La Religione Egizia

Materie:Tesina
Categoria:Storia

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Testo

La Religione Egizia

La terra d’Egitto fu culla di una civiltà estremamente affascinante per il suo rapporto con la religione, con l’eternità e con lo scorrere del tempo. Il fiume Nilo, sulle rive del quale sorgevano le città più importanti, era considerato un mistero; nessuno infatti conosceva ancora le sue sorgenti e nessuno poteva ancora spiegare lo spettacolo stupefacente delle sue piene estive: inondazioni calme e regolari che duravano esattamente cento giorni e che lasciavano sulla terra uno strano limo nero. Gli abitanti del territorio, gli Egizi, ben presto si resero conto che questa sostanza era estremamente utile, poiché rendeva fertili e rigogliosi tutti i terreni che ricopriva. Gli egizi conducevano questo fenomeno alla potenza degli dei: tutto l’universo apparteneva a loro, padroni della felicità degli uomini.
All’origine, l’universo era soltanto un’immensa distesa liquida. Un giorno era emersa una collinetta. Qui su un tornio da vasaio, il dio Ptah aveva dato forma all’Egitto e aveva creato gli altri dei.
La religiosità egiziana era molto forte e per questo ogni villaggio aveva un suo dio protettore, che veniva pregato e onorato. Gli dei avevano sembianze talvolta particolari; in alcuni casi essi avevano la testa di animale su corpo umano. Altrimenti, si potevano incarnare direttamente nel corpo di una animale. La dea Bastet si incarnava nel gatto, il dio Hator nella mucca, Sobek nel coccodrillo e ancora Horus, il guardiano dei misteri e dei segreti nel falco. Le dimore degli dei dovevano essere degne dei loro abitanti: per questo la civiltà egiziana si adoperò a costruire edifici maestosi e ricchi, i templi. I templi erano palazzi chiusi, dove la divinità “abitava” sotto forma di statua. Mentre gli uomini avevano case di mattoni crudi e di legno di palma, le dimore degli dei erano in pietra.
La scelta del materiale non derivava solo dalla necessità di costruire mura solide e forti, ma la pietra, proprio per la sua consistenza, veniva chiamata “materiale dell’eternità”, capace di testimoniare la gloria e la potenza del dio nel corso di tutti i tempi. Un viale fiancheggiato da statue di sfingi, mostri con testa umana su corpo di leone, conduceva all’ingresso monumentale, stretto tra due piloni a pianta rettangolare. Una volta superati i piloni, appariva il tempio. Ecco aprirsi il cortile circondato da un portico formato da una o due file di colonne. Il popolo poteva arrivare soltanto fin qui.
Poi c’era la sala di ricevimento degli dei, uno spazio con numerose colonne grandi e strette. In questa ampia stanza potevano entrare solo i sacerdoti nei giorni di festa. Al di la di queste colonne l’edificio si stringeva, chiudendosi. La luce diminuiva e porte sempre più piccole conducevano a magnifiche sale dai soffitti decorati con cieli stellati.
Questa serie di stanze terminava nel vero e proprio santuario, dove era posta la statua della divinità, che era sempre ricoperta d’oro, metallo che rappresentava la carne degli dei. Il faraone era l’unico uomo al quale era concesso di entrare in rapporto con gli dei. Egli soltanto poteva rivolgersi direttamente a loro, pregandoli e richiedendo la loro benedizione sull’Egitto. Tuttavia il faraone delegava il suo potere religioso a un gran sacerdote, con l’incarico di alcuni riti precisi. Ogni giorno il sacerdote apriva il santuario, lavava la statua della divinità, la vestiva e la profumava. Inchinandosi davanti ad essa, la cospargeva d’incenso e recitava inni di adorazione. Alla statua veniva servito un vero e proprio pranzo, che non veniva consumato, ma fatto bruciare da un fuoco. Alla fine il gran sacerdote sigillava di nuovo la porta e, dopo avere cancellato le tracce dei suoi passi, si ritirava.
In tutto l’Egitto venivano venerati due grandi dei con aspetto umano: uno era Osiride, cioè “il primo faraone dei tempi che non sono più nemmeno nella memoria”. Egli era il dio del limo fertile e della vegetazione che rinasce. Il suo regno portava al paese benefici e abbondanza. Suo fratello Seth era, invece, dio del deserto, dove la vita era completamente assente. Per questo Seth divenne geloso di Osiride e del suo successo. Dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente, Seth presentò una lunga e meravigliosa cassa decorata che, segretamente, aveva fatto costruire delle misure di Osiride. Senza svelare questo particolare, promise di regalarla a chi sarebbe riuscito a entrarvi e a sdraiarsi. Quando suo fratello si sdraiò all’interno della cassa per provarla, Seth inchiodò subito il coperchio e la fece gettare nel Nilo. Iside, la sposa di Osiride, ritrovò il cadavere del marito dopo molte ricerche e, aiutata da Anubi, avvolse il cadavere con sottili bende di lino. Poi implorò a lungo gli dei che, commossi, diedero a Osiride una seconda possibilità e gli donarono una nuova vita, eterna, ma lontano dai viventi.
Osiride, dio morto e resuscitato, da allora governò sul regno dei morti, promettendo agli Egizi una seconda vita. I sacerdoti infatti insegnano che la vita sulla terra contava poco, poiché, dopo la morte, gli uomini non dormivano nelle tombe un sonno eterno, ma rinascevano dall’altra parte dell’orizzonte. Lì si trovava il regno sotterraneo di Osiride, dove ogni notte Amon-Râ, il dio Sole, “sorgente di cita che sempre si rinnova, come il sole che nasce ogni mattina”, portava luce e calore.
Solo con una vita buona e giusta si poteva raggiungere la vita eterna. Gli egizi credevano che dopo la morte ogni uomo dovesse attraversare 12 regni sotterranei, dove abitavano vari mostri che temevano e sfuggivano la luce. Superati questi regni, il morto arrivava davanti a un tribunale, il cui capo era proprio Osiride, che teneva le insegne del potere, ossia una frusta, simbolo della punizione ai cattivi, e il bastone di lunga vita, simbolo di premio per i buoni.
Davanti a Osiride, il defunto doveva affermare di non aver commesso cattive azioni.
Poi Anubi, assistito da Horus e da Maat, la dea della verità, ne pesava il cuore su i una grande bilancia. Il cuore era ritenuto la sede dei sentimenti, della volontà e dell’intelligenza. Nell’altro piatto della bilancia veniva posta una piuma. Se il cuore pesava più di una piuma, egli veniva divorato da un mostro con la testa di coccodrillo; in caso contrario, oil morto poteva entrare nel campo dei giunchi, dove erano stati creati gli dei e dove si trovavano i beati. Osiride assegnava al defunto un pezzo di terra del campo dei giunchi, affinché la coltivasse.
Affinché tutto questo si adempisse c’era un'unica condizione: il morto, per potersi recare nel campo, doveva conservare intatto il suo corpo.
Da questa esigenza nacque l’uso di imbalsamare le salme, asportando le viscere dei morti e trattando i loro corpi con unguenti e balsami (che noi oggi in buona parte non conosciamo) con un procedimento lungo, rituale e simbolico.
Con un ferro ricurvo gli imbalsamatori estraevano il cervello dalle narici. Poi, tracciata un incisione lungo il fianco del morto con una pietra tagliente, gli toglievano gli intestini, che pulivano e purificavano con vino di palma da dattero. In seguito riempivano il ventre di mirra pura frantumata, di cannella e di tanti altri profumi (escluso l’incenso), e lo ricucivano. La conclusione di tutte queste operazioni era la salatura del corpo, che consentiva al morto di diventare, in circa 40 giorni, una mummia disseccata.
Secondo gli egizi, ogni essere umano era composto da quattro elemento: il primo era il ka, o “doppio”, che era una copia immateriale, ossia non concreta del corpo; il secondo era il ba, che è paragonabile all’anima della religione cristiana; il terzo era il khu, scintilla della fiamma divina. Ultimo, infine, era il corpo.
Dopo la morte tutti i quattro elementi dovevano essere conservati: mentre il ba e il khu, in quanto elementi spirituali, richiedevano semplicemente delle preghiere, il corpo, come dimora del ka, veniva mummificato e conservato. Come quello di Osiride, il corpo del defunto veniva avvolto in sottili bende di lino e coperto di amuleti protettivi, per esempio scarabei di resina nera. Quindi veniva messo in una cassa che aveva la forma del corpo: il sarcofago. Vicino a lui veniva postoli libro dei mori, una specie di guida, scritta su rotoli di papiro, con formule che servivano a superare le difficoltà del viaggio verso il regno di Osiride.
A questo punto cominciavano i funerali. Accompagnata dai familiari, la salma veniva portata sulla riva del nilo e messo su una barca carica di mobili e di scorte di cibo, con la quale attraversava il fiume e raggiungeva la sponda opposta. Tutte le tombe si trovavano sulla riva sinistra del fiume, dove era il “regno del sole che tramonta”.
Finalmente, il defunto veniva deposto e rinchiuso nella tomba, arricchita da varie e splendide immagini che lo ritraevano in vita, molte delle quali sono ancora oggi visibili in uno stato di conservazione quasi perfetto.
Queste figure avevano un ruolo fondamentale: se nel tempo, il corpo fosse andato distrutto, il ka avrebbe potuto penetrare in una delle sue copie.
L’arredamento delle tombe egizie era arricchito da molti altri oggetti. C’erano amuleti, suppellettili e beni preziosi e ritratti della famiglia del defunto, con iscrizioni e formule propiziatorie. Insomma, le tombe erano delle vere case per l’eternità! Per questo, mentre i più poveri avevano diritto solo a una semplice fossa, i faraoni e le loro famiglie venivano sepolti in piramidi orientate secondo i punti cardinali o in grandi tombe sotterranee.
Durante il suo soggiorno sulla terra il faraone aveva il compito di proteggere il suo popolo. In cambio esso gli costruiva una “dimora eterna”, che doveva essere adeguata alla sua grandezza e assicurargli un soggiorno eterno presso gli dei.
Le piramidi erano infatti grandi tombe che, se all’apparenza potrebbero sembrare semplici ammassi di pietra, nascondono cunicoli, corridoi e percorsi interni volti alla protezione dei contenuti di queste in caso di profanazione della piramide. Esse contenevano innumerevoli oggetti preziosi appartenuti al faraone e ritenuti utili per il viaggio all’oltretomba che doveva affrontare.

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