L'immagine

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Testo

Prefazione
Il motivo per cui ho scelto una tesina di approfondimento sull’immagine è perché essa risulta oggi una parola frequente sia nella vita quotidiana che nei vari campi culturali, in quanto esprime un atteggiamento molto di moda: quello che appare indipendentemente da quello che [si] è veramente.
L’importanza odierna dell’immagine si può leggere su un campo ampio di livelli: letterario, politico, artistico, musicale, scientifico, matematico e informatico.
Per ciò che concerne il campo letterario, ci saranno utili per fornirci un’idea chiara della centralità dell’immagine alcuni autori Italiani e inglesi a cavallo tra Ottocento e Novecento quali Pirandello, Svevo e D’annunzio, Oscar Wilde e George Orwell. Nel campo politico invece risalterà l’importanza del mezzo trasmissivo per diffondere l’immagine di un capo carismatico come Mussolini. Viaggiando, ancora, idealmente sulla linea dell’immagine, mi fermerò ad analizzare in campo musicale la canzone “Imagine” di John Lennon, in cui l’immagine di un mondo migliore rimane puramente sogno. Sul piano scientifico mi soffermerò sull’immagine del nostro pianeta, di esso prenderò in esame problema fondamentale della forma e la sua composizione; proseguendo poi analizzerò alcuni fenomeni fisici provocati da un magnete su un’immagine digitale. Ma l’immagine non si ferma solo qui: entra anche in un campo come la matematica, dove un insieme di incognite e termini noti prendono forma in un grafico; e in un campo relativamente di recente formazione come quello informatico. Qui infine, l’immagine è una delle componenti fondamentali per la comunicazione: pensiamo alla grande attrattiva che l’immagine ha in un campo come Internet e le reti in genere.
Approfondendo questi aspetti, ho tentato di fornire in maniera esaustiva un ventaglio rappresentativo di un tema presente a vari livelli nella nostra vita e nelle nostre esperienze.

Il volto e la maschera
Soltanto ai primi del Novecento nella letteratura italiana ci si è posti a livello scientifico il problema della differenza tra l’essere e l’apparire, sintetizzato nel concetto del volto e della maschera.
È stato Pirandello, uno dei grandi e complessi scrittori del ‘900, il primo a scandagliare i problemi dell’uomo attraverso i suoi comportamenti esteriori. Tutto il teatro e la narrativa dell’autore, compresi romanzi e novelle, sono incentrati nella ricerca della vera essenza dell’uomo che rimane invisibile e sconosciuta anche per i suoi simili oltre che per se stesso. Dice Pirandello che l’essere dell’uomo è sempre mimetizzato dal fatto che egli, a seconda delle circostanze in cui vive e delle persone che frequenta, nasconde il suo essere, cioè i suoi pensieri, con una serie di maschere che si adeguano alle situazioni e si adattano alle convenzioni sociali.
Perciò diventa illuminante il titolo del romanzo “Uno, nessuno e centomila”, in cui al di là della trama l’autore, già nel titolo, dimostra quella che è la condizione umana: l’uomo è uno, cioè una persona con una sua essenza, realtà, pensieri, ma per volersi integrare in ogni ambito sociale e per voler essere bene accetto a ogni persona che frequenta diventa centomila, cioè adegua i suoi pensieri, atti e comportamenti alle persone da cui ritiene sarà giudicato. In questo modo risulta essere in realtà “nessuno”, cioè non si caratterizza in nessuna di quelle maschere-immagini che lo figurano. L’io, cosi disgregato, non risulta più un forte, unitario e coerente punto di riferimento, ma si smarrisce e perde i suoi confini nel naufragio di tutte le sue incertezze. L’immagine dell’io, indebolita, si ritrova, così, in un’identità frantumata, dove l’individuo non esiste più. La presa di coscienza da parte dei protagonisti di questa inconsistenza dell’io suscita nei personaggi pirandelliani un senso di angoscia e di dolore. Al protagonista, che ha lottato invano per liberarsi da quella maschera considerata una trappola o un carcere, la società appare come un’enorme pupazzata, una costruzione artificiosa e fittizia, che isola l’uomo dalla vita, lo impoverisce e lo irrigidisce, lo conduce alla morte, anche se egli apparentemente continua a vivere.
Questo è il romanzo in cui appare più evidente il contrasto tra l’essere e l’apparire, a cui però Pirandello non da soluzione. Ma non è l’unico tema in cui Pirandello si cimenta. Grande è infatti il suo interesse per la solitudine dell’uomo, della sua illusorietà e dell’instabilità dei suoi rapporti interpersonali.
La narrativa di Pirandello si ispirava, agli inizi del Novecento, ai canoni del Verismo, di cui apprese presto le regole seguendo la linea tracciata da Luigi Capuana, il quale rappresentava obiettivamente e descriveva attentamente ogni minimo particolare. Una delle leggi fondamentali era il principio dell'impersonalità. La realtà veniva ricostruita secondo una sua meccanica interna, attraverso la concatenazione rigorosa di causa ed effetti. Alla base si trovava una tendenza di natura vagamente sociale, un interesse per gli ambienti e le figure della piccola borghesia e del popolino, una spiccata predilezione per la casistica sentimentale e passionale al livello più comune, pur senza esclusione di situazioni tese e di colpi di scena spesso melodrammatici.
Molto importante per l’analisi del valore dell’immagine è il romanzo “L’esclusa”. È la storia di una donna siciliana ingiustamente accusata di adulterio, che viene cacciata di casa dal marito, ma che sarà riammessa solo dopo essersi resa effettivamente colpevole. Al centro del romanzo, legato, ancora, alla tradizione naturalistica e verista, appare qui la maschera dell’adulterio. Condizionanti per il convincimento del marito e della gente del paese sono le lettere del presunto fidanzato, ma in realtà Marta non è colpevole. Inoltre, la struttura a chiasmo del romanzo (Marta viene cacciata di casa quando è innocente, riaccolta quando sarà colpevole) sottolinea gli aspetti più assurdi e paradossali delle azioni umane. Al meccanismo deterministico del Naturalismo si sostituisce il gioco imprevedibile e beffardo del caso che provoca delle conseguenze totalmente diverse da quelle previste. L’atto compiuto da Marta (cioè l’adulterio) è subordinato se posto a confronto con l’apparenza di non aver commesso nulla; ed ecco il ritorno a casa.
Il tentativo di fuggire da quella prigione generata dalla maschera che la società impone lo ritroviamo nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”. È la paradossale storia di un piccolo borghese, imprigionato dalla trappola famigliare dove vive una vita insopportabile e di misera condizione sociale. Sempre per intervento del caso, si trova libero dalle maschere e padrone di sé: diviene economicamente autosufficiente grazie alla cospicua vincita a Montecarlo e apprende di essere ufficialmente morto, in quanto la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un uomo annegato nel lago. Finalmente libero da tutte le maschere, Mattia Pascal non approfitta della liberazione della forma sociale per vivere immerso nel fluire della vita, ma si sforza di costruirsi una nuova identità, una maschera nuova. L’attaccamento alla vita sociale gli provoca sofferenze, dato che la nuova maschera lo costringe all’esclusione dalla vita degli altri. Decide pertanto di tornare nella sua vecchia maschera, ma tornato in famiglia scopre che la moglie si è risposata ed ha avuto una figlia. Per Mattia non resta che adattarsi alla sua nuova identità, nella condizione sospesa di forestiere della vita, consapevole di essere più nessuno con la perdita della propria immagine.
Un esito ben preciso è tracciato invece nel dramma “Enrico IV” in cui la contrapposizione tra quello che è realmente il protagonista (la vera identità resterà ignota fino alla fine del dramma) e quello che è nella finzione (cioè l’imperatore Enrico IV secondo il ruolo rivestito nella festa di carnevale dopo la caduta da cavallo) si risolve con l’accettazione della follia; cioè nel rendersi conto dolorosamente che per nessun essere umano è possibile mostrarsi per quello che effettivamente si è e cioè una maschera nuda. In quest’opera, inoltre, ritorna il sopraccitato tema dei rapporti interpersonali. Per Pirandello, ogni individuo presenta agli altri una fisionomia molteplice e cangiante, inafferrabile proprio per la sua continua mutevolezza. E' come se ciascuno di noi avesse non una, ma molte personalità, tutte diverse. Persino a noi stessi il nostro io manifesta, secondo i momenti, un volto differente: siamo capaci di bontà e di cattiveria, di generosità e di viltà, di affetto e di invidia. Egli avverte, anche, una forte crisi di fiducia nell'oggettività delle cose e delle idee. Tutto ciò che rientra nel raggio della nostra esperienza non è che un'apparenza illusoria; non ci sono certezze (tanto meno certezze scientifiche), ma solo dubbi, e una costante e convulsa ricerca di qualcosa che possa appagare il nostro desiderio di felicità. E si pensi che egli scriveva in un'epoca caratterizzata da grandi entusiasmi per le possibilità nuove offerte dalla scienza: ma a cosa servono le conoscenze scientifiche, se l'uomo stesso è così fragile ed inafferrabile? Quasi a reagire a questo perenne senso di incertezza, i personaggi teatrali di Pirandello dialogano fittamente tra di loro.
L’impossibilità di dare un’immagine a un dramma la si può scorgere nel testo metateatrale di “Sei personaggi in cerca d’autore”. I sei personaggi, che realizzano questo dramma, a cui Pirandello allude il titolo, un Padre, una Madre, un Figlio, una Figliastra, una Bambina, un Giovinetto, sono nati vivi dalla mente dell’autore, ma che si rifiuta di scrivere il loro dramma. La critica che Pirandello rivolge, travolge tutti gli archetipi su cui si basava il teatro in quel periodo, cioè il drammone borghese a forti tinte, stabilito sul classico triangolo adulterino, su esacerbati conflitti familiari e lutti strazianti. Pertanto i sei personaggi si presentano sul palco dove una compagnia sta provando una commedia, affinché gli attori diano a quel dramma quella forma e quell’immagine che l’autore non volle fissare. Cosi Pirandello, invece del dramma dei sei personaggi, mette in scena la sua impossibilità di dare una forma al testo, determinata dalla “malattia della società”.
Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme canoniche della vita sociale, delle sue istituzioni, dei ruoli che essa impone, ma anche un bisogno di autenticità, di immediatezza e di spontaneità vitale.
La difficoltà di vivere
Il problema della difficoltà dell’esistenza e soprattutto dell’adeguamento degli uomini alla vita è presente anche nell’opera di Svevo sia pure con un’ottica diversa.
Alla base della cultura di Svevo c’è la conoscenza e l’adesione alle opere di Freud appena pubblicate: in questo caso si può dire che Svevo è il primo a salutare in maniera entusiastica la nascita delle teorie psicoanalitiche. Però al contrario di Freud che riteneva la psicanalisi una terapia che portava alla salute il malato di nevrosi, Svevo la riteneva un puro strumento conoscitivo capace di indagare più a fondo la realtà della psiche e di conseguenza come strumento narrativo.
I primi due romanzi di Svevo “Una Vita” e “Senilità” sono incentrati sull’esperienza di due giovani uomini, Alfonso Nitti ed Emilio Brentani che sono due uomini sostanzialmente deboli e insicuri, immaturi psicologicamente e quindi incapaci di aderire alla vita. È questa l’inettitudine che è alla base di entrambi i romanzi. Essi in fondo rappresentano un tipo sociale ben preciso e cioè l’intellettuale piccolo borghese in un periodo di crisi. In opposizione a queste figure poco virili e deboli si ergono degli antagonisti che esibiscono le prerogative loro mancanti. Sono queste le figure dei rivali che possiedono tutte le doti che all’inetto fanno difetto. Il punto d’osservazione da cui sono ogni volta presentati gli eventi è collocato nelle loro coscienze. Questa soggettivazione del racconto è un sintomo eloquente dal passaggio del romanzo veristico e naturalistico di Verga al romanzo di matrice psicologica inaugurato da Svevo. È qui che la coscienza si interseca in una serie di meandri in cui si rapporta a momenti di lucidità e chiaroveggenza, sogni e velleità, autoinganni e giustificazioni speciose e fittizie e impulsi privi di ogni comprensibile motivazione.
Il terzo romanzo di Svevo, “La coscienza di Zeno” è pubblicato venticinque anni dopo “Senilità”, dopo che il cataclisma della prima guerra mondiale aveva definitivamente chiuso un’epoca. L’opera è nuova ed originale anche nell’impianto narrativo, perché il diario per Zeno Cosini dovrebbe essere una terapia, ma in realtà non lo è: infatti, anche se alla fine del romanzo si proclama perfettamente guarito, noi sappiamo benissimo che non è vero e che presenta ancora tutti i sintomi della malattia. Il romanzo è giocato sul dualismo tra salute e malattia: salute è quella che appare e che il protagonista dichiara attraverso la psicanalisi di aver raggiunto; malattia è invece quel che vuol curare (e cioè le sue incertezze, le sue difficoltà di rapporto con la famiglia e con il mondo del lavoro), ma che costituisce la sua essenza e che pertanto non può essere modificata. Quindi anche Zeno fa parte di un mondo malato, diverso e fortemente problematico.
In tutte le opere di Svevo, il narratore della Coscienza, l’inetto, nevrotico, malato è chiaramente un narratore inattendibile di cui non ci si può fidare. Queste non sono però da considerarsi menzogne intenzionali: sono infatti degli autoinganni determinati da processi profondi e inconsapevoli, con i quali il personaggio principale, l’inetto, cerca di celare a se stesso i sensi di colpa che tormentano il suo inconscio.
Con Zeno, in conclusione, si sconvolgono le gerarchie tra salute e malattia: infatti egli mina alla base le certezze inattaccabili, scoprendo che la salute degli altri è anch’essa malattia, la vera malattia. Quindi la visione dell’inetto mette in disordine non solo le nozioni di “forza” e “debolezza”, ma anche i concetti di essere e apparire; cioè apparire sani diviene l’equivalente di essere malati.
La malattia del Mondo
Periodo di fermenti e di problematiche nuove da affrontare sono gli anni Settanta nei quali vede la luce la canzone “Imagine” (1971) di John Lennon, in quegli anni attivamente impegnato nel movimento pacifista e non violento e fortemente polemico nei confronti del Regno Unito per il suo coinvolgimento dei massacri di Biafra e contro gli Stati Uniti per la loro partecipazione alla guerra del Vietnam.
Di fronte ad un mondo sconvolto dalla guerra, il cantante pone l’immagine di un mondo nel quale sperare e per il quale impegnarsi e lavorare. L’immagine da cacciar via e da eliminare è quella presente, l’essenza vera è quella del mondo che verrà.
Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today...
Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace...
You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world...
You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente...
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero...

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Questa canzone deve la sua fama non solo alla sua struggente melodia, ma anche al testo ancora profetico. Infatti esso sviluppa il tema della pacificazione universale di un mondo senza confini, in cui tutti i suoi abitanti sono fratelli e non hanno nessun genere di bisogno che sia rappresentato dall’avidità o dalla fame. Il tema unificante della canzone è costituito dalla fratellanza, anche se il suo autore si rende conto che si tratta di un sogno.

La vita esibita
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento avviene una svolta importante nella produzione letteraria di D’Annunzio. Egli, che fino a quel momento aveva sviluppato il tema dell’estetismo (soprattutto nel romanzo “Il piacere”), incontra il pensiero di Nietzsche.
L’influsso del pensatore tedesco è evidente, ma D’Annunzio banalizza i suoi principi: egli attinge il rifiuto del conformismo borghese dei valori egualitari che schiacciano la personalità, ed esalta soprattutto lo spirito dionisiaco, che coincide con un vitalismo gioioso libero dagli intralci della morale comune.
Il tema più importante è, però, l’esaltazione della volontà di potenza, cioè dello spirito, della lotta e della affermazione di sé. È questo il mito del Superuomo che assume anche una coloritura politica in senso aristocratico, reazionario ed imperialista.
Il motivo del superuomo è interpretato da D’Annunzio nel senso che soltanto pochi esseri eccezionali hanno il diritto di affermare se stessi nel disprezzo delle leggi comuni del bene e del male. Perciò l’immagine del nuovo personaggio, cioè del superuomo creato da D’Annunzio, è aggressiva, energica, vitalista, connotata dal culto della bellezza e dell’importanza dell’immagine di sé, il disprezzo della realtà, ma allo stesso tempo una volontà di dominio sulla realtà. È un violento e raffinato insieme e ha la funzione di vate ovvero di guida di questa realtà come profeta.
D’Annunzio non accetta la sorte comune, ma desidera rovesciarla per trovare un nuovo ruolo sociale. Infatti l’artista proprio grazie alla sua attività intellettuale apre la strada al dominio delle nuove èlites.
I romanzi in cui questo nuovo tema viene approfondito sono “il trionfo della morte” , “Le vergini delle rocce” e il “Fuoco”. Tutti e tre i personaggi protagonisti sono degli eroi che cercano una loro nuova definizione, ma sono comunque travagliati da un’oscura malattia interiore. Si atteggiano comunque da supereroi, ma i loro progetti di affermazione del proprio io falliscono sempre in maniera drammatica e oscura. Infatti Giorgio Aurispa (protagonista de Il trionfo della morte del 1894) non riuscendo a realizzare l’idea del superuomo a cui aspira, cioè a vivere una vita piena e gioiosa, si fa trascinare dalle forze negative della morte e si suicida.
Nell’anno successivo (1895) D’Annunzio scrive “Le vergini delle rocce”, il romanzo poi definito dai critici come manifesto politico del superuomo. Il protagonista Claudio Cantelmo vuole portare a compimento in sé «L’ideale tipo latino» e generare lui il superuomo, cioè il futuro re di Roma, che guiderà l’Italia a destini imperiali. Però il protagonista stesso si rende conto che la sola libertà non è sufficiente e che spesso stimolo della vita è la “putredine”, simbolo di corruzione, disfacimento e morte. La vergine che sceglie è Violante, che è colei che si sta uccidendo lentamente con i profumi, l’immagine di una cupa donna fatale. Questi tratti distintivi fanno di lei l’immagine archetipo non di una fecondità creatrice, ma di un Eros distruttivo e crudele. Anche il protagonista di quest’opera sarà uno sconfitto incapace di tradurre le sue aspirazioni in azione.
Il romanzo più ambizioso, che doveva sviluppare il manifesto artistico del superuomo, è il “Fuoco” (1900). L’eroe (Stelio Effrena) medita la composizione di una grande opera artistica che sia nello stesso tempo una fusione di poesia, musica e danza e attraverso essa vuole creare così un nuovo teatro che avrà il compito di forgiare lo spirito nazionale della stirpe latina, che si pone sulla riga che Wagner aveva ideato per il popolo germanico. Ma all’eroe che aspira a un destino sovraumano si oppone una donna, una grande attrice, che con il suo amore nevrotico e possessivo ostacola l’eroe e la sua opera. Fa da sfondo a questa progressiva azione di disfacimento e di morte la città di Venezia, raffinatissima e decrepita. L’eroe anche questa volta assiste alla non realizzazione del suo progetto, interrompendo così la sua esperienza.
Già con il suo Trionfo della morte D’Annunzio andava risolutamente nella direzione del romanzo psicologico che è la negazione dei valori superomistici. L’impostazione narrativa dell’intreccio dei fatti si fa oltremodo scarna, sostituita dalla dinamica dei processi interiori. Tutto si svolge nella mente di Giorgio Aurispa e se fatti esterni sono rappresentati, vengono offerti solo attraverso la particolare coloritura ad essi conferita dalla sua ottica. Tale impostazione narrativa è richiesta dalla particolare fisionomia dell’eroe scelto da D’Annunzio, che nella sua debolezza psicologica rifiuta il mondo sociale e si chiude inesorabilmente nel suo io. La forma rigidamente soggettiva, adottata da D’Annunzio è dunque una soluzione imposta dall’ assunzione del protagonista inetto, malato, intimamente corrotto nelle sue forze vitali. In secondo luogo, nel Trionfo della morte, viene portato al limite estremo l’impianto simbolico: si forma così una fitta trama di immagini simboliche.
Le vergini delle rocce, invece, alternano parti oratorie a parti giocate sul simbolismo più rarefatto: la vecchia villa nobiliare, fatiscente e isolata, immagine di decadenza e morte, la fontana inaridita che rivive all’arrivo di Claudio, l’orrido paesaggio di roccia che si stende intorno, allusivo alle tensioni superomistiche dell’eroe. La narrazione continua in un clima decisamente mitico e favoloso, lontanissimo da ogni riferimento realistico.
Nel Fuoco, infine, si alternano parimenti lunghe discussioni e meditazioni del protagonista intorno alla nuova opera d’Arte e al nuovo teatro nazionale, episodi altamente simbolici, dominati dall’attrazione della morte.
Da questi tre romanzi dannunziani possiamo cogliere l’immagine come volontà di potenza che, per colpa di forze ignote e maligne, non riesce ad esplicarsi e a raggiungere la sua originaria aspirazione.
L’Immagine alogica
Negli stessi anni in cui D’Annunzio sviluppa il tema del supereroe, Pascoli pubblica nel 1897 il saggio “Il fanciullino”. Esso costituisce una vera e propria teoria della poesia e contiene nello stesso tempo un programma poetico, esattamente quello che Pascoli andava realizzando, negli stessi anni, con la pubblicazione delle sue raccolte poetiche.
Al centro della poesia e del saggio vi è il concetto che il poeta coincide con il fanciullo che sopravvive al fondo di ogni uomo. La metafora del fanciullino sta ad indicare un tipo di conoscenza pre-razionale, alogica, immaginosa e fantastica: per il poeta il fanciullo è colui che vede tutte le cose come per la prima volta con lo stesso stupore, ingenuità e meraviglia con cui le vide il primo uomo all’alba della creazione. Il poeta, perciò, è un nuovo Adamo che, trovandosi in presenza di un mondo nuovo, da il nome a tutto ciò che vede e che sente. La scelta del linguaggio, perciò, si collega a questa poetica, che deve slegarsi dalla banalità della comunicazione abituale e deve andare al cuore delle cose e scoprirle nella loro freschezza originaria.
In questo modo, Pascoli presenta una concezione della poesia come conoscenza «aurorale» prerazionale e alogica, le cui radici sono da ritrovare nella poetica del Romanticismo, che fu il primo a stabilire un’equivalenza tra fanciulli e primitivi e a esaltare il loro mondo fantasioso e ingenuo di rapportarsi al mondo.
In questo modo il poeta fanciullo, completamente slegato dal ragionamento logico e scientifico, ci fa sprofondare «nell’abisso della verità»: infatti solo questo atteggiamento irrazionale e intuitivo consente la conoscenza profonda della realtà otre le apparenze sensibili.
The importance of being Earnest
The Oscar Wilde theatrical work called "The importance of being Earnest" is very important for our itinerary about IMAGE.
It premiered on February 14, 1895 at the St. James's Theatre in London. Set in England during the late Victorian era, the play's humor derives in part from characters maintaining fictitious identities to escape unwelcome social obligations. It is replete with witty dialogue. It has remained Wilde's most popular play.
The successful opening night marked the climax of Wilde's career but also heralded his impending downfall. The Marquess of Queensberry, father of Wilde's male lover Lord Alfred Douglas, attempted to enter the theatre, to cause a public scandal and expose Wilde's homosexuality. Wilde was tipped off and Queensberry was refused admission. Nonetheless, Queensberry's hostility to Wilde was soon to trigger the latter's legal travails and eventual imprisonment. Wilde's notoriety caused the play, despite its success, to be closed after only 83 performances. He never wrote another play.
Wilde puts in scene the story about two friends: Algernon and Jack. Both live in a secret life. Jack loves Gwendolen Faifax, a cousin of Algernon, and he wants to marry her. The women feels the same feeling, but there's a problem: she will marry only a man called Earnest. For marring her, Jack introduces himself like Earnest. It seems to be solved, but Jack is orphan and so Gwendolen's mother forbids the engagement. The story gets difficult when Algernon goes to Jack's country house like Earnest and he falls in love with Cecily Cardew, who believes loving a man called Earnest. At the and the problem gets solution when Cecily ruler reveals the true identity of Jack. Unintentionally she had lost a child called Earnest in a bag left in a station. That child was Jack. Now Jack is really Earnest, Lady Bracknell's nephew. Jack is Algernon' s brother.
This comedy, a satire about upper-classes world, is based on the problem of being a person. Oscar Wilde plays on the meaning of Earnest name, the principal character. English name is based on the play of meaning between the term Earnest and the adjective Earnest that means honest, sincere. He wants to put in evidence the importance of being yourself.
The author belongs to the movement called Estetism, which puts at the centre the importance of image in his society; in fact in this society, appearance is considered most important than being yourself.
1984
1984 is the title of one of the most Orwell's famous novels. It was written and published in 1985. It has been defined as the negative utopia novel and it belongs to second postwar period novels.
It is an English novel about life in an authoritarian regime as lived by Winston Smith, an intellectual worker at the Ministry of Truth. Winston is degraded and psychologically tortured after he is arrested by the thoughtpolice under the instruction of the totalitarian government of Oceania, in the year 1984.
The novel's original title was The Last Man in Europe, but publisher Frederic Warburg suggested changing it to a marketable title. Orwell's reasons for the title are unknown; he might be alluding to the centenary of the socialist Fabian Society founded in 1884, or to Jack London's novel The Iron Heel (wherein a political movement's acme in power is 1984), or to G. K. Chesterton's The Napoleon of Notting Hill, set in 1984, or to the poem "End of the Century, 1984", by Eileen O'Shaughnessy (his first wife). According to the introduction of the Penguin Modern Classics edition, Orwell originally meant 1980 as the story's time, but as the writing became prolonged, he re-titled it 1982, then 1984. The full title of the first edition was Nineteen Eighty-Four. A novel. He also might have titled the book 1984 because he began writing it in 1948, so he switched that year's digits 4 and 8.
The book has major significance for its vision of an all-observing government which uses constant surveillance and propaganda, both insidious and blatant, to control its citizens. The book had a substantial impact both in literature and on the perception of public surveillance, coining such terms as 'Big Brother' and 'Orwellian'.
It tells about middle class and intellectuals values crisis. This movement, called Dystopia, was born in opposition with utopist novels (like Utopia of Thomas Moore).
In this work, Orwell wants to warn about power's abuses, sciences and feelings love ling and about mental overcoming made by totalitarian dictatorships. In fact the reality represented by Orwell is an image society imposed by this power. True reality is hidden, inexpressive and underground.
The author tells about next future(1989), when the world will be divided in three big totalitarian powers: Oceania, Eurasia and Estasia. In Ocenia, society will be governed by a powerful party managed by The big brother, settled in London. Cameras' ll be his eyes which spy every citizen' s life. Everywhere there're big advertising spaces drawing the big brother and party slogans: "war is peace", "freedom is slavery" and "ignorance is strength. Novel' s most important character is called Winston Smith and he works for truth office. Winston doesn't like party condictions and with his lover Julia, he collaborates with a secret organization called "Confraternity". When Winston confides his secret to 0' Brein, an official of Love office who believes being his friend, he discovers the truth. Initially he is tortured with electricity and pursued by mouses. At the end, he is forced to surrender: he abdicates to love for Julia and to free thought.
This novel presents a three powers that divide the world. Author's inspiration comes from totalitarian dictatorships of first afterwar, like Nazism and Communism. In totalitarian regime there's an absolute control of individual conscience by torture. Also the principal character is tortured and stops of being the opposition of the system only when he stops believing in the past.
Settled in communication context we can find a new language, the newspeak. Whit this word, all the words that power dislikes are deleted(freedom, democracy and truth), eliminating the possibility of thinking and expressing some matters.
La propaganda nei regimi totalitari
Il termine totalitarismo vede la luce negli anni 20 e furono i fascisti ad usarlo, in senso positivo, per definire la loro aspirazione ad una identificazione totale tra stato e società.
Il termine designa una particolare forma di potere assoluto, che non solo controlla la società, ma vuole trasformarla dal profondo attraverso il sistema del terrore. A capo di questo potere nasce l’immagine di un capo carismatico, che è capace, per la sua personalità forte e bella e la sua capacità oratoria, ad invogliare il parere favorevole della popolazione attraverso nuovi mezzi di comunicazione sociale: la radio e il giornale.
Si definisce perciò totalitarismo quel potere che è in grado di reprimere ogni forma di dissenso, grazie ad un apparato poliziesco praticamente onnipotente, ma che cerca anche di imporre la propria ideologia attraverso organizzazioni di cittadini e il monopolio della comunicazione di massa, cioè il consenso.
Il consenso fu organizzato dal regime fascista in Italia attraverso un’attenzione tutta particolare al mondo della scuola e della cultura in generale.
La scuola italiana fu profondamente riorganizzata già a partire dal 1923 con la riforma Gentile, che sostanzialmente afferma il primato delle discipline umanistiche su quelle tecniche. Il regime riversò soprattutto molta attenzione alla cultura in genere. Nel 1937, ad imitazione di quello nazista, fu creato il nuovo ministero per la cultura popolare (Minculpop) che in primo luogo esercitava una sorveglianza rigida sulla stampa sia nel senso di carta stampata (i giornali) sia sulle trasmissioni radiofoniche, tenendo presente che alla fine degli anni trenta la radio era praticamente in tutte le case. In questa fase, non avviene soltanto un’azione di controllo, ma diventa una massiccia azione di propaganda ideologica.
Anche il cinema fu oggetto delle attenzioni del regime: si sovvenzionò e favorì la produzione cinematografica nazionale, priva però di qualsiasi argomento politicamente e socialmente scabroso. Perciò furono favoriti temi di esplicita propaganda politica. È in questa ottica che viene limitata l’importazione e la diffusione di film stranieri, soprattutto americani. Relativamente al cinema bisogna sottolineare che saranno prodotti o molti film di evasione o di argomento storico, utilizzato come sostegno e gloria dell’attuale regime e del suo capo.
È particolare il fatto che prima che il film venisse proiettato nelle sale cinematografiche, doveva essere obbligatoriamente preceduto dalla proiezione di cinegiornali di attualità, prodotti da un apposito ente statale (l’Istituto Luce).
Questi cinegiornali, uno dei più importanti strumenti di propaganda di massa di cui il fascismo disponesse, erano fondamentali per la diffusione degli ideali sia perché raggiungevano un pubblico larghissimo sia perché fornivano immagini che erano capaci di attirare l’attenzione popolare, scelte in maniera volutamente trionfalistica. Tutto questo si prestava bene agli scopi del regime che in larga misura affidava il suo successo alla forza dell’immagine e alla sua capacità di persuasione.
Il fascismo è un movimento fondato in Italia da Benito Mussolini nel 1919 con la conseguente conquista del potere nel 1922, subito dopo la marcia di Roma. Benché non costituisca un fenomeno esclusivamente italiano, il fascismo ha avuto origine nel nostro Paese come reazione e conseguenza della grave crisi politica ed economica seguita alla prima guerra mondiale.
La classe dirigente, erede dello Stato liberale post-risorgimentale, aveva voluto spingere l'Italia nel conflitto, senza prevedere le gravissime perdite umane che ne sarebbero derivate. Così, dopo la fine della I guerra mondiale, si era trovata improvvisamente costretta a dover fronteggiare una situazione difficilissima, ricca di tensioni e contrasti interni, dove gli interessi dei gruppi economico-sociali privilegiati si scontravano con le aspirazioni della maggioranza della popolazione, fino ad allora tenuta ai margini della vita dello Stato. Il ritorno alla "normalità" non aveva offerto a milioni di reduci la meritata ricompensa, dopo i lunghi anni di pericoli e sofferenza in trincea. Anzi, insieme al dissesto delle finanze pubbliche, che i responsabili al governo non riuscivano a sanare, l'aumento dei prezzi e il diffondersi della disoccupazione alimentavano le agitazioni popolari. In questo sconvolgimento sociale, dove l'inefficienza economica stimolò il rafforzamento dei partiti di massa, con una forte crescita dei socialisti, soprattutto fra gli operai, e un'affermazione del Partito Popolare fra i cattolici dell'ambiente contadino, nacque e si andò affermando il movimento fascista.
Alla riunione di piazza San Sepolcro a Milano nel 1919 parteciparono un centinaio di persone (questi primi fascisti furono chiamati sansepolcristi). Il movimento aveva un programma vago ed era alla ricerca di un'ideologia. Tentava di fondere i motivi nazionalistici, cari soprattutto ai combattenti, con la polemica contro l'inefficienza del parlamentarismo, che trovava facili consensi anche negli ambienti piccolo-borghesi.
Mussolini capì che la debolezza della classe dirigente, incapace di stabilizzare la situazione economica e sociale, si poteva vincere solo conquistando i favori dei gruppi dominanti del padronato industriale e dei proprietari terrieri, sempre più intolleranti verso le manifestazioni popolari e pronti ad appoggiare chiunque fosse disposto a usare la "mano forte".
Così, nel giro di pochi mesi, la propaganda fascista conquistò terreno e, senza far segreto di una volontà autoritaria dichiaratamente antidemocratica, cercò di sfruttare il malcontento e di incanalare la spinta reazionaria delle forze borghesi e conservatrici, già deluse per la "vittoria mutilata" a Versailles e atterrite dalla ascesa delle classi popolari, che sembravano voler scuotere e schiacciare il tradizionale assetto gerarchico della società italiana.
Il fascismo rifiutava ogni forma di lotta fra le classi e faceva appello al principio della superiore "unità nazionale", intesa come un organismo vivente cui dovevano essere subordinati tutti gli interessi particolaristici. Parve quindi, inizialmente, fornire un'efficace alternativa tanto alla debolezza di una classe politica dilaniata da insanabili contrasti interni, che mettevano capo a continue crisi di governo, quanto alle velleità rivoluzionarie dei socialisti, che si scontravano con le opposte cautele delle centrali sindacali, ancora fiduciose di spingere la borghesia sulla via delle riforme. Ma proprio l'esaltazione di un ipotetico primato nazionale, da raggiungere non più nel segno della politica liberale, che aveva caratterizzato tutto il periodo del Risorgimento e la storia postunitaria, ma attraverso un esplicito rifiuto degli ideali democratici e una vigorosa difesa della "diseguaglianza irrimediabile e benefica degli uomini", accentuò il ricorso ai metodi della violenza fisica, con l'intervento delle squadre d'azione. Queste si diffusero alla prima sconfitta politica accusata dal movimento nelle elezioni del 16 novembre 1919: il fascismo riuscì infatti a presentarsi solo a Milano.
Certamente il movimento mussoliniano pagò anche l'errore di avere appoggiato l'impresa dannunziana di Fiume (12 settembre 1919), che non trovò eco, in un'Italia stanca di imprese belliche e velleitarie. L'infiltrazione del fascismo nella zona industriale e agraria era avvenuta; la presenza nella capitale era assicurata. L'alta industria aveva trovato nel fascismo la forza da opporre alle rivendicazioni operaie, agli scioperi, alle durezze della lotta sociale che raggiunse il vertice con l'occupazione delle fabbriche nel 1920.
Il movimento fascista, divenuto partito nel novembre del 1921, cercò di darsi una dottrina e, poiché il grande momento per i socialisti era passato, Mussolini, prima di puntare decisamente al potere, tentò la politica delle alleanze. Entrò, per le elezioni del 1921, nei blocchi nazionali giolittiani, ottenne un primo successo mandando alla camera 35 deputati e cercò l'alleanza con i socialisti e i popolari. Era l'equivoco di una grande coalizione che portò al patto di pacificazione con i socialisti, ma che non convinse i fascisti intransigenti e rappresentò una parentesi brevissima, degenerata pochi mesi dopo in scontri, lotte e violenze. A quel punto il fascismo, nuovamente autonomo, si appoggiò ai liberali, convinti che il movimento di Mussolini avrebbe restituito a molti il senso dello Stato. Infatti Mussolini espose nella sua dottrina del fascismo una concezione dello stato che sembrava riallacciarsi al pensiero risorgimentale, ma in realtà il fascismo pretese di costruire uno Stato che accogliesse in sé ogni individualità, per annullarla nella concezione di una propria priorità assoluta, volta solo ad affermare il primato del dominio e della forza. Nello Stato egli vide l'organo supremo per garantire la libertà individuale. Di conseguenza, il drastico annullamento della volontà individuale significa esaltazione mistica del sacrificio, subordinazione assoluta alla volontà del capo per il bene della patria.
La marcia su Roma non fu tuttavia la conquista del potere, ma il cammino verso il potere e, mentre socialisti e comunisti si schierarono subito all'opposizione, molti rappresentanti della vecchia classe politica liberale, non diversamente da una parte dei popolari, si illusero di poter controllare l'ascesa del fascismo al potere, incanalandolo nell'ambito della vita democratico- parlamentare. Il primo governo Mussolini poté così ottenere una larga maggioranza alla Camera. Ma la speranza di una rapida normalizzazione non si realizzò, mentre lo svuotamento delle istituzioni parlamentari e l'avvio verso un sistema dittatoriale cominciarono subito con l'inquadramento delle camicie nere nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, vero esercito di partito messo direttamente "agli ordini del capo del governo" e con la creazione del Gran Consiglio del Fascismo destinato nel 1928 a diventare l'organo supremo che avrebbe coordinato e integrato tutte le attività del regime. Inoltre, la riforma elettorale del 1924 con la legge Acerbo, che riduceva la rappresentanza delle forze di opposizione, non solo non mise a tacere le intimidazioni fasciste, ma accentuò le violenze e i brogli elettorali, che il deputato socialista Matteotti denunciò alla Camera, anche se l'atto coraggioso gli costò la vita ad opera di alcuni sicari fascisti. Nonostante lo sdegno dell'opinione pubblica e la reazione degli altri partiti che abbandonarono il Parlamento, Mussolini, con il discorso del 3 gennaio 1925, diede una svolta decisiva al regime dittatoriale. Furono varate le leggi fascistissime che consacrarono la nuova struttura e lo strapotere dello Stato. Croce, Giolitti e altri dovettero arrendersi all'evidenza. Ogni speranza legalitaria o di ritorno alla legalità del fascismo cadeva. Essa moriva con la soppressione della libertà di stampa, le persecuzioni contro gli antifascisti, col ripristino della pena di morte, l'istituzione di un tribunale speciale per i reati politici, l'istituzione della polizia politica segreta (O.V.R.A.), e con l'attribuzione al potere esecutivo di emanare norme di legge. I normali meccanismi dello Stato di diritto e i fondamenti della libertà politica e della sovranità popolare vennero sovvertiti, mentre a cominciare dal 1926 nelle amministrazioni comunali alla procedura elettiva del sindaco e del consiglio venne sostituita la nomina governativa del podestà e della consulta, così da sconvolgere l'intero ordinamento centrale e periferico nel processo di fascistizzazione dello stato.
Il Parlamento risultò svuotato di ogni prerogativa e le elezioni (1929) vennero ridotte a semplici plebisciti di approvazione di una "lista unica" di deputati designati dal Gran Consiglio.
Il capo del governo, che era contemporaneamente duce del fascismo, prese a occupare il vertice della piramide politica, che simboleggiava l'ordinamento gerarchico del regime, e venne sottratto a qualunque controllo o sanzione, con l'obbligo di rispondere solo al sovrano. Con le elezioni plebiscitarie del 1929 Mussolini poté contare su una Camera tutta composta da fascisti e il carattere totalitario del fascismo finì rapidamente per coinvolgere ogni settore della vita italiana.
Mussolini dovette subire, pur di mantenere il controllo, forti pressioni, non solo dai vecchi centri di potere, ma anche dai maggiori centri economici. La pianificazione economica varata dal conte Volpi, industriale e finanziere, chiamato al Ministero delle Finanze, fu causa di gravi difficoltà. I salari italiani, nel 1930, erano al penultimo posto in Europa, seguiti solo da quelli spagnoli. I salari dei contadini venivano sempre più compressi, per consentire ai produttori di sopportare la concorrenza straniera favorita dall'alto costo della lira.
Il fascismo aveva autorizzato i proprietari agrari, come gli industriali, a rifarsi sui lavoratori e pubblicamente elogiava il sacrificio accettato.
L'organizzazione paramilitare della scuola, l'istituto dell' Opera nazionale Balilla (O.N.B.) valse a monopolizzare, fin dalle prime classi elementari, il processo di formazione educativa dei giovani secondo il principio del "credere, obbedire, combattere" , che tendeva a fare di ogni cittadino essenzialmente un "soldato" , pronto a rispondere agli ordini e fedele esecutore delle direttive imposte dall'alto.
Imbevuto di retorica, il fascismo creò una divisa per ogni italiano, dalla più tenera età fino alla maturità. Marciarono, sfilarono in ogni paese d'Italia, al grido "Viva il Duce!" figli della lupa, piccole italiane, balilla, avanguardisti, giovani fascisti e fasciste, donne e massaie rurali, salutando romanamente, battendo il passo romano.
Nella scuola fascistizzata, l'insegnamento travisò la storia. Nacque la scuola di mistica fascista. L'obbedienza al fascismo divenne un obbligo per gli stessi professori universitari, ai quali venne imposto il giuramento come condizione per poter mantenere la cattedra. Inoltre, dopo aver costretto la maggioranza degli oppositori a patire carcere e violenze o a trovare asilo politico all'estero, per meglio rafforzare la propria posizione interna, il regime fascista aveva trovato un accordo con la Chiesa cattolica, realizzando attraverso i Patti Lateranensi del 1929 la conciliazione fra lo Stato italiano e la Santa Sede, così da garantire a Mussolini l'appoggio delle più alte gerarchie ecclesiastiche. L'accordo non fu giudicato favorevolmente dai fascisti. Molti furono i malumori suscitati, ma la Chiesa, che pur vedeva il cattolicesimo riconosciuto come religione di Stato, accettava il divieto per i cattolici di organizzarsi in partiti politici. Ciò non impedì all'Azione Cattolica di svolgere la propria azione presso i giovani al di fuori dello spirito fascista, tant'è vero che nel 1931 il regime fascista accusò esplicitamente l'Azione Cattolica di sottrarre uomini e giovani alla disciplina fascista. Sembrò la rottura, ma si giunse al compromesso e il fascismo mantenne l'appoggio della Chiesa
L'ascesa del fascismo culminò nel 1936 con la conquista dell'Etiopia, la proclamazione dell'impero e la vittoria sulle sanzioni economiche proclamate da cinquantadue Stati della Società delle Nazioni che avevano condannato l'aggressione italiana in Africa. Furono sanzioni blande, cui non aderì la Germania.
Mussolini, seguendo l'esempio di Hitler, promulgò le leggi razziali nel 1938- 39 segnando la prima vera scissione tra il Paese e il regime. Nel 1940 l'Italia, assolutamente impreparata, fu trascinata dalla Germania nel secondo conflitto mondiale e ciò determinò la progressiva caduta del fascismo.

La distruzione dell’immagine dell’uomo: la creazione dell’oltreuomo
L’uomo, che già nel Quattrocento aveva subito una ponderosa sconfitta ideologica ed esistenziale con le teorie copernicane, secondo cui la terra non era al centro dell’universo, si ritrova nuovamente sconfitto a causa delle nuove teorie evoluzionistiche e psicoanalitiche della fine dell’Ottocento.
L’idea, nell’uomo, di non essere al centro dell’universo, cioè di non essere una creatura perfetta, ma semplicemente un’evoluzione della scimmia, provocò una crisi dell’immagine di sé e della propria identità. Ecco perché la teoria eliocentrica di Copernico può essere considerata una sconfitta: infatti l’uomo, non essendo perfetto e al centro dell’universo, diventa un nulla, si svuota della essenza primaria e rimane un comune mortale che cerca di trovare la sua perfezione in un essere sovrannaturale onnipotente.
La voglia di eliminare la ricerca della perfezione da parte dell’uomo, come affermerà Nietzsche, collimerà con la nascita di un nuovo uomo, il Superuomo, o più correttamente l’Oltreuomo. Come dice Nietzsche, con l’eliminazione dell’essere sovrannaturale e del “mondo vero” è tolto di mezzo anche il “mondo apparente, cioè ogni scissione dualistica della realtà.
Il superuomo, anche se determinato dalla morte di Dio (Gaia Scienza, Nietzsche), è legato saldamente ad esso: questo risulta un uomo trascendentale, cioè un uomo sovraumano, metafisico, che sarebbe impossibile realizzare nel mondo reale. Nietzsche cerca di umanizzare questo nuovo tipo di uomo. Egli dice che il superuomo è un uomo diverso da quello conosciuto, dall’esteta di stampo dannunziano, ma è un uomo oltre l’uomo, capace di creare nuovi valori e di rapportarsi in modo inedito alla realtà. La nuova creatura non va intesa come entità biologica di tipo darwiniano: infatti anche questa immagine di uomo spacca l’io- immagine provocando nell’individuo un decadimento d’identità.
La teoria darwiniana, secondo cui l’uomo si sarebbe evoluto dalla scimmia con piccole variazioni organiche e in conseguenza della lotta per la vita, in base alla legge della selezione naturale, è una nuova disfatta per quanto concerne l’indole e la soggettività dell’individuo. Egli, che prima di tale teoria era considerato una creatura plasmata ad “immagine e somiglianza” del suo Dio, prende coscienza delle sue origini e non accetta che un suo antenato sia la scimmia.
L’ultimo sfacelo arrecato all’immagine di sé, nel genere umano, si ha, agli inizi del Novecento, con la scoperta di una zona della psiche, l’inconscio. La nascita della psicanalisi e la scoperta dell’inconscio sono motivo di logorio dell’essere e apparire uomini, se consideriamo che l’essere umano, sempre alla ricerca della perfezione, pretende di conoscersi, ovvero di poter controllare tutte le azioni, gli istinti e le disposizioni del pensiero. Questo però gli risulta impossibile, poiché vi è una zona della psiche che agisce al dì fuori della realtà. La psiche umana è distinta in tre sistemi, luoghi: il conscio, il preconscio e l’inconscio (Freud, prima Topica).
Freud afferma che la maggior parte della vita mentale si sviluppa al di fuori della coscienza, senza che l’inconscio costituisca il limite inferiore del conscio, dato che la realtà abissale primaria di cui il conscio è solo la manifestazione del visibile. La mente viene paragonata ad un enorme iceberg dove il conscio è la parte affiorante dall’acqua e l’inconscio la parte immersa. L’inconscio, però, viene diviso in due parti: il preconscio, cioè l’insieme dei ricordi momentaneamente inconsci, ma che possono divenire consci attraverso delle tecniche ipnotiche; e l’inconscio stesso, in cui vi sono degli elementi psichici stabilmente inconsci, che possono essere superati solo in virtù di alcune tecniche apposite.
Il nuovo metodo per far fronte alle “resistenze” che sbarrano l’accesso alla conoscenza, elaborato dopo aver sperimentato l’inefficacia dell’ipnosi, è il metodo delle associazioni libere. Con questo metodo il paziente viene messo in grado di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, adagiato su di un lettino, anche se richiede uno sforzo immane e solidale del paziente e del psicoterapeuta per fronteggiare le difficoltà derivanti da esso.
L’uomo, per Freud, riesce a mostrare il suo essere più vero solo quando l’IO (una istanza della seconda Topica),esegue il suo compito, cioè il ruolo di creare armonia tra le forze che agiscono su di lui e in lui. Quando l’IO sarà così debole da non riuscire a padroneggiare la situazione, si potrebbero avere due conseguenze. La prima dove l’IO fornisce soddisfazioni all’ES, cioè alla matrice originaria della nostra psiche che non conosce né il bene e né il male e obbedisce solo all’inesorabile principio del piacere, rendendo l’individuo un delinquente o un perverso; oppure può accadere, come seconda conseguenza, la prevaricazione di un Super-Io troppo rigido che tende a rimuovere le istanze dell’ES, chiamato anche coscienza morale, ovvero l’insieme delle proibizioni instillate nell’individuo nei primi anni di vita e che lo accompagnano anche in forma inconsapevole, ripresentandosi, nell’individuo, con sintomi nevrotici.
L’immagine dell’uomo, ormai distrutta dalle certezze passate, viene delineata in un nuovo tipo di umanità. Una umanità, secondo Nietzsche, che tende a celebrare la vita e a porsi al di là del pessimismo e dell’ottimismo. Egli, anche se accetta le tesi del carattere doloroso dell’essere di Schopenhauer, non accetta il modo di rapportasi alla vita secondo la tematica dell’ascesi buddista. Nietzsche contrappone alla noluntas un atteggiamento di accettazione dell’essere. La vita non ha ordine né scopo, è il caso che la domina. Due sono gli atteggiamenti possibili di fronte ad essa: o rinunciare e fuggire, atteggiamento della morale cristiana; o l’accettare la vita cosi com’è. Dioniso diventa, così, l’incarnazione di tutte le passioni che dicono sì alla vita e al mondo. Solo l’arte riesce a comprendere l’essenza vera del mondo: essa ha una natura metafisica e una funzione di organo della filosofia. Dal fenomeno dell’arte e a partire da esso viene spiegato il mondo (Nietzsche parla di “giustificazione estetica dell’esistenza”).
Un altro atteggiamento che l’uomo deve evitare, oltre che la fuga dalla vita, è il rapportarsi in maniera eccessiva alla storia. Infatti per poter vivere la vita presente in maniera felice e nell’essenza più totale, afferma Nietzsche, occorre saper dimenticare il passato. Però ciò non vuol dire che la storia, la quale si fonda sulla memoria, sia sempre dannosa per la vita. Egli, a patto che la storia sia al servizio della vita e non viceversa, afferma che la “vita” rappresenta l’ottica con cui rapportarsi alla storia e individua tre modi di confrontarsi ad essa: la storia monumentale, cioè l’atteggiamento di colui che guarda al passato per cercarvi modelli e maestri che non scorge nel presente; la storia antiquaria, cioè l’atteggiamento di colui che guarda al passato con fedeltà e amore; e la storia critica, cioè l’atteggiamento di colui che guarda al passato come a un peso da cui liberarsi.
Il grande annuncio, che Nietzsche vuole fare nel “La gaia scienza”, è la «morte di Dio». Questo annuncio non serve solo, come abbiamo già detto, alla creazione di un superuomo, ma anche a ridare dignità all’immagine dell’uomo. Tutte le perfezioni che fino a quel momento erano possibili solo a Dio, ora, con la morte di Dio, sono tipiche dell’uomo. L’uomo, contestando Dio e ogni suo ipotetico surrogato, personifica l’immagine del superuomo. Con questo annuncio, Nietzsche non vuole solo distruggere ogni sorta di divinità, ma vuole eliminare quel mondo apparente dell’aldiqua, cioè la definitiva sconfitta di ogni prospettiva metafisico- dualistica che faccia del mondo una copia negativa di un altro mondo attraverso il tramonto definitivo del platonismo, ovvero della metafisica occidentale.
Anche la morale provoca nell’uomo quell’impossibilità di mostrare una singola immagine di sé. Infatti in base alle circostanze, al luogo in cui si trova e alle leggi morali che vigono, l’uomo tende a modificare la sua identità e il suo essere individuo. Nietzsche dichiara che colui che è stato il primo a tradurre la morale in termini metafisici, sarebbe stato il primo ad accorgersi dell’errore della morale secondo il modello dell’autosoppressione della morale:
«Zarathustra ha creato questo errore fatale, la morale: di conseguenza egli deve essere anche il primo a riconoscere quell’errore»1.
Per Nietzsche l’uomo è nato per vivere sulla terra. Egli nega decisamente l’esistenza dell’anima, affermando che l’uomo è sostanzialmente corpo. Con l’accettazione totale della vita, che è propria dello spirito dionisiaco, la terra cessa di essere il deserto in cui l’uomo è in esilio per divenire la sua dimora gioiosa e il corpo diventa il modo concreto di essere dell’uomo nel mondo. Il senso e la genesi del superuomo, descritte nel primo discorso, intitolato «Delle tre Metamorfosi», approdano a una creativa e innocente affermazione della vita:
«Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo».
Il cammello rappresenta l’uomo che porta i pesi della tradizione e che si piega di fronte a Dio e alla morale, all’insegna del “tu devi”. Il leone rappresenta l’uomo che si libera dai fardelli metafisici ed etici, all’insegna dell’”io voglio” e nell’ambito di una libertà negativa: libertà da e non libertà di. Il Fanciullo rappresenta l’oltreuomo, cioè quella creatura non risentita di stampo dionisiaco e che, nella sua innocenza ludica, sa dir di sì alla vita e investire la stessa al di là del bene e del male, a guisa di «spirito libero».
Anche se il superuomo è raffigurato come un fanciullo, l’individuo rimarrà oltreuomo solo in questa fase della crescita. È vero, però, che dipingere il fanciullo come superuomo equivale a dire che nel nostro mondo gli unici capaci a essere sé stessi, indipendentemente dalle convenzioni in cui si è immersi, sono i bambini.
La morale, tanto criticata e messa in discussione, per Nietzsche è la presenza delle autorità sociali da cui siamo stati educati: cioè la moralità è l’istinto del gregge nel singolo.
Ripercorrendo l’intera storia si possono riassumere due morali distinte: quella cavalleresca, improntata sui valori vitali della forza; e quella cristiana, che appare fondata sui valori antivitali del disinteresse, dell’abnegazione e del sacrificio di sé. Nietzsche crede in una trasvalutazione del modo di rapportarsi ai valori, che non va alla ricerca dei valori antivitali a favore di quelli vitali e che non vengono più intesi alla maniera di entità metafisiche autosussistenti, ma come libere proiezioni dell’uomo e della sua antiascetica volontà di potenza.
La volontà di potenza, generatasi cosi dalla trasvalutazione dei valori, si identifica con la vita stessa e come spinta di autoaffermazione. L’arte diventa in questo modo la forma suprema della vita intesa nel senso ampio di forza creatrice, poiché l’essenza della vita è il potenziamento della vita con la creazione che la vita fa di se stessa.
Un ulteriore problema provocato dal grande annuncio della morte di Dio è il problema del nichilismo, motivo più rilevante (e attuale) della riflessione di Nietzsche. L’origine del nichilismo va ricercata nell’uomo stesso: infatti egli che dapprima si è immaginato dei fini assoluti e delle realtà trascendenti e in seguito, avendo scoperto che tali fini e oltre mondi non esistono e che l’essere non è uno (cioè una totalità razionale ordinata), né vero (in quanto non esiste una verità assoluta), né buono ( poiché la realtà non si conforma alle nostre aspettative etiche), è piombato nell’angoscia nichilistica. Il mondo, di conseguenza, non avendo quei significati forti che i metafisici gli attribuivano (unità, verità assoluta), non ha più senso. Il nichilismo appare a Nietzsche soltanto uno stadio intermedio della vita, ovvero un no alla vita che prepara il grande SI a essa, attraverso l’esercizio della volontà di potenza.
Egli distingue il nichilismo tra quello incompleto e quello completo. Il nichilismo incompleto è quello in cui i vecchi valori vengono distrutti, ma i nuovi che subentrano hanno la medesima fisionomia dei precedenti. Il nichilismo completo, invece, è il nichilismo vero e proprio. Tale nichilismo può essere segno di debolezza o di forza. Nel primo caso si ha il nichilismo passivo, che si limita cioè a prendere atto del declino dei valori e a crogiolarsi nel nulla; mentre nel secondo caso si ha il nichilismo attivo, che si esercita come forza violenta di distruzione di ogni residua credenza in qualche verità in sé di tipo metafisico. Il nichilismo attivo raggiunge la sua completezza quando passa dal momento distruttivo (o reattivo) al momento costruttivo (o creativo), cioè quando si rende conto che il senso , non essendo dato, deve essere (umanamente) inventato: DARE UN SENSO è il compito che resta da assolvere, posto che nessun senso vi sia già.
Gli innumerevoli sensi che saranno inventati corrisponderanno ad altrettante interpretazioni formulate da angoli prospettici diversi. In questo modo assistiamo ad una radicalizzazione del “prospettivismo”, per cui esistono molteplici e mutevoli punti di vista e “immagini” del mondo.
L’immagine grafica di una funzione matematica
Proseguendo il nostro percorso sull’immagine dobbiamo attestare che essa entra in molti più campi di quanti ne possiamo prevedere. Anche nel campo apparentemente metafisico come la Matematica sono necessarie le immagini. Un esempio è costituito dallo studio di una funzione, dove a dei numeri e a delle incognite si assegna un grafico specifico. Questo grafico risulterà tanto più preciso, quanto più accurato sarà stato lo studio.
Lo studio di funzione serve a determinare l’andamento del grafico e si estende su otto fasi:
I. Ricerca del dominio;
II. Verifica della simmetria o della periodicità;
III. Ricerca di punti di intersezione con gli assi cartesiani;
IV. Verifica dell’andamento della curva secondo f(x) > 0;
V. Ricerca degli asintoti;
a. Verticali;
b. Orizzontali;
c. Obliqui;
VI. Ricerca dei punti di massimo, minimo e di flesso a tangente orizzontale;
VII. Ricerca dei flessi obliqui;
VIII. Calcolo dell’area del grafico.
Per ciò che concerne il calcolo dell’aria del grafico si ricorre all’utilizzo degli integrali.
Data una funzione y = f(X), si chiama Funzione integrale indefinita quella funzione F(X) tale che FI(X) = f(X). Quindi F(X) = f(X) + C quindi F(X) ∫f(X) dx = f(X) + C, dove C è l’insieme di tutte le costanti. F(X) è la primitiva della funzione f(X). F(X) + C è l’insieme di tutte le primitive di f(X). La funzione f(X) si chiama funzione integranda.
Un’osservazione D(∫f(X) dx ) = f(X).
Il significato geometrico degli integrali è pari all’area sottesa dal grafico della funzione.
Sia y = f(x) continua in [a; b] e Δx = ( b- a)/n, dove n è il numero degli intervalli
X0= a, X1= a + Δx, …, Xn= b
mi = punti di minimo relativo [xi; xi+1]
Mi= punti di massimo relativo [xi; xi+1]
As0= Δx * m0
AS0= Δx * M0
sn = Δx * m0 + Δx * m1 + …+ Δx * mn = Δx (m0 + m1 + … + mn )
Sn = Δx * M0 + Δx * M1 + …+ Δx * Mn = Δx (M0 + M1 + … + Mn )
lim Sn = lim sn = I
quando n ∞ implica che m0 M0
Sn è la somma integrale superiore
sn è la somma integrale inferiore
I = ∫ f(X) dx
La funzione integrale e il Teorema fondamentale del calcolo integrale
F(X) = ∫ f(t) dt è chiamata funzione integrale della funzione f in [a; b].
x è la variabile indipendente, mentre t è detta variabile di integrazione (a t si può sostituire qualsiasi altra variabile)
nel caso in cui f(X) >0
F(X) è pari all’area di AAIPIP
F(a) = ∫f(X) dx = 0
F(b) = ∫f(X) dx = area della f(X)
La relazione che intercorre tra la funzione y = f(X) e F(X) è espressa dal teorema fondamentale del calcolo integrale.
Teorema fondamentale del calcolo integrale: (Enunciato)
Hp. Sia y = f(X) continua in [a; b];
F(X) derivabile in (a; b).
Th: FI(X) = f(X).
Dimostrazione: sia x ε [a; b];
Δx è un incremento di x t.c. x + Δx ε [a; b];
ΔF = F(X + ΔX) – F(X) = ∫ f(X) dx - ∫ f(X) dx.
Poiché x ε [ a; x + Δx] implica:
ΔF = ∫ f(X) dx + ∫ f(X) dx - ∫ f(X) dx = ∫ f(X) dx
Calcolando il valore medio della nostra funzione si ha che:
ΔF= ∫ f(X) dx = Δx f(C)
Dove C ε [x; x + Δx].
Il rapporto incrementale della funzione F relativo al punto x e all’incremento Δx è pertanto:
ΔF / Δx = [per ΔF = Δx f(C)] =Δx f(C) / Δx = f(C)
Sapendo che x ≤ C ≤ x + Δx
Δx 0 implica che C x
lim ΔF / Δx = lim f(C) = f(X)
L’esistenza del limite del rapporto incrementale dimostra che F(X) è derivabile e che:
FI(X)= f(X)
C. V. D.
Osservazioni:
Sia:la funzione y = f(X) continua [a; b];
F(X) = ∫ f(t) dt
Allora: F(X) è primitiva di f(X)
Ψ(X) è l’insieme di tutte le primitive
Ψ(X) = F(X) + C cioè
Ψ(X) = ∫ f(x) dx + C
dove C ε R
Consideriamo ora la primitiva F(X) con C= C1
Ψ(X) = ∫ f(x) dx + C1
Sia X = a: Ψ(a) = ∫ f(x) dx + C1 = C1
Sia X = b: Ψ(b) = ∫ f(x) dx + C1
(essendo Ψ(a) = C1, allora:)
Ψ(b) = ∫ f(x) dx + Ψ(a) ovvero

∫ f(x) dx = Ψ(a) - Ψ(b)
La comunicazione come mezzo di esaltazione dell’immagine
Come abbiamo già visto, la comunicazione di massa e i mezzi trasmissivi hanno avuto la loro importanza per quanto concerne la diffusione dell’immagine trionfalistica ed eroica di Mussolini in Italia (e di Hitler in Germania).
La comunicazione umana si è sviluppata nel tempo soprattutto per ciò che attiene i mezzi per comunicare (media) ed il XX secolo si può ritenere secolo della nascita della comunicazione elettronica. Grandi furono i passi dell’elettronica e quindi della comunicazione, in quel periodo.
Fondamentali per un processo di comunicazione, come in quello umano, sono tre elementi, cioè un emittente, una serie di segni o simboli denominati messaggio e un ricevente. All’interno della comunicazione operano altri elementi: l’emittente, sulla base delle sue esigenze ed aspettative, decide di inviare un messaggio. Egli codifica il messaggio e, attraverso un canale di comunicazione, giunge all’attenzione del destinatario, il quale lo decodifica secondo la sua esperienza e lo utilizza in vario modo. La comunicazione elettronica, analogamente, utilizza questo tipo di processo. Se nella comunicazione umana l’operazione di codifica e decodifica viene svolta dall’uomo, nella comunicazione elettronica quelle operazioni sono svolte rispettivamente dal trasmettitore e dal ricevitore.
La comunicazione nell’arco di pochi decenni ha fatto passi da gigante, infatti si è passati dal telegrafo (prima dimostrazione nel 1837 in Inghilterra) al telefono (Bell 1876), poi al telefono senza fili (Marconi 1895), in seguito alla televisione (1923 prima sperimentazione), fino ad arrivare alle prime reti informatizzate (1990).
L’informatizzazione dei sistemi di telecomunicazione ha determinato ben presto un decisivo miglioramento della qualità e della quantità di informazioni trasportate e l’evoluzione nel campo elettronico, unita all’utilizzo di nuovi mezzi di trasmissione, come le fibre ottiche, permette un potenziamento dei sistemi di telecomunicazione e la nascita di nuovi servizi telematici.
L’architettura originale di una rete di calcolatori aveva come elemento centrale di elaborazione il main- frame a cui erano legati terminali, workstation stampanti, modem. Ogni singolo terminale non aveva capacità di elaborazione indipendente. Gli utenti, mediante i terminali, potevano condividere sia risorse hardware che risorse software.
La nascita del Personal Computer (PC) rivoluzionò tutto il sistema informativo. L’utente, svincolato dal main- frame, non aveva la capacità di condividere e comunicare alcune risorse. Man mano che la diffusione dei PC si espandeva, la necessità di collegarli tra loro divenne fondamentale e costituì la nascita della rete di computer. La rete era in grado di fornire tutte quelle funzionalità del sistema centralizzato, con in più la possibilità di avere una stazione di lavoro con capacità di elaborazione propria e indipendente.
Con il termine network (rete) si vuole indicare in modo specifico un gruppo di computer e relativi dispositivi collegati tra di loro. Essenzialmente esistono due differenti tipi di network: la rete WAN, cioè (Wide Area Network) una rete che connette due aree distinte e separate attraverso un collegamento appartenente alla rete pubblica; e la rete LAN, ovvero (Local Area Network) una rete che copre un’area privata o due aree private collegate da un soprapasso o un sottopasso.
Il ruolo che ogni interfaccia collegata assume può essere fondamentalmente di due tipi: Server o Client. Il server è un computer che è capace di mettere a disposizione le proprie risorse, rispondendo alle richieste effettuata dai client. Invece i client sono i computer dotati della necessaria capacità di elaborazione per utilizzare le risorse messe a disposizione dai server della rete. Considerando le modalità con cui le risorse vengono condivise, si hanno due tipi di rete: peer-to-peer e server-based.
In una rete peer-to-peer ogni computer può assolvere entrambe le funzioni di server e di client: pertanto può rendere disponibili le proprie risorse, ma nello stesso tempo fare richiesta di risorse condivise da altri computer. Invece una configurazione di rete server-based consta di almeno un computer che abbia funzione di server, mentre tutti gli altri si comportano da client. La funzione del server può andare dalla semplice condivisione di file alla condivisione delle stampe o di un database. La scelta dell’una o dell’altra rete dipende dal numero di workstation, dalle future espansioni, dalla sicurezza etc.
Il collegamento fisico e la loro distribuzione nel territorio sono individuati dalla topologia di rete. A tale riguardo esistono tre topologie di rete: a bus, a stella (star) e ad anello (ring).
In una topologia di rete a bus i computer della rete sono collegati ad un unico segmento costituito da un cavo coassiale attraverso cui viaggia il segnale. In questa topologia il segnale prodotto da un computer (nodo) raggiunge tutti gli altri nodi della rete (broadcast), ognuno dei quali cattura il segnale se è destinato ad esso, altrimenti lo ignora. Nel momento in cui il segnale, lungo il cavo, non viene rigenerato si tratta di una topologia passiva. Nel caso contrario invece si tratterà di una topologia attiva, dove vi sarà un ripetitore, che ha il compito di rigenerare il segnale. Dal momento che ogni nodo della rete condivide lo stesso segmento, nasce il problema di contesa che potrebbe provocare delle collisioni dei segnali prodotti. Per evitare che ciò si verifichi, è necessario un protocollo che regoli l’accesso al mezzo. In base al collegamento del computer al mezzo si distinguono due tipologie di bus: regolar bus, cioè ogni computer collegato al cavo che costituisce il bus attraverso un cavo più corto; e il local bus, dove ogni apparato di rete è collegato direttamente al cavo attraverso un connettore a “T”.
Nella topologia a stella ogni stazione della rete è connessa ad un concentratore di cablaggio hub che opera in modo da ritrasmettere il segnale proveniente da un computer a tutti gli altri computer della rete. Esistono due tipi di hub: gli hub attivi dove il segnale viene rigenerato svolgendo la funzione di ripetitore; e gli hub passivi che si limitano a smistare i segnali senza alcuna rigenerazione.
Nella topologia ad anello le stazioni sono collegate una in serie all’altra attraverso un cavo chiuso a formare un anello. Il segnale viaggia, nell’anello, in senso orario, attraversando tutte le stazioni collegate. Il limite di questa topologia è che un guasto ad una stazione comporterebbe un decadimento della rete. Per ovviare a questo inconveniente si ricorre a una topologia ad anello cablata a stella, dove le stazioni sono collegate, dal punto di vista logico, ad anello e fisicamente a stella attraverso un concentratore di cablaggio detto MAU. Nel momento in cui un apparato di rete vuole trasmettere dei dati, deve catturare un segnale particolare chiamato token, che circola nell’anello. I dati corredati dell’indirizzo di destinazione vengono accordati al token formando un pacchetto.
Le modalità con cui i dati vengono elaborati da un computer di rete per comunicarli ad un altro apparato sono descritte dal Modello OSI. Esso è un modello standard emanato dall’ISO ed è strutturato secondo un’architettura a livelli, ognuno dei quali espleta determinate funzioni operando in modo da fornire servizi ai livelli superiori. Inoltre il modello è costituito da sette livelli rappresentati secondo la notazione classica da una pila in cui ogni livello è sovrapposto all’altro, partendo da quello più basso fino a quello più alto. L’algoritmo utilizzato da questo modello è l’algoritmo LIFO, dove l’ultima applicazione messa sulla pila è la prima ad essere tolta.
Il primo livello del modello OSI è quello Fisico. Esso ha la competenza della trasmissione e ricezione dei dati sulla rete. Il secondo livello, invece, è quello di Collegamento, cioè quello responsabile del trasferimento dei dati in modo affidabile sulla rete. Il terzo livello è il livello di Rete, responsabile dell’instradamento dei pacchetti. Il quarto è il livello di Trasporto, in cui vengono frazionati i messaggi di elevata capacità. Il quinto è il livello Sessione, che consente di stabilire, gestire e disattivare il collegamento tra due stazioni della rete. Il sesto è il livello di Presentazione, responsabile della sintassi, della compressione, crittografia e formattazione dei dati. Infine, il settimo è il livello di Applicazione, che riguarda i supporti per un processo: esplicativo, quale il trasferimento file; o relativo all’utente finale, cioè l’immagine digitale del dato in considerazione, ad esempio la posta elettronica.
Affinché il computer possa essere collegato in rete è necessario adottare e disporre di alcuni dispositivi hardware, come schede di rete, hub che vanno configurati per rendere possibile la comunicazione sul cablaggio effettuato.
Una scheda di rete, detta anche network adapter, connette il computer al cavo utilizzato, assolvendo il compito di trasmettere e ricevere il segnale necessario per comunicare con gli altri computer della rete. In essa vi è un sito, detto Indirizzo MAC, il quale consente, in ricezione, di identificare un pacchetto, cioè di leggerlo o di scartarlo. L’indirizzo MAC viene anche più propriamente detto indirizzo fisico. Esso infatti consente al livello più basso del modello OSI ( livello fisico) di identificare la scheda di rete e il computer che la contiene.
Lo scambio delle informazioni tra i componenti di una rete è consentito da un insieme di regole standard, cioè dal protocollo di comunicazione. I protocolli agiscono sia ai livelli più alti del modello OSI (tra cui il livello di Trasporto o di Applicazione), sia ai livelli più bassi (ovvero il livello di Collegamento o Fisico).
Nell’ultimo decennio del Novecento, negli strumenti e nelle tecniche della comunicazione è riscontrabile un enorme miglioramento in rapporto alla diffusione della Rete Internet e di tutto quello che a Internet è collegato e da esso è derivato.
Il protocollo più importante e diffuso in ambiente Internet è il protocollo TCP/IP. Esso è un protocollo non proprietario, motivo per cui ha avuto larga diffusione, ed è formato da due protocolli: il TCP, che è un protocollo che lavora a livello di Trasporto; e IP, il quale lavora sul livello di Rete. Su una rete TCP/IP ogni Host è individuato di quattro byte convenzionalmente separati da un punto:
xx.yy.zz.ww
dove xx.yy.zz.ww sono rispettivamente i quattro byte dell’indirizzo (che ha un valore compreso tra 0 e 255).
L’immagine della Terra e il problema della forma
Le immagini della Terra che noi osserviamo, dallo spazio, sono ottenute con nuove e moderne tecniche. Un esempio è il telerilevamento. Con il telerilevamento, le caratteristiche di un oggetto possono essere identificate, analizzate e misurate senza entrare in diretto contatto con esso.
Il telerilevamento studia la radiazione elettromagnetica emessa o riflessa da un oggetto attraverso i sensori remoti, cioè gli strumenti utilizzati per rilevare ed analizzare le radiazioni. I sensori remoti si dividono in sensori passivi e attivi. I primi servono a rilevare la radiazione elettromagnetica emessa o riflessa da fonti naturali, come ad esempio il sole. I sensori attivi, invece, rilevano la risposta riflessa da un oggetto irradiato da una fonte di energia generata artificialmente da loro stessi.
Questi strumenti forniscono informazioni qualitative e quantitative su oggetti posti a molta distanza dal luogo di osservazione. Oggi il telerilevamento comprende tecniche di analisi della radiazione elettromagnetica e dei campi di forze finalizzate ad acquisire e interpretare dati geospaziali presenti sulla superficie terrestre, negli oceani, nell’atmosfera e nell’interno della Terra.
Definire la forma la Terra è sempre stato un problema. Nell’antichità i vari popoli, ma anche alcuni filosofi (come Talete e Anassagora), ritenevano che la terra fosse piatta a forma di tamburo. Pitagora (V sec. a.C.) fu il primo ad ipotizzare che la terra fosse sferica, sia sulla base di osservazioni astronomiche, sia in virtù del fatto che la sfera era considerata la figura geometrica perfetta. A favore di questa tesi solo alcune osservazioni di Aristotele: l’ombra che la terra proietta durante le eclissi è sempre circolare; la linea dell’orizzonte (o orizzonte visivo) è circolare; la comparsa di un oggetto in avvicinamento all’orizzonte inizia dalle parti più alte (se non fosse sferica si vedrebbe arrivare interamente). Infine, con i viaggi di circumnavigazione si verificò la sfericità della Terra.
Solo con Newton si riuscirono a spiegare alcuni fenomeni, come l’aumento del periodo di oscillazione del pendolo (di 2 min e 30 sec) in Guyana (vicino all’equatore) in confronto a Parigi, dove il pendolo era stato tarato secondo l’esperienza dell’astronomo Richer. Così egli ipotizzò che la Terra fosse schiacciata ai poli e rigonfia all’equatore a causa di una forza centrifuga prodotta dal moto di rotazione del pianeta. Secondo Newton questo schiacciamento doveva avere una importante conseguenza: la graduale diminuzione (dai poli all’equatore) dell’accelerazione di gravità g. Questo perché, nella legge che egli stabilì, la forza è inversamente proporzionale ad quadrato della distanza. Inoltre sappiamo, dalla fisica, che il periodo di oscillazione del pendolo dipende non solo dalla lunghezza (l), ma anche dall’accelerazione di gravità (g): infatti il periodo è inversamente proporzionale alla radice quadrata di g. Poiché il pendolo di Richer era il medesimo nei due luoghi, l’aumento di T all’equatore è imputabile solo al fatto che l’accelerazione diminuisce dai poli all’equatore.
Da quando si è capito che la Terra non è perfettamente sferica, si è cercato di rappresentare il nostro pianeta in modo più aderente alla realtà. Si è dapprima immaginato di far ruotare un’ellisse intorno all’asse minore generando un ellissoide di rotazione con due assi: uno polare, minore, e uno equatoriale, maggiore. Ma il limite di questa immagine della terra è che l’equatore non è una circonferenza perfetta, ma un’ellisse. Poiché il raggio equatoriale varia lievemente, di conseguenza la Terra è assimilabile a un ellisse a tre assi (asse polare, asse equatoriale massimo e asse equatoriale minimo). Però nessun solido geometrico riesce a rappresentare le numerose irregolarità della forma della Terra. Per questo i geologi si sono affidati a misurazione (empiriche) di tipo gravimetrico, cioè che rilevano le variazioni della forza di gravità. In questo modo si è definito un solido ideale, il geoide, delimitato da una superficie in ogni suo punto perpendicolare alla direzione del filo a piombo. Il geoide così ottenuto è irregolare, ma molto simile alla realtà ed è, in sostanza, la forma che la Terra assumerebbe se fosse coperta da un unico oceano uniforme. Il geoide è preferibile all’ellissoide come riferimento per indicare dati come l’altitudine, ma presenta caratteristiche tali da non poter essere rappresentato matematicamente. Negli anni si è perfezionato l’ellissoide per rappresentare nel modo migliore possibile la superficie del nostro pianeta: in base ai dati geodetici dell’americano Hayford, l’Unione Internazionale di Geodesia e Geofisica ha introdotto l’ellissoide internazionale come figura di riferimento. Ulteriori modificazioni nelle misure delle dimensioni della Terra hanno definito l’ellissoide astro geodetico, che si discosta dal precedente in modo per noi poco significativo. Il geoide ci permette di affermare che la terra ha una forma lievemente a pera.
Come abbiamo già affermato, il telerilevamento è anche necessario per rilevare dati geospaziali presenti nell’atmosfera.
L’atmosfera è l’involucro gassoso, che copre la superficie terrestre e permette la vita sul nostro pianeta. Esso è formato da una miscela di gas di composizione variabile, contenente anche particelle solide o liquide, cioè rispettivamente il pulviscolo atmosferico e il vapore acqueo. Convenzionalmente si distinguono nell’atmosfera due parti: bassa atmosfera (o omosfera), fino ai 90 km di quota; e alta atmosfera (o eterosfera), al di sopra dei 90 km di quota. La bassa atmosfera ha una composizione chimica costante: ciò è dovuto alla presenza di moti convettivi che provocano il continuo rimescolamento dei gas.
I componenti principali della bassa atmosfera sono: l’azoto, ossigeno, gas nobili, diossido di carbonio, e tracce di idrogeno, ozono e metano. Un componente di grande importanza è il vapore acqueo, la cui concentrazione è molto variabile. Abbondante è anche il pulviscolo atmosferico, cioè un complesso di polveri fini, derivante dall’erosione del suolo, dalle eruzioni vulcaniche etc.
L’alta atmosfera non è chimicamente omogenea, perche i gas che la costituiscono sono stratificati in funzione della loro densità. Tra i 90 e i 200 km di quota prevalgono azoto e ossigeno molecolari, trai 200 e 1100 km i gas leggeri tra cui l’ossigeno allo stato atomico, tra 1100 e 3500 km prevale l’elio e oltre i 3500 km si trova solo idrogeno atomico.
Attualmente si ritiene che l’atmosfera sia costituita di strati sovrapposti di densità decrescente, con temperature e composizione differenti, e delimitati da zone di transizione, le pause, situate a quote variabili in funzione della latitudine e delle stagioni.
Il primo strato dell’omosfera è la troposfera, che si estende dalla superficie terrestre fino a quota media di circa 12 km, il cui limite superiore è chiamato tropopausa: è lo strato più basso e più denso dell’atmosfera e ospita la quasi totalità del vapore acqueo ed è sede delle perturbazioni meteorologiche. Nella troposfera la temperatura diminuisce all’aumentare della quota, secondo un gradiente termico verticale di 0,6° C ogni 100 m. A causa della rotazione terrestre e della temperatura più elevata al suolo, lo spessore della troposfera è maggiore all’equatore che in corrispondenza dei poli. La tropopausa è sede di velocissime correnti d’aria, le correnti a getto, in cui la temperatura tocca il valore minimo.
Il secondo strato è la stratosfera, che si erge tra i 12 e i 60 km di altezza, delimitato superiormente dalla stratopausa. La stratosfera è costituita da gas più rarefatti ma non diversi da quelli presenti nello strato precedente. La temperatura non varia da quella della stratopausa (circa 70° C) fino alla quota di 20 km, poi aumenta con gradiente variabile tra 1° C e 3° C per km di quota. Questo aumento di temperatura è provocato dal processo di formazione dell’ozono (O3) che assorbe le radiazioni solari ultraviolette a maggiore energia. La maggior parte del’ozono è concentrato in uno strato detto ozonosfera, che si sviluppa mediamente tra i 30 e 60 km di quota. Al limite della stratopausa si ha il massimo termico di circa 0° C.
Il terzo strato è la mesosfera (60-90 km), il cui limite è la mesopausa, caratterizzato da una notevole e crescente rarefazione dei gas. Mancano i gas, come l’ozono, che assorbono le radiazioni più energetiche e di conseguenza la temperatura riprende a diminuire. Intorno ai 90 km di quota si trova la mesopausa. Ai confini tra mesosfera e mesopausa si verifica il fenomeno delle nubi nottilucenti, sottili nuvole costituite da polveri fini e cristalli di ghiaccio, che possono essere viste al crepuscolo, in estate. La loro osservazione ha rilevato la presenza di correnti aeree che raggiungono i 300 km/h e che possono avere correlazione sia con le variazioni stagionali di temperatura sia con le variazioni di spessore della mesopausa.
Il quarto strato invece è la termosfera, che termina verso i 500 km con la termopausa, in cui la densità continua a decrescere e le proporzioni tra gli elementi gassosi diventano molto diverse. La temperatura dipende solamente dall’energia solare. Dai calcoli teorici si presume una temperatura all’incirca di 1000° C attorno ai 300 km di altezza. Si tratta, però, di temperatura cinetica, cioè una grandezza che dipende dall’energia cinetica delle particelle di gas. Qui i gas si presentano sotto forma di ioni: ciò è dovuto alla ionizzazione da parte dei raggi cosmici e delle radiazioni solari ad alta frequenza. Questa fascia è detta ionosfera.
Infine, il quinto strato è l’esosfera, che è la parte più esterna dell’atmosfera, dove la temperatura continua a salire, fino a toccare presumibilmente i 2000° C. La densità raggiunge valori minimi, circa un millimiliardesimo di quella a livello del mare. La parte più esterna dell’atmosfera è anche denominata magnetosfera, per evidenziare le interazioni tra particelle ionizzate e il campo magnetico terrestre. I gas ionizzati presenti in quota si dispongono lungo linee di forza del campo magnetico, ma contemporaneamente interagiscono con il vento solare, che li comprime e li spinge nella direzione opposta al sole: ne deriva la caratteristica forma a goccia fortemente asimmetrica della magnetosfera. Le particelle del vento solare, catturate dal campo magnetico terrestre, si concentrano in due zone ad anello, dette fasce di Van Allen, una interna e più stabile a circa 9000 km dalla Terra, e l’altra meno stabile a 22000 km. La prima è composta prevalentemente da protoni, la seconda, invece, da elettroni; entrambe proteggono la Terra dalle radiazioni ionizzanti, pericolose per le forme di vita.
Il nostro “viaggio” sulla Terra, iniziato da uno dei problemi fondamentali quale la forma, passa dall’analisi dell’atmosfera all’analisi dell’interno di essa.
“A tutta prima ritenemmo che potesse trattarsi di rocce magnetizzate, ma tutte le prove geologiche contrastavano con questa ipotesi. E nemmeno un grosso meteorite di nichel e ferro avrebbe potuto dar luogo a un campo magnetico così intenso”2.
Lo studio indiretto dei materiali, che costituiscono l’interno della Terra e della loro distribuzione in profondità, è stato determinato indirettamente grazie all’analisi delle onde sismiche.
Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, si effettuarono numerosi esperimenti atomici nel deserto del Nevada. I risultati sismici, secondari rispetto agli scopi bellici primari, portarono alla definizione della struttura interna della Terra. Lo studio delle onde sismiche, in base alla variazione di velocità, di rifrazione e riflessione di esse, permise di scoprire delle superfici di discontinuità, cioè involucri sferici che separano strati rocciosi concentrici con diverse caratteristiche chimico-fisiche. Vennero anche scoperte le zone d’ombra, ovvero zone in cui per un dato sisma non si registrano onde sismiche.
Essenzialmente nell’interno della terra si possono riscontrare tre discontinuità, cioè la discontinuità di Moho (o di Mohorovicic, nome del geofisico che la ipotizzò), di Gutenberg e di Lehmann, che separano rispettivamente la crosta dal mantello, il mantello dal nucleo e il nucleo esterno dal nucleo interno.
La crosta è formata da materiali individuati attraverso osservazioni dirette e studi di laboratorio. Essa compone lo 0,5% della massa del pianeta, ovvero l’1,4% del volume totale. La diversa profondità a cui si trova la discontinuità di Moho ha permesso ai geofisici di distinguere una crosta più spessa (da 20 a 70 km) che costituisce i continenti, chiamata crosta continentale, e una più sottile (da 6 a 8 km) che forma i fondali oceanici, chiamata crosta oceanica.
La crosta continentale ha una densità media di 2,7 g/cm3: essa è formata da graniti e rocce metamorfiche di composizione acida, per lo strato superficiale; per lo strato sottostante invece la sua composizione è incerta, tendenzialmente formata da granuliti e rocce metamorfiche intermedio- acide. La crosta oceanica, invece, ha una densità media di 3 g/cm3 con una composizione più omogenea composta da uno strato superficiale di sedimenti oceanici, uno strato di basalti con struttura a cuscino e uno strato di gabbri.
La discontinuità di Moho, con una profondità media di 30 km, separa la crosta dal mantello. Il mantello è lo strato di maggiore spessore all’interno del nostro pianeta: esso corrisponde al 67% della massa terrestre e all’83% del suo volume, che si estende fino alla discontinuità di Gutenberg, a 2900 km di profondità. Le condizioni di temperatura e pressione, in accordo con i dati sismici, fanno pensare che il mantello sia composto da rocce ultrabasiche e da silicati di Fe e Mg. All’interno del mantello si individuano due discontinuità minori, a 400 e a 700 metri di profondità, che vengono interpretate come adattamenti alle temperature e alle pressioni, dell’organizzazione degli atomi di Fe, Mg, Si e O in strutture cristalline più semplici, dense e compatte tipiche degli ossidi. A 700 km di profondità si stabilisce il passaggio da mantello superiore a mantello inferiore: sembra infatti che da tale profondità fino a 2900 km non si abbiano ulteriori cambiamenti di composizione mineralogica.
Proseguendo, dopo la discontinuità di Gutenberg si arriva al nucleo. Il nucleo ha un raggio di 3500 km e costituisce il 16% del volume totale della Terra. Attraverso lo studio delle zone d’ombra delle onde sismiche e della discontinuità di Lehmann, ad una profondità media di 5170 km, il nucleo è stato diviso in nucleo esterno, liquido, e in nucleo interno, solido. Si ritiene, in accordo con studi di laboratorio sui materiali sottoposti a passaggio di onde sismiche, che sia costituito da una lega Fe-Ni a cui si aggiungono in quantità minori di Si, K, Mg. Al centro della terra si raggiungono densità molto elevate, dell’ordine dei 10-12 g/cm3. La composizione del nucleo è stata ipotizzata a partire dall’analisi chimica delle meteoriti.
Esiste un’ulteriore suddivisione, che si sovrappone a quella appena descritta, e che prende in considerazione le caratteristiche fisiche e meccaniche dei materiali. Gutenberg individuò, nel mantello, ad una profondità compresa tra i 70 e i 200 km, uno strato a bassa velocità delle onde sismiche. Il rallentamento viene attribuito alla presenza di materiale parzialmente fuso, che forma una sottilissima pellicola attorno a ciascun materiale. Con il contributo di questo lubrificante naturale, la roccia accentua le sue caratteristiche plastiche. Lo strato a bassa velocità, composto da rocce di questo tipo, viene chiamato astenosfera (dal greco asténos = debole). Lo stato sovrastante, con comportamento rigido ed elastico, comprendente la crosta e parte del mantello superiore, viene chiamato litosfera (dal greco líthos = pietra). La parte sottostante l’astenosfera è detta mesosfera. In questo strato, che si estende fino alla discontinuità di Gutenberg, non si hanno variazioni delle caratteristiche fisiche e meccaniche.
Per terminare il nostro “viaggio” sulla Terra non rimane altro da analizzare che il campo magnetico terrestre.
Fin dall’antichità erano ben note le proprietà magnetiche di alcuni materiali. Fu lo scienziato Gilbert a formulare una teoria sulla causa del fenomeno dell’ago della bussola, che si orienta sempre verso Nord, nel trattato “De magnete” (1600): in esso afferma che la Terra stessa è un enorme magnete sferico che genera un campo di forze. Le linee di forza del campo magnetico terrestre vennero descritte dallo scienziato tedesco Friedrich Gauss. Il loro andamento si potrebbe spiegare ipotizzando l’esistenza di un dipolo magnetico inclinato di 11° 30’ rispetto all’asse di rotazione. In realtà la struttura delle linee del campo di forza non è simmetrica, come abbiamo già detto per quanto concerne la magnetosfera.
Per determinare e definire esattamente in ogni punto della superficie terrestre il campo magnetico si richiedono tre parametri: l’intensità, che si misura con appositi strumenti, chiamati magnetometri, e si esprime in gauss (G), un sottomultiplo del tesla (1 T = 104 G), mediamente di 0,5 G; la declinazione magnetica, cioè l’angolo formato dalla direzione del polo Nord magnetico con la direzione del polo Nord geografico, necessario per correggere la direzione letta con la bussola per trovare il polo Nord geografico; l’inclinazione magnetica che si misura con particolari bussole, il cui ago è libero di ruotare in un piano verticale.
L’ipotesi che esista una barra magnetica metallica all’interno della Terra non è plausibile, poiché per tutti i materiali che possono essere magnetizzati esiste una temperatura limite, chiamata punto di Curie, al di sopra della quale essi perdono le loro caratteristiche magnetiche. Per molti materiali il punto di Curie si raggiunge alla temperatura di 500° C. Ciò significa, in accordo con il gradiente geotermico, che già ad una profondità di 20 km è ben difficile ritrovare materiale magnetico.
Il modello dinamico che tuttora vale, con qualche perfezionamento successivo, proposto dai geofisici Bullard e Elsasser nel 1948 è il modello della dinamo ad autoeccitazione. Questo modello si basa sul presupposto che all’interno della Terra esista del materiale conduttore in movimento. Il nucleo esterno, formato da una lega ferro nichel allo stato liquido, potrebbe essere interessato da moti convettivi generati presumibilmente dal calore prodotto dalla radioattività residua del nucleo interno. Se il materiale conduttore si muove attraverso le linee di forza di un campo magnetico, esso genera un campo elettrico indotto, che a sua volta produce un campo magnetico indotto che è in grado di autoalimentarsi. Questa teoria però ha un punto debole: non riesce a spiegare la genesi del campo magnetico iniziale, che produrrebbe le correnti elettriche responsabili dell’avviamento del meccanismo. Si ritiene che il campo magnetico preesistente possa essere stato generato da correnti elettriche spontanee e casuali, originate tra mantello e nucleo, a causa della diversa conduttività dei materiali costituenti. Un’altra ipotesi è che il campo magnetico iniziale possa essersi prodotto a causa dell’interazione della terra con campi magnetici casuali, probabilmente di origine solare, quando già si erano innescati i moti convettivi nel nucleo esterno.

I magneti modificano l’immagine
Finora abbiamo illustrato come l’uomo modifica la sua immagine, la sua identità in base alle circostanze in cui si trova. Ora vogliamo capire quali fenomeni fanno modificare le immagini digitali. A volte ci è capitato di avvicinare un magnete vicino allo schermo del televisore. Cosa succede? Improvvisamente l’immagine viene alterata, cambia colore, diventa non identificabile.
Le immagini del televisore sono prodotte da un fascio di elettroni che, urtando lo schermo, fanno emettere luce alle sostanze fosforescenti che lo ricoprono. Gli elettroni sono emessi da un filamento incandescente (catodo) e viaggiano all’interno di un tubo (tubo catodico) fino a raggiungere lo schermo.
Le loro traiettorie possono essere modificate da campi elettrici e magnetici che vanno ad alterare l’immagine trasmessa dalla rete trasmissiva.
Se noi andiamo a modificare l’intensità del campo elettrico che agisce sulla deflessione del fascio di elettroni, essi allargheranno o restringeranno la regione dello schermo su cui urtano.
Ciò si verifica anche se avviciniamo un magnete, il quale esercita una forza sul fascio di elettroni in movimento: gli elettroni in moto nel tubo catodico modificheranno la loro traiettoria e deformeranno così l’immagine.
Già ai tempi del greco Talete era noto che un minerale di ferro, la magnetite, aveva la proprietà di attirare la limatura di ferro. Anche se una sbarretta di acciaio non attrae la limatura, potrebbe essere in grado di acquisire questa proprietà se la mettiamo in contatto con un pezzo di magnetite. Questo fenomeno si chiama magnetizzazione. Attraverso questo fenomeno la sbarretta di acciaio è diventata un magnete artificiale o una calamita. I suoi estremi sono chiamati poli magnetici.
Non tutte le sostanze hanno la capacità di magnetizzarsi. È una caratteristica di alcune sostanze come ferro, acciaio, cobalto, nichel e le loro leghe che prendono tutte il nome di sostanze ferromagnetiche. I magneti che si usano correntemente possono assumere diverse forme: dalle calamite rettilinee a quelle a ferro di cavallo. Si usano anche aghi magnetici, costituiti da una lamina di acciaio capace di ruotare intorno ad un perno verticale passante per il suo centro di gravità.
Se si avvicina una calamita rettilinea ad un ago magnetico, si osserva che la prima esercita sull’ago delle forze tali da farlo ruotare intorno al perno. Si dice che la calamita rettilinea genera nello spazio circostante un campo di forza (un campo vettoriale), che chiamiamo campo magnetico. L’ago subisce una forza perche sente l’azione del campo magnetico generato dalla calamita.
Inoltre, se avviciniamo uno stesso polo di una calamita prima a un polo poi all’altro polo della seconda, in un caso si ha l’attrazione, mentre nell’altro si ha una forza repulsiva. Ciò significa che i poli di una calamita sono zone che si comportano come centri di forze magnetiche.
Per riconoscere se in una certa regione di spazio vi è un campo magnetico, basta vedere se su un magnete posto in quella regione agisce una forza. In particolare come magnete di prova si può usare un piccolo ago magnetico. Se si pone, per esempio, l’ago di prova vicino a uno dei due poli di una calamita, si osserva che esso ruota, fino a fermarsi, in una certa direzione. Anche se lo allontaniamo da questa posizione di equilibrio, vi ritorna rapidamente dopo aver eseguito alcune oscillazioni. Quindi questa direzione è la direzione del campo magnetico nel punto dove è stato posto l’ago. L’ago magnetico di prova, se isolato, si orienta in tutti i punti della terra, sempre in una determinata direzione. Ciò mostra che nelle vicinanze della terra esiste un campo magnetico terrestre. In ogni punto di questo campo, l’ago magnetico di prova orienta sempre lo stesso estremo verso una località posta nelle vicinanze del polo Nord geografico, detto polo Nord magnetico, e l’altro estremo verso il polo Sud magnetico (situato nelle vicinanze del polo Sud geografico). Per convenzione si chiama polo Nord di un magnete l’estremo che si rivolse al polo Nord magnetico della terra e polo Sud l’altro estremo.
Le linee di campo magnetico, che forniscono una rappresentazione intuitiva di questo campo vettoriale, possono essere costruite prendendo in considerazione un piccolo ago di prova. Spostando il centro di gravità dell’ago, in equilibrio lungo la direzione dello stesso di un tratto Δs molto piccolo, facendolo tornare in posizione di equilibrio e ripetendo questo procedimento, arriviamo a costruire una spezzata poligonale. Rendendo Δs sempre più piccolo, la spezzata si riduce a una linea continua orientata, la quale rappresenta una linea di quel campo magnetico.
Il campo magnetico assomiglia per diversi aspetti al campo elettrico. Entrambi sono campi vettoriali e, in quanto tali, possono essere rappresentati dalle linee di campo. Per il campo elettrico, per tracciare le linee di campo, si utilizza una carica di prova, mentre nel campo magnetico un ago di prova. La somiglianza non va oltre: infatti, mentre le cariche positive possono essere separate da quelle negative, è impossibile isolare i poli magnetici. Ovvero se si spezza una calamita in due parti, ciascuna di queste è, a sua volta, una calamita completa. Questa impossibilità di ottenere un polo magnetico isolato (o monopòlo magnetico) è uno dei fenomeni più importanti e caratteristici del magnetismo.
Nel 1820 il fisico olandese Oersted scoprì un legame inaspettato tra fenomeni elettrici e fenomeni magnetici. Egli realizzò un circuito collegando una batteria e un interruttore con il filo conduttore ben teso, disposto lungo la direzione nord- sud fissata dai poli geografici. Sotto il filo mise un ago magnetico, che spontaneamente si orientava nella stessa direzione. Da questa esperienza il fisico Oersted concluse che una corrente elettrica genera nello spazio circostante un campo magnetico. Per poter individuare il verso del campo magnetico generato da una corrente elettrica, si ricorre alla regola della mano destra, cioè si dirige il pollice della mano destra nel verso della corrente, le dita si chiudono intorno al filo nel verso della corrente.
Un’altra esperienza compiuta dal fisico Faraday mette in evidenza che un conduttore, percorso da corrente, subisce una forza quando si trova immerso in un campo magnetico. L’esperienza consiste nel far passare tra i poli di un magnete un filo rigido, tenuto sospeso da un’intelaiatura isolante, collegato a una batteria e a un interruttore. Quando si chiude il circuito, il filo immerso nel campo magnetico subisce una forza che lo spinge verso il basso. Quindi il campo magnetico è in grado di esercitare delle forze non soltanto sui magneti, ma anche sui conduttori percorsi da correnti elettriche.
Una terza esperienza, che mette in risalto le relazioni tra il campo elettrico e il campo magnetico, è l’esperienza di Ampere. Dalle due esperienze precedenti si deduce che tra due correnti deve esistere una forza. Infatti, il campo magnetico generato da ciascuna di esse esercita una forza sull’altra. Ampere osservò che due fili rettilinei e paralleli si attraggono, se sono attraversati da correnti che hanno lo stesso verso e si respingono, se hanno versi contrari. Misurando la forza che ciascun filo esercita su un tratto lungo l dell’altro, si verifica che essa dipende dalla distanza d tra i due fili e dalle correnti i1 e i2 che li attraversano secondo la relazione:
F = k .
dove k è una costante. Nel SI è abituale porre
K = .
Dove μ0 è una nuova costante di permeabilità magnetica nel vuoto il cui valore numerico è posto per definizione di Ampere, esattamente uguale 4π x 10-7 N/A2.
F = .
Il fatto di aver fissato un valore di μ0 permette di definire l’unità di misura dell’intensità di corrente nel Sistema Internazionale. Più precisamente 1 A è l’intensità di corrente che, circolando in fili rettilinei molto lunghi, paralleli e posti alla distanza di 1 m, esercita una forza di 2 x 10-7 N su un tratto di filo lungo 1 m.
I risultati di queste tre esperienze mostrano che le correnti producono campi magnetici e ne risentono l’azione. Esse mettono in evidenza l’intima correlazione che esiste tra fenomeni elettrici e fenomeni magnetici.
L’analogia che intercorre tra un magnete e le cariche elettriche deriva dalla composizione chimica del magnete in questione. Infatti, se consideriamo una sbarretta di ferro, al suo interno vi sono cariche in moto: dentro gli atomi, gli elettroni sono in continua rapida rotazione intorno al nucleo. Un atomo può essere considerato come un circuito percorso da corrente, il quale può generare nello spazio un debolissimo campo magnetico. Poiché gli atomi di un pezzo di ferro non magnetizzato sono orientati in tutti i modi possibili, i piccoli campi magnetici da essi generati danno una risultante nulla. Quando invece si magnetizza un pezzo di ferro, la maggior parte dei suoi atomi si orienta in una ben determinata direzione e si compone vettorialmente, dando luogo al campo magnetico della calamita. La tendenza dei campi magnetici atomici, provocata da un campo magnetico esterno, si chiama polarizzazione magnetica. Quindi il campo magnetico generato da un magnete ha origine da una moltitudine di piccolissime correnti elettriche esistenti nel suo interno.
Consideriamo ora una componente del campo magnetico che abbiamo trascurato: l’intensità. Se consideriamo un campo magnetico uniforme e un filo conduttore di lunghezza l, la forza esercitata dal campo magnetico sul filo conduttore percorso da corrente sarà direttamente proporzionale alla lunghezza del filo conduttore che sia all’intensità i. Quindi in formula:
F = B i l
dove B è il fattore che, moltiplicato per i e per l, consente di ottenere l’intensità della forza.
Il valore B che cambia da punto a punto dipende dalle caratteristiche del campo magnetico. Possiamo interpretare B come una quantità che è numericamente uguale alla forza che subirebbe un filo di lunghezza unitaria attraversato da corrente unitaria collocato perpendicolarmente alle linee del campo.
Per analogia con la definizione di campo elettrico, definiamo B come l’intensità del campo magnetico in un punto dello spazio.
B = .
dove F è la forza che subisce il filo di lunghezza l attraversato dalla corrente i.
L’unità di misura di B nel Sistema Internazionale è il tesla:
1 T = ____ .

Spesso per semplicità si parla di campo magnetico B in un punto, anziché della intensità del campo magnetico in quel punto.
Nel caso in cui il filo conduttore non è perpendicolare alle linee di campo, la forza F risulterà un vettore di direzione perpendicolare al vettore B e alla direzione della corrente, mentre il verso si otterrà con la regola della mano destra, cioè si apre la mano destra e si ruota in modo tale che il pollice sia diretto nel verso della corrente e le altre dita indichino la direzione e verso di B. La forza che agisce sul conduttore esce perpendicolarmente dal palmo della mano.
F = i l x B
dove l è un vettore che ha la direzione del filo rettilineo, il verso è quello della corrente e il modulo pari alla lunghezza del conduttore.
Il modulo della forza sarà pari a:
F = Bil senά
dodove ά è l’angolo compreso tra l e B.
Abbiamo visto che, nell’esperienza di Ampere, i due fili conduttori paralleli percorsi da corrente si attraggono o si respingono a seconda che la corrente circoli nello stesso verso o in versi opposti. Consideriamo il primo caso, in cui i versi delle correnti sono gli stessi.

Il filo 1 è immerso nel campo magnetico B2 generato dal filo 2, le cui linee di campo sono perpendicolari alla corrente i1. La forza F1 che subisce ogni tratto lungo l del filo 1, da parte del campo magnetico B2 è:
F1 = B2i1l
ed è diretta verso il filo 2. Lo stesso ragionamento si può ripetere per il filo 2, che è immerso nel campo magnetico generato dal filo 1. Risulta cosi che i due fili si attraggono.
Dalla stessa esperienza sappiamo che la forza dipende dalla distanza a cui si trovano. Per il filo di un tratto lungo l del filo1, posto a distanza d dal filo 2, è data da:
F1 = ___ _____
Eguagliando questa formula con la precedente otteniamo che:
B = ____ _____

Ciò significa che il campo magnetico di un conduttore rettilineo è direttamente proporzionale alla intensità di corrente che lo attraversa e diminuisce in modo inversamente proporzionale alla distanza dal filo.
All’interno del filo percorso da corrente elettrica, gli elettroni di conduzione hanno un moto lento e collettivo nel verso in cui il potenziale cresce. La forza del campo magnetico sul filo è pari alla somma vettoriale delle forze che lo stesso campo magnetico esercita sui singoli elettroni in movimento. La forza che agisce è
F = B┴il
Su di un tratto di filo lungo l possiamo ricavare la forza che agisce su un singolo elettrone. Per poterla calcolare dobbiamo dividere la formula precedente per il numero degli elettroni. Questo sarà pari al numero di elettroni contenuto in un’unità di volume per il volume del filo. Supponiamo di avere un filo lungo l e di sezione A e che ogni elettrone si muove di velocità media v. Nel tratto che stiamo considerando vi sono nAl elettroni di conduzione. Sapendo che l’intensità in relazione alla velocità media degli elettroni è i = enAv possiamo dire, dopo gli opportuni calcoli, che la
F elettrone =evB┴
F elettrone = ev x B
Questa formula mostra che il modulo della forza che il campo magnetico esercita su ciascun elettrone di conduzione è direttamente proporzionale alla carica di questa particella, alla sua velocità e alla componente del campo magnetico perpendicolare al filo.
Possiamo generalizzare la formula precedente estendendola ad una carica q qualsiasi che si muove con velocità v in un campo magnetico B. La forza che essa subisce è uguale a
Fq =qvB┴
Fq = qv x B
Questa forza è chiamata Forza di Lorentz. Questa è la forza esercitata dal campo magnetico su una carica in moto.
La forza di Lorentz va a modificare la direzione, ma non il modulo della velocità con cui si muove la carica. Infatti, la forza di Lorentz è perpendicolare sia al piano individuato da v e da B, sia allo spostamento della carica. Ciò implica che il vettore forza sarà perpendicolare al vettore spostamento e quindi il lavoro sarà W = 0. Di conseguenza ∆k = 0 e quindi Kf= ki, ovvero la velocità risulterà costante in modulo.
Analizziamo ora le proprietà generali del campo magnetico B. Esse sono il flusso attraverso una superficie chiusa e la circuitazione.
Il flusso del campo magnetico B attraverso una superficie piana è per definizione Φ s (B) = B .S. Consideriamo un filo conduttore e focalizziamo la nostra attenzione su una superficie chiusa cilindrica ∑ con raggio arbitrario e avente come asse il filo. Possiamo considerare il Flusso come la somma di tre componenti: due formate dalle basi del cilindro e l’altra dalla superficie laterale.
Per poter calcolare il Flusso della superficie laterale, si divide in n parti la superficie tale da considerare ∆si una superficie piana. Φsl(B) =0 perché il vettore B è perpendicolare al vettore S. Per lo stesso motivo il Flusso del campo magnetico attraverso le superfici di base è nullo. Quindi il Φ∑(B) = 0.
Per il teorema di Gauss il flusso del campo magnetico attraverso una qualsiasi superficie chiusa è pari a zero. L’unita di misura del Flusso è il Weber = 1T m2.
Consideriamo una linea di forza del campo magnetico generato dal filo conduttore chiamata L. Dividiamo la circonferenza in n parti tali che ciascun tratto di L sia rettilineo
Per definizione La circuitazione del campo magnetico attraverso la linea chiusa L è:
ΓL(B) = ∑ Bi ∆Li = B1 ∆L1 + B2 ∆L2 + B3 ∆L3 +… + Bn ∆Ln
Sapendo che B è parallelo a ∆L e quindi Bi ∆Li = Bi ∆Li. Inoltre sapendo che B1 = B2 = B3 =…=Bn
ΓL(B) = B ∑ ∆Li =B (L1+ L2+ L3+…+ Ln) = B 2πr
Sapendo che:
B = ____ _____
ΓL(B) = μ0 i
Consideriamo una linea chiusa L posta sul piano tra i due fili avente come centro il punto medio dei due fili:
B= B1 + B2
ΓL(B) = ∑ Bi ∆Li
ΓL(B) = ΓL(B1) + ΓL(B2) = μ0 i1 + μ0 i2 = μ0 ( i1+ i2)
ΓL(B)= μ0 ∑ ik
Quest’ultima formula è chiamata Teorema di Ampere. Esso afferma che la circuitazione del campo magnetico attraverso una linea chiusa è proporzionale e pari alla somma algebrica delle correnti concatenate.
Le sostanze si dividono dal punto di vista magnetico in: Ferromagnetiche, Diamagnetiche e Paramagnetiche. Le prime sostanze sono quei materiali, come ferro e nichel, che poste insieme ad una calamita o immerse in un campo magnetico vengono magnetizzate e sono attratte da un campo magnetico esterno. Le materie diamagnetiche sono quelle sostanze, come acqua, argento e rame, che vengono respinte dal campo magnetico esterno. Infine le sostanze paramagnetiche sono quelle sostanze che, immerse in un campo magnetico esterno, sono debolmente attratte: ad esse appartengono aria e alluminio.
Quando riusciamo a creare una corrente senza l’utilizzo, nel circuito, di generatori di corrente, come batterie, pile o altri dispositivi in genere, possiamo dire che abbiamo generato delle correnti indotte. Il fenomeno da cui nascono le correnti indotte si chiama induzione elettromagnetica. Le correnti indotte, nella maggior parte dei casi, si generano da una variazione del campo magnetico, provocato ad esempio da una calamita oppure da un altro circuito induttore. Queste correnti indotte sono generate in particolare da una variazione del flusso del campo magnetico.

Conclusioni
IL tema, molto attuale, analizzato in questa tesina d’approfondimento, ha reso possibile la scoperta di uno scenario invisibile, in campo umanistico, del nostro essere persona. Abbiamo visto come è essenziale l’importanza di dare o di esaltare un’immagine del proprio io, nella vita quotidiana. Diventiamo attori a tempo pieno. Ci disegniamo quella maschera che trasforma i peggior difetti in pregi. Questa maschera ci rende più forti, sicuri e ci da’ la forza di affrontare le controversie della vita.
Anche nelle materie scientifiche abbiamo riscontrato l’importanza dell’immagine. Un esempio, in matematica è importante dare un’immagine alle funzioni. Dal grafico possiamo capire l’andamento, la continuità etc. Anche in geografia astronomica l’immagine della terra, rilevata con le moderne tecniche di telerilevamento dallo spazio, fornisce molti dati utili all’uomo.
Siamo giunti, ormai, alla fine di un faticoso ma bellissimo viaggio: è ora di prendere il largo! Senza prima, però, ringraziare tutti coloro che ci hanno guidato in questi cinque anni, i professori. Essi ci hanno fornito le basi per prendere il largo nel mare della vita.
Bibliografia
Baldi G., Giusto S., Razzetti M., Zaccaria G., Dal testo alla storia dalla storia al testo, edizione modulare, Paravia, 2002.
Delaney D., Ward C., Rho Fiorina C., Fields of vision, Longmann, 2005
Giardina A., Sabbatucci G., Vidotto V., Profili storici. Dal 1900 ad oggi, Edizioni Laterza, maggio 2005.
Abbagnano N., Fornero G., Itinerari di filosofia. Protagonisti, testi, temi e laboratori. Da Schopenhauer alle teorie novecentesche sulla politica, Paravia, 2005.
Dodero P., Baroncini P., Manfredi R., Nuovi elementi di matematica, volume c, Ghisetti e Corvi Editori, 2000.
Langella L., Giuliano G., Pojana G., Scaccianoce R., Informatica e Sistemi Automatici 2, Calderini, 2004.
Crippa M., Fiorani M., Geografia generale, Arnoldo Mondadori Scuola, 2007.
Amaldi U., Fisica: idee e sperimenti. Dal pendolo ai quark, volume terzo, Zanichelli, 2005.

Siti internet
www.wikipedia.it
www.studenti.it
Indice
Prefazione…………………………………………………………………………………………………
Mappa Concettuale…………………………………………………………………………………...
Italiano:
Il volto e la maschera…………………………………………………………………...……
La difficoltà di vivere…………………………………………………………………………
La malattia del mondo……………………………………………….………………………
La vita esibita……………………………………………………………………………………
L’immagine alogica……………………………………………………………………………
Inglese:
The importance of being Earnest……………………………………………………….
1984…………………………………………………………………………………………………
Storia:
La propaganda nei regimi totalitari……………………………………………………
Filosofia:
La distruzione dell’immagine dell’uomo:la creazione dell’oltreuomo…..
Matematica:
L’immagine grafica di una funzione matematica…………………………………
Informatica:
La comunicazione come mezzo di esaltazione dell’immagine………………
Geografia Astronomica:
L’immagine della terra e il problema della forma………………………………..
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Fisica:
I magneti modificano l’immagine……………………………………………………….
Conclusioni………………………………………………………………………………………………...
Bibliografia…………………………………………………………………………………………………
Siti Internet………………………………………………………………………………………………..
Indice…………………………………………………………………………………………………………

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1 Ecce homo, Nietzsche, 1888.
2 Arthur C. Clarke, Odissea nello spazio, 2001
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Esempio



  


  1. di tommaso maria rita

    sto cercando la mappa concettuale "premi nobel" o quella "il progresso nell'ottocento" esame terza media.


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