La scuola

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Testo

RELAZIONE DI STORIA.

“LA STORIA DELLA SCUOLA.”

L’istruzione non è mai stata un privilegio per tutti ma indirizzata ad una stretta minoranza di persone, soprattutto, a famiglie nobili. Nel medioevo già si escludeva la maggior parte della popolazione come contadini poveri e mendicanti ma anche cavalieri sacerdoti e lavoratori.
La famiglia nel medioevo non sentiva l’esigenza d’istruirsi tanto meno istruire i propri figli, poi che esse venivano delegati al lavoro nei campi quei pochi che ricevevano un’istruzione era di tipo privato.
Nessuno quindi avvertiva questo diritto in quanto le strutture pubbliche che dovevano fornire questo servizio non erano attive. Nell’età moderna nell’argomento scuola si ebbero delle grandi novità.

Nella riforma protestante (riforma luterana), si sottolineava l’importanza della lettura dei testi sacri da parte dei fedeli, per far riuscire a comprendere meglio la fede e riuscire ad incoraggiare anche le classi più umili, la riforma sottolineava anche l’importanza di creare iniziative. L’applicazione di tale riforma non fu comunque coerente. L’istruzione si sviluppò a partire da stati protestanti come Germania e Svezia, gli stati cattolici come Italia e Spagna possedevano tassi di analfabetizzazione molto alti.

Un'altra grande svolta si ebbe grazie all’Illuminismo che favoriva l’uguaglianza degli uomini, la voglia da parte dei cittadini di possedere una cultura non solo rivolta a se stessi ma a tutti e quindi non solo alle classi più ricche ed affluenti.
Anche lo stato reagì positivamente e si prefisse due principi fondamentali: le scuole devono essere considerate luoghi privilegiati per l’istruzione e garantire il diritto di provvedere ad un’istruzione.

L’800 fu un secolo di svolta dal punto di vista dell’istruzione pubblica. Quasi tutti gli stati europei investirono sempre di più in questo settore, aumentando e ammodernando l’offerta scolastica: inizialmente viene privilegiata l’istruzione media e universitaria e in seguito si interviene anche nell’istruzione primaria. In quest’ultimo campo, a partire dagli ultimi decenni del secolo sempre più stati europei imposero l’obbligo della frequenza scolastica fino ad un minimo d’età, oscillante fra i 9 e i 14 anni, garantendo a tutti i bambini, o almeno ai più poveri, la gratuità degli studi. Vi furono delle ragioni che spinsero gli stati europei a dar vita a politiche scolastiche di questo genere:
- il ruolo giocato dai partiti e i movimenti d’orientamento democratico e socialista, che nell’istruzione obbligatoria e gratuita gestita dallo stato, fecero un proprio cavallo di battaglia;
- le classi dirigenti che per interesse estesero l’istruzione a tutti i cittadini (solo fino a livelli di formazione elementare) offrendo l’occasione di intervenire sugli orientamenti ideologici e politici della popolazione e combattere la diffusione degli ideali socialisti.

Ma un influenza decisiva fu esercitata dal processo d’industrializzazione. Negli anni a cavallo dell’unificazione nazionale l’Italia era uno dei paesi europei, insieme a Spagna, Russia, con il più alto tasso di analfabetismo. Le ragioni di questa arretratezza vanno individuate principalmente nelle scelte politiche adottate dai governi italiani nei 70 anni successivi all’unificazione nazionale. Il sistema scolastico italiano al momento dell’unità era regolato dalla legge elaborata nel 1859 dall’ora ministro della pubblica istruzione del regno di Sardegna, Gabrio Casati.

La cosiddetta “LEGGE CASATI”, come verrà chiamata in seguito, prevedeva:
- 2 anni d’obbligo scolastico per tutti i bambini di 6 anni d’età;
- 4 anni di scuola elementare divisi in 2 cicli biennali ( di cui solo il primo ciclo obbligatorio);
- dopo le elementari , la scelta fra la scuola tecnica di 3 anni (al termine della quale si poteva accedere all’istituto tecnico) o il gennasio di 5 anni (alla fine del quale era possibile frequentare 3 anni di liceo classico);
- Solo chi aveva frequentato il liceo poteva accedere all’università, da cui invece escluso chi proveniva dall’istituto tecnico;
- Inoltre questa legge non prevedeva meccanismi adeguati per la sua realizzazione poiché affidava ai comuni la costruzione e il mantenimento delle scuole.

Dopo la legge Casati, troviamo un altro personaggio che si occupa della riforma scolastica ed è Giolitti.
I governi guidati da Giolitti nel periodo 1901-1914, introdussero molti cambiamenti nella legge Casati.
- l’obbligo scolastico venne esteso a 9 anni d’età e successivamente a 12, furono previsti prestiti e finanziamenti ai comuni per la costruzione di scuole;
- con la legge Daneo- Credaro del 1911, si stabilì che lo stato avrebbe assunto il controllo diretto delle scuole elementari, onde garantirne finalmente la presenza su tutto il territorio nazionale. Furono inoltre fondate molte più scuole e istituti tecnici di quanti inizialmente previsto, in risposta alla crescente richiesta di formazione da parte delle famiglie della piccola e media borghesia;
- vennero aperti alcuni nuovi indirizzi nelle scuole medie superiori e fu permesso l’accesso ad alcuni corsi universitari ai diplomati degli istituti tecnici. Dopo la fine della prima guerra mondiale il dibattito sulla scuola italiana si riaprì (durante il cosiddetto biennio rosso, cioè il biennio 1919-1920);
- vennero riprese le proposte più avanzate del periodo precedente alla guerra (in particolare l’ipotesi di una scuola media unica);
- successivamente, però, in seguito al mutato clima politico le ipotesi di cambiamento andarono nella direzione opposta: non già una minore, bensì una maggiore differenziazione dell’istruzione tra le varie classi sociali.

Dopo Giolitti troviamo la riforma Gentile. Di questa impostazione si fece interprete il fascismo, salito al potere nel 1922. Mussolini affidò l’incarico di ministro della Pubblica Istruzione a Giovanni Gentile. Egli procedette in grande fretta ad approvare una serie di leggi che diedero vita a una riforma complessiva del sistema scolastico italiano, passata alla storia come “riforma Gentile”. Perché misero tanta fretta a Gentile? Per due motivi ben specifici, il primo è perché Mussolini era ben consapevole del ruolo fondamentale della scuola per un movimento politico che volesse ottenere e mantenere il consenso tra la popolazione, e in secondo luogo il leader fascista sapeva che intervenire in fretta su un tema così sentito come l’istruzione avrebbe aumentato il prestigio del suo governo.

Con la riforma Gentile:
- L’obbligo scolastico fu elevato a 14 anni d’età, ma i bambini avrebbero frequentato solo per 5
anni una scuola unitaria, la scuola elementare mentre negli anni successivi avrebbero dovuto compiere una scelta tra quattro possibilità:
• Il ginnasio quinquennale, che dava l’accesso al liceo classico o al liceo scientifico;
• L’istituto tecnico triennale, seguito da 4 anni di istituto tecnico superiore;
• L’istituto magistrale di 7 anni, destinato alle future maestre;
• La scuola complementare al termine della quale non era possibile iscriversi ad un'altra scuola.

- Solo i diplomati del liceo classico avrebbero potuto frequentare tutte le facoltà
universitarie, mentre ai diplomati del liceo scientifico sarebbe stato possibile accedere alle sole facoltà tecnico – scientifiche, agli altri diplomati era invece impedita l’iscrizione all’università;
- un'altra importante novità rispetto al passato era costituita dal numero di esami previsti nei passaggi da un ciclo scolastico all’altro;
- Un altro aspetto di questa riforma fu l’introduzione nelle scuole elementari dell’insegnamento obbligatorio della religione cattolica. Con il concordato del 1929 tra stato fascista e Chiesa cattolica, il ruolo del cattolicesimo nella scuola si ampliò ulteriormente,
diventando insegnamento obbligatorio anche nella scuole medie e superiori e la sua gestione venne affidata a docenti nominati dai vescovi.

1931: Negli anni Trenta, la tendenza a fascistizzare la scuola, e di conseguenza i testi scolastici, che già si era manifestata a partire almeno dal 1926, si fece completa. Al Ministero per l’Educazione Nazionale si avvicendarono ministri di sicura fede fascista come Belluzzo, Ercole, De Vecchi e Bottai. La politica della scuola continuava i suoi ritocchi alla Riforma del 1923; la nomina di Bottai rispose alle esigenze del momento: organizzatore di cultura e intellettuale, a partire dal novembre 1936 fu ministro per l’Educazione Nazionale con il chiaro obiettivo di realizzare una riforma autenticamente fascista della scuola. Nel 1939 i suoi sforzi riformistici culminarono nella stesura della Carta della Scuola, che avrebbe dovuto sancire l’inizio della scuola veramente fascista e con la quale ci si riprometteva di adeguare l’intera legislazione scolastica ai principi ideologici del regime. Lo scoppio della guerra ne impedì la realizzazione pratica, se non in minima parte, quella cioè volta a unificare i corsi inferiori del ginnasio, degli istituti tecnici e dell’istituto magistrale. Un controllo totale venne imposto però dall’introduzione, a partire dall’anno scolastico 1930-31, del testo unico di Stato.

Le motivazioni ufficiali erano di tipo ideologico e didattico e dovevano ruotare intorno a tre principi:
1) tenere i ragazzi non chiusi in un mondo artificioso senza rispondenza nella vita, ma a contatto con la realtà, specie la realtà educativa;
2) dare ai ragazzi il senso di questo meraviglioso rinnovamento di italianità, opera del Fascismo;
3) formare un’educazione fascista che non fosse effimera sovrapposizione retorica, ma che sorgesse spontanea nei giovani animi al contatto con la vita reale.

In realtà i risultati che si volevano raggiungere erano altri. Oltre a voler ottenere un consenso ed un controllo maggiori, si voleva costruire l’immagine di un regime che funzionava in tutti i settori, che aveva saputo ricostruire e ridare splendore all’Italia con una efficienza tipicamente militare. Inoltre l’innovazione del testo unico e la sua revisione triennale volevano dare l’idea di un processo di modernizzazione della struttura didattica precedente. c’era, poi, il prestigio che lo Stato sperava di ottenere nel curare un’operazione editoriale di alto livello, avvalendosi di autori illustri. Infine, il fascismo intendeva, demagogicamente, anche andare incontro ai problemi finanziari che l’acquisto dei libri comportava, soprattutto per le classi meno agiate.

LA REPUBBLICA ITALIANA: Con la fine della guerra seguirono importanti riforme che riportarono nella scuola l’aspetto democratico eliminato dal regime fascista. Nel 1945 venne abolito il testo unico di Stato per le scuole elementari.

GLI ANNI ’60: Nel 1962 si istituiva la legge per la scuola media unica. Essa sostituiva qualsiasi altro tipo di scuola secondaria inferiore, ed era gratuita e obbligatoria per tutti i ragazzi dagli 11 ai 14 anni. Venne eliminato così ogni motivo di discriminazione sociale degli allievi.

A tale legge corrispose anche una ampia gamma di discipline, in un primo tempo obbligatorie e facoltative, poi tutte obbligatorie, che impostavano un più funzionale raggruppamento delle materie, suggerivano nuovi criteri di valutazione degli alunni e abolivano l’insegnamento del latino come lingua a sé stante.
Sette anni dopo, nel 1969 venne poi abolito l’esame di ammissione dalla V ginnasio alla I liceo classico.
Fino al fatidico 1968 la scuola viveva una sua vita separata scossa da ben pochi eventi. Dalla Liberazione vi era stato un unico momento molto qualificante, quello appunto dell’introduzione della Scuola Media Unica (1962/1963).

Il resto restava immutato con una struttura essenzialmente piramidale della scuola che vedeva al vertice il Liceo Classico. Gli studi erano molto faticosi e per pochi. In compenso chi arrivava alla fine di essi era quasi sempre gratificato con un sicuro sbocco professionale.

Gli anni ’60 sono ricordati come gli anni del ‘boom’ economico: un benessere sempre maggiore riguardava il tessuto sociale del Paese (anche se profondi squilibri continuavano ad esistere). La chiusa e rigida struttura della scuola non si adattava più ad una richiesta maggiore di scolarizzazione.
Il malcontento, il disagio, le difficoltà di accesso per nuovi soggetti diede il via alle vicende del 1968, che portarono a questi risultati:
- semplificazione degli esami finali (1969). Gli esami che fino ad allora vertevano su tutte le materie di studio con scritti ed orali (ed importanti incursioni sull'ultimo triennio di studio), si facevano ora su due soli scritti e due materie su quattro possibili (una indicata dal candidato e la seconda, date le circolari ministeriali che invitavano le commissioni a favorire e non penalizzare i ragazzi).
Si tenga conto che questo esame era stato introdotto sperimentalmente e sarebbe stato cambiato nell’arco di due anni diventati, con disinvoltura, 30;
- liberalizzazione degli sbocchi universitari (1969). Mentre prima l’accesso a qualunque facoltà universitaria era prerogativa degli studenti del Liceo Classico, ora la liberalizzazione garantiva l’ingresso ad ogni facoltà agli studenti provenienti da qualsiasi tipo di scuola;
- gestione collegiale della scuola (1974). Creazione di organismi (Organi Collegiali), mediante dei Decreti Legge di Delega al Governo, che avrebbero permesso la direzione delle scelte di fondo della scuola a studenti, famiglie e docenti. Questa legge rimase incompiuta proprio nella parte che avrebbe reso importanti e funzionali tali organi: quella economica.
In pratica si poteva programmare ciò che si voleva, poi però non era quasi mai possibile realizzarlo (si tenga conto che questa fallimentare esperienza è alla base della sfiducia che tutti hanno nella possibilità di modificare le cose attraverso strutture istituzionalmente costruite).

ANNI ’90: LA GRANDE SVOLTA, DA BERLINGUER ALLA MORATTI: Svolta decisiva nella storia scolastica è quella offerta, nel 1997-1998, dal progetto del ministro Berlinguer, progetto che sarà poi tradotto in disegno di legge nel luglio dello stesso anno. Eccone i punti fondamentali, presentati nella legge del 1999:
1) l'organizzazione complessiva. Il provvedimento estende l'obbligo scolastico a 15 anni, e crea inoltre un secondo tipo di obbligo, quello alla formazione professionale, che dura fino ai 18 anni. E già questa è una novità. Il secondo elemento di rottura con il passato riguarda il numero complessivo di anni dedicati all'istruzione: adesso sono 13 (cinque elementari, tre medie, cinque superiori), diventeranno 12. Resta invece intatta la possibilità di frequentare i 3 anni di scuola materna, dai 3 ai 6 anni;
2) il ciclo primario. Comprende tre bienni, a cui seguirà un anno definito "di orientamento". In pratica, è una sorta di sintesi tra le elementari e le medie, con una maggiore attenzione, però, alla preparazione agli studi del successivo ciclo di istruzione;
3) il ciclo secondario. Dura cinque anni, e si articola in cinque differenti aree: umanistica, scientifica, tecnica, artistica e musicale. Nel primo biennio molti insegnamenti sono comuni, in modo da permettere, se lo studente vuole, di passare da un indirizzo ad un altro. Al termine dei 5 anni, i ragazzi dovranno sottoporsi, come adesso, all'esame di Stato;
4) l'obbligo. Quello scolastico si estende oltre il ciclo primario, e comprende anche il primo biennio del ciclo secondario (cioè fino ai 15 anni). Chi, a questo punto, sceglie di lasciare gli studi, ha comunque il diritto-dovere alla formazione, fino ai 18 anni;
5) i docenti. Entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge, il ministro della Pubblica istruzione predispone un piano complessivo, un "progetto di riqualificazione professionale degli insegnanti" per aggiornare il corpo docente.

Operato, quello di Berlinguer, integrato qualche anno dopo, nel 2001, dalla Moratti, che introduce, nella riforma che porta il suo nome, le seguenti principali novità inerenti la scuola superiore:
- ritorna il 7 in condotta come discrimine fondamentale tra promozione e bocciatura;
- gli Organi Collegiali (Consiglio di Istituto e di Classe) vengono pesantemente ridimensionati nel proprio ruolo di gestione democratica e collegiale della scuola. Gran parte dei poteri sono accentrati della mani del preside-manager, che diventa in pratica il “capo” dell’istituto senza alcuna possibilità di influire sulle sue decisioni.
I Consigli di Classe, oggi luoghi di discussione e confronto tra studenti, insegnanti e genitori, vengono cancellati.
La composizione del Consiglio di Istituto, che dovrebbe perdere tra l’altro parte dei propri poteri, viene ridefinita nel senso di un’ulteriore riduzione della presenza della componente studentesca;
- sparisce l’attuale distinzione tra istituti tecnici, professionali e licei. Dopo la terza media ogni studente dovrà irrimediabilmente scegliere tra due opzioni, senza poi possibilità reale di passare da un percorso all’altro: o iscriversi ad un “liceo”, o frequentare una scuola professionale, molto probabilmente in un meccanismo di alternanza scuola-lavoro;
Quelli che finiranno il liceo potranno (anzi dovranno, perché i licei non rilasceranno alcun titolo di studio realmente spendibile sul mercato del lavoro) iscriversi all’università, cosa che invece quelli che avranno frequentato un istituto professionale non potranno in pratica fare. Questi ultimi, per tentare di proseguire gli studi, dovranno frequentare un anno integrativo, sempre che tutte le scuole lo istituiscano, e poi cercare di passare il test di ingresso all’università, visto che quasi tutte le facoltà, con la strada spianata dalle riforme del centro-sinistra, stanno introducendo il numero chiuso. Peccato che i programmi della scuole professionali saranno stati talmente indirizzati alla spendibilità sul mondo del lavoro;
- ogni scuola assicurerà a tutti soltanto 25 ore di lezione settimanali in alcune materie definite come “fondamentali” (tra le quali la religione cattolica).
Le altre saranno “facoltative” (ossia non sarà obbligatorio per lo studente sceglierle né per la scuola offrirle), ed in parte a pagamento. La valutazione verrà fatta poi in base a tutti i corsi frequentati. Logicamente più corsi si frequenteranno, anche messi a disposizione in altri istituti, più la valutazione sarà alta:
- l’istruzione verrà svenduta al mercato e alle aziende, nel senso che le scuole dovranno reperire parte dei fondi per il proprio funzionamento da sponsor privati, che in cambio avranno un proprio rappresentante in Consiglio di Istituto e potranno condizionare il piano di studi.
L’ attuale riforma, promossa dal Ministro Giuseppe Fioroni e che interessa anche gli studenti attualmente impegnati nella preparazione all’esame è così costituita:

Riforma della scuola superiore. Nell'ordinamento scolastico italiano resteranno dunque gli attuali istituti tecnici e i professionali che saranno a loro volta oggetto di una consistente rivisitazione. La riforma in questione riguarda le scuole che destano le maggiori preoccupazioni in relazione agli alti tassi di dispersione scolastica registrati. E dove trovano posto oltre un milione e 400 mila studenti (il 55 per cento del totale, al superiore). Saranno 'accorciati i percorsi' scolastici, in termini di monte ore annuo, e diminuiranno anche le discipline. Ma 'la rivoluzione - ha spiegato Fioroni - è quella dei Poli tecnico-professionali' che prevede l'istituzione dei istituzioni tecnico-professionali, uno per ogni provincia. Si tratta di organismi scolastici complessi che al loro interno comprenderanno gli attuali istituti tecnici e professionali, 'strutture formative per il conseguimento di qualifiche triennali - e diplomi professionali spendibili a livello nazionale ed europeo - e Istituti tecnici superiora: gli attuali corsi post diploma Ifts (di istruzione e formazione tecnico superiore). L'obiettivo è di colmare un gap di professionalità che costringe ogni anno le imprese italiane a cercare 'senza trovarli, 500 mila giovani con qualifiche tecnico-professionali e 80 mila super periti.

Riforma degli Organi collegiali. E per rendere più efficace la gestione delle scuole, oltre alle novità inserite nel cosiddetto decreto Bersani, il governo ha approvato una delega al ministro Fioroni che entro 12 mesi dovrà mettere mano alla riforma degli organi collegiali d'istituto, fermi alla versione del 1974. Sarà riformata la composizione del Consiglio d'istituto: l'organismo che gestisce gli aspetti economici e organizzativi delle scuole autonome. Attualmente del Consiglio fanno parte, in proporzioni diverse, docenti, genitori, alunni (solo al superiore) e personale non docente. Oltre al dirigente scolastico, membro di diritto, in futuro, le scuole potranno prevedere 'la possibilità di far partecipare agli organi collegiali e rappresentanti delle autonomie locali, delle università, delle associazioni, delle fondazioni, delle organizzazioni rappresentative del mondo economico, del terzo settore, del lavoro e delle realtà sociali e culturali presenti sul territorio. Stessa cosa per i Collegi dei docenti (che gestiscono gli aspetti didattici) che potranno dotarsi di un Comitato tecnico: u gruppo di insegnanti che avranno il compito di supportare e monitorare la corretta attuazione del Pof: il Piano dell'offerta formativa.

BIBLIOGRAFIA
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  1. anna

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