Kant

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Testo

Immanuel Kant

Kant comincia con lo stabilire la distinzione tra conoscenza sensibile e conoscenza intellettuale. La prima ha per oggetto il fenomeno,cioè la realtà come essa appare tramite le forme a priori che sono proprie della nostra struttura conoscitiva. La seconda ha per oggetto il noumeno,ossia la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediante cui la conosciamo.
Il pensiero di Kant è detto “criticismo”, perché fa della critica lo strumento per eccellenza della nostra. "Criticare” significa interrogarsi circa il fondamento determina l'esperienza umane, ai fini di chiarirne una possibilità, la validità, i limiti. Se da un lato Kant si oppone al dogmatismo, accettazione della validità delle nostre facoltà conoscitive, e allo SCETTICISMO, negazione di questa stessa validità, sposa invece il CRITICISMO, indagine esauriente dalla quale possa risultare criticamente giustificata la validità o meno, dall'altro lato si connette all'empirismo e all'Illuminismo perché continuando l'indirizzo critico, seguito da Locke, riconosce e segna i limiti della ragione e del mondo umano, e risulta figlio dell'Illuminismo perché ritiene che i confini della ragione possono essere tracciati soltanto dalla ragione stessa.
"Critica della ragion pura"
E’ un'analisi critica dei fondamenti del sapere, alla cui base, vi sono principi assoluti, ossia talune verità universali e necessarie. Kant apre il capolavoro con un’ipotesi gnoseologica di fondo: “benchè ogni nostra conoscenza cominci con l’esperienza, da ciò non segue che essa derivi interamente dall’esperienza”. Kant è convinto che la conoscenza umana e la scienza presuppongono taluni principi che ne fungono da pilastri: tali sono le proposizioni. Kant denomina principi di questo tipo “giudizi sintetici a priori”: giudizi perché so consistono nell’aggiungere un predicato ad un soggetto, sintetici perché il predicato vincere qualcosa di nuovo di vita più rispetto al soggetto, a priori perché essendo universali e necessari non possono derivare dall'esperienza. Dal punto di vista di Kant, gli giudizi fondamentali della scienza non sono quindi ne giudizi analitici a priori ne giudizi sintetici a posteriori. I primi sono giudizi che vengono enunciati a priori senza bisogno di correre all’ esperienza, e il predicato e esplicita ciò che afferma un soggetto. I secondi sono giudizi in cui il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto ma poggiano esclusivamente sull'esperienza. Kant risolve il problema di come sono possibili giudizi sintetici a priori concependo una nuova teoria della conoscenza basata sulla sintesi di materia e forma. Per materia, Kant intende la molteplicità delle impressioni sensibili, che provengono dall’esperienza. Per forma intende l’insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente ordina la materia sensibile. A questo punto egli attua la “rivoluzione copernicana”,ossia afferma che non è la mente che si modella sulla realtà, ma la realtà che si modella sulle forme a priori attraverso cui la percepiamo.
La critica prende la forma di un richiamo alla ragione affinché assuma il più arduo dei suoi compiti: la conoscenza di sé.Il titolo può essere interpretato come esame critico della validità e dei limiti che la ragione umana possiede in virtù dei suoi elementi puri a priori.
“Estetica trascendentale”
E’ la scienza di tutti i principi a priori della sensibilità. Kant considera la sensibilità recettiva perché essa accoglie i contenuti, ma è anche attiva perché organizza il materiale delle sensazioni tramite lo spazio e il tempo, che costituiscono le forme a priori della sensibilità.
Lo spazio è la forma del senso esterno, cioè quella rappresentazione a priori, necessaria, che sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne. Il tempo è la forma del senso interno, cioè la rappresentazione a priori che sta a fondamento dei nostri stati interni. Contro la visione empiristica, che considerava spazio e tempo come nozioni tratte dall’esperienza, Kant afferma che essi non possono derivare dall’ esperienza, perché per fare un’esperienza dobbiamo presupporre le rappresentazioni originarie di spazio e tempo. Contro l’interpretazione oggettivistica, che considerava spazio e tempo come recipienti vuoti, Kant afferma che spazio e tempo sono dei quadri mentali entro cui a priori connettiamo i dati fenomenici. Contro l’interpretazione concettualistica, che considerava spazio e tempo come concetti, Kant afferma che spazio e tempo hanno una natura intuitiva e non discorsiva.
“Analitica trascendentale”
Studia l’intelletto e le sue forme a priori, fissandone l’ambito di validità. Sensibilità e intelletto sono entrambi indispensabili alla conoscenza. L intuizione sono delle affezioni, mentre i concetti sono delle funzioni, che ordinano diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune. I concetti possono essere empirici, cioè costruiti con materiale tratto dall’ esperienza, o puri, cioè contenuti a priori nell’intelletto. I concetti puri si identificano con le categorie, cioè sono le varie maniere con cui l’intelletto unifica a priori, nei giudizi, le molteplici intuizioni empiriche della sensibilità. Kant chiama “deduzione trascendentale” delle categorie la giustificazione della loro pretesa di valere per degli oggetti che non sono prodotti dall’intelletto. La soluzione kantiana consiste nel mostrare come gli oggetti dell’esperienza non sarebbero tali se non fossero pensati dall’io penso. Kant identifica la suprema unità fondatrice della conoscenza con quel centro mentale unificatore che egli denomina con il termine “io penso”. L’ “io penso” accompagna tutte le rappresentazioni, l’attività dell’ “io penso” si attua tramite i giudizi, che si basano sulle categorie, che sono le diverse maniere di agire dell’ “io penso”. Di conseguenza gli oggetti non possono essere pensati senza essere categorizzati. Qual' è il punto di contatto tra le categorie (forme a priori dell' intelletto) e le intuizioni pure di spazio e tempo (forme a priori del senso)? È lo SCHEMA TRASCENDENTALE che Kant individua nel TEMPO, il tempo è infatti 1' unica realtà omogenea sia alle categorie dell' intelletto (in quanto, come queste, è forma a priori) che al senso (in quanto entra in gioco nella conoscenza sensibile). Il tempo corrisponde a quella che era la ghiandola pineale per Cartesio, esso permette la conoscenza in modo articolato.
“Dialettica trascendentale”
Nella Dialettica, Kant affronta il problema se la metafisica possa costituirsi come scienza. Per “Dialettica trascendentale”, Kant intende l’analisi e lo smascheramento dei ragionamenti fallaci della metafisica. Essa è un parto della ragione e Kant critica la RAGIONE, dove per ragione intende l’ intelletto che, assecondando un bisogno naturale dell' uomo, si spinge oltre 1' esperienza alla ricerca del NOUMENO, incorrendo però in una serie di errori, in una serie di idee sbagliate che sono nello specifico: l’idea di anima,mondo e Dio.La ragione è portata ad unificare i dati del senso interno mediante l’idea di anima, che è l’idea della totalità assoluta dei fenomeni interni, ad unificare i dati del senso esterno mediante l’idea di mondo,che è l’idea della totalità assoluta dei fenomeni esterni; ad unificare i dati interni ed esterni mediante l’idea di Dio, inteso come totalità di tutte le totalità.
L’errore della metafisica consiste nel trasformare queste 3 esigenze di unificazione dell’esperienza in altrettante realtà, dimenticando che noi non abbiamo mai a che fare con la cosa in sé, ma solo con la realtà non oltrepassabile del fenomeno. Per dimostrare l’infondatezza della metafisica, Kant prende in considerazione la psicologia razionale che studia l’anima, la cosmologia razionale che studia il mondo, la teologia razionale che specula su Dio. Kant ritiene che la psicologia razionale sia fondata su di un “paralogismo”, cioè un ragionamento errato, che consiste nell’applicare la categoria di sostanza all’ “io penso”, trasformandolo in una realtà permanente chiamata anima. La cosmologia razionale è destinata a fallire perché pretende di far uso della nozione di mondo, inteso come la totalità assoluta dei fenomeni cosmici. Infatti poiché la totalità di un’esperienza non è mai un’esperienza, perché noi possiamo sperimentare un fenomeno, ma non la serie completa dei fenomeni, l’idea di mondo cade. La teologia razionale risulta priva di valore conoscitivo. Dio, secondo Kant,rappresenta l’ideale della ragion pura, quel supremo modello personificato di ogni realtà o perfezione che i filosofi hanno disegnato con il nome di Ens realissimum, concependolo come l’essere da cui derivano e dipendono tutti gli esseri.
“Critica della ragion pratica”
La ragione non serve solo a dirigere la conoscenza, ma anche l’azione. Quindi abbiamo una ragione pratica che può darsi delle massime dipendenti dall’esperienza, e perciò non legittime dal punto di vista morale.Per questo motivo che deve essere sottoposta a critica. Alla base di questa critica vi è la persuasione che esista, scolpita nell’uomo, una legge morale a priori valida per tutti e per sempre. Una legge morale assoluta o incondizionata, cioè capace di svincolarsi dalle inclinazioni sensibili e guidare la condotta in modo stabile. Essendo incondizionata, la morale implica la capacità umana di autodeterminarsi al di là delle sollecitazioni istintuali.Essendo indipendente dagli impulsi del momento la legge risulterà anche universale e necessaria, ossia uguale a se stessa in ogni tempo e in ogni luogo. Per Kant la morale ab-soluta, cioè sciolta dai condizionamenti istintuali.
Kant distingue i “principi pratici” che regolano la nostra volontà in massime e imperativi. La massima è una prescrizione di valore soggettivo, valida esclusivamente per l’individuo che la fa propria. L’imperativo è una prescrizione di valore oggettivo, valido per chiunque. Gli imperativi si dividono in imperativi ipotetici,che prescrivono mezzi in vista di determinati fini,e imperativi categorici, che ordinano il dovere in modo incondizionato. L’imperativo categorico è quel comando che prescrive di tener sempre presenti gli altri e che ricorda che un comportamento risulta morale solo se, supera il test della generalizzabilità, ovvero se la sua massima appare universalizzabile. Emerge la formalità dell’imperativo categorico, in quanto la legge non ci dice che cosa dobbiamo fare, ma come dobbiamo fare ciò che facciamo Il carattere formale e incondizionato della legge morale fa tutt’uno con il carattere anti-utilitaristico dell’imperativo etico.Infatti, se la legge ordinasse di agire in vista di un fine o di un utile, si ridurrebbe ad un insieme di imperativi ipotetici e comprometterebbe la propria libertà. La moralità kantiana risiede nel dovere-per-il dovere, ossia nello sforzo di attuare la legge della ragione solo per ossequio ad essa, e non sotto la spinta di personali risultati. Il dovere-per-il dovere nel rispetto della legge, ecco le uniche condizioni afffinchè vi siano moralità e virtù e non si passi dalla moralità alla semplice legalità. Infatti non basta che un’azione sia fatta esteriormente secondo la legge, ma la morale implica una partecipazione interiore.
“Critica del Giudizio”
Qui Kant studia il sentimento, che rappresenta un’esigenza umana che non ha valore conoscitivo o teoretico. Per Kant i giudizi sentimentali costituiscono il campo dei giudizi riflettenti,in contrapposizione al campo dei giudizi determinanti. Questi ultimi sono i giudizi conoscitivi, cioè quei giudizi che determinano gli oggetti fenomenici mediante forme a priori universali. I giudizi riflettenti si limitano a riflettere su di una natura già costituita mediante giudizi determinanti. Kant afferma che nel primo caso l’universale è già dato dalle forme a priori che incapsulano il particolare, nel secondo caso l’universale va cercato partendo dal particolare. Questa critica si configura come un’analisi dei giudizi riflettenti, per cui la parola “Giudizio” assume il significato di una facoltà che Kant ritiene intermedia fra l’intelletto e la ragione. I giudizi riflettenti si dividono in estetico, che verte sulla bellezza e teleologico che riguarda il discorso sugli scopi della natura. Entrambi sono giudizi puri, ma , mentre nel giudizio estetico noi viviamo immediatamente la finalità della natura, nel giudizio teleologico noi possiamo pensare questa finalità mediante la nozione di scopo. In questa critica il termine “estetica” assume il significato della bellezza. Dopo aver premesso che bello non è ciò che piace, ma ciò che piace nel giudizio di gusto, Kant offre 4 definizioni di bellezza:
1. Secondo la qualità il bello è l’oggetto di un piacere senza alcun interesse”. Infatti i giudizi estetici sono caratterizzati dall’essere contemplativi o disinteressati, poiché non si curano dell’esistenza dell’oggetto, ma solo della loro rappresentazione.
2. Secondo la quantità il bello è “ciò che piace universalmente, senza concetto”.Infatti il giudizio estetico si presenta con una pretesa di universalità, in quanto esige che il sentimento di piacere provocato da una cosa bella sia condiviso da tutti, senza che il bello sia sottomesso a qualche concetto.
3. Secondo la relazione, la bellezza è la “forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo”. Kant intende dire che la bellezza è percepita come “ finalità senza scopo”
4. Secondo la modalità il bello è “ciò che,senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario”. Il bello è qualcosa che ognuno percepisce intuitivamente, ma che nessuno riesce a spiegare intellettualmente.
Kant distingue fra il campo del piacevole, che è “ciò che piace ai sensi nella sensazione”, ed il campo del piacere estetico, che è il sentimento provocato dall’immagine della cosa che diciamo bella. Il piacevole dà luogo ai “giudizi estetici empirici”, scaturenti dalle attrattive delle cose sui sensi. Il piacere estetico è qualcosa di “puro”, che si concretizza nei “giudizi estetici puri”, scaturienti dalla contemplazione della “forma” di un oggetto. Solo giudizi di questo tipo hanno la pretesa dell’universalità, in quanto non soggetti a condizionamenti di vario tipo. Appurata l’universalità del giudizio estetico, Kant si trova di fronte al problema della “deduzione” dei giudizi estetici puri, cioè alla “legittimazione della pretesa dei giudizi di gusto alla validità universale”. Egli risolve questo problema, affermando che il giudizio estetico nasce da un “libero gioco”, in virtù del quale l’immagine della cosa appare rispondente alle esigenze dell’intelletto, generando un senso di armonia. Poiché tale meccanismo risulta identico in tutti gli uomini,resta spiegato il fenomeno dell’universalità. Kant perviene a ciò che è stata definita la rivoluzione copernicana estetica: il bello non è una proprietà oggettiva od ontologica delle cose, ma il frutto di un incontro del nostro spirito con esse, cioè qualcosa che nasce solo per la mente ed in rapporto alla mente. Kant afferma che in natura ci sono “forme” belle, ma aggiunge che “ se le belle forme sono in natura la bellezza è nell’uomo,in quanto, affinché esse si traducano in bellezza, risulta indispensabile la mediazione della mente. Kant passa all’analisi del “sublime”. Per sublime si intende un valore estetico che è prodotto dalla percezione di qualcosa di smisurato. Kant distingue 2 tipi di sublime: quello matematico, che nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande, e quello dinamico, che nasce in presenza di strapotenti forze naturali. Il sublime si differenzia dal bello poiché diversamente da quest’ultimo nasce dalla rappresentazione dell’informe e si nutre del contrasto tra immaginazione sensibile e ragione. Il bello di cui Kant ha parlato è il bello naturale, distinto dal bello artistico anche se presenta una strutturale affinità con il precedente in quanto la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte e l’arte è bella quando ha l’apparenza o la spontaneità della natura. La spontaneità dell’arte bella deriva dal genio che è il talento che dà la regola all’arte. Il genio ha originalità o creatività, capacità di produrre opere che fungono da modelli per altri, è inimitabile ed esiste solo nel settore delle arti belle.

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