La legge del più forte

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ARTICOLO DI GIORNALE
Titolo: Manchester-Roma: solo una partita di calcio?
Occhiello: Si preannuncia dura la prova per le forze dell’ordine. In gioco il valore di vita e giustizia

La città di Manchester è blindata: questa sera la partita di Champions league Manchester-Roma. L’atmosfera è calda e palpabile la tensione; dopo gli scontri tra la polizia e i Red Devils (i sostenitori della squadra inglese) durante il match d’andata, c’è chi teme una vendetta. Si parla addirittura d’alleanze giornaliere con i tifosi d’altre squadre inglesi rivali. Per l’onore e la vendetta si è addirittura disposti ad accantonare antichi contrasti. Queste voci non appaiono infondate sebbene al quartier generale delle forze dell’ordine si voglia mantenere la calma. Il pericolo non è dentro lo stadio dove telecamere, posti numerati, tornelli, ma soprattutto le severissime norme e pene frenano gli animi. Il pericolo è fuori. Il pericolo è nelle strade, prima e dopo la partita. Si è parlato di organizzare gli spostamenti degli ultrà giallorossi in modo tale da non permettere contatti con la tifoseria avversaria, e questa è una scelta sensata. Ma ci riusciranno i poliziotti inglesi? Oppure dovranno usare le misure messe in campo dalla polizia italiana durante la partita d’andata?
Facciamo un passo indietro. Come mai servono queste misure di sicurezza per una partita di calcio? Perché ormai non si parla più di giocatori e calciatori, partite o tifoserie ma solo di avversari, scontri ed ultrà? E’ il sistema del calcio ad essere endemicamente malato o è la società in cui viviamo ad essere stata contagiata da un morbo che appare incurabile?
Il calcio, per quanto pieno di contraddizioni, deve essere parzialmente assolto. I mass media e gli ingaggi milionari fanno la loro parte enfatizzando l’importanza del risultato e mitizzando eccessivamente i calciatori, ma il vero problema è a monte, anzi, è addirittura precedente alla civiltà. Risale ad un’epoca nella quale i rapporti tra gli uomini non erano regolati da leggi, ma, come direbbe Hobbes, dalla legge del più forte. La violenza era il principale veicolo di comunicazione, le relazioni interpersonali erano fondate sulla subordinazione. Hobbes lo aveva chiamato lo “stato di natura” ed è la realtà a cui l’uomo è sempre spinto a fare ritorno. E noi sembriamo aver imboccato quella strada. Questo concetto sta alla base di molti fenomeni inquietanti come la violenza legata al mondo dello sport, il bullismo nelle scuole, gli atti di vandalismo, gli stupri filmati con un telefonino.
Gli individui che commettono questi crimini vedono nella loro ignoranza o nel loro disagio sociale una sorta di giustificazione per ciò che hanno compiuto. Le loro menti perverse ritengono che la violenza debba esser loro concessa per ripagarli dei torti subiti dalla vita. Colpiscono talvolta persone innocenti, talora qualcuno che come loro si è buttato in una mischia o si è nascosto in una massa spersonalizzante per placare la sua sete di violenza, di sangue. In questo secondo caso si dà il via ad un terribile circolo vizioso regolato dalla “legge del taglione”: Occhio per occhio, dente per dente, insomma. Ecco comparire il mostro della vendetta come forma di giustizia. Secondo questo schema appare fin troppo chiaro perché i sostenitori del Manchester si alleino con i tifosi di squadre rivali: per vendicarsi. Identico lo scopo del padre che picchia i ragazzini colpevoli di aver molestato la figlia. In queste situazioni c’è la volontà di aggirare la giustizia ordinaria, di ottenere ciò che una denuncia scritta difficilmente comporta; ormai, infatti, restano impuniti troppo frequentemente dei crimini “minori” che però rendono la vita un inferno.
E’ difficile stabilire cosa faccia scattare in queste persone l’istinto violento di nuocere al “nemico”. Nel caso degli scontri alle manifestazioni o alle partite di calcio si parla di violenza collettiva e bisogna ricondurre tutto all’astio verso le forze dell’ordine d’alcune frange estremistiche (sia politiche che delle varie tifoserie). Il celerino per loro non è uomo con una famiglia, un lavoro pericoloso, dei problemi, ma è visto come un guastafeste, una sorta di mercenario che non aspetta altro che agitare il suo manganello.
Nei casi di bullismo e violenza individuale il discorso cambia. La volontà di sopraffazione predomina e come nella novella di Verga “Rosso Malpelo” bisogna esercitare violenza sull’altro e sottometterlo perché se questi avesse la forza di reagire non esiterebbe a comportarsi come il suo aguzzino.
La cosa più triste è che siano i giovani i protagonisti di queste vicende. Forse perché abituati al gusto del macabro dei film horror e delle serie tv, forse perché immersi in un mondo nel quale non trovano amore, forse perché sovraccaricati di divertimenti, di cose da fare, da comprare tanto da essere diventati indifferenti ed insofferenti. Nulla stupisce più. Nulla diverte più fino in fondo. Bisogna arrivare fino al limite del concesso, valicarlo, distruggerlo. Si cerca l’approvazione degli altri, il sentirsi al posto giusto con il vestito giusto, dicendo le cose giuste. Stare bene con se stessi non è più indispensabile, ciò che conta è stare bene con gli altri. Seguire il branco diventa un dovere e al tempo la scusa quando ci si è spinti un po’ troppo in là, oltre il limite. Quando si uccide un poliziotto solo perché “sta dall’altra parte”, quando si stupra una ragazzina perché “era carina, ma non ci stava”, quando si beve per “non fare lo sfigato che si tira indietro”, quando si prendono pasticche perché “così ci diverte di più”, quando si muore sulla strada “per vedere se arriviamo ai 240”. La vita ormai non è più al primo posto.
Chissà se anche i tifosi del Manchester la pensano così oppure no.

Marianna Leoncini cl 5^B

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