I giovani e la memoria

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Testo

Le leggi razziali
Curate da : Intrieri Evelina, Poletto Catia, Francesco Sisorio, De Tofoli Matteo
"Il razzismo è la valorizzazione generalizzata e definitiva di differenze reali o immaginarie a favore dell'accusatore e a danno della vittima, al fine di giustificare i propri privilegi o la propria aggressione".(Albert Memmi)

Il razzismo è uno di quei mali dell'umanità' che ha trovato sfogo maggiore nel ventesimo secolo. E' da considerare forma di razzismo il nazionalismo aggressivo, l'antisemitismo, le piaghe dell'apartheid e della ghettizzazione, cosi come il rifiuto dello straniero e le recenti guerre di pulizia etnica.
L'antisemitismo è la forma di razzismo contro gli ebrei. Ha origini storiche antiche e la discriminazione sono basata sulla lingua, sulla religione, su determinate tradizioni oltre al fatto che gran parte degli ebrei appartiene ad una classe sociale medio-alta. Figlio dell'antisemitismo è un altro fenomeno: l'antisionismo.
Antisionismo il termine indica una ferma opposizione al movimento politico sionista secondo cui è necessaria la fondazione di uno stato ebraico in terra di Palestina. Israele come stato nasce nel 1947, ma ha come conseguenza l'inasprimento della questione araboisraeliana.
Sionismo: si diffuse alla fine dell'800 come reazione all'antisemitismo; è l'attesa ebraica del ritorno nella "terra dei padri", di cui è simbolo Sion, la collina sovrastante Gerusalemme. Si trasformo' poi da orientamento religioso in un movimento con un preciso programma politico che puntava decisamente alla costituzione di uno stato ebraico. Nel 1917 la Gran Bretagna, che aveva ricevuto il mandato della società' delle nazioni e che aveva l'amministrazione sul territorio palestinese, crea un "focolare internazionale ebraico". Con il massiccio arrivo soprattutto tra il '33 e il '35 degli ebrei che sfuggivano al nazismo, vennero espulsi molti braccianti e questo suscito' malcontento fra i palestinesi. Chiesero perciò' agli inglesi la fine dell'immigrazione che venne bloccata nel '39 quando ormai molti ebrei si erano trasferiti in Palestina. Il senso di colpa internazionale, spinse l'ONU, nel 1947, ad approvare la spartizione del paese in due stati, mentre Gerusalemme veniva dichiarata zona internazionale. La comminuta' araba respinse la decisione dell'ONU e seguirono nel '48 oltre ai massacri una guerra che vide vincitrice Israele. Agli arabi palestinesi non resto' che emigrare nei paesi confinanti dove alimentarono lo spirito di rivalsa contro Israele. Si susseguirono poi una serie di attentati e massacri fra le organizzazioni estremiste di entrambe le parti tanto che ancora oggi la questione e' irrisolta.
Le leggi razziali
Le prime misure antiebraiche vengono adottate nel 1933 nella Germania nazista con il boicottaggio dei negozi gestiti da ebrei. A partire dal 1934 aumentano le persecuzioni contro di loro; nello stesso anno Hitler assume tutti i poteri dello stato.
Il progetto politico del führer si perfeziona nel 1935 con la promulgazione delle "Leggi razziali" di Norimberga, con le quali si stabiliva che gli ebrei non erano cittadini di razza tedesca.
Nel 1938 le limitazioni imposte da tali leggi si accentuano. Viene ad esempio vietata qualsiasi attività economica e vengono ripristinati i ghetti che vengono regolati con norme molti più rigide rispetto alle precedenti.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il "problema ebreo" abbisogna di una soluzione veloce (Soluzione finale), per questo iniziano le deportazioni nei lager.
Prima della tragica soluzione le leggi razziali vengono adottate in tutti i paesi annessi al III Reich.
In particolare, in Italia, le leggi razziali vengono recepite nel 1938 con i Regi decreti legge approvati dal Gran Consiglio del Fascismo.
Le leggi razziali portarono immediate a conseguenze di tipo giuridico-economico, come ad esempio la confisca dei beni, la perdita della cittadinanza, del lavoro e del diritto allo studio. Le conseguenze umane e psicologiche furono incalcolabili.
Molti, vedendosi tolto anche lo status di persone, non trovarono altra via se non quella del suicidio. Questo è il caso dell’editore modenese Formiggini a cui venne sottratta la casa editrice e che preferì togliersi la vita buttandosi dalla torre Ghirlandina di Modena piuttosto che adeguarsi alla nuova situazione.
Le leggi razziali, oltre ad impedire l’attività economica, impedivano anche l’attività intellettuale. Così insegnanti, scienziati, politici furono costretti ad interrompere la loro attività presso impieghi pubblici e università. Potevano lavorare solo presso scuole e istituti ebrei. Per poter quindi esprimere le proprie idee furono costretti ad emigrare dando vita al fenomeno che successivamente sarà indicato come "fuoriuscitismo".
Fra i più clamorosi casi di censura razziale possiamo indicare il Premio Nobel Levi Montalcini, la quale, appartenendo ad una famiglia ebrea, dopo essersi laureata in medicina nel 1936, è costretta ad abbandonare l’università presso cui era ricercatrice. Lavorerà poi per molti anni negli Stati Uniti.
Gli intellettuali scomodi che decidono di non emigrare continuano a produrre libri, i quali, però, non venivano pubblicati in Italia. Saranno conosciuti solo nel secondo dopoguerra.

Shoah
L'antisemitismo più feroce ed estremo ha prodotto uno degli avvenimenti più conosciuti e tristi della storia: l'olocausto.
Letteralmente è la forma solenne di sacrificio alla divinità, propria della religione greca ed ebraica antica, in cui la vittima o le vittime offerte venivano completamente bruciate.
Storicamente la tragedia del popolo ebraico ha culmine durante la seconda guerra mondiale, quando ogni giorno convogli provenienti da tutta Europa carichi di ebrei raggiungono i lager, i campi di concentramento nazisti.
I primi lager erano stati fatti costruire da Hitler già' dal 1933 per rinchiudervi gli oppositori e i dissidenti politici; ma, quando nel 1936 i campi passano direttamente sotto il controllo delle SS, si trasformano in efficientissimi luoghi di reclusione e di lavoro e in una delle più' orrende macchine di morte mai create dall'uomo.
Dachau, Buchenwald, Ravensbruck, Mauthausen, Auschwitz: l'intero impero tedesco (il Reich) è costellato di campi di concentramento.
La perfetta organizzazione dei campi basata sulla più feroce disciplina divide i prigionieri, dal momento del loro arrivo nel lager, in due categorie: abili o inabili al lavoro.
I vecchi, i bambini, i malati sono subiti inviati alla morte nelle camere a gas. "in meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei vecchi, dei bambini noi non potemmo stabilire né allora né dopo; la notte li inghiottì." (da: p. Levi, se questo è un uomo).
Tutti coloro che sopravvivono a questa prima selezione, sono destinati a subire ogni tipo di violenza da parte dei guardiani del campo e sono sottoposti a torture e punizioni brutali, costretti a soffrire la fame, la sete, il freddo e a lavorare oltre i limiti della sopportazione umana.
Quando, nel 1944, le sorti della guerra volgono al peggio per al Germania, Hitler si pone il problema della "soluzione finale", in altre parole dell'eliminazione fisica di tutti gli ebrei dei lager. Nelle camere a gas e nei forni crematori dei lager moriranno sei milioni di ebrei deportati da tutte le nazioni europee che avevano conosciuto l'orrore della dominazione nazista .
Cosi' suonavano le parole delle SS ai prigionieri dei lager: " in qualunque modo la guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno rimarrà' per portare testimonianza… e , quando anche qualcuno di voi dovesse sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti… la storia dei lager saremo noi a dettarla" (da: S. Wiesenthal , gli assassini sono tra noi).
Ed invece testimonianze si sono avute , testimonianze pubbliche e private ,non solo dei lager , ma anche di ciò che ha preceduto la deportazione nei campi e cioè' delle leggi razziali e della vita incredibile che erano costretti a condurre ormai dal 1938 in poi gli ebrei.

La parola ebreo
di Rosetta Loy
Roma 25 Marzo 1997, questa è la data in cui Rosetta Loy termina il suo libro "La parole ebreo".
A metà tra un saggio e un racconto di eventi realmente accaduti, è una memoria autobiografica ricca di particolari quotidiani, di citazioni e di documenti che permettono un ottimo inquadramento della situazione italiana degli anni fra il '32 e il '43.
Quella della Loy non è una famiglia ebrea, il padre non è neppure fascista ma molti sono i loro conoscenti di religione ebraica .
Perciò, pescando tra i suoi ricordi, la Loy ha ben presente le prime misure antisemite di cui, allora bambina, non coglieva il pieno significato. Quindi non capisce la compagna di gioco che porta la stella di Davide bene in vista.
L'intento della Loy è più in generale quello di testimoniare e far comprendere situazioni e comportamenti utilizzando pure piccoli episodi della sua vita. Perciò non dimentica le urla della portinaia contro il ragazzo ebreo che abita nel loro stesso condominio, il medico di famiglia a cui viene proibita la professione e quindi viene sostituito, i vicini di casa che perdono il lavoro perché ebrei.
Con l'introduzione poi delle leggi razziali nel 1938, la discriminazione diventa perfettamente legale e sistematica, e inoltre i forti interventi di censura soprattutto della stampa, diventava pericolosa, ammorbano il clima sociale. La Loy stessa ricorda quando la governante di famiglia si presenta a casa senza "L'Osservatore Romano" che non era stranamente in edicola. Con la morte di Papa Pio XI , che aveva espresso contrarietà, alle discriminazioni che stavano avvenendo, aprendo una certa ostilità con Mussolini, , pure L'Osservatore Romano si mette in riga, grazie anche alla volontà di Eugenio Pacelli il futuro pontefice che pare aver accondisceso o comunque non essere intervenuto nella questione antisemita.
Eventi gravi e carichi di significato, nonché storici, sono il Concordato fra la Chiesa e il Terzo Reich del 1933, con la conseguente adesione al nazismo da parte di molti vescovi, mentre inascoltate restano le denunce di alcuni uomini di chiesa, ad esempio il vescovo di Monaco, che chiedono una presa di coscienza di ciò che sta avvenendo.
Nell'estate del '37 i genitori della Loy compiono un viaggio in Germania e al loro ritorno raccontano delle meravigliose autostrade fatte costruire da Hitler , dell'ordine, della disciplina e della pulizia del popolo tedesco. I racconti omettono le croci uncinate e le scritte antisemite.
La Loy non dimentica, sembra anzi voler evidenziare questo aspetto, come era facile adattarsi alle novità, alle regole, alle leggi razziali del '38 quando le discriminazioni non riguardavano la propria razza. Bisognava adattarsi per non aver problemi. Bastava adattarsi. E poi non si era a conoscenza di quello che stava accadendo, soprattutto in Germania, e chi era al corrente dei fatti probabilmente era cattolico e infondo la chiesa non sembrava essere contraria, non aveva una posizione decisa al riguardo. Forse una dichiarazione dell'alto clero, avrebbe cambiato qualcosa se è vero che i cattolici in Europa erano allora circa centomilioni .
Certo finchè le dichiarazioni della chiesa tedesca erano "… Noi riconosciamo con gioia che il partito nazionalsocialista ha fatto e fa ancora una eminente azione nel campo della costruzione nazionale e economica e nel campo della politica sociale per il Reich e la nazione tedesca e specialmente per gli strati indigenti della popolazione. Noi siamo ugualmente convinti che il partito nazionalsocialista ha allontanato il pericolo del bolscevismo ateo e distruttore.
I vescovi accompagnano questa attività per l'avvenire con le migliori benedizioni e istruiranno i fedeli in questo senso.
Il giorno del plebiscito , non c'è bisogno di dirlo che è per noi un dovere nazionale, in quanto tedeschi , di dichiararci per il Reich tedesco , e ci aspettiamo lo stesso da tutti i cristiani credenti che sapranno quello che essi devono alla nazione".
Queste le incredibili affermazioni del clero tedesco, ma ancor più incredibile l'accondiscendenza del Papa Pio XII che, in più occasioni, esprime la sua simpatia per la Germania e la sua ammirazione per le grandi qualità del Fùhrer.
Infine come non ricordare le persone scomparse al suo ritorno a Roma dopo il periodo di residenza in campagna, i Levi e i Della Seta ; come non chiedersi il perché non hanno tentato di scappare, nascondersi, rifugiarsi da qualche parte.
L'autrice termina con una riflessione su tutti gli avvenimenti soffermandosi sulle motivazioni che hanno permesso le molte , troppe deportazioni . Non pensa infatti che le responsabilità siano solo da attribuire al regime fascista e allo spietato nazismo tedesco, ma Rosetta Loy ritiene che gli italiani
debbano riconoscere di avere delle responsabilità per aver ceduto, forse troppo facilmente, alla paura e in alcuni casi di essere stati degli opportunisti. E' considerato infatti comprensibile il comportamento di indifferenza ma non è giustificabile che un paese così dichiaratamente cattolico si sia permesso di essere complice di uno sterminio. E' molto più che una vergogna invece sapere che parte degli italiani hanno colto l'occasione per guadagnarci economicamente, è l'esempio di quei docenti universitari che hanno volentieri coperto le cattedre lasciate libere dai professori ebrei allontanati.
Giorgio Bassani
Giorgio Bassani è nato a Bologna nel 1916 da famiglia ebraica ferrarese; a Ferrara ha trascorso l'infanzia e la prima giovinezza. Nel 1934 s'iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Università di Bologna. Nel 1938 la sua famiglia, come le altre del gruppo israelita, fu colpita dalle prime persecuzioni razziali: tant'è che egli fu costretto, nel 1940, a pubblicare il suo primo libro sotto lo pseudonimo di Giovanni Marchi.
Nel '42 iniziò la sua attività clandestina nella Resistenza; nel '43 venne arrestato e incarcerato per due mesi; partì quindi per Firenze, dove visse sotto falso nome. Si trasferì a Roma, dove risiede tuttora, e continua la sua attività letteraria, lavorando inoltre per il cinema, nel giornalismo e come consulente di case editrici. E' stato redattore della rivista culturale "Botteghe oscure"; ha collaborato ad altre riviste tra cui "Il mondo".
Alcune tra le sue opere di poesia e narrativa sono: "Un'altra libertà", "Te lucis ante", "Una città in pianura", "Cinque storie ferraresi", "Dietro la porta", "L'airone".


Il giardino dei Finzi-Contini
di Giorgio Bassani
Il romanzo "Il giardino dei Finzi-Contini", scritto da Giorgio Bassani, uscì nel 1962 ed ottenne un grande successo. Ambientato nella Ferrara degli anni fra il '38 e il '43, è una testimonianza italiana, scritta in chiave autobiografica, dove la storia del singolo arriva a coinvolgere un gruppo ed un ambiente sociale, il tutto in un clima di timore, incertezza e inconsapevolezza di quello che sta accadendo.
Le tematiche trattate sono: la libertà negata, , l'amore difficile, il valore della bellezza, il senso di morte e le difficoltà, se non l'impossibilità in alcuni casi, di realizzare i propri sogni a causa delle misure antiebraiche che sempre più ostacolano la vita degli ebrei, l'esperienza della Resistenza.
La vicenda ha per oggetto la giovinezza del protagonista e del suo grande, impossibile amore per una ragazza israelita come lui Micòl della famiglia dei ricchi Finzi-Contini appunto, che con il loro aristocratico isolamento, di cui il giardino è simbolo, sembrano presagire e prepararsi ad una tragedia che pare ormai prossima. E' rilevante pure il riferimento all'ambiente sociale, quello della borghesia israelita ferrarese, colta fra gli anni immediatamente precedenti e contemporanei poi alla seconda guerra mondiale e all'olocausto.
In alcuni episodi risultano evidenti i primi allarmanti sintomi della persecuzione degli ebrei; semplici segni allora, solo dopo interpretati nella loro effettiva portata.
Nella vicenda il narratore era in contatto con Finzi-Contini Alberto e Micòl anche al di fuori della scuola grazie al fatto che nei giorni festivi si trovavano nella stessa sinagoga. Bassani si innamora col tempo di Micòl, questa ragazza tutta contraddizioni, audace e tenera, ironica e pietosa, che rimane però alquanto distaccata, quasi irraggiungibile. Intanto intorno a loro ed alle rispettive famiglie si cominciano ad avvertire i primi disagi causati dall'entrata in vigore delle leggi razziali. E' il 1938.
Oltre alla proibizione dei matrimoni misti, del servizio militare e di altri divieti, si ha l'esclusione dei giovani appartenenti alla razza ebraica da tutte le scuole statali di ogni ordine e grado. Tale esclusione è particolarmente sentita da Bassani stesso che per completare gli studi universitari deve ricorrere alla biblioteca privata dei Finzi-Contini, mentre sua sorella è costretta ad iscriversi ad una scuola ebraica e il fratello ripara in Francia.
In tutto questo i Finzi -Contini mostrano un atteggiamento del tutto contraddittorio rispetto a quello consueto: ad esempio reagiscono alla legge che proibisce agli ebrei di frequentare i circoli invitando i giovani israeliti a giocare a tennis nel loro giardino. Anche il narratore è invitato e questo gli permette di stare più a contatto con Micòl, ma fra il gruppo di ragazzi compare anche Giampiero.
Il giovane Bassani, dopo la partenza di Micòl per Venezia dove concluderà gli studi universitari, comincia ad incontrarsi ogni sera con Giampiero con cui ha rinnovato l'amicizia in casa di Alberto. Insieme discutono molto degli avvenimenti attuali di politica, della guerra in Spagna, dell'antifascismo e di personaggi invisi al regime come Gobetti , Turati e Gramsci .
Giunge intanto la Pasqua del '39 e ancora si avvertono i disagi della guerra e dell'antisemitismo; in casa Bassani questa volta la ricorrenza si festeggia con un'unica cena invece delle due rituali; la cena risulta essere uno dei momenti in cui il presentimento è più forte. La stessa sera gli viene comunicato il ritorno di Micòl e nei giorni seguenti Bassani riprende le visite in casa Finzi-Contini cercando un contatto più intimo con la stessa Micòl. Lei si nega rendendosi ormai irraggiungibile. In realtà la ragazza, che per alcuni critici rappresenta simbolicamente la morte, sembra aver più di altri avvertito un senso di fine ormai prossima, tanto che parla di caro, dolce, pio passato senza riferimento al futuro come invece sarebbe normale per una giovane. Bassani scoprirà poi la relazione, per la verità lasciata solo intuire nella narrazione, di lei con Giampiero e ne resterà particolarmente deluso.
Vengono infine ricordata la fine di Alberto che muore per una malattia, la deportazione dei Finzi-Contini, la ribellione di Giampiero che non farà ritorno dalla Russia. L'emblematico giardino, prima così grande, curato e rigoglioso, verrà poi distrutto dalla guerra e diventerà un rifugio per famiglie senza tetto.
Tutto è dissolto.


Primo Levi

Nasce a Torino nel 1919; i sui antenati sono ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza. Riesce a concludere l'Università di Scienze a Torino. Frequenta circoli di studenti antifascisti ebrei e non.
Dopo gli studi si reca a Milano dove trova un lavoro come chimico. Nel '43 Levi si unisce a un gruppo partigiano, ma all'alba del 13 dicembre viene arrestato presso Brusson con altri due compagni. Nel 1944 entra nel lager di Auschwitz.
Torna a casa nel '45 dopo un estenuante e assurdo viaggio che racconterà nel libro "La tregua".
I suoi libri e le sue testimonianze hanno molto successo. Nel 1965 torna ad Auschwitz "Il ritorno fu meno drammatico di quanto possa sembrare. Troppo frastuono, poco raccoglimento, tutto rimesso bene in ordine, facciate pulite, tanti discorsi ufficiali".
Tra le sue opere, molte delle quali tradotte in diverse lingue, ci sono: "La chiave a stella", "I sommersi e i salvati", "Se non ora quando", "Se questo e' un uomo", "La tregua" e altre.
11 aprile 1987 muore nella sua casa di Torino, forse suicida.


SE QUESTO E' UN UOMO
di Primo Levi
"Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi."

Con questo invito a ricordare e con questa ammonizione ha inizio la narrazione della vita nei lager nazisti.
E' la testimonianza di un uomo che il lager l'ha vissuto e che è riuscito a salvarsi. L'opera da lui scritta fu pubblicata nel '47, e risulta essere, oltre che un valente documento storico, anche una lucida analisi scientifica e antropologica del funzionamento del campo di sterminio.
Levi stesso fornisce come motivazione alla stesura dell'opera il bisogno di una liberazione interiore comune a molti deportati sopravvissuti; specifica inoltre che i capitoli sono stati scritti in ordine d'urgenza, si può intuire quindi, dopo la lettura del libro, l'angoscia, la disperazione e la desolazione che questi uomini, che per un tratto della loro vita, uomini non si sono sentiti perché come uomini non sono stati trattati.
Levi, catturato dalla milizia fascista alla fine del '43, entra, e per sua fortuna solo nel '44, quindi ad alcuni mesi dalla liberazione, in uno dei lager più tristemente famosi: Auschwitz.
Tutti i temi trattati, dalla famiglia, alla fame, al lavoro, al riposo, alla salute e alla vita, tutti e non solo questi che sono considerati diritti umani inviolabili, sono stati lesi.
Il titolo stesso del libro lascia intuire come i nazisti siano riusciti a svuotare completamente un uomo della sua anima; pochi sono coloro che hanno resistito anche a livello psichico, perché dove il fisico ancora reggeva alle molteplici angherie, la mente ha in molti casi ceduto.
Levi stesso dice di essersi subito reso conto della fine a cui tutti erano destinati, ma descrive anche quanto l'istinto di sopravvivenza che è insito nell'uomo lo portava come gli altri a convincersi ad esempio di passare le terribili selezioni pur essendo coscienti della propria condizione fisica.
Inizialmente, Levi racconta, fu scioccante; il viaggio innanzitutto nei treni merce e ammassati come bestie, l'inizio della fame, della sete, e anche della paura di chi non sa a cosa va in contro; infine l'arrivo.
La prima cruda selezione avveniva fra abili al lavoro e non, e poi la separazione fra uomini e donne, le ore in piedi, nudi al freddo e tutto ciò senza la possibilità di capire cosa sta accadendo, di ragionare o trovarne un motivo che fosse logico.
Spogliato di tutti gli averi, rasato, coperto da una divisa a righe, battezzato con un numero destinato ad uno dei tanti block, Levi si sente ormai sul fondo.
Quelli appena arrivati nel lager sono pieni di dubbi e di domande, domande che per un individuo libero sarebbero ovvie e che l'autore stesso si è posto: come mangiare la zuppa che verrà distribuita senza un cucchiaio? Dove sarà mandato a lavorare? Non si possono ricevere risposte da chi non parla la stessa lingua, o da chi stremato dalla fatica e da mesi o anni di lager non se la sente di rispondere, forse, per non riportare alla mente la propria iniziazione al campo.
Il lavoro è durissimo e le giornate sembrano somigliarsi tutte, si può perdere anche la misura del tempo e il riposo non è definibile come tale; nel lager si lavora anche molte domeniche.
Per sottrarsi al lavoro l'unico metodo è entrare in Ka-Be, l'infermeria e Levi ha la "fortuna" di avere una "buona ferita" ad un piede, procurata proprio sul lavoro trasportando della ghisa. Non è facile però il ricovero perché si deve stare in piedi, in fila, nudi e al freddo.
Una volta entrato in Ka-Be Levi perde ancora tutto, cucchiaio e gamella, guanti e berretto, non sapeva che avrebbe dovuto nasconderli o venderli. In realtà il ricovero gli permette di recuperare un po' di riposo e di non essere percosso si veniva percossi in Ka-Be solo in alcuni casi. La fame però si soffre lo stesso. Le cuccette non bastavano e dovevano essere condivise.
Usciti dal Ka-Be si riprende il lavoro si è affidati ad altri Block, in pratica si ricomincia.
Le notti del lager sono descritte in modo terribile, il sonno è disturbato, il letto è duro ed è piccolo per due, poi gli incubi l'angoscia continua e l'alba arriva subito.
Levi ricorda di aver sognato, spesso, di trovarsi a casa a raccontare di tutte le atrocità del Lager e di esser stato ignorato; poi parlandone con altri il sogno risulta essere ricorrente.
Bastano pochi giorni per cominciare a perdere il senso della vita e delle cose. Levi dice "Dopo quindici giorni dall'ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi…" . E' la fame infatti uno dei problemi maggiori, si mangia pochissimo e malissimo mentre il corpo, sottoposto a sforzi immani, è sempre più denutrito. Per mangiare si fa di tutto, si rischia la vita rubando dalle cucine, ma molti ci provano lo stesso; il pane è preziosissimo e viene usato anche come moneta, altre volte viene ceduto per passare le selezioni, altre ancora si cede qualcosa (il cucchiaio ad esempio) in cambio di un po' di pane. Addirittura si nasconde la morte di un malato pur di mangiare la sua razione di zuppa e questo capiterà a Levi stesso.
Ad un certo punto l'autore parla di sommersi e di salvati, di bene e di male; si riferisce alle diverse personalità che ha visto nel campo, da chi si è lasciato travolgere o chi non ha resistito fisicamente a chi invece ha usato ogni astuzia a discapito di altri pur di sopravvivere.
In mezzo a quest'inferno Levi rievoca però alcuni tentativi di resistenza. E' significativo l'episodio in cui cerca di insegnare l'italiano ad un compagno di lavoro e per farlo si aggrappa alla cultura dantesca, rievoca perciò alcuni emblematici versi del canto di Ulisse. Lo sforzo è grande, ma ha una doppia finalità e cioè di instaurare un rapporto umano e insieme di recuperare qualcosa di umano in sé.
Altro sollievo fu per lui l'amicizia di Alberto, a cui pensa anche di dovere la vita; a differenza della legge di sopravvivenza riconosciuta da tutti nel campo, lui e Alberto si aiutavano come meglio potevano ma non ce l'hanno fatta tutti e due.
Il ritorno dell'inverno riacutizzò l'angoscia perché il freddo ricominciava a rendere tutto meno sopportabile. Come se non bastasse la selezione. La selezione non suscitava reazioni normali, che ognuno di noi davanti ad una prossima possibile morte avrebbe, e cioè o di rassegnazione o di disperazione, ma i deportati erano per lo più in uno stato di apatia che li portava a pensare solo al modo di sopravvivere nell'immediato futuro di poche ore, questo perché la fame, il freddo e il lavoro impegnano troppo i loro pensieri o forse perché la paura e l'impotenza davanti a ciò erano troppo dolorose. Alla selezione ognuno provvedeva come poteva o almeno provava, ma non era facile.
Per la selezione si doveva stare nel proprio Block aspettare, nudi, l'esame che avveniva più o meno ad occhio a volte con clamorosi scambi di cartelle che andavano erroneamente a destra o a sinistra. Da quale parte stava la morte lo si intuiva prima della fine della selezione stessa.
Fu provvidenziale per Levi che servissero ad un certo punto dei chimici. Come tale infatti riuscì a lavorare in laboratorio e a trafficare sapone e benzina e a salvarsi forse. Eppure anche qui le proprie condizioni, rispetto alle tedesche che vi lavoravano, erano umilianti.
Fu l'ultimo periodo nel campo che ha potuto dare forse a qualcuno la speranza di uscire perché arrivavano notizie che gli alleati erano vicini. Però a causa dei bombardamenti i lavori di ricostruzione del campo si intensificavano e i tedeschi non mollavano. Quando i russi invece furono troppo vicini, a tutti coloro che potevano camminare venne ordinato di partire per una marcia di venti chilometri; Levi invece debole e ammalato di scarlattina non se la sentì e si salvò, lui e alcuni altri. Dei ventimila non si ebbe più notizia.
I tedeschi abbandonarono quindi il campo lasciandoli senza né riscaldamento, né cibo a sufficienza, né altro, ma nei dieci giorni prima che i russi li trovassero, nell'attesa, si ritrovò una certa solidarietà per non lasciarsi andare quando ormai si era alla fine. Solo le malattie non perdonarono.
Infine arriva la liberazione con la speranza di tornare a casa e il bisogno di tornare uomini.
A seguito di "Se questo è un uomo" Levi ha scritto "La tregua" in cui racconta il viaggio di ritorno a casa e i postumi del trauma subito. Scrisse più tardi altre opere alla ricerca probabilmente di una liberazione interiore che sembra concludersi poco prima di morire col breve saggio "I sommersi ei salvati".

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