Il fu Mattia Pascal

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

Il fu Mattia Pascal di L. Pirandello

La struttura del romanzo
Scritto tra il 1903 e il 1904, il romanzo presenta alcune novità di rilievo. Se a prima vista parrebbe un romanzo di formazione, in cui il protagonista [fatta eccezione per i due capitoli iniziali in cui si assiste alla premessa della vicenda] parte da una condizione di incoscienza adolescenziale e giunge ad una maggior consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda; proprio alla fine ci si rende conto di come Mattia sia tutt’altro che inserito in un contesto sociale, recluso per sua propria volontà nella piccola biblioteca di Miragno egli assiste passivamente alla sua non-vita. Si potrebbe dunque asserire che l’opera pirandelliana appartiene sì al genere del romanzo di formazione, ma alla rovescia, dove il protagonista della vicenda è un fallito, un “vinto”; termine che riecheggia nel panorama della letteratura italiana, ma che ben si distacca da “I vinti” verghiani e dal romanzo ottocentesco. La differenza tra i due sta nell’analisi minuziosa della psicologia dei personaggi pirandelliani, questi, come quelli del Verga, sono dei vinti, ma, a differenza dei primi, non sono dei rassegnati al loro destino, ma soggetti pronti alla ribellione, perché le loro non sono e non devono essere “…storie di vermucci…”. D’altra parte, “Il fu Mattia Pascal”, può essere letto anche come romanzo d’avventura. Molti sono i colpi di scena, le peripezie, le svolte inaspettate; ma lasciamo da parte il genere e passiamo oltre. Novità strutturale principale de “Il fu Mattia Pascal” è quella di essere una narrazione retrospettiva in prima persona, che, cioè, comincia a vicenda conclusa. Il fatto di dover ripercorrere la vicenda a ritroso porta ad analizzare un’altra delle tante novità della struttura narrativa. Il narratore, protagonista, è del tutto cosciente dell’esito della vicenda, del proprio fallimento, da cui deriva la posizione straniata, perfettamente lucida con la quale egli giudica e non cerca di porre rimedio al proprio operato. Ancora una volta, dopo la lettura de “Avvertenze sugli scrupoli della fantasia” possiamo sottolineare la novità strutturale del romanzo, quella di mettere in dubbio la verità e la naturalezza della narrazione, inducendo il lettore alla riflessione. Contrariamente al narratore ottocentesco che intende persuadere il lettore di star narrando la verità, quello pirandelliano non crede più in alcuna verità, neppure alla sua, ormai ha rinunciato a cercare un nesso tra le vicende occorsegli, “…voler estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre…”. Nonostante tutte queste differenze, e la critica stessa che Pirandello muove, attraverso le parole di Pascal, nella Premessa seconda riguardo alla letteratura precedente, l’autore non abbandona il meccanismo del romanzo tradizionale, ne modifica però la struttura dandogli un aspetto del tutto nuovo; l’apparato tradizionale resta, ma non è più integro, i motivi elaborati da Pirandello, sono tipici del genere: amore, eroe/antieroe, suicidio, ritorno, riconoscimento, viaggio ecc.; ma ci vengono presentati in modo diverso, il fatto è che Pirandello, mostra di maneggiare con spregiudicatezza figure e tecniche proprie della tradizione.

Funzione del narratore e punto di vista
Una delle novità presentate dall’opera pirandelliana è proprio quella del narratore, un narratore in prima persona, omodiegetico, che racconta da sé i fatti di cui è stato protagonista e testimone. Narratore che a sua volta si scinde in due differenti personaggi: Mattia Pascal e Adriano Meis. Riesce molto difficile immedesimarsi nel racconto di Mattia-Adriano, nonostante egli sia ormai completamente estraneo alla vicenda narrata, resta pur sempre la sua una visione estremamente soggettiva e limitata della realtà. Il suo, un lungo soliloquio, che forse anticipa già la predisposizione al teatro dell’autore, è il discorso di un io che vuole affermare la propria carica vitale, ricco di interiezioni, esclamazioni, domande retoriche, che al tempo stesso lo rendono vittima di un destino che lo sovrasta e lo schiaccia. Di cui non sa liberarsi se non fuori dal mondo.

Il personaggio di Mattia, dalla autopresentazione dei primi capitoli a quelli conclusivi, evidenziandone eventuali trasformazioni
Pirandello riserva una particolare attenzione alla descrizione dei suoi personaggi, così anche per il personaggio protagonista del suo romanzo attua un’analisi minuziosa della psicologia, scavandone nel profondo dell’io; sviluppando un’attenta meditazione, che tende ad andare oltre le apparenze per penetrare nella condizione più intima della vita dell’uomo. Mattia Pascal è l’incarnazione della crisi dell’io, di un personaggio alla continua ricerca di una vera identità; che presenta indubbiamente innumerevoli facce:
- adolescente vitale e spensierato: proviene da una famiglia un tempo benestante, poi caduta in rovina dopo la morte del padre. Prova per la madre un forte affetto nonché grande rispetto, mentre, non ricorda quasi nulla del padre, morto quando lui era ancora troppo giovane [aveva solo quattro anni e mezzo] o comunque sempre troppo impegnato [in lunghi viaggi] per aver lasciato una traccia consistente nella sua fanciullezza. Ha un fratello di due anni maggiore, Roberto, attento alla propria immagine e alla propria eleganza; ed un amico, Pomino, il suo miglior amico, che tenta ogni volta di stupire sfoggiando atteggiamenti non sempre lodevoli, “…io avevo con lui più pazienza, perché volentieri pigliavo a godermelo. Riconoscevo di aver ecceduto per causa sua in qualche impresa, o sforzato la mia natura o esagerato la dimostrazione de’ miei sentimenti per il gusto di stordirlo o di cacciarlo in qualche impiccio, di cui naturalmente soffrivo anch’io le conseguenze…”. Mattia ha un viso placido e stizzoso e indossa un paio di occhiali rotondi per correggere lo strabismo di un occhio. Non è molto soddisfatto di sé: “…doveva essere la mia faccia placida e stizzosa e quei grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzarmi un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto suo, altrove. Eran per me, quegli occhiali, un vero martirio. A un certo punto, li buttai via e lasciai libero l’occhio di guardare dove gli piacesse meglio. Tanto, se dritto, quest’occhio non mi avrebbe fatto più bello…a diciott’anni m’invase la faccia un barbone rossastro e ricciuto, a scapito del naso piuttosto piccolo, che si trovò come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e greve…”.
- adulto frustrato dall’inferno familiare e impiegatizio: se nella sua adolescenza andavano delineandosi i tratti di un imminente catastrofe finanziaria, costretto al matrimonio con Romilda, la sua posizione non fa che aggravarsi; la vedova Pescatore diventa sempre più malvagia ed egli, grazie al Malagna, rischia di perdere anche l’ultimo dei terreni rimastogli [quello della Stìa] e si trova costretto a cercare un’occupazione, che tarda a trovare, per non vivere della dote della moglie e della pensione della suocera, “…ero inetto a tutto; e la fama che m’ero fatta con le mie imprese giovanili e la mia scioperataggine non invogliava certo nessuno a darmi da lavorare...". Grazie all’aiuto del suo amico d’infanzia, Pomino, riesce a trovare lavoro presso la biblioteca del paese. In questo periodo della sua vita, Pascal, limita il proprio dramma alle pene della miseria e di un matrimonio infelice, e sogna continuamente di evadere [Non potrebbe, in questa fase, somigliare alla Madame Bovary, mutata di sesso e residente in un piccolo paese sulla costa ligure, dell’omonimo romanzo di Flaubert?!] ma è proprio in quella biblioteca deserta e polverosa [gli abitanti del paese a stento sapevano della sua esistenza] che Mattia inizia a leggere libri di filosofia e a riflettere sulla sua condizione, sulla sua inettitudine, sulla sua misera esistenza e sul fallimento di ogni tentativo per renderla migliore, “…così venne a maturazione l’anima mia, ancora acerba. In poco tempo, divenni un altro da quel che ero prima…”. Mattia è colui che non partecipa attivamente alla vita, ma si lascia vivere, assistendo da spettatore alle vicende che lo riguardano. Egli stesso lo ripete più volte: “…sono inetto a tutto…”. Questo suo atteggiamento nei confronti della vita lo rende incapace di prendere grandi decisioni coll’inevitabile conseguenza di cercare di definire sé stesso senza mai riuscirci. La prima presa di coscienza avviene in ambito famigliare, Mattia appare prigioniero degli eventi. Sente il limite di ciò che lo circonda, della società in cui vive e coglie l’occasione per fuggire da quel calvario che da troppo tempo è costretto a sopportare silenziosamente; “…dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie…non sapendo più resistere alla noja, anzi allo schifo di vivere a quel modo; miserabile, senza né probabilità né speranza di miglioramento,…senza alcun compenso, anche minimo, all’amarezza, allo squallore, all’orribile desolazione in cui ero piombato; per una risoluzione quasi improvvisa, ero fuggito dal paese, a piedi…”.
- ribelle fuggitivo: nel capitolo VI il protagonista fugge alla squallida realtà familiare in cui si sentiva imprigionato, verso l’America. Ma una non voluta tappa a Montecarlo lo rende partecipe di una vincita prodigiosa. Ormai ricco, decisosi a ritornare al suo paese per alleviare le sofferenze della famiglia, sul treno di ritorno per Miragno, apprende di essere…morto suicida. Ed è proprio in queste pagine che emerge una nuova faccia di Mattia, quella dell’eroe privo di volontà, di risolutezza [cfr. Amleto] che invece di agire e affrontare gli eventi preferisce scegliere la via più illogica, quella di morire e rinascere. “…avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta dalla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto…mi sentivo paurosamente sciolti dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte…”.
- Adriano Meis: con la sua decisione di morire, Mattia, tenta di sfuggire per sempre alle tirannie sociali, alla legge, allo stato civile, conducendo una vita di viaggi, uomo ormai privo di nome e libero da qualsivoglia convenzione. Ed è in questa atmosfera che muore Mattia e nasce Adriano Meis, uomo senza alcun passato al quale però è data l’opportunità di costruirsi un futuro, “…ero solo ormai, e più solo di com’ero io non avrei potuto essere sulla terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacere mio…stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino…”. Adriano-Mattia si sente improvvisamente libero, felice, “…io ero invaso e sollevato come da una fresca letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile del mio nuovo io. Intanto l’anima mi tumultuava nella gioja di quella nuova libertà…”, però non ancora soddisfatto, perché Adriano vuole essere solo Adriano e non Adriano-Mattia e così si sbarba, cambia occhiali…tenta di cambiare il proprio carattere; “…avevo già effettuato da capo a piedi la mia trasformazione esteriore: tutto sbarbato, con un pojo di occhiali azzurri chiari e coi capelli lunghi, scomposti artisticamente: parevo proprio un altro!…”. Purtroppo non riuscirà mai a raggiungere i suoi fini; in lui è sempre viva l’immagine di Mattia Pascal e questo esprime in modo drammatico l’incapacità del protagonista di coincidere con sé stesso [cfr. …e la sua ombra]. Adriano rifiuta e calpesta l’ombra del suo corpo in quanto materializzazione dell’anima di Mattia Pascal, “…ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla Stìa: la sua ombra per le vie di Roma. Ma aveva un cuore, quell’ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell’ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch’era la testa di un’ombra, e non l’ombra di una testa,,,”, quell’individuo che ha sempre cercato di cancellare [operazione all’occhio] ma che la cui continua presenza impedisce l’affermarsi della sua nuova identità e ne svela anzi l’inconsistenza. Egli non è altro che uno spettro tra gli uomini; ma ad un tratto si innamora, si affeziona a persone che vorrebbe difendere dalla tirannia di altri, ritorna insomma tra gli uomini, in veste di uomo, ma la mancanza di un’identità gli impedisce la vita; “…m’allontanai, considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza dubbio, quella libertà così sconfinata, ma anche un tantino tiranna…io potevo avere solamente relazioni superficiali, permettermi solo co’ miei simili un breve scambio di parole aliene…libero! – dicevo ancora; ma già cominciavo a penetrare il senso e a misurare i confini di questa mia libertà…io, senza aver commesso cattive azioni, senz’aver fatto male a nessuno, dovevo guardarmi così, davanti e dietro, timoroso e sospettoso, come se avessi perduto il diritto di essere lasciato in pace…”. Ed allora, Adriano, non può far altro che tornare ad essere Mattia.
- Il fu Mattia Pascal: alla fine Mattia fa ritorno a Miragno, ed ancora una volta è sottolineata l’incapacità del protagonista di trovarsi in sintonia con sé stesso. Mattia vorrebbe tornare ad essere Mattia, ma l’occhio, non più strabico, ormai reso normale dall’operazione, glielo impedisce; “…nessuno mi riconosceva? Eppure ero ormai tal quale: tutti, vedendomi, avrebbero potuto almeno pensare: “Ma guarda quel forestiero là, come somiglia al povero Mattia Pascal! Se avesse l’occhio un po’ storto, si direbbe proprio lui”. Ma che! Nessuno mi riconosceva, perché nessuno pensava più a me…”. Sì, nessuno lo riconosce e, ora, non gli resta altro da fare che narrare la sua strana storia, da spettatore, ormai totalmente estraneo alla vita.

Cap. X. Ripercorrendo il dialogo di Mattia-Adriano e Paleari ricostruisci ciò che questi pensa:
In seguito alla lettura di un passo del Finot, ha inizio, tra Mattia-Adriano e il Paleari una lunga disquisizione sull’anima, la natura, l’aldilà…

a) dell’anima
Anselmo Paleari è fermamente convinto della materialità dell’anima, essa non è altro che materia, ma non come l’unghia, come il dente, come il pelo, semmai come l’etere. Ne più ne meno, l’anima, così come il corpo è destinata ad affievolirsi non appena uno dei due mostri segni di cedimento; “…ora se il cervello si guasta, per forza l’anima s’appalesa scema, o matta, o che so io. Vuol dire che, se il sonatore avrà rotto, non per disgrazia, ma per inavvertenza o per volontà lo strumento, pagherà: chi rompe paga: si paga tutto, si paga…”. Ma non è assolutamente destinata a trasformarsi in vermi dopo la sua morte: “…diventerà verme il mio naso, il mio piede, non l’anima mia, per bacco! materia anch’essa, sissignore, chi vi dice di no? ma non come il mio naso o come il mio piede…”

b) del rapporto uomo-natura
L’uomo, in quanto uomo ed erede di una serie innumerevole di generazioni, non è altro che il prodotto di una lentissima elaborazione della natura. L’uomo, crudelissima bestia, nell’insieme assai poco pregevole, non occupa nella scala evolutiva un gradino molto più alto del verme, ma per raggiungere, per salire quei pochi gradini che li separano, la natura ha dovuto faticare migliaia e migliaia di anni, passando di evoluzione in evoluzione. E’ proprio per questa stretta affinità tra l’uomo e la natura, per questo patto di collaborazione, che l’anima, in quanto parte integrante del corpo, una volta morta, (in quanto materia) non potrà divenire verme. A testimonianza di questo vi sono migliaia di anni e processi evolutivi che non possono essere scavalcati così facilmente, come se niente fosse.

c) della scienza
Secondo il Paleari, la scienza non è malvagia né cattiva, è solo molto limitata in quanto “…il male della scienza…è…che vuole occuparsi della vita soltanto…”.

d) della morte e dell’aldilà
Il vecchi Paleari, continuando nel suo discorso, sostiene che da che mondo è mondo, sempre, l’umanità ha vissuta la propria vita in attesa della morte, di una vita migliore da vivere nell’aldilà. C’è chi parla di istinto alla conservazione, per il Paleari, invece, la vita non è altro che una punizione, un peso da scontare, in attesa di qualche cosa di meglio: “…mi conservo unicamente perché sento che non può finire così!…”. Ma è anche vero che l’aldilà tanto sperato dall’uomo non esiste, “…l’individuo finisce, la specie continua la sua evoluzione…”. La morte, in altre parole, si presenta come il solo modo per comprendere la vita, “…perché non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte…”. E per comprendere la morte è necessario seguire il lume che ognuno porta dentro di sé (cfr. “lanterninosofia”).

Cap. XII. Rifletti sulla trasformazione di Oreste in Amleto
Paleari, sempre preso dalle sue astruserie filosofiche, un giorno si mostra particolarmente attratto da una tragedia di Sofocle, l’“Elettra”, rappresentata in città con un adattamento particolare: sarebbe stata rappresentata in un teatrino di marionette, con dei personaggi automatici di nova invenzione. Paleari, entusiasmatosi a questa novità, si perde a fantasticare su che cosa accadrebbe, se nel momento culminante, proprio quando la marionetta di Oreste sta per vendicare l’assassinio del padre, si producesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino. Arrivando alla conclusione che, Oreste, rimasto paralizzato dalla visione di quello squarcio nel cielo, combattuto tra gli impulsi della passione a attonito davanti a quel buco inconcepibile, si lasci cadere le braccia trasformandosi in Amleto.
La trasformazione che vede protagonista Oreste è un po’ quella che interessa il personaggio del romanzo, Mattia-Adriano: l’eroe per eccellenza, Oreste, esempio di coerenza e sicurezza, rimane sconcertato, si distrae di fronte all’imprevisto, allo squarcio nel cielo e all’oltre che gli si spalanca davanti agli occhi, e per questo vede cadere ogni sua certezza, ogni spontaneità, ogni naturalezza del suo agire, trasformandosi così nell’antieroe per antonomasia, in un moderno Amleto, cessa di vivere e comincia a guardare vivere sé e gli altri, si trasforma in un inetto incapace di agire, tormentato dalla sua coscienza di fronte all’esistenza e incapace di adempiere agli obblighi che la vita gli impone. Nonostante la sorte di Amleto sia molto simile a quella di Oreste, infatti tutti e due si trovano a dover vendicare la morte del padre, assassinato dallo zio e quindi sposatosi con sua madre, il primo è agitato da dubbi e incertezze, mentre il secondo non esita ad agire. E’ un po’ quello che accade al nostro Mattia Pascal, perseguitato da un destino crudele egli non esita a reagire, cercando di porre un rimedio alla sua infausta sorte, ma a differenza degli eroi shakespeiriani, egli, così come Adriano Meis, continua a fallire nel proprio intento, ritrovandosi alla fine a vivere una non-vita, a cessare di vivere e guardare vivere gli altri.

Cap. XIII. Esponi in modo articolato la lanterninosofia
L’operazione a cui Adriano si era sottoposto per guarire il suo occhio strabico dovette portare a 40 giorni di cecità, di buio completo. Ed ecco allora come Anselmo Paleari cerchi di convincere il suo ospite che quel buio è tutt’altro che reale ma pura immaginazione, e per fare ciò ricorre ad “…una sua concezione filosofica, speciosissima, che si potrebbe forse chiamare lanterninosofia…”. Intanto, spiega il Paleari, che noi non siamo come gli alberi, che vivono e non sentono, a noi è capitata sorte ben più trista, “…quella di sentirci vivere, con la bella illusione che ne risulta…”: di intendere, cioè, come realtà al di fuori di noi, questo sentimento della vita, che è invece mutabile e vario. Questo sentimento della vita, è, per il Paleari, come un lanternino, che ciascuno di noi porta acceso in sé, in grado di farci vedere sulla terra il bene e il male, la felicità e la tristezza. Al di là del cerchio di luce proiettato dal lanternino vi è l’ombra paurosa della morte, che non esisterebbe se, appunto, non esistesse quel lanternino. Ed è proprio con il sopraggiungere di quest’ombra, della morte, che la luce del lanternino si affievolisce, fino a lasciarci, una volta spentosi, in totale soggezione dell’Essere, al di là delle vane forme della ragione umana. Smarriti nel buio della sorte umana, nel mondo delle apparenze e delle illusioni, questi lanternini, che a seconda dell’età della storia, così come in particolari stagioni della vita, tendono ad orientarsi verso dei lanternoni, valori illusori, astrazioni come la Verità, la Virtù, la Bellezza, l’Onore. C’è caso poi che questa condizione [che per il Paleari è quella generale], in certi momenti storici particolari, detti di transizione, vada mutando, ed ecco allora sopraggiungere “…fiere ventate che spengono d’un tratto tutti quei lanternoni…”; lasciando tutti quei poveri lanternini nel buio più totale, nel caos, costretti a sbandare alla cieca, “…come le formiche che non trovino più la bocca del formicajo…”.
Questa è dunque la strana filosofia che il Paleari propone ad Adriano per spiegare la sua condizione di malessere, e, il comportamento del resto dell’umanità, infatti, sempre secondo il Paleari, quello che stanno attraversando in questo momento è uno dei sopracitati periodi di transizione, o di smarrimento che dir si voglia.

Spiega i motivi che inducono Adriano Meis al falso suicidio
Dopo aver vissuto come Adriano Meis, Mattia si accorge che la primitiva sensazione di leggerezza e di libertà da lui provata nel momento della sua prima morte non era altro che un’illusione; infatti adesso il protagonista si accorge che Adriano può lasciarsi vivere come una straniero nel mondo a condizione di non lavorare, né possedere, né amare.
Durante la sua permanenza in casa Paleari, infatti, avvengono delle vicende che portano Mattia alla consapevolezza di essere ancora una volta impotente di fronte alla persecuzione del caso. Per prima cosa, Terenzio Papiano ruba al protagonista ben dodicimila lire e Adriano non può fare altro che subire silenziosamente il furto, nell’impossibilità di poterlo denunciare. Così facendo egli ferisce Adriana Paleari, alla quale è costretto a mentire spudoratamente, perché non può rivelare i reali motivi del suo comportamento. Mattia ama Adriana, ma si rende conto di non poter provare niente per lei, e le sue continue menzogne sono solo la ragione dell’accresciuta sofferenza della “bambina”. Con l’episodio del litigio con il pittore Bernaldez si chiude la vita di Adriano Meis, il quale, una volta sperimentata l’illusorietà del suo tentativo di crearsi una nuova vita, prende coscienza che il suo inserimento nella società è impossibile, senza l’ufficialità dello stato sociale. Profondamente amareggiato, Adriano cerca una via d’uscita a questa situazione e trovandosi solo davanti ad un ponte, decide di simulare il suicidio per tornare ad essere Mattia Pascal. Dunque Adriano Meis, che non figura in nessuna anagrafe, che non può lavorare né amare, alo quale non è nemmeno concesso di denunciare chi lo deruba né di sfidare a duello chi lo offende, adesso si uccide, e rinasce al suo posto Mattia, con l’intento di vendicarsi di chi lo ha reso solo un’ombra, ovvero della propria famiglia, la quale lo ha condannato ad uno stato di morte eterna.

Cap. XVIII. La conclusione di don Eligio Pellegrinotto e quella di Mattia Pascal. Quale delle due ti sembra fornire la chiave interpretativa del romanzo?
“…Intanto, questo, - egli mi dice: - che fuori dalla legge e fuori di quelle particolarità, liete o triste che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere. Ma io gli faccio notare che non sono affatto rientrato né nella legge, né nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire ch’io mi sia…”.
Pur ignorando, il protagonista, quale “frutto” si possa trarre dalla sua stramba storia, è inutile dire che nelle ultime righe del romanzo viene esplicitandosi quella che è la chiave di lettura dell’intera opera di Pirandello. A prima vista, e ad una non attenta lettura, la morale parrebbe quella enunciata da don Eligio Pellegrinotto, fuori dallo stato sociale è impossibile vivere. Proseguendo nella lettura, e nell’analisi dell’immediata risposta che il protagonista dà all’amico, si può però arrivare a ben altra conclusione, più convincente. E’ infatti vero ciò che afferma don Eligio, Adriano Meis è stato portavoce di questo, fuori dalle convenzioni sociali è realmente impossibile vivere, ma è anche vero che il “fu Mattia Pascal” ha imparato a non-vivere, in una condizione di totale estraneità alla vita. Mentre Adriano Meis poteva ancora sperare di tornare a vivere [di innamorarsi, di avere nuovamente degli amici e una famiglia…], il “fu Mattia Pascal” ha per sempre rinunciato a questa illusione, “…ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là…”. E infatti è proprio questa la risposta che egli dà a don Eligio Pellegrinotto, egli afferma di non essere rientrato né nella legge né nelle convenzioni e probabilmente non ha neppure l’intenzione di rientrarvi; dichiara di ignorare chi egli sia veramente e questo perché lo svolgersi dei suoi “casi” lo ha portato ad affermare che un’identità vera e propria non esiste, né questa può essere conferita da inutili norme sociali, che non fanno altro che abbassare l’uomo al rango di una maschera, di una marionetta di quel teatrino che è la vita; in cui il “fu Mattia Pascal” ha rifiutato di recitare indossando i panni dello spettatore.

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