La politica come professione - Weber

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Testo

Unità 1: Politica e stato
Unità 2: Legittimazione e mezzi del potere
Unità 3: Politici, funzionari e giornalisti
Unità 4: La politica dei partiti
Unità 5: Il capo carismatico
Unità 6: Etica e politica
1.a. La politica come direzione.

La politica è in primo luogo direzione
Weber annuncia che non prenderà in esame i contenuti dell’azione politica, ma si interrogherà sul tema generale di che cosa sia e che cosa possa significare la politica come professione (Politik als Beruf), nella duplice accezione della parola tedesca Beruf, traducibile come “professione” ma anche come “vocazione”.
Nel momento in cui afferma di non volersi pronunciare su ciò che la politica deve fare, Weber applica alla scienza politica il principio della avalutatività proprio delle scienze storico-sociali. Lo scienziato sa che esistono valori e scopi, ma oggetto della sua analisi devono essere soltanto i mezzi, le risorse, gli strumenti necessari a raggiungere tali scopi.
Il primo concetto che Weber propone di politica è
“estremamente ampio e comprende ogni sorta di attività direttiva autonoma”.
In ogni ambito sociale, economico, famigliare c'è politica laddove qualcuno influisce sull'altro e ne determina il comportamento.
Immediatamente dopo Weber restringe il campo della politica introducendo la nozione di stato.
“Noi intenderemo ora per politica semplicemente la direzione oppure l’attività che influisce sulla direzione di un’associazione politica, cioè, oggi, di uno stato”.
1.b. Lo stato definito sulla base del suo mezzo specifico: la forza.
ogni stato è fondato sulla forza
Che cos’è lo stato dal punto di vista scientifico?
Non può essere definito sulla base del contenuto del suo agire, poiché non c’è funzione che storicamente lo stato, o quello che si proclamava tale, non abbia voluto assumersi: ci fu un periodo in cui esso si proponeva come scopo consentire ai buoni cristiani di condurre una vita secondo i precetti della Chiesa; oggi lo stato mira a garantire il benessere dei suoi cittadini.
Ciò che definisce lo stato non è ciò che fa, ma come lo fa.
Definire cosa sia lo stato significa individuare quella caratteristica essenziale senza la quale l’oggetto della definizione non esisterebbe. Nella realtà storica lo stato può essere totalitario o democratico, teocratico o laico, a seconda dei suoi contenuti e dei suoi valori, ma scientificamente (“sociologicamente”, dice Weber) ciò che lo definisce è il mezzo della sua azione.
E il mezzo specifico dello stato è la forza fisica. Non il mezzo normale, né l’unico di cui lo stato disponga per raggiungere il suo scopo, ma il mezzo essenziale della sua azione.
Weber chiama a testimone della sua visione politica realistica e disincantata un grande rivoluzionario:
“– Ogni stato è fondato sulla forza –, disse a suo tempo Trockij a Brest-Litowsk”.
Teatro della frase fu la città della Bielorussia in cui il 3 marzo 1918 venne firmata la pace che chiuse la Grande guerra sul fronte orientale. I tedeschi, forti della recente occupazione dell’Ucraina, imposero alla Russia bolscevica il ritiro delle truppe, la perdita di numerosi territori e il pagamento di una pesante indennità. Dopo un vivace dibattito interno, prevalse la posizione di chi, condividendo il realismo di Trockij (e di Lenin), era disposto ad adeguarsi alla volontà del più forte.
Le righe che seguono propongono una concezione di stato moderna e realistica:
“Lo stato è quella comunità umana, che nei limiti di un determinato territorio - questo elemento del territorio è caratteristico - esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima”.
“Lo stato è quella comunità (Gemeinschaft) umana…”
“che nei limiti di un determinato territorio – questo elemento del territorio è caratteristico – …”
L’antropologia insegna che la grande trasformazione della comunità avviene quando questa si lega al territorio. Esistono però comunità senza territorio che ne rivendicano uno: sono i cosiddetti popoli senza stato, come i baschi in Spagna, o i curdi in Medio Oriente.
“esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima”.
Il monopolio, e non semplicemente l’uso. Lo stato può esercitare la forza fisica in esclusiva, purché legittima; il cittadino invece non può usare uno strumento di forza fisica se non dopo averne ottenuto l’autorizzazione da parte dello stato. Lo stato è dunque l’unica fonte del diritto alla forza.
Quando nel mondo antico è stato inventato il concetto di cittadinanza, e poi re-inventato nell’ambito dei Comuni, il cittadino era per definizione colui che portava l’arma. Weber rilegge qui la storia dell’Europa, dove lo stato ha assorbito in sé tutta la forza fisica; diversa è invece la storia americana, ma gli Stati Uniti sono uno strano paese, passato dal premoderno al moderno scavalcando la fase intermedia: come il presidente conserva i tratti di un sovrano, così forme residuali di democrazia cittadina resistono ancora oggi, vincolate alla mitologia del West (“Bibbia e colt”) e all’idea che il cittadino-individuo sia egli stesso lo stato.
Weber usa l’aggettivo “legittima” nella sua accezione più generale, nel senso di “accettata di fatto”, senza approfondirne la spiegazione.
1.c. La politica come aspirazione al potere.

IL PIACERE DEL POTERE

Dopo aver individuato lo stato come luogo per eccellenza dell’azione politica, Weber introduce una nuova definizione di politica.
Politica è direzione, e quindi potere, ma anche
“aspirazione a partecipare al potere (Macht) o ad influire sulla ripartizione del potere”
Chi fa politica aspira ad avere il potere, sia come mezzo per il raggiungere un certo fine, sia per il potere in se stesso, per il prestigio che ne deriva. Il politico, che lo confessi oppure no, deve provare il piacere del potere, e lottare per conquistarlo: non è un sospetto moralistico, ma un dato di fatto antropologico registrato senza pregiudizi.
Oggi un teorico della democrazia riformulerebbe la definizione weberiana, sempre valida, in questi termini: ciascuno di noi esprime legittimamente interessi che si aspetta vengano rispettati. Emergerebbe così in primo piano il concetto di rappresentanza (del singolo cittadino da parte di un partito o di un candidato); Weber, che ha in mente il politico di professione, sottolinea invece il momento della partecipazione diretta al potere.
2.a. I tre tipi ideali di legittimità del potere.
I TRE TIPI DI POTERE LEGITTIMO
Prima dello stato in senso moderno sono esistite altre associazioni politiche: le poleis greche, i comuni medievali italiani, le città-stato anseatiche, i regimi feudali, lo stesso impero romano. Tutte queste realtà storiche hanno avuto in comune il fatto di consistere in
“un rapporto di dominazione (Herrschaft) di alcuni uomini su altri uomini, il quale poggia sul mezzo della forza legittima (vale a dire considerata legittima)”
Ogni potere, per essere riconosciuto dai soggetti dominati, esige giustificazioni intrinseche. Weber ne individua tre, a cui corrispondono tre tipi ideali o “puri” di potere legittimo.
* Il potere tradizionale
L’autorità dello stato si regge sulla pura tradizione :
“l’autorità dell’eterno ieri"
Ciò non implica assenza di legalità: ci possono essere leggi scritte o orali, ma queste hanno validità solo in quanto tramandate.
Weber allude in particolare a civiltà antiche basate sulla tradizione orale, come quella dei patriarchi della Bibbia e dei principi patrimoniali.
È difficile individuare oggi tipi tradizionali di potere, perché anche i regimi che si rifanno a testi della tradizione sacra (ad esempio il Corano, come avviene nei paesi islamici) hanno carattere essenzialmente teocratico.
* Il potere carismatico
È il potere esercitato dal sovrano votato per plebiscito, dal condottiero militare eletto in guerra, dal demagogo o dal capo di partito: il suo fondamento è la fiducia incondizionata in una personalità dotata di carisma, una qualità che Weber non esita a caricare di connotazioni mistiche:
“l’autorità del dono di grazia personale di natura eccezionale”
Nella storia moderna un esempio di re plebiscitario, salito al trono per voto popolare e non per principio dinastico, è Napoleone III, eletto imperatore dai francesi nel 1852.
I sistemi politici di tipo carismatico sono quelli totalitari di destra piuttosto che quelli di sinistra, che in genere pretendono una legittimazione tramite partito.
Nella Russia di Stalin l’enorme margine di discrezionalità del capo era basato non tanto sulla personalità dell’individuo, quanto sul fatto che l’individuo fosse emerso dal Partito. Così l’attuale regime cubano ha un fondamento carismatico, ma solo dal punto di vista strettamente politico, dal momento che alle spalle di Fidel Castro c’è una salda struttura istituzionale.
L’esempio più pertinente di potere carismatico puro è la Cina maoista, perché la rivoluzione culturale degli anni Sessanta si è affidata totalmente alla personalità di Mao Tse-tung.
Spostandoci a destra, Mussolini era senza dubbio una persona dotata di una carica seduttiva straordinaria, un demagogo, o “comunicatore”, come diremmo oggi, capace di guidare e convincere in virtù di una forza apparentemente irrazionale. Tuttavia il suo regime non può essere definito un sistema carismatico in senso weberiano, perché la figura del Duce era strettamente collegata al partito nazionalfascista, all'interno di una struttura politica che aveva la massima autorità nel re, l’appoggio da parte della magistratura e il consenso (esterno) persino della Chiesa.
La Germania nazista si è avvicinata a un carismatismo puro, soprattutto nella sua fase finale, con la piena realizzazione del cosiddetto Führerprinzip.
* Il potere legale-razionale
“La dominazione in forza della legalità, in forza della fede nella validità della norma di legge e della competenza obiettiva fondata su regole razionalmente formulate”.
Rientra in questa tipologia il potere delle democrazie moderne.
Qui si realizza la legalità nel significato che la cultura democratica ci ha trasmesso: la legge ha valore non perché attestata da tempi antichissimi, o perché dettata dal capo carismatico, ma perché formulata in modo razionale e competente.
La nostra cultura politica, più vicina alla concezione democratica classica, identifica la democrazia con l'istituto parlamentare, inteso come sede della rappresentanza e della discussione razionale intorno alla legge. Di questi concetti in Weber non c’è traccia, ma il suo non è un discorso anti-parlamentare. Egli appartiene infatti alla tradizione tedesco-prussiana dello stato di diritto, creato dai sovrani illuminati, dai filosofi e dai giuristi, e non dal popolo in assemblea. Ecco perché sostiene che il funzionario statale è rappresentante e interprete della norma, e quindi detentore del potere legale-razionale.
I moventi per cui il potere viene docilmente accettato come legittimo sono numerosi, e tra questi hanno una forte influenza, soprattutto di fronte a un potere carismatico, la speranza del premio e il timore della punizione. Ma tutte le ragioni di legittimità che l’osservazione empirica registra possono essere ricondotte in definitiva a questi tre tipi ideali.
2.b. Il potere carismatico.
Capo carismatico e democrazia

A questo punto Weber segnala di voler concentrare la sua attenzione sul secondo tipo di potere legittimo, quello carismatico, e imposta il ragionamento sul rapporto di dedizione assoluta che lega i seguaci al capo. È qui che affonda le sue radici il concetto di politica come professione.
Il leader non esiste se non esistono seguaci che lo impongono come leader. Emerge progressivamente l’idea che la politica sia un’esperienza più complessa del semplice pragmatismo, e che essere politici per intima vocazione significhi possedere il dono del carisma.
Teniamo conto che in queste pagine e nel corso di tutta la conferenza Weber procede su due livelli, che possono essere confusi: il potere giustificato dal carisma e la persona dotata di carisma (capo carismatico). Ovvero, il politico carismatico può coesistere con un sistema di potere non carismatico. Ciò risulta chiaro nel momento in cui afferma che il capo (Führer) emerge in un sistema di tipo legale-razionale, ovvero in una democrazia, nella figura del “capopartito parlamentare, cresciuto sul terreno dello stato costituzionale” (e la democrazia è un tipo di stato costituzionale). Anzi, sostiene Weber, una democrazia funziona soltanto se è guidata da un Führer.
Nella storia degli ultimi cinquant’anni, Winston Churchill e, ancora di più, Charles de Gaulle hanno incarnato l’ideale weberiano di carismatico democratico.
Ma il Führer per antonomasia del XX secolo è stato Adolf Hitler. Se intorno agli anni Venti un realista come Weber auspica l’avvento di un capo alla guida della neonata democrazia tedesca, ciò non significa che la sua posizione debba essere additata come prenazista: è sempre difficile valutare la corresponsabilità degli intellettuali nelle vicende storiche, ma nelle pagine di Weber non c’è alcuna traccia di carismatismo anti-democratico.
2.c. I mezzi per l'attuazione del potere.
La subordinazione di uomini e mezzi
Il discorso si sposta ora sui mezzi esterni con cui si attua qualsiasi rapporto di potere politico legittimo:
* la subordinazione delle persone agli ordini di chi detiene il potere
“un corpo di amministratori”
* la disponibilità di risorse materiali
“i mezzi materiali per l’amministrazione”
Il momento dell’amministrazione diventa essenziale nella definizione weberiana di potere. Weber parla di “stato maggiore amministrativo”, indicando il blocco compatto degli amministratori, una sorta di stato nello stato che deve obbedienza al potere in virtù di altre due ragioni:
* la remunerazione materiale;
* l’onorabilità sociale.
Entrambe le ragioni sono legate all’interesse personale. La prima appartiene alla sfera economica, e Weber ne rintraccia alcuni esempi nel corso della storia occidentale: il feudo dei vassalli, le prebende dei funzionari nello stato patrimoniale (dove il sovrano è anche proprietario dello stato), lo stipendio degli impiegati statali. Il riconoscimento dell’onore o del prestigio rientra invece nella sfera morale-ideologica.
Il capo carismatico, in particolare, compensa i propri seguaci: questo meccanismo si realizza, come vedremo, nel sistema americano, in cui il capo, nella figura del presidente eletto direttamente dal popolo, appena giunto alla Casa Bianca distribuisce le cariche a chi ha sostenuto la sua campagna elettorale (spoil system).
2.d. Dallo stato diviso per ceti...
Il modello di stato cetuale
Per esercitare il potere occorre disporre di risorse materiali.
O queste sono di proprietà degli amministratori (modello premoderno), oppure gli amministratori sono separati dai beni che sono incaricati di gestire, esattamente come nell’impresa capitalistica il lavoratore è separato dai mezzi di produzione (modello moderno).
Nel mondo premoderno il vassallo non solo gestisce, ma possiede a titolo personale i mezzi necessari al funzionamento dello stato e alla gestione della guerra (denaro, macchine belliche, cavalli, edifici, terreni, e così via); dal sovrano riceve la legittimazione del suo possesso e il prestigio sociale.
“Un’associazione politica in cui i mezzi materiali dell’amministrazione siano direttamente posseduti, tutti o in parte, dal corpo amministrativo dipendente, la chiameremo un’associazione divisa per ceti (Stände)”.
Il modello idealtipico di stato cetuale costruito da Weber può essere identificato a grandi linee con il sistema feudale. Ma, come sempre quando si lavora con tipologie ideali, l’eventuale compito di collocare nel tempo e nello spazio i fenomeni descritti viene delegato allo storico; per lo scienziato sociale è invece preminente il ragionamento astratto.
2.e. ... allo stato moderno.
la nascita dello stato moderno
Il modello di stato cetuale, costruito per astrazione, permette ora a Weber di affermare che lo stato moderno nasce quando il sovrano assoluto espropria i ceti dei mezzi politici e amministrativi.
Nel momento in cui il sovrano (o il parlamento, nel caso dell’Inghilterra) concentra tutto il potere nelle proprie mani, l’amministrazione viene affidata a servitori nullatenenti, da lui stipendiati: i primi politici di professione nel senso moderno del termine.
Il processo di monopolizzazione mediante espropriazione dei privati suggerisce a Weber un parallelismo, piuttosto audace, con il sistema capitalistico, che si è affermato espropriando gradualmente le corporazioni e i produttori autonomi.
“Oggi perciò è completamente attuata nello stato […] la separazione del corpo amministrativo, ossia degli impiegati e degli operai dell’amministrazione, dai mezzi materiali di esercizio”.
Ora che lo stato moderno ha raggiunto la fase più matura del suo sviluppo, si registrano tentativi di espropriare dal basso il potere monopolizzato dallo stato. Nelle righe che seguono Weber si chiede se si possa a ragione nutrire la speranza di espropriare anche il potere economico capitalistico. Il tono generale delle sue parole (“- poco conta con quanto diritto -…”) lascia trasparire scarsa simpatia per la “rivoluzione” di piazza che alla fine del 1918 aveva abbattuto il regime imperiale e imposto la parlamentarizzazione dello stato tedesco. In particolare qui allude al progetto delle frange socialiste più radicali (i comunisti della lega di Spartaco), che avrebbero voluto statalizzare la produzione del carbone e dell’acciaio.
A questo punto Weber riprende la definizione di stato e la ripropone in termini più articolati. Laddove prima parlava genericamente di “comunità” (Gemeinschaft), qui introduce l’idea di “istituzione” (Anstalt); inoltre ripercorre il discorso sul passaggio dallo stato cetuale allo stato moderno.
“Lo stato moderno è un’associazione di dominio in forma di istituzione, la quale, nell’ambito di un determinato territorio, ha conseguito il monopolio della violenza fisica legittima come mezzo per l’esercizio della sovranità, e a tale scopo ne ha concentrato i mezzi materiali nelle mani del suo capo, espropriando quei funzionari dei ceti che prima ne disponevano per un proprio diritto, e sostituendovisi con la propria suprema autorità”.
Il testo italiano introduce il concetto di “sovranità”: in realtà il termine tedesco è Herrschaft, che viene più frequentemente tradotto come “potere”.
3.a. Il politico di professione: vivere di politica e vivere per la politica.
La politica come professione

Lo stato moderno nasce con l’espropriazione politica dei ceti, in seguito alla quale il sovrano esercita il monopolio del potere per mezzo di funzionari stipendiati: è nel corso di tale processo che sono comparse le prime categorie di politici di professione.
Si può fare politica, cioè, secondo la definizione weberiana, influire sulla ripartizione del potere, come:
* politici d’occasione. “Lo siamo tutti, col deporre la nostra scheda elettorale o con altre simili manifestazioni di volontà”.
* politici dilettanti. La traduzione letterale è “quasi-professionali” (nebenberufliche). La parola “dilettante” sarà usata più avanti con un significato leggermente diverso. Il politico quasi-professionale “esercita questa attività solo in caso di necessità”. Un esempio: il capo di un’azienda che viene tentato dalla politica, vi si dedica per un certo periodo e poi la abbandona. O i professori universitari, che amano definirsi “prestati alla politica”.
* politici professionali. Cosa fa della politica una professione a pieno titolo?
“Vi son due modi di render la politica una professione. Si vive per la politica, oppure di politica”
Vivere per la politica significa credere nella causa che si sostiene fino a farne il senso della propria vita, ma anche essere completamente assorbito dal gusto del potere. Tuttavia vivere per una causa implica vivere anche di quella causa, che diventa così una fonte duratura di guadagno.
Di e per sono quindi due distinti tipi ideali, che concettualmente si escludono a vicenda, ma che nella realtà spesso si sovrappongono. A meno che il politico di professione non sia del tutto libero da preoccupazioni materiali, in quanto dispone o di un consistente patrimonio personale, o di un’attività che gli garantisca l’indipendenza economica senza però assoggettarlo alla schiavitù del lavoro e del guadagno. Da questo punto di vista non sono in condizione di vivere esclusivamente per la politica né l’operaio, né il medico, né l’imprenditore industriale.
La remunerazione dei parlamentari è una conquista piuttosto recente, introdotta sotto la spinta dei partiti meno ricchi (in genere i partiti socialisti) come garanzia di equità.
3.b. Lo sviluppo della moderna burocrazia professionale. Funzionari politici e funzionari tecnici.
Dopo aver spiegato che il politico di professione vive per la “causa” ma spesso anche, necessariamente, di quella “causa”, Weber illustra i meccanismi che le diverse nazioni hanno introdotto per sovvenzionare l’attività politica.
Il politico può ricevere contributi per determinati servizi, oppure compensi in denaro o in natura; può assumere la fisionomia di un vero e proprio imprenditore, come il boss americano, o, nel caso di redattori, segretari di partito e ministri, percepire uno stipendio fisso.
Un modo di ricompensare i servizi prestati è oggi, dice Weber, la distribuzione di cariche, tanto che
“tutte le lotte tra i partiti non avvengono soltanto per fini obiettivi, ma soprattutto per il patronato degli impieghi”
cioè per il controllo dei punti chiave dell’amministrazione dello stato, dalle banche alle prefetture.
Come alternativa a questa politica appaltata ai partiti e ad alto rischio di corruzione e di dilettantismo, Weber indica lo sviluppo di una burocrazia competente e animata dal senso dell’onore. Anche gli Stati Uniti, sostiene lo studioso, si sono mossi in questa direzione, da quando la Civil Service Reform ha introdotto dei correttivi al meccanismo dello spoil system, che ai primi dell’Ottocento, nella sua fase “selvaggia”, prevedeva la sostituzione dell’intero apparato a ogni cambio al vertice.
L’affermazione della burocrazia ha caratterizzato la storia europea a partire dall’epoca dei comuni italiani e del regno normanno, fino alla vittoria definitiva nel XVI secolo: a mano a mano che il funzionamento del governo richiedeva competenze più specialistiche, il sovrano, sempre più un “dilettante” (cioè “non professionista” della politica), è stato costretto a circondarsi di “professionisti” nei vari ambiti, dall’agricoltura al fisco, dall’esercito alla magistratura.
“Questa lotta latente tra la burocrazia specializzata e la sovranità autonoma si svolse ovunque”.
Il modello si complica con la comparsa sulla scena politica di un nuovo attore: il parlamento, che non è il luogo della specializzazione, bensì della rappresentanza, non semplicemente un organo tecnico, ma una realtà politica capace di intaccare in modo sostanziale la sovranità del principe.
Tra le righe si legge la storia tedesca. Nella Germania imperiale, che coincide con la maggior parte dell’esperienza politica di Weber, la forte monarchia si è sempre appoggiata a una solida burocrazia (e all’esercito) per contenere il potere del parlamento.
Immediatamente dopo il sistema tedesco (in cui il cancelliere è il primo burocrate dello stato) viene contrapposto a quello inglese (in cui invece il premier è il primo uomo del parlamento): si tratta di due modelli strutturalmente lontani, emersi dal diverso esito storico della tensione tra sovrano, burocrazia e parlamento.
Il modello inglese, basato sulla premiership del capo di gabinetto, diventa sistema presidenziale una volta trapiantato in America. La specificità americana consiste nel fatto che il presidente, eletto direttamente dal popolo, è nello stesso tempo il capo dell’esecutivo. Solo la democrazia americana “pone il capo scelto dal partito vincitore al vertice dell’apparato burocratico da lui nominato e lo vincola all’approvazione del parlamento solo in materia di bilancio e di legislazione”.
Lo sviluppo della politica professionale richiede un allenamento sempre più intenso alla lotta. Si è quindi determinata la separazione dei funzionari pubblici in due distinte categorie:
* funzionari politici: lo sono ad esempio i prefetti, che possono essere richiamati o licenziati in qualsiasi momento;
* funzionari tecnici: i magistrati.
Weber istituisce un’analogia, o meglio un’omologia, tra il meccanismo politico e il funzionamento dell’economia capitalistica: un'impostazione teorica che sarà chiamata teoria economica della politica. Il popolo viene qui paragonato all’assemblea degli azionisti: entrambi devono delegare la gestione dello stato/ azienda a un gruppo ristretto di specialisti, sulle scelte dei quali non può intervenire neppure chi li ha nominati (sia questi il sovrano o, nell’impresa, il consiglio di amministrazione).
Anche in questo contesto Weber si dimostra polemico nei confronti dei socialisti rivoluzionari che hanno guidato la rivoluzione tedesca del 1918. Forti soltanto delle loro mitragliatrici, questi “dilettanti” della politica hanno preteso di servirsi dei funzionari del precedente sistema come di semplici esecutori.
3.c. Le cinque categorie di politici professionali al servizio del principe.

Weber individua le cinque grandi categorie dei politici che hanno appoggiato il sovrano nell’esercizio delle sue funzioni e nella lotta contro i ceti. Come al solito non suggerisce una prospettiva storica continua, ma passa con rapidi scorci dall’Occidente all’Oriente, dal Medioevo all’età moderna, in un’originale prospettiva non eurocentrica:
* i chierici
* i letterati di cultura umanistica
* la nobiltà di corte
* il patriziato inglese
* i giuristi dell’università
I chierici sono gli uomini di chiesa, capaci di leggere e scrivere documenti: in sostanza gli intellettuali che forniscono al principe la competenza di argomentare contro gli avversari. In quanto celibi, dunque privi di figli legittimi, non possono lasciare eredità, né creare una dinastia antagonista.
La categoria dei letterati di cultura umanistica si sovrappone in parte alla precedente, ma si tratta di una tipologia ideale, non di una realtà storica precisa. La conoscenza del latino è stata per una lunga fase un fattore importante perché il latino è stato usato come "lingua franca" della comunicazione dotta fino al Settecento. In quest'epoca saper fare letteratura era una qualità di prestigio anche per l'uomo politico.
La nobiltà ha servito professionalmente la monarchia nell'amministrazione, ma soprattutto attraverso le armi.
Il patriziato inglese (gentry) ha svolto un ruolo importante nell'amministrazione locale, contribuendo tra l'altro al fatto che l'Inghilterra abbia avuto per lungo tempo una burocrazia più snella rispetto ai paesi continentali.
Un nuovo modo di fare politica infine è stato quello ad opera dei giuristi addottrinati, che hanno ripreso e diffuso la tecnica di ragionamento ereditata dal diritto romano.
L’esperienza romana, dimenticata e recuperata lentamente dopo il 1300, ha contribuito in modo decisivo a creare lo stato moderno. Il diritto romano, inventato per una forma di stato che non è la nostra, è riemerso come strumento di razionalizzazione dello stato moderno.
“L’avvocato moderno e la moderna democrazia sono da allora strettamente connessi”.
Segue una digressione sull’importanza degli avvocati nella politica occidentale.
Se la politica dei partiti è rappresentanza ed esercizio degli interessi (Interessentenbetrieb), chi meglio di un avvocato è in grado di difendere interessi? In una politica fatta in gran parte di parole, chi meglio di un abile avvocato sa trasformare le cause cattive in cause buone?
Attraverso la figura dell’avvocato come ultimo rappresentante del politico di professione, il discorso passa dal professionismo politico alla manipolazione della politica.
3.d. Funzionari e politici.
la responsabilità delle scelte

In questo paragrafo emergono le figure idealtipiche del funzionario e del politico. Al momento in cui Weber parla al suo pubblico quella tra politico e funzionario è una distinzione cruciale per la Germania.
Il funzionario dell’amministrazione, anche quello politico (come il prefetto), deve svolgere il proprio esercizio sine ira et studio, cioè, secondo un’espressione tacitiana, astenersi dalla lotta e dalla passione, che sono l’elemento naturale del politico. Il politico invece si definisce come l’uomo degli interessi e dello spirito di parte. Se il vero politico (e soprattutto il capo politico, il politischer Führer) è un lottatore pieno di passione, il funzionario non lo è e non deve esserlo.
“Il funzionario, quando l’autorità a lui preposta insiste […] su un ordine che a lui sembra errato, tiene ad onore di saperlo eseguire, sulla responsabilità del superiore, coscienziosamente ed esattamente come se esso corrispondesse al proprio convincimento: senza tale abnegazione e disciplina etica nel senso più alto, l’intero apparato andrebbe in rovina”.
Weber esprime con chiarezza un problema che rimane irrisolto: dove si deve fermare l’obbedienza del funzionario? Weber tocca il punto cruciale del rapporto tra la professionalità del funzionario e la responsabilità politica di chi prende le decisioni.
“Viceversa l’onore del capo politico, e quindi del capo di stato, consiste nell’assumersi personalmente ed esclusivamente la responsabilità delle proprie azioni, che egli non può né vuole evitare o addossare ad altri”.
La distinzione introdotta risponde a un’altra problematica: il rischio che i funzionari si mettano al posto dei politici e che introducano un potere basato su routines amministrative, anziché un potere politico innovativo e creativo.
3.e. Giornalisti politici.
la stampa al servizio della moderna demagogia
Le pagine sul giornalismo politico risultano interessanti sotto due aspetti:
* affrontano in maniera discorsiva il problema del ruolo decisivo del giornalismo nella politica contemporanea, già nel 1920, quando la comunicazione era affidata alla carta stampata e ancora non era scoppiata la grande rivoluzione comunicativa della radio, del cinema e della televisione. Teniamo conto che le dittature del XX secolo, sia di destra che di sinistra, si sono affermate anche utilizzando in modo accorto, e quindi monopolizzando, i nuovi mezzi radiofonici e cinematografici.
* il giornalista politico diventa facilmente un professionista della politica, dal momento che il giornalismo resta un’ottima palestra per un’attività politica a tempo pieno. Probabilmente oggi lo è meno che un tempo, anche se non mancano esempi di giornalisti che passano alla politica, ma Weber prende spunto dal fatto che allora i partiti conferivano ai loro membri giornalisti un ruolo di primo piano.
L’esempio che viene subito in mente, ma che è assente in Weber, è quello di Mussolini: ai tempi della sua militanza socialista era il direttore dell’Avanti e rimase sempre un grandissimo giornalista, un vero demagogo nel senso weberiano del termine.
Nella sua digressione di sociologia del giornalismo politico, Weber da un lato si identifica con l’establishment borghese che ha sempre considerato il giornalista un paria impresentabile, dall’altro però intuisce la difficoltà di questo mestiere, vincolato da tempi ristrettissimi, da condizionamenti di ogni sorta e dal fatto che spesso se ne ricordano soltanto le prestazioni peggiori.
4.a. La politica come esercizio di interessi.
sociologia dei partiti
“Dobbiamo prendere a considerare la natura del partito e la sua organizzazione…”
Weber affronta ora un’analisi dettagliata delle tipologie dei partiti muovendosi lungo due coordinate: innanzitutto destra/ sinistra (ovvero partiti di centro/ partiti operai, con esclusione degli estremismi), e poi in base alle diverse esperienze nazionali, perché nell’Europa del primo Novecento le differenze tra Germania, Inghilterra, Italia e Francia erano molto più spiccate rispetto ad oggi.
Il discorso lo porta a delineare il profilo del “funzionario di partito”.
In un contesto democratico la politica diviene inevitabilmente un Interessentenbetrieb, “esercizio professionale di cointeressati”, o più semplicemente
“un esercizio di interessi”
Di conseguenza i cittadini si dividono in due blocchi: una maggioranza politicamente passiva che si limita ad andare a votare, e una minoranza attiva di politici di routine che radunano seguaci mediante arruolamento volontario, presentano se stessi o i propri raccomandati come candidati, si procurano il denaro necessario e si accingono a raccogliere i voti.
“Capi e seguaci […] sono elementi vitali e necessari di ogni partito. Ma varia la loro struttura”.
In poche righe Weber passa dai primi partiti con seguito puramente personale, come i Guelfi e i Ghibellini, al bolscevismo da poco affermatosi in Russia. Il parallelismo si regge sull’osservazione che, quando in una città della Toscana vinceva la parte guelfa, le famiglie nobili ghibelline erano espropriate di ogni bene e diritto, esattamente come nella Russia dei soviet i bolscevichi hanno eliminato politicamente e anche fisicamente i loro avversari.
A due anni dalla rivoluzione d’Ottobre Weber rileva il fatto che il sistema sovietico non ha applicato il socialismo, ma un capitalismo di stato.
Segue una digressione sull’Inghilterra, che, a differenza delle nazioni continentali, mantiene un’aristocrazia dotata di effettivo peso politico. Infatti il parlamentarismo inglese ha conservato la Camera dei Lord, che ha carattere ereditario. Per le sue particolari vicende storiche l’Inghilterra ha convertito parte dell’aristocrazia non direttamente alla democrazia, ma a forme di politica protoliberale, borghese e poi democratica.
4.b. Analisi storica dei partiti: dai notabili al dittatore democratico.
democrazia di massa...
L’elemento che a grandi linee unifica la storia politica occidentale è il seguente: da una fase in cui la politica professionale è dominata dai notabili, lentamente si passa a un ruolo sempre più importante dei parlamentari, per arrivare infine alla forma più moderna, in cui compare il leader carismatico democratico con i suoi seguaci. Mentre la fase dei notabili si può considerare del tutto conclusa, quelle del parlamentarismo e del plebiscitarismo democratico si intrecciano.
Oggi il sistema parlamentare italiano sta assumendo tratti “plebiscitari” sempre più marcati (pensiamo al ruolo dei mezzi di comunicazione e dei capi carismatici), pur essendo ormai scongiurato il pericolo di una regressione al fascismo; il discorso di Weber si colloca invece in un momento in cui la fase plebiscitaria rischiava, come poi in effetti avvenne, di scivolare nell’autoritarismo.
Weber delinea le caratteristiche della democrazia di massa, da lui identificata con le forme più moderne dell’organizzazione di partito:
* il diritto elettorale delle masse (poiché la caratteristica essenziale della democrazia è il voto);
* la necessità di conquistare e organizzare le masse degli elettori;
* l'assoluta unità di direzione e la rigida disciplina.
La democrazia di massa non è la democrazia tratteggiata dalla dottrina cosiddetta classica, per usare l'espressione di Schumpeter, nonostante la retorica democratica insista sul contrario. Essa realizza alcuni principi della democrazia “classica”, ma con un cambiamento di soggetto: nella concezione di Rousseau è il cittadino che nella sua piena maturità si esprime attraverso il voto, mentre nelle democrazie di massa i cittadini devono essere convinti addirittura ad andare a votare. Nell’utopia settecentesca il protagonista è il singolo cittadino, anche perché è una democrazia pensata per l’élite ristretta dei cittadini economicamente indipendenti e acculturati.
L’idea classica di democrazia rimane un’utopia, perché la democrazia contemporanea, pur qualificandosi come democrazia, non segue più la strada parlamentare, ma poggia su un meccanismo che Weber chiama “plebiscitario” e che Schumpeter definirà di voto- competizione- leadership. Nel quadro descritto da Weber i dirigenti politici sono i grandi organizzatori all’interno dei partiti o addirittura persone esterne ad essi, capaci di gestire un apparato e un mezzo di comunicazione.
“Diviene capo solo chi è seguito da quell’apparato, anche a dispetto del parlamento. In altri termini, la creazione di siffatti apparati significa l’avvento della democrazia plebiscitaria”.
Osserviamo come poco alla volta si sia insinuata nel discorso di Weber la parola “democrazia”. Weber non è partito da una definizione ideale, ma dall'indicazione di due elementi: diritto elettorale dei cittadini e necessità di conquistarli tramite “plebiscito”.
Ha poi delineato il lento passaggio per cui la democrazia acquista tratti carismatici senza per questo rinunciare ai tratti parlamentari. Il soggetto politico weberiano è ancora la massa degli elettori guidata da un capo che si mantiene nei limiti del parlamento, non la piazza manovrata dai dittatori.
La storia ha mostrato che in Germania questo processo si è realizzato a scapito del parlamento e della democrazia. In effetti, al di là delle intenzioni dello studioso, la teoria weberiana non esclude una lettura in chiave autoritaria. Dopo la sua morte, i suoi seguaci si trovarono divisi tra una corrente liberale, poi impegnata nell’opposizione a Hitler, e una corrente alla quale apparteneva il sociologo Roberto Michels, il quale, affascinato dalla figura carismatica di Mussolini, ne giustificò il regime tramite categorie weberiane.
L'Inghilterra: i caucus e Gladstone.
Weber identifica con chiarezza il capo carismatico che considera tale nel primo ministro inglese Gladstone.
È sintomatico che la formazione liberale di Weber lo dissuade dal presentare come capo carismatico il cancelliere Bismarck, personaggio storico dotato di straordinario carisma e qualità politiche, ma ostile al parlamentarismo. Questo dimostra che Weber vuole il capo carismatico all’interno del Parlamento, non contro il Parlamento.
Descrivendo la personalità e il successo di Gladstone, il discorso prende le mosse non dalla persona, ma da un movimento, quello dei caucus, che mirava a estendere il più possibile il diritto elettorale tramite la mobilitazione di piccoli gruppi di cittadini su base territoriale (nel gergo politico attuale la “società civile”).
“Ne risultò una centralizzazione di tutto il potere in mano a pochi, e, in definitiva, all’unica persona che si trovava a capo del partito”.
Si riferisce al partito liberale, oggi scomparso in Inghilterra: inventato a partire dalla mobilitazione di base dei cittadini, ha poi assunto una struttura burocratica distribuita sul territorio, dalla quale è infine emerso il capo carismatico.
“Nel partito liberale l’intero sistema era sorto in funzione dell’ascesa di Gladstone al potere”.
A proposito di Gladstone Weber introduce la parola “cesaristico”: non a caso Cesare, il vincitore delle Gallie, emerge weberianamente come dittatore in guerra e può a buon diritto essere considerato il primo dittatore democratico.
Il capo carismatico o demagogo, selezionato in virtù della “potenza della parola”, cioè del suo potere comunicativo, è definito
“il dittatore del campo di battaglia elettorale”
Questi si colloca “al di sopra del parlamento”, non perché elimina il parlamento ma perché quando vi si reca riesce a imporre la propria linea. Il demagogo che abbandona il campo della competizione elettorale e chiude il parlamento esce dall’ottica weberiana e diventa dittatore tout court. Ecco perché non si può dire che il capo carismatico di Weber sia anticipazione consapevole di Hitler.
Gli Stati Uniti: il sistema plebiscitario, il boss, lo spoil system.
“Ma quel sistema del caucus era solo una forma attenuata a paragone dell’organizzazione americana dei partiti, la quale portò a compimento il principio plebiscitario con particolare rapidità e con particolare purezza”.
Weber è uno dei primi scienziati europei a studiare con attenzione il modello politico degli Stati Uniti, già all’epoca una grande potenza economica, ma priva di una consapevolezza politica forte.
In particolare sono tre gli aspetti che lo affascinano del sistema americano:
* il meccanismo plebiscitario dell’elezione diretta del presidente, che crea il capo democratico dotato di qualità carismatiche.
In effetti dal sistema americano sono emersi grandi personaggi, e anche nel caso di presidenti mediocri subentra quello che Weber chiama il “carisma d’ufficio”. È un sistema verticale e molto efficiente, a differenza ad esempio di quello italiano, orizzontale e ossessionato dal problema della rappresentanza.
* la figura del boss, l’imprenditore dei consensi elettorali che ha il suo ambiente naturale nel “mercato dei voti”.
Il boss è colui che controlla i voti della sua zona e li organizza in modo trasparente per un determinato scopo. Come sempre il discorso weberiano sulla democrazia è del tutto disincantato e vuoto di retorica, per cui la democrazia è semplicemente il fatto che i cittadini vanno a votare. Inoltre Weber sa che la democrazia ha in sé la possibilità di essere manipolata, e infatti il boss è un personaggio non sempre limpido, a metà strada tra il legittimo imprenditore di voti e il corruttore.
Weber stabilisce una singolare associazione tra l’organizzazione di partito fortemente capitalistica e l’alto grado di democrazia che caratterizza una paese giovane come gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia della scienza politica il comportamento economico è assunto come modello per spiegare il comportamento politico (teoria economica della politica). Weber intuisce che la logica capitalistica applicata alla competizione elettorale (il “mercato dei voti”) è un meccanismo per razionalizzare il consenso nelle moderne democrazie. Toccherà a Schumpeter approfondirne il funzionamento e individuarne i cardini in voto- competizione- leadership.
* Lo spoil system (letteralmente il “sistema delle spoglie”).
È il fenomeno che accompagna il meccanismo di alternanza connaturato nella democrazia americana, per cui il partito che ha espresso il neoeletto presidente conquista tutte le cariche principali.
Weber è il primo a cogliere questi tre aspetti del modello americano e soprattutto è il primo a suggerire, tra le righe, che la direzione da seguire è quella. In effetti oggi tutte le democrazie si stanno assestando su queste linee.
La Germania: la scelta tra "democrazia con un capo" e "democrazia senza capo".
la burocratizzazione dei partiti
Infine Weber analizza la situazione tedesca.
La Germania è caratterizzata dalla presenza di una forte burocrazia specializzata che ha svolto funzioni anche politiche. Così fino alla I guerra mondiale il cancelliere tedesco non proveniva da nessun partito, ma era un alto funzionario scelto dal Kaiser all’interno della burocrazia.
La struttura burocratica della Germania prebellica ha intaccato anche la struttura dei partiti che burocratici non erano, quale quello socialdemocratico.
Weber è un nemico della proporzionale, che a suo avviso, oltre a ostacolare la formazione di capi, favorirebbe una pressione diretta degli interessi rispetto alla politica.
Non è d’accordo con la proporzionale per motivi diversi da quelli che si ascoltano oggi in Italia contro questo sistema elettorale così spesso demonizzato: di moltiplicare i partiti, e di conseguenza rendere difficile il formarsi di coalizioni.
Si giunge così a un passaggio cruciale della visione weberiana: per spezzare la gabbia burocratica che imprigiona la Germania è necessario che emerga la figura del capo carismatico.
“Non v’è che questa scelta: o democrazia autoritaria (Führerdemokratie) e organizzazione di tipo macchina, o democrazia senza capo, vale a dire dominio dei politici di professione senza vocazione, senza le qualità intime carismatiche che appunto creano un capo”.
È la frase cruciale e più drammatica di questo testo, e anche una delle pagine in cui la cultura politica tedesca appare disarmata rispetto all'accusa di aver in qualche modo creato le condizioni per l'ascesa al potere di Hitler. La scelta è tra una “democrazia guidata” (la “democrazia con un capo”, Führerdemokratie) e una “democrazia senza capo” (führerlos, dominio dei Berufpolitiker ohne Beruf, i politici di professione privi di vocazione), tra un’organizzazione di tipo “macchina” e il dominio della macchina burocratica.
Weber si affida alle qualità del capo: esprime un senso di attesa irrazionale, ma anche di drammatica impotenza. Chi può controllare il capo? Uno dei più grandi scienziati della politica democratica, uno degli esponenti più alti della cultura liberale non ci suggerisce garanzie, anzi si trova sprovveduto di fronte alla possibilità di controllare in maniera istituzionale il Führer: questa è la critica più forte che possiamo muovere a Weber.
Qui è sottinteso che il carisma sia un fatto positivo, ovvero il capo carismatico per Weber è per definizione l’interprete della democrazia (infatti parla sempre di Führerdemokratie, non di guida in senso lato, di Führertum).
5.a. Capo carismatico e meccanismi istituzionali.
l'ascesa del nazionalsocialismo attraverso i meccanismi di una democrazia in crisi

Il limite del ragionamento weberiano sul capo carismatico risiede nell’insufficienza con la quale viene determinato il meccanismo istituzionale per la sua scelta e per il controllo delle sue attività.
L'unica indicazione di carattere costituzionale per il capo carismatico si riferisce alla necessità che il presidente del Reich (eletto direttamente dal popolo) abbia qualità carismatiche.
“L’unica valvola di sicurezza per la necessità dell’autorità di un capo potrebbe aversi nel presidente del Reich, ove fosse eletto per plebiscito e non dal parlamento”.
Weber ritiene che l’elezione diretta (che lui chiama “plebiscito”) del presidente del Reich sia garanzia sufficiente che l'eletto abbia qualità carismatiche.
In realtà il sistema semipresidenziale di Weimar (con elezione diretta del parlamento e nello stesso tempo del Reichspräsident), che per Weber avrebbe dovuto essere la valvola di sicurezza della Führerdemokratie, si rivelò lo strumento attraverso cui si affermò la dittatura hitleriana. Perché?
Nel 1930 cadde l’ultimo governo parlamentare tedesco, una grande coalizione di centro-sinistra; il presidente del Reich eletto direttamente dal popolo (Hindenburg) nominò cancelliere un democristiano senza aver ottenuto l’approvazione parlamentare. Il cancelliere governava tollerato dal parlamento, al fine di evitare nuove elezioni, mentre il presidente riduceva le competenze del parlamento ricattandolo con la minaccia di scioglimento. Il nazionalsocialismo si affermò su una democrazia di fatto non più esistente.
Dunque chi nelle intenzioni di Weber avrebbe dovuto essere il capo garantista della democrazia, fu colui che ne provocò la crisi.
5.b. Le qualità del capo: passione, lungimiranza, responsabilità.
Il Kaiser Guglielmo II
Weber traccia un identikit del tipo ideale di capo sulla base esclusivamente di caratteristiche psicologiche e spirituali. Tre sono le qualità decisive per il vero uomo politico, cioè il capo carismatico:
* Passione.
Sachlichkeit vuol dire anche “concretezza”, ma letteralmente indica l’aderenza all’oggetto che si ha a cuore.
Qui è usato nel senso di “dedizione appassionata a una causa” (letteralmente a una cosa, Sache), “al dio o al diavolo che la dirige”. È curioso che in un passaggio essenziale del suo discorso Weber, agnostico dichiarato, abbandoni il codice linguistico della razionalità per adottare la metafora, tutt’altro che fredda, della religione.
Avere passione non significa essere esagitato: il buon politico ha passione in quanto crede profondamente in quello che fa, non perché è animato dall’“agitazione sterile” tipica dei rivoluzionari. Occorre che la passione per la causa diventi responsabilità nei confronti della causa stessa.
* Senso di responsabilità.
È la guida determinante dell’azione politica: indica la capacità di misurare risorse e mezzi in vista della causa. Passione e cervello devono procedere uniti, a differenza di quanto è avvenuto nelle rivoluzioni-carnevale, caratterizzate dalle utopie e non dall’etica della responsabilità.
* Lungimiranza.
La Distanzlosigkeit è la distanza che l’uomo sa porre tra sé e le cose, la capacità di vedere lontano e quindi di non lasciarsi influenzare dalle emozioni del momento.
Nemico mortale del politico è la vanità (Eitelkeit): cercare l’approvazione immediata, non avere il coraggio di rischiare la solitudine e la disapprovazione che spesso hanno accompagnato i grandi politici. Vanitoso è colui che, non avendo una vera causa a cui dedicarsi, non ha senso di responsabilità, e per questo può portare alla distruzione sé e i suoi seguaci.
Lo strumento indispensabile del lavoro del politico è l’aspirazione al potere (Machtinstinkt): l’espressione usata da Weber è molto forte, e richiama il piacere del potere.
Ma questa sete deve mirare al potere vero e proprio, non al semplice culto del potere; in caso contrario l’azione politica “perde attinenza alla causa” (unsachlich wird) di cui è al servizio. Non si può giocare con il potere e con il suo contenuto “demoniaco”. Non sembrano certo le parole dell’asettico osservatore dei fatti politici, tanto sono intrise di tragicità: chi davvero esercita la potenza, avverte Weber, tocca nel vivo i grandi problemi e le grandi scelte dell’esistenza umana.
Quando Weber parla del “mero politico della potenza (Machtpolitiker)”, “… che opera nel vuoto e nell’assurdo”, dall’atteggiamento “borioso”, ma “vuoto”, allude probabilmente all’imperatore tedesco Guglielmo II, un personaggio che gli storici giudicano fatuo, appassionato alle forme esterne della potenza, in realtà privo di vero senso di responsabilità politica.
6.a. Etica della convinzione ed etica della responsabilità.
Quale etica?
Weber introduce ora il problema finale della conferenza:
“il problema, cioè, dell’ethos della politica in quanto causa (Sache)”
ovvero:
"quale compito essa può adempiere, a prescindere del tutto dai suoi fini? […] Qual è, per così dire, il luogo etico ove essa dimora?"
Il politico non deve dimenticare di essere al servizio della causa (Sache) che ha scelto, e questo servizio assume i tratti psicologici di una vera e propria fede: “sempre però deve avere una fede”, dice Weber usando un termine forte, che oggi noi sostituiremmo con la parola “valore”.
“Quale debba essere la causa (ovvero il valore) per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede”.
Si può fare politica per la religione, per la democrazia, per l’egemonia di un popolo, ma proprio perché la scelta tra questi valori è “una questione di fede”, lo scienziato politico, coerente al principio della avalutatività, si astiene da ogni giudizio di valore sul fine.
Uno degli aspetti problematici della politica è la mancanza di un rapporto visibile tra il “senso originario” (Sinn) che si dà all’azione politica e le conseguenze dell’azione stessa, tra ciò che si vuole e ciò che si ottiene.
L’etica della politica riguarda appunto la commisurazione tra fine e mezzi.
Weber a questo punto porta un esempio negativo di giudizio di valore applicato ad un evento politico, che, dal punto di vista scientifico, deve essere affrontato in altro modo (avalutativo). Si riferisce alla I guerra mondiale appena terminata, nella quale i vincitori (francesi e inglesi) sostengono di aver vinto perché "avevano ragione", e quindi dichiarano i tedeschi colpevoli dello scatenamento della guerra. Il giudizio si estende indirettamente anche alla pace di Versailles, non tanto per aver imposto pesanti sanzioni alla Germania, quanto per aver parlato di “colpa” della Germania stessa. Secondo Weber, quando è in gioco la politica, non devono essere introdotti criteri morali di giudizio (come appunto quello di “colpa”).
“Ma qual è ora il rapporto reale tra l’etica e la politica?”
Si tratta di un passaggio molto importante: quale etica? che cosa vuol dire etica quando si ha a che fare con la potenza e la violenza? La logica dell’affermazione politica e le regole dell’etica si escludono a vicenda, come sosteneva Machiavelli quando affermava che il principe è al di sopra della morale?
etica della convinzione

Weber risponde che non si può parlare di un’etica unica per tutte le situazioni: l’etica copre ogni ambito della vita, ma si declina in maniera diversa nei rapporti d’affari, di famiglia, di amore, di amicizia o di odio.
“Ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente opposte: può esser cioè orientato secondo l’etica della convinzione (gesinnungsethisch) oppure secondo l’etica della responsabilità (verantwortungsethisch)”.
Esiste un'etica assoluta, rintracciabile ad esempio nel discorso della montagna, nel quale Gesù, esponendo i cosiddetti consigli evangelici, invita a seguire un comportamento morale radicale. Nel Vangelo ci sono altri esempi di etica assoluta che non ammette compromessi: la parabola del giovane ricco (“da’ via tutto ciò che possiedi”), o il comando “porgi l’altra guancia”. Chi voglia essere coerente con il Vangelo, commenta Weber, si asterrà dagli scioperi, non prenderà in mano armi, rispetterà il dovere della verità al punto di pubblicare documenti a discapito del proprio paese (Weber allude qui ai rivoluzionari che nel 1918 resero noti alcuni atti della cancelleria tedesca da cui risultava che la guerra era stata intenzionale da parte del governo).
etica della responsabilità

“Ma l’etica assoluta non si preoccupa delle conseguenze”, e come tale il politico non può farla propria. Chi invece segue l’etica della responsabilità assume come massima: “queste conseguenze saranno imputate al mio operato”, non scaricate sulle spalle di altri.
Quando parla di etica della responsabilità Weber sottintende che essa sia preceduta da un momento di convincimento, ovvero che sia stato scelto un fine da perseguire e rispetto al quale misurare i mezzi; in caso contrario si tratterebbe di puro opportunismo.
Non è una contraddizione: l’etica della responsabilità implica un’etica della convinzione, ma non viceversa. La vera etica della responsabilità è quella in cui le convinzioni vengono commisurate ai mezzi. L’etica della convinzione invece è unilaterale.
Anche in questo caso siamo di fronte a una concezione tipico-ideale, perché tipologicamente si tratta di due etiche inconciliabili, ma ciò non implica che chi segue l’etica della responsabilità sia privo di convinzione..
un esempio di contrasto tra mezzi e fini
Nessuna etica può prescindere dal fatto che i fini buoni possono, il più delle volte, essere raggiunti con mezzi sospetti o per lo meno pericolosi, o che ci possono essere conseguenze cattive non previste. Non esiste una congruenza tra fine e mezzi, e l’etica della responsabilità ne è consapevole, mentre quella della convinzione si interessa solo al fine, indipendentemente dalla bontà dei mezzi; l’etica della responsabilità parte dalla problematicità del rapporto tra un fine comunque buono (o almeno sulla cui validità, sul piano dei valori, Weber non vuole pronunciarsi) e i mezzi, comunque sospetti.
Un altro esempio di etica della convinzione è dato, secondo Weber, dall'atteggiamento assunto dall'ala socialista radicale (detta di Zimmerwald, dal luogo in cui si era svolto un congresso socialista). Questo gruppo socialista giunse infatti a sostenere l'opportunità di proseguire la guerra, nonostante l'orrore che stava assumendo, pur di arrivare al risultato finale della rivoluzione, ponendo l'obiettivo della rivoluzione al di sopra del costo umano che viene pagato per raggiungerlo. Il discorso weberiano continua segnalando come bolscevichi (russi) e spartachisti (comunisti tedeschi) facciano leva sulla violenza, lo stesso mezzo della destra militaristica di cui si dichiarano avversari: entrambi i gruppi applicano un’etica della convinzione, appellandosi alla nobiltà dei propri fini, e nessuno dei due si prende carico dei costi di tali scelte.
L'IRRAZIONALISMO ETICO DEL MONDO

L’etica della responsabilità si chiede ogni giorno se il mezzo sia proporzionato al fine, pur sapendo che non esiste nessuna certezza di congruità tra mezzi e fini, ovvero nessuna “razionalità etica del mondo”. Invece “chi segue l’etica della convinzione non sopporta l’irrazionalismo etico del mondo”.
Da queste parole emerge la filosofia di Weber, che si rivela tutt’altro che un asettico metodologo. Chi segue un’etica della convinzione crede che il mondo sia dominato da una logica oggettiva. In un’ottica laica invece l’etica è soltanto il senso che noi diamo al mondo. La stessa “fede” socialista è una sorta di correttivo all’irrazionalità del mondo: il marxismo si proclama una scienza della storia e ne individua la logica oggettiva, presentando la caduta del capitalismo e la vittoria definitiva del socialismo non come aspirazioni etiche e utopistiche, ma come certezze scientificamente dimostrate.
Le religioni sono il tentativo di reagire all'irrazionalismo etico del mondo perché cercano di dare una risposta al “torto impunito, al dolore immeritato e alla stupidità insanabile”.
Le religioni non sono riuscite a risolvere il problema della violenza, mezzo specifico della politica, perché o, in pochi casi, hanno intrapreso la strada radicale del pacifismo, o hanno dovuto accettare compromessi con la violenza: la religione non viene a capo di quella che è l’antinomia profonda della violenza insita nella politica.
Weber elabora una teoria dei valori o sfere di vita, secondo cui vivremmo in continua tensione tra sfere di valore separate, ciascuna delle quali dotata di una sua logica interna e non sempre reciprocamente congruente con le altre.
Il politeismo viene assunto come metafora di valori in conflitto insanabile e di un’etica che non può dare risposte definitive.
“Il genio, o il demone, della politica e il dio dell’amore vivono in un intimo, reciproco, contrasto, che può in ogni momento erompere in un conflitto insanabile”.
Il realismo politico.
L’applicazione dell’etica della responsabilità al campo della lotta politica non è sinonimo di relativismo o peggio di cinismo, ma costante commisurazione dei mezzi rispetto ai fini.
Chi aderisce a una visione politica realistica non rinuncia ai valori, siano essi il socialismo o la democrazia, la guerra o la pace ad ogni costo, ma si astiene dal giudicarne la validità assoluta. Il discorso sui fini ultimi è lasciato all’etica o alla filosofia politica. In quest’ottica etica non è la definizione di Bene e di Male, bensì la responsabilità delle scelte rispetto ai fini, la congruenza del comportamento rispetto ai valori.
Le guerre più recenti hanno subìto un processo di eccessiva moralizzazione: chi ha guidato l’intervento in Kuwait contro il “demonio” Saddam, o la crociata delle democrazie occidentali contro il “nuovo Hitler” Milosevic, ha aderito all’etica della convinzione, secondo cui esiste il Bene e compito della politica è diffonderlo e legalizzarlo.
La vera politica è invece qualcosa di più complicato della moralità: quasi sempre ha a che fare con valori tra loro contrastanti. Il suo compito è il tentativo di conciliarli, raggiungendo a volte il compromesso, altre volte la sintesi suprema tra i fini perseguiti e i mezzi responsabilmente adottati.
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  1. Dija Mavriqi

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