Relazione Ivanhoe diWalter Scott

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano

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Testo

IVANHOE

Autore Walter Scott
Titolo Ivanhoe
Data di composizione 1819
Data di pubblicazione 1979
Prima edizione 1820

Narratore
Il narratore coincide con l’autore e la narrazione avviene in terza persona; è estraneo alla vicenda (narratore esterno) ed esprime giudizi sui fatti, intervenendo anche con spiegazioni.

Punto di vista
La focalizzazione prevalente è zero, cioè il narratore è onnisciente e cede direttamente la parola ai personaggi nei dialoghi

Struttura del testo
a)personaggi
La descrizione dei personaggi è basata prevalentemente sulle caratteristiche fisiche, tuttavia essi sono ben caratterizzati anche dal punto di vista psicologico.
Vengono presentati direttamente dal narratore con descrizione a tuttotondo, molto analitica.

Sir Wilfred, signore di Ivanhoe
È il protagonista del romanzo, figlio del nobile sassone Cedric di Rotherwood e braccio destro del re Riccardo.
Ivanhoe non viene descritto approfonditamente da Scott come tutti gli altri personaggi, tuttavia si sa che è un giovane di 25 anni dai corti capelli biondi e il viso bruciato dal sole. È un cavaliere valoroso e coraggioso, secondo soltanto al valore di re Riccardo; si dimostra sempre fedele al suo re, oltre che saggio consigliere nelle sua imprese.
Ad Ivanhoe capitano le vicende “classiche”, comuni a qualsiasi eroe avventuroso: è stato cacciato di casa dal padre con un’ingiusta accusa (l’amore per Rowena, già promessa a un altro, e la devozione per il re Riccardo, un normanno) e vi ritorna sotto false spoglie di pellegrino in una notte di tempesta.
Inoltre si presenta con il nome di Desdichado (cavaliere diseredato) al torneo di Ashby-de-la-Zouche, in quanto vuole proteggere il rientro in patria di Riccardo non facendosi vedere, e contemporaneamente evitare di farsi riconoscere dal padre.
Rimasto ferito dopo aver vinto il torneo, verrà curato dall’ebrea Rebecca, figlia di Isaac, innamorata di lui.
Non ancora guarito, partirà a cavallo per salvare la giovane ebrea condannata al rogo, ricambiando così il suo aiuto. Alla fine, dopo molte peripezie, giungeranno le tanto sospirate nozze con la bella Rowena e il perdono del padre Cedric.

Lady Rowena
La pupilla di Cedric, una donna di rara e risplendente bellezza, di statura alta ma non troppo da farla apparire al di fuori della norma. Di carnagione bianchissima, aveva limpidi occhi azzurri incastonati sotto le belle sopracciglia scure che disegnavano un arco perfetto e sufficientemente marcate da dare espressione alla fronte, capaci tanto di eccitare quanto di commuovere, comandare e anche di supplicare.
La sua espressione naturale era mite, tuttavia l’abitudine a ricevere omaggi da parte di tutti aveva conferito alla fanciulla una nota di alterezza. I folti capelli, d’un colore tra il castano e il biondo, erano pettinati in modo fantasioso e aggraziato e formavano dei riccioli in cui l’arte aveva aiutato la natura. Erano ornati di gemme e il fatto che fossero portati sciolti indicava la nobile nascita e la libera condizione della fanciulla.
Portava al collo una collana d’oro da cui pendeva un piccolo reliquiario d’oro anch’esso, e braccialetti sulle braccia.
Poco si sa del suo carattere: obbediente, come del resto tutte le donne medievali, costrette a riconoscere l’autorità superiore del maschio.
Sir Cedric, suo protettore,la vede come strumento per assicurare la discendenza dei Sassoni e alla decisione del signore di Rotherwood di farla sposare ad Athelstane, la nobildonna è costretta, sebbene a malincuore, a obbedire.
Solo quando lo stesso Athelstane si ritirerà in buon ordine, allora farà vedere i suoi diritti di donna e sposerà l’amato Ivanhoe con il consenso di Cedric.

Rebecca di York
Ebrea , figlia di Isaac di York, reggeva il confronto con le maggiori bellezze d’Inghilterra. La sua bellezza era inoltre messa in risalto dal suo abito orientale.
Il turbante di seta gialla si intonava con il suo colorito olivastro. Gli occhi brillanti, le sopracciglia superbamente arcuate, il naso aquilino e ben disegnato, i denti bianchi come perle, le folte trecce nere che, avvolte in piccole spirali di riccioli, coprivano tutto quel che la veste della più ricca seta persiana lasciava vedere, costituivano un insieme che non aveva nulla da invidiare alle più belle fanciulle intorno a lei. Una piuma di struzzo, fissata al turbante da una fermaglio di brillanti, era un altro segno della raffinatezza della bella ebrea, derisa e schernita dalle orgogliose dame che sedevano più in alto, ma segretamente invidiata proprio da coloro che fingevano di disprezzarla.
Rebecca è la vera protagonista femminile del romanzo, infatti la sua azione ha un peso molto maggiore di quello della stessa lady Rowena. La fanciulla era colta e intelligente, e molto ricca; aveva un fortissimo senso dell’onore e della dignità, ed era disposta al sacrificio della vita pur di non venir meno ai suoi ideali.
Amava Ivanhoe a tal punto da essere pronta, al momento opportuno, a tirarsi in disparte.
Sapeva leggere e scrivere e conosceva diverse lingue; esercitava l’antica arte medica dei suoi antenati, di cui custodiva molti segreti: il suo balsamo miracoloso riusciva a guarire storpi e feriti, tra cui lo stesso Ivanhoe.
Di Rebecca si era innamorato il templare Brian de Bois-Guilbert che, dopo averla rapita, sperava invano di essere ricambiato nei suoi sentimenti.
Sarà proprio questo il motivo per cui Rebecca verrà processata come strega dal Gran Maestro dei templari il quale credeva che la fanciulla avesse lanciato un terribile sortilegio al cavaliere.
Alla fine del romanzo Rebecca si trasferirà con il padre Isaac in Spagna dove troverà protezione presso il re di Granata.

Isaac di York
Ricchissimo ebreo, padre di Rebecca.
Era un vecchio alto e magro dai lineamenti sottili e regolari, con un naso aquilino e occhi neri penetranti; la fronte era alta e rugosa e i capelli e la barba lunghi e grigi.
Lo si sarebbe potuto definire bello se i suoi tratti fisionomici non avessero costituito la caratteristica di una razza che durante quei tempi tenebrosi era detestata sia dal popolo che dalla nobiltà.
Aveva un berretto alto, giallo, quadrato, indossato da tutti quelli della sua razza per distinguersi dai Cristiani.
Come vogliono la tradizione e i pregiudizi sugli ebrei, Isaac era un affarista dall’ottimo fiuto, ricco a palate ma estremamente avaro e sempre pronto a pianger miseria, anche nei momenti di maggior pericolo o addirittura quando era angosciato per la sorte incerta della figlia rapita.
L’autore si serve di questo personaggio per far luce sulle condizioni degli ebrei in epoca medievale: profondamente disprezzati, in quanto non seguivano la religione cristiana, ritenuta allora la vera religione.
Inoltre essi erano perseguitati anche a causa delle loro immense ricchezze e del fatto di essere usurai e strozzini.

Cedric il sassone, signore di Rotherwood
Era un thane, un proprietario terriero, e lasciava trasparire dal suo aspetto un carattere schietto ma impaziente e collerico; di statura non superiore alla media, aveva spalle larghe, braccia lunghe e una corporatura robusta come di chi è abituato alle fatiche della guerra e della caccia. Il suo viso era largo, gli occhi grandi e azzurri, i lineamenti aperti e franchi; aveva bei denti e una testa ben formata che esprimeva quella sorta di buon umore che spesso si accompagna ai temperamenti impulsivi.
Nei suoi occhi si potevano cogliere orgoglio e gelosia perché aveva trascorso la vita nell’affermazione di diritti sempre costantemente usurpati dagli invasori; ed il carattere di quest’uomo pronto, fiero, deciso, si era mantenuto all’erta per le circostanze della sua situazione. I lunghi capelli biondi erano divisi a metà sulla nuca e sulla fronte e scendevano lateralmente fino alle spalle; vi erano pochi capelli grigi nonostante egli si avvicinasse ai sessant’anni.
Difensore accanito della stirpe sassone, aveva pochi e ben radicati ideali: l’esaltazione della dinastia sassone, che lo portava non solo a disprezzare la presenza dei Normanni sul territorio inglese, ma addirittura a non andare incontro ad un visitatore normanno all’interno del suo castello; credeva molto nell’autorità paterna in nome della quale non esitò a scacciare e diseredare il figlio Wilfred, colpevole di aver disobbedito ai suoi ordini.
Inoltre Cedric possedeva un fortissimo senso dell’onore che gli impediva di ritirarsi davanti al pericolo : è un tipico rappresentante del mondo medievale, bellicoso e audace.
Sebbene all’inizio del romanzo il nobile sassone sembrava essere tutto d’un pezzo e deciso a non tornare sui suoi passi, verso la fine si rivela invece più malleabile perdonando il figlio Ivanhoe approvando il matrimonio con lady Rowena.

Athelstane di Coningsburgh
Era di bell’aspetto, solido e robusto di costituzione, nel fiore degli anni, ma aveva un’espressione inanimata e uno sguardo spento; era pigro, indolente e lento nel prendere decisioni che non riguardassero il cibo.
Athelstane era l’uomo sul quale Cedric puntava ogni speranza di riscossa: egli era il discendente diretto di Edoardo III il Confessore, penultimo re sassone d’Inghilterra prima della conquista da parte del normanno Guglielmo il Conquistatore.
A lui dovrebbe spettare il compito di ribellarsi e cacciare gli invasori.
Athelstane però deludeva le aspettative di Cedric: pacifico, amante della buona tavola e preoccupato della qualità del vino più che di ogni altra cosa. Destinato a sposare Lady Rowena dietro spinta di Cedric, cambierà tuttavia idea dopo essere “risorto”da una presunta morte.
La stessa rinuncia a Rowena è una conseguenza del carattere del personaggio, che preferisce lasciar perdere piuttosto che sposare una donna che ama un altro.

Riccardo Plantageneto, detto Cuor di leone (1157-1199)
Nel corso del romanzo si spaccerà per cavaliere errante, facendosi conoscere come il Cavaliere Nero: un guerriero in armatura nera in sella a un cavallo nero di grossa corporatura, alto, forte e potente nell’aspetto quanto il suo padrone.
Questi, che non aveva insegna sullo scudo, durante il torneo di Ashby aveva mostrato scarso interesse per l’esito del combattimento ma disarcionando sempre con un sol colpo chiunque avesse osato attaccarlo.
In poche parole recitava la parte dello spettatore piuttosto che di partecipante al torneo, perciò la gente aveva cominciato a chiamarlo “Le noir fainèant”, il Nero Fannullone.
Proprio durante questo torneo avrà occasione di aiutare il cavaliere Diseredato, rimasto solo contro tre avversari e in evidente difficoltà.
Riccardo era di carattere intraprendente e temerario oltre che coraggioso fino all’imprudenza; l’espressione audace del suo volto era sottolineata dalla sua robusta corporatura e dai nobili lineamenti, caratterizzati da folti riccioli biondi, occhi azzurri scintillanti e da baffi più scuri dei capelli.
Riccardo Cuor di leone è uno dei personaggi storici della vicenda e appartiene alla dinastia dei Plantageneti.
Nel romanzo si rivela solo alla fine, rivestendo per quasi tutto il racconto i panni del Cavaliere Nero.
Anche il ritorno in Inghilterra in incognito è un fatto storico: il re sapeva bene che il fratello Giovanni mirava al suo trono ed era anche a conoscenza della congiura ordita contro di lui; per questo era indispensabile un’azione-sorpresa.
Storicamente attendibili sono anche le informazioni sulla partecipazione di Riccardo alla crociata e alla prigionia presso l’imperatore Enrico VI.

Giovanni Plantageneto, detto Senza terra (1167-1216)
È un altro personaggio storico del romanzo.
Era il fratello di Riccardo e doveva il soprannome di Senza terra al fatto che fosse l’unico della famiglia a non possedere feudi sul continente europeo.
Nel romanzo viene presentato come u personaggio negativo: infido, arrogante, malvagio e crudele.
Non sembrava neanche molto coraggioso, infatti viveva terrorizzato dal possibile ritorno del fratello e non riusciva a contrastarlo con decisione.
Alla fine viene esiliato dal fratello e mandato in Francia dove si trovava la madre.

Brian de Bois-Guilbert
Cavaliere dell’ordine dei templari, era un uomo oltre la quarantina, alto e robusto, dotato di un fisico atletico fortificato dalle lunghe fatiche e dalm continuo esercizio ; è il personaggio negativo, l’antagonista del romanzo che muore ucciso dall’eroe buono.
In realtà l’autore fa morire il templare più per una travolgente passione interna che per la forza del suo avversario Ivanhoe.
Brian era duro, altezzoso e feroce ma a causa del suo amore per la bella Rebecca, che lo respingeva sempre, non riusciva a farle del male.
Era un uomo spietato, usava l’ordine dei templari come strumento di potere e non certo per la religione, infatti quando compariva con la sua alta figura avvolta nel mantello bianco con la croce rossa sul petto, si diffondeva ovunque il terrore.
La sua forza era inferiore solo a quella del re Riccardo e di Ivanhoe, che l’aveva battuto più volte. La sua più alta ambizione era quella di diventare Gran Maestro dell’Ordine dei Templari, aumentando così la sua potenza.

Gurth
Aveva un aspetto duro, primitivo e selvaggio.
Il suo vestito era estremamente semplice: una giacca chiusa di pelle conciata il cui pelame si era logorato così tanto da non poter distinguere a quale animale fosse appartenuto. Questo vestito primitivo lo copriva dalla gola alle ginocchia e svolgeva contemporaneamente tutte le funzioni di ogni altro capo di vestiario.
Dei sandali legati da lacci di pelle di cinghiale gli proteggevano i piedi e una striscia di cuoio sottile era avvolta intorno alle gambe fino al polpaccio, lasciando scoperte le ginocchia all’uso dei montanari scozzesi.
Affinché aderisse il più possibile al corpo la casacca era stretta in vita da una larga cintura di cuoio chiusa da una fibbia di bronzo; ad un lato vi era una specie di bisaccia e dall’altro il corno di un montone munito di un’imboccatura che serviva per soffiarvi dentro. Nella stessa cintura era infilato uno di quei coltelli lunghi, larghi, appuntiti e a due tagli, chiamati coltelli di Sheffield.
L’uomo non portava alcun copricapo sulla testa, riparata solamente dai folti capelli arruffati, bruciati dal sole a tal punto da apparire di color rosso ruggine, in contrasto con la barba giallastra.
Egli portava al collo un anello di bronzo simile al collare di un cane ma senza alcuna apertura e ben saldo al collo, tanto allentato da non ostacolare il respiro ma così aderente da non poter essere tolto se non per mezzo di una lima; su questo collare era incisa a caratteri sassoni la scritta: “Gurth, figlio di Beowulph, nato schiavo di Cedric di Rotherwood ”.
Gurth faceva di mestiere il porcaro, aiutato dal fedele Fangs, e non era soddisfatto della sua condizione di servo nonostante fosse fedele al suo padrone: lo aveva aiutato in molte situazioni e dopo il ritorno del figlio si era posto al suo servizio.
Dopo aver reso tanti servizi e grazie anche all’aiuto di Wamba, verrà liberato da Cedric.

Wamba
Wamba, più giovane di Gurth di dieci anni, indossava un vestito di foggia simile a quello del suo compagno ma di stoffa migliore e dall’aspetto più bizzarro. Portava una giacca di un brillante color porpora e un corto mantello che gli arrivava appena a metà coscia, di stoffa rossa, pieno di macchie, bordato un giallo vivace.
Sulle braccia portava sottili braccialetti d’argento e al collo un collare dello stesso metallo con la scritta: “Wamba, figlio di Witless, è schiavo di Cedric di Rotherwood”.
Wamba indossava sandali uguali a quelli di Gurth, ma al posto della fascia di cuoio le sue gambe erano fasciate in una sorta di ghette, di cui una gamba era rossa e l’altra gialla.
Aveva un berretto con attorno numerosi campanelli che tintinnavano ogni volta che girava il capo e poiché raramente rimaneva fermo nella stessa posizione il loro suono era continuo.
Attorno all’orlo del suo berretto vi era una rigida striscia di cuoio che si allargava verso l’alto a forma di corona da cui usciva un lungo berretto a sacco che cadeva giù su una spalla.
Su questa parte del berretto erano attaccati i campanelli che, insieme alla foggia del copricapo e alla sua espressione, metà folle e metà astuta, lo rivelava come uno di quei buffoni di corte o giullari ospitati nelle case dei ricchi per scacciare la noia.
Portava una bisaccia attaccata alla cintura e una spada di legno. Il volto di Wamba rivelava, come in tutti quelli della sua specie, una distratta curiosità e un’irrequietezza nervosa, insieme a una totale soddisfazione per ciò che era e per come appariva.
Era stato frate ed era sempre fedele al suo padrone, al quale poteva replicare in maniera scherzosa.
Wamba è il personaggio comico del libro e svolge prevalentemente la funzione di sdrammatizzare.

Locksley, Robin Hood
Un personaggio fondamentale del romanzo in quanto guidava insieme al cavaliere nero l’attacco al castello di Front-de-Boeuf e ne forniva le truppe; aveva un’incredibile abilità nel tirare con l’arco, una conoscenza perfetta della foresta e un gruppo di compagni superfidati e affiatatissimi tra cui il frate Tuck.
Robin Hood era una sorta di bandito gentiluomo che rubava ai ricchi per dare ai poveri e tutta la sua banda era fedele a re Riccardo e contro il fratello usurpatore del trono.
Nel romanzo solo alla fine Locksley, che si era fatto chiamare con il soprannome di Spacca-ramo durante la gara di arco,e di Diccon con l’ebreo Isaac, svela di essere Robin Hood.

Frate Tuck
Era il Chierico di Copmanhurst e faceva parte della banda di fuorilegge guidata da Robin Hood.
Frate Tuck, o meglio frate Jack come si era fatto chiamare dal cavaliere Nero prima di rivelarsi, era un uomo grasso con spalle larghe e quadrate, amante della caccia e del vino.
Infatti non mostrava i segni dell’austerità monastica o di privazioni ascetiche ma aveva un’espressione aperta e cordiale, con folte sopracciglia nere, una fronte spaziosa e guance piene dalle quali scendeva una lunga barba nera e arricciata.

Reginald Front-de-Boeuf
Aveva trascorso la sua vita combattendo sia nelle guerre contro altri paesi sia nelle contese personali derivate in genere da zuffe con i vicini.
Era alto e forte, con un temperamento conforme all’aspetto che rivelava con evidenza la sua crudeltà.
Le cicatrici che gli solcavano il volto invece che incutere rispetto in quanto segni gloriosi di valore, non facevano che accrescere la ferocia del suo aspetto e il terrore che la sua presenza suscitava.
Era uno spietato proprietario terriero che non esitava davanti a niente pur di accrescere il suo potere: uccise anche il padre con la complicità di Ulrica.
Morì ferito durante l’assedio al suo castello, in mezzo all’incendio provocato dalla stessa Ulrica.

Ulrica Wolfganger, Urfrida
Megera indurita e repellente, figlia dell’assassinato Torquil Wolfganger, trucidato insieme agli altri figli dal padre di Reginald Front-de-Boeuf. Venne risparmiata solo lei per la sua bellezza e visse nel castello di Torquilstone accanto all’uomo che le aveva ucciso la famiglia, tramando la sua vendetta. Infatti era stata proprio lei a indurre Reginald ad uccidere il padre, e sarà lei stessa ad appiccare il fuoco al castello per permettere la presa da parte di Robin Hood e dei compagni.
Quando ormai i castello cominciava a crollare, Ulrica apparve in cima a una torretta, con l’aspetto di una vecchia furia.
I lunghi capelli grigi e scarmigliati ondeggiavano sulla sua testa scoperta; la gioia inebriante della vendetta soddisfatta si confondeva nei suoi occhi con il fuoco della follia, ed ella cantava, agitando selvaggiamente le braccia, con esultanza. Alla fine la torre crollò ed Ulrica morì tra le fiamme.

Aymer
Priore dell’abbazia di Jorvaulux, esperto cavaliere, era molto gradito ai nobili ed alla borghesia di campagna, con molti dei quali era imparentato, poiché apparteneva ad un’aristocratica famiglia normanna.
Partecipava agli sport con un entusiasmo straordinario ed aveva il permesso di possedere i falchi meglio ammaestrati ed i più veloci levrieri del North Riding.
Il suo comportamento mostrava ben pochi segni di abnegazione, il suo temperamento sornione e voluttuoso traspariva dalle palpebre spioventi sull’espressione astuta, naturalmente gioviale e indulgente, che poteva assumere un’aria solenne a piacimento; raffinato, amante del lusso, dei begli abiti e dei gioielli preziosi, era appassionato della caccia, della buona tavola e degli altri piaceri mondani.
Rappresenta il modo di vivere la vita religiosa di una parte del clero medievale: aveva scelto la carriera ecclesiastica non per consacrare la sua vita ai principi della religione cristiana, ma per i vantaggi che gli venivano garantiti nel gerarchico mondo medievale.

Lucas Beaumanoir
Gran Maestro dell’ordine dei Templari, era un uomo d’età avanzata come dimostravano la lunga barba grigia e le folte grigie sopracciglia che sovrastavano gli occhi, in cui il fuoco non era ancora stato spento né attenuato dagli anni.
Guerriero formidabile e asceta fanatico, la sua fisionomia pallida e austera conservava nell’espressione l’ardore del soldato e al tempo stesso il suo viso molto magro recava i segni dell’astinenza e dell’orgoglio dell’uomo devoto soddisfatto di sé.
La sua statura era alta e il suo portamento, che l’età e la fatica non avevano piegato, era eretto e solenne. La foggia del suo mantello bianco era conforme alla regola di san Bernardo: sulla spalla sinistra si vedeva la croce ottagonale di panno rosso caratteristica dell’Ordine.
Il suo farsetto, a causa dell’età, era foderato e orlato di morbida pelliccia di agnello, con il pelo rivolto verso l’esterno come consentivano le regole.
Reggeva in mano l’abacus, bastone di comando munito all’estremità superiore di una targhetta rotonda sulla quale era incisa la croce dell’ordine, chiusa in un cerchio.
Il Gran Maestro non era per natura crudele o severo, ma per il temperamento era insensibile alle passioni e dotato di un forte senso del dovere. In nome della difesa di un Cristianesimo puro e incorrotto, di una moralizzazione degli uomini di chiesa, caduti così in basso da essere i peggiori peccatori, non esitava a parlare di condannare a morte, di ritorsioni, di vendette.
È per causa sua che è stato fatto il processo a Rebecca, accusata di essere una strega dedita a pratiche magiche.
Ma sarà proprio il giudizio di Dio secondo le credenze medievali attuato attraverso il duello cavalleresco, a salvare la bella Rebecca.

Maurizio de Bracy
Uomo forte, brutale e determinato, aveva organizzato la spedizione di rapimento di Lady Rowena.
Dopo essere stato catturato durante l’incendio al castello di Torquilstone, verrà liberato da re Riccardo che gli aveva intimato di andarsene. Alla fine De Bracy si metterà al servizio del re di Francia.

b) spazio e tempo
• Gli spazi presenti sono sia interni come case e castelli, sia esterni come le grandi foreste, e sono tutti reali.
• La descrizione degli ambienti è analitica con ricchezza e precisione di particolari ed è effettuata direttamente dal narratore.
• Tutte le vicende si svolgono all’interno dell’Inghilterra e i luoghi più importanti sono:

La residenza di Cedric
Un edificio basso e irregolare con molti cortili i recinti che si estendeva su di un ampio spazio e che pur indicando nelle dimensioni le buone condizioni economiche del proprietario, si differenziava dalle costruzioni alte, turrite e merlate della nobiltà normanna.
Tuttavia Rotherwood non era privo di difese e l’intero edificio era circondato da un fossato profondo che prendeva l’acqua da un ruscello vicino. Una doppia palizzata di pali aguzzi forniti dalla non lontana foresta ne difendeva gli argini interni ed esterni.
Sul lato occidentale c’era un’entrata nella palizzata esterna che comunicava per mezzo di un ponte levatoio con una simile apertura nelle difese interne.

Sala da pranzo di Cedric
La sua altezza era molto sproporzionata rispetto alla lunghezza e alla larghezza, entrambe di dimensioni notevoli.
Nella sala era collocata una lunga tavola di quercia formata di assi rozzamente squadrate nella foresta e appena lucidate, pronta per pasto serale di Cedric. Il tetto, fatto di travi, non aveva nulla che separasse il salone sottostante dal cielo eccetto che il tavolato e la paglia.
Alle estremità della sala vi erano due grandi focolari ma poiché i camini erano stati mal costruiti, almeno la metà del fumo si spandeva per l’appartamento anziché uscire per la canna.
Queste continue inalazioni avevano finito con il levigare le travi del basso soffitto incrostandole di una nera patina di fuliggine.
Alle pareti laterali erano appesi arnesi di guerra e di caccia e a ciascun angolo c’erano porte a battenti che portavano alle altre parti del vasto edificio.
Il pavimento era di terra battuta mescolata con calce e circa un quarto di esso era sopraelevato di un gradino rispetto al resto.
Questa parte più alta era riservata al padrone, ai suoi famigliari e agli ospiti più illustri: qui i muri erano coperti di drappi e di tendaggi, il pavimento coperto da un grande tappeto e la tavola da una pesante tovaglia scarlatta e ricamata.
Giusto dal centro della tavola posta sul rialzo, un’altra tavola si allungava nella sala; poggiando sulla parte più bassa del pavimento risultava in relazione alla prima più bassa e più umile dato che non aveva tovaglia ed era circondata da rozze panche di legno.
L’insieme dei tavoli aveva dunque la forma di una “t”. l’eleganza non era di casa a Rotherwood e di questo Cedric si mostrava orgoglioso: della rude semplicità dei Sassoni.

Campo del torneo di Ashby
In una vastissima e verde spianata non lontano dalla città era stato approntato il campo sul quale si sarebbero svolte le gare: un vasto terreno rettangolare chiuso da una staccionata a cui s’accedeva attraverso due ingressi larghi abbastanza per permettere il passaggio a due cavalieri affiancati.
Gli ingressi erano custoditi da uomini armati incaricati di tenere l’ordine. Poiché secondo le consuetudini il torneo era stato bandito da alcuni cavalieri che avevano sfidato chiunque volesse battersi, cinque padiglioni erano stati costruiti su una collinetta a ridosso del campo e su di essi sventolavano bandiere nere e rosse; davanti a ogni padiglione era appeso lo scudo del cavaliere che l’occupava.
Tende per altri cavalieri erano sorte un po’ ovunque e ad una certa distanza dal campo si era in pochi giorni creata una piccola città multicolore nella quale s’accalcava una folla variopinta.

Castello di Torquilstone
Fortezza di non grandi dimensioni, era composta da una mastio, cioè da una torre quadrata , alta e larga, circondata da costruzioni meno alte che chiudevano un cortile centrale.
Intorno alle mura esterne correva un profondo fossato che un vicino ruscello riforniva di acqua.
L’ingresso era posto come in tutti i castelli dell’epoca sotto un barbacane (muro con feritoie) ad arco, una fortificazione esterna difesa agli angoli da piccole torri.

Templestowe
La sede dei templari era posta tra bellissimi prati e pascoli e si trattava di una robusta costruzione ben fortificata: due alabardieri vestiti di nero sorvegliavano il ponte levatoio, altri su e giù per le mura.

Castello di Coningsgurgh
Quest’antico castello che prima della conquista normanna era stato residenza dei re d’Inghilterra, sorgeva sopra un’altura che si dipartiva dal fiume Don le cui acque limpide e tranquille scorrevano attraverso un anfiteatro ove folti boschi s’alternavano a vasti spazi ben coltivati.
Le sue mura, di grande spessore, erano sostenute e difese da sei massicci contrafforti esterni; e l’edificio presentava da lontano un aspetto imponente che suscitava pensieri di guerra e insieme di sicurezza, di forza e di bellezza.
Questo era il luogo in cui si sarebbe dovuto celebrare il funerale di Athelstane.

La foresta
Il sole tramontava su una radura della foresta da cui venivano coperte in maggior parte le belle colline e valli che si trovavano tra Sheffield e la graziosa città di Doncaster.
Centinaia di querce dall’ampia chioma, dai lunghi rami, dai tronchi bassi, stendevano le loro braccia nodose su un fitto tappeto di erba dal verde più delizioso;
in alcuni punti esse si frammischiavano a faggi, agrifogli e macchie, così fitti da interrompere i raggi orizzontali del sole morente; in altri punti distavano molto l’una dall’altra formando lunghi sentieri tortuosi.
I raggio del sole mandavano una luce frammentaria, pallida, che illuminava i rami contorti e i tronchi muschiosi degli alberi e là formavano delle chiazze splendenti in alcune zolle erbose su cui si proiettavano.
Uno spazio molto aperto, nel mezzo della radura, sembrava fosse stato ai tempi antichi un luogo riservato si riti della religione druidica che, sulla sommità di una collinetta, rimaneva ancora la parte di una cerchio di immensi massi di pietra, rozzi ma spaccati con l’ascia.

• Lo stesso autore dichiara che i fatti si svolgono nell’anno 1194, periodo intorno alla fine del regno di re Riccardo, dopo la terza crociata.
Inoltre sono presenti alcuni personaggi storici come re Riccardo e il fratello Giovanni.
Altri possibili indicatori di tempo sono:
il modo di vestire, i tornei, le condizioni degli ebrei disprezzati ed emarginati e anche la rivalità tra Sassoni e Normanni.
Le stesse crociate, cui partecipavano Ivanhoe e re Riccardo, forniscono l’esatta collocazione temporale della vicenda.

• Il periodo in cui si svolge la vicenda è anteriore rispetto a quello in cui opera l’autore, come vuole infatti la tecnica del romanzo storico inventata proprio da Scott: il romanzo storico deve essere ambientato in un’epoca lontana ricostruita con un certo rigore, documentandosi su usanze, leggende, costumi e fatti.
L’autore quindi scrive il romanzo nel 1819, periodo molto lontano da quello del racconto che ha come teatro l’Inghilterra nel medioevo.

• La vicenda copre un arco di circa una decina di giorni.

c) Fabula e intreccio
Fabula
Wilfred di Ivanhoe, figlio di Cedric, è un nobile sassone ripudiato dal padre per impedirgli di sposare la bellissima Rowena che ha promesso in sposa al nobile Athelstane nel tentativo di riportare al trono la dinastia sassone.
Allontanato dunque da Cedric Ivanhoe partecipa alla terza crociata al seguito di Riccardo e solo al ritorno può realizzare il suo sogno e riconquistare l’onore perduto combattendo vittoriosamente a fianco di Riccardo contro il fratello di questo, il principe Giovanni, autoproclamatosi re di tutti gli Inglesi.

Intreccio
La storia risale al 1194. si svolge in Inghilterra sullo sfondo delle lotte intestine tra i due popoli che abitano nel paese: i crudeli Normanni, che l’hanno conquistato un secolo prima,e i Sassoni che non si sono del tutto piegati alla sconfitta.
Protagonista è Wilfred d’Ivanhoe, figlio di Cedric, un nobile sassone ostile ai Normanni. Ivanhoe è stato cacciato dal padre per il suo amore per lady Rowena, che Cedric intende dare in sposa al nobile Athelstane nella speranze di riconquistare con questa unione il trono d’Inghilterra per il suo popolo. Ivanhoe è partito per la terza crociata al seguito di re Riccardo, in assenza del quale l’ipocrita e ambizioso fratello Giovanni tenta di usurpare il trono.
Re Riccardo ritorna dalla crociata e con lui ritorna alla casa del padre sotto false spoglie Ivanhoe che, in incognito, partecipa al torneo di Ashby nel quale affronta e vince tutti i cavalieri.
Rimasto ferito, viene curato dalla bellissima Rebecca che di lui subito si innamora.
Ivanhoe, Rebecca, Cedric, Athelstane e Rowena mentre attraversano un bosco sono fatti prigionieri da alcuni normanni tra cui il templare Brian de Bois-Guilbert e rinchiusi nel castello del crudele Reginald Front de Boeuf.
Dopo una furiosa battaglia il castello viene espugnato dal misterioso cavaliere Nero e da una banda di arditi fuorilegge guidata dal leggendario Robin Hood.
Solo Rebecca resta prigioniera in mano al crudele Brian de Bois-Guilbert che ne vuole a tutti costi l’amore.
Accusata di stregoneria e condannata al rogo, viene liberata da Ivanhoe che combatte e vince per lei, uccidendo il malvagio templare grazie all’aiuto divino.
Riccardo intanto stabilisce il suo potere sui Normanni ribelli e ottiene la sottomissione dei Sassoni avviando la fusione delle due componenti etniche nemiche in una nuova realtà nazionale: quella inglese.
La storia si chiude con il matrimonio fra Rowena e Ivanhoe, mentre Rebecca, che in cuor suo lo ha sempre amato invano, decide di partire dall’Inghilterra per recarsi in Spagna insieme con il padre.

d) lingua e stile
• Genere: romanzo storico
• Anticipazioni, flash back
• Alto registro stilistico, con lessico ricercato
• Presenza di molte similitudini

Messaggio
Ambientato nel medioevo, il romanzo sfrutta tutti gli elementi tipici del periodo: gli ideali che vi trionfano sono infatti quelli del coraggio, dell’onore cavalleresco, della dignità femminile che va difesa anche a costo della vita. Il tema dominante è quello della rievocazione della lotta fra Sassoni e Normanni.

Autore
Walter Scott (Edimburgo 1771-Abbotsford 1832)
Romanziere scozzese prolifico e molto popolare in tutta l'Europa. Walter Scott nacque a Edimburgo nel 1771. Di nobile famiglia, in gioventù studiò legge. Si dedicò alla letteratura dove ottenne i maggiori successi. Conosceva con puntigliosità la tradizione letteraria del suo popolo, comprensiva di leggende, fiabe, canti e ballate. Riuscì quindi ad incanalare questo background conoscitivo nella sua letteratura, dedicandosi in un primo tempo alla poesia, e conseguendo il successo con il poemetto: "I lai dell'ultimo menestrello" del 1805. Scott continuò a pubblicare opere in rapida successione: "Marmion" del 1808, "La donna del lago" del 1810, "Il signore delle isole" del 1815. Dopo l'ascesa nell'olimpo letterario del grande poeta Byron, Scott migrò dalla scrittura di poemetti e ballate alla realizzazione di complessi romanzi. Fu infatti ricordato soprattutto per la creazione del classico romanzo storico, con opere famosissime come "Waverley" del 1814 (che gli diede il successo in questo campo), "I puritani di Scozia" del 1816, "La sposa di Lammermoor" dek 1819, "Ivanhoe" del 1820. Dopo alcuni insuccessi editoriali, che lo ridussero al fallimento economico, Walter Scott si sforzò di rinfondere i debiti accumulati dedicandosi incessantemente alla scrittura. Morì a Abbotsford, nel Roxburghshire, nell'anno 1832, oramai consacrato come uno dei più alti interpreti del romanticismo inglese.

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