L'esteta: tra culto della bellezza e ricerca del piacere

Materie:Tesina
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Testo

L’ESTETA: TRA CULTO DELLA BELLEZZA E RICERCA DEL PIACERE
LA FIGURA DELL’ESTETA
Lo scopo che mi sono prefissa con lo sviluppo di questa traccia è quello di mettere in evidenza un particolare modo di fare arte e di concepire l’esistenze che si diffuse all’interno del Decadentismo Europeo.
Mi è sembrato interessante capire come gli esponenti della cultura dei vari paesi europei rielaboravano le idee del tempo in modo comune, quasi con la stessa sensibilità, e soprattutto come essi trasferivano le diverse esperienze all’interno della propria vicenda umana. Tutti prendevano come modello lo spirito e la personalità altrui tanto da avviare anche relazioni di amicizia e collaborazione tra loro stessi.
In particolare, ho voluto approfondire il rapporto tra il culto del bello, della raffinatezza e la ricerca del piacere con il senso di decadenza e di morte che è sempre presente nell’animo dell’esteta, figura emblematica di un malessere psicologico e spirituale che tuttavia non viene accettato ed elaborato dallo stesso esteta.
L’esteta è dunque una figura molto complessa e intrigante. Egli tende a vivere circondato solo da Arte e Bellezza, distaccandosi con orrore dalla vita comune, dal contatto con i ceti inferiori e dalla volgarità di una società che, ai suoi occhi, si lascia dominare soltanto dal profitto e dal benessere economico.
L’esteta è colto, edonista, amorale, insoddisfatto ed egoista, disimpegnato dalla politica e dagli affari. Per lui a nulla valgono la fiducia nella scienza e gli imperativi morali, cosi come non va presa in considerazione la religione che appare ipocrita e menzognera.
L’esteta vive la sua vita come un’opera d’arte, tende ad identificarsi con il bello e ricerca anche il piacere sensuale per realizzarsi pienamente. Non si accontenta facilmente della gioia che ha raggiunto ma è sempre alla ricerca continua di nuove sensazioni e nuove esperienze, è sempre innamorato di ciò che passa e non dura: solo cosi riesce a sentirsi libero. Egli, infatti, non disdegna l’uso di stupefacenti: l’alcool e l’oppio sono certamente dei vizi ripugnanti ma permettono di sognare e immaginare una vita ideale, al di là di qualsiasi realtà mediocre e banale che ci circonda. Amare la vita significa anche esasperarla, assecondando perversioni immorali; tutto dunque è lecito per l’esteta che ha sempre bisogno di provare emozioni di qualsiasi genere.
L’esteta si sente nobile ed aristocratico non tanto per i suoi natali, ma piuttosto per l’ideale di vita e di perfezione che ha maturato: è sempre elegante ed eccentrico, si atteggia in modo provocatorio e disdegna i ben pensanti e i moralisti.
Il concentrarsi esclusivamente sull’esteriorità e sulla forma testimonia, comunque, una profonda lacerazione interiore e un enorme senso di vuoto.
Il dramma dell’esteta sta nell’invecchiare, nel perdere il prestigio, nel presagire la propria solitudine. L’esteta sa che la bellezza e la gioventù sono transitorie, e che il piacere, quanto più è raffinato e artificioso, tanto prima si esaurisce, abbandonando l’uomo all’insopportabile noia della quotidianità.
L’esteta sa che dietro il suo apparente vitalismo e la sua propensione a godere di ogni piacere c’è una sconfitta esistenziale che rischia di farlo cadere in forme di nevrosi molto serie; egli sa cioè che il suo disagio non può essere né colmato né superato.

LA NUOVA POETICA
Nel ventennio 1870-1890, gli intellettuali ricercano nuove vie: sia per l’insoddisfazione per la letteratura accademica tradizionale, sia per il desiderio di rinunciare al culto del dato oggettivo che era anche diventato l’atteggiamento mentale della classe borghese, tutta volta all’ordine, alla produzione, alla realizzazione del guadagno.
Un nutrito gruppo di poeti, artisti, intellettuali, rifiuta polemicamente questa visione della vita e avvia una produzione artistica e una serie di comportamenti di vita che condizioneranno il periodo successivo in gran parte d’Europa.
Nascono riviste letterarie, gruppi di poeti, cenacoli che esprimono questa nuova visione antiborghese che, invece di sfociare in un serio impegno di lotta politica volta all’instaurazione di una società diversa, riflette un cupo senso di stanchezza, di sfiducia nell’agire umano, quasi un desiderio di rovina. Il termine “decadenti”, con cui gli artisti del periodo vengono chiamati e scherniti, viene accettato quasi come un titolo di vanto, una controprova del loro essere diversi.
L’artista decadente si rifugia cosi verso mondi lontani, si abbandona a suggestioni estetiche, cerca l’artificio e l’ineffabile contro la piatta realtà. Egli cosi finisce per spostare i confini della letteratura, trasferendola da un mondo oggettivo ad un mondo soggettivo, da un’esperienza condivisa con la società ad un’esperienza assaporata nella solitudine.
Dal punto di vista poetico sono due le innovazioni fondamentali:
- La narrazione e la descrizione degli ambienti con i tradizionali legami logici e cronologici non sono più presenti: lo scrittore e il poeta si pongono in un presente allucinatorio che elimina le più elementari categorie, come il tempo e lo spazio.
- Le impalcature sintattiche della lingua cosi come i significati delle parole non hanno più come fine la comunicazione, ma l’evocazione:attraverso il gioco delle analogie e delle associazioni d’immagini, si crea una realtà nuova che non comunica con la realtà preesistente.

GABRIELE D’ANNUNZIO
La poetica di D'Annunzio è l'espressione più
appariscente del Decadentismo italiano.
Dei poeti decadenti europei egli accoglie modi
e forme, senza però approfondirne l'intima
problematica, ma usandoli come elementi
decorativi della sua arte fastosa e composita.
Egli aderisce soprattutto alla tendenza
irrazionalistica e al misticismo estetico del
Decadentismo, collegandoli alla propria
ispirazione narrativa, naturalistica e sensuale.
Egli rigetta la ragione come strumento
di conoscenza per abbandonarsi alle suggestioni
del senso e dell'istinto; spesso vede nell'erotismo
e nella sensualità il mezzo per attingere la vita
profonda e segreta dell'io. Egli cerca una fusione
dei sensi e dell'animo con le forze della vita,
accogliendo in sé e rivivendo l'esistenza molteplice della natura, con piena adesione fisica, prima ancora che spirituale. E' questo il "panismo dannunziano", quel sentimento di unione con il tutto, che ritroviamo in tutte le poesie più belle di D'Annunzio, in cui riesce ad aderire con tutti i sensi e con tutta la sua vitalità alla natura, s'immerge in essa e si confonde con questa stessa.
La poesia diviene quindi scoperta intuitiva; la parola del poeta è modulata in un verso privo di ogni significato logico e diventa pura musica evocativa.
Ciò è evidente soprattutto nella copiosa produzione in versi degli anni Ottanta, frutto della fase dell'estetismo dannunziano, che si esprime nella formula "il Verso è tutto". L'arte è il valore supremo, e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La vita si sottrae alle leggi del bene e del male e si sottopone alla legge del bello, trasformandosi in opera d'arte.
Il compito dell'esteta è allora quello di realizzare l'arte, ricercando sempre la bellezza: ogni suo gesto deve distinguersi dai principi sociali e morali che legano gli uomini.
Lo stesso D'Annunzio visse una vita all'insegna dell'arte, seguendo le dottrine proposte dall'Estetismo; la sua esistenza fu caratterizzata da una forte attività mondana, da un profondo interesse verso diverse esperienze e da un'accesa avversione nei confronti della società borghese.
Nella realtà, egli voleva creare l'immagine di una vita eccezionale (“il vivere inimitabile”): una vita all'insegna del lusso, tra oggetti d'arte, stoffe preziose e animali di razza. A creargli intorno un alone di mito contribuivano anche i suoi amori, specie quello lungo e tormentato con l’attrice Eleonora Duse. Malgrado D’Annunzio disprezzasse la vita comune, era strettamente legato all’esigenze del sistema economico del suo tempo. Con le sue esibizioni clamorose e i suoi scandali, egli si metteva in primo piano per vendere meglio la sua immagine e le sue opere letterarie. Gli editori gli pagavano somme favolose, ma mai sufficienti per soddisfare la sua vita lussuosa. Quindi, paradossalmente, il “vivere inimitabile” era finalizzato al suo contrario, a ciò che D’Annunzio disprezzava: il denaro e le esigenze del mercato. Lo scrittore più ostile al mondo borghese, era in realtà il più legato alle sue leggi; lo scrittore che più disprezzava la massa era costretto a lusingarla. Questa contraddizione D'annunzio non riuscì mai a superarla.
Questo personaggio dell’esteta, che si isola dalla realtà meschina della società borghese contemporanea in un mondo rarefatto di pura arte e bellezza, è a ben vedere, una risposta ideologica ai processi sociali in atto in Italia dopo l’unità che, in conseguenza dello sviluppo capitalistico in senso moderno e dell’imperialismo colonialista, tendevano ad emarginare l’artista, togliendogli quella posizione privilegiata di cui aveva goduto nell’epoche precedenti. Il personaggio dell’esteta è quasi una forma di risarcimento immaginario per avere sofferto una condizione di isolamento.
Ben presto D’Annunzio si rende conto dell’intima debolezza di questa figura: l’esteta non ha la forza di opporsi realmente alla borghesia in ascesa, si sente sterile e impotente e si isola sempre di più.
Nel primo romanzo scritto da D’Annunzio, “Il Piacere” (1889), confluisce tutta la crisi dell’esperienza mondana e letteraria che lo scrittore ha vissuto fino a quel momento. Nella figura del protagonista, Andrea Sperelli, D’Annunzio obiettiva la sua crisi e la sua insoddisfazione: Andrea è un giovane aristocratico , artista e raffinato studioso, un esteta che, seguendo la tradizione di famiglia, ricerca il bello e disprezza il mondo borghese; conduce una vita eccezionale, vive la sua vita come un’opera d’arte e rifiuta le regole basilari del vivere morale e sociale. La sua sensibilità straordinaria implica, però, una certa corruzione, evidente nella sovrapposizione delle due donne, corruzione che fa parte di quella necessità ideologica e psicologica del dandy e causata anche dalla Roma corrotta e lussuriosa. Andrea Sperelli ha vissuto la separazione dei genitori, la madre ha anteposto l'amante al figlio e il padre lo ha spinto verso l'arte, gli amori e le avventure facili. È forse per questa infanzia che Andrea passa da una storia all'altra, senza nessun rimpianto o amarezza, che studia cinicamente e accuratamente ciò che dovrà dire ad una donna per sedurla ed ottenere da lei quello che lui vuole. Insomma, Andrea è quasi una figura intermedia tra il superuomo e l’inetto, che ha perso il dominio di sé, la propria genuinità, la facoltà di agire senza ambivalenze e di godere a pieno i piaceri agognati. Perciò la sua eccezionalità ha anche un secondo risvolto negativo: è sempre e comunque destinato al fallimento, soprattutto in amore, prima con Elena Muti, poi con Maria Ferres.
È importante che non si cada nel luogo comune che vuole Andrea Sperelli come l’alter ego di Gabriele D’Annunzio: l’autore si identifica, ma il narratore se ne distacca e lo critica pesantemente. Nel primo caso Andrea è ciò che D’Annunzio è e che vorrebbe essere, poiché impersona le sue esperienze effettive e quelle aspirate, è nobile e ricco, intellettuale e seduttore. Nel secondo, la critica è indirizzata soprattutto alla sua falsità, alla sua doppiezza, alla menzogna e all’inganno che usa nei confronti delle donne da lui amate e possedute: il personaggio si scinde, infatti, in ciò che è internamente e in ciò che deve essere in realtà, in ciò che è e in ciò che vorrebbe essere.
L’immaginario della donna ne Il Piacere si lega a quello del Decadentismo: oscilla tra la sensualità sottile e raffinata e l’immagine, prettamente stilnovista della donna delicata ed eterea. Elena Muti è esponente di una cultura mediocre, dell’eros, dell’istinto carnale; Maria Ferres, invece, è colta, intelligente e sensibile all’arte e alla musica, legata alla propria famiglia.
La contrapposizione tra le due si fa emblematica anche nel nome: la prima ricorda colei che fece scoppiare la guerra di Troia, la seconda la madre di Cristo. La donna, però, non deve essere concepita come un personaggio autonomo, ma piuttosto come lo specchio del conflitto interno dell’uomo, tormentato dalla volontà di autoaffermarsi e di dominare l’altro e dal fascino dei fantasmi di distruzione della propria potenza, rappresentati dalla donna. Questo appare palese nella deforme mistione cerebrale che Andrea fa tra le due donne: è un processo di identificazione, che conduce dapprima ad una sovrapposizione sentimentale e poi allo scambio dell’una con l’altra.
L’importanza del romanzo consiste innanzitutto nel fatto che con esso viene introdotto in Italia quel tipo di eroe decadente esemplificato già in Francia da Des Esseintes e, qualche anno dopo, in Inghilterra da Dorian Gray. Ma il romanzo ha un altro motivo d’interesse: la carica vitalistica e sensuale delle prime raccolte di versi, si è corrotta: il sensualismo diventa lussuria, la disponibilità alle sollecitazioni sensoriali della natura diventa ricerca dell’artificio.
Con Andrea Sperelli, comunque, D’Annunzio ha creato un mito umano perennemente ricorrente nella sua produzione letteraria. Pur segnando un momento di crisi, “Il Piacere” non rappresenta il definitivo distacco della scrittore dalla figura dell’esteta; questa, anzi, è destinata ad arricchirsi di altre caratteristiche derivanti dall’ideologia del superuomo.
All'inizio degli anni Novanta, infatti, lo scrittore divenne più consapevole di attraversare un periodo di crisi, durante il quale egli cercò nuovi orizzonti, al di fuori della società in cui viveva; trovò appagamento per le proprie esigenze nell'ideologia del superuomo, affine al modello del filosofo tedesco Nietzsche, un mito non solo di bellezza, ma anche di energia eroica e attivistica. Il superuomo doveva mettere in primo piano il proprio istinto, la propria intelligenza, la propria volontà di avventura, fuori da ogni legge morale. In D’annunzio, comunque, il superuomo rimase sempre limitato a nuove avventure erotiche e all’esaltazione della propria persona.
Il superuomo, da questo punto di vista, assomiglia molto all'esteta, anche se se ne distingue per il suo desiderio di agire: il superuomo si vuole elevare al di sopra della massa; è l'esteta attivo, che cerca di realizzare la sua superiorità a danno delle persone comuni e delle leggi della società.
TIPOLOGIA DELL’EROE DECADENTE
L’estetismo, come aspetto essenziale del Decadentismo, incarna la nuova sensibilità in personaggi essenziali, in “miti umani” che sono l’espressione del complesso periodo che la storia europea vive. Abbiamo cosi una vera e propria tipologia dell’eroe decadente che si realizza, oltre che nell’Andrea Sperelli di D’Annunzio, nel Des Esseintes di J. K. Huysmans, nei “Ritratti Immaginari” di Walter Pater e nel Dorian Gray di Oscar Wilde.
“A RITROSO” di J.K. Huysmans (1884)
Il primo testo in cui l’eroe decadente trova un’organica organizzazione è “A ritroso” di Huysmans. Des Esseintes ha cercato inutilmente soddisfazione nei piaceri di una vita disordinata. Incapace di vivere ancora tra i suoi simili, decide di continuare i suoi giorni in solitudine in una dimora che egli stesso ha reso raffinata e conforme ai suoi gusti. Qui vive una vita artefatta, innaturale e morbosa, sempre volta al piacere. A poco a poco, però, proprio questa vita lo porta alla nevrosi e l’unica soluzione che il medico gli propone è quella di tornare ancora tra la gente, in quel mondo banale e volgare che egli disprezza. Nel romanzo si narra, quindi, del ripiegarsi su sé stesso (di qui il titolo: A ritroso) di un’anima nevrotica, eccessiva e malata, di cui si descrivono la spossatezza fisica e mentale, le stravaganze, gli eccessi, i deliri, le visioni e le crisi. Un personaggio che più che essere un antieroe è perfino un antiuomo. Lo scopo di Des Esseintes era quello di sfuggire alla banalità del mondo credendo di non avere bisogno di esso, credendo di poter creare con il denaro un proprio mondo nel quale l’appagamento del proprio senso estetico potesse sostituire la vita. Ma l’esperimento non riuscirà, e alla fine l’isolamento e le visioni ridurranno Des Esseintes alla malattia e quasi alla pazzia.
La vita decadente, passiva ed estetizzante sperimentata da Des Esseintes appare lontanissima dal mondo di oggi, caratterizzato da interdipendenza e globalizzazione e, non da ultimo, da un senso di precarietà che, mettendoci di fronte a problemi tangibili e concreti, allontana l’individuo dalla possibilità di ripiegarsi su sé stesso e disinteressarsi del mondo.
“I RITRATTI IMMAGINARI” di Walter Pater(1887)
Si tratta di una serie di scritti che stanno tra la ricostruzione storico-critica e il romanzo. In essi, Pater delinea ritratti immaginari di personaggi vissuti in epoche passate che si sono distinti per la vita galante e raffinata che conducevano.
La caratteristica di queste storie, che fa di Pater uno dei protagonisti dell’estetismo inglese, è lo sfiorire delle cose belle, sia delle creature umane sia degli edifici e dei paesaggi; Pater indugia compiaciuto sullo svanire della bellezza e i personaggi, cosi come i paesaggi diventano ambigui, come se il tempo che passa li renda trasparenti, remoti, quasi sonnambuli. Solo la bellezza in sè resta: anche se essa si incarna in qualsiasi creatura e in qualsiasi posto, la sua essenza rimane inalterata e libera di cercare continuamente nuove vie di realizzazione.
“THE PICTURE OF DORIAN GRAY” of Oscar Wilde (1890)
The Aesthetic Movement found a significant
interpreter in Oscar Wilde, the author of the
very famous novel: “The Picture of Dorian Gray”.
He was an brave defender of the principle
“Art for Art’s Sake”. Victorian mentality was
attacked by his work and his way of living;
he, in fact, had an eccentric attitude and
a dissolute life: he was sentenced because of
his homosexuality, sent to prison and he knew
poverty. So, he opposed to Victoria Puritanism.
“The Picture of Dorian Gray” was published
in 1890 and it’s considered the most
representative work in English Decadentism.
Dorian Gray is a handsome boy. When his friend Basil shows him his portrait, Dorian is fascinated and troubled by his own beauty. So he wishes that life and its events didn’t leave many marks on his face, but they should be seen in his portrait. So it happened: Dorian with concedes himself to a life rich of pleasure with his friend Henry and he gets rid of the people who annoy him. His face continues to remain handsome, but there are many marks of dissoluteness and evil in his picture. So Dorian doesn’t accept this image and he destroys it: but hitting the picture is like hitting himself. So while he is dying , he takes up his true face.
“The Picture of Dorian Gray” starts with a dialogue about art’s nature during modern age. According to Basil and Henry, beauty and appearance are the essential values. Art can’t be judged on moral criterions, but only on Aesthetic standards of “Art for Art’s Sake”. The artist , in fact, is considered the creator of beautiful things, the one who reveals his true soul through his work, without ethical problems. Artists and poets can express everything without respecting any canons.
According to Wilde, the work of art isn’t true or false. Its value is the ability to recognize and to incarnate what’s false as a part of true. In fact, the subjects of an artist are vices and virtues of people. So, the opposition between true and false, moral and immoral, are completely dissolved.
This discussion is the prologue of the novel, which passed through Wilde’s typical comedy to the horror of the world because Dorian makes a pact with an unreal evil and he transforms his life in a work of art which becomes the mirror of his soul.
***
Il fenomeno dell’Estetismo non è stato solo un fatto letterario, ma culturale; pertanto i suoi influssi sono stati evidenti nel campo della filosofia e hanno assunto caratteristiche particolari proprio in relazione alla speculazione filosofica.
LA DIMENSIONE ESTETICA DELL’ESISTENZA: L’UOMO COME OPERA D’ARTE
Tra i filosofi che hanno riflettuto sull’arte e sul suo significato per l’uomo, un posto di primaria importanza è occupato da Kierkegaard e Nietzsche, i quali si sono soffermati sulla dimensione estetica dell’esistenza umana: il primo come una delle alternative di vita possibili; il secondo come valorizzazione delle forze vitali dell’individuo.
In “Aut-Aut” K. Identifica l’arte con l’eros e con il “musicale erotico”, di cui considera la più sublime espressione l’opera “Don Giovanni “ di Mozart. L’arte è una vera e propria dimensione dell’esistenza, uno stadio estetico, cioè un sistema di vita nel quale si gustano attimo per attimo le gioie della vita e si è indifferenti a qualsiasi impegno morale. Lo stadio estetico costituisce un’alternativa di vita, opposta alla vita etica e a quella religiosa ed è con loro inconciliabile. Lo stadio estetico però è un modello in autentico di vita, perché mostra la profonda miseria dell’uomo e genera disperazione. E’ uno stadio dominato dalla noia, che pesa sull’uomo e gli fa cogliere l’inutilità della sua condizione.
N. ne “La nascita della tragedia”, attacca il razionalismo che, a partire da Socrate, e Platone, hanno contribuito a impoverire la dimensione estetica dell’esistenza. Si è voluto ricondurre tutto a intelligibilità, ma così si è dissolto lo spirito dionisiaco che era a fondamento della tragedia attica.
La fonte originaria della tragedia, e quindi dell’arte, non è la ragione ma la forza vitale dell’esistenza, cioè la passione, la gioia, il piacere, la liberazione degli impulsi profondi, in una parola, la spontaneità dell’uomo. Lo spirito Dionisiaco è sempre in lotta con lo spirito Apollineo, che rappresenta la ragione e la moderazione, il controllo dei sensi e della passione. Se, da Socrate in poi i veri valori sono stati distrutti, grazie a Schopenhauer e Wagner si intravedono i segni premonitori del ritorno di Dionisio. In un secondo momento, N. si ricrede su Schopenhauer e Wagner: al primo rimprovera l’atteggiamento di rassegnazione e rinuncia che lo porta ad accettare la non volontà; al secondo, rimprovera l’atteggiamento istrionico di chi, pur di raggiungere il successo mondano, è disposto a camuffare la sua arte.
Compito di N. è delineare un uomo nuovo, che si è liberato dalle catene ed è diventato spirito libero. Zarathustra è il profeta di questo uomo nuovo, l’”oltre-uomo”. La sua prima caratteristica è la “volontà di potenza”, grazie alla quale egli diviene ciò che è, si differenzia dagli altri e si realizza nella sua eccezionalità. La sua massima fondamentale è “Io Voglio”. La seconda caratteristica dell’oltre uomo è l’”Amor fati”, cioè l’accettazione della propria essenza materiale e dei proprio istinti, l’accettazione del mondo in tutte le sue sfaccettature. La sua terza caratteristica è l’”eterno ritorno”: il mondo non procede in maniera rettilinea verso un fine, e non sempre il suo divenire è progresso. Il mondo fluisce come in un circolo in cui tutte le cose (la gioia, il dolore, il piacere, i pensieri) ritornano eternamente e ripetutamente.
Tra i filosofi che si sono soffermati sul significato che l’arte assume per la vita umana e sociale un posto di primo piano è occupato da Marcuse, esponente illustre della scuola di Francoforte.
In una delle sue ultime opere, “La dimensione estetica” (1977) Marcuse sottolinea che l’arte autentica ha costituito sempre l’estrema frontiera della sovversione del proibito; essa esprime un “estraniamento dalla società”, una negatività totale rispetto all’universo consolidato del reale, che si esprime con un linguaggio lontano dal linguaggio ordinario, perchè evoca l’assente, l’illusorio, il paradiso perduto della bellezza.
La dimensione estetica per Marcuse ha trovato in Orfeo e in Narciso le sue figure più caratteristiche. Infatti mentre Prometeo è simbolo della fatica e della produttività, Orfeo è "la voce che non comanda, ma canta", intuendo nel mondo un ordine più alto, un ordine senza repressione, così come la vita di Narciso è una vita di bellezza e la sua esistenza è contemplazione.
Marcuse si chiede se esistono delle possibilità atte a garantire una civiltà non repressiva ed in questo senso l’arte, poiché possiede nella sua struttura ontologica l’elemento fondante della sovversione, può essere vista come alleata della rivoluzione, nello sforzo di cambiare il mondo. L’arte diventa così dimensione insopprimibile e fondamentale della convivenza sociale.
Il problema che si pone, allora, è quello di “ri-sessualizzare” la persona umana, rendendole l’esistenza come un “gioco”, ossia come attività libera e creatrice basata sulla fantasia e la spontaneità. Il gioco e la libera espansività sono intesi da Marcuse come principi di civiltà, perché subordinano il lavoro al libero evolversi delle potenzialità dell’uomo e cancellano quei tratti repressivi, sfruttatori e sublimi del lavoro, che sono identificati purtroppo dalla società capitalistica come valori superiori.
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Quando si parla di un movimento culturale se ne analizzano le caratteristiche peculiari nel campo della cultura, non si può dimenticare il contento storico nel quale questo movimento di sviluppa e si esprime.
IL CONTESTO STORICO: UN QUADRO CONTRADDITTORIO
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, il dominio dell’Europa sul resto del mondo raggiunse la sua massima espansione territoriale, nel quadro di un progresso tecnologico e di uno sviluppo materiale che a molti sembravano irreversibili.
L’economia dei paesi industrializzati conobbe una fase di espansione intensa e prolungata, caratterizzata dalle innovazioni tecnologiche legate alla diffusione della chimica e dell’elettricità, e alla crescita della produzione.
Esistevano però profonde incrinature che, già alla vigilia della prima guerra mondiale, mettevano seriamente a rischio la supremazia del vecchio continente. Tra queste incrinature, un posto di primaria importanza è dato dalle tensioni interne originate dal progressivo affermarsi della società di massa.
Questa, se da un lato creava uniformità nei comportamenti e negli stili di vita di gran parte della popolazione, dall’altro rendeva più complessa la stratificazione sociale. Nascevano, infatti, i lavoratori qualificati, gli impiegati pubblici e i colletti bianchi che,
nel giro di pochi anni, diventarono molto numerosi.
La società di massa minacciava, dunque, i vecchi equilibri politici e istituzionali, e favoriva i processi di democratizzazione.
L’esordio della società di massa, con tutti i problemi che essa comportava (la logica del profitto, l’alienazione dal lavoro, l’avanzare delle masse), suscitò reazioni di ripulsa anche nel mondo della cultura.
L’estetismo si configura anche come fuga dalla realtà, quasi a difendersi dalla banalità quotidiana; questa fuga si realizza soprattutto nella concezione della vita come opera d’arte nella letteratura e nelle tendenze irrazionalistiche e vitalistiche della filosofia.
Inoltre, tra le difficoltà che l’Europa dovette affrontare in questo periodo, vanno citati: l’affacciarsi sulla scena mondiale di due grandi potenze extra-europee: gli U.S.A. e il Giappone, e il profilarsi di aspirazioni nazionali e indipendentiste tra i popoli soggetti alla dominazione dei paesi europei, specialmente in Africa e in Asia.
Si può notare, dunque, che all’interno dei maggiori paesi europei, la politica mutava le sue dimensioni, sfuggendo al controllo delle ristrette elite che fino ad allora l’avevano dominata, e nella politica internazionale si affacciavano nuovi protagonisti, la cui influenza sulla politica mondiale avrebbe sancito il tramonto dell’egemonia europea.
L’Europa visse un periodo di grandi contraddizioni. Come si è visto, furono anni di interno sviluppo economico e di crescita del commercio mondiale, ma anche di inasprimento delle tensioni internazionali e di conflitti sociali interni, di nazionalismi aggressivi e di utopie rivoluzionarie, di conquiste coloniali mai così estese e di insicurezza sul futuro del vecchio continente.
Questa compresenza di spinte contraddittorie ha fatto si che della realtà europea di questa epoca si costruissero due rappresentazioni contrapposte. Da un lato quella idilliaca di un’età di progresso, di pace e di benessere, la “belle epoque”; dall’altro, quella di una stagione dominata dal militarismo e dall’imperialismo che avrebbe portato alla Grande Guerra.
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Elementi di natura estetica sono presenti anche nella letteratura latina, a testimonianza che l’estetismo non è soltanto un fenomeno storico e culturale legato al ‘900, ma può essere considerato un modo di essere al quale consegue un’esigenza artistica.
PETRONIO: IL PRIMO ESTETA LATINO
Se le letterature moderne confermano a pieno la nascita del movimento estetico, anche la letteratura latina dimostra l'esistenza, gia ai tempi di Nerone, di stili di vita che possono rimandare al dandismo di Petronio: l'esponente di questa letteratura, il quale espone nelle sue opere sia l'esaltazione dei piaceri sia la critica nei confronti di una società corrotta.
Trascorse la sua vita con eleganza e con estrema raffinatezza, con la sua eloquenza incantò molti uomini importanti tra cui lo stesso imperatore Nerone che lo accolse nella sua corte. Il suo intelletto eccelso, il suo amore per gli oggetti di classe e la sua capacità di intrattenitore fanno di lui il primo "dandy ".
Di Gaio Petronio non conosciamo nulla direttamente ma la critica lo identifica come l'autore del Satyricon descritto da Tacito negli "Annales" .
Del Satyricon ci è pervenuta solo una piccola parte (15' e 16' libro) che contiene anche alcune novelle (matrona di Efeso) e alcune poesie (bellum civile).
A proposito del romanzo nascono molte questioni riguardanti il titolo e la data di composizione: il titolo può essere interpretato come il genitivo plurale della parola greca “satyricà”, che sottintende libri. “Satyricon libri” significherebbe, dunque, “libri di cose satiriche”, con riferimento alla satira menippea. Per quanto riguarda la data, invece, si fa risalire al primo secolo d.c.; comunque i critici sono quasi unanimamente d'accordo ad assegnare il Satyricon a Petronio.
Il Satyricon viene abitualmente chiamato romanzo. Esso ha in comune con i romanzi antichi la caratteristica di raccontare vicende complesse ed avventurose disposte di regola lungo l’asse narrativo di un viaggio. Tuttavia molti critici l’hanno considerato una parodia del genere romanzesco per il fatto che al centro dell’opera vi è il tema dell’amore, non dell’amore fedele tra un fanciullo ed una fanciulla, bensì tra due ragazzi, che hanno poi rapporti anche con altri personaggi. Formalmente, poi, il Satyricon si discosta dal romanzo in quanto non è un’opera scritta interamente in prosa ma alterna alla narrazione prosastica brani in versi, inseriti a grande distanza l’uno dall’altro e di estensione molto disuguale.
La commistione di prosa e poesia è la caratteristica peculiare di un altro genere: la satira menippea. Con la satira menippea ha in comune anche la tendenza alla parodia. Si può dunque ritenere che, con quest’opera, Petronio abbia voluto fondere due generi letterari: la creazione di un romanzo in forma di satira menippea.
Un altro genere letterario con cui l’opera di Petronio intrattiene rapporti significativi, è il mimo. Infatti, il romanzo, rappresenta la vita quotidiana degli strati più bassi della società romana, con tutta la comicità e la predilezione per le vicende e le situazioni di tipo “boccaccesco”. Infine esso riprende gli argomenti erotici e la spiccata licenziosità dalla novella milesia (così chiamata da Aristide di Mileto).
E' da considerare come un raffinato “pastiche” che ha come fine l’intrattenimento. In esso l’autore ha fatto confluire la sua vastissima cultura e ha probabilmente espresso, per bocca di alcuni personaggi, le sue idee sull’arte e sulla letteratura, senza porsi alcun fine moralistico, mirando solo al divertimento suo e del pubblico. Il Satyricon è una successione di tante scene, apparentemente autonome, ma legate fra loro dal protagonista Encolpio, filo conduttore di tutto il romanzo.
E’ interessante notare come l'originalità di Petronio sta nel rappresentare una visione complessiva del reale e non solo semplici frammenti di vita quotidiana con ironia. Possiamo infine evidenziare la diversità di linguaggio che esprime al meglio il carattere realistico della composizione: personaggi colti e raffinati come Encolpio utilizzano spesso un linguaggio erudito e classicheggiante anche se a volte usano alcuni volgarismi; altri come il liberto Trimalchione, usano un idioma molto più rozzo.
Encolpio possiede le medesime caratteristiche dei tipico personaggio decadente, é un personaggio colto e raffinato, ama la bella vita e vive ogni momento con intensità.
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Il culto della bellezza e la ricerca della raffinatezza e della perfezione si ritrovano nella corrente artistica del Neoclassicismo.
NEOCLASSICISMO
Il neoclassicismo è una corrente artista sviluppatasi nella seconda metà del diciottesimo secolo. Questo movimento si propone come ritorno all'arte classica, rivista in modo da valorizzare i contenuti artistici degli antichi greci e romani con i loro principi di armonia, equilibrio, compostezza, proporzione, serenità. Essa è dunque caratterizzata dalla preferenza per linee e simmetrie, fortemente ispirate a fonti classiche, riscoperte e nuovamente studiate con maggiore attenzione ed interesse. I caratteri principali di questa corrente sono:
- il rifiuto dell'irregolarità che la caratterizza;
- il ritorno al concetto di "bello ideale",caratteristico dell'arte classica;
- il gusto del movimento, talmente raffinato da lasciare il segno anche su oggetti d'uso ed arredamenti.
Antonio Canova, scultore italiano, è ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo.
Fu soprattutto il cantore della bellezza ideale femminile, priva di affettazioni: basti a tale proposito ricordare le opere ispirate a Le tre Grazie e a Ebe, oppure alcuni suoi capolavori come Venere uscente dal bagno, La Venere Italica e Amore e Psiche. La sua arte ed il suo genio ebbero una grande e decisiva influenza nella scultura dell'epoca.
Canova ebbe il grande merito artistico, più di qualsiasi altro scultore, di far rivivere, nelle sue opere, l'antica bellezza delle statue greche, ma soprattutto la grazia, non più intesa come sensualità Rococò, ma come una qualità, che solo attraverso il controllo della ragione può trasformare gli aspetti leggiadri, e sottilmente sensuali, in un'idealità che solo l'artista può rappresentare evitando le violente passioni e i gesti esasperati. Nelle sue sculture era solito adoperare il marmo bianco che riusciva a rendere armonioso, modellandolo con plasticità e grazia, finezza e leggerezza che le sue figure sembravano quasi avere un proprio movimento, vivere nella loro immobilità.
Un'altra caratteristica particolare del suo talento era la levigatura delle opere, sempre raffinata al massimo, grazie alla quale i suoi lavori avevano uno speciale effetto di lucentezza che ne accentuava la naturale e splendida bellezza; una bellezza radiosa di purezza, secondo i canoni del classicismo, la rappresentazione della bellezza idealizzata, eterna ed universale.
L'opera rappresenta, con un erotismo sottile e raffinato, il dio Amore mentre contempla con tenerezza il volto della fanciulla amata, ricambiato da Psiche da una dolcezza di pari intensità. Le figure sono rappresentate nell'atto subito precedente al bacio, un momento carico di tensione, ma privo dello sconvolgimento emotivo che l'atto stesso del baciarsi provocherebbe nello spettatore. Questo è il momento di equilibrio, dove si coglie quel momento di amoroso incanto tra la tenerezza dello smarrirsi negli occhi dell'altro e la carnalità dell'atto. Le due figure si intersecano tra di loro formando una X morbida e sinuosa che da luogo all'opera che vibra nello spazio.La scultura è realizzata in marmo bianco, levigato e finemente tornito, sperimentando con successo il senso della carne, che Canova mirava a ottenere nelle proprie opere. L'opera Amore e Psiche del 1788 è un capolavoro nella ricerca d'equilibrio: l'elegante fluire delle forme sottolinea la freschezza dei due giovani amanti: è qui infatti rappresentata l'idea di Canova del bello, ovvero sintesi di bello naturale e di bello ideale.
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L’ESTETICA NELLA FISICA
La nozione di «bello» nelle sue diverse accezioni attraversa tutta la storia del pensiero occidentale, come concetto legato a valori estetici, logici, etici e religiosi. Il bello è definito come il piacevole dei sensi, l’utile o il corrispondente allo scopo, il buono, il vero, l’idea, il divino e la sua manifestazione, ma anche l’armonico e il proporzionato.
Nel bello, esteticamente inteso, l’intelletto scorge gli elementi dell’integrità, compiutezza e perfezione, la proporzione fra le parti, la consonanza con il soggetto, e dunque una particolare chiarezza ed intelligibilità.
L’idea dell’eleganza come idea-guida viene anche mostrata dalla scienza moderna. Nelle teorie di Maxwell e Einstein, l’esigenza di curare l’aspetto estetico viene espressa nelle teorie, nel metodo e nella sperimentazione. Un esempio di questo atteggiamento, è testimoniato dagli scritti di Einstein, i quali cercano l’eleganza come espediente euristico, come impegno ontologico, come criterio di scelta teoretica, come elemento di stile e metodo, come fonte di soddisfazione intellettuale, come indicatore della razionalità e intelligibilità del mondo.
Anche gli scienziati, dunque, hanno reso onore al “principio di eleganza”, associandolo a semplicità, armonia, proporzione, ordine ed unità, presentati quasi sempre in relazione ad una precisa convinzione circa la razionalità e l’intelligibilità del mondo. Gli scienziati si rendono conto che tanta bellezza risponde a criteri di simmetria e di armonia rappresentabile in termini geometrici o matematici.
In epoca moderna l’esempio forse più limpido di bellezza e di simmetria nella formulazione di una teoria scientifica è quello delle equazioni dell’elettromagnetismo dovute a Maxwell (1831-1879). La sua teoria unifica diversi gruppi di fenomeni del campo elettrico e magnetico, la cui natura sembrerebbe, in apparenza, indipendente.
Ulteriori esempi di eleganza e di bellezza nelle teorie fisiche sono quelli della teoria atomica di Bohr (1913), che era in grado di spiegare la complicata struttura degli spettri di emissione degli atomi eccitati, in termini di una ordinata sequenzialità basata su un preciso gruppo di «numeri quantici».
Un discorso a parte merita in proposito Albert Einstein (1879-1955). Egli estende il principio di relatività galileiana, che diventa il principio di relatività ristretta in base al quale tutti i sistemi inerziale sono equivalenti per la descrizione e spiegazione di tutti i fenomeni fisici (anche elettromagnetici). Successivamente Einstein giunge a formulare il principio di relatività generale, secondo il quale tutti i sistemi di riferimento, comunque accelerati, sono equivalenti per la descrizione e spiegazione di tutti i fenomeni; cioè tutte le leggi fisiche possono essere espresse in modo da essere valide in qualunque sistema di riferimento. Sia le teorie ristretta e generale della Relatività, sia la sua costante ricerca di una “teoria unificata dei campi”, avevano origine da una precisa preoccupazione estetica. Questa splendida ossessione non l’avrebbe più lasciato per il resto dei suoi giorni. Lo avrebbe portato alla sua conquista più grande, la relatività generale. Egli tentò più volte di elaborare teoria unitaria dei campi, una teoria capace, cioè, di unificare su una comune base geometrica i fondamentali campi allora meglio conosciuti: il campo gravitazionale e quello elettromagnetico.
Nonostante lo sforzo di elaborazione teorica però, i risultati non furono quelli sperati. Egli stesso, infatti, disse: “La natura non si lasciò convincere a fare ciò che forse non è nella sua stessa natura”.
Indagando sulle affermazioni di Einstein durante un periodo di circa quarantacinque anni di attività scientifica, si possono riconoscere un certo numero di aspetti collegati fra loro, che poggiano tutti su una medesima base ontologica, quella di vedere nella semplicità una guida euristica, sia in termini di metodo che di principi. Nella sua opinione, le buone teorie dovevano avere un’origine “semplice”.
L’assunzione ontologica circa la semplicità è sempre accompagnata, e in qualche modo causata, da un impulso di natura estetica. Motivi di carattere estetico ed emotivo hanno certamente giocato un ruolo assai importante nell’origine e nello sviluppo delle teorie einsteiniane. Egli stesso lo riconosceva nei suoi discorsi e nelle lettere che scambiava con i suoi colleghi.
Nel 1938, quando suggerì un’interpretazione geometrica della gravitazione, egli dichiarò: >.
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Tutt’oggi, il culto della bellezza e della buona forma fisica è molto ricercato e viene anche praticato.
IL BODYBUILDING
Il culturismo (in inglese bodybuilding) o cultura fisica, è lo sport che, tramite l'uso di pesi e un'alimentazione specifica, si pone come fine ultimo il cambiamento della composizione corporea, con l'aumento della massa muscolare. In questo sport, se inteso ad alti livelli, non si tratta semplicemente di "andare in palestra" per coltivare benessere e salute fisici, e nemmeno di competere per sollevare il peso maggiore come nel sollevamento pesi: le finalità sono estetiche prima che competitive.
Il gusto estetico dei culturisti e degli amanti della disciplina li spinge, infatti, ad allenarsi per aumentare il più possibile la massa muscolare (mantenendo armonia e proporzioni, secondo i canoni del bodybuilding).
Questo non toglie però i benefici dell'allenamento con i pesi, anche molto intenso, possano migliorare l’individuo e prepararlo ad altri sport.
Il culturismo ha cominciato ad assumere le connotazioni attuali (non solo dimostrazioni circensi di forza bruta, ma anche estetica del corpo e dei muscoli) a partire dalla fine del XIX secolo in Europa. A partire dagli anni 40 del XX secolo nacquero anche le prime associazioni.
Nella pratica del culturismo, ai programmi di allenamento sono associati regimi alimentari adeguati. Infatti gli atleti che praticano culturismo con scopi competitivi o comunque con l'obbiettivo di una sensibile crescita muscolare, hanno bisogno di un surplus calorico alimentare in aggiunta al normale fabbisogno energetico . L'alimentazione di un culturista può essere suddivisa in numerosi pasti (anche fino a 7) distribuiti nell'arco della giornata.
Motivazione, disciplina e perseveranza sono necessarie per applicarsi sufficientemente a lungo nell'allenamento programmato, in una sana dieta, e nel soddisfacimento delle esigenze di recupero e sonno. Oltre agli incrementi di forza e massa muscolare, è necessaria anche una riduzione della percentuale di grasso corporeo in modo da rendere definito e ben visibile il fascio muscolare, e più armonioso il corpo.
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Per quanto riguarda le Scienze della Terra, l’argomento che mi è sembrato più inerente alla tematica da me trattata è Venere, pianeta dedicato alla dea della bellezza e dell’amore.
VENERE
Venere e' il secondo pianeta del Sistema Solare.
Esso e' noto fin dalla preistoria, infatti, è molto brillante e si può vedere facilmente ad occhio nudo. L'orbita di Venere e' tale che il pianeta sia visibile in cielo nelle vicinanze del Sole.
A causa della sua lucentezza, questo pianeta e' stato dedicato alla dea della bellezza e dell'amore.
Ad eccezione della Luna, Venere è l'oggetto naturale più luminoso nel cielo notturno; raggiunge la sua massima brillantezza poco prima dell'alba o poco dopo il tramonto, e per questa ragione è spesso chiamato la "Stella del Mattino" o la "Stella della Sera".
Venere deve la sua luminosita' non solo alla sua vicinanza al Sole, ma anche al fatto che e' il pianeta piu' vicino alla Terra, quindi il piu' visibile. Inoltre il pianeta riflette il 70 % della luce che riceve dal Sole: la sua albedo e' la piu' alta di tutto il Sistema Solare. Esso e' infatti avvolto da una fitta coltre di nubi, che ostacolano la penetrazione della luce del Sole all'interno e la riflettono invece verso l'esterno.
Venere non possiede nessun satellite.
Le fasi di Venere:
Trattandosi di un pianeta interno, quando viene osservato da Terra esso presenta delle fasi: la superficie del pianeta appare cioe' illuminata totalmente o parzialmente oppure del tutto oscura, a seconda della posizione relativa Terra-Sole-Venere.
La rotazione:
Il problema della rotazione di Venere e' sempre stato molto controverso. Il pianeta e' circondato da una spessa coltre di nubi che ne oscurano completamente la superficie.
Venere e le sue nubi hanno due moti di rotazione indipendenti tra loro ed entrambi ruotano in senso retrogrado (cioe' in senso inverso a quello di rotazione degli altri pianeti).
Venere ruota attorno al suo asse, inclinato di ben 177,36 gradi sull'eclittica, con un periodo di 243,16 giorni. L'insieme delle nubi ruota invece con un periodo di 4 giorni, cioè con velocità 60 volte maggiore rispetto al pianeta.
Struttura interna:
Venere è uno dei quattro pianeti terrestri del sistema solare, il che significa che, come la Terra, è un corpo roccioso. In dimensioni e massa è molto simile alla Terra, ed è spesso descritta come il suo "gemello". Il diametro di Venere è inferiore a quello terrestre di soli 650 km, e la sua massa è l'81,5% di quella terrestre. A causa di questa differenza di massa, sulla superficie di Venere l’accelerazione di gravità è mediamente pari a 0,88 volte quella terrestre.
Le caratteristiche fisiche di Venere (massa, densita', presenza di atmosfera, dimensioni) sono molto simili a quelle terrestri. Anche se non ci sono indicazioni sicure, e' molto probabile che i pianeti abbiano la stessa struttura interna: un nucleo ferroso, un mantello roccioso ed una crosta esterna dello spessore di circa 100 Km.
Il campo magnetico di Venere e' praticamente inesistente: e' stimato meno di un millesimo di quello terrestre. Non esiste pertanto una magnetosfera.
L'atmosfera:
Venere possiede un'atmosfera molto densa e calda: e' composta per il 96 % di anidride carbonica e per il 4 % di azoto, con tracce di biossido di zolfo, argon e vapore acqueo.
La temperatura al livello del suolo e' compresa tra 446 e 482 oC, quindi Venere appare decisamente un pianeta inospitale.
L'alta temperatura e' dovuta in parte alla vicinanza del Sole, in parte all'effetto serra: l'anidride carbonica presente nell'atmosfera, insieme all'acido solforico di cui sono composte le nubi, lasciano uscire la radiazione visibile del Sole e trattengono la radiazione infrarossa.
La superficie:
Venere e' priva di acqua. Probabilmente il pianeta possedeva un tempo mari e oceani come la Terra, ma la sua altissima temperatura li ha fatti evaporare e ora il suolo appare arido e roccioso. La maggior parte della sua estensione e' occupata da pianure desertiche.
Sulla sua superficie sono presenti anche delle vaste depressioni, due grandissimi altopiani e alcune regioni montuose. Questi monti sono di natura vulcanica, e gran parte della superficie di Venere e' coperta di lava solidificata. Una piccola parte di questi vulcani sono tuttora in attivita'.
Geografia:
Circa l'80% della superficie di Venere è formata da lisce pianure vulcaniche. Il resto è costituito da due altipiani definiti continenti, uno nell'emisfero nord del pianeta e l'altro appena a sud dell'equatore. Il continente più a nord è chiamato Ishtar Terra, da Ishtar, la dea babilonese dell'amore. Il continente a sud è chiamato Aphrodite Terra, dalla dea Greca dell'amore.
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Esempio



  


  1. Amalia

    Sto cercando il culturismo come sport da collegare alle altre discipline per sostenere gli esami di maturità

  2. claudia

    sto cercando appunti sul tema : bellezza , chirurgia estetica e ricostruttiva e problematiche socio morali culturali


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