La figura demminile nei romanzi "Una donna" e "Quaderno proibito"

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Testo

LA FIGURA FEMMINILE NEI ROMANZI
“UNA DONNA” DI SIBILLA ALERAMO
E “QUADERNO PROIBITO” DI ALBA DE CESPEDES

I romanzi “Una donna” e “Quaderno proibito” hanno come protagonisti due donne, Sibilla e Valeria, che a prima vista possono apparire assolutamente diverse, ma che, in realtà, sono accomunate dagli stessi ideali e dagli stessi principi.
Sibilla trascorre un’infanzia e un’adolescenza felici e serene; in seguito i suoi studi vengono interrotti e la ragazza comincia a lavorare nella fabbrica diretta dal padre. Il fatto di dover lavorare invece di studiare non la rattrista affatto: “... mi ritenevo utile, e la cosa mi dava un’illimitata compiacenza”, dice la ragazza dopo alcune settimane di lavoro.
La ragazza però è infelice fuori dalle mura della fabbrica: lavorando tutto il giorno, non ha tempo per le amiche; le donne del paese riferiscono cose orrende sul suo conto perché non bada alle faccende di casa, non sa cucire, ricamare, insomma occupa un ruolo che all’epoca era riservato ad un uomo e sicuramente non ad una ragazza. Probabilmente per questa ragione il lavoro per lei diventa una cosa a cui non può rinunciare: “... io replicavo che non mi sarei mai maritata, che non sarei stata felice se non continuando la mia vita di lavoro libero...” Dopo pochi anni Sibilla si sposa, immergendosi in una vita familiare assai infelice, priva di comprensione tra i coniugi, priva di libertà e vuota a causa della mancanza di alcun lavoro. Infatti Sibilla, chiusa tutto il giorno in casa ad aspettare il marito, soffre tremendamente; non è rimasto quasi nulla in lei di quella ragazza, libera e spienserata, che abbiamo conosciuto all’inizio del romanzo. La depressione di Sibilla arriva all’apice e culmina col tentato suicidio, ma, essendo una donna forte e coraggiosa, riesce a trovare un nuovo conforto nella scrittura, che la aiuta a capire se stessa: “Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancora oscuro del mio destino!” Ora la protagonista sembra rinata, è entusiasta della sua nuova vita, inizia a frequentare i teatri e finalmente ha un gruppo di amiche. Ma, come ogni cosa nel mondo, questa sua felicità ha un suo prezzo: suo figlio, l’unico grande e vero amore della sua vita. Sibilla è costretta a rinunciare al figlio perché questo è l’unico modo con cui riesce a conquistare la libertà dal marito violento e maschilista e dedicarsi al lavoro di scrittrice, in cui si identificano l’emancipazione, la libertà e la voglia di essere indipendente.
Il lavoro e la scrittura svolgono un ruolo importante anche nella vita di Valeria, una signora sposata e madre di due figli ormai grandi. Valeria comincia a scrivere per caso, quasi non volendolo: in un negozio un quaderno nero le capita sotto gli occhi e decide di comprarlo per scriverci magari ogni tanto il suo diario personale. Però a poco a poco il quaderno diventa uno strumento con cui la donna riesce a capire meglio non solo i rapporti col proprio marito e i figli, ma soprattutto riesce a capire se stessa, a sentire la sua voce interiore, che era stata soffocata durante i lunghi vent’anni di matrimonio. Grazie alla necessità di nascondere il diario si accorge di non aver un suo posto in casa... La sua richiesta di avere almeno un cassetto con la chiave viene interpretato dai famigliari come uno scherzo e ciò fa pensare Valeria al ruolo che lei copre veramente nella sua famiglia. Per scrivere Valeria ha bisogno di tempo e quindi rinuncia a qualche faccenda domestica, ma ciò viene subito notato e rimproverato dai famigliari. La donna cerca di difendersi, dicendo che anche lei, come tutti, ha bisogno di riposo, di tempo libero da dedicare a se stessa e non solo alla famiglia. Tutto ciò non trova tanta comprensione negli altri e in questo modo il diario diventa per Valeria l’unico mezzo attraverso cui può esprimere le sue opinioni senza essere giudicata: “Provo una sorta di riluttanza a tornare a casa, in questi giorni. Mi consola soltanto il pensiero di questo quaderno.”
Parallelamente alla scrittura Valeria trova un conforto anche nel lavoro: “... in ufficio mi sento più libera, quasi allegra.” Al lavoro Valeria non è una moglie che deve chiedere consigli a suo marito riguardo a ogni minima cosa, non è neanche una madre che deve sempre pensare prima al benessere dei figli, ma è una donna lavoratrice e quindi una donna indipendente e libera. “Mi sono accorta che non solo perché guadagno danaro sono contenta di lavorare; all’idea che un’improvvisa fortuna, un’eredità, che so?, una lotteria mi tolga la giustificazione a lavorare oltre, ho rabbrividito”, dice Valeria, cercando di trovare una ragione per cui in ufficio si sente meglio che a casa.
Sibilla e Valeria sono due esempi di donne molto forti perché riescono a ribellarsi a tutti i cliché dei tempi in cui vivono, che pretendevano una donna succube e sottomessa all’uomo. Ci insegnano ad essere tenaci nelle nostre opinioni e, se necessario, a combattere per queste, magari rinunciando a qualcosa che ci è caro. L’importante è non soffrire in silenzio e non sottomettersi a tutti i cliché stabiliti dalla nostra società.

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