La memoria

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Testo

LA MEMORIA

La parola memoria può assumere diversi significati, a seconda del contesto in cui è inserita. Primo Levi la intende come memoria storica, la quale può diventare bisogno e dovere dell’uomo: per esempio i casi in cui l’uomo eccelle in umanità oppure i casi in cui egli smarrisce la ragione perdendo quanto vi è di umano in lui, vanno ricordati per capire e per essere consapevoli del punto in cui un essere umano può arrivare. Anche noi uomini del XX secolo abbiamo sperimentato cosa voglia dire la soppressione della libertà, la manipolazione del reale da parte di “tiranni”, che noi abbiamo chiamato dittatori, e la Shoah ne incarna un esempio. Nonostante le infinite parole che hanno espresso l’orrore che ha caratterizzato la persecuzione degli Ebrei, la Shoah giunge ai nostri tempi portando con sè il disaccordo tra il dovere di ricordare ogni qual volta l’uomo si sente nello stesso rischio e il desiderio di minimizzare attraverso la “revisione”. Nessuno meglio di Primo Levi ha assunto la precisa missione di salvare la memoria. Il chimico torinese ex-deportato sentì fin dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz l’esigenza di raccontare la sua esperienza, provò l’impulso immediato e irresistibile di rendere gli altri partecipi di ciò che aveva vissuto. Dunque il dovere della memoria nasce in lui dal bisogno di raccontare. Primo Levi non ricorre al lessico dell’orrore, non lascia spazio a sfoghi irrazionali di rabbia o odio. Tutto ciò che egli tratta indica una fiducia nella forza ordinatrice della ragione, egli sembra aver capito durante la sua esperienza infernale che in una situazione deumanizzata come quella dei Lager, l’unico mezzo per poter rimanere attaccati alla vita è mettere ordine nel caos e nell’orrore con la forza della razionalità. Il libro di Levi, “Se questo è un uomo” è scritto di getto, con l’incubo che le parole sentenziate dalle SS “Se anche sopravvivrete, non vi crederà nessuno” fossero profetiche. Effettivamente il libro non ebbe inizialmente fortuna: la voglia di riappropriarsi della vita, caratteristica di tutti i dopoguerra, non lasciava spazio al ricordo dell’orrore, evitare di rievocare ciò che era appena stato, era per le persone un bisogno vitale. Primo Levi era quindi ormai convinto del suo fallimento. Fino al 1956, quando Primo Levi è invitato a partecipare ad una mostra sulla deportazione: dopo dieci anni, egli si vede circondato da giovani che vogliono sapere. Così si risveglia in lui quella dolorosa vocazione di testimone-scrittore che lo porterà a pubblicare numerosi altri libri. Nella prefazione di “Se questo è un uomo” egli dichiara a proposito dell’importanza documentaria del suo libro, che esso potrà piuttosto fornire “documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano” piuttosto che nuovi capi d’accusa; egli si ripropone di testimoniare con uno sguardo il più possibile distaccato e analitico. Primo Levi descrive la condizione psicologica degli uomini che vengono demoliti nei campi di sterminio, descrive il sistema che porta l’uomo allo stato di bestia, solo in mezzo ad altre bestie, mentre la sua sensibilità si offusca. Egli afferma che i detenuti vivevano in una dimensione senza tempo una volta che le loro capacità di ricordare erano soffocate o essi stessi avevano rinunciato ad ogni memoria per il dolore insostenibile che essa portava. Auschwitz è entrata a far parte della sua vita, del suo modo di concepire la vita. Primo Levi ha sempre difeso la memoria della Shoah, non si è mai tirato indietro quando gli sono stati richiesti interventi e la sua attenzione è stata spesso rivolta ai giovani, mettendoli in guardia sull’insospettata attualità del valore storico dell’Olocausto. Infatti egli afferma che ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà.
Sempre parlando di regimi totalitari, i quali sono alla base di eventi come la Shoah, George Orwell, con 1984, riesce a rendere perfettamente il carattere essenziale del totalitarismo. Orwell descrive la Terra suddivisa in tre grandi potenze totalitarie perennemente in guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia che sfruttano la guerra perenne per mantenere il controllo totale sulla società. In Oceania, la cui capitale è Londra, la società è governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini. I suoi occhi sono le telecamere che spiano la vita di qualunque cittadino e il suo braccio la psicopolizia che interviene in ogni situazione sospetta. Ovunque vi sono grandi manifesti che ritraggono il Grande Fratello e gli slogan del partito: «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l'ignoranza è forza». Il protagonista del romanzo, Winston Smith, è un membro subalterno del partito, incaricato di aggiornare i libri e gli articoli di giornale in accordo con i voleri del Grande Fratello, contribuendo così a far credere nell’infallibilità di quest’ultimo. Winston, apparentemente docile, in realtà non sopporta i condizionamenti del partito, anche se egli stesso si accorge di essere ormai l’ultimo uomo rimasto con questi pensieri rivoluzionari. Quando conosce Julia, un altro membro del partito, si accorge invece che anche lei condivide i suoi ideali; i due diventano amanti e decidono di collaborare con un’organizzazione clandestina di resistenza chiamata “Confraternita”. Ma una volta confidatisi con O’Brien, appartenente al Partito Interno, si scopre che questi è un membro della psicopolizia, e Winston viene quindi portato nella stanza 101 per essere torturato. In questa stanza non è contenuto uno strumento di tortura preciso: esso infatti consiste nella materializzazione del peggior incubo di ogni persona. Per il protagonista è prossima una maschera con dentro due topi, la sua fobia peggiore, che O’Brien sta per mettergli sul volto. E viene definitivamente sconfitto quando, per fermare O’Brien, urla «Fatelo a Julia», perdendo il suo ultimo sentimento umano. Alla fine, Winston viene costretto a cedere: rinuncia all’amore per Julia e al libero pensiero, sottomettendosi e amando completamente il Grande Fratello, ed è pronto a consegnarsi nelle mani del boia autenticamente convinto della propria colpevolezza. In 1984, George Orwell interpreta la dittatura come l’assenza di libertà per tutti gli individui, nessuno escluso. Nemmeno i funzionari più alti del “partito” al potere, infatti, godono di alcun privilegio: anzi, sono i primi e i più convinti sostenitori dell’autolimitazione della libertà personale. La dittatura immaginata da Orwell è una dittatura mentale, oltre che fisica: viene imposta con il lavaggio del cervello, con le sparizioni improvvise, senza alcuna violenza apparente. Nel libro si intravede una realtà ancora più inquietante: la disumanizzazione del potere è rappresentata proprio dalla scelta di rendere immortale il Grande Fratello. In realtà Orwell estremizza una tendenza comunissima di tutte le dittature, la deificazione del capo, ma il risultato è comunque terrificante. L’uomo di Orwell sceglie il potere come fine supremo, e non come mezzo per acquisire la “libertà” di dominare, diventando egli stesso schiavo del meccanismo che ha creato. Gli impiegati del partito interno godono di piccoli privilegi, quale l’ereditarietà della loro condizione e razioni più abbondanti, ma sono essi stessi schiavi dell’idolo che hanno creato. L’ultimo passo del Grande Fratello è la prevenzione dell’opposizione, mediante la limitazione della capacità di pensiero ottenuta tramite l’introduzione di una nuova lingua con la quale non è più possibile esprimere il proprio pensiero (la prima ribellione del protagonista è consistita proprio nello scrivere su di un quaderno: “Odio il Grande Fratello”). Se l’uomo non ha la capacità di identificare in maniera razionale il motivo della sua sofferenza, poiché non ha parole per esprimerlo e per rifletterci, allora non può neanche definire la causa della propria sofferenza e l’oggetto del proprio odio. Tutto quel che rimane è soltanto un rancore indefinito, che può essere spazzato via attraverso le sedute di “odio collettivo”.
Tornando al tema della memoria, inserita però nel contesto della psiche, possiamo parlare di Freud. Sigmund Freud nacque in Moravia da una famiglia ebrea di commercianti. Si trasferì presto a Vienna, dove si laureò in Medicina, per poi abbandonare l’ospedale e la carriera universitaria curando privatamente pazienti agiati affetti da malattie nervose. A parere di Freud per spiegare i fenomeni psichici bisogna tener conto della distinzione tra un livello conscio e uno inconscio e attribuire a quest’ultimo un’azione causale sul primo; da questo deriva che i moventi del comportamento umano sono collocati più che nella zona trasparente della coscienza, nel profondo dell’inconscio. Freud é convinto di poter spiegare con l’inconscio il meccanismo della rimozione: è un’operazione con cui si cerca di respingere le rappresentazioni (ricordi, pensieri, immagini) legate a certe pulsioni che di per sè generano piacere, ma che per altri aspetti generano dispiacere. La rimozione supera questo conflitto, mantenendo nell’inconscio queste rappresentazioni, le quali però, sebbene siano apparentemente dimenticate, continuano a premere. Freud si chiede appunto come é possibile forzare la barriera data dalla rimozione e arrivare all’inconscio. Per lui questa via d’accesso é data dall’analisi dei derivati dell’inconscio. Essa si effettua tramite la tecnica delle associazioni libere, la quale consiste nell’incitare il paziente a dire tutto quel che gli viene in mente e che egli collega immediatamente a parole, immagini di sogni e rappresentazioni in generale, senza tralasciare nulla, nemmeno ciò che può sembrargli irrilevante, ridicolo o spiacevole. Il fine è principalmente quello di eliminare qualsiasi selezione volontaria di pensieri e, dunque, le resistenze messe in opera dal paziente.
Il filosofo Bergson si interessò invece del rapporto che c’è tra coscienza e materia, cioè tra vita interiore del soggetto che sente in sè il flusso della memoria e realtà dell’universo corporeo in cui l’uomo vive ed opera. A questa domanda prova a rispondere nella sua opera “Materia e memoria”. L’opera si apre con una definizione di materia che per Bergson è un insieme di immagini. Le immagini che compongono l’universo, naturalmente, non sono accostate le une alle altre a casaccio, ma sono legate da relazioni: queste relazioni sono le leggi della natura. Tra le varie immagini però ve ne è una che presenta un carattere privilegiato dal momento che, oltre a sottostare alle leggi naturali, ha anche la facoltà di modificare le altre immagini in base a propri criteri. Questa immagine é il nostro corpo: infatti la funzione del corpo è di selezionare le altre immagini, scegliendo quelle che presentano per esso interesse e utilità in vista della soddisfazione dei suoi bisogni. In questo modo si crea un campo di immagini poste in risalto in mezzo ad un’infinità di altre immagini accantonate e oscurate dall’oblio: questo é il campo della percezione. In primo luogo, bisogna notare che la percezione tramite la quale l’uomo conosce il mondo e opera su di esso comporta un riferimento alla dimensione della memoria: percepisco e agisco in base a interessi e bisogni che si collocano nel passato, e questi interessi sono condizionati da esperienze, ossia percezioni precedenti. A questo punto Bergson distingue tra due tipi di memoria: la prima è la memoria-abitudine, che regola i meccanismi motori; la seconda è la memoria pura, che contiene i “ricordi indipendenti”, e coincide con la durata reale della coscienza. Quando compio un’azione meccanica (recito una poesia a memoria) mi servo della memoria-abitudine; quando penso a momenti della mia storia personale (quando leggevo la poesia per impararla a memoria, gli stati d’animo, le impressioni, i fatti connessi a quell’esperienza) faccio appello alla memoria-pura. Ma allora nasce un problema, cioè quale di queste due differenti memorie subentra nella percezione corporea. Naturalmente la prima ad essere direttamente chiamata in causa é la memoria-abitudine, che determina le risposte motorie adeguate alla situazione sulla base delle esperienze passate e tradotte dall’organismo in meccanismi automatici. Ma, in realtà, i contenuti specifici della memoria-abitudine non sono altro che una selezione di alcuni tra gli innumerevoli ricordi ospitati dalla memoria pura. Tra le due forme di memorie c’è dunque uno stretto rapporto di connessione. La memoria-abitudine non è dunque del tutto autonoma, ma dipende da quella memoria importantissima che, coincidendo con la durata reale della coscienza, é indipendente dall’ambito della materia e rientra interamente nelle regioni dello spirito. E la conclusione a cui Bergson arriva è che “In una coscienza c’è infinitamente di più che nel cervello corrispondente”.
Per quanto riguarda l’arte, ho deciso di parlare di Chagall, il quale pone la memoria, sotto forma di ricordi, alla base delle sue opere. Marc Chagall nasce in Russia nel 1887. Apparteneva ad una famiglia ebraica molto unita e molto numerosa e la sua arte fu influenzata soprattutto dal periodo felice, anche se povero, dell'infanzia vissuta nel paese natale. Incominciò a studiare pittura presso un pittore locale allora famoso. Poco tempo dopo si trasferì a San Pietroburgo e fece pratica al fianco di numerosi pittori mantenendosi con lavori di ogni genere. Nel 1910, grazie alla vendita di alcune sue opere, si recò in viaggio a Parigi, dove conobbe numerosi artisti che segnarono il suo percorso. Le sue radici, però, risaltarono sullo sfondo francese come il bianco sul nero. A trent’anni pubblicò un libro dedicato ai suoi ricordi infantili; vi si legge la vita come un caleidoscopio di emozioni, sempre variabili e sempre stupefacenti. La meraviglia è uno dei punti forti anche dello Chagall pittore. Non lo si può definire espressionista perché il colore non è l’unico protagonista dei suoi quadri, fitti di simboli personali continuamente ripetuti, e perché non fece mai parte di quella cerchia; il Cubismo lo interessò, ma il tipo di scomposizione dell’immagine a cui giunse nei suoi quadri maturi aveva a che fare con ciò che accade “dentro la mente”: il modo in cui frammentiamo i ricordi, li lasciamo affiorare, li sovrapponiamo uno all’altro; lo interessava invece meno ciò che ossessionava i Cubisti, cioè quello che accade “dentro le cose” o al massimo nel nostro campo visivo. Non lo si può definire surrealista perché egli stesso, malgrado il tentativo di André Breton di inglobarlo nel gruppo da lui diretto, negò qualsiasi corrispondenza tra il suo stile e quello del Surrealismo. Infatti le sue immagini non procedono per associazioni inconsce, ma per ricordi ben consapevoli dei suoi luoghi d’infanzia. Nei suoi quadri troviamo delle immagini ricorrenti, come ad esempio la donna, la mucca, la casa, i violinisti, uomini con la falce, gli sposi; le figure risultano spesso capovolte, o distribuite senza alcuna prospettiva, e lo spirito che ne esce è primitivo e forse ingenuo. Non per niente infatti la sua spontaneità piacque agli Espressionisti tedeschi, che lo invitarono a esporre presso la galleria Sturm, a Berlino. Con l’amatissima moglie Belle impostò la sua vita come se fosse una favola; probabilmente per questo, nel suo “Autoritratto con sette dita”, lo vediamo dipingere nel suo studio non ciò che vede dalla finestra, ma ciò che vede in una nuvola di pensieri rappresentata al polo opposto della finestra: un villaggio russo con la sua chiesa, a cui aggiunge, nella tela, una mucca e una contadina. Sette dita sono le stimmate dell’artista, la sua capacità magica, la stessa che gli consente di volare con Belle nel quadro “La passeggiata”; le favole rimasero quindi per sempre il suo stimolo più importante.

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