VIII sec., fece parte (1137) del regno aragonese, nel quale godette però di larghissima autonomia e di cui influenzò profondamente la politica di espansione nel Mare Mediterraneo. Le manifestazioni della tendenza separatista iniziarono nel XV sec. per il crescente prevalere dell'elemento castigliano dopo la fusione dei regni conseguente al matrimonio tra Isabella e Ferdinando, e si protrassero fino al 1931, quando la caduta della monarchia in Spagna permise la proclamazione della Repubblica catalana. Nel 1939 fu riunita al resto della Spagna. Nel 1980 ha ottenuto l'autonomia.
LETTERATURA
La letteratura in lingua catalana conobbe un primo periodo di splendore al tempo della poesia trobadorica provenzale. All'influsso provenzale, sul finire del XIV sec., si sostituì quello italiano. A. Febrer tradusse la Divina Commedia e contemporaneamente si diffondeva la conoscenza della poesia petrarchesca. Una nuova e intensa fioritura del catalano si ebbe agli albori del Rinascimento. Seguì un lungo periodo di stasi, conclusosi nel XIX sec. Nella prima metà del XX sec. notevole l'attività sia nella poesia (scuola delle Baleari), sia nel teatro e nella prosa. Dopo la guerra civile fu proibito l'uso della lingua; dal 1950 nuove opere sono state pubblicate in catalano.
ARTE
Testimonianza importante dell'architettura catalana visigotica sono le chiese di S. Pedro, S. Maria e S. Miguel a Terrassa. Numerosi gli edifici preromanici e romanici, stilisticamente legati alla cultura padana: abbazia di Ripoli (1020-1032), S. Vicente di Cardona (1020-1040). Eccezionale perizia tecnica mostrano le cattedrali gotiche di Barcellona (1298-1420) e di Gerona (1316-1581). La pittura, prossima alla tradizione occidentale più che a quella araba, come nel resto della Spagna, si sviluppò soprattutto in epoca romanica (affreschi di S. Clemente di Tahull e di S. Quirico di Pedret) e nel periodo gotico, accogliendo influssi francesi e senesi, visibili nei dipinti di F. Bassa, G. e P. Serra, L. Borrassá e J. Huguet.

Benin

Repubblica (République du Bénin), dell'Africa occidentale. È l'ex Dahomey. Superficie: 112.622 km2. Popolazione: 4.308.000 ab. Capitale: Porto-Novo. Lingua: ufficiale il francese; diffusi idiomi locali. Religione: in prevalenza culti animistici; minoranze cattoliche e musulmane. Unità monetaria: franco della Comunità Franco-Africana. Confini: confina a ovest con il Togo, a nord con il Burkina e il Niger, a est con la Nigeria, e si affaccia a sud all'Oceano Atlantico (golfo di Guinea). Ordinamento: Repubblica presidenziale.
GEOGRAFIA
Una fascia litoranea pianeggiante, orlata di lagune e coperta da una fitta foresta equatoriale, s'innalza gradatamente verso l'interno per declinare poi verso la valle del Niger, che segna il confine settentrionale. Clima caldo-umido nella pianura costiera; nell'interno la piovosità diminuisce e si accentuano le escursioni termiche. La popolazione è formata da Sudanesi appartenenti a vari gruppi etnici (Fon, Adjan, Yoruba, Bariba ecc.). L'economia si fonda sull'agricoltura: copra, semi e olio di palma, arachidi, lavorati negli oleifici di Cotonou e di Avrankou (uniche industrie notevoli). Si stanno diffondendo le colture del caffè e del cotone.
STORIA
Sede di un potente regno indigeno organizzato su basi feudali -- il Dahomey, che aveva raggiunto un notevole livello di civiltà --, fu conquistato dai Francesi, dopo lunga resistenza, nel 1892 entrando a far parte dell'Africa Occidentale Francese. Nel 1960 ha ottenuto l'indipendenza e nel 1974 ha assunto la denominazione di Benin. Il regime marxista-leninista di M. Kérékou, che governa il Benin dal 1972, nel 1990 ha aperto al multipartitismo con una nuova Costituzione.
ARTE
Sviluppatasi dalla seconda metà del XII sec. alla fine del XVII, l'arte del Benin si è espressa in bronzi (teste-ritratto) di squisita fattura. Notevoli anche le sculture in avorio o legno, rari esempi di arte popolare.
Austria
(tedesco Österreich), Repubblica Federale (Republik Österreich) dell'Europa centrale. Superficie: 83.859 km2. Popolazione: 7.812.000 ab. Capitale: Vienna. Lingua: tedesco. Religione: cattolica (90%) e protestante. Unità monetaria: scellino austriaco. Confini: confina con la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca a nord, con la Germania a nord e a nord-ovest, con la Svizzera e il Liechtenstein a ovest, con l'Italia e la Slovenia a sud, con l'Ungheria e la Repubblica Slovacca a est. Ordinamento: l'Austria è composta da nove Stati federati (Bundesländer). Il potere legislativo spetta al Parlamento, formato dal Consiglio Nazionale (Nationalrat) e dal Consiglio Federale (Bundesrat). Il potere esecutivo è esercitato dal Consiglio dei ministri, presieduto dal cancelliere; capo dello Stato è il presidente della Repubblica, eletto ogni sei anni a suffragio universale diretto.
GEOGRAFIA
n Morfologia. L'Austria è un Paese essenzialmente montuoso: oltre il 70% del territorio è formato dal versante nordorientale del sistema alpino; il rimanente è costituito dalle colline e pianure del bacino danubiano e dall'estremità occidentale del bassopiano pannonico. Nella parte settentrionale del Paese dominano i massicci prealpini, formati da rocce sedimentarie, in prevalenza calcari dolomitici. Da est a ovest si susseguono le Prealpi Bavaresi e Salisburghesi e, a est della valle dell'Enns, le Prealpi Austriache propriamente dette. La parte centrale è formata dalle Alpi orientali, cristalline, con le Alpi dell'Ötzal, della Zillertal, degli Alti e dei Bassi Tauri. Qui si trovano le cime più elevate: Grossglockner (3797 m) e Wildspitze (3774 m). A sud si elevano le Prealpi calcaree meridionali (Gailtaler Alpen e versante settentrionale delle Alpi Carniche).
n Clima. Il clima è di tipo continentale, con caratteri nettamente alpini nelle zone più elevate. Le precipitazioni (800-1200 mm annui) si registrano in massima parte nei mesi estivi.
Idrografia. L'unico grande fiume navigabile è il Danubio, che attraversa l'Austria settentrionale da ovest a est per 345 km; principali affluenti l'Inn, il Traun e la Drava.
n Popolazione. La densità è bassa nelle regioni alpine (Tirolo, Salisburghese, Carinzia), relativamente più elevata nell'Austria Inferiore e nell'Austria Superiore. Un quinto della popolazione si concentra nella capitale Vienna.
n Economia. Gran parte del reddito nazionale proviene da attività industriali, mentre l'agricoltura è ostacolata dal carattere montuoso del territorio; solo il 18% è coltivato (patate, grano, orzo, segale), il 24% è coperto da prati e pascoli e il 38% da foreste. Le risorse del sottosuolo, rappresentate da ferro, petrolio, lignite e magnesite, hanno alimentato lo sviluppo di industrie siderurgiche, meccaniche (macchinari, autoveicoli) e chimiche (gomma e fibre tessili).
n Comunicazioni. La rete ferroviaria ha uno sviluppo di 5800 km. Intensa la navigazione fluviale sul Danubio; Vienna è importante nodo di comunicazioni aeree.
STORIA
Conquistata nell'antichità dai Romani e occupata successivamente da Goti, Franchi, Longobardi e Alamanni, la regione corrispondente all'attuale Repubblica austriaca fu unificata da Carlomagno, che vi costituì la marca orientale del suo impero (Östmark). Nel X sec. Ottone II l'assegnò al margravio Leopoldo di Babenberg (976-994), i cui successori ne trasferirono la capitale da Pöchlarn a Vienna (XII sec.). Con l'estinzione della dinastia dei Babenberg (1246), l'Austria passò (1273) sotto il dominio degli Asburgo, che unendola tra il XV e il XVI sec. a Fiandre, Ungheria e Boemia, ne fecero il cuore di un vasto impero continentale capace di fronteggiare vittoriosamente la pressione dell'avanzata turca. La politica di espansione asburgica, continuata durante tutto il XVIII sec. (Paesi Bassi e Italia) per opera dei sovrani illuminati Maria Teresa e Giuseppe II, venne messa in crisi dalle vittorie napoleoniche. Con la caduta del Bonaparte, l'Austria, sotto la guida del Metternich, divenne il baluardo della reazione europea (Congresso di Vienna, 1814-1815). I moti liberali scoppiati in tutto l'impero a metà del XIX sec. costrinsero il sovrano Federico I ad abdicare in favore del nipote Francesco Giuseppe, fautore di una politica rigidamente assolutistica per tutta la durata del suo regno (1848-1916), durante il quale si compì la trasformazione del vecchio Impero d'Austria in monarchia austro-ungarica (riforma costituzionale del 1867). Il tentativo di garantirsi una posizione preminente nei Balcani a danno della Russia, culminato nell'annessione della Bosnia-Erzegovina (1908), contribuì a rendere più vivi i conflitti fra le varie nazionalità all'interno dell'impero e fu una delle cause della prima guerra mondiale. L'assassinio dell'arciduca ereditario Francesco Ferdinando a Sarajevo a opera di un gruppo di patrioti serbi (28 giugno 1914) fu il pretesto con cui l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, che da tempo cercava di annettere ai propri territori. L'esito del conflitto portò allo smembramento della monarchia austro-ungarica e alla proclamazione della Repubblica (12 novembre 1918). Verso la fine degli anni Venti, la difficile situazione interna rafforzò il movimento filotedesco all'interno del Paese, che dopo un primo tentativo fallito (assassinio del cancelliere Dollfuss, 1934) nel 1938 fu invaso dalle truppe hitleriane e annesso alla Germania (Anschluss). L'annessione venne sancita da un plebiscito, e da quel momento l'Austria condivise le sorti della Germania fino al 1945, quando fu liberata dagli Alleati e sottoposta a un regime di occupazione quadripartita. Il trattato di pace firmato dall'Austria nel 1955 con le quattro potenze restituiva al Paese l'indipendenza e nello stesso tempo ne sanciva la neutralità permanente. Da allora il Paese è stato guidato da un governo costituito da socialisti (con una breve interruzione negli anni 1966-1970), costretti dal 1987 ad allearsi con i cattolici a causa di un forte calo di suffragi. Alle elezioni presidenziali del 1992, a K. Waldheim è succeduto Th. Klestil. Dal 1° gennaio 1995 l'Austria fa parte della Comunità Europea.

Africa

è una delle sette parti del mondo e si estende in latitudine per ca. 72° (da 37°20' nord a 34°50' sud) e in longitudine per ca. 69° (da 17°32' ovest a 51°23' est). Ha una forma compatta, con la sezione settentrionale massiccia ed espansa verso ovest e una sezione meridionale a forma di triangolo con l'apice rivolto a sud. Le sue coste, che si sviluppano per ca. 30.000 km, sono generalmente piatte e basse a nord, alte e dirupate a sud, con scarse articolazioni. Fanno parte del continente alcune isole, tra cui: il Madagascar, le Comore, le Seicelle, Socotra nell'Oceano Indiano; Madeira, le Canarie, Ascensione, Sant'Elena, le Isole del Capo Verde, di Bioko, di São Tomé nell'Oceano Atlantico. I confini dell'Africa sono prevalentemente marittimi, essendo essa unita all'Eurasia solo per mezzo dell'istmo di Suez (dal 1869 tagliato dall'omonimo canale). A nord ha il Mar Mediterraneo, a est l'Oceano Indiano e il Mar Rosso, a ovest l'Oceano Atlantico. Il suo territorio, che ha una larghezza e una lunghezza massime rispettivamente di ca. 7500 e di 8000 km, si estende su più di 30 milioni di km2, pari a un quinto delle terre emerse.
GEOGRAFIA FISICA
n Rilievo. Il territorio africano è caratterizzato dalla presenza di grandi tavolati (il più caratteristico è l'Acrocoro Etiopico) su cui sorgono isolati i massicci vulcanici sahariani antichi dell'Ahaggar (2918 m) e del Tibesti (3415 m) e, più a sud-est, quelli recenti e ben più imponenti del Kilimangiaro (5895 m) e del Kenya (5199 m). Di vere e proprie catene montuose si può parlare soltanto a proposito dell'Atlante, a nord, formatosi nel Cenozoico, e, all'estremo sud, delle catene sudafricane della regione del Capo, dovute all'orogenesi ercinica. La monotonia dei tavolati è rotta a est da due enormi fosse tettoniche di sprofondamento: quella centro-africana, che dalla baia di Sofala risale fino alla vallata del medio Nilo, e quella est-africana che ha origine nella regione a ovest del Kilimangiaro e continua a nord nelle zone colmate dal Mar Rosso e dal Mar Morto.
n Clima. Tagliata a metà dall'equatore e compresa per ca. quattro quinti nella zona dei tropici, l'Africa presenta situazioni climatiche assai diverse da regione a regione. È possibile tuttavia stabilire in sintesi una fascia equatoriale con temperature elevate, scarse escursioni termiche stagionali, piogge abbondanti lungo tutto l'arco dell'anno, con massimi solstiziali. A nord e a sud di questa si stendono due fasce a clima tropicale, con temperature sempre elevate, ma escursioni termiche annue più sensibili e piogge periodiche (zenitali) alternate a uno o due periodi secchi. Le regioni del Sahara, del Kalahari e della Namibia sono caratterizzate da clima desertico con elevatissime temperature nella stagione estiva, escursioni termiche annue e diurne abbastanza notevoli, precipitazioni scarsissime o nulle. Infine le estreme regioni settentrionali e australi godono di clima mediterraneo, con temperature non eccessivamente elevate nella stagione estiva e inverni miti. Le piogge sono invernali a nord, estive nella regione del Capo.
n Idrografia. Alla morfologia prevalentemente tabulare del continente si devono i vastissimi bacini idrografici in cui esso si divide. Tra i grandi fiumi che ne sono i collettori, il primo posto spetta al Nilo, tributario del Mar Mediterraneo, cui affluiscono le acque di buona parte dell'Africa orientale; seguono il Congo (o Zaire), che convoglia all'Oceano Atlantico le acque equatoriali, lo Zambesi e il Limpopo che all'Oceano Indiano portano quelle dell'Africa centromeridionale e infine il Niger e l'Orange, che versano nell'Oceano Atlantico rispettivamente le acque delle regioni centrooccidentali e meridionali. Amplissimi, estendendosi su ca. un quarto del continente, sono i bacini idrografici privi di deflusso al mare (bacini dei laghi Ciad e Ngami) e le zone senza corsi d'acqua (Sahara e Kalahari). I laghi occupano per la maggior parte il fondo di alcuni tratti delle fosse tettoniche (Niassa, Tanganica, Kivu, Edoardo, Alberto, Turkana). Il solo Vittoria, il più esteso dell'Africa e uno dei più vasti del mondo, è un tipico lago di altopiano. Il Ciad, lo Ngami, il Makarikari non sono che vasti acquitrini, a superficie variabile secondo le stagioni.
n Flora. Nelle estreme aree sett. e australi allignano i pini, le querce, gli agrumi, la vite, l'olivo, la palma e si coltivano frumento, riso, legumi e cotone: colture che, con il caffè e il tabacco, interessano anche le zone più calde, nei punti dove l'altitudine esercita un'azione mitigatrice. Nelle aree desertiche si hanno solo specie vegetali adattate agli ambienti aridi, tranne che nelle oasi, dove la disponibilità d'acqua permette la crescita delle palme da dattero e la coltivazione di cereali e ortaggi. Steppe erbose e savane caratterizzano le aree subtropicali: qui si levano alberi giganteschi come il baobab, il sicomoro, l'albero del pane; lungo i grandi corsi d'acqua si estendono poi le fitte foreste a galleria, così chiamate perché i rami degli alberi si uniscono a volta sul fiume. Si hanno infine, nella zona equatoriale, le lussureggianti foreste pluviali, quasi impenetrabili, dove prosperano essenze pregiate come il teak, il palissandro, l'ebano e il mogano. Colture delle zone tropicali ed equatoriali sono soprattutto la canna da zucchero, il caucciù e il banano.
n Fauna. Nelle zone temperate dell'Africa, oltre agli animali delle aree mediterranee, si trovano sciacalli, iene, coccodrilli, avvoltoi, aironi. Tipici dei deserti sono i cammelli e i dromedari. Nelle steppe e nelle savane prosperano gazzelle, antilopi, struzzi, elefanti, giraffe, zebre e numerosi altri erbivori, insidiati da carnivori come leoni e leopardi. Nelle foreste, dove i grossi animali non possono spostarsi agevolmente, la fauna è costituita prevalentemente da scimmie (tra cui il gorilla e lo scimpanzé) e da molte varietà di rettili, uccelli e insetti.
GEOGRAFIA UMANA
n Popolazione ed etnologia. L'Africa, con ca. 650 milioni di ab. e una densità che si aggira intorno alle 21 unità per km2, è una delle parti del mondo meno popolate. La distribuzione della popolazione è molto disuguale: le aree desertiche e quelle a clima equatoriale sono disabitate o scarsamente popolate, mentre in alcune regioni, come nelle terre coltivate della valle del Nilo, la densità è elevatissima, con valori medi intorno ai 700 ab. per km2. Densità di 40-50 ab. per km2 si hanno di frequente nell'Africa mediterranea, in alcune zone costiere del golfo di Guinea, dell'Africa orientale e nella zona del Capo. A nord del Sahara domina il gruppo bianco, rappresentato dalle più antiche popolazioni del basso Nilo e dai Berberi, ai quali si sono sovrapposti, a partire dal VII sec., gli Arabi. A sud della grande distesa desertica domina invece l'elemento nero, con i Sudanesi, i Nilotici del medio e alto Nilo e i Bantu, il gruppo più numeroso e diffuso. Nelle aree di contatto sono presenti popolazioni di antica commistione tra bianchi e neri, come i Fellata del Sudan, i Tedà del Sahara centrale e gli Etiopici. Miste sono anche le genti del Madagascar orientale (popolazioni nere e malesi). Presenti, seppure in numero assai ridotto, Negrilli (Pigmei) nelle zone equatoriali, Ottentotti e Boscimani, relegati nelle poco ospitali regioni steppiche dell'Africa australe. Si hanno minoranze europee soprattutto nell'Africa mediterranea (Francesi, Italiani) e nell'estremo sud (Inglesi, Boeri).
n Lingue. Le lingue parlate in Africa si possono riunire in due grandi gruppi: quello camito-semitico, prevalentemente diffuso nel nord, e quello bantu-sudanese parlato nel centro e nel sud. Il primo gruppo comprende i linguaggi autoctoni camitici, parlati da Berberi, Somali, Copti, Galla, ai quali, in epoca storica, si sono sovrapposti linguaggi di origine semitica, quali l'arabo e l'amarico etiopico. Il secondo raggruppa un gran numero di idiomi sudanesi, spesso assai differenti tra loro e risalenti a ceppi diversi, e gli idiomi bantu, più omogenei, che si fanno risalire a un unico ceppo.
n Religioni. La religione più diffusa dell'Africa è l'islamismo: si calcola che lo professino ca. 250-280 milioni di abitanti, soprattutto nelle più popolose regioni settentrionali e orientali. Il cristianesimo è praticato da ca. 120 milioni di Africani, divisi pressappoco pariteticamente tra le confessioni protestanti e il cattolicesimo. Le religioni tradizionali africane, di tipo animistico, fondate su complesse cosmogonie e sul culto delle forze della natura, contano ca. 200 milioni di praticanti.
n Città. Poco numerosi i grandi concentramenti urbani. Superano il milione di abitanti: Il Cairo, Alessandria d'Egitto, Johannesburg, Casablanca, Kinshasa, Addis Abeba, Lagos, Abidjan, Nairobi, Antananarivo, Dakar, Città del Capo, El-Gîza, Algeri, Ibadan, Luanda. Tra le città che contano una popolazione superiore ai 400.000 ab.: Tunisi, Fès, Marrakech, Rabat, Tripoli, Harare, Pretoria, Accra, Bamako, Durban, Dar es Salaam, Lusaka, Asmara, Maputo, Ogbomosho, Port Elizabeth, Khartoum, Omdurman, Lubumbashi, Yaoundé, Kampala, Mogadiscio, Brazzaville.
GEOGRAFIA ECONOMICA
Agricoltura. Il nucleo costitutivo delle economie africane risale al XIX sec., quando avvenne la spartizione del continente tra le potenze coloniali che trovarono in Africa una fonte di approvvigionamento per le loro industrie, sia attraverso un intenso sfruttamento delle risorse minerarie, sia mediante la creazione di grandi piantagioni coloniali (caffè, cacao, tabacco, cotone, arachidi, palmisti ecc.). L'adozione di forme esasperate di monocoltura e la progressiva riduzione dei tempi riservati ai maggesi forestali hanno comportato la degradazione dei terreni e il conseguente impoverimento delle popolazioni locali, dedite a un'agricoltura di sussistenza. Solo nei territori che, per le loro più favorevoli condizioni climatiche e ambientali, si prestavano all'insediamento degli Europei (Sudafrica, Rhodesia - oggi Zimbabwe -, Kenya) l'agricoltura ha assunto forme più razionali e variate, come anche in Algeria e Tunisia, con l'introduzione dell'agrumicoltura, della viticoltura, dell'olivicoltura ecc. Altrove si è invece venuta a creare una netta separazione tra colture industriali e colture di sussistenza, le prime destinate all'esportazione e soggette alle fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali, le seconde sempre meno sufficienti a coprire i fabbisogni alimentari della popolazione per la bassissima produttività delle tecniche tradizionali. Mentre in passato il problema della fame non si poneva in Africa con la gravità di altre aree sottosviluppate, esso ha assunto proporzioni drammatiche, poiché negli ultimi 30 anni l'incremento del prodotto nazionale lordo è risultato, per vari Paesi, inferiore all'accrescimento della popolazione. Il regresso è stato generale, ma non uniforme, risultando particolarmente accentuato per l'Africa centrale e per quella occidentale, comprendenti la fascia del Sahel più duramente colpita dalla siccità. Le previsioni per il futuro sono ancora più preoccupanti, data la difficoltà di attuare con sollecitudine un'adeguata politica agricola, che blocchi anche i dissodamenti selvaggi, a spese della foresta e della savana, che favoriscono l'avanzata dei deserti e, conseguentemente, la perdita di superfici agricole. Sebbene solo poco più della metà dei terreni agricoli africani risultino effettivamente coltivati, oggi non si tende ad ampliare la superficie agricola, ma a un migliore utilizzo dei suoli e all'incremento della produzione, attraverso l'impiego di fertilizzanti, di sementi selezionate, di impianti irrigui, intensificando inoltre la lotta contro i parassiti e perfezionando i sistemi di conservazione dei prodotti. La scarsità dei mezzi finanziari e le forti difficoltà derivanti dalle condizioni ambientali, dalle strutture tribali e dal ritardo tecnologico tendono però a rallentare i programmi di sviluppo e di diversificazione delle colture.
Allevamento. Soprattutto nelle zone della savana e della steppa predesertica, l'allevamento è legato ancora oggi alla transumanza stagionale, tipica di una pastorizia nomade e seminomade, che nei periodi di siccità comporta spesso la morte di migliaia di capi di bestiame. Per quanto il patrimonio zootecnico africano risulti tutt'altro che trascurabile per numero di capi, a esso non corrisponde un'adeguata produzione di carne e latticini, fatta eccezione per le regioni ad agricoltura più evoluta, dove la resa del bestiame macellato supera persino le medie europee.
Risorse minerarie. L'Africa rimane un grande mercato di approvvigionamento per i Paesi industriali che attingono alle sue enormi risorse: dalla bauxite, principale ricchezza della Guinea, al ferro che abbonda in Liberia, Mauritania e Repubblica Sudafricana, al rame di cui sono grandi produttori mondiali Zambia e Zaire. La Repubblica Sudafricana è la principale potenza mineraria africana: è il maggiore produttore mondiale di cromo (di cui esistono ingenti riserve anche nello Zimbabwe) e di oro e si colloca, insieme con lo Zaire, tra i massimi produttori mondiali di diamanti; detiene inoltre il primato africano (e il secondo posto nel mondo) per la produzione di manganese, di cui è assai ricco anche il Gabon, e per l'uranio, fornendo, insieme al Niger e alla Namibia, oltre un terzo della produzione mondiale. Forti produttori di fosfati sono Marocco e Tunisia, mentre Nigeria e Libia figurano tra i grandi produttori mondiali di petrolio, seguiti dall'Egitto e dall'Algeria e, a maggiore distanza, da Angola e Gabon.
Industrie. Lo sfruttamento degli idrocarburi gassosi ha avuto un rapido sviluppo soprattutto in Algeria, il Paese africano che più si è impegnato a utilizzare i proventi petroliferi per avviare un processo di industrializzazione. Per quanto anche gli altri Paesi ricchi di materie prime tendano a creare una base industriale e ad affrancarsi dalle ex potenze coloniali, il processo di industrializzazione è stato sinora rallentato da molteplici fattori di arretratezza: insufficienza delle infrastrutture, scarsità di capitali e di manodopera qualificata, ristrettezza dei mercati nazionali ecc. A fianco delle poche e modeste industrie tradizionali di trasformazione dei prodotti agricoli e di raffinazione dei minerali, sono sorti i primi impianti metallici, meccanici, chimici e petrolchimici, gli oleodotti che portano il petrolio greggio dai pozzi dell'interno ai porti d'imbarco, i gasdotti e un numero crescente di raffinerie costiere. L'Africa rimane comunque la regione del mondo meno industrializzata. La distribuzione delle industrie non è omogenea: escludendo il Sudafrica, che gode di un'avanzata economia industriale, i 4/5 del potenziale industriale sono concentrati in 10 Paesi, con al primo posto l'Egitto (ca. il 25% dell'intera produzione industriale africana, Sudafrica escluso), seguito da Algeria, Marocco, Nigeria, Kenya, Tunisia, Zambia.
Comunicazioni. Vanno decadendo sempre più i tradizionali mezzi di trasporto, gradualmente sostituiti da autoveicoli, utilizzanti una relativamente fitta rete di strade e piste. Le ferrovie sono distribuite in maniera molto ineguale nelle varie parti dell'Africa: la rete più intensa è quella della Repubblica Sudafricana; discrete le reti dei Paesi dell'Atlante e del Nilo, dello Zimbabwe e della Zambia; semplici ferrovie di penetrazione sono quelle che interessano numerosi altri Stati africani. I grandi fiumi che hanno rappresentato le prime vie di penetrazione nel continente non hanno cessato di rivestire una notevole importanza, dopo che le loro rapide, che per lunghi tratti ostacolavano la navigazione, sono state aggirate da tronchi ferroviari o stradali. Importanza sempre crescente assume il trasporto aereo, che unisce i principali centri africani fra loro e con numerosi Paesi europei ed extraeuropei.
ESPLORAZIONI
L'inizio dell'esplorazione dell'Africa da parte europea coincide con i tentativi, nel tardo Medioevo, di trovare nuove vie commerciali con l'Oriente circumnavigando l'Africa, così da evitare i Paesi musulmani. Primo fra tutti i tentativi di trovare una rotta intorno all'Africa fu quello sfortunato dei genovesi Ugolino e Guido Vivaldi (1281). Due secoli dopo seguirono le imprese, importantissime per il riconoscimento delle coste africane, del portoghese Bartolomeo Diaz, che nel 1488 giunse al Capo di Buona Speranza, e del suo compatriota Vasco da Gama, il quale, negli anni 1497-1498, completò la circumnavigazione dell'Africa. Perché le ricerche geografiche si rivolgano all'interno dell'Africa nera occorrerà aspettare la fine del XVIII sec., con le spedizioni dello scozzese M. Park lungo il corso del Niger (1795-1805). L'attività esplorativa si concentra sugli itinerari dalle coste mediterranee a quelle della Guinea, attraverso il Sahara e il bacino del Ciad (il tedesco Hornemann è il primo europeo ad attraversare il Sahara lungo le carovaniere conosciute dagli Arabi; seguono i britannici Denham, Clapperton, Oudney, il tedesco Barth, il francese Caillé), e lungo gli itinerari di penetrazione costituiti dai grandi fiumi: Niger, Congo, Nilo. La seconda metà del XIX sec. è dominata dalla lunga vicenda della ricerca delle sorgenti del Nilo, entro la quale spiccano le figure dei britannici D. Livingstone (che viaggia nel 1849-1873), H.M. Stanley (che nel 1879-1884 opera nel Congo per conto di Leopoldo II del Belgio), J.H. Speke (nel 1857-1863 raggiunge i laghi Tanganica e Vittoria). Gli Italiani furono presenti con un nutrito gruppo di esploratori, tra i quali G. Miani, che risalì il Nilo nel 1860, G. Massaia, missionario ed esploratore in Etiopia e poi R. Gessi, C. Piaggia, G. Casati e V. Bottego, che operò in Etiopia tra il 1891 e il 1897.
STORIA
I più antichi resti fossili umani (Australopithecus afarensis, 3,5 milioni di anni fa; Homo abilis, 2,5 milioni; Homo erectus, 1,8 milioni) sono stati ritrovati in Africa, che viene ritenuta il centro di diffusione dell'umanità sulla Terra. Anche i più antichi manufatti attribuibili agli antenati dell'uomo sono stati ritrovati in Africa a Olduvai, in Tanzania, e il Sahara, allora fertile, era sede di fiorenti civiltà preistoriche (graffiti dell'Hoggar). Mentre la desertificazione del Sahara (IV millennio a.C.) isolava l'Africa centromeridionale dall'Africa settentrionale e mediterranea, in questa si sviluppava la civiltà egizia e si accentuavano i rapporti con il Medio Oriente (fondazione delle colonie fenicie, I millennio a.C.) e con l'Europa (colonizzazione greca, dal VII sec. a.C.; creazione della colonia romana di Africa, 146 a.C.; invasione e insediamento dei Vandali, 429 d. C.; riconquista bizantina, 534). La conquista araba (640-708) portò all'islamizzazione dell'Africa settentrionale e alla formazione di forti Stati arabo-berberi (Marocco, Algeria, Tunisia, Cirenaica, Tripolitania, Egitto). Il cristianesimo, di confessione copta, sopravvisse in Etiopia e in ristrette aree dell'Egitto. Tra il X e il XIX sec. nell'Africa subsahariana, a contatto con le infiltrazioni arabe, i popoli del gruppo sudanese diedero vita nelle regioni occidentali a importanti formazioni statali fondate sui commerci carovanieri (impero del Ghana, impero mandingo del Mali, regni del Songhai, del Kanem Bornu, degli Haussa e dei Fulbe), o più a est i regni islamizzati del Kordofan e del Darfur. In area bantu emersero i regni del Manikongo, sul fiume Congo, e del Monomotapa (Zimbabwe), e nel XIX sec. quello degli Zulu. Sulle coste orientali si fece sentire l'influenza araba, persiana e indonesiana. A partire dal XV sec. Portoghesi, in particolare, e Spagnoli iniziarono la penetrazione europea, dapprima limitata a scali e empori commerciali sulle coste lungo la rotta per le Indie e poi impegnata nella tratta degli schiavi. Nel XVII sec. coloni olandesi (i Boeri) si stabilirono nella regione del Capo di Buona Speranza. L'attività esplorativa, costantemente seguita da un'opera di colonizzazione e di sfruttamento delle materie prime, si intensificò nel XIX sec., e nel 1885 la conferenza di Berlino sancì la spartizione dell'Africa intera tra le grandi potenze europee: Gran Bretagna e Francia, in primo luogo, seguite da Germania e Belgio, Portogallo, Spagna e Italia. L'occupazione dell'impero di Etiopia da parte dell'Italia (1935-1936) è l'ultima conquista coloniale in Africa. Dopo la seconda guerra mondiale iniziò nelle colonie e nei protettorati africani un movimento per l'emancipazione e la piena indipendenza, che in 20-30 anni portò alla completa decolonizzazione del continente, anche se in taluni casi a prezzo di guerre lunghe e sanguinose (Algeria, in particolare, e Mozambico e Angola). Il problema drammatico della dipendenza dai Paesi avanzati ereditata dal colonialismo e di una permanente arretratezza economica, a cui assai spesso si sovrappongono conflitti etnici e fragilità delle strutture statali, fa dell'Africa contemporanea un continente di profonda instabilità e conflittualità politica. A queste cercano di rimediare le organizzazioni economiche e politiche fra i vari Stati, di cui la più rilevante è l'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA), che nel 1991 raggruppava 50 Paesi.
ARTE
Assai complessa per varietà di manifestazioni, l'arte africana si suole convenzionalmente dividere in tre gruppi. Al primo appartengono le testimonianze di arte preistorica dell'Africa settentrionale (rinvenute sui rilievi dell'Atlante, del Tassili, in varie zone montuose del Sahara) e dell'Africa meridionale, comprendenti centinaia di figurazioni policrome, incise o dipinte su roccia, di soggetto animale, improntate a un vivace realismo. Il secondo gruppo è quello delle culture archeologiche, fiorite prima dello stabilirsi di relazioni con l'Europa. Tra le espressioni più elevate sono le imponenti rovine rhodesiane di Zimbabwe (VIII-XV sec.) e l'arte plastica sviluppatasi dall'XI al XVII sec. nella zona compresa tra il golfo di Guinea e il Sahara merid., particolarmente nei centri di Ife e Benin (figurine umane o animali in pietra e in terracotta, piccoli bronzi, avori, dove realismo e schematizzazione si fondono mirabilmente). Le manifestazioni artistiche contemporanee, volte alla continuazione o al recupero di espressioni autoctone, costituiscono il terzo gruppo. Si possono distinguere tre aree stilistiche di produzione: la regione centroccidentale (Bambara, Dogon, Senufo), la regione del golfo di Guinea (Yoruba, Ashanti, Ibibo) e la zona delle culture dei Bantu, che abbraccia le popolazioni di Congo, Angola, Camerun, Tanganica, la cui produzione è ispirata a un realismo idealizzato che è la più esemplare manifestazione dello spirito africano. Materiale preferito nella produzione contemporanea è il legno (ma non mancano bronzi e avori) con cui sono lavorate le grandi maschere e le piccole statue, per lo più collegate a riti magici e al culto dei morti: queste, per la concisione formale, la semplificazione delle masse, l'accentuazione espressionistica, sono giustamente considerate le manifestazioni più tipiche dell'arte nera.

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