Versi 33-39 del canto XXX del Purgatorio

Materie:Altro
Categoria:Divina Commedia

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Testo

ANALISI APPROFONDITA DEI VERSI 33-39 DEL CANTO XXX DEL PURGATORIO
Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi
“E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse
d’antico amor sentì la gran potenza”
Nonostante Dante abbia vissuto circa 650 anni fa mai i suoi sentimenti hanno smesso di vivere, e queste due terzine ne sono un esempio eccellente.
L’esperienza amorosa del poeta è qui posta in primo piano. Dante, infatti, richiama quel turbamento che durante la sua giovinezza aveva provato alla sola vista di Beatrice.
Ora, alle soglie del Paradiso, questa donna appare davanti ai suoi occhi provocandogli non meno emozioni di quante ne abbia dato quando era in vita.
Beatrice non è più colei che Dante conobbe nella vita terrena, ma è una donna beata, con forte spessore psicologico, che incarna valori cristiani ben precisi tanto da trasformare l’amore che Dante provava per lei, un amore spirituale. Dante sente in lui la forza di questo amore, così come noi alla lettura di quei versi.
Non vede Beatrice ma vive febbrilmente la percezione della sua presenza. Non riesce a mantenere integra quella corazza che con il trascorrere degli anni aveva costruito durante l’assenza della donna, corazza che ognuno di noi crede di possedere dopo che non si ha più colui che si ama, ma che al contrario è come se non fosse mai esistita alla sola sua vista.
La potenza di questo amore è tale da far reagire il nostro corpo che sfugge quindi al controllo della ragione percependo esclusivamente gli stimoli che provengono dal cuore, unico organo che “vede” quella donna. Ogni membra del corpo trema involontariamente, il cuore comincia ad accelerare i suoi battiti come se questo fosse l’unico modo per trasformare quella percezione di presenza in realtà. I suoni e i rumori intorno non hanno più voce. Emozioni forti si susseguono una dopo l’altra, rincorrendosi fino a devastare e immobilizzare il corpo, mentre ormai l’anima è fuori di noi, si è elevata spiritualmente.
Non ci riconosciamo più. Chiunque può parlare ma noi non siamo reali. Entriamo a far parte di una campana di vetro, il mondo esterno si neutralizza. Brividi di calore ci percorrono e come una pioggia di sassi quell’amore ci ferisce e a nulla vale il tentativo di chiedere aiuto alla ragione, perché quella ci ha abbandonato ad una guida più nobile.
A leggere queste due terzine la mente umana percepisce immediatamente la sofferenza di un uomo nei confronti della donna amata. Ma Dante è nel Purgatorio e se Beatrice in vita era un punto di riferimento per il poeta, causa delle sue turbolenze interiori, ora nel regno celeste la identifica con la sua guida spirituale.
Ma quell’amore terreno può convivere con quello divino?
Forse noi vedendo la persona amata possiamo elevarci spiritualmente, proprio perché la ragione ci abbandona; Dante invece nel Purgatorio ama ciò che Beatrice incarna, la teologia. E allora noi chi amiamo? Una donna, un uomo o quella parte di lui che permette alla nostra anima di giungere a quello stadio-limite?

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