Dall'unità d'Italia al 2000 attraverso la politica economica

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Testo

L’Italia dopo aver raggiunto l’unità nel 1861, si trovava di fronte a problemi spesso drammatici, frutto di una generale arretratezza economica e di gravi ritardi nello sviluppo civile. L’unificazione politica fu un compito relativamente breve e facile se confrontato con i tempi e le difficoltà delle altre unificazioni, tutte da costruire: quella economica, amministrativa, linguistica e culturale.
La maggioranza degli italiani viveva nelle campagne e nei piccoli centri rurali e traeva i suoi mezzi di sostentamento dalle attività agricole. L’agricoltura però, non era favorita dalle condizioni naturali, in quanto il suolo era per quasi due terzi montagnoso.
Solo nella zona irrigua della Pianura Padana si erano sviluppate numerose aziende agricole moderne che univano l’agricoltura all’allevamento dei bovini e che erano condotte con criteri capitalistici, impiegando soprattutto manodopera salariata.
Nell’Italia centrale invece, dominava la mezzadria, basata sulla divisione degli utili, in parti uguali, tra il contadino e il proprietario.
Molto diversa era la situazione nel Mezzogiorno e nelle isole.
Se si prescinde da terreni di montagna e da alcune zone fertili della Campania, delle Puglie e della Sicilia, le campagne meridionali portavano evidente anche nel paesaggio l’impronta del latifondo: grandi distese, per lo più coltivate a grano, non interrotte da strade, con la popolazione in pochi e grossi borghi rurali. I contadini, nella loro grande maggioranza, vivevano ai limiti della sussistenza fisica e le loro abitazioni erano piccole e malsane.
Questa realtà non poteva essere del tutto ignota ai membri della classe dirigente, molti dei quali, pur essendo proprietari terrieri, non avevano una conoscenza diretta e sufficiente delle condizioni del Mezzogiorno.
Quando si iniziò a parlare d’unità, molte furono le speranze di rinnovamento per le masse contadine che confidavano in un miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma l’unità si manifestò solo come ampliamento dello stato piemontese e la classe politica al potere si dimostrò incapace di comprendere i problemi del Mezzogiorno. Infatti, le leggi piemontesi furono estese ai territori annessi e furono potenziate la rete stradale e ferroviaria in relazione alle esigenze commerciali del nord. L’unità raggiunta era dunque un fatto territoriale, politico e amministrativo, ma non sociale né culturale.Anche le diversità di storia, di sviluppo, d’usi e di tradizioni dividevano l’uomo del nord da quello del sud: essi non riuscivano a capirsi anche perché non avevano in comune neppure la lingua.
Le masse meridionali avevano vissuto l’unità come un sopruso e la loro opposizione scoppiò violenta con il “brigantaggio”; tutte le regioni del Mezzogiorno continentale furono percorse da bande d’irregolari, dove i briganti veri e propri si mescolavano ai contadini insorti e agli ex militari borbonici. Si trattò di una vera e propria guerriglia, alla quale i governi postunitari reagirono con la repressione, e nel giro di pochi anni il brigantaggio fu sconfitto. Rimasero però irrisolti i nodi politici e sociali che avevano reso possibile la diffusione del fenomeno.
Il dualismo tra nord e sud si accentuò quando agli inizi del ‘900 l’Italia conobbe il suo primo e autentico decollo industriale, che però si manifestò soltanto nelle regioni già sviluppate, in particolare nel cosiddetto “triangolo industriale” che aveva come vertici Milano, Torino e Genova.
Anche i discreti progressi che avvenivano nell’agricoltura finirono col concentrarsi al nord, soprattutto nelle aziende capitalistiche della Valle Padana.
Il sud si trovava ancora in una condizione d’arretratezza, causata da analfabetismo diffuso, dalla disgregazione sociale, dall’assenza di una classe dirigente moderna e infine dalla subordinazione della piccola e media borghesia agli interessi dei grandi proprietari terrieri.
Su una realtà così complessa come quella dell’Italia all’inizio del ‘900 si esercitò per oltre un decennio, l’opera di governo di GIOVANNI GIOLITTI.
Secondo Giolitti, la difesa dell’ordine che i conservatori volevano identificare con gli interessi politici, economici e sociali costituiti, e che lui invece intendeva quale rispetto delle istituzioni e delle leggi dello Stato, lentamente modificabili nel tempo, non poteva essere condotta con la forza o con metodi reazionari, ma doveva essere affidata ad una cauta azione riformatrice che aggregasse le necessità più urgenti dei ceti proletari, cui sarebbe mancata così la spinta alla rivoluzione contro lo stato borghese.
Infatti, furono approvate le prime importanti “leggi speciali” per il mezzogiorno: quella per la Basilicata e per Napoli volta ad incoraggiare la modernizzazione dell’agricoltura e nel caso di Napoli, lo sviluppo industriale mediante una serie di stanziamenti statali e di agevolazioni fiscali e creditizie.Un altro importante progetto elaborato da Giolitti fu la statizzazione delle ferrovie, affidate ancora alla gestione di compagnie private. Inoltre nel 1912 fu approvata la legge elettorale, che allargava il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto trent’anni e a tutti i maggiorenni che sapessero leggere e scrivere o avessero prestato servizio militare. Negli stessi anni migliorarono le condizioni dei lavoratori, perché il governo convinse gli industriali a fare concessioni davanti agli scioperi e alle richieste sindacali.
Giolitti cercò di rafforzare il suo potere con il patto Gentiloni, ossia un’alleanza elettorale conclusa tra i liberali e i cattolici in occasione delle prime elezioni a suffragio elettorale maschile del 1913. Dopo tali elezioni Giolitti si dimise e lasciò il posto a Salandra. L’età giolittiana è ricordata come il periodo in cui l’Italia liberale visse in sintonia con il benessere che si diffondeva in Europa, conoscendo rapidi progressi sociali ed economici.
Nonostante tutto, nel Meridione la situazione non era mutata, anzi il divario tra Nord e Sud era crescente.
Una denuncia delle condizioni di vita del popolo meridionale è implicita nell’opera verghiana, al di là delle intenzioni dell’autore. Infatti, non è la denuncia che interessa al Verga poiché la sua adesione al mondo degli umili era frutto di un’opposizione conservatrice al mondo borghese e capitalistico.
I Malavoglia contengono un’analisi sociale della realtà del Meridione su cui apparentemente l’autore non dà giudizi ma mostra la sua totale sfiducia in qualunque forma di rinnovamento e di progresso.
Giovanni Verga è lo scrittore più rappresentativo del Verismo italiano.
Verismo fu il nome che assunse il Realismo nella letteratura italiana; nella letteratura francese assunse, invece, il nome di Naturalismo e in filosofia quello di Positivismo.
Il sorgere del Realismo fu dovuto a ragioni scientifiche, alle nuove dottrine biologiche ed evoluzionistiche secondo le quali gli esseri viventi, compreso l’uomo, sono determinati da fattori biologici, ereditari, ambientali e storici. La nuova scienza fa sorgere una nuova filosofia, il Positivismo, così chiamato perché nello studio dell’uomo abbandona i problemi metafisici e si attiene al dato positivo e concreto.
Il nuovo pensiero scientifico e filosofico ebbe riflessi sulla letteratura del tempo.
Il primo principio fondamentale della poetica del Realismo è che l’arte deve rappresentare il reale-positivo e per meglio rappresentarlo gli scrittori si volsero a ritrarre i comportamenti e gli ambienti delle classi più umili, in quanto più vicini alla natura e al vero.
Il secondo principio della poetica del Realismo è l’impersonalità dell’opera d’arte: l’artista deve ritrarre il vero in modo distaccato, freddo ed impersonale, nello stesso modo in cui gli scienziati descrivono un fenomeno della natura.
I naturalisti francesi esasperarono tale principio descrivendo la realtà in modo quasi crudele; invece i veristi lo attenuarono, intendendolo come un freno al loro soggettivismo.
Fu abbandonato il romanzo storico e ci si rivolse al romanzo sociale, inteso a rappresentare obiettivamente personaggi, caratteri e costumi della società.
Il verismo e il naturalismo pur avendo in comune i due canoni del Realismo, finirono col differenziarsi in quanto furono svolti in ambienti culturalmente, economicamente e socialmente diversi. Infatti, i naturalisti ritraggono la vita dei quartieri periferici delle grandi metropoli e dei bassifondi di Parigi, i veristi invece la vita stentata delle classi più umili (contadini, pescatori, minatori), in quanto in Italia non esistevano grandi metropoli.
Differente è il porsi davanti alla realtà: i naturalisti assumono un atteggiamento provocatorio, polemico, volto alla denuncia delle ingiustizie sociali; quello dei veristi italiani è più volto a ritrarre con sincera pietà le pene degli umili, senza una precisa volontà di denuncia.
Diverso è il rapporto tra lo scrittore e il pubblico: i naturalisti francesi operarono in una società più matura ed evoluta, sensibile alle loro proteste di rinnovamento; i veristi, invece, operarono in una società arretrata che non era in grado di recepire i messaggi di riscossa ad essa rivolti. Questo spiega lo scarso successo di Verga, i cui capolavori sono stati apprezzati solo dopo la Prima Guerra Mondiale.
Infine il Naturalismo assunse subito un carattere nazionale in quanto i problemi di Parigi erano gli stessi del resto della Francia; in Italia, invece, il Verismo ebbe un carattere meridionale, o meglio regionale.
Come suddetto Verga è il maggior rappresentante del Verismo. Egli ebbe una concezione tragica della vita, infatti, pensava che gli uomini fossero sottoposti ad un destino crudele che li condannasse all’infelicità e ad una condizione di immobilismo. Chi cerca di cambiare il proprio destino non va incontro alla felicità sognata ma a maggiori sofferenze.
La visione verghiana del mondo è confortata da tre elementi positivi.
Il primo è quel sentimento di eroismo umano che porta il Verga ad assumere un atteggiamento misto di pietà e di ammirazione verso i vinti, i quali si rassegnano di fronte alle loro sventure.
Il secondo elemento positivo è la fede in alcuni valori che sfuggono alle leggi del destino: la famiglia, la dedizione al lavoro, il senso dell’onore e della dignità, lo spirito di sacrificio.
Il terzo elemento è la saggezza che ci aiuta a sopportare le delusioni.
I capolavori di Verga sono due romanzi: I Malavoglia e Mastro don Gesualdo.
I Malavoglia costituiscono il primo romanzo del ciclo dei vinti cioè di coloro che vogliono migliorare la propria condizione, ma urtano contro il volere del destino.
Verga ne’ I Malavoglia narra le vicende di una famiglia di pescatori, i Toscano, detta dei Malavoglia. Il loro patrimonio è costituito da una grossa barca, la Provvidenza, e dalla casa del Nespolo, così chiamata perché vicino ad essa cresceva un nespolo.Le vicende si svolgono nei primi anni dell’Unità d’Italia ad Acitrezza, un paesino vicino Catania. L’odissea della laboriosa famiglia Toscano incomincia col tentativo che essa compie di sollevarsi dalla miseria, acquistando a credito una partita di lupini e trasportandoli a destinazione con la propria barca. Sfortunatamente una tempesta provoca la perdita del carico e la morte di Bastianazzo, che lascia vedova la moglie e orfani i cinque figli. I Malavoglia sostenuti da Padron ‘Ntoni, il vecchio patriarca, decidono di ritornare a pescare per pagare il debito contratto in precedenza, ma un nuovo naufragio rende vani i loro sforzi e li costringe a lasciare la casa del Nespolo, inghiottita dall’ipoteca. Una serie di sventure si abbatteranno sui Malavoglia, tanto che Padron ‘Ntoni affranto dal dolore si ammala e muore. La casa del Nespolo sarà riscattata da Alessi, l’unico tra i nipoti del vecchio ‘Ntoni che non abbia aspirato a mutar condizione.
Attraverso I Malavoglia Verga ritrae la tragica realtà umana e sociale del Mezzogiorno, e i riferimenti a problemi degli anni successivi all’Unità italiana appaiono chiaramente introdotti a dimostrare come il nuovo Stato non fosse riuscito a cambiare le tristi condizioni delle plebi meridionali.
Il romanzo Mastro don Gesualdo narra le vicende di Gesualdo Motta, un ex muratore che con la sua laboriosità è riuscito ad arricchirsi. Ma i soldi non porteranno la felicità sperata, anzi Gesualdo morirà abbandonato da tutti.
La differenza tra i due romanzi è che ne’ I Malavoglia ciò che mette in moto le loro vicende è il bisogno di uscire dalla miseria, mentre in Mastro don Gesualdo è la brama di ricchezza e di ascesa sociale.
Inoltre è differente il motivo d’ispirazione: ne’ I Malavoglia è la religione della famiglia e della casa; in Mastro don Gesualdo è la religione della “ roba “, divenuta quasi un oggetto di culto per le fatiche e i sacrifici che è costata.
In definitiva possiamo dire che I Malavoglia contengono un’analisi sociale della realtà del Meridione negli anni successivi al 1861.
La questione meridionale oggi è un problema ancora molto dibattuto, in quanto a distanza di più di un secolo dall’Unità d’Italia il Sud si trova ancora in uno stato di arretratezza rispetto al Nord.
Si parla tanto d’Unione Europea senza rendersi conto che senza un adeguato sviluppo del Sud, l’Italia non potrà mai assumere una dimensione veramente europea ed internazionale.
Lo squilibrio tra Nord e Sud, però, non è un problema solo a carattere nazionale, bensì mondiale.
Per Nord del mondo intendiamo l’insieme dei paesi industrializzati, mentre per Sud i paesi in via di sviluppo. In questo caso i contrasti sono evidenti e bastano le immagini che giungono attraverso i giornali o la televisione per farci rendere conto che si tratta di un problema molto grave. Infatti, mentre la popolazione del Nord gode di un diffuso benessere ed ha raggiunto un grado di sviluppo abbastanza omogeneo, quella del Sud è una popolazione con gravi problemi di sviluppo e con condizioni di vita lontanissime dalle nostre.
L’esplosione demografica si è concentrata nei paesi del Sud, mentre in quelli del Nord esiste il problema opposto del calo delle nascite, e in questa prospettiva si farà più netta la contrapposizione tra paesi in cui le risorse sono addirittura superiori alle esigenze della popolazione, e paesi in cui la popolazione cresce più rapidamente delle risorse. L’incremento della popolazione mondiale impone all’agricoltura il gravoso compito di attrezzarsi per assicurare un adeguato apporto alimentare ai dieci miliardi di uomini che con ogni probabilità abiteranno la Terra tra meno di un secolo.
L’Asia è certamente il continente in cui il problema dell’alimentazione in un prossimo futuro potrebbe assumere aspetti di particolare gravità.
In Cina, ad esempio, grazie alla rivoluzione verde è stata raggiunta l’autosufficienza alimentare all’inizio degli anni ’90. La rivoluzione verde non è altro che l’insieme della trasformazioni delle tecniche agronomiche, rese possibili dalla modifica, in modo vantaggioso per l’uomo, dei caratteri biologici di alcune specie dei vegetali.
Purtroppo la Cina deve nutrire il 20% della popolazione mondiale disponendo solo del 7% del terreno agricolo. E’ quindi prevedibile che nei prossimi anni essa dovrà importare derrate alimentari. La situazione è più preoccupante nei paesi tropicali dell’America Latina: la produzione alimentare è scesa a causa della squilibrata distribuzione della proprietà terriera, dallo sfruttamento irrazionale dei suoli, dal conseguente avanzato stato di degrado ecologico, oltre che dal costante aumento della popolazione.
I problemi alimentari divengono davvero drammatici in Africa: povertà e mancanza di risorse da utilizzare negli investimenti agricoli, metodi di coltivazione inadeguati, distruzione dei suoli, pessime amministrazioni, sono tra le cause che hanno determinato una situazione esplosiva.
L’insufficienza alimentare è dovuta, oltre che alla squilibrata distribuzione delle risorse, anche al fatto che solo una piccola parte della superficie terrestre è occupata da colture agricole. Ciò è dovuto soprattutto all’esistenza di molteplici condizionamenti naturali cui l’agricoltura è soggetta: temperatura, disponibilità di acqua, fertilità del suolo e infine presenza di patologie animali o vegetali.
Ogni volta che le condizioni ambientali sono risultate inadatte a praticare l’agricoltura, l’uomo ha cercato di modificarle.
La prima operazione svolta dall’uomo fin dal Neolitico fu il debbio cioè la combustione della vegetazione spontanea. In seguito iniziarono le prime opere di bonifica idraulica, basata sulla creazione di argini artificiali, e sul prosciugamento delle aree palustri.
Per recuperare terre destinate all’agricoltura l’uomo spesso fa ricorso alla deforestazione, mentre nelle aree collinari e montane il recupero delle terre avviene mediante la costruzione di terrazzamenti.
Invece per fronteggiare le carenze idriche gli agricoltori fanno ricorso all’irrigazione, praticata con tecniche diverse secondo le disponibilità di acqua.
La sfida più recente operata dall’uomo nei confronti delle limitazioni naturali all’agricoltura è data dalle pratiche genetiche, con le quali è possibile ottenere varietà vegetali con ben precise caratteristiche di resistenza al freddo o alla siccità.
Purtroppo tali modifiche sono possibili solo su superfici agricole limitate e comunque con costi di produzione assai elevati.
Secondo le risorse disponibili abbiamo diversi tipi di agricoltura: agricoltura di sussistenza, capitalistica, commerciale e di piantagione.
Il sistema agricolo commerciale intensivo rappresenta la forma produttiva prevalente nell’Europa occidentale e settentrionale, nonché lungo la fascia atlantica degli Stati Uniti e in Giappone.
Nelle regioni mediterranee dell’Europa occidentale si registra la presenza di una notevole varietà di situazioni produttive.
Una pianta che ha trovato il suo ambiente naturale nel bacino del Mediterraneo è la vite, e il 90% dell’uva prodotta è riservata alla vinificazione.
Per quanto riguarda la commercializzazione del vino, è importante la sua qualità poiché essa incide sul prezzo di vendita. Per tale motivo sul vino, e sulle merci in genere, è effettuata l’analisi merceologica, che ha come obiettivo la formulazione di un giudizio di qualità su un determinato prodotto.
Secondo la legge “ il nome di vino è riservato al prodotto ottenuto dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, dell’uva ammostata o del mosto d’uva, con gradazione alcolica non inferiore ai tre quinti della gradazione complessiva. La gradazione alcolica dei vini non può essere comunque inferiore a 6°, mentre quella complessiva naturale non può essere inferiore a 8°. “
Il vino è composto dalle seguenti sostanze:
• acqua: 80 - 90% ;
• alcol etilico: 10 - 15% ;
• glicerina: 0,4 - 2,6% ;
• acidi organici:0,4 - 1,2%
• sostanze grasse: 0,1 - 0,5%
• sostanze azotate: 0,0 - 0,4 %
• oligosostanze: 0,1% .
Alcuni dei componenti sono già presenti nel mosto, altri si formano da complessi meccanismi biologici durante e dopo la fermentazione e sono caratteristici del vino e non del mosto.
Possiamo fare la distinzione tra componenti dell’estratto e componenti volatili.
L’estratto è costituito da sostanze non volatili, tra cui coloranti, carboidrati, sostanze azotate, minerali e glicerina.
Fra i componenti volatili si possono citare, oltre all’acqua, l’acido acetico, l’acido formico e l’acido butirrico.
Le alterazioni dei vini possono derivare da incuria nella produzione o dalla contaminazione da parte di microrganismi. I difetti di odore e sapore, ad esempio, dipendono da cattiva manutenzione dei recipienti.
I microrganismi sono responsabili delle cosiddette malattie del vino quali la fioretta, l’acescenza, ecc. che, oltre ad avere effetti evidenti sui caratteri organolettici, modificano la composizione del vino.
Le adulterazioni dei vini sono numerose. Le più frequenti sono l’aggiunta di acqua, alcol, vinelli, sostanze coloranti artificiali, glucosio e saccarosio.
Nell’analisi dei vini è importante l’esame dei caratteri organolettici, dai quali l’esperto può trarre utili suggerimenti d’indirizzo per l’esecuzione dell’analisi. L’esame organolettico permette di apprezzare: la limpidezza, il colore, gli aromi, gli odori, i profumi, il bouquet, e il gusto.
Il parametro più importante nella valutazione del vino è il contenuto in alcol effettivamente presente.
La resa in alcol etilico è strettamente legata al contenuto zuccherino del mosto, che dipende dal tipo di vitigno, dalla zona geografica, dal sistema di coltivazione e dall’andamento stagionale.
La determinazione del grado alcolico riveste particolare importanza perché è alla base degli scambi commerciali.Il metodo ufficiale per la sua determinazione è la distillazione, ma di solito si usa il metodo ebulliometrico, meno esatto ma più rapido.
Il metodo ebulliometrico è basato sulla misura del punto d’ebollizione del vino, il cui valore dipende dalla concentrazione dell’alcol. L’alcol etilico puro bolle a 78,5° C, mentre l’acqua a 100° C. Quindi in miscele come il vino, il punto d’ebollizione sarà più vicino a 78,5° C se l’alcol è presente in maggiore quantità; più vicino a 100° C se la miscela è costituita soprattutto da acqua.
L‘ebulliometro di Malligand è costituito da una caldaia riscaldabile da un fornello. La caldaia è chiusa da un coperchio attraversato da un termometro piegato ad angolo e da un refrigerante. Parallelamente al termometro si trova una scala scorrevole graduata in gradi alcolici da 0 a 25, che può essere fermata mediante una vite. Lo zero della scala corrisponde al punto di ebollizione dell’acqua distillata, che viene determinato ogni volta si voglia usare l’apparecchio.
Quindi si versa l’acqua nella caldaia e si riscalda all’ebollizione. Quando la colonna di mercurio del termometro si arresta, si fa coincidere la sua estremità con lo zero della scala e si ferma con la vite. Dopo si versa l’acqua e si sciacqua con il vino da esaminare e poi si riempie. Si porta all’ebollizione avendo cura di innestare il refrigerante: questo ha il compito di impedire l’evaporazione dell’alcol. All’ebollizione la colonna di mercurio si arresterà e sulla scala si leggerà il valore del grado alcolico.
Un altro parametro importante per valutare la qualità del vino è l’acidità totale, perché vini eccessivamente acidi sono poco gradevoli e vini poco acidi possono ammalarsi facilmente. Per acidità totale s’intende la somma dell’acidità fissa e di quella volatile. L’acidità volatile è dovuta agli acidi con basso punto di ebollizione, che nel vino sono l’acido acetico, formico, propionico e butirrico. Tra questi prevale l’acido acetico, che influenza in modo significativo il valore dell’acidità volatile e la cui presenza in eccesso è indice di malattie. Un aumento dell’acidità volatile è, quindi, indice di alterazione in atto.
L’acidità fissa è dovuta agli acidi non volatili, quali l’acido tartarico, malico e citrico.
Di notevole importanza è la verifica del limite di gessatura, che consiste nell’aggiungere al mosto, prima della fermentazione, del solfato di calcio, con conseguente aumento dell’acidità del mosto per formazione di acido tartarico. L’operazione è utile per mosti con bassa acidità, aumentando la quale s’influisce favorevolmente sulla brillantezza del colore, sulla limpidità e sui caratteri organolettici. E’ possibile effettuare l’operazione solo se il vino non contiene più di un grammo per litro di solfati. Per controllare il vino si usa una soluzione di cloruro di bario e si porta il volume a un litro (reattivo di Marty). Si portano 25 ml di vino all’ebollizione in un bicchiere da 100 ml, e si trattano con 25 ml di soluzione di cloruro di bario bollente; si fa bollire e si aspetta che si depositi il precipitato sul fondo del recipiente; si filtra e si tratta una parte della soluzione con un’altra soluzione di cloruro di bario. Se si ottiene un precipitato di solfato di bario significa che il limite di gessatura è stato superato, in quanto è presente un eccesso di solfati rispetto alla concentrazione del reattivo di Marty. Se la soluzione resta limpida significa che la gessatura è stata effettuata nel limite dell’uno per mille.
Per verificare se la quantità di solfato di potassio è inferiore a tale limite si aggiunge ad un’altra parte del filtrato qualche goccia di acido solforico. Se si ottiene un precipitato bianco vuol dire che i solfati risultano inferiori al limite.
I maggiori produttori di vino a livello mondiale sono l’Italia, la Francia e la Spagna.
In Francia assume rilevante importanza l’industria agroalimentare sostenuta da un’agricoltura caratterizzata da grande produttività e da un ampio ventaglio di produzioni.
Una delle regioni più attive nel campo agroalimentare è l’Ile de France.
L’expression “ Ile de France “ est une création de la géographie moderne pour designer la partie centrale du Bassin Parisien région de plaines, de plateaux et point de convergence de vallées fluviales. Le nom «de France » désigne, à l’origine, le plain immédiatement au Nord de Paris.
Capitale temporaire, puis permanente, Paris était, dans le douzième siècle la ville la plus peuplée d’Europe. Elle était au centre de riches terres agricoles et les forets royales, ancien territoires de chasse, se sont largement conservées. Au dix-neuvième siècle, la deuxième révolution industrielle a superposé la concentration politique, en faisant de l’agglomération parisienne le premier centre manufacturier du pays. Au centre d’une décentralisation industrielle commencée dans les années 1970, la région s’est redéfinie comme principal pole tertiaire. La tradition centralisatrice francaise a contribué à concentrer sur Paris la vie politique, économique, culturelle, et artistique du pays.
Les secteurs productifs dominants dans l’Ile de France sont :
• les industries agroalimentaires ;
• les industries de pointe et les filières techniciennes à haute spécialisation, géographiquement concentrées à l’Ouest et dans le technopole de Paris Sud, surnommé « la Cité Scientifique » ;
• la chimie ;
• les traditionnelles industries de luxe : parfums, bijouterie-joaillerie ;
• l’habillement.
• Les infrastructures commerciales comprennent :
• les aéroports internationaux ;
• les divers sites fluviaux du Port Autonome de Paris ;
• pour le transport routier, les plates-logistique de stockage, de transbordement e de redistribution .
Les quartiers sont fortement individualises :
• par leurs activités dominantes : artisanat et commerce de gros, commerce de luxe et d’art, quartier des ministères, enseignement supérieur ;
• par l’origine de leur population.
L’Ile de France conserve de nombreuses résidences royales, comme Fontainebleau et la célèbre Versailles.
Le château de Fontainebleau, au cœur de la foret du même nom, a été construit par François I. Son fils fit terminer la Salle de Bal, plus tard Napoléon en fit l’une de ses résidences préférées.
Le château de Versailles a été voulu par Louis XIV, le « Roi du Soleil » pour servir de théâtre aux fastes de sa vie publique.
In Europa la produzione agricola è garantita dalle imprese agricole, i cui raccolti trovano sono commercializzati sui mercati nazionali e internazionali.
L’art. 2135 c.c. dispone che sono imprenditori agricoli coloro che esercitano una attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all’allevamento del bestiame ed altre attività connesse.
Da questa definizione risulta che è innanzi tutto agricolo chi esercita una delle attività denominate essenzialmente agricole. Esse sono:
• la coltivazione del fondo: è tale ogni produzione di beni agricoli effettuata utilizzando la terra;
• la silvicoltura: cioè la coltivazione di un bosco volto a ricavarne legname;
• l’allevamento del bestiame: per “bestiame” devono intendersi gli animali da carne, da latte, da lavoro, da lana, il cui allevamento avviene utilizzando un fondo.
Chi esercita un’attività essenzialmente agricola rimane imprenditore agricolo anche se esercita, oltre a tale attività, una delle attività che si denominano agricole per connessione. Secondo l’art. 2135 comma 2 “si reputano connesse le attività dirette alla trasformazione o all’alienazione dei prodotti agricoli, quali rientrano nell’esercizio normale dell’agricoltura”. Chi esercita tali attività non acquista la qualità d’imprenditore commerciale a due condizioni:
• che tale attività sia esercitata da chi svolge anche un’attività essenzialmente agricola;
• che l’attività d’alienazione o trasformazione rientri nell’esercizio normale dell’agricoltura.
La particolare attenzione che il legislatore ha dedicato all’impresa agricola deriva dal fatto che l’economia italiana, nel momento in cui è stato emanato il Codice Civile, era fondamentalmente basata sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame, mentre l’industria era ancora poco sviluppata. Ciò potrebbe anche spiegare un certo trattamento di favore dedicato alle imprese agricole che non sono assoggettate all’obbligo dell’iscrizione nel registro delle imprese, non debbono tenere le scritture contabili e non sono soggette alle procedure concorsuali.
L’importanza attribuita all’agricoltura ed il fenomeno dell’abbandono delle campagne hanno indotto inoltre il legislatore a prevedere, accanto all’esercizio individuale dell’agricoltura, anche altre forme idonee a contemperare gli interessi dei proprietari terrieri e di coloro che provvedono alla coltivazione dei campi, con l’interesse nazionale. Da ciò sono nati i contratti agrari, i quali possono essere diretti a:
• associare un’altra persona all’esercizio dell’impresa agricola;
• concedere il fondo in affitto ad un’altra persona.
I contratti associativi agrari sono quelli che prevedono la compartecipazione delle parti all’attività agricola, al fine di dividerne gli utili. Tali contratti sono: la mezzadria, la colonia parziaria e la soccida.
La mezzadria è il contratto con il quale una parte, detta concedente, si associa con un’altra parte, detta mezzadro, per la coltivazione di un podere e per l’esercizio delle attività connesse, al fine di dividerne a metà i prodotti e gli utili. E’ valido tuttavia il patto con il quale taluni prodotti si dividono in proporzioni diverse (art. 2141 c.c.).La legge ha stabilito che al mezzadro deve essere assegnata una quota non inferiore al 58%.
Oggetto del contratto è perciò la coltivazione di un podere, cioè di un fondo dotato di quanto occorre per l’esercizio dell’impresa, nonché di un’adeguata casa colonica.
La colonia parziaria è il contratto con il quale il concedente ed uno o più coloni si associano per la coltivazione di un fondo e per l’esercizio delle attività connesse, al fine di dividerne i prodotti e gli utili (art. 2164 c.c.).
La colonia parziaria differisce dalla mezzadria perché ha per oggetto la coltivazione di un fondo e non di un podere, cioè di un terreno dotato di quanto occorre per l’esercizio dell’impresa e della casa colonica.
La soccida è il contratto con il quale il soccidante (colui che conferisce il terreno e anche il bestiame) e il soccidario (colui che pratica concretamente l’allevamento del bestiame) si associano per l’allevamento e lo sfruttamento del bestiame e per l’esercizio delle attività connesse, al fine di ripartire l’accrescimento del bestiame e gli altri prodotti ed utili che ne derivano (art. 2170 c.c.).
Il Codice Civile oltre a dedicare la sua attenzione all’impresa agricola, la dedica anche all’imprenditore in generale e all’impresa commerciale.
Secondo l’art. 2082 c.c. è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi.
La definizione d’impresa si desume da quella dell’imprenditore. Gli elementi della definizione di imprenditore sono i seguenti:
• ATTIVITA’ ECONOMICA: è impresa l’esercizio di qualsiasi attività diretta alla creazione di utilità economiche;
• PROFESSIONALITA’: deve trattarsi di un attività non saltuaria, bensì abituale e continua, e deve essere esercitata in nome e per conto proprio, assumendosi i rischi inerenti all’impresa.
• ORGANIZZAZIONE: l’impresa presuppone il coordinamento dei fattori della produzione (terra, capitale, lavoro).
La qualità di imprenditore generalmente si acquista con l’esercizio dell’impresa. Secondo l’art. 2086 c.c. l’imprenditore è il capo dell’impresa e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori.
Quando l’imprenditore esercita un’attività industriale, d’intermediazione, di trasporto, bancaria, assicurativa o ausiliaria delle precedenti l’impresa sarà commerciale. L’imprenditore commerciale è soggetto ad una serie di regolamentazioni che costituiscono lo Statuto dell’imprenditore e che riguardano:
• la capacità all’esercizio dell’impresa;
• l’obbligo d’iscrizione nel registro delle imprese;
• l’obbligo della regolare tenuta delle scritture contabili;
• la soggezione alle procedure concorsuali.
Per acquistare la capacità di imprenditore commerciale è necessario:
• l’effettivo esercizio di un’impresa commerciale;
• la capacità del soggetto.
La capacità di essere imprenditore commerciale compete a tutti coloro che hanno la capacità di agire, che si acquista al compimento del diciottesimo anno di età.
L’incapace di agire, in linea di principio, non può esercitare il commercio in quanto potrebbe compromettere l’integrità del suo patrimonio. Il Codice Civile tuttavia prevede alcune eccezioni:
• il minore emancipato può esercitare un’impresa commerciale senza l’assistenza del curatore, ma con l’autorizzazione del Tribunale, previo parere del giudice tutelare;
• nel caso in cui il minore non emancipato debba subentrare al titolare di un’impresa commerciale per successione ereditaria è necessaria l’autorizzazione del Tribunale, previo parere del giudice tutelare, per la continuazione dell’impresa ereditata.
In nessun caso però è consentito al minore di dare inizio ad un’impresa commerciale.
Vi sono dei casi nei quali a una persona, che è fornita della richiesta capacità, è fatto divieto di esercitare un’impresa commerciale perché essa esercita una professione che la legge reputa non compatibile con la professione del commercio. A questa situazione si dà il nome di incompatibilità con l’esercizio dell’impresa commerciale. A tal riguardo i casi più importanti concernono i magistrati, gli ambasciatori, i notai, gli avvocati, i procuratori, gli ufficiali delle forze armate in servizio permanente effettivo. Chi nonostante l’incompatibilità esercita un’impresa commerciale incorre nelle sanzioni disciplinari previste dalla rispettiva legge professionale.
L’impresa commerciale è destinata a stabilire rapporti con categorie assai vaste di persone, le quali hanno interesse a conoscere tutti gli elementi che si riferiscono alla sua organizzazione, alla sua consistenza, alle sue vicende e trasformazioni. A tutela di questo interesse la legge prevede, per l’impresa commerciale, un sistema di pubblicità che si realizza mediante l’obbligo dell’iscrizione nel registro delle imprese. Questo è un pubblico registro tenuto dall’ufficio del registro delle imprese, sotto la vigilanza di un giudice del Tribunale. Entro 30 giorni dall’inizio dell’impresa, l’imprenditore che esercita un’attività commerciale dovrà chiedere l’iscrizione in tale registro. Non saranno soggetti all’obbligo d’iscrizione i piccoli imprenditori.
Secondo l’art. 2083 c.c. sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il proprio lavoro e dei componenti della famiglia.
Se l’imprenditore omette di chiedere l’iscrizione, l’ufficio del registro lo invita, mediante raccomandata, a chiederla entro un congruo termine. Decorso tale termine il giudice può ordinare d’ufficio l’iscrizione e colui che l’ha omessa è punito con un’ammenda.
Un altro obbligo specifico dell’imprenditore commerciale si riferisce alla tenuta di determinate scritture contabili, che consentano di conoscere la situazione complessiva dell’impresa sotto il profilo gestionale e patrimoniale.Le scritture contabili obbligatorie sono:
• il libro giornale, nel quale debbono essere indicate giorno per giorno le operazioni relative all’esercizio dell’impresa;
• il libro degli inventari, da redigere ogni anno, deve contenere l’indicazione e la valutazione delle attività e delle passività relative all’impresa, nonché quelle relative all’imprenditore ma estranee all’impresa;
• le scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa.
Poiché l’imprenditore si assume i rischi inerenti all’impresa, spesse volte preferisce contrarre un’assicurazione che copra i danni derivanti dalla propria attività. Con tale assicurazione il contraente paga un premio all’assicuratore affinché questo risarcisca il danno economico che può derivare dal verificarsi di un evento fortuito.
Fra gli eventi che possono arrecare un danno sono assicurabili quelli per i quali il rischio soddisfa le seguenti condizioni:
• casualità: il danno deve essere provocato da un evento aleatorio;
• stabilità: i fenomeni assicurabili sono quelli per i quali si può determinare frequenza e intensità media del danno;
• massa: alle compagnie assicuratrici è utile avere molte polizze con lo stesso rischio;
• omogeneità: i rischi sono raggruppati in sottogruppi che devono contenere rischi fra loro omogenei sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.
Le più antiche assicurazioni contro i danni furono quelle contro gli incendi e quelle relative al trasporto di merci via mare. Oggi possiamo raggruppare le varie assicurazioni in quattro categorie:
• assicurazioni contro i danni alle persone;
• assicurazione contro i danni alle cose;
• assicurazioni di responsabilità civile;
• assicurazioni commerciali o finanziarie.
Il fine dell’imprenditore è di raggiungere i migliori risultati con la razionale utilizzazione dei mezzi disponibili, da perseguire con continua attenzione. Qualunque disfunzione in materia si traduce in diseconomie che incidono direttamente sull’entità dei costi e riducono il risultato economico di gestione. Per tale motivo il sistema di scelte operative nel quale si concretizza la gestione aziendale non può essere lasciato all’improvvisazione dei soggetti che nell’impresa sono dotati di poteri decisionali, ma esige di essere indirizzato in modo consapevole al fine di evitare risultati economici negativi. Da ciò l’importanza che ha assunto il perfezionamento degli strumenti del controllo di gestione, che è l’aspetto fondamentale dell’attività di direzione. Tale attività non può ridursi a un’attesa passiva degli avvenimenti, ma deve tradursi in una tempestiva previsione dei futuri mutamenti delle condizioni ambientali in cui la gestione si svolge, in un’accurata programmazione dell’azione aziendale, in una razionale organizzazione dell’attività produttiva, commerciale e amministrativa, e infine nel controllo, cioè nella verifica della conformità dei risultati raggiunti alle mete programmate.
L’attività d’impresa è quindi un’attività programmata.
La programmazione aziendale si svolge attraverso varie fasi che possono così sintetizzarsi:
• formulazione degli obiettivi;
• individuazione delle strategie per il loro conseguimento;
• scelta della strategia più idonea;
• elaborazione dei piani e dei programmi;
• attuazione delle operazioni programmate;
• controllo degli andamenti effettivi rispetto a quelli programmati.
La fase del controllo deve svolgersi in modo continuo durante tutta la gestione: solo così sarà possibile apportare tempestivamente le necessarie correzioni al sistema di operazioni e gli opportuni adattamenti alle strutture aziendali in modo da perseguire continuamente l’economicità della gestione.
A seconda che la programmazione abbracci periodi di tempo più o meno lunghi, si hanno un’attività di programmazione di breve periodo (non si spinge oltre l’anno) e un’attività di pianificazione di medio periodo (comprende una durata non superiore ai 5 anni), nonché una pianificazione di lungo periodo (oltre i 5 anni).
In definitiva possiamo dire che programmare significa prefissare una linea d’azione da seguire per raggiungere determinate finalità, la principale delle quali è quella di permettere all’impresa il razionale utilizzo delle risorse tecniche, organizzative e finanziarie che ha a disposizione. E’ dunque un processo globale che abbraccia nel loro insieme i vari aspetti della gestione. Si configura così una serie di articolate programmazioni settoriali che vanno considerate come tessere di un mosaico unitario costituito dalla programmazione generale.
La traduzione in termini quantitativi-monetari di tali programmi prende in nome di budget.
Il budget differisce dalle semplici previsioni, in quanto quest’ultime si riferiscono a ciò che potrebbe accadere, il budget, invece, a ciò che dovrebbe accadere se si realizzassero determinate condizioni.
Di particolare importanza è il budget generale d’esercizio che costituisce uno strumento efficace di programmazione, di coordinamento e di controllo dell’attività aziendale con riferimento ad un determinato periodo amministrativo.
Le principali caratteristiche del budget generale d’esercizio sono le seguenti:
• la globalità, in quanto esso abbraccia tutte le funzioni, gli organi e i processi aziendali;
• l’articolazione per centri di responsabilità cioè unità organizzative il cui capo sia impegnato a conseguire certi obiettivi di gestione, rispondendone alla direzione aziendale;
• l’articolazione per periodi infra-annuali, in modo da rendere tempestivi i controlli e gli eventuali interventi che dovessero rendersi necessari per fronteggiare le deviazioni di efficienza che possono emergere.
Il budget generale d’esercizio ha per oggetto la determinazione prospettica del reddito d’esercizio (budget economico) e della configurazione del correlato patrimonio di funzionamento (budget di Stato patrimoniale).
Alla formazione del budget economico si perviene redigendo i seguenti budget settoriali:
• budget delle vendite;
• budget della produzione;
• budget degli acquisti;
• budget della mano d’opera;
• budget dei costi generali di produzione;
• budget dei costi di distribuzione;
• budget dei costi amministrativi;

Dal budget delle vendite si deducono le vendite previste alle quali applicando il prezzo unitario si perviene alla previsione dei ricavi. Dopo tale operazione bisogna elaborare il budget della produzione al fine di determinare le quantità da produrre. Definite quantitativamente le produzioni da attuare si passerà alla formulazione del budget dei materiali diretti, necessari per lo svolgimento della produzione programmata e così sarà possibile comporre il budget degli approvvigionamenti, cioè degli acquisti da effettuare e dei relativi costi.
Anche il budget della mano d’opera si fonda su quello della produzione ed è basato normalmente sulle ore standard di lavoro necessarie per l’attuazione della produzione programmata e sul costo medio orario stimato per i vari tipi di mano d’opera necessari.
Il budget dei costi generali di produzione è redatto con riferimento ai vari reparti produttivi e ausiliari.
Il budget dei costi di distribuzione comprende i costi che l’impresa sostiene per il collocamento dei prodotti sul mercato.
Infine il budget dei costi amministrativi comprende le varie spese facenti capo alla Direzione amministrativa.
Accanto a tali budget vengono composti il prospetto delle scorte iniziali e finali, il budget riepilogativo del costo del venduto nonché il budget del risultato operativo.
Al budget economico si associano:
• il budget degli investimenti, riguardante i costi per investimenti di lungo periodo che saranno realizzati durante l’anno;
• il budget finanziario, suddiviso in budget delle fonti e degli impieghi, e budget di tesoreria.
Il budget delle fonti e degli impieghi ha lo scopo di verificare se l’azienda sarà in grado di autofinanziarsi o dovrà reperire i mezzi finanziari necessari attingendo al capitale di credito o ad apporti dei soci.
Il budget di tesoreria verifica se e in quale periodo dell’anno si manifesteranno fabbisogni di mezzi liquidi, ovvero eccedenze di liquidità alle quali si dovrà dare conveniente impiego.
Nei concreti svolgimenti dell’attività aziendale il programma produttivo raramente viene realizzato, poiché ci sono delle variazioni che intervengono nelle condizioni di mercato e d’impresa. Allora si ricorre al budget flessibile, vale a dire un sistema di previsioni che prefigurano gli andamenti e i risultati della gestione con riferimento a più ipotesi riguardanti lo sfruttamento della struttura produttiva e diversi volumi di attività.
Quindi possiamo dire che il budget d’esercizio non è altro che un’anticipazione del bilancio d’esercizio.
Il bilancio d’esercizio è un documento di derivazione contabile che ha il compito di rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa al termine del periodo amministrativo e il risultato economico dell’esercizio.
Alla redazione del bilancio sono tenute tutte le imprese soggette all’obbligo delle scritture contabili, ma le norme del Codice Civile sono applicabili nella loro interezza solo alle società di capitali. Per le ditte individuali e le società personali gli schemi di bilancio sono liberi: esse hanno soltanto l’obbligo di attenersi ai criteri di valutazione previsti per le società per azioni.
Il principio generale che sta alla base di tutta la costruzione giuridica sul bilancio è espresso nel comma 2 dell’art. 2423 c.c. :
“Il bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio”.
Nella redazione del bilancio vanno osservati alcuni principi di redazione, che possono essere così sintetizzati:
• principio della prudenza: significa escludere gli utili sperati e tener conto delle perdite di competenza, anche se conosciute dopo la chiusura dell’esercizio;
• principio della continuità aziendale: cioè eseguire le valutazioni nell’ipotesi che l’impresa continui ad esistere;
• principio della competenza economica: significa che bisogna attribuire i costi e i ricavi all’esercizio al quale si riferiscono “economicamente” e non a quello in cui sono stati pagati o riscossi;
• principio della valutazione separata: gli elementi eterogenei devono essere valutati separatamente, adottando il criterio più idoneo per ciascun elemento;
• principio della costanza dei criteri di valutazione: i criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all’altro.
Il bilancio è costituito da tre parti inscindibili e complementari:
• lo Stato patrimoniale, che configura la struttura e l’entità del patrimonio;
• il Conto economico, che dà dimostrazione del risultato d’esercizio;
• la Nota integrativa, documento con carattere prevalentemente descrittivo-esplicativo avente lo scopo di completare le informazioni fornite dai due prospetti contabili di cui sopra, e motivare determinati comportamenti.
Il bilancio oltre ad assolvere le funzioni sopra elencate è anche uno dei documenti necessari per ottenere un finanziamento. Infatti, alla “richiesta di concessione di fido bancario” il cliente dovrà allegare l’ultimo bilancio.
Per fido bancario s’intende la misura complessiva del credito di qualunque specie di cui una banca ritiene meritevole un determinato cliente che ne abbia fatto richiesta. La concessione di fido è la fase terminale di un processo che parte dalla richiesta del cliente, passa attraverso la raccolta e l’analisi d’informazioni riguardanti le sue doti morali, le sue capacità tecnico-professionali, la consistenza del suo patrimonio e la redditività della sua attività, per concludersi con la deliberazione della misura e delle forme tecniche di utilizzo del credito che può essere concesso al richiedente.
I fidi bancari possono suddividersi in relazione a diversi caratteri distintivi.
Secondo le modalità di utilizzo abbiamo i fidi di cassa e i fidi di firma: i primi sono utilizzati mediante prelevamenti di somme di danaro, i secondi sono fidi con i quali la banca s’impegna a prestare la propria firma di garanzia a favore del cliente.
Secondo le garanzie ottenute si possono distinguere fidi in bianco, fidi assistiti da garanzie reali, e fidi assistiti da garanzie personali.
I fidi in bianco sono affidamenti non assistiti da particolari garanzie e quindi sono la massima espressione della fiducia che la banca ripone nel cliente; per tanto si dicono anche fidi a rischio pieno. Spesso le banche si fanno consegnare delle cambiali che possono dirsi “effetti di recupero”. Tali effetti costituiscono un “titolo esecutivo” che consente una rapida procedura di esecuzione sul patrimonio del cliente in caso di inadempimento del debitore.
I fidi assistiti da garanzie reali sono quelli in cui la concessione di credito è subordinata alla costituzione in pegno di determinati beni mobili, o all’iscrizione d’ipoteca su beni immobili o su beni mobili registrati.
I fidi assistiti da garanzie personali sono quelli assistiti da garanzie collaterali di ordine personale prestate da altri soggetti di nota solvibilità, mediante firme di avallo o di fideiussione.
Le garanzie, però, non aumentano la capacità di credito del richiedente, ma tutelano la banca dai rischi relativi ai fidi concessi.
Secondo che vi siano o meno limiti alle forma tecniche di utilizzo, i fidi possono essere generali o particolari: generali quando il cliente dispone di una linea di credito che può utilizzare con qualsiasi tipo di operazione che egli intenda porre in essere per ottenere fondi dalla banca; particolari quando indicano i limiti d’importo per ciascuna forma di utilizzazione.
Infine possiamo distinguere i fidi diretti da quelli indiretti: i primi sono concessioni di credito fatte a un determinato cliente, il quale risponde in proprio del buon fine dell’operazione; i secondi derivano dal fatto che il cliente richiedente un fido diretto può risultare coobbligato in affidamenti di cui siano titolari altri clienti della stessa banca.
Un cliente può rivolgere richieste di fido a più banche, ed è molto importante che ciascuna di esse sia in grado di conoscere l’entità del credito concesso dalle altre. Infatti il cliente potrebbe ottenere una serie di fidi multipli i quali potrebbero superare le sue capacità di credito. Per tale motivo è stato istituito un servizio accentrato d’informazioni sui rischi bancari noto come Centrale dei rischi e funzionante presso la Banca d’Italia.
Tutte le banche sono tenute a segnalare mensilmente alla Centrale dei rischi i fidi concessi e i relativi utilizzi. Le segnalazioni riguardano:
• tutti i rischi diretti d’importo non inferiore a 150 milioni;
• tutti i rischi indiretti d’importo non inferiore a 150 milioni;
• tutte le posizioni di sofferenza, qualunque ne sia l’importo.
Per affidamenti d’importo pari o superiore a tali limiti la banca deve attribuire al cliente un codice numerico, che servirà per identificare il nominativo presso gli archivi della Centrale dei rischi.
L’iniziativa di richiedere un fido di solito è presa dal cliente il quale deve sottoscrivere la richiesta e documentarla. Tale richiesta deve contenere l’indicazione dei seguenti elementi:
• l’ammontare dell’affidamento di cui si domanda la concessione;
• la durata;
• le garanzie eventualmente offerte per la concessione creditizia.
A questi bisogna aggiungere altre informazioni in relazione alle qualità del soggetto che richiede l’affidamento. Infatti:
• per le persone fisiche è richiesta l’elencazione di tutte le passività che gravano sul loro patrimonio alla data della domanda di fido;
• per le società personali e per le ditte individuali la domanda di affidamento deve essere corredata dall’ultimo bilancio;
• per le società di capitali alla domanda di fido devono essere allegati l’ultimo bilancio d’esercizio e una situazione contabile recente.
Prima di concedere il fido, la banca compie una serie di indagini, ricerche, analisi ed elaborazioni che prendono il nome di “istruttoria di fido”. L’istruttoria si svolge generalmente attraverso le seguenti fasi:
• esame formale dell’azienda richiedente sotto il profilo giuridico;
• indagini esterne all’azienda richiedente;
• indagini interne all’azienda richiedente;
• esame delle eventuali garanzie offerte;
• esame dello scopo, delle forme di utilizzo e della durata del fido;
• analisi della situazione patrimoniale, economica e finanziaria;
• proposta di fido.
Chiusa la fase istruttoria la pratica passa agli organi deliberanti per la decisione finale.
Detto questo si capisce l’importanza che assume il bilancio, perché può influenzare determinate decisioni di organi interni ed esterni all’impresa.
Ma la redazione del bilancio è un operazione che riguarda anche lo Stato. Il bilancio dello Stato è un documento giuridico e contabile nel quale vengono elencate ordinatamente, secondo criteri stabiliti dalla legge, le entrate e le spese dello Stato riferite ad un determinato periodo di tempo. Esso assolve le seguenti funzioni:
• sotto l’aspetto contabile dà un quadro organico della situazione economica e finanziaria dell’ente, e consente di porre le basi per la gestione futura;
• sotto l’aspetto politico, il bilancio consente agli elettori di conoscere le scelte degli organi politici dello Stato e di valutare se esse corrispondono effettivamente all’orientamento della volontà popolare;
• sotto l’aspetto giuridico, il bilancio ha forza di legge e vincola quindi il potere esecutivo all’osservanza dei limiti finanziari in esso contenuti;
• sotto l’aspetto economico il bilancio consente di programmare gli obiettivi di politica economica e di conoscere le influenze della finanza pubblica sull’economica nazionale.
Sotto il profilo temporale il bilancio dello Stato si classifica in bilancio preventivo e bilancio consuntivo.
Il bilancio è preventivo quando si riferisce all’esercizio finanziario successivo a quello in cui viene redatto, e comprende le entrate e le spese che si prevedono, rispettivamente, di riscuotere e di effettuare.
E’, invece, consuntivo quando si riferisce a un anno già compiuto ed espone i risultati finanziari conseguiti nell’anno stesso.
Sotto il profilo temporale, invece, il bilancio si classifica in bilancio di competenza e bilancio di cassa.
Il bilancio di competenza comprende le entrate che si ha diritto di riscuotere e le spese che si ha l’obbligo di pagare nell’ambito di un esercizio finanziario.
Il bilancio di cassa, invece, comprende le entrate e le spese che durante l’anno finanziario entrano nella fase della riscossione e, rispettivamente, del pagamento.
I requisiti del bilancio sono: l’unità, l’universalità, l’integrità, la specificazione, l’annualità, la pubblicità, la veridicità, la chiarezza, il pareggio annuale, la flessibilità e l’economicità.
Il sistema del bilancio italiano si compone dei seguenti documenti:
• il documento di programmazione economico-finanziaria;
• il bilancio di previsione annuale;
• il bilancio di previsione pluriennale;
• la legge finanziaria;
• la relazione revisionale e programmatica per l’anno successivo;
• la relazione generale sulla situazione economica del paese relativa all’anno precedente.
Entro il 15 maggio di ogni anno il Governo deve presentare al Parlamento un documento di programmazione economico-finanziaria, che definisca la manovra di finanza pubblica per il triennio compreso nel bilancio pluriennale. Tale documento, una volta approvato dal Parlamento, assume carattere vincolante sia per il Parlamento stesso, sia per il Governo.
Il processo di formazione del bilancio annuale di previsione può dividersi nelle seguenti fasi:
• preparazione e presentazione da parte del Ministro del Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica;
• discussione e approvazione da parte del Parlamento;
• promulgazione da parte del Capo dello Stato e pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
L’art. 81 della Costituzione stabilisce che la preparazione del bilancio e riservata al Governo. Preparare il bilancio significa prevedere l’ammontare delle spese e delle entrate relative all’esercizio finanziario.
Il Consiglio dei Ministri esamina il testo del progetto di bilancio e dopo la sua deliberazione favorevole, il Presidente della Repubblica ne autorizza la presentazione al Parlamento. La presentazione deve avvenire entro il 31 luglio di ciascun anno; il testo viene sottoposto all’esame delle Camere, perché lo discutano e lo approvino. La discussione è preceduta dal lavoro di speciali commissari, che hanno il compito di esaminare il progetto di bilancio. L’approvazione del bilancio deve avvenire entro il 31 dicembre di ciascun anno; ad essa segue la promulgazione da parte del Capo dello Stato e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Dal punto di vista del contenuto, l’art. 81 della Costituzione dispone che in sede di approvazione del bilancio “non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese”. In altre parole la legge di bilancio non può modificare la normativa preesistente. E’ perciò una legge formale in quanto approvata dal Parlamento, ma non lo è in senso sostanziale perché non ha contenuto normativo.
Il suo contenuto è dunque rigido, vincolato dalla legislazione vigente, ma questa rigidità può ostacolare la funzione del bilancio come strumento di programmazione economica: è difficile, infatti, attuare un’organica manovra di politica economica, se le voci di entrate e di spese devono essere determinate sulla base di norme emanate in precedenza, in tempi e circostanze diverse.
Per far si che la manovra di bilancio abbia un carattere coerente ed unitario, è necessario che i diversi interventi siano inquadrati in un unico progetto, in cui si possa tener conto degli obiettivi fissati nel documento di programmazione economico-finanziaria. Lo strumento legislativo che permette di adeguare la legislazione vigente agli obiettivi programmati è la legge finanziaria. Essa non può introdurre nuovi tributi, né disporre nuove e maggiori spese, ma può apportare variazioni alle aliquote, agli scaglioni o alle detrazioni di imposte già esistenti.
Il disegno di legge finanziaria deve essere presentato al Parlamento dal Ministro del Tesoro, di concerto con i Ministri delle Finanze e del Bilancio, entro il 30 settembre di ogni anno insieme con il bilancio pluriennale programmatico.
L’esigenza di valutare gli effetti della finanza pubblica dell’economia nazionale ed orientare le scelte finanziarie in modo razionale, ha imposto al Governo di inquadrare le voci del bilancio in un arco temporale più ampio. Di conseguenza è stato introdotto il bilancio pluriennale.
IL bilancio pluriennale di previsione pluriennale è elaborato dal Ministro del Tesoro di concerto con il Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica. Deve coprire un periodo che va dai 3 ai 5 anni e viene aggiornato ogni anno per scorrimento. Esso è composto da due parti:
• il bilancio pluriennale a legislazione vigente, che espone l’andamento delle entrate e delle spese in base alla legislazione vigente, e viene presentato al Parlamento entro il 31 luglio;
• il bilancio pluriennale programmatico che espone le previsioni sull’andamento delle entrate e delle spese tenendo conto anche degli interventi previsti nel documento di programmazione economico-finanziari; deve essere presentata alle Camere entro il 30 settembre.
Entro il mese di settembre di ciascun anno il Ministro del Tesoro e quello del Bilancio presentano al Parlamento la Relazione revisionale e programmatica per l’anno successivo. Gli stessi Ministri ogni anno presentano al Parlamento, entro il mese di marzo una Relazione generale sulla situazione economica del Paese relativa all’anno precedente.
Con il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri nel settembre 1999 è iniziato l’iter della manovra finanziaria che si è conclusa il 30 settembre 1999. Una manovra più leggera degli anni precedenti dato il calo dell’inflazione , e che tende ad agevolare le classi dei lavoratori meno abbienti, ed inoltre che cerca di stimolare la ripresa dell’attività economica.
La manovra è di 15 mila miliardi di lire: circa 11 mila miliardi riguardano i tagli alle spese e 4 mila miliardi riguardano nuove entrate affidate interamente alla cessione di immobili pubblici.
La parte più significativa della manovra riguarda l’insieme di misure che porteranno all’alleggerimento del prelievo tributario.
Il carico tributario sarà dell’1,5%, mentre la pressione fiscale dovrebbe scendere dello 0,4%. Altri sgravi riguardano l’IVA con la riduzione dal 20% al 10% per l’edilizia e i servizi di assistenza domiciliare.
L’INVIM per il trasferimento degli immobili scende al 2,5% e l’imposta di registro viene ridotta di un punto.
Nelle terza parte della manovra si nota che a partire dal febbraio 2000 arriverà sul mercato immobiliare il 25% del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali e buona parte dei beni demaniali; il tutto per incassare almeno 4 mila miliardi. Il diritto di prelazione per l’acquisto di questi immobili va dato agl’inquilini, che potranno godere di uno sconto del 30% del valore dell’immobile. Se l’inquilino non è interessato ad acquistare l’immobile, si procederà alla sua assegnazione con un’asta pubblica.
Altre novità:
• l’IVA sulla manutenzione ordinaria e straordinaria scende al 10%;
• la detrazione IRPEF sulle ristrutturazioni edilizie scende dal 41% al 36% fino al 31 dicembre 2000;
• assegni di 3 milioni di lire per parti, adozioni e affidamenti dal luglio 2000;
• abrogati i bolli giudiziari e sostituiti da un contributo basato sul valore della causa.
Lo scopo della Finanziaria 2000 è avviare l’economia italiana verso una fase di sviluppo stabile, poiché da diversi anni l’Italia è lacerata da problemi di stampo socio-economico tutt’ora irrisolti.

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