Parco nazionale d'Abruzzo del Lazio e del Molise

Materie:Appunti
Categoria:Biologia

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Testo

Carta d’identità del Parco
Nazionale d’Abruzzo, del Lazio
e del Molise
Istituzione
- 1922 per iniziativa privata; 1923 per legge
Autorità responsabile
- Ente autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo
Laghi
- Barrea Vivo, Pantaniello, Montagna spaccata, Castel San Vincevo
Vette
- Petroso 2.249 m, Marsicano 2.253 m, Greco 2.225 m, Meta 2.242 m
Fauna
- 60 specie di mammiferi, 230 di uccelli, 40 di rettili, anfibi e pesci
Estensione
- 44.000 ettari
Regioni interessate
- Abruzzo, Lazio, Molise
Fiumi
- Sangro, Melfa, Giovenco, Volturno
Visitatori
- 20.000.000 di persone circa all’anno
Volontari
- 1.000 circa all’anno
Terreni di proprietà
- 400 ettari circa
Foreste e pascoli in gestione
- 20.000 ettari circa
Riserve integrali
- 4.000 ettari circa
Flora
- 1.980 specie di piante
Orso Bruno Marsicano
- 70-100 esemplari
Camoscio d’Abruzzo
- 500 - 600 esemplari
Lupo appenninico
- 40-50 esemplari
Lince
- 8-10 esemplari
Cervo
- 500 - 600 esemplari
Capriolo
- 500 - 600 esemplari
STORIA DEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO
Nel 1872, quando negli Stati Uniti d’America nasceva il primo Parco Nazionale del mondo, quello dello Yellowstone, in Italia, nell’Appennino centrale in località Camosciara (oggi il cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo), veniva istituita una grande riserva reale di caccia.
Nel 1917, a seguito degli studi del prof. Alessandro Ghigi, presidente della società “Pro Montibus et Silvis”, fu delineato il primo progetto per l’istituzione di un Parco Nazionale; ma l’italia era in guerra e ciò non permise il decollo dell’iniziativa.
Nel dopoguerra il comune di Opi concesse in affitto alla federazione “Pro Montibus” circa 500 ettari di territorio per costituire un’area protetta. Ciò costituì il primo embrione del Parco nazionale d’Abruzzo, con lo scopo di proteggere le preziose specie animali e vegetali presenti nella zona. Subito dopo fu istituito l’Ente Autonomo del Parco Nazionale d’Abruzzo per la tutela e la gestione dell’area, con un suo statuto e un direttorio presieduto dall’ingegnere Erminio Sipari, considerato il fondatore del Parco. Dopo i primi successi dell’Ente anche altri comuni cedettero parte del loro territorio al Parco, che raggiunse così un’estensione di 12.000 ettari, comprendenti le zone più interessanti e ricche dal punto di vista naturalistico.
Il 9 settembre 1922, sulla base di iniziative private (basti pensare che il Parco apparteneva al Re Vittorio Emanuele I), venne inaugurato il Parco. Solo più tardi, nel gennaio del 1923, lo Stato istituì con un decreto legge il Parco Nazionale d’Abruzzo, con un territorio di 18.000 ettari, che ben presto fu esteso a 30.000 ettari. Fu quello un periodo di intensa attività e di successi.
A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta il Parco fu colpito da una crisi: era quello il periodo del boom economico in Italia; all’insegna della “valorizzazione turistica”, anche il Parco Nazionale d’Abruzzo fu aggredito dalla speculazione edilizia, che provocò notevoli danni; furono sacrificati 120.000 faggi per far posto alle ville, residence, strade e piste da sci.
Nel 1976 il Parco ottenne, grazie anche all’appoggio del mondo ambientalista, l’ampliamento di ben 10.000 ettari, con l’inclusione del massiccio dei monti Marsicano, Palombo e Godi, arrivando all’estensione di 40.000 ettari.
Nel corso degli anni i progressi dell’Ente Parco hanno avuto riscontri sia a carattere nazionale che internazionale: il Parco Nazionale d’Abruzzo viene oggi considerato un Parco-pilota per le altre aree protette italiane ed europee.
Dal 1977 il Parco detiene il “Diploma europeo per la conservazione della natura”, conferitogli dal Consiglio d’Europa.
LA VAL FONDILLO
La Val Fondillo è circondata dal monte Marsicano, dalla Serra di Ghiarano (1240m) e dalla Serra delle Gravare, che costituisce il confine di regione tra l’Abruzzo e il Lazio, e confina con una valle parallela denominata Valle fredda.
Nella Val Fondello, il torrente Fondillo, uno dei più grandi torrenti del Parco, confluisce nel fiume Sangro insieme ai torrenti Certo, Profulo e Boccanera. La maggior parte delle montagne che circondano la Val Fondillo è ricoperta fino alla cima da estesissime faggete. Infatti il bosco di faggio ricopre circa il 60%/70% del Parco e giunge fino ai 1.800 m di altezza. Poiché la maggior parte dei boschi è costituita dal faggio, si ha la fascia climatica del fagetum che va da 800 m ai 1.800-1.850 m di quota.
I Microclimi
All’ingresso della Val Fondillo e nell’alta Val Fondillo ci sono due microclimi, uno caldo e uno freddo. Un microclima caldo è una zona dove la temperatura media è di circa 4-5 °C più elevata rispetto ad altre zone del Parco; quello freddo ha una temperatura media 4-5 °C più bassa delle altre zone. Un microclima è determinato dall’esposizione a venti: poiché esposta all’irraggiamento per un maggiore numero di ore al giorno, la fascia è protetta dai venti.
Un esempio di microclima caldo si ha sotto il Monte Marsicano, una zona molto particolare del Parco, perché è l’unica zona del Parco dove si trova la roverella. La roverella è una pianta che cresce fino a 800 m di quota, ma, nonostante ciò, si trova fino ai 1.200-1.300 m di quota grazie alla presenza del microclima caldo. Un esempio di microclima freddo si trova in fondo alla Val Fondillo e comprende un’abetina. L’abetina è un piccolo bosco di abeti, cresciuti in quella zona in maniera spontanea. Normalmente l’abete cresce ad una quota superiore rispetto a quella del faggio ma ciononostante, ricevendo le irradiazioni solari in minor numero di ore, è cresciuto spontaneamente anche in fondovalle, ad una quota di 1.300 m.
Le Faggete
Tutto il territorio del parco è ricoperto da faggi. I faggi arrivano fino ai 1.800 m di quota. Il bosco di faggio rappresenta l’habitat per la stragrande maggioranza degli animali selvatici. Primo fra tutti l’orso bruno marsicano. Per l’orso bruno marsicano, il bosco di faggio rappresenta non solo il luogo fisico dove vivere ma anche un’importante fonte di nutrizione. Il faggio, infatti, produce i suoi semi, chiamati faggiole, di cui l’orso si nutre in grande quantità arrivando a consumarne sino a 20 kg al giorno nel mese di Agosto, nel cosiddetto periodo di pascione, nel quale i faggi hanno una sovrapproduzione dei loro semi. La faggiola contiene degli aminoacidi che hanno il potere di ritardare lo sviluppo dell’ovulo all’interno del corpo dell’orsa.
L’Orso
L’habitat creato dal bosco di faggio e dagli animali selvaggi che vivono al suo interno è ideale per la vita dell’orso. Primo fra tutti l’orso Morsicano che oltre a trovare nel bosco di faggio un luogo fisico dove vivere, dove essere protetto, trova un’importante fonte di cibo: si tratta di piccole bacche le quali non sono altro che i semi del faggio, la faggiola. Il mantenimento di questa grandissima estensione di faggete è importantissima per la dieta dell’orso. Soffre di gastroenterite, ovvero potrebbe ingerire del cibo che lo porterebbe direttamente alla morte.
L’orso è un animale dalla particolare biologia, entra in letargo a fine novembre quando le temperature si stabilizzano intorno agli 0°C di media; il letargo gli serve per sopportare il periodo invernale, in cui scarseggia il cibo. Per superare questo periodo entra in una specie di letargo: si tratta dell’abbassamento del metabolismo, della respirazione, delle funzioni linfatiche, della circolazione del sangue; di conseguenza l’abbassamento di tutte queste funzioni gli permette di superare senza problemi questo periodo (grazie a tutto il grasso accumulato nel periodo che va dalla primavera all’autunno).
L’accoppiamento avviene durante la metà di giugno, dura 10 giorni ed è l’unico periodo dell’anno in cui è possibile vedere due o più orsi adulti insieme. Generalmente dopo l’accoppiamento si separano e ognuno continua per la sua strada, vivendo quasi tutta la vita da soli. A fine accoppiamento l’orsa abbandona il maschio e l’ovulo fecondato rimane all’interno della sacca uterina e qui si sviluppa, per due o tre mesi, fino al momento del parto. La nascita dei cuccioli avviene nel mese di febbraio. Quando il cucciolo nasce pesa circa cinquecento volte meno della madre, e non è ancora completamente sviluppato, senza peli, senza occhi, senza pelliccia, non ha gli arti formati e quando esce si arrampica sul corpo dell’orsa, e dal capezzolo succhia il latte, che è molto denso, molto energetico, che lo porta nel giro di un mese a diventare completamente formato. A seconda dell’ambiente in cui vivono, questi animali sviluppano degli adattamenti, in particolare l’orso Marsicano ha un adattamento molto particolare, legato alla grandissima quantità di faggiola che mangia, perché sembra che in essa ci siano degli amminoacidi che aiutano il mantenimento dell’ovulo fecondato senza che cominci a svilupparsi.

CENTRO RECUPERO ANIMALI
Nel centro recupero sono ospitati esemplari di fauna selvatica che vengono trovati feriti o malati all’interno del Parco. Possiamo definire questo centro come un “Ospedale degli Animali Selvatici”: è un luogo dove questi animali vengono portati temporaneamente. Se possibile vengono rilasciati dopo aver ricevuto le cure necessarie, altrimenti sono condannati a vivere in recinti di piccola e media grandezza e vengono ospitati qui per farli vivere il più tempo possibile, cosa che in natura non sarebbe permessa. Per ogni animale presente nell’ospedale c’è una storia particolare.
Il Capriolo
Il capriolo presente nell’ospedale è forse l’unico che non è stato trovato ferito. È stato visto da alcuni turisti mentre giocava nell’erba, e lo hanno accarezzato. Poiché i cuccioli vengono riconosciuti dalla madre a causa del loro odore, una volta accarezzato dalle persone l’odore svanisce e la madre non può più riconoscerlo. Se un cucciolo è portato in questo ospedale non può essere più reintrodotto in natura perché non verrebbe accettato dagli altri, quindi è destinato a vivere in cattività.
Il Cervo (Cervus Elaphus)
L’esemplare di cervo presente nell’ospedale è un esemplare maschio adulto, questo si capisce dalle corna che, nel periodo di sviluppo sono ricoperte da una patina quasi vellutata. Questa è formata da molti vasi sanguigni, capillari, che portano il sangue e, quindi, nutrimento a questo tessuto velatine. Quando finisce il suo sviluppo, i vasi sanguigni cominciano a seccare, le corna s’induriscono e assumono una consistenza simile a quella di una pietra che serve a questi animali per combattere e per difendersi dai predatori. Dopo il periodo degli accoppiamenti e dei combattimenti, c’è un periodo di circa 40 giorni in cui si aggiunge una nuova ramificazione.
L’Orso
Questo esemplare veniva utilizzato nel circo. Si deve sapere che questi animali apprendono tutto ciò che gli serve per vivere nei primi due anni di vita; dopo l’orsa li abbandona e per tutta la vita avranno questo bagaglio che gli servirà per vivere in natura. Questo animale è stato preso molto probabilmente prima dei due anni, quindi gli sono state insegnate arti da circo e non mezzi di sopravvivenza. Visto che in Italia è vietato, è stato portato al Parco di Pescasseroli, ma purtroppo non potrà essere rilasciato poiché quando gli orsi e lupi vengono a contatto con le cure degli uomini è difficile che possano reintegrarsi con la natura.
L’Orso bruno Marsicano (Ursus Actos Marsicanos)
Questo esemplare pesa 330 Kg. È un animale costretto a vivere in un recinto, ed è sottoposto a un grande stress. Infatti a volte fa sempre lo stesso giro, altre volte fa sempre avanti e indietro, a volte si gira su se stesso. Fu portato qui al centro perché soffriva di una grave gastroenterite, che non riuscivano a curargli.
LA CAMOSCIARA
È un “anfiteatro di pietra”, formato Monte Sterpidalto, Balzo della Chiesa e Tre Mortai. È una delle poche zone dell’Appennino dove possiamo trovare la dolomia (Carbonato di calcio + Magnesio), tipico minerale delle Dolomiti. Deve il suo nome alla presenza del cosiddetto Camoscio d’Abruzzo, o
capra Pirenaica Ornata, in numero abbastanza alto (circa 650 - 700). Anche la flora, oltre al paesaggio, cambia rispetto alla Val Fondillo. Vi troviamo il Pino Nero di Villetta Barrea, una specie endemica. È stata il primo nucleo del parco, con un’estensione di circa 500 ettari. Fa parte del comune di Civitella Alfedena. Lungo i percorsi non ci sono cestini, per non abituare animali molto sensibili, come l’orso, sofferente di gastroenterite, alla disponibilità di cibo. Per la zonizzazione, la Camosciara è stata divisa in 5 zone: la zona A - la riserva integrale, la B - la riserva generale (Val Fondillo), la C - la zona di sviluppo, la D - il centro abitato. La zona A è priva di qualsiasi forma di antropizzazione, a parte la strada asfaltata, che in breve tempo tornerà ad essere sterrata; non è in nessun modo sfruttata, poiché non ci sono pascoli o taglio di alberi per lo sfruttamento del legname. In una zona vi è un pino nero di 700 anni, che è la pianta più vecchia del parco, situato in una zona pressoché inaccessibile. Tra maggio e luglio vi fiorisce anche un tipo di orchidea gialla e nera, la Scarpetta di Venere, che riesce ad attecchire solo in Camosciara. A differenza di quest’orchidea, l’Iris Marsica, o Giogiolo Marsicano, è una specie endemica, variante dell’Iris Germanica.
La Cascata delle Ninfee
Devono il loro nome alle Dee ninfee. L’altra cascata, delle Tre Cannelle ha tre punti da dove sfocia l’acqua. Entrambe le cascate sono alimentate da una falda sotterranea.
Il Camoscio
È un erbivoro e si nutre soprattutto della festuca, un vegetale ricco di acqua. Vive al di sopra dei 1750–1800 m. Un’altra particolarità del camoscio sono le corna. Appena nati ne sono privi; all’età di 1 anno mettono uno spuntone di 1 cm; a 2 anni si allunga di 1 cm e si chiude con 1 anello. Ogni anno si allunga di 1 cm e di un anello, perciò si può determinare l’età di un camoscio anche solo osservando le corna. Viene classificato in classi: neonato, giovane, anziano (15 anni circa). La vita media di un camoscio è di 16 anni. Le corna presentano un sacchetto vuoto, a differenza dei cervi. Nel Camoscio, sia la donna che il maschio presentano corna. Quindi, per distinguerli, si fa ricorso al modo di orinare o alla differenza delle corna. La femmina le ha più sottili, meno uncinate e un po’ aperte, leggermente inclinate all’indietro. Nel maschio sono più ravvicinate, più diritte e parallele, massicce e uncinate e raggiunge un massimo di 25 kg. Durante il periodo del parto, i camosci si spostano in zone più impervie (periodo di maggio-giugno). Durante l’accoppiamento, il camoscio maschio crea il suo “harem”. Ne viene fatto il censimento 2 volte all’anno: una in primavera, quando nascono i cuccioli, e una in autunno, ossia nel periodo durante il quale è più facile avvistarli, anche se è abbastanza facile farlo anche in estate. Per esempio, nella Val di Rosa, è abbastanza facile avvistarli. Quello abruzzese è stato definito il camoscio più bello del mondo, per via del suo mantello che ha due mute, una in primavera e una in autunno. La particolarità di questo animale è la mascherina nera, che parte dalle narici, arriva agli occhi e sfuma fino alle zampe, evidente soprattutto nel mantello invernale e si vedono soprattutto due macchie golari marroncine. Essendo formato da peli più lunghi, sono più evidenti in questo mantello. Nel periodo primaverile e in quello autunnale, sembrano malati, per via della muta. Una volta partorito, si sposta nella Val di Rosa o in altre valli, sempre dietro queste montagne, per via del cibo.
L’Aquila
Sul pendio del monte Sterpidalto nidifica una coppia di aquile reali, che sono abbastanza facili da avvistare quando, sfruttando le correnti ascensionali calde, volano alla ricerca di cibo. Raggiunge i 6 kg di peso e può avere un’apertura alare di 2 m ed ha un volo che segue traiettorie circolari. Si ciba di lepri o piccoli camosci.
Sulla strada per Villetta Barrea, scorgiamo l’alveo del fiume Sangro, uno dei più puliti d’Italia, che alimenta un lago artificiale, nel quale sono presenti vari tipi di animali quali la trota, le gallinelle d’acqua, che ci indica il basso grado di inquinamento delle acque. Il fiume, lungo circa 117 km, prosegue e va ad alimentare il lago di Fomba presso Chieti, che sfocia a Torino di Sangro, nell’Adriatico. Dà il nome alla valle più importante del Parco, la Val di Sangro.
A Civitella Alfedena è sorto il primo museo in Italia dedicato al lupo che, a quel tempo, era considerato nocivo, poiché, mangiando le pecore, costituiva un danno per i pastori.
Il Lupo
Ha una vita di branco gerarchica, suddivisa in maschile e femminile. Si va dal capo branco riconoscibile perché, nelle battute di caccia, va avanti, è l’esemplare più forte ed ha il pelo irto, la coda a bandiera e le orecchie alzate, al sottomesso, il più piccolo del gruppo, che ha un atteggiamento più mite. Durante le lotte, che non si concludono mai con la morte di un contendente, chi si arrende mostra le parti deboli, ossia i genitali, il ventre e la gola. È molto diffusa la caccia di branco, che può essere formato da un numero variabile di lupi. Il fabbisogno giornaliero del lupo, che è al vertice di una piramide alimentare, è di circa 2 kg di carne al giorno. Uccidendo gli esemplari più deboli, ossia i vecchi, i cuccioli, i malati, assicura una popolazione di erbivori sana e non in soprannumero. In altri Parchi questa funzione è esercitata dall’uomo.
Proseguendo, abbiamo osservato un bosco formato per la maggior parte da faggi, pini e abeti. I pini crescono molto fitti e si sviluppano soprattutto in altezza, poiché i rami inferiori, non raggiunti dalla luce del sole, non riescono a sopravvivere.
Sempre lungo la stessa strada, abbiamo potuto osservare la lince in una riserva faunistica ad essa dedicata. La Lince (Linx linx) è un animale misterioso presente nel Parco nelle zone più selvagge ed impervie. Le caratteristiche peculiari di questo felino sono: orecchie dritte con ciuffi di peli neri e la coda corta con la punta nera. La lince è un animale solitario e territoriale, caccia le proprie prede all'agguato e all'avvicinamento, prediligendo lepri, volpi, e cuccioli di cervo e capriolo oltre a topi, altri piccoli roditori, uccelli ed invertebrati. Generalmente silenziosa, è possibile ascoltare il suo caratteristico richiamo lamentoso nella stagione degli amori che va da febbraio a marzo. Come tutti i felini, inoltre, è un animale elusivo estremamente difficile da osservare: il suo passaggio può essere segnalato da peli lasciati su tronchi e rocce, unghiate su alberi e grandi rami, nonchè dalle caratteristiche orme tondeggianti senza segni di unghie.

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