Il problema dell'oro nel medioevo

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Categoria:Storia

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Testo

IL PROBLEMA DELL’ORO NEL MEDIOEVO

L’Europa medioevale fu l’erede del sistema monetario dell’Impero romano. E come avrebbe potuto essere diversamente, dal momento che i Germani non possedevano, salvo qualche eccezione, delle monete loro proprie? Con maggior precisione l’Europa medioevale fu l’erede del sistema monetario riorganizzato dalla monarchia di Costantino.
L’unità fondamentale era costituita in essa da una moneta di “oro massiccio”, il “soldo” che conteneva, in teoria, 4,48 grammi di metallo puro, ossia, in quanto al contenuto, giravano anche dei sottomultipli delle monete d’oro meno soldo, terzo di soldo. Oltre all’oro, si batteva moneta anche in argento e in rame. Una relazione fissata dallo Stato unificava tra loro i valori di scambio di queste diverse specie. Le monarchie barbariche proseguirono inizialmente questo sistema, con tutta l’esattezza di cui furono capaci.
Dall’epoca carolingia uno scisma monetario, sintomo, sul piano economico, di più profondi contrasti, venne a dividere l’Europa.
Il mondo bizantino rimase fedele all’oro. Sotto i nuovi di oó(((((
prima e di ùùùùùùùùù poi, il soldo costantiniano non vi cessò di esser battuto. Certo il suo contenuto non rimase immutato. Esso subì diverse oscillazioni nel senso del rialzo e del ribasso. Nonostante tutto però, l’antico aureus attraversò vittoriosamente i secoli.
Un cammino del tutto diverso aveva invece seguito l’Occidente latino o germanico.
Nello Stato franco Carlomagno e Ludovico il Pio avevano ancora emesso qualche moneta d’oro; quest’ultimo però soltanto in zecche assai rare e per dei bisogni del tutto eccezionali. Nessuno dei loro successori rinnoverà poi tal esperienza.
Presso gli Anglosassoni il battere monete d’oro aveva già a quest’epoca perso da lungo tempo ogni importanza.
Ormai dalle zecche, ben presto numerosissime, che lavoravano nella vecchia Romania, come pure da quelle più recenti che, a poco a poco, vedevano la luce en paesi un tempo sprovvisti di monete nazionali, non sembrano uscir più che delle monete in argento e quasi esclusivamente una sola categoria di monete: il denaro. Questi era nato nella Gallia franca, più esattamente nella Gallia carolingia. Poco a poco l’Occidente l’adotto. Il denaro era ancora di peso assai leggero; sotto Carlomagno, il suo valore, in franchi di anteguerra, sarebbe stato di frs. 0,30; nella Francia di Filippo Augusto, se si assumesse come elemento di confronto il “denaro tornese” di frs. 0,08. Il soldo non esisteva che come unità di conto; si trattava ancora in soldi, ma tutte le volte che il pagamento aveva luogo in moneta ed in moneta indigena, si versavano denari, secondo un rapporto generale, non però valido in tutti i paesi, di un soldo per dodici denari; allo stesso modo che, quando si prevedeva un pagamento in natura, si parlava di soldi di “grano”. Per dei secoli chi dice moneta , in Occidente, dice quasi esclusivamente argento; sono note del resto le tracce che questa sinonimia ha lasciato nella lingua francese.
Venne però alla fine un’epoca in cui quest’equivalenza tra moneta ed argento cessò di essere fondata.
Dopo la creazione da parte di Federico II degli “augustali”, avvenne una vera e propria rivoluzione: ci fu un ritorno all’oro da parte di contrade dove sino ad allora, nell’alto Medioevo, solo l’argento era stato ufficialmente battuto.
L’iniziativa partì dalle città mercantili del Mediterraneo.
Nel 1227, Marsiglia, provvisoriamente costituita in comune autonomo, si fece concedere dal vicario imperiale il diritto di battere l’oro, per quanto, certamente, poterne tirar profitto. Il passo avanti non fu fatto che nel 1252, a Genova e a Firenze simultaneamente. Poi lo slancio guadagnò Perugia (1259), Lucca (1273), Milano, verso la fine del secolo, a una data incerta, infine Venezia che, nel 1284, inaugurò i suoi famosi ducati.
La moneta fiorentina in particolare aveva ben presto conosciuto una gran diffusione: già a partire dal 1265 i fiorini, segnati dell’emblema del giglio, erano negoziati alle fiere di Champagne, dove gli acquisti che fece fare, in vista della sua spedizione in Sicilia, Carlo D’Angiò, provocarono in quell’anno, alla fiera di Saint-Ayoul, provocando un rialzo delle quotazioni. L’esempio dell’Italia non tardò infatti a essere imitato al di là dei monti. Il primo tentativo in questo senso venne, com’era naturale, dalle due principali monarchie occidentali: in Inghilterra già dal 1257, in Francia verso la stessa epoca, sotto il regno di San Luigi. Tentativo che non ebbe, Nell’un caso e nell’altro, che un successo mediocre.
Fu soltanto sotto il regno di Filippo il Bello che le emissioni francesi presero un’effettiva importanza.
Nonostante questo la coniatura delle monete d’argento non era cessata. In tal manieri il nuovo regime monetario nuovo può essere comodamente qualificato regime di bimetallismo. Così come sotto l’Impero romano, non esisteva la possibilità di battere moneta liberamente, ma il ruolo dei due metalli nell’economia era troppo differente perché si possa asserire che essi erano veramente intercambiabili.
A questo punto si pone un duplice problema:
- perché la maggior parte dell’Europa, attorno al IX secolo, rinunciò alla monetazione ufficiale dell’oro?
- perché essa l’ha poi ripresa nel XIII secolo?

Un dato di fatto di grande importanza deve dominare ogni tentativo di spiegazione. L’Europa occidentale e centrale non produceva e non poteva produrre che pochissimo oro. La cosa non stava negli stessi termini per quanto riguarda l’argento.
Per alcune località dell’Europa, in cui erano presenti miniere, il problema della scarsità dell’argento non si presentava, anzi, la richiesta da parte delle regioni più povere forniva anche una solida base finanziaria.
In altre regioni, la scarsezza di argento comprometteva spesso la monetazione: tanto più che il frazionamento estremo del diritto di batter moneta metteva molte zecche nelle mani di principi che si trovavano a non esser possessori di miniere.
Tuttavia rimane vera l’affermazione che l’Europa occidentale e centrale, presa nel suo insieme, era in grado di bastare al proprio consumo di argento.
Per quanto riguardava invece l’oro, ci si trovava nella più incresciosa povertà: povertà certo più grave durante l’alto Medioevo di quanto non fosse stato prima e sarebbe stato dopo. Dalle epoche preistoriche, dall’epoca romana molti giacimenti si esauriti o almeno non producevano che dei quantitativi estremamente deboli. Il fatto è più che normale: «Un filone d’oro –scrive De Launay- non è come un campo che ogni annata può produrre un nuovo raccolto, è un sacco a cui si attinge e che si vuota rapidamente». Inoltre bisogna considerare che i procedimenti di sfruttamento erano assai rudimentali e questo accelerò l’esaurimento dei giacimenti. D’altra parte molte delle miniere europee non erano ancora state scoperte e in ogni caso queste scoperte non avrebbero poi pesato molto: in confronto all’Ural, al Caucaso, all’Altai, all’Hindostan o ai fiumi dell’Africa tropicale erano ben poca cosa.
Vi è qualcosa di strano nel vedere i paesi che, alla fine del Medioevo fino ai nostri giorni, dovevano essere i focolari più vivaci dell’economia mondiale, pressoché privati di quella materia che una vecchi tradizione ci obbliga a considerare come il segno ed il ricettacolo di ogni ricchezza. Forse è un paradosso soltanto apparente. Questo metallo “favoloso” gli Europei sono stati condannati a procurarselo sia con lo scambio, sia con la conquista e la originaria miseria è senza dubbio stata una delle ragioni che hanno fatto loro sottomette e sfruttare il mondo intero.
Ma l’alto Medioevo non era ancora a questo punto. Evidentemente la coniatura dell’oro non sarebbe allora stata possibile che a una delle due condizioni seguenti:
- conservazione di uno stock preesistente e di notevole consistenza;
- correnti di scambi capaci di attirare verso l’Occidente l’oro dei paesi produttori o di quelli che si trovavano essi stessi in possesso di uno stock abbondante.

Molto probabilmente l’oro si è andato rarefacendo dopo la caduta dell’Impero romano. Infatti sotto Costantino il terzo di soldo pesava 1,51g di oro fino, sotto Carlomagno 0,972g come peso complessivo dei quali solo 0,39g di oro. E che si tratti di una vera e propria mancanza di materia prima e non soltanto, come si potrebbe essere tentati di credere, di una attenuazione limitata alla sola monetazione, ci è testimoniato con sicurezza dell’oreficeria. Certo si portavano dei gioielli in oro, ma in essi, tale metallo era tratto con una preoccupazione di “stretta economia”. A contribuire tale processo non avevano contribuito soltanto i fatti strettamente economici; vi ebbe la sua parte anche la religione: l’uso pagano, che continuò a persistere dopo la conversione al cristianesimo da parte dei barbari, voleva che il capo germanico fosse sepolto con i suoi ornamenti; e quanti bei gioielli le tombe hanno in questo modo portato via ai vivi. Gli eventi politici condussero al sotterramento di numerosi tesori che non sempre furono poi recuperati. Soprattutto i tributi pagati agli invasori avevano impoverito lo stock aureo dell’Impero. Nonostante gli sforzi da parte dei governanti e i provvedimenti presi per cercare di far rientrare almeno una parte delle ricchezze perse, delle gradi quantità gli sfuggirono.

A partire da XII secolo la bilancia commerciale dell'Occidente europeo va ristabilendosi. Esso ormai esporta da ogni parte verso l'Oriente mediterraneo e verso il Sud, delle armi, del legname, del grano, delle tele.
Contemporaneamente l'oro comincia ad affluire nei porti e da essi si diffonde nel resto del paese. E ben presto si passa a battere moneta.
Questa costruzione appare solidamente imbastita. Essa presenta però una grave difficoltà. Dal IX al XII secolo si è cessato di battere moneta d’oro nell’Europa occidentale e centrale; ma né l’oro in generale, né la stessa moneta d’oro, in quantità certo relativamente deboli, ma tuttavia ancora considerevoli, vi hanno mai cessato di circolare. La presenza di oggetti d’oro nei tesori ecclesiastici era una vera e propria risorsa economica. Gioielli e ornamenti di chiesa erano la grande risorsa dei giorni di bisogno, che si presentavano spesso; allora essi se ne andavano come pegni, talvolta senza speranza di riscatto, nelle mani nelle mani dei prestatori, oppure, vittime di un destino più increscioso, passavano alla fonderia. L’oro circolava pure sotto forma di lingotti, di polvere o anche di anelli e, forse soprattutto, circolava sotto forma di monete straniere.
Purtroppo, sino al XIII secolo, noi ignoriamo quasi tutto la contabilità dei mercanti. Alcuni fatti tuttavia hanno il valore di sintomi. Già nella Gallia carolingia, le ultime coniature d’oro avevano avuto per unico scopo lo scambio con l’estero.

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