Il fu Mattia Pascal

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

Fu Mattia Pascal, Il.
Romanzo di Luigi Pirandello (1867-1963)

* La datazione storica
Il romanzo fu scritto nel 1904, in un momento di precaria situazione economica dello scrittore, con la moglie ammalata e tre figli bambini.
È un periodo d'intensa attività letteraria (novelle, ecc.), anche per ricavarne qualche guadagno. Giovanni Cena gli propone, dietro anticipo di mille lire, di scrivere un romanzo a puntate per la "Nuova Antologia". Ne compose lunghi tratti di notte, vegliando la moglie e senza avere in mente alcun piano preordinato della vicenda. Il romanzo uscì tra l'aprile e il giugno del 1904 sulla rivista e nel 1910 a Milano in volume.
* La storia
Mattia, nato e cresciuto in un paesino e rimasto ben presto orfano di padre, è giunto alla giovinezza fra gli agi di un illusorio benessere, mentre l'amministrazione dei beni familiari sta preparandogli con i suoi furti una totale rovina. La madre, infatti, aveva deciso preventivamente di far amministrare l'intero patrimonio ad un certo Malagna, offertosi volontariamente di aiutare la vedova Pascal nella gestione patrimoniale. In realtà, l'unico fine, che il Malagna si era prefissato era quello di frodare la famiglia e speculare sull'eredità. Al termine di una boccaccesca vicenda, che ricorda abbastanza da vicino quella che sarà, più tardi, la trama di → Liolà, che narra di una sua avventura con Olivia, donna da cui avrà un figlio, ma che non potrà mai sposare perché già promessa del citato Malagna, si trova ammogliato con la giovane Romilda Pescatore, ragazza che all'inizio doveva diventare la moglie del suo fidato amico Pomino, la cui madre, malvagia invadente, giunge presto ad avvelenargli la vita. Quando, dopo l'inevitabile rovina finanziaria, muore la bimba nata da questo matrimonio, non resta a Mattia che una vita triste e sterile, divisa tra la biblioteca, in cui gli è stato dato un posto dal padre di Pomino per misericordia, e la casa sempre risonante delle rampogne della suocera. Un giorno, al termine della sopportazione, perso il suo lavoro, Mattia fugge, e a Monte Carlo vince una notevole somma, sufficiente per trascorrere la vita in un parsimonioso benessere. Mentre è già sulla via del ritorno, su di un giornale legge la notizia del suo suicidio. All'interno del suo podere si era venuta a narrare una curiosa e spiacevole vicenda, dopo la sua scomparsa, infatti, è stato rinvenuto il cadavere di uno sconosciuto che tutti, moglie e suocera in testa hanno identificato in Mattia Pascal. Ad un primo scatto d'indignazione, nell'animo di Mattia succede la gioia di sentirsi libero, di poter senza rimorsi evitare la triste vita di un tempo. Con un nuovo nome, Adriano Meis, Mattia viaggia a lungo, libero da preoccupazioni ma impossibilitato, per la mancanza di documenti ad avere legalmente un'altra vita. Si stabilisce, dopo un lungo peregrinare a Roma,dove trova alloggio in casa del Sig. Anselmo Paleari, un attempato borghese squattrinato, avente come unico svago l'occulto e il mondo metempirico della magia. Nella casa del Sig. Paleari fa la conoscenza di un altro strano e curioso personaggio, la signorina Caporale, single a dir poco ossessionata dalla sua mancata belleza e dal terribile vuoto che la mancanza di un uomo, ha creato nella sua vita. Ma l'impossibilità di procedere verso altri orizzonti di vita, che è dapprima quasi inavvertita e sommersa, anzi, da una sensazione di leggerezza, si fa sempre più dolorosa quando l'affetto umile e dolce della giovane Adriana, figlia del Paleari, che più di ogni altro l'aveva saputo accudire durante la sua convalescenza (per nascondere più che mai il suo operato e per ridare nuove forme alla sua vita, Adriano Meis si fa operare alla cateratta che l'aveva reso strabico) apre a nuove speranze il suo cuore, poiché una serie dolorosa di casi dimostra allora a Mattia che nessuna vera vita nuova è per lui possibile. Adriano Meis, che non figura in nessun'anagrafe, può lasciarsi vivere come uno straniero nel mondo a condizione di non lavorare né possedere, né amare. Non gli è concesso neppure di denunciare chi lo deruba e sfidare a duello chi lo offende. È un ombra. Allora Mattia provoca deliberatamente ciò che è già avvenuto una volta per caso. Simulato il suicidio di Adriano Meis, riprende il suo vero nome e ritorna a Miragno, il paese natio, amareggiato dalla nostalgia per la vita migliore che non ha potuto godere e desideroso di vendicarsi ponendo a subbuglio i concittadini con la sua ricomparsa. Prima, però, di giungere a casa si ferma dal cugino Berto, che alla sua vista rimane esterrefatto, e scopre così che neppure riprendere l'antica vita è in suo potere. Sua moglie, infatti, ha nel frattempo sposato il suo unico amico. Pomino, e ne ha avuto un figlio, allo stesso modo la vita di tutto il paese non ha atteso il ritorno di Mattia per continuare a svolgersi, ed egli è oramai un estraneo per tutti. D'ora in poi Mattia Pascal, con la compagnia di una vecchia zia, la sua cara Scolastica, e di un prete, don Eligio che l'ha conosciuto come bibliotecario, vivrà contemplando la vita degli altri e scrivendo le sue incredibili memorie. Gli accade qualche volte di recare fiori sulla tomba dello sconosciuto che scambiarono per lui, e se gli si chiede che sia, risponde: " eh, caro amico…io sono il fu Mattia Pascal!".
* La critica
Il romanzo centrale nella narrativa pirandelliana è uno dei testi capitali del Novecento europeo anche per l'abbandono della tecnica narrativa di impianto naturalistico e l'avvio al romanzo di introspezione. Ebbe subito vasta eco e suscitò polemiche che richiamarono maggiormente l'attenzione dei lettori e dei critici. Fu subito tradotto in francese e tedesco. Il Treves, il più importante editore di quegli anni, gli aprì le porte delle sue edizioni e pubblicò poi il romanzo nel 1910.
* CINEMA: M. L'Herbier, 1925/ P. Chenal, 1937
* ED: Mondadori, Milano 1984 (cur. G Croci e C. Simioni) / in Tutti i romanzi, ibid. 1984 (cur. .Macchia e M. Costanzo)
* L'autore
Pirandello e' uno scrittore complesso, talvolta cervellotico nell'immaginare le situazioni in cui colloca i suoi personaggi, ma sempre ricco d'inventiva e capace di sollecitare la partecipazione del lettore o dello spettatore. I temi su cui egli ha maggiormente insistito nei suoi lavori letterari, sono quello della solitudine dell'uomo e quello dell'illusorietà' e dell'instabilità' dei rapporti interpersonali. Per Pirandello, ogni individuo presenta agli altri una fisionomia molteplice e cangiante, inafferrabile proprio per la sua continua mutevolezza. E' come se ciascuno di noi avesse una, ma molte personalità', tutte diverse. A tizio appariamo in un certo modo, a Caio in un altro, a seconda dei nostri umori; ma anche a seconda del loro umore, che contribuisce a farci risultare in una luce sempre diversa. Persino a noi stessi il nostro io manifesta, secondo i momenti, un volto differente: siamo capaci di bontà' e di cattiveria, di generosità' e di viltà', d'affetto e d'invidia. Come si vede, Pirandello avverte acutamente una certa crisi d'identità', che il soggetto prova nei confronti di un mondo caotico e in continua trasformazione, di una società' (quella industriale) che ha distrutto la stessa possibilità' di un'autentica intesa tra le persone. Egli avverte, anche, una forte crisi di fiducia nell'oggettività' delle cose e delle idee. Tutto ciò' che rientra nel raggio della nostra esperienza non e' che un'apparenza illusoria; non ci sono certezze (tanto meno certezze scientifiche), ma solo dubbi, e una costante e convulsa ricerca di qualcosa che possa appagare il nostro desiderio di felicita'. E si pensi che egli scrisse in un'epoca caratterizzata da grandi entusiasmi per le possibilità' nuove offerte dalla scienza: ma a cosa servono le conoscenze scientifiche, se l'uomo stesso e' cosi' fragile ed inafferrabile? Quasi a reagire a questo perenne senso d'incertezza, i personaggi teatrali di Pirandello dialogano fittamente tra di loro. Essi vivono interamente in questo loro dialogo, che e' tutto intessuto di amare confessioni, di angosciose richieste, di finte indifferenze che celano in realtà' il desiderio di sollecitare l'interessamento degli altri per i propri casi. Ma e' un dialogare tra sordi, tra gente che non si comprende: il vero volto di ciascuno sembra continuamente sfuggirci e quello che prima ci appariva uno strano burlone, magari un po' folle, di colpo ci appare come un uomo disperato, che porta dentro di se' una tragica esperienza. La narrativa di Pirandello si ispirava, agli inizi del novecento, ai canoni del verismo. Inoltre apprese presto le regole del verismo seguendo la scia di Luigi Capuana, il quale rappresentava obiettivamente e descriveva attentamente ogni minimo particolare. Una delle leggi fondamentali era il principio dell'impersonalità'. La realtà' veniva ricostruita secondo una sua meccanica interna, attraverso la concatenazione rigorosa di causa ed effetti. Alla sua base si trovava una tendenza di natura vagamente sociale, un interesse per gli ambienti e le figure della piccola borghesia e del popolino, una spiccata predilezione per la casistica sentimentale e passionale al livello più' comune, pur senza esclusione di situazioni tese e di colpi di scena spesso melodrammatici.
Maria Beatrice Alonzi
II M

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