Realzioni sulle letture di diversi romanzi

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale
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Testo

- Relazioni -

Relazione sul libro:
“Lo Scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi
“Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati
“Il mago dei numeri” di Enzensberger
“I racconti di Belkin” di Puskin

“Lo Scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi

“Lo scudo di Talos” è un libro dello scrittore italiano Valerio Manfredi che dopo diversi anni di studi accademici si è dedicato, aggregandosi a diverse spedizioni, all’esplorazione dei luoghi più mitici e caratteristici dell’Antica Grecia e dell’Asia Minore. Successivamente ha iniziato a scrivere una saga eccezionale riguardante le avventure di eroi e personaggi nobili e valorosi ambientate tutte in questi luoghi da lui a lungo studiati e visitati.
Appartenente a questa serie di libri è anche “Lo scudo di Talos” che racconta la vita di un uomo che sin da bambino ha dovuto sottostare alle dure leggi di Sparta, la sua città natale. Egli, pur essendo figlio di uno dei guerrieri più valorosi di Sparta, dopo essere stato abbandonato per il suo difetto fisico e dopo essere cresciuto tra gli Iloti, si ribella e impone la propria forza d’animo ai più nobili dei guerrieri spartiati. Ma anche tra gli Iloti la sua forza, mentale e fisica, gli permette di emergere, ponendolo in risalto e facendo ben presto dimenticare l’appellativo di “Talos lo zoppo”. Dopo diverse peripezie sia nella sua patria, a Sparta, sia nelle isole greche che nell’Asia Minore, egli viene a conoscenza della sua origine nobile. Si ritrova così sospeso tra due vite completamente diverse e di fronte a due destini fin troppo divergenti. Uno gli dice di assecondare le ultime volontà di colui che aveva sempre chiamato nonno, il quale avrebbe voluto che riscattasse il popolo degli Iloti dalla schiavitù e che gli donasse la libertà e la prosperità di un tempo. L’altro, invece, è quello che gli suggerisce di seguire le sue nobili origini spartiate e di diventare un guerriero valoroso al servizio della patria. Come è immaginabile il conflitto psicologico è fortissimo e la sua scelta ardua e complicata anche se appoggiata sempre in tutto e per tutto dal suo fedelissimo amico Karas. Fino a quando un giorno, posto di fronte alla palpabile disperazione e allo stesso tempo alla determinazione dei pastori e dei contadini, intuisce il suo cammino e, indossando la mitica armatura dell’ultimo re del popolo degli Iloti, guida questi ultimi verso la libertà. “Talos il lupo”, non più lo zoppo, riuscirà così a riscattare gli Iloti da un secolo e mezzo di schiavitù, sacrificando però la propria vita.
Considerazioni personali:
Ho trovato “Lo scudo di Talos” un libro interessante e abbastanza coinvolgente. L’autore, infatti, è riuscito nell’intento di unire sentimenti ed emozioni ancora vive ed attuali ad un mondo comunque a noi lontano e remoto nel tempo. Grazie a questo libro mi sono sentito più vicino all’affascinante mondo dell’Antica Grecia che fino ad ora avevo avuto modo di conoscere solo ed esclusivamente attraverso i libri di storia che riportano fatti e personaggi in maniera molto fredda priva dell’emozione e delle sensazioni che invece scaturiscono da questo racconto.
Talos è un eroe senza tempo: il suo personaggio, infatti, potrebbe essere ambientato anche ai nostri giorni. Egli può essere considerato l’uomo nobile per eccellenza, forte di carattere, generoso d’animo, che riesce a trasformare il suo difetto fisico nella sua forza morale. Ciò lo rende capace di grandi azioni, prima fra tutti l’ardua liberazione degli Iloti dalla loro condizione inumana. Ad essi lo lega, infatti, non tanto un senso di appartenenza per nascita quanto la devozione per averlo allevato e curato. Talos muore nell’ultima battaglia della ribellione contro Sparta ed egli, pur consapevole delle sue origini nobili, sacrifica la propria vita per un ideale di libertà.
Ne “Lo scudo di Talos” l’autore utilizza una narrazione movimentata e ricca di avvenimenti, spesso ricollegabili ai fatti storici da noi conosciuti, come per esempio le battaglie Maratona, delle Termopili e di Platea. Nel testo ci sono anche molti riferimenti a personaggi storici a noi molto noti, tra tutti anche Temistocle, Pausania e Serse. Il ritmo narrativo è molto serrato i fatti si susseguono l’uno all’altro tenendo sempre vivo l’interesse del lettore.

Relazione su “Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati

“Il segreto del Bosco Vecchio” è un libro scritto da Dino Buzzati ed è una storia di tipo fantastico ambientata in un bosco millenario. All’interno di questo bosco abitano e interagiscono tra loro uomini, animali, piante ed esseri magici come geni ed esseri inanimati che tutttavia nel racconto parlano e assomigliando all’uomo, assumono atteggiamenti benevoli e socievoli o cattivi e addirittura spietati.
Protagonisti del racconto sono il colonnello Sebastiano Procolo e suo nipote Benvenuto, che si trova in collegio perché solo dodicenne; essi ereditano da uno zio una splendida tenuta comprendente diverse zone boschive. Tra queste aree verdi la più antica, la più rigogliosa e la più fitta è quella del Bosco Vecchio. Tutto il bosco era in perfetta sintonia quando si trovava in possesso del vecchio zio Morro: egli capiva le esigenze delle piante e degli animali ed in compenso essi gli offrivano dei favori e il piacere di un bosco estremamente curato e tranquillo. La situazione di tranquillità, però, sembra spezzarsi quando, dopo la morte di Morro, una volta terminata la carriera militare, si presenta il colonnello per venire a stare nella tenuta del Bosco Vecchio. Il nuovo padrone si trova subito in contrasto con i personaggi che animano il bosco e mostra in modo evidente i propri scopi egoistici e crudeli nei confronti degli alberi del bosco, senza sapere che la vita di essi e strettamente legata a quelli dei geni che vi abitano.
Nel frattempo molti avvenimenti di cui vale la pena parlare si verificano, come ad esempio la liberazione da parte di Procolo dello spietato vento Matteo che vent’anni prima era stato imprigionato per la sua crudeltà. Proprio lui sarà, da questo punto fino alla morte, amico, se non confidente del vecchio. Il vento, infatti, è legato a lui da un patto di fedeltà stretto al momento della liberazione. Le due figure sono molto simili, infatti entrambi ormai hanno perso la giovinezza e con essa la forza di un tempo e si avviano verso un inesorabile declino. Attraverso i contrasti e gli avvenimenti legati non solo al Bosco Vecchio, ma anche al debole Benvenuto, il colonnello Procolo fa un’analisi di se stesso e della sua vita, apparendo al lettore all’inizio della storia come un vecchio bacucco in cerca di soldi e verso la fine un uomo che ha saputo riscattarsi da una vita vuota e che conosce il piacere della natura e dello stare con gli altri, malgrado sia totalmente incapace di ammetterlo per orgoglio.
Benvenuto, nipote del colonnello Procolo, si mostra inizialmente come un ragazzo molto debole, continuamente in contrasto con i compagni di scuola. Egli è una delle figure chiave non tanto nelle vicende del bosco quanto nella vita di Procolo che nelle vicende del bosco. Grazie a lui il colonnello riconduce la propria vita su dei binari diversi. Infatti, mentre prima cerca di uccidere Benvenuto per prendersi la sua parte di eredità, in seguito dà la propria vita nel tentativo di salvarlo. Anche il ragazzo come lo zio mostra dei grandi cambiamenti, da piccolo bambino infantile e pauroso, egli diventa un uomo capace di assumersi le proprie responsabilità, con tutti i rischi che esse comportano.
Attraverso quella che all’inizio potrebbe essere vista come una favola esclusivamente per bambini, Dino Buzzati esprime il suo ideale di vita felice e serena (quella che i filosofi greci chiamavano eudaimonia) proprio in un periodo storico in cui questo ideale di rado emergeva nella vita di tutti i giorni. Dino Buzzati scrisse, infatti, questo libro proprio nell’epoca in cui in Italia e in Europa si andava affermando il fascismo e prendeva piede ogni genere di pregiudizio.
Questo libro dà agli uomini una possibilità di riscatto e rappresenta in modo eccezionale la particolare mentalità dell’uomo di quel periodo e della stessa Italia che come il vecchio colonnello vive molti contrasti, riuscendo alla fine a far trionfare la parte migliore di sé.

Relazione riguardante “Il mago dei numeri” di Enzensberger

Roberto è il protagonista de “Il mago dei numeri” ed è uno di quei ragazzi a cui la matematica proprio non va giù. In gran parte è colpa del suo maestro che con il suo metodo d’insegnamento non riesce a far appassionare gli studenti alla sua materia. Anche Roberto, d’altra parte, non mette molto impegno nello studio. Fatto sta che Roberto della matematica non ne vuole neanche sentir parlare. Fino a quando, una notte, comincia ad apparirgli in sogno un simpatico omino che si prefigge lo scopo di insegnarli tutto sulla matematica.
All’inizio il ragazzo si dimostra annoiato e poco disponibile verso quel sapiente esserino che si fa chiamare Mago dei Numeri e che lui considera come uno dei tanti normalissimi insegnanti di matematica. Però, Roberto sta sognando e dai sogni, come si sa, non si può evadere, così è costretto a stare a sentire quella specie di cavalletta irascibile che sulla matematica gliene conta di cotte e di crude.
Dopo qualche lezione, invece, Roberto scopre un modo totalmente nuovo di fare matematica, rispetto a quello che il professor Mandibola gli rifila ogni giorno a scuola. Si affeziona così al piccolo maestro, tanto da aspettarlo con ansia ogni sera. Dodici notti passate col nuovo maestro lo avvicinano alla matematica, facendogli apprendere ogni sera cose sempre nuove e facendogli capire che questa materia è tutt’altro che noiosa e oltretutto anche utile nella vita di tutti i giorni.
Nel lungo viaggio attraverso questa scienza, Roberto assume diversi atteggiamenti: nelle prime notti segue passivamente le lezioni, mentre successivamente interviene attivamente, chiede spiegazioni e dimostra di avere grande sete di conoscenza. Non vuole così più limitarsi al semplice apprendimento delle regole, ma andare oltre, con l’intenzione di svelare i misteri della matematica e di dimostrarne i procedimenti.
Il viaggio nel mondo dei numeri si conclude con la visita di Roberto e del Mago al paradiso dei numeri, in cui il ragazzo riesce a conoscere illustri personaggi di tutte le epoche, primo fra tutti Pitagora. Ora Roberto ha imparato tutto quello che c’è da sapere, viene così promosso ufficialmente ad Apprendista di quinta classe. Ricorderà sempre quest’avventura nel divertente mondo della matematica e del suo piccolo amico che per dodici notti gli ha fatto compagnia.

Relazione su “I racconti di Belkin” di Puskin

Autore dei “Racconti di Belkin” è Aleksandr Puskin che dal 1830 vive e fa vivere alla letteratura russa, insieme ad altri suoi contemporanei tra cui Tolstoj e Dostoevskij, un periodo letterario tanto eccezionale da essere denominato “epoca d’oro”. Questi scrittori danno il meglio di tutta la letteratura sperimentando nuovi mezzi e nuove forme di narrazione. Puskin ha avuto il suo periodo di maggior fertilità letteraria proprio intorno agli anni trenta, accostatosi con successo prima alla poesia, poi sperimentando nuove forme letterarie tra le quali quella del racconto.
I racconti di Belkin sono una raccolta di narrazioni brevi ambientate nel mondo dei piccoli proprietari terrieri. I personaggi variano da ufficiali dell’esercito, a piccoli artigiani e a piccoli impiegati protagonisti di storie della dura realtà nei villaggi russi del tempo.
Il primo racconto è “La pistolettata” che vede come figura centrale Sil’vio abile pistolero, affabile e generoso amico e imbattibile nemico. Questa descrizione spiega tutto. Sil’vio ha un carattere molto particolare e spesso un umore imprevedibile, certe volte si dimostra generoso e disponibile verso tutti, altre invece molto egoista e testardo. Sil’vio riceve ad un certo punto del racconto un pacco che lo spinge a concludere un duello mai terminato anni addietro con un conte, come racconta al suo amico di reggimento. La narrazione si fa comica. I due duellanti si rincontrano: è terrore per il nemico di Sil’vio colto di sorpresa. Ma l’intromissione della moglie del conte e un’altra serie di avvenimenti scoraggia il nostro pistolero che, alla fine, ha compassione e rinuncia al suo proposito. Come dice anche Spendel nell’introduzione quella di Puskin potrebbe anche sembrare, con questo racconto, una forma di sfida e derisione verso chi al suo tempo ancora credeva in formalità inutili come quella del duello.
Il racconto successivo è “il turbine di neve” che inizia come una storia sentimentale in un’atmosfera abbastanza classica. Protagonista è una giovane diciassettenne di buona famiglia e di discreta cultura che si innamora di un giovane militare appartenente invece a ranghi molto bassi della società russa di allora. La famiglia della giovane Mar’ja come da copione in questi casi non accondiscende al matrimonio dei due innamorati che così sono costretti a vedersi di nascosto ed a intrattenere una corrispondenza portata avanti grazie anche alla complicità di una serva. I due amanti, però, sono tristi perché sanno di non poter avere un futuro insieme. Il ragazzo così, decide di organizzare, tra la perplessità di Mar’ja, un matrimonio in segreto. Arriva la sera prescelta. Mar’ja aspetta alla chiesa che arrivi il futuro sposo che doveva preparare le ultime cose. Egli parte, attraversa il boschetto alla fine del quale doveva trovarsi la chiesa scelta in precedenza, ma si perde. Vaga buona parte della notte per i sentieri ed incontra un villaggio. Bussa alla porta di un contadino, il cui figlio si offre di guidarlo fino alla chiesa. Si mettono in cammino che è quasi l’alba. Arrivano finalmente alla chiesa, il ragazzo rimane scioccato perché Mar’ja non c’è e quindi i due non si possono sposare. Il ragazzo prosegue con la ragazza che cade in un periodo di depressione. Dopo diverso tempo lo dimentica e, come suggeritole, comincia ad incontrare quelli che potrebbero essere i suoi futuri mariti. Uno di questi così le racconta di una storia totalmente fuori dal comune: egli infatti dopo un lungo viaggio, era entrato in una chiesa di passaggio per ripararsi dalla tempesta di neve; ma senza che se ne potesse accorgere si era trovato scambiato per un altro e sposato con una ragazza ignota. Da qui naturalmente si capisce che la ragazza nella chiesa non era ignota, bensì quella con cui stava parlando.
La terza storia nel libro è “Il fabbricante di bare”, che io personalmente ho trovato molto meno avvincente e spiritosa delle altre. Un fabbricante di bare va a vivere in un paesino quasi totalmente da contadini e da artigiani. Egli fa subito amicizia con i vicini ed uno di essi, anche come segno di benvenuto lo invita per il giorno dopo a casa sua poiché lui e sua moglie danno una festa. L’artigiano vi si reca, ma tra l’alcool e il cibo a qualcuno scappa una battutina di troppo su di lui, che offeso se ne va. Decide così di non invitare più loro alla festa che aveva in mente per ricambiare, ma di invitare solo i morti che di fatto erano suoi datori di lavoro. Come da programma, i morti si presentano alla sua festa che ben presto diventerà un incubo. Un incubo veramente perché il commerciante si sveglia tutto sudato dal suo letto scoprendo di aver dormito tutto il tempo.
La storia successiva è incentrata su temi diversi ed è raccontata in un modo tutt’altro che ironico, bensì piuttosto malinconico e triste. La storia è quella del “Mastro di posta”. Il mastro si può considerare un esempio disgraziato della società Russia di quel periodo: egli lavora molto, guadagna poco ed è vedovo. Unica consolazione della sua vita è la figlia, splendida e brillante per bellezza, tanto da essere ammirata dalle sue pari e compianta da quelle più nobili di lei perché una tale bellezza era certamente sprecata nella realtà contadina. Il mastro tira avanti con la ragazza che diventata la donna di casa, si occupa delle faccende domestiche, fino a quando un giorno un ufficiale fermatosi da lui con l’inganno gli sottrae a splendida figlia. Ella viene portata a San Pietroburgo, dove in effetti da dama conduce una vita migliore, ma distaccata da quella del padre che nel frattempo si dispera per la perdita. Egli la cerca per ogni dove e vaga per la città in cerca della figlia, ma quando la trova ella non lo riconosce più e lo ignora completamente. E' disperato, ma torna a casa con l’unica consolazione che la figlia ha trovato un destino migliore del suo.
L’ultima storia è ancora di tipo sentimentale e anche un po’ alla Giulietta e Romeo alla russa: i genitori dei due amanti, abitano nello stesso villaggio, hanno litigato e separato il destino di amicizia tra le due famiglie. Liza la figlia di uno dei due viene a sapere della bellezza e della simpatia del figlio del rivale del padre, così conoscendo i suoi percorsi durante la caccia si traveste da contadina per incontrarlo. I due si piacciono subito e finiscono per incontrarsi ogni mattina . Tutto fila liscio, il giovane non si accorge di nulla. I primi problemi nascono però quando i due padri fanno uno sforzo per riappacificarsi e si invitano a cena. Liza è costretta così a dover partecipare, ma per non farsi scoprire dallo spasimante si imbelletta tanto da essere irriconoscibile. Nessuno si accorge di niente e le mattine insieme proseguono. Il giovane però, come spesso si vede nei romanzi, viene preso per la gola e costretto a sposare una ragazza scelta dal padre. Per fortuna, la ragazza è proprio la sua Liza camuffata da contadina. Scoppia di gioia quando scopre che la sua amata è ora a portata di mano.
Questo libro mi è piaciuto molto perché Puskin ha saputo riunire nei racconti tutte le qualità possibili del romanzo. “I racconti di Belkin” offrono, infatti, un quadro generale molto realistico e attinente a quella che era la Russia nei primi decenni del 1800 grazie alle descrizioni brevi, ma molto efficaci e ai diversi caratteri e atteggiamenti dei personaggi. La sua narrazione abbastanza concisa ed essenziale contribuisce a non la rallentare mai lo svolgersi delle azioni e a far sì che i racconti non diventino lenti e pesanti, piuttosto avvincenti e non stancanti. A tutto questo Puskin è stato inoltre capace di donare un tocco di ironia, che in qualche caso forse si potrebbe anche definire provocatorio. Questo, in particolare, si nota ne “La pistolettata” dove egli attraverso i personaggi schernisce quei conformisti che credono in cose insensate come il duello. Per concludere, vorrei dire che Puskin ha anche inserito nei racconti anche una dose di sentimentalismo, alcune volte anche abbastanza classico. E’ evidente, per esempio, nella storia di Liza che, come ho già detto, mi ricorda “Giulietta e Romeo” di Shakespeare.

Esempio



  


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