Il fenomeno mafioso

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Testo

IL FENOMENO MAFIOSO

• GIOVANNI FALCONE: “CHE COSA È LA MAFIA”

Per capire cos’è la mafia, la sua organizzazione, le sue attività e la sua pericolosità, il suo ruolo internazionale, utilizziamo il testo di una conferenza tenuta in Germania, nell’autunno del 1990, dal magistrato palermitano Giovanni Falcone.
Giovanni Falcone, simbolo della lotta alla mafia, era riuscito a rompere il muro di omertà dell’organizzazione convincendo il boss Tommaso Buscetta a “pentirsi”. Nel 1986, insieme ai colleghi del pool antimafia di Palermo – fra i quali Paolo Borsellino e il procuratore Antonio Caponnetto – aveva condotto il primo maxiprocesso contro la mafia.
Giovanni Falcone è stato assassinato da Cosa nostra nel maggio 1992, vittima di un attentato in cui sono morti anche la moglie e gli uomini della scorta. Due mesi dopo, Cosa nostra ha assassinato anche Paolo Borsellino e gli uomini che lo proteggevano.

La mafia in senso proprio ha la propria origine in Sicilia, dove esistono sia una organizzazione unitaria strutturata verticalmente, denominata Cosa nostra, sia una serie di organizzazione mafiose, operanti esclusivamente a livello locale, che non appartengono a Cosa nostra e anzi spesso agiscono in concorrenza con essa. Nella provincia di Palermo, che è il più antico territorio di insediamento della mafia, il predominio di Cosa nostra è assoluto, nel senso che non vi è spazio per l’azione di altre organizzazione mafiose autonome.
La mafia ha sicuramente delle caratteristiche che la rendono più pericolosa di altre forme di criminalità organizzata. Non tanto per l’elevato numero dei suoi membri – qualche migliaio – quanto per la sua struttura e la sua capacità di attuare strategie unitarie nonostante la complessa articolazione della sua organizzazione. Proprio per queste sue qualità essa è l’unica organizzazione criminale italiana che può diventare un modello su scala internazionale.[…]
Anche negli Stati Uniti e in Canada ha preso piede una organizzazione mafiosa, originariamente una sorta di filiale della siciliana Cosa nostra, che però nel frattempo si è resa indipendente e si è separata da essa.
Cosa nostra è certamente l’organizzazione più pericolosa nello spettro della criminalità organizzata italiana, poiché la mentalità mafiosa […] all’interno della criminalità organizzata siciliana si è sviluppata in un’alleanza federativa, che già da molto tempo ha prodotto un’organizzazione unitaria. Essa si presenta come uno Stato nello Stato e viene governata con leggi ferree, imposte con la violenza ai suoi membri.[…]
La scelta dei membri dell’organizzazione viene fatta con particolare cura. Solo i criminali dalle comprovate capacità hanno una possibilità di venire accolti e precisamente dopo un’osservazione attenta, occulta o anche diretta, allo scopo di verificare se il candidato possieda quelle qualità che sono ritenute indispensabili: spietatezza e omertà.
La cosiddetta omertà è una qualità indispensabile per un mafioso. Il rispetto della legge del silenzio viene richiesto in forma tanto estrema che quegli “uomini d’onore” i quali in condizioni particolari, come ad esempio durante una lunga detenzione, mostrassero il minimo segno di deviazione dal rigido atteggiamento di omertà assoluta, correrebbero il pericolo di venire giustiziati.
(G. Falcone, Che cosa è la mafia, “MicroMega”, 3/92)

• CENTOCINQUANT’ANNI DI MAFIA

La Mafia ha potuto crescere perché collocata in un contesto particolare, conseguenza di strutture economiche e di stratificazioni sociali e culturali che affondano le radici nella storia della Sicilia.
La storia della mafia inizia alla metà dell’Ottocento nelle campagne fra Palermo, Trapani e Agrigento, e arriva in tutto il mondo.
I primi mafiosi sono esclusi dalla classe dominante, baciano le mani ai nobili delle campagne, agli avvocati e ai medici delle città. L’imprenditore-mafioso odierno, invece, fa parte della classe dominante, manovra miliardi e gestisce grandi affari legali e illegali: il baciamano oggi è per lui.
Il magistrato Rosario Minna distingue tre periodi nella storia dell’organizzazione criminale.
Il primo è fra il 1800 e il 1950. E’ quello dominato dalla “vecchia mafia”, legata all’economia agricola, che si arricchisce con le estorsioni, l’usura e i rapimenti di persona.
Il secondo è fra il 1950 e il 1970. E’ una fase di transizione, in cui è presente sia la vecchia mafia, sia i primi boss della “nuova mafia”. Il fenomeno mafioso si sposta nelle città e poi, seguendo l’emigrazione verso l’industria del nord, si estende al resto dell’Italia. La nuova mafia si serve indifferentemente di questo o quel partito, di questo o quel politico, a seconda che essi siano in grado di far arrivare soldi pubblici in Sicilia o che assicurino la mano leggera dello Stato per reprimere Cosa nostra. I mafiosi continuano ad esercitare contemporaneamente attività legali e illegali. In questa fase si legano sempre più all’economia urbana, operano soprattutto nell’edilizia e nei grandi lavori pubblici che lo Stato promuove al sud e, allo stesso tempo, accumulano fortune enormi con il contrabbando di sigarette, le estorsioni, i rapimenti, il gioco d’azzardo e la prostituzione.
Il terzo periodo di apre intorno al 1970. E’ quello dominato dalla nuova mafia, quella che arricchitasi nell’immediato dopoguerra è riuscita a fare “il salto”, investendo nell’eroina. E’ una mafia miliardaria, che ha contatti in tutto il mondo e che opera in più settori economici legali e illegali. Le attività legali servono come sempre da copertura alle attività illecite e, nello stesso tempo, per riciclare enormi quantità di “denaro sporco” derivate da queste ultime. La mafia si è inserita anche nelle banche e nell’alta finanza. Ha riposto la lupara e usa sistemi sempre più violenti. Non si limita a colpire chi sgarra all’interno dell’organizzazione o famiglie rivali. Colpisce sempre più politici, magistrati, giornalisti, imprenditori, carabinieri e poliziotti: tutti coloro insomma che ne ostacolano gli affari e il potere. La nuova mafia usa mitra e auto-bomba, non si fa scrupoli e uccide innocenti. E diventa sempre più spietata man mano che lo Stato intensifica la lotta contro di essa e che la situazione politico-sociale del Paese cambia. Agli inizi degli anni Settanta apre la serie degli “omicidi eccellenti”, assassinando esponenti dello Stato che sapevano troppo sulla mafia. Agli inizi degli anni Novanta, infine, firma direttamente le stragi. Colpisce tre volte a Palermo nel 1992 (Lima, Falcone, Borsellino), poi a Roma, Firenze, Milano e ancora Roma, agli inizi del 1993.

La morte di Paolo Borsellino rappresenta la conferma che “Cosa nostra è divenuta compartecipe di un progetto disegnato e gestito insieme a un potere criminale diverso e più articolato”. Non c’era “l’effettiva necessità di eseguire quel delitto” e “la cadenza temporale troppo ravvicinata alla precedente strage (quella di Capaci, due mesi prima), non giustificata da particolare urgenza, costituiva elemento sicuramente estraneo al comportamento tradizionale della mafia, abituata a calcolare con attenzione le azioni delittuose”. L’omicidio di Borsellino (…) dimostrava che “stava maturando all’interno di Cosa nostra e degli altri poteri ad essa collegati una vera e propria scelta stragista dai contorni indefiniti, ma chiaramente proiettata verso uno scontro frontale e violento con le Istituzioni” (…). La “stagione delle bombe” ha “lo scopo evidente di far cadere il consenso sociale verso l’azione repressiva dello Stato contro la mafia e indurre l’opinione pubblica a ritenere troppo elevato, in termini di rischio di vite umane, il contrasto alla criminalità organizzata”.
(G. D’Avanzo, Scontro frontale con lo Stato, articolo a commento di un rapporto riservato della Direzione investigativa antimafia, La Repubblica, 3.9.1993)

• ORIGINI E CAUSE DEL FENOMENO MAFIOSO
Torniamo all’Ottocento riprendendo il lavoro storico del giudice Rosario Minna.
In Sicilia per decenni non esiste consenso verso lo Stato liberale. La dominazione borbonica, prima, e il Regno d’Italia, poi, vengono vissuti dai siciliani come imposizioni dall’esterno. E il rapporto che i governanti “piemontesi” instaurano con il sud è improntato alla totale sfiducia nei confronti delle capacità amministrative e politiche meridionali e, in più, di sfruttamento quasi coloniale. Il risultato è che lo Stato “c’è solo per le tasse, per il servizio militare, per i carabinieri” (Minna).
Quello Stato non dà nulla in cambio e non fa nulla per migliorare la situazione economica e sociale dell’isola.
L’economia siciliana è basata sull’agricoltura, ma è un’agricoltura arcaica.
I nobili sono disinteressati per cultura e per tradizione ad amministrare e coltivare i loro fondi. Gli affittuari fanno quello che dovrebbero fare i nobili, pagando a questi ultimi una “gabella”, cioè l’affitto annuale del terreno. Vi sono poi i “gabellotti”, famiglie mafiose che si inseriscono come mediatori fra i nobili e le altre figure sociali e controllano tutto i “mercato degli affitti” e della manodopera; i gabellotti” possono essere essi stessi affittuari. Vi è infine la massa dei contadini senza terra, per buona parte impiegati come braccianti.
La mafia nelle campagna siciliane arriva a controllare tutto. Decide i pagamenti e si occupa anche di incassarli tenendo per sé il “pizzo”, una quota che sottrae sia al proprietario della terra sia all’affittuario; fa prestiti a usura ad affittuari e contadini. Quando qualcuno tenta di sottrarsi al suo “ordine”, entra in azione la lupara. Quando i braccianti si organizzano sindacalmente e si rendono protagonisti di rivolte per sollecitare lo Stato a fare riforme per ridistribuire la terra, la mafia uccide i capi delle rivolte e i sindacalisti, sicura così di riuscire a mantenere il proprio dominio con la paura.
Le famiglie mafiose cominciano ad arricchirsi, possono acquistare dai nobili in rovina ampi possedimenti terrieri, fanno studiare i figli da avvocato, da prete, da dottore e si imparentano con la borghesia professionale della città. La mafia di campagna, analfabeta e con la lupara in mano, ha bisogno di quest’ultima classe per curare meglio i propri affari: essa sa di tasse e di leggi e può mettere una buona parola quando un mafioso finisce in galera. Il dominio della mafia (poche famiglie e tutte imparentate fra di loro) si rafforza nel tempo.

Ai primi del Novecento Cosa nostra è ancora più ricca grazie alle attività che ha impiantato negli Stati Uniti. Ha influenza politica diretta, perché può contare su “galantuomini d’onore” che diventano i suoi sindaci e i suoi rappresentanti nel Parlamento nazionale. Gode di una certa considerazione da parte della gente, che vede i mafiosi responsabili di gravi delitti rimanere sempre impuniti: incomincia la serie delle assoluzioni per insufficienza di prove. In galera finiscono solo i gradi più bassi della mafia, non certo i capi delle famiglie, e tantomeno i “galantuomini” di città.
Lo Stato affronta i problemi della Sicilia in modo inadeguato. Promuove le riforme, ma non si cura che vengano applicate in modo corretto. Con le politiche protezioniste della fine dell’Ottocento promuove l’industrializzazione del nord e mette in crisi l’agricoltura del sud. Prende in considerazione la mafia unicamente come un problema di ordine pubblico: cioè quando i morti ammazzati diventano troppi o quando il malcontento delle classi più svantaggiate rischia di esplodere. Della mafia non viene capita la sua pericolosità. Non viene capito il fatto che essa si comporta e opera in Sicilia come un corpo separato, dedito unicamente ai suoi interessi. Lo Stato liberale continua a non capire la differenza fra il brigantaggio e la mafia.
Nonostante qualche alto funzionario di Stato capisca la natura e gli scopi della mafia in Sicilia, a Roma si pensa di poter “usare” l’organizzazione criminale per risolvere i vari problemi del momento. Le rivolte contadine e lo stato di agitazione sociale in Sicilia fanno pura. I partiti di governo temono l’avanzata del socialismo. Anche la mafia teme i cambiamenti che sindacati e movimenti contadini potrebbero determinare in Sicilia. La mafia viene quindi “usata” dallo Stato per mantenere “l’ordine”. Ma essa lo manterrà a modo suo e per fare i propri ed esclusivi interessi.

• LOTTA ALLA MAFIA

Una prova della sottovalutazione della pericolosità del fenomeno mafioso è il fatto che il Parlamento italiano ha inserito per la prima volta la parola “mafia” in una legge dello Stato nel 1982: era la cosiddetta legge La Torre, proposta dal parlamentare comunista Pio La Torre, assassinato per questa ragione nell’aprile del 1982, e varata all’indomani dell’assassinio, avvenuto nell’autunno, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, primo prefetto antimafia della Repubblica. E’ la prima legge che combatte direttamente la mafia sul suo terreno: quello economico.
Lo Stato italiano, nelle sue diverse fasi storiche dall’Unità in poi, non ha capito la pericolosità della mafia per incoscienza, per opportunismo, per scarsa preparazione culturale rispetto a un fenomeno così complesso. Le conseguenze di questi diversi atteggiamenti da parte dello Stato sono state di non porsi il problema di conoscerla a fondo e quindi di non condurre contro di essa un lotta su più fronti, unita a un’organica politica antimafia.
Paradossalmente, è stata la stessa organizzazione criminale a costringere lo Stato a capire. I boss miliardari della nuova mafia dell’eroina, più arroganti, più sfacciati e più ricchi dei padrini della vecchia mafia, amano ostentare la loro ricchezza e il loro potere. Dagli inizi degli anni Settanta hanno incominciato a intimidire lo Stato, ammazzando magistrati e dirigenti di Polizia e Carabinieri, al fine di frenare le sue indagini sui segreti dell’organizzazione. Dagli inizi degli anni Ottanta, dopo una lunga serie di vittime eccellenti, hanno osato di più, attaccando frontalmente lo Stato: la nuova strategia di Cosa nostra diventa evidente con gli omicidi del parlamentare La Torre e del prefetto antimafia Dalla Chiesa. E’ proprio dagli avvenimenti tragici di quegli anni che qualcosa comincia a cambiare: i cittadini di Palermo iniziano a ribellarsi alla cultura mafiosa e lo Stato si dota dei primi strumenti per combattere con efficacia la mafia. La legge La Torre è un primo esempio. Seguono poi quelle sui “pentiti” e sul controllo delle ditte che partecipano ad appalti per lavori pubblici.
La diversa sensibilità dello Stato e dei cittadini nei confronti della pericolosità della mafia determina la nascita della cosiddetta “primavera di Palermo”, ovvero un insieme di fatti rivoluzionari nella storia della città e dell’isola: manifestazioni, fiaccolate anti-mafia; pubblici dibattiti (mentre per decenni nessuno osava nemmeno sussurrare la parola mafia); l’esperienza di lavoro dei giudici del “pool” di Palermo; il costituirsi di associazioni antiracket.
I giudici palermitani riescono a portare a termine le prime grandi indagini su Cosa nostra e a celebrare, nel 1986, il primo maxiprocesso: per la prima volta le prove raccolte portano alla condanna degli imputati, tutti personaggi “eccellenti” della mafia, e forniscono importanti informazioni sulle attività, i legami e la struttura dell’organizzazione mafiosa. Per arrivare a questi risultati i giudici lavorano in “pool”, ovvero in gruppo. Indagano più fatti collegati fra loro e ciascun magistrato si specializza e approfondisce un aspetto. Le indagini del versante economico, in particolare, sono di fondamentale importanza per smantellare un’organizzazione che ha come scopo principale quello di arricchirsi.
Il pool di Palermo riesce per la prima volta ad entrare nei segreti di Cosa nostra convincendo i cosiddetti pentiti a collaborare con la giustizia. Il pentimento di Tommaso Buscetta appare di importanza storica. Crolla finalmente l’impenetrabile muro dell’omertà contro il quale si erano tradizionalmente infrante tante indagini ed ogni tentativo di conoscere dall’interno l’organizzazione mafiosa.
Le indagini e i processi del pool di Palermo danneggiano enormemente la mafia e, soprattutto, incominciano a sgretolare il mito della sua invincibilità e della conseguente impotenza dello Stato. Questi successi alimentano una stagione di fiducia nuova della gente. Ma la mafia è ancora forte, i suoi capi sono in libertà e decidono una nuova strategia di attacco nei confronti del Paese e delle sue istituzioni: in un primo tempo diffondono ad arte notizie false e diffamatorie sui giudici palermitani e ottengono il risultato di smantellare il pool e di bloccare per alcuni anni le indagini; in un secondo tempo, dato che l’esperienza di lavoro e le conoscenze acquisite non vanno perdute e continuano i “pentimenti”, tornano a usare la violenza, ma stavolta di tipo nuovo: inaugurano la stagione delle stragi firmate ed eseguite in prima persona. Cosa nostra uccide a due mesi di distanza l’uno dall’altro Giovanni Falcone (Capaci, maggio 1992) e Paolo Borsellino (Palermo, via D’Amelio, luglio 1992), i due magistrati-simbolo del vecchio pool di Palermo. Ma ottiene l’effetto contrario a quello sperato. Infatti, come scrive Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica e dirigente del nuovo pool di Palermo:
Il livello di attacco allo Stato, di punizione inflitta a dei fedeli, efficienti, scrupolosi servitori dello Stato, apparve a tutti così intollerabilmente alto che proprio Capaci, proprio via D’Amelio crearono anticorpi, crisi di rigetto, reazioni di ripulsa a ciò che accadeva. Cominciò così la ricerca di un nuovo impegno (…) a tutti i livelli, non soltanto giudiziario ma anche politico, e ci fu l’impegno della società civile: quelle 100-150 mila persone del 23 maggio scorso (23 maggio 1993, primo anniversario della morte di Falcone) furono l’entusiasmante prova di una nuova tensione.
(G.C. Caselli, Legge del pool, “Panorama”, 4 lug. 1993)

Ancora una volta a seguito di ulteriori e sempre più drammatici avvenimenti, lo Stato assume un nuovo atteggiamento rispetto alla criminalità organizzata: imbocca la strada di una lotta continuativa e organica. Vengono creati organismi di coordinamento delle indagini, come la Direzione investigativa antimafia (Dia) e le super-procure antimafia. Lo Stato dimostra di avere fatto tesoro dell’esperienza del lavoro del primo pool palermitano e incoraggia nuovi gruppi di lavoro fra magistrati. I risultati non tardano a venire. In meno di un anno vengono arrestati più di duecento pericolosi boss mafiosi, latitanti da anni. Sono finiti in carcere anche i “capi dei capi”, gli uomini della “cupola”, quali: Salvatore Riina, Nitto Santapaola, Giuseppe Pulvirenti. Le indagini per le stragi degli anni Novanta procedono speditamente con buoni risultati tanto che sono potuti iniziare, dopo soli tre anni, ad esempio, i processi per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Si sono fatti via via più consistenti anche i sequestri dei beni dei mafiosi: ville, appartamenti, proprietà terriere, attività commerciali e finanziarie per miliardi e miliardi di lire.

La collaborazione di “boss” pentiti ha fornito ai magistrati la possibilità di indagare i rapporti tra Cosa nostra e politica, sempre ipotizzati e mai suffragati da prove oggettive.
Ciò è stato possibile grazie al nuovo clima che si è creato negli ambienti giudiziari con l’avvio, tra il 1992 e 1993, delle numerose inchieste “mani pulite” da parte delle procure di tutta Italia. Il consenso dell’opinione pubblica a questa immensa operazione di verità e di pulizia, pur per via giudiziaria, ha dato anch’esso un contributo importante.
Si è scoperto così che, in Sicilia, la corruzione dei politici e dei pubblici amministratori si intrecciava stabilmente col mondo degli affari legali e illegali della mafia. La mafia assicurava il voto ai politici che si impegnavano a fare prosperare l’organizzazione: dirottando cospicui finanziamenti pubblici nell’isola, o semplicemente non intralciando con leggi severe il suo operato. Sono finiti sotto processo ex uomini di Stato come l’ex presidente del consiglio Andreotti e l’ex ministro Mannino.
I tronconi di partiti maggiormente legati al voto di mafia sono risultati essere quelli legati alla vecchia Democrazia cristiana e al Partito socialista, formazioni politiche cardine della cosiddetta Prima repubblica.
Un’inchiesta del 1995 ha mostrato però che anche i partiti nuovi non sono immuni dallo scambio consenso-favori con la mafia.

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