Kant

Materie:Altro
Categoria:Filosofia

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Testo

Nell’attività letteraria di Kant si possono distinguere tre periodi. Nel primo, che va fino al 1760, prevalse l’interesse per le scienze naturali. Nel secondo periodo, che va sino al 1781, prevale l’interesse filosofico e si determina verso l’empirismo inglese e il criticismo. Il terzo periodo, dal 1781 in poi, è quello della filosofia trascidentale.
La “Dissertazione” del 1770
La dissertazione su forma e principi del mondo sensibile e intelligibile, segna la soluzione critica del problema dello spazio e del tempo.
Distinzione tra conoscenza sensibile e conoscenza intellettuale.
Conoscenza sensibile: è dovuta alla ricettività del soggetto, ha per oggetto il fenomeno. Vi è una distinzione tra materia, che è la sensazione, e forma, che è la legge che ordina la materia sensibile. La conoscenza sensibile si chiama apparenza; e la conoscenza riflessa che nasce dal confronto di molteplici esperienze si chiama esperienza. Gli oggetti dell’esperienza sono i fenomeni. La forma è costituita da spazio e dal tempo, che sono intuizioni che precedono ogni conoscenza sensibile e sono indipendenti da essa, sono intuizioni pure. Sono condizioni soggettive e necessarie, alla mente umana, per coordinare a sé tutti i dati sensibili.
Conoscenza intellettuale: è una facoltà del soggetto, ha per oggetto la cosa così com’essa è, cioè il noumeno. Ha la possibilità di cogliere le cose uti sunt, ossia come sono nel loro ordine intelligibile, a differenza della sensibilità, che le percepisce uti apparent, come appaiono.
Gli scritti del periodo “critico”
La “Critica della ragione pura” apparve nel 1781, mentre la seconda edizione apparve nel 1787 con rimaneggiamenti ed aggiunte rispetto alla prima, soprattutto per ciò che riguarda la deduzione trascidentale.
Negli studi giovanili di filosofia naturale, Kant si è venuto familiarizzando con la filosofia naturalistica dell’illuminismo ispirata da Newton, che gli ha prospettato l’esigenza di una metafisica che si costituisse in base agli stessi criteri limitativi.
Le analisi degli empiristi inglesi gli prospettano dapprima questa metafisica come scienza limitativa e negativa, quindi come un’autocritica alla ragione.
Il criticismo come “filosofia del limite” e l’orizzonte storico del pensiero kantiano
Kant fa della critica lo strumento principale della filosofia.
Criticare significa giudicare, ossia interrogarsi programmaticamente circa il fondamento di determinate esperienze umane, chiarendone le possibilità, la validità e i limiti.
L’impossibilità della conoscenza di trascendere i limiti dell’esperienza diventa allora la base dell’effettiva validità della conoscenza.
Kant si propone di rinunciare ad ogni evasione dai limiti dell’uomo e deve questa rinuncia a Hume.
Il criticismo s’interroga in profondità sui fondamenti del sapere, della morale e dell’esperienza estetica e sentimentale, concretizzandosi nei tre rispettivi capolavori di Kant: Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica, Critica del Giudizio.
Il kantismo si distingue dall’empirismo non solo per il rifiuto dei suoi esiti scettici, ma anche per il suo spingere più a fondo l’analisi critica, cioè per un metodo di filosofare che più che soffermarsi sulla descrizione dei meccanismi conoscitivi, etici, sentimentali, si sforza di fissarne le condizioni possibilitanti ed i limiti di validità.
Si distingue dall’illuminismo per una maggior radicalità di intenti.
Kant si propone di portare dinanzi al tribunale della ragione la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e possibilità.
Per Kant i limiti della ragione tendono a coincidere con i limiti dell’uomo: per cui volerli varcare in nome di presunte capacità superiori alla ragione significa soltanto avventurarsi in sogni arbitrari o fantastici.
Il problema generale della “Critica alla ragion pura”
La Critica alla ragion pura è un’analisi critica dei fondamenti del sapere.
La scienza e la metafisica si presentavano in modo diverso. Mentre la prima appariva come un sapere fondato e in continuo progresso, la seconda non sembrava affatto aver trovato il cammino sicuro della scienza.
Necessità di un riesame globale della struttura e della validità della conoscenza, che fosse in grado di rispondere in modo esauriente alla domanda circa lo statuto di scientificità di questi due campi del sapere.
Il rapporto Kant – Hume è costituito di affinità e contrasti. Kant respinge lo scetticismo scientifico di Hume, ma ne condivide lo scetticismo metafisico.
La ricerca di Kant è uno studio teso a stabilire come siano possibile la matematica e la fisica come scienze, e come sia possibile la metafisica in quanto disposizione naturale e in quanto scienza.
4 domande di base:
1. com’è possibile la matematica pura?
2. com’è possibile la fisica pura?
3. com’è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale?
4. com’è possibile la metafisica come scienza?
Nel caso della metafisica si tratta di scoprire se esistano davvero condizioni tali che possono legittimare le sue pretese di porsi come scienza, oppure se essa sia inevitabilmente condannata alla non – scientificità.
I giudizi sintetici a priori
Kant è convinto che la conoscenza umana e in particolare la scienza offra i tipico esempio di principi assoluti, ossi di verità universali e necessarie, che valgono ovunque e sempre allo stesso modo.
Giudizi sintetici a priori: giudizi poiché consistono nell’aggiungere un predicato ad un soggetto; sintetici perché il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso; a priori perché essendo universali e necessari non possono derivare dall’esperienza. Sono i principi della scienza. Richiamano la concezione razionalistica della scienza.
Giudizi analitici a priori: vengono enunciati a priori, senza bisogno di ricorrere all’esperienza, in quanto in essi il predicato non fa che esplicitare quanto è già implicitamente contenuto nel soggetto. Pur essendo universali e necessari sono infecondi, perché non ampliano il nostro preesistente patrimonio conoscitivo.
Giudizi sintetici a posteriori: il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, aggiungendosi o sintetizzandosi a quest’ultimo in virtù dell’esperienza, ovvero a posteriori. Questi giudizi, pur essendo fecondi, sono privi di universalità e necessità perché poggiano esclusivamente sull’esperienza. Richiamano l’interpretazione empiristica della scienza.
La scienza risulta feconda in duplice senso: sia per quanto riguarda il contenuto o la materia, che le deriva dall’esperienza, sia per quanto riguarda la forma, che le deriva dai giudizi sintetici a priori.
Scienza = esperienza + principi sintetici a priori
I giudizi sintetici a priori rappresentano quindi la spina dorsale della scienza, ovvero l’elemento che le conferisce stabilità ed universalità.
Senza taluni principi di fondo la scienza non potrebbe sussistere.
Lo scienziato kantiano è certo a priori di tali verità, anche se per sapere quali siano le cause che producono gli eventi o che cosa vi sia nello spazio e nel tempo ha bisogno di ricorrere alla testimonianza dell’esperienza.
I giudizi sintetici a priori stanno anche alla base della metafisica.
La “rivoluzione copernicana”
Kant elabora una nuova teoria della conoscenza, intesa come sintesi di materia e forma. Per materia intende la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che provengono dall’esperienza. Per forma intende l’insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina tali impressioni.
Ritiene che la mente umana filtri attivamente i dati empirici attraverso forme che le sono innate e che risultano comuni ad ogni soggetto pensante. Come tale, queste forme sono a priori rispetto all’esperienza e sono fornite di validità universale e necessaria, in quanto tutti le possiedono e le applicano allo stesso modo.
Rivoluzione copernicana: come Copernico aveva ribaltato i rapporti fra lo spettatore e le stelle, così Kant, per spiegare la scienza, ribalta i rapporti fra soggetto ed oggetto, affermando che non è la mente che si modella passivamente sulla realtà, bensì la realtà che si modella sulle forme a priori attraverso cui la percepiamo.
Distinzione kantiana tra fenomeno e cosa in sé.
Fenomeno: realtà quale ci appare tramite le forme a priori che sono proprie della nostra conoscenza conoscitiva. Non è un’apparenza illusoria, ed un oggetto reale soltanto nel rapporto con il soggetto cosciente.
Cosa in sé: realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediante cui le conosciamo.
La facoltà della conoscenza e la partizione della “Critica della ragion pura”
Kant articola la conoscenza in 3 facoltà principali:
• sensibilità: facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente attraverso i sensi e tramite le forme a priori di spazio e tempo
• intelletto: facoltà attraverso cui pensiamo i dati sensibili tramite i concetti puri o categorie
• ragione: facoltà attraverso cui, procedendo oltre l’esperienza, cerchiamo di spiegare globalmente la realtà mediante le tre idee di anima, mondo e Dio.
Divisione della Critica della ragion pura:
• dottrina degli elementi: scoprire, isolandoli, quegli elementi formali della conoscenza che Kant chiama puri o a priori.
Si divide in:
• Estetica trascidentale: studia la sensibilità e come su di essa si fondi la matematica
• Logica trascidentale: si sdoppia in – Analitica trascidentale: studia l’intelletto in 12 categorie e come si fondi la fisica
- Dialettica trascendentale: studia la ragione e le sue 3 idee di anima, mondo e Dio, e come si fondi la metafisica.
• Dottrina del metodo: chiarire l’uso degli elementi, ovvero il metodo della conoscenza.
Connette il concetto di trascendente con quello di forma a priori, la quale non esprime una proprietà della realtà in sé, ma solo una condizione della realtà fenomenica.
Trascendentale: è qualcosa che certamente precede la conoscenza, ma non è determinato a nulla più che a rendere possibile la conoscenza. Il suo significato si identifica con lo studio filosofico degli elementi a priori.
Il titolo dell’opera può essere interpretato come esame critico generale della validità e dei limiti che la ragione umana possiede in virtù dei suoi elementi puri a priori. È un’analisi delle autentiche possibilità conoscitive dell’uomo e si configura come una mappa filosofica della potenza e dell’impotenza della ragione, in quanto depositaria di principi puri a priori.
L’Estetica trascidentale
La teoria dello spazio e del tempo
Nell’Estetica trascidentale viene studiata la sensibilità che è considerata recettiva, in quanto accoglie i propri contenuti dalla realtà esterna, ma anche attiva in quanto organizza il materiale delle sensazioni tramite lo spazio e il tempo.
Spazio: forma del senso esterno, la rappresentazione a priori, necessaria, che sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne.
Tempo: forma del senso interno, la rappresentazione a priori che sta a fondamento dei nostri stati interni.
Poiché è unicamente attraverso il nostro senso interno che ci giungono i dati del senso esterno, il tempo si configura anche, indirettamente, come la forma del senso esterno, cioè come la maniera universale attraverso la quale percepiamo tutti gli oggetti.
Quindi se non ogni cosa è nello spazio, ogni cosa è però nel tempo.
Contro gli empiristi afferma che spazio e tempo non possono derivare dall’esperienza, perché per fare un’esperienza qualsiasi dobbiamo già presupporre le rappresentazioni originarie di spazio e di tempo.
Contro gli oggettivisti sostiene che qualora spazio e tempo fossero davvero dei recipienti vuoti, essi dovrebbero continuare ad esistere anche nell’ipotesi che in essi non vi fossero oggetti.
In verità sono quadri mentali a priori entro cui connettiamo dati fenomenici. Pur essendo ideali o soggettivi rispetto alle cose in sé stesse, sono tuttavia reali ed oggettivi rispetto all’esperienza. Per questo parla di idealità trascendentale e di realtà empirica dello spazio e del tempo.
Contro concettualisti, afferma che spazio e tempo non possono venir riguardati alla stregua di concetti, in quanto essi hanno una natura intuitiva e non discorsiva.
La fondazione kantiana della matematica
Kant vede nella geometria e nell’aritmetica delle scienze sintetiche a priori per eccellenza.
Sintetiche in quanto ampliano le nostre conoscenze mediante costruzioni mentali che vanno oltre il già noto; a priori in quanto i teoremi geometrici ed aritmetici valgono indipendentemente dall’esperienza.
Geometria: scienza che dimostra sinteticamente a priori le proprietà delle figure mediante l’intuizione pura di spazio.
Aritmetica: scienza che determina sinteticamente a priori la proprietà delle serie numeriche, basandosi sull’intuizione pura di tempo e di successione, senza la quale lo stesso concetto di numero non sarebbe mai sorto. In quanto a priori, la matematica è anche universale e necessaria, immutabilmente valida per tutte le menti pensanti.
L’Analitica trascendentale
Le categorie
Nella Logica trascendentale vengono studiati l’ordine, l’estensione e la validità oggettive delle conoscenze a priori che sono proprie dell’intelletto e della ragione.
Sensibilità ed intelletto sono entrambi indispensabili alla conoscenza. “I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche”.
Nell’Analitica dei concetti (prima parte dell’Analitica trascidentale) Kant sostiene che le intuizioni sono delle affezioni, mente i concetti sono delle finzioni, ovvero delle operazioni attive, che consistono nell’ordinare o nell’unificare diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune.
I concetti possono essere empirici (costruiti con materiali ricavati dall’esperienza) o puri (contenuti a priori nell’intelletto.
I concetti puri si identificano con le categorie, cioè con quei concetti basilari della mente che rappresentano le supreme funzioni unificatrici dell’intelletto. Coincidono con i predicati primi.
Poiché pensare è giudicare, ci saranno tante categorie quante sono le modalità di giudizio.
E poiché la logica generale raggruppa i giudizi secondo la quantità, le qualità, la relazione e la modalità, egli fa corrispondere ad ogni tipo di giudizio un tipo di categoria.
La deduzione trascendentale
Affronta il problema della giustificazione della validità e dell’uso delle categorie.
Usando il termine deduzione Kant allude alla dimostrazione della legittimità di diritto di una pretesa di fatto.
La deduzione delle categorie non consiste nella semplice prova che esse sono adoperate nella conoscenza scientifica; ma nella giustificazione che quest’uso è legittimo e quindi anche nella determinazione dei limiti di quest’uso, cioè del diritto della ragione ad impiegarle.
PROBLEMA: Che cosa ci garantisce, di diritto, che la natura obbedirà alle categorie, manifestandosi, nell’esperienza, secondo le nostre maniere di pensarla?
Per lo spazio ed il tempo tale problema non si presenta, in quanto un oggetto che non è dato nello spazio e nel tempo non è un oggetto per noi perché non è intuito.
Per quanto concerne le categorie, non è per nulla evidente che gli oggetti debbano sottostare ad esse.
Dire che la realtà obbedisce anche ai nostri pensieri è un paradosso.
SOLUZIONE: Poiché tutti i pensieri presuppongono “l’io penso” (suprema unità fondatrice della conoscenza che accomuna tutti gli uomini) e poiché “l’io penso” pensa tramite le categorie, ne segue che tutti gli oggetti pensati presuppongono le categorie. Il che equivale a dire che la natura fenomenica obbedisce necessariamente alle forme a priori del nostro intelletto.
“L’io penso” si configura come il principio supremo della conoscenza umana, ciò cui deve sottostare ogni realtà; e rappresenta ciò che rende possibile l’oggettività del sapere.
Senza “l’io penso” e le categorie tramite cui esso opera, saremmo chiusi nel cerchio della soggettività individuale e potremmo stabilire soltanto delle connessioni particolari e contingenti.
Kant insiste sul carattere formale, e quindi finito, dell’”io penso”, il quale si limita semplicemente ad ordinare una realtà che gli preesiste e senza cui la sua stessa conoscenza non avrebbe senso.
Gli “schemi trascendentali”
Nell’analitica dei principi Kant indaga il modo in cui le categorie si possono applicare ai fenomeni. Ciò avviene con la dottrina dello schematismo”.
L’intelletto, non potendo agire direttamente sugli oggetti della sensibilità, agisce indirettamente su di essi tramite il tempo, che è il medium universale attraverso cui tutti gli oggetti sono percepiti.
Se il tempo condiziona gli oggetti, l’intelletto, condizionando il tempo, condizionerà gli oggetti. Ciò avviene perché l’intelletto determina la rete del tempo secondo degli schemi che corrispondono ognuno ad una delle categorie.
Schema: rappresentazione intuitiva di un concetto che pur avendo una certa parentela con l’immagine, va distinto da essa.
Schemi trascendentali: prefigurazione intuitiva delle categorie, ovvero le regole attraverso cui l’intelletto condiziona il tempo in conformità ai propri concetti a priori.
• Categorie di relazione:
- Schema categoria di sostanza: permanenza nel tempo
- Schema categoria di causa – effetto: successione nel tempo
- Schema dell’azione reciproca: simultaneità nel tempo
• Categorie di modalità:
- Schema categoria di possibilità: esistenza di un tempo qualsiasi
- Schema categoria di realtà: esistenza in un determinato tempo
- Schema categoria di necessita: esistenza in ogni tempo
• Categorie di quantità:
- Schema complessivo: numero, successiva addizione degli omogenei nel tempo
• Categorie di qualità:
- Schema complessivo: cosalità, presenza, assenza e intensità dei fenomeni nel tempo
Con la teoria dello schematismo Kant ha inteso mettere in luce come la mente non si limiti a ricevere la realtà attraverso il tempo, ma riceva il tempo stesso secondo determinate dimensioni che sono il corrispondente delle categorie.
I “principi dell’intelletto puro” e l’io “legislatore della natura”
Principi dell’intelletto puro: regole di fondo tramite cui avviene l’applicazione delle categorie agli oggetti. Si identificano con le leggi supreme dell’esperienza e con le proposizioni di fondo del sapere scientifico.
1. Assiomi dell’intuizione: affermano a priori che tutti i fenomeni intuiti costituiscono delle quantità estensive (conosciuto solo attraverso la sintesi successiva delle sue parti). Giustificano l’applicazione della matematica all’intero mondo dell’esperienza.
2. Anticipazioni della percezione: affermano a priori che ogni fenomeno percepito ha una quantità intensiva (grado di intensità indefinitamente suddivisibile).
3. Analogie dell’esperienza: affermano a priori che l’esperienza costituisce una trama necessaria di rapporti basata sui principi della permanenza della sostanza, della casualità, e dell’azione reciproca.
4. Postulati del pensiero empirico in generale: stabiliscono
a. è possibile ciò che è in accordo con le condizioni formali dell’esperienza
b. è reale ciò che è connesso con le condizioni materiali dell’esperienza
c. esiste necessariamente ciò la cui connessione con il reale è determinata in base alle condizioni universali dell’esperienza.
Questa dottrina dei principi coincide con quella della teoria dell’io come legislatore della natura.
L’io penso e le categorie non possono tuttavia rivelare se non quello che è la natura in generale, cioè la regolarità dei fenomeni nello spazio e nel tempo.
Le leggi particolari possono essere desunte soltanto dall’esperienza.
Essendo il fondamento della natura, l’io è anche fondamento della scienza che la studia.
Ambiti d’uso delle categorie e il concetto di “noumeno”
L’originalità della soluzione kantiana è consistita nell’intendere il fondamento del sapere in termini di possibilità e di limiti, cioè conformemente al modo d’essere di quell’ente pensante finito che è l’uomo.
Le idee di Kant sono nette ed inequivocabili: le categorie funzionano solo in rapporto al materiale che esse organizzano. Considerate di per sé, sono vuote. Questo fa sì che esse risultino operanti solo in relazione al fenomeno.
Per Kant il conoscere non può estendersi al di là dell’esperienza, in quanto una conoscenza che non si riferisce ad un’esperienza possibile non è conoscenza, ma un vuoto pensiero che non conosce nulla, un semplice gioco di rappresentazioni.
Questo principio esclude che le categorie abbiano un uso trascendentale, ed implica che il loro unico uso possibile sia quello empirico.
Kant ha sempre ribadito che l’ambito della conoscenza umana è rigorosamente limitato al fenomeno, poiché la cosa in sì (noumeno) non può divenire oggetto di un’esperienza possibile.
Noumeno: - oggetto di un’intuizione non sensibile (senso positivo)
- concetto di una cosa in sé come di una X che non può mai entrare in rapporto conoscitivo con noi ed essere quindi oggetto della nostra intuizione sensibile (senso negativo). In questo senso la cosa in sé, più che essere una realtà, è per noi un concetto – limite che serve ad arginare le nostre pretese conoscitive.
Approfondimento: il concetto kantiano di “esperienza”
In Kant il concetto di esperienza:
1. indica l’intuizione sensibile
2. indica la totalità fenomenica, l’organizzazione complessiva della conoscenza

La dialettica trascendentale
La genesi della metafisica e delle sue tre idee
Nella dialettica Kant affronta il problema se la metafisica possa anch’essa costituirsi come scienza.
Dialettica trascendentale: analisi e smascheramento dei ragionamenti fallaci della metafisica, che è un parto della ragione che a sua volta, in partenza, non è altro che l’intelletto stesso, il quale essendo la facoltà logica di unificare i dati sensibili tramite le categorie, è inevitabile portarlo a voler pensare anche senza dati.
Tutto ciò deriva dalla nostra innata tendenza all’incondizionato e alla totalità che porta la nostra ragione ad essere attratta verso il regno dell’assoluto e quindi verso una spiegazione globale ed onnicomprensiva di ciò che esiste, che fa leva sulle tre idee trascendentali proprie della ragione:
1. anima: idea della totalità assoluta dei fenomeni interni, che tende ad unificare i dati del senso interno
2. mondo: idea della totalità assoluta dei fenomeni esterni, che tende ad unificare i dati del senso esterno
3. Dio: tende ad unificare i dati esterni ed interni, in quanto è inteso come totalità di tutte le totalità e fondamento di tutto ciò che esiste
Errore della metafisica: trasformare queste tre esigenze mentali di unificazione dell’esperienza in altrettante realtà.
La dialettica trascendentale vuole essere lo studio critico e la denuncia impietosa delle peripezie e dei naufragi della metafisica.
Per dimostrare l’infondatezza della metafisica, Kant critica le tre pretese scienze che ne costituiscono l’ossatura: 1. psicologia razionale (studia l’anima)
2. cosmologia razionale (indaga sul mondo)
3. teologia razionale o naturale (specula su Dio)
Critica della psicologia razionale e della cosmologia razionale
Psicologia razionale: secondo Kant è formata su un paralogisma (ragionamento errato) che consiste nell’applicare la categoria di sostanza all’io penso, trasformandolo in una realtà permanente chiamate anima. L’equivoco di base consiste nella pretesa di identificare con un0anima immateriale, incorruttibile, personale, spirituale ed immortale, quella che è soltanto la condizione formale suprema del costituirsi dell’esperienza; mentre noi non possiamo conoscere l’io noumenico, ma solo l’io quale appare a noi tramite le forme a priori, ossia l’io fenomenico.
Cosmologia razionale: pretende di far uso della nozione di mondo come totalità assoluta dei fenomeni cosmici. Ma poiché la totalità dell’esperienza non è mai un’esperienza, l’idea di mondo cade al di fuori di ogni esperienza possibile. Quindi quando i metafisici pretendono di fare un discorso intorno al mondo nella sua totalità, cadono inevitabilmente nelle antinomie (conflitti della ragione con sé stessa) che si concretizzano in coppie di affermazioni opposte dove l’una afferma e l’altra nega, ma tra le quali non è possibile decidere perché entrambe possono essere razionalmente dimostrate.
Il difetto è nell’idea stessa di mondo che non può fornire alcun criterio atto a decidere per l’una o per l’altra delle tesi in conflitto, e quindi le antinomie dimostrano l’illegittimità dell’idea del mondo.
La critica alle prove dell’esistenza di Dio
Secondo Kant Dio rappresenta l’ideale della ragion pura, cioè quel modello supremo personificato di ogni realtà o perfezione.
Kant critica le prove dell’esistenza di Dio:
a. Prova ontologica: pretende di ricavare l’esistenza di Dio come essere perfettissimo affermando che, in quanto tale, Egli non può mancare all’attributo dell’esistenza.
Kant obietta che non risulta possibile passare dalla possibilità logica alla realtà ontologica, in quanto l’esistenza è qualcosa che possiamo constatare solo per via empirica.
La prova ontologica è quindi impossibile (se vuol derivare da un’idea una realtà) oppure contraddittoria (se nell’idea del perfettissimo assume già l’esistenza che vuole dimostrare).
b. Prova cosmologica: gioca sulla distinzione tra contingente e necessario, affermando che se qualcosa esiste, deve anche esistere un essere assolutamente necessario.
Secondo Kant in quest’argomentazione c’è un uso illegittimo del principio di causa, ed è fondata su di una serie di forzature logiche e nel suo inevitabile ricadere nella prova ontologica.
c. Prova fisico – teologica: fa leva sull’ordine, sulla finalità e sulla bellezza del mondo per innalzarsi ad una Mente ordinatrice, identificata con un Dio creatore, perfetto ed infinito. Partendo dall’esperienza dell’ordine del mondo e pretendendo di elevarsi subito all’idea di una causa ordinatrice trascendente, dimenticando che l’ordine della Natura potrebbe essere una conseguenza della Natura stessa e delle sue leggi immanenti, è obbligata a concepire Dio non solo come causa dell’ordine del mondo, ma anche come Creatore; e tale operazione può essere svolta solo ricadendo nella prova cosmologica e quindi ontologica. Pretende inoltre di stabilire l’esistenza di una causa infinita e perfetta senza accorgersi che gli attributi che dà al mondo sono indeterminati e relativi a noi e quindi non autorizzano a passare dal finito all’infinito.
La funzione regolativi delle idee
Le idee della ragion pura possono e debbono avere un uso regolativi, in quanto ogni idea è, per la ragione, una regola che la spinge a dare al suo campo d’indagine non solo la massima estensione, ma anche la massima unità sistematica.
Le idee, cessando di valere dogmaticamente come realtà, varranno in questo caso problematicamente, come condizioni che impegnano l’uomo nella ricerca naturale.
La dottrina trascendentale del metodo
Dottrina trascendentale degli elementi: è costituita dell’Estetica e dalla Logica trascendentale nel loro insieme; consiste nel calcolo e nella determinazione dei materiali che costituiscono l’edificio della conoscenza umana.
Dottrina trascendentale del metodo: è la determinazione delle condizioni formali di un sistema completo della ragion pura.
Nella Disciplina della ragion pura stabilisce la differenza tra:
- Filosofia: conoscenza razionale mediante concetti attraverso l’analisi
- Matematica: conoscenza razionale mediante la costruzione di concetti attraverso l’intuizione dello spazio e del tempo.
Il dogmatismo è il primo passo nella ragion pura; lo scetticismo è il secondo. La critica è il passo definitivo col quale si segnano precisamente i confini della potenza e della capacità della ragione e su questi confini si stabiliscono saldamente l’una e l’altra cosa.
Ogni ipotesi può essere formulata soltanto sulla base dell’esperienza possibile e deve bastare a determinare a priori le proprie conseguenze senza ipotesi sussidiarie.
DIMOSTRAZIONE: - Prima regola: esaminare i principi da cui si intende partire
- Seconda regola: avvalersi di una sola dimostrazione
- Terza regola: avvalersi di dimostrazioni ostentive o dirette
Canone della ragion pura: complesso dei principi a priori che devono regolare l’uso delle facoltà conoscitive. Questo canone deve indirizzare la ragione al suo fine ultimo che è la conoscenza dei 3 oggetti fondamentali della vita morale: 1. libertà del volere
2. immortalità dell’anima
3. esistenza di Dio
Architettonica della ragion pura: arte del sistema, ovvero l’unità di molteplici conoscenze raccolte sotto un’unica idea.
Come sistema, la filosofia è soltanto un ideale, e mai una realtà, in quanto non si può imparare la filosofia, ma si può soltanto imparare a filosofare. Il concetto cosmico della filosofia è quello di scienza del rapporto di ogni conoscenza al fine essenziale della ragione umana; in questo senso il filosofo non è un semplice legislatore, ma legislatore della natura umana.
La filosofia ha come oggetti la natura (si rivolge a ciò che è) e la libertà (si rivolge a ciò che deve essere), che corrispondono all’uso speculativo e all’uso pratico della ragion pura e costituiscono nel loro complesso la metafisica.
Storia della ragion pura: classificazione delle dottrine filosofiche:
• Rispetto all’oggetto: - sensualiste (Epicureo)
- intellettualiste (Platone)
• Rispetto all’origine della conoscenza: - empiriche (Aristotele e Locke)
- neologistiche (Platone e Leibniz)
• Rispetto al metodo: - naturalistiche o dogmatiche
- scettiche
- scientifiche
Il nuovo concetto di metafisica in Kant
Alla vecchia metafisica dogmatica o iperfisica Kant contrappone una nuova metafisica scientifica o critica, concepita scienza dei concetti puri, ovvero come una scienza che abbraccia le conoscenze che possono essere ottenute indipendentemente dall’esperienza, sul fondamento delle strutture razionali della mente umana.
Di questa metafisica fanno parte sia una metafisica della natura sia una metafisica dei costumi.
La metafisica è accettata da Kant nella forma di una scienza dei principi a priori del conoscere o dell’agire.
La Critica della ragion pratica
La ragion pura pratica e i compiti della nuova Critica
La Critica della ragion pratica serve a distinguere in quali casi la ragione è pratica e, nello stesso tempo, pura e in quali casi essa è pratica senza essere pura, in quanto la dimensione della moralità si identifica con la dimensione della ragion pura pratica.
Nella sua parte non pura, cioè legata all’esperienza, la ragione pratica può darsi delle massime dipendenti dall’esperienza e perciò non legittime dal punto di vista morale. Per questa ragione deve essere sottoposta a critica.
Kant critica le pretese della ragion pratica di restar legata all’esperienza; e la critica della ragion pratica ha l’obbligo di contestare alla ragione condizionata empiricamente la pretesa di costituire essa sola il motivo determinante della volontà.
Realtà e assolutezza della legge morale
Il motivo che sta alla base della Critica della ragion pratica è la persuasione che esista, scolpita nell’uomo, una legge morale a priori valida per tutti e per sempre, ovvero che esista una legge etica assoluta.
Che esista una legge morale assoluta o incondizionata è qualcosa su cui il filosofo non ha dubbi, in quanto dal suo punto di vista, o la morale è una chimera, oppure, se esiste, risulta per forza incondizionata, presupponendo una ragion pratica pura.
La morale è quindi incondizionata in quanto implica la capacità umana di autodeterminarsi al di là delle sollecitazioni istintuali facendo sì che la libertà si configuri come il primo presupposto della vita etica, e indipendente dagli impulsi del momento e da ogni condizione risultando così universale e necessaria. Tutto ciò implica due concetti di fondo:
1. libertà dell’agire
2. validità universale e necessaria
moralità = incondizionatezza = libertà = universalità e necessità rappresenta il fulcro dell’analisi etica di Kant e la chiave di volta per cogliere in modo logicamente concatenato gli attributi essenziali che il filosofo riferisce alla legge morale: - categoricità
- formalità
- disinteresse
- autonomia
Per Kant la morale è ab-soluta, cioè sciolta dai condizionamenti istintuali perché è in grado di de-condizionarsi rispetto ad essi.
La bidimensionalità dell’essere umano fa sì che per Kant l’agire morale prenda la forma severa del dovere e si concretizzi in una lotta permanente fra la ragione e gli impulsi egoistici. Da ciò la natura finita dell’uomo, che può agire secondo la legge, ma anche contro la legge.
Tema dominante: polemica contro il fanatismo morale, che è la velleità di trasgredire i limiti della condotta umana, sostituendo alla virtù la santità di un creduto possesso della perfezione etica.
Divisione della critica della ragion pratica:
• Dottrina degli elementi: tratta degli elementi della morale.
Si divide in:
• Analitica: esposizione della regola della verità (etica)
• Dialettica: esposizione e soluzione dell’antinomia propria della ragion pratica
• Dottrina del metodo: modo in cui le leggi morali possono accedere all’animo umano.
La categoricità dell’imperativo morale
I principi pratici che regolano la nostra volontà sono massime e imperativi.
Massima: prescrizione di valore puramente soggettivo
Imperativo: prescrizione di valore oggettivo
• Imperativi ipotetici: prescrivono dei mezzi in vista di determinati fini ed hanno la forma del se…devi
• Imperativo categorico: ordina il dovere in modo incondizionato ed ha la forma del devi puro e semplice. Solo l’imperativo categorico ha i connotati della legge ed è universale e necessario.
In quanto incondizionato consiste nell’elevare a legge l’esigenza stessa di una legge. Si concretizza secondo una massima che può valere per tutti
Formula base: Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale.
È quel comando che prescrive di tener sempre presenti gli altri e ci ricorda che un comportamento risulta morale solo se, e nella misura in cui, la sua massima appare universalizzabile.
La formalità della legge e il dovere
La legge non ci dice che cosa dobbiamo fare, ma come dobbiamo fare ciò che facciamo. Se non fosse formale, ma materiale, e prescrivesse dei contenuti concreti, sarebbe vincolata ad essi, perdendo in termini di libertà ed universalità.
L’imperativo etico può quindi risiedere soltanto in una legge formale – universale: quando agisci tieni presente gli altri e rispetta la dignità umana che è in te e nel prossimo. Sta poi ad ognuno di noi tradurre in concreto la legge.
Le norme etiche concrete in cui si incarna di volta in volta l’imperativo categorico risultano sempre fondate e mai fondanti nei suoi confronti.
Il vero significato del formalismo kantiano sta nella scoperta della fonte perenne della moralità, che rimane immune da ogni mutamento.
Il carattere formale e incondizionato della legge morale fa tutt’uno con il carattere anti – utilitaristico dell’imperativo etico.
Cuore della moralità kantiana: dovere – per – il – dovere, sforzo di attuare la legge della ragione solo per ossequio ad essa. Non dobbiamo agire per la felicità, ma solo per il dovere.
Rigorismo kantiano: esclude dall’etica emozioni e sentimenti, che sviano la morale o ne inquinano la severa purezza se collaborano con essa.
Il dovere per il dovere nel rispetto della legge, ecco le uniche condizioni affinché vi siano moralità e virtù e non si passi dalla moralità alla semplice legalità. Non basta che un’azione sia fatta esteriormente secondo la legge, in quanto la morale implica una partecipazione interiore.
Non è morale ciò che si fa, ma l’intenzione con cui lo si fa, essendo la buona volontà l’unica cosa incondizionatamente buona al mondo.
Il dovere e la volontà buona innalzano l’uomo al di sopra del mondo sensibile, e lo fanno partecipare al mondo intelligibile, dove vige la libertà.
La vita morale è la costituzione di una natura soprasensibile nella quale la legislazione morale prende il sopravvento sulla legislazione naturale.
La noumenicità dell’uomo esiste solo in relazione alla sua fenomenicità, in quanto il mondo soprasensibile, per lui, esiste solo come forma del mondo sensibile.
L’autonomia della legge e la rivoluzione copernicana morale
Il senso profondo dell’etica kantiana, e della sua sorta di rivoluzione copernicana morale, consiste nell’aver posto nell’uomo e nella sua ragione il fondamento dell’etica, al fine di salvaguardarne la piena libertà e purezza.
Se la libertà, presa in senso negativo, risiede nell’indipendenza della volontà dalle inclinazioni, in senso positivo si identifica con la sua capacità di autodeterminarsi, ossia nella prerogativa autolegislatrice della volontà, la quale fa sì che l’umanità sia norma a sé stessa.
Il modello etico di Kant si distingue nettamente da quello del razionalismo (morale dipendente dalla metafisica) che critica affermando che la morale si basa unicamente sull’uomo e la sua dignità di essere razionale finito, e da quello dell’empirismo (morale connessa al sentimento) che critica affermando che la morale si fonda unicamente sulla ragione in quanto il sentimento è troppo fragile e soggettivo.
La teoria dei postulati pratici e la fede morale
Nella Dialettica prende in considerazione l’assoluto morale o sommo bene.
La virtù, pur essendo il bene supremo, non è ancora quel sommo ben cui tende la nostra natura, che consiste nell’addizione di virtù e felicità.
Ma in questo mondo virtù e felicità non sono mai congiunte, e costituiscono l’antinomia etica per eccellenza. Kant afferma che l’unico modo per uscire da tale antinomia è di postulare un mondo dell’aldilà in cui possa realizzarsi ciò che nell’aldiquà risulta impossibile: l’equazione virtù = felicità.
Postulati: proposizioni teoretiche non dimostrabili che ineriscono alla legge morale come condizione della sua stessa esistenza e pensabilità, ovvero quelle esigenze interne della morale che vengono ammesse per rendere possibile la realtà della morale stessa, ma che di per sé stesse non possono venir dimostrate.
1. immortalità dell’anima: poiché solo la santità rende degni del sommo bene e non è mai realizzabile nel nostro mondo, si deve per forza ammettere che l’uomo, oltre il tempo finito dell’esistenza, possa disporre, in un’altra zona del reale, di un tempo infinito grazie a cui progredire all’infinito verso la santità.
2. esistenza di Dio: deriva dalla realizzazione del secondo elemento del sommo bene, cioè la felicità proporzionata alla virtù.
3. libertà: condizione stessa dell’etica, che nel momento stesso in cui prescrive il dovere presuppone che si possa agire o meno in conformità di esso e che quindi si sia sostanzialmente liberi.
Il primato della ragion pratica
Anche se i postulati non possono valere come conoscenze, attestano il primato della ragion pratica, che consiste nella prevalenza dell’interesse pratico su quello teoretico e nel fatto che la ragione ammette, in quanto è pratica, proposizioni che non potrebbe ammettere nel suo uso teoretico.
Se i postulati fossero delle verità dimostrate o delle certezze comunque intese, la morale cadrebbe verso l’eteronomia e sarebbe nuovamente la religione a fondare la morale.
Kant invece sostiene che non sono le verità religiose a fondare la morale, ma la morale a fondare le verità religiose. Dio non sta all’inizio e alla base della vita morale, ma eventualmente alla fine, come suo possibile completamento.
L’uomo di Kant è colui che agisce seguendo solo il dovere per il dovere, con la ragionevole speranza dell’immortalità dell’anima e nell’esistenza di Dio.
La critica del Giudizio
Il problema e la struttura dell’opera
La Critica del Giudizio studia il sentimento, considerato come una terza facoltà ed un campo di attività autonoma. Va inteso come la peculiare facoltà mediante cui l’uomo fa esperienza di quella finalità del reale che la prima Critica escludeva sul piano fenomenico e la seconda postulava a livello noumenico. Sebbene tenda a figurarsi il mondo fisico in termini di finalità e libertà, esso rappresenta soltanto un’esigenza umana che non ha valore di termini di tipo conoscitivo o teoretico. Permette nel soggetto l’incontro tra i due mondi e non la conciliazione.
Giudizi sentimentali:
1. giudizi determinanti: giudizi conoscitivi e scientifici che determinano gli oggetti fenomenici mediante forme a priori universali. Sono oggettivi e scientificamente validi.
2. giudizi riflettenti: giudizi sentimentali, che si limitano a riflettere su di una natura già costituita mediante i giudizi determinanti e ad apprenderla attraverso le nostre esigenze universali di finalità e di armonia. Esprimono un bisogno tipico dell’essere finito che è l’uomo. Si dividono in:
- Estetico: Verte sulla bellezza.
È puro, cioè derivante a priori dalla nostra mente.
In esso viviamo immediatamente o intuitivamente la finalità della natura.
Il principio della finalità riguarda il rapporto di armonia che si instaura fra il soggetto e la rappresentazione dell’oggetto.
Finalità soggettiva o formale.
- Teleologico: Riguarda il discorso sui fini della natura.
È puro, cioè derivante a priori dalla nostra mente.
In esso pensiamo concettualmente la finalità della natura mediante la nozione di fine.
Il principio della finalità riguarda l’ordine finalistico interno alla natura stessa.
Finalità oggettiva o reale.
Divisione della Critica del Giudizio:
• Critica del giudizio estetico: - Analitica del Giudizio estetico: bello e sublime
- Dialettica del Giudizio estetico: antinomia del gusto
• Critica del Giudizio teologico: - Analitica del Giudizio teologico: finalità della natura
- Dialettica del Giudizio teologico:antinomia del Giudizio

L’analisi del bello e i caratteri specifici del giudizio estetico
Estetica: dottrina dell’arte e della bellezza.
Bellezza: 1. secondo la qualità: oggetto gi un piacere senza alcun interesse. Una cosa è bella perché bella, non perché obbedisce ad interessi esterni
2. secondo la quantità: è ciò che piace universalmente senza concetto. Le cose che diciamo belle sono tali perché vissute spontaneamente come belle e non perché giudicate tali attraverso un ragionamento o una serie di concetti.
3. secondo la relazione: è finalità senza scopo. È un libero e vissuto gioco di armonie formali che non rimanda a concetti precisi e non risulta imprigionabile in schemi conoscitivi.
4. secondo la modalità: è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario. È qualcosa che ognuno percepisce intuitivamente, ma che nessuno riesce a spiegare intellettualmente.
L’educazione alla bellezza può risiedere soltanto nella contemplazione delle cose belle, elevate al grado di “esemplari” della bellezza.
L’universalità del giudizio estetico
I caratteri specifici del giudizio estetico sono il disinteresse e la pretesa dell’universalità.
Nel giudizio estetico la bellezza è vissuta come qualcosa che deve venire condivisa sa tutti.
Kant distingue nettamente:
1. il campo del piacere, che è ciò che piace ai sensi nella sensazione, dal campo del piacere estetico, che è il sentimento provocato dall’immagine o dalla forma della cosa che diciamo bella.
2. la bellezza libera, che viene appresa senza alcun concetto, dalla bellezza aderente, che implica il riferimento a un determinato modello o concetto della perfezione dell’oggetto che viene definito bello.
La giustificazione dell’universalità del giudizio di gusto e la rivoluzione copernicana estetica
Kant risolve il problema della deduzione dei giudizi estetici puri sulla base della comune struttura della mente umana affermando che il Giudizio estetico nasce da un rapporto spontaneo dell’immaginazione o della fantasia con l’intelletto, in virtù del quale l’immagine della cosa appare rispondente alle esigenze dell’intelletto, generando un senso di armonia.
Rivoluzione copernicana estetica: è incentrata sulla tesi secondo cui il bello non è una proprietà oggettiva od ontologica delle cose, ma il frutto di un incontro del nostro spirito con esse. Kant ci arriva fondando il giudizio di gusto e la sua universalità sulla mente umana. Se le belle forme sono in natura la bellezza è nell’uomo, in quanto, affinché esse si traducano in bellezza, risulta indispensabile la mediazione della mente, che è il baricentro del giudizio estetico.
Tesi: non ogni piacere che un’immagine può provocare in noi ha valore estetico, ma solo quel piacere che non è legato a pure attrattive fisiche, né ad interessi pratici, né a valutazioni morali e conoscitive degli oggetti e che quindi è disinteressato, comunicabile a tutti e non dipendente dai mutevoli stati d’animo dell’individuo.
Il sublime, le arti belle e il genio
Sublime: valore estetico che è prodotto dalla percezione di qualcosa di smisurato o incommensurabile. Esistono due forme del sublime che risultano caratterizzate dalla stessa dialettica del dispiacere – piacere, impotenza – potenza, poiché capovolgendo un’esperienza che ci fa sentire piccoli di fronte al grande in un’altra esperienza che ci fa sentire più grandi del grande stesso, ci rende consapevoli della sublimità del nostro essere stesso.Il sublime si differenzia dal bello poiché nasce dalla rappresentazione dell’informe e si nutre del contrasto tra immaginazione sensibile e ragione, ma è accomunato ad esso nel presupporre il soggetto o la mente, che si configura come il trascendentale dell’esperienza estetica.
- Sublime matematico: nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande che fa nascere in noi uno stato d’animo ambivalente, che da un lato ci fa provare dispiacere perché la nostra immaginazione non riesce ad abbracciarne le incommensurabili grandezze, mentre dall’altro ci fa provare piacere, in quanto la nostra ragione è portata ad elevarsi all’idea di infinito.
- Sublime dinamico: nasce in presenza di strapotenti forze naturali. Di fronte ad esso inizialmente avvertiamo un senso della nostra piccolezza materiale nei confronti della natura, ma in seguito avvertiamo un vivo sentimento della nostra grandezza ideale dovuta alla dignità di esseri umani pensanti, portatori delle idee della ragione e della legge morale.
Bello artistico: la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte e l’arte è bella quando ha l’apparenza o la spontaneità della natura. La spontaneità dell’arte bella deriva dal genio.
Genio: Talento che dà regola all’arte.
Disposizione innata dell’animo per mezzo della quale la natura dà regola all’arte.
Ha prerogative proprie che consistono: a. originalità o creatività
b. capacità di produrre opere che fungono da modelli o esemplari
c. impossibilità di mostrare scientificamente come compie la sua produzione.
È inimitabile ed esiste solo nel settore delle arti belle.
Analisi del giudizio teologico: il finalismo come “bisogno” connaturato alla nostra mente
Secondo Kant l’unica visione scientifica del mondo è quella meccanicistica, basata sulla categoria di causa – effetto e sui giudizi determinanti, anche se nella nostra mente vi è una tendenza a pensare finalisticamente.
È opportuno considerare il finalismo come una sorta di promemoria critico che da un lato ci ricorda i limiti della visuale meccanicistica e dall’altro ci rammenta l’intrascendibilità dell’orizzonte fenomenico e scientifico.
Metodologia del giudizio teleologico: determina l’uso di tali giudizi nei confronti di quella fede razionale che già la Critica della ragion pratica aveva chiarito dal punto di vista pratico. Osserva che la teleologia come scienza non appartiene né alla teologia né alla scienza della natura, ma alla critica.
Approfondimento: la funzione epistemologica del giudizio riflettente
Il giudizio riflettente svolge una precisa funzione all’interno della conoscenza scientifica, poiché serve a integrare l’intelletto rendendo operanti le categorie nei casi concreti.
I giudizi riflettenti, nel loro tipico procedere dal particolare all’universale, non servono a costituire gli oggetti bensì le teorie intorno agli oggetti. Rappresentano il modo grazie a cui i giudizi determinanti diventano scientificamente operativi, ed hanno quindi un’importante funzione epistemologica in rapporto alla costruzione delle teorie scientifiche.
Religione, politica e storia
Religione nei limiti della pura ragione: affronta il problema stesso della natura dell’uomo e del suo ultimo destino. La natura dell’uomo deve consistere nella libertà e in questa libertà deve radicarsi l’inclinazione del male. Il peccato originale dell’uomo consiste nel riservarsi liberamente la possibilità di sottrarsi alle massime morali.
Storia: condivide il punto di vista illuministico sulla civiltà come sforzo verso una società umana universale o cosmopolitica. Nega la possibilità di scoprire nella storia un ordine armonico progressivo. Un piano della storia umana è un ideale orientativo al quale ali uomini debbono ispirare le loro azioni e che il filosofo può soltanto illustrare nella sua possibilità.

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