LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

Materie:Riassunto
Categoria:Storia

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Testo

Cap 29
LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA
CARATTERI E PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

La cultura del Seicento: scienza, filosofia, arte barocca
Nella prima metà del 1600, in Europa ha avuto inizio la rivoluzione scientifica, da cui si è originata la scienza moderna, e un nuovo modo (la meccanicistica) di concepire il mondo fisico, come se questo fosse mosso da meccanismi (come ad es. un orologio). Questo nuovo modo di studiare la natura, portò a criticare la cultura tradizionale, che subì una crisi sia in campo scientifico sia filosofico, perché dalla rivoluzione scientifica nasceva una nuova filosofia, che poggiava su basi più solide di quella del passato (Aristotele).
Anche in campo politico, relativamente al potere dello stato, si facevano avanti nuovi modi di concepire, non si condivideva più la filosofia che il potere veniva da Dio, ma si faceva strada il giusnaturalismo, secondo il quale la base delle istituzioni politiche, andava ricercata nella natura umana, esaminata con metodo razionale.
Il mondo così come si presentava, con la rivoluzione scientifica, affascinò anche scrittori e artisti, e prese il via la grande stagione barocca.

I tratti generali della Rivoluzione Scientifica
Tanto fu profondo il modo di sentire e il cambiamento che avvenne nel 1600, che venne chiamato Rivoluzione scientifica. Fu messo a punto un nuovo metodo di ricerca scientifica, rigoroso che portò alla sperimentazione matematica. Altro lato positivo fu il grande incremento dell'attività di ricerca, che ampliò di molto il campo dei fenomeni naturali studiati dagli scienziati. Importante a tale scopo, fu l'introduzione del cannocchiale, che consentì di osservare fenomeni celesti sino allora sconosciuti, quali le montagne lunari, le macchie solari, i pianeti di Giove. Si elaborarono nuovi princìpi e nuove teorie, che presero il posto di quelle tradizionali, fra questi quello di uniformità e di regolarità della natura, che diceva che i fenomeni naturali avvengono nel rispetto di leggi uniformi che non cambiano mai; e quelli di inerzia e di relatività dei movimenti.
Fra le teorie e le leggi fisiche, le più importanti da ricordare sono la legge di accelerazione di gravità, di Galilei; e le leggi di Keplero sul moto dei pianeti, e più tardi la legge di Newton sulla gravitazione universale. Cambiò anche il rapporto tra la conoscenza teorica e l'applicazione pratica delle teorie, e prese sempre più piede il meccanicismo.

Le premesse cinquecentesche della rivoluzione scientifica
Alla nascita della scienza moderna, avevano concorso molti fattori, già presenti nella cultura del 1500. Fra questi bisogna ricordare il naturalismo rinascimentale, che aveva dato nuova importanza ai sensi e all'osservazione con lo scopo di conoscere la natura.
Quando non era solo imitazione (pedanteria) lo studio dei classici, nella cultura umanistica, portava alla rivalutazione della capacità autonoma della ragione umana, e alla polemica verso il principio d'autorità, che dava per scontato, che la verità fosse contenuta solo nell'opera di alcuni grandi filosofi e scienziati del passato, uno fra tutti Aristotele. Anche la ricerca filologica degli umanisti portò a un nuovo metodo di studio, basato sull'esame scrupoloso e sul controllo delle libere interpretazioni. Dalla filologia, questo approccio critico, si prestò anche agli studi naturalistici, archiviando il modo spiccio con cui la fisica scolastica pretendeva di spiegare i fenomeni naturali. La filologia diede anche un altro contributo, perché dopo aver studiato i classici si dedicò alle opere matematiche antiche, ridando vita a testi importantissimi come quello di Apollonio e di Archimede, che tornarono ad essere fonte di conoscenza geometrica e fisica a disposizione degli scienziati moderni.
Alla nuova visione del mondo, fu utile anche la ripresa nel medioevo, del platonismo e del pitagorismo, nonché dell'atomismo antico.

Gli effetti scientifico-filosofici della rivoluzione copernicana
Il contributo principale però, che il rinascimento ha dato, in campo astronomico, è rappresentato dalla rivoluzione di Niccolò Copernico (1473/1543), secondo il quale la Terra, si muove nel cielo e non sta fissa al centro del sistema solare come credeva Aristotele. Questo stravolgeva la distinzione tra cielo e Terra, che affermava che il cielo è perfetto, mentre la terra è sede dei processi di trasformazione quali la nascita, la crescita, la corruzione e la morte. Il tutto fu smentito anche dalle osservazioni di Galilei con il cannocchiale, che dimostrarono che ci sono macchie sul Sole e montagne sulla Luna. Altra conseguenza è che se la Terra si muove nel cielo e perciò ne fa parte, le leggi della fisica celeste e terrestre, sono le stesse.
Questo cambiò tutte le prospettive, l'uomo da osservatore al centro dell'universo, si scoprì egli stesso in movimento, a discapito della teoria della centralità assoluta, l'antropocentrismo, dell'uomo nel creato. A ciò bisogna aggiungere la scoperta di nuovi uomini e nuovi mondi, per capire quale fu lo scossone che subì la cultura europea.

MECCANICISMO E METODO DELLA SCIENZA MODERNA
La “grande macchina” dell’universo
Con la diffusione della teoria copernicana, si trasformò l’immagine complessiva della natura e del mondo fisico. I confini si allargarono, lasciando il posto ad un universo immenso o addirittura infinito. La concezione del mondo passò da quella di “grande animale”, come riteneva Platone a quella di una macchina, un grande meccanismo fatto di materia in movimento. Ogni fenomeno naturale fu considerato il risultato del movimento di determinate quantità o parti di materia.

Il nuovo metodo della scienza
Altro elemento importante fu l’imporsi di un nuovo metodo nella ricerca scientifica. Gli elementi più moderni furono l’osservazione dei fenomeni naturali, i procedimenti di carattere matematico, nonché la convalida sperimentale delle teorie scientifiche, da qui il termine di sperimentalismo matematico.
I fondatori della nuova scienza, fra i quali Galileo Galilei per l’Italia, Francis Bacon e Newton per l’Inghilterra, Renè Descartes per la Francia, Huygens per l’Olanda, erano fra loro accomunati, dall’idea che la conoscenza della natura si dovesse basare sull’osservazione dei fenomeni naturali, fatta per mezzo dei sensi. Perché l’osservazione avesse un valore doveva essere non casuale, ma accurata e sistematica. Sostenitore in particolare di questo concetto è Francesco Bacone (Francis Bacon 1561-1626), che afferma che per conoscere la natura lo scienziato deve procedere alla raccolta e alla classificazione dei dati osservati. Da parte sua Galileo Galilei (1564-1642) afferma che solo dedicandosi con i propri sensi all’osservazione della natura (quindi non leggendo vecchi libri) lo scienziato può procurarsi i dati per conoscere la natura stessa. L’osservazione può essere potenziata grazie all’uso di strumenti, quali il cannocchiale per avvicinare i fenomeni astronomici o i microscopio che consente di vedere oggetti piccolissimi.

Quantificazione e matematizzazione dei fenomeni naturali
Altrettanto importante e l’applicazione della matematica allo studio della fisica. Questo perché all’inizio della rivoluzione scientifica, si riteneva che la struttura della realtà naturale fosse di tipo matematico-geometrica. Cioè, come diceva Galileo, l’universo era “scritto in lingua matematica” e quindi per comprenderlo, bisognava scoprire la sua trama di numeri. L’osservazione sensibile è incaricata di scoprire gli aspetti misurabili e geometrici del fenomeno che si vuole studiare. Il primo sostenitore di questo pensiero fu Leonardo da Vinci (1452-1519) che diceva che nessuno studio può essere ritenuto scientifico, se non viene matematicamente dimostrato. I dati raccolti vanno perciò trasformati in misure, quantità, e figure geometriche per poi essere spiegati.
Lo scienziato moderno, spiega elaborando teorie e leggi, che esprime con formule matematiche. Queste leggi si basano sul principio fondamentale, che in natura i fenomeni si ripetono sempre allo stesso modo, come ad esempio la legge di gravità esprime la costanza del rapporto tra lo spazio e il tempo in tutti i casi di caduta.

Le teorie assunte come ipotesi e gli esperimenti
La teoria una volta formulata è un’ipotesi che bisogna dimostrare. Galileo, doveva dimostrare la legge della gravità, ma aveva a disposizione orologi poco precisi per misurare in modo attendibile, l’accelerazione dei corpi in caduta libera, per questo motivo trovò il modo di rallentare la caduta degli stessi corpi: fece scorrere delle sfere su un piano inclinato, migliorando così la misurabilità del fenomeno. Questo modo di costringere la natura a fornire allo scienziato le risposte cercate, si chiama esperimento. Matematismo sperimentale viene chiamato il metodo della scienza moderna che è stato appena descritto, basato sull’esperienza e sull’esperimento.

Teoria e pratica nella mentalità scientifica moderna
A completare il quadro della rivoluzione scientifica, manca la precisazione che la scienza moderna cambiò il modo di concepire il rapporto teoria-pratica. Infatti, è enorme l’importanza che veniva data agli esperimenti che dovevano comprovare le teorie. Per questo scopo, gli scienziati si servivano della pratica sperimentale che necessitava di una forte base tecnica. Galileo si servì ad esempio di un vero e proprio laboratorio artigiano, dove costruiva gli strumenti necessari.
Gli scienziati perciò erano consapevoli dell’importanza che avevano per lo sviluppo della scienza, le indicazioni e gli stimoli che venivano dall’attività di tecnici e artigiani, dal canto loro, questi ultimi riconoscevano ai risultati della ricerca scientifica, l’utilità a risolvere i problemi tecnici, e quindi il miglioramento della vita degli uomini. Leonardo per primo, aveva insistito sull’importanza della tecnica per l’acquisizione della conoscenza scientifica, ma anche la necessità che la scienza non sia semplice studio della natura, ma uno strumento per controllare gli effetti dei fenomeni naturali. Questo nuovo modo di avvicinarsi al sapere, ha origine nelle trasformazioni intraprese da società e istituzioni, tra il 1500 e il 1600, pensiamo a tal proposito al consolidamento assolutistico degli stati, il potenziamento degli armamenti, il decollo della navigazione. Questi fenomeni portarono allo sviluppo delle conoscenze tecniche per ingegneri, artigiani e marinai, ma anche alla ricerca scientifica volta a risolvere problemi di tipo tecnico-pratico.

Assolutismo politico e arte barocca
Tutto ciò portò anche alla fortuna degli artisti barocchi presso le corti di principi e papi. Con la sfarzosa produzione, artistica, letteraria e teatrale del barocco, principi e papi videro nel barocco un formidabile mezzo per celebrare le istituzioni politico-religiose dell’assolutismo.
Papa Urbano VIII (1623-44), orientò il gusto della chiesa verso il barocco, che dopo il 1625 circa, divenne quello più adatto a celebrare i fasti di Roma moderna, alla quale si voleva dare rilievo rispetto a quella antica. Roma godette delle opere di pittori come Giovanni Lanfranco (1582-1647), Pietro da Cortona (1596-1669), e di architetti e scultori come Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) e Francesco Borromini (1599-1667), che le diedero l’aspetto che anche oggi conserva in parte.
I papi precedenti, fra cui Clemente VIII (1592-1605), prediligevano il classicismo, convinti dell’utilità per esaltare la grandezza di Roma papale, mantenere la continuità con la tradizione antica e rinascimentale. Ispirato al classicismo ero lo stile della maggior parte delle chiese costruite fra il 1500 e il 1600 dai gesuiti, fermamente convinti della riconciliazione tra cattolicesimo e cultura classica.

LA NASCITA DELLA FILOSOFIA MODERNA: RAGIONE ED ESPERIENZA
Cartesio:
Protagonista di rilievo della rivoluzione scientifica, fu Renè Descartes (conosciuto in Italia come Cartesio, 1596-1650), il quale è anche considerato il fondatore della filosofia moderna. Infatti in Francia, dalla crisi della scienza e filosofia tradizionali, si giunse alla conclusione scettica nei confronti della conoscenza umana. Cartesio si propose quindi di superare tutto ciò, arrivando alla fondazione non solo di una nuova scienza della natura, ma anche di un nuovo sistema filosofico, alternativo a quello aristotelico-scolastico, che si fondava però su princìpi indubitabili.
Alla base del suo pensiero si trovava la formula , che significa che colui che pensa, per quanto possa avere mille dubbi su ciò che sta pensando, deve arrendersi diffronte al fatto reale, che il suo pensiero esiste, proprio in conseguenza che pensa e dubita. Questa certezza per Cartesio, era il fondamento su cui costruire una nuova concezione del mondo e dell’uomo. Il convincimento che l’uomo potesse trovare come base del proprio sapere, l’esistenza dell’IO che pensa, rappresenta l’atto fondativo della filosofia moderna.

Razionalismo ed empirismo
Secondo Cartesio la nostra ragione, ancora prima di compiere qualsiasi esperienza, è dotata di idee di base, innate: ad esempio l'idea di Dio, o dell'Io, o di Cosa. Queste non sono idee che si traggono dall'esperienza, ma sono indispensabili per consentire alla nostra mente di organizzare le informazioni che invece arrivano dall'esperienza. Il concetto base di “cosa” serve alla nostra ragione per distinguere le cose diverse l'una dall'altra. L'orientamento filosofico, che affermava l'esistenza di idee e principi della mente e della ragione umana, non derivate dall'esperienza, ma indispensabili per gestire l'esperienza stessa, è detto razionalismo. A questa corrente filosofica si rifacevano diversi fra i principali filosofi del 1600, oltre a Cartesio, ad esempi, l'olandese Baruch Spinoza (1632-77) e il tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716).
A questa corrente si opponeva la filosofia inglese, che sottolineava il ruolo dell'esperienza. Lo scienziato Isaac Newton (1642-1727), autore della teoria della gravitazione universale, individuava nell'esperienza e nell'indagine sperimentale la fonte delle teorie scientifiche, che altrimenti sarebbero solo congetture astratte, ipotesi senza fondamento.
Il filosofo inglese John Locke (1632-1704), sosteneva che l'esperienza è all'origine di tutte le nostre idee, non solo in campo scientifico, ma anche nella vita comune. Egli descrive la mente, l'intelligenza, come unfoglio bianco, senza idee innate ne conoscenza, che senza le esperienze che raccoglie sin dalla prima infanzia, non potrebbe pensare nulla. La filosofia, secondo la quale tutte le idee presenti nella nostra mente derivano dall'esperienza, rappresenta il nucleo essenziale dell'empirismo moderno.

RAGIONE E POLITICA
Il giusnaturalismo e la giustificazione razionale delle istituzioni politiche
La filosofia politica nel 1600 si sviluppava soprattutto nel nord Europa, nell'Olanda che lottava per l'indipendenza da Madrid, e in Inghilterra dove cresceva la corrente del giusnaturalismo. I giusnaturalisti contestavano le teorie che riconoscevano l'origine divina del potere, sia quelle del rinascimento (sostenute da Machiavelli) che indicavano come fondamento del potere del monarca, l'applicazione della pura forza. I giusnaturalisti, intendevano valutare la legittimità degli ordinamenti politici, su argomenti razionali, che tenessero conto della natura dell'uomo.

Hobbes e la legittimazione razionale dell'assolutismo
Thomas Hobbes (1588-1679), massimo esponente dell'assolutismo, ha un giudizio pessimistico, nei confronti della natura umana: l'uomo è per natura asociale, aggressivo nei confronti dei suoi simili (homo homini lupus = l'uomo è un lupo per l'uomo) e lo stato della sua natura si può descrivere come una guerra che viene condotta da tutti contro tutti. Nell'uomo non è presente nessuna forma naturale di proprietà o di diritto, e quindi tutti hanno diritto su tutto. In questo modo però la stessa sopravvivenza dell'uomo è in pericolo, perciò è costretto ad accordarsi, abbandonando lo stato naturale e fondando lo stato. Tutti gli uomini cedono i propri diritti naturali al sovrano, che in cambio garantisce l'ordine sociale, il rispetto delle leggi, la sopravvivenzae la sicurezza dei cittadini, usando il suo potere illimitato e assoluto. Infatti il potere sovrano non è soggetto a controlli da parte di nessuno, è svincolato dal rispetto di leggi, infatti solo il sovrano può emanarle.

Il giusnaturalismo di Ugo Grozio
Il tedesco Giovanni Altusio (1557-1638) e l'olandese Ugo Grozio (1583-1645), seguivano la corrente giusnaturalista, ma partivano da una diversa analisi della natura umana, e quindi del contratto che fonda lo stato.
Per loro, l'uomo è un animale sociale per natura, ed è proprio su questa predisposizione alla vita in società che si può basare la nascita dello stato e delle leggi.
Hobbes oppone la condizione naturale (guerra di tutti contro tutti) alla condizione civile (pace garantita dal potere assoluto del sovrano), Altusio e Grozio invece sostengono che tra uomo naturale e cittadino vi è continuità, e il contratto che costituisce lo stato serve solo a perfezionare la condizione naturale dell'uomo rendendola più stabile e sicura.

La giustificazione razionale del liberalismo moderno in John Locke
Le riflessioni politiche di Grozio, furono riprese nella seconda metà del 1600, prima dall'olandese Baruch Spinoza e poi dal filosofo inglese John Locke. Quest'ultimo difendeva le libertà individuali, e riteneva necessario limitare del potere monarchico, anche in conseguenza alle vicende storiche a lui contemporanee. Come Hobbes, anche Locke riteneva che lo stato si fondasse su un contratto, era cioè un contrattualista. Si differenziavano però per la diversa concezione della natura dell'uomo. Locke pensava che l'uomo avesse natura benevola e altruista, nonché portatore di diritti ai quali non poteva rinunciare, come il diritto di opinione e di proprietà individuale. Il contratto civile perciò non glieli può levare, semmai lo stato interviene per aumentare il godimento di quegli stessi diritti da parte di ognuno. Ricordiamo che per Hobbes, invece, col contratto l'uomo rinuncia ai diritti posseduti dall'uomo naturale.
Locke ebbe il merito di capire che era necessario porre limiti al potere, e per questo scopo, ideò una dottrina che nei secoli successivi fu progressivamente attuata nelle costituzioni degli stati: la dottrina della divisione dei poteri. In poche parole, i tre poteri fondamentali dello stato: emanare le leggi, eseguire le leggi, controllare il rispetto delle leggi, non dovevano essere concentrati nelle stesse mani, come invece accadeva con l'assolutismo. I tre poteri dovevano essere gestiti da tre organi differenti, che potessero controllarsi reciprocamente. Il potere principale per Locke, era quello legislativo, affidato al parlamento, che esprimeva la volontà del popolo.

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