La donna nella scrittura

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La comparsa della donna nella scrittura
• Genesi e (assenza di) tradizione
• I generi
• La "scrittura femminile"
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di Chiara Stinghi
Genesi e (assenza di) tradizione
Fino alla metà del Settecento le donne scrivono prevalentemente per loro stesse, di nascosto, privatamente, e solo alla fine dell'Ottocento escono allo scoperto imponendosi nel mercato editoriale.
Dopo secoli di esclusione, la donna inizia il suo percorso di conquista di un piccolo, ma determinante spazio nella letteratura. Questo tipo di carriera, non ancora normalizzata per una donna, porta la scrittrice che vuole affermarsi a trasgredire alle regole della società ed alla tradizione. Le scrittici, infatti, sono costrette a combattere contro censure e pregiudizi, conseguenze di un passato che discriminava il sesso femminile, escludendolo da ogni forma di partecipazione sociale e collettiva. Questa antica esclusione ha determinato comportamenti sociali, subordinazione all'uomo ed anche abitudini linguistiche e letterarie.
Il "punto di vista femminile" costituisce un settore preciso nel vasto mondo della letteratura, interessante in quanto qualificabile autonomamente. La donna scrittrice è lontana dalla cultura e dal sapere ufficiale: la condizione stessa di appartenenza al sesso femminile incide sulla sua produzione, proprio come l'educazione e l'istruzione.
L'educazione femminile ottocentesca è approssimativa, utilitaristica e generalmente molto breve. Nella migliore delle ipotesi le bambine frequentano la scuola fino a dodici, tredici anni, ma nella maggior parte dei casi le fanciulle raggiungono un livello minimo di scolarità, che non assicura loro neppure il possesso stabile degli strumenti più elementari per leggere, scrivere e far di conto.
Secondo la concezione maschilista diffusa, le donne non necessitano un'istruzione come gli uomini poiché i loro compiti si limitano al governo dei figli e alla cura della famiglia e della casa.
Questo incerto tipo di studi accomuna la maggior parte delle donne di fine ottocento e tra queste numerose future scrittrici come Neera, Sibilla Aleramo, Grazia Deledda, Ada Negri, Marchesa Colombi, Anna Franchi.
Per queste giovani donne che intraprendono la strada della letteratura, il rapporto con la scuola è quindi deludente, insoddisfacente, ma difficilmente lamentano carenze di formazione, piuttosto lavorano da sole per superarle. Come donne di cultura, insoddisfatte del sapere offerto loro dalla scuola, queste figure cercano di colmare questi vuoti attraverso la lettura: una lettura individuale e casalinga, spesso furtiva e colpevole. Appassionate lettrici si immergono in romanzi, novelle, riviste e in queste letture disordinate vi proiettano emozioni invano cercate e la loro fantasia vi trova appagamento.
Riconosciuta la propria vocazione artistica, queste scrittrici affermano di essere diverse dalle altre ragazze, perché capaci di contare su di sé, di avere una sensibilità fuori dal comune. La scrittura diventa così capacità di osservazione ed analisi, strettamente legata alla solitudine, al privato. Attraverso la propria esperienza personale cercano di colmare i vuoti di una mancata formazione classica ed approfondita, riversando nelle loro pagine le emozioni personali, la propria vita.
Come per le donne che scrivevano durante i secoli del silenzio femminile, al centro della narrazione restano la sfera domestica e l'esperienza personale.
La scrittura è, quindi, espressione spontanea, immediata ed allo stesso tempo rappresentazione del proprio io, narrazione privata. La penna sembra seguire un desiderio incontrollabile di parlare, denunciare, esprimersi, un desiderio irrefrenabile che va oltre la volontà ed i propositi della scrittrice.

I generi
Gli studi critici contemporanei sulla scrittura femminile hanno individuato in questo genere una serie di forme letterarie ricorrenti, facilmente praticabili e quasi completamente prive di tradizione: l'autobiografia, le lettere ed i diari. In tutte queste forme di scrittura ci sono rimandi continui agli ambienti e alle esperienze cardine dell'esistenza femminile: il mondo domestico, la casa, la famiglia, l'esperienza intima, la solitudine. Questi stessi temi sono anche le motivazioni che portano la donna a praticare la letteratura.
L'autobiografia, come genere, è l'espressione della soggettività, è collegata alla memoria e ci riporta le esperienze dell'autore attraverso il suo stesso punto di vista. Tuttavia questo recupero del passato è del tutto personale e selettivo e può subire, secondo la volontà di chi scrive, una rielaborazione o un'idealizzazione. Questo genere letterario fa quindi riferimento all'esperienza vissuta e all'individualità della volontà di narrazione.
La scrittura femminile è caratterizzata da numerosi testi autobiografici che hanno come motivazione di partenza il desiderio di tracciare un bilancio della propria esistenza e di affermare la propria immagine attraverso la scrittura, come tutela di un'io socialmente minacciato. L'importanza della propria storia personale si traduce nel dato autobiografico raccontato con toni smorzati, cronachistici, generalmente tesi a mostrare le cose come sono, senza abbellirle o idealizzarle.
Luogo della memoria, ma non argomento solo individuale, bensì ricostruzione di ambienti, di vicende storiche e documento sulla questione femminile.
Importanti opere autobiografiche sono state scritte tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento, per citarne solo alcune tra le più celebri possiamo ricordare "Una donna" di Sibilla Aleramo del 1906, "Stella Mattutina" di Ada Negri del 1921 e del 1937 "Cosima" di Grazia Deledda.
Tra le centinaia di pagine scritte da donne all'inizio del XX° secolo troviamo molti diari e molte lettere. In entrambe queste forme letterarie, come per l'autobiografia, il protagonista assoluto è l'io, è il soggetto che scrive. Le donne riversano nei diari e nella corrispondenza, generalmente con altre donne, tutti i loro pensieri segreti, le idee che non possono essere espresse in pubblico da voce di donna, sono il luogo delle confidenze.
Scrittrici idealmente simili, le cui opere hanno caratteristiche comuni ed altre del tutto individuali. Generalizzando, possiamo dire che quelle donne che scrivono sono una voce letteraria singolare e specifica nella visione d'insieme, e fondamentali sono quei temi che legano queste diverse personalità, uno tra tutti la denuncia della questione femminile.
Non solo le scrittrici così dette impegnate si occupano di queste riflessioni, bensì quasi tutte le donne che scrivono offrono modelli di donne, sicuramente più realistici rispetto a quelli della letteratura maschile. Le protagoniste degli scritti femminili non hanno caratteristiche stereotipate, tratti tipici, come l'eroina e la donna fatale, ma sono divenute figure consapevoli del proprio sesso, della propria condizione e del loro ruolo nella storia. Queste nuove femmine sono desunte dalla realtà, da situazioni concrete ed hanno un insito intento di denuncia.
Le semplici protagoniste di questa letteratura, proprio grazie ai loro tratti comuni, riscuotono tra il pubblico un grande successo dovuto ad una sorta di complicità ed alle affinità di pensiero con le stesse lettrici. Ovviamente questi personaggi non solo soltanto le protagoniste delle autobiografie, ma più in generale tutte le figure femminili nei romanzi come nelle novelle, nei diari come nei racconti.
Questa dichiarata posizione di denuncia dove la donna è rappresentata realisticamente deve essere inserita nel più ampio dibattito sulla questione femminile di fine secolo che si occupa della donna, delle sue esigenze, della sua discriminazione.
I temi che mostrano la difficile condizione della donna, affrontati dalle donne scrittrici tra Ottocento e Novecento, spaziano dalla monacazione forzata al divorzio, dalla solitudine alla maternità e corrispondono a posizioni ideologiche ben precise.

La "scrittura femminile"
Senza generalizzare troppo, ricordando che anche nella scrittura femminile esistono dei generi ben precisi come il romanzo rosa, il romanzo sentimentale, la poesia ed altri, è riconoscibile anche uno "stile della scrittura femminile" con caratteristiche ben precise. Potremo parlare quindi di stile individuale per ogni scrittrice, ma con caratteri universali, come vivacità esteriore, originalità, forza espressiva, mostrate attraverso un vero e proprio "linguaggio femminile".
Le scrittrici per riuscire ad esprimere tutto il loro mondo sono costrette ad utilizzare il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, non riconoscendovi cercano di adattarla alle proprie esigenze dando attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività.
La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze. La scrittrice prova ad esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo che entra nel linguaggio delle donne non solo come tema, ma anche come percezione: la lingua utilizzata non si limita ad esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Le donne parlano di emozioni e di sentimenti attraverso il linguaggio del corpo: l'arrossire, il comparire di un sorriso sono la corrispondenza tra il dentro ed fuori, tra emozioni e apparenza.
La lingua femminile, inoltre, risente molto del livello culturale delle stesse scrittrici, è più legata all'oralità ed alla contingenza rispetto alla tradizione letteraria, per questo, nelle prose scritte da donne incombe il dialogo e, a volte, un linguaggio dialettale.

Verso la fine degli anni '70, in Italia, gli studi sulle donne, sulla scrittura femminile, sulla creatività delle donne, avevano come punto di riferimento le letterature straniere. In Inghilterra sì, c'erano state scrittrici, in Francia, in America, ma in Italia, si affermava, niente.
Questa presunta assenza di produzione femminile italiana (io pensavo: cancellazione), accettata e spiegata con varie motivazioni da studiosi (che, se la prendevano in esame, la davano per scontata e/o la ribadivano) e anche da studiose (che l'attribuivano alle difficili condizioni delle donne in Italia) mi appariva più un'idea, un luogo comune, funzionale a discorsi altri, che un fatto verificato. Per cercare risposte, sia sul piano letterario sia su quello, diciamo, "ideologico", avvertivo l'urgenza di affrontare il problema avviando prioritariamente una ricerca sistematica di cosa avessero scritto in Italia le donne. E a questo proposito, è importante ricordare che, mentre la critica ufficiale (maschile), agli inizi degli anni 80, consacrava la "morte dell'autore" (ma il discorso è tuttora aperto), l'attenzione (mia e di altre), pur partendo dal testo e grazie alla lettura dei testi, ricercava nel testo l'autrice, per articolare la Storia del soggetto femminile.
Per questo mi interessava studiare la produzione letteraria femminile: per risalire alle autrici. Il come (lo scarto estetico) e il perché (la ragione etica delle motivazioni e degli obiettivi), delle scritture, a mio parere, non poteva che essere indagato successivamente, quando si fosse capita meglio la prospettiva da cui guardare.
L'ipotesi di lavoro era chiara, sia pure ancora ingenua (creativa): non cercavo scrittrici che già nel passato avessero coscienza di genere, identità, assunzione della differenza sessuale, proprio perché ritenevo che la stessa lettura che di esse si faceva dovesse maturare, evolversi; semplicemente ero convinta che ce ne fossero state, di scrittrici, ero convinta che fosse necessario recuperarne memoria, ero convinta che servisse alle donne sapere di possedere una tradizione e sapere perché quella tradizione fosse stata puntigliosamente cancellata. Ed ero convinta che, poiché è nel linguaggio che si dà forma alla visione del mondo, nel linguaggio dovesse/potesse essere assunta e studiata la differenza di genere.
La poesia nasce per dare forma al desiderio, al proprio sguardo sul mondo, e in quanto tale, se è tale, non ha, in una ipotetica scala di valori, genere o nazionalità, età, ma… Ma il desiderio e lo sguardo sul mondo, la necessità (a cui accenna anche Rilke), il Progetto (di cui ci parla Benn), sono diversi a secondo della vita (vissuta e guardata). Scrive Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, che il romanzo "non viene fuori dall'immaginazione, non viene fuori all'improvviso (… ). La narrativa è come una tela di ragno che se ne sta attaccata in maniera forse lievissima alla vita" (p. 85).
Grazie al lavoro svolto per la compilazione del Catalogo della scrittura femminile italiana presente nei fondi della Biblioteca Nazionale di Napoli (dalle origini della stampa al 1860) (consegnato all'Università di Napoli nel 1979, e pubblicato, in prima edizione, nel 1984; la successiva edizione (Napoli, 1990), rivista e rielaborata, arriva al 1900 ed è accompagnata da una Guida al Catalogo, dove sono raccolti interventi di studiose di varie discipline.) verificai che tante donne avevano scritto e pubblicato in Italia, e capii (accolsi) che per leggere quei testi non poteva essere usata la griglia consueta, la consueta scala di valori.
Bisognava lavorare su più fronti: non solo ricercare la differenza delle (nelle) scritture delle donne, ma assumere, nell'esaminarle, la differenza di genere delle lettrici, di noi studiose che andavamo a leggere i testi delle donne. E non solo i testi: le buone lettrici dovevano rivisitare la letteratura e l'idea di letteratura, la lingua, gli scenari, i testi e i contesti. Solo con una lettura di parte era (è) possibile interrogarsi sulle scritture delle donne e/o sul femminile nella letteratura (italiana in questo caso), sulla "maschilità" della lingua italiana, e via di seguito.
Il Catalogo mi ha permesso di partire costantemente dai testi per indagare il femminile in letteratura e dunque di basare sulla lettura il pensiero critico. E', per esempio, grazie alla lettura dei testi di scrittrici (che poi ho raccolto nel mio Narratrici italiane dell'800 (Napoli, Federico e Ardia, 1986), che scoprivo e sottolineavo il punto di vista di genere. Di queste scrittrici mettevo in risalto la scelta di tematiche nuove e, in più, affrontate da un punto di vista femminile: la guerra, le trasformazioni economiche sociali delle donne nella metà-fine dell'800, il matrimonio di convenienza, il capovolgimento geniale di favole e di luoghi comuni. Altro esempio: la lettura dei testi ritrovati nelle Raccolta della Bergalli o in quella di Bulifon, mi autorizzò a interrogarmi sulla tradizionale lettura della presenza e del ruolo delle donne nelle corti del 500.
E in generale, nel leggere i testi, anche quelli poco interessanti dal punto di vista letterario, ciò che risaltava chiarissimo era che la vita che le donne vivevano e guardavano era diversa da quella vissuta e guardata dagli uomini. E nelle loro scritture c'erano segni di differenza, che bisognava imparare a leggere, non solo ai fini del recupero della memoria necessaria a noi donne del XX secolo (ora del Terzo Millennio), ma perché esemplari della capacità, da parte delle donne, di accogliere e di elaborare un proprio linguaggio, una propria poetica.
Dunque, la coscienza della differenza delle scrittrici è cresciuta assieme alla coscienza della necessaria differenza della lettrice, la quale, come le autrici che legge, deve necessariamente compiere un salto di prospettiva, uno spostamento di punto di vista e di posizionamento, idoneo a cogliere il nuovo della scrittura. Queste sono le prime caratteristiche della creatività della lettrice: la motivazione della ricerca, la ricerca di relazione, di comunanza e di complicità, la necessità di dare forma al proprio sguardo (rinnovato e dichiaratamente di parte), per dilatare rompere e ricreare griglie di lettura. Perché solo in questo modo si riesce a leggere il testo femminile.
Nel saggio Scrittrici (per il volume La Campania e il 900, a cura dell'Istituto Croce e dell'Università Federico II di Napoli, in via di pubblicazione) scrivo:
"Ciò che ancora si stenta a comprendere é che lo spazio creativo delle scrittrici é diverso (da quello degli scrittori): la percezione della realtà, delle scoperte scientifiche, degli avvenimenti pubblici, dei fatti culturali, dei dibattiti politici o intellettuali, e dunque la tensione a (e le modalità per) "dare forma" alla propria percezione (e la stessa autonomia del segno), per le donne é diversa. Le cose stesse, scelte per la propria attenzione (…) indicano come alla percezione femminile della realtà, quelle e non altre risultino degne di nota: sono quelle le esperienze memorabili che vanno raccontate. Dunque, a parte il fatto di possedere, specie nel passato, un quotidiano diverso, una scala di valori diversa e un immaginario nutrito da miti propri, oltre che da quelli a loro comunicati, le donne hanno vissuto e recepito a loro modo (e, all'interno di questo, ciascuna a suo modo) gli eventi pubblici che nel frattempo facevano i pensieri, le convinzioni, le idee e la lingua degli scrittori. Così comprendiamo come non si possa non mettere in discussione il sistema letterario, i canoni, l'immaginario che si possiedono riguardo non solo la presenza e la produzione femminile, ma riguardo la presenza e la produzione maschile, i rapporti, le tipologie sociali di una intera società."
La lettura dei testi femminili, la ricostruzione dei contesti e degli scenari, la riflessione sulla produzione della critica femminista, l'assunzione cioè della differenza (della coscienza e del posizionamento di genere) da parte di chi legge (oltre che da parte di chi scrive), ha aperto la strada, prima ancora che venisse importato dalle Accademie anglosassoni (cfr. L. Bloom, Il canone letterario, ), alla rivisitazione della tradizionale nozione di Letteratura italiana come corpus di scritture neutre, come Sistema letterario rigido, Canone (magari articolato ma indiscusso). Sempre nel Saggio sopra citato, scrivo:
"Questa lettura di genere, che qui definirò eccentrica non in ossequio al vecchio "centro" ma per utilità di enunciazione, è una lettura che (come abbiamo notato per la scrittura) sposta non solo l'attenzione su oggetti altri dai consueti, ma sposta il punto di vista. Leggere è scrivere, e anche per chi legge vale quanto detto per chi scrive. La lettura è eccentrica nel senso che legge opere fuori centro, quelle delle scrittrici, ma anche nel senso che, nelle opere degli scrittori (e di molte scrittrici), accogliendo il testo, assume il punto di vista delle donne (oggetto eccentrico) e dà loro la forza di essere soggetto, sia pure a volte sconfitto o sceso a patti.
Così scopriamo che la soggettività femminile nella scrittura (che porta innovazioni forti nella tradizione) si esplica a vari livelli: con il mettere al centro, introducendola come protagonista, una donna, con il disegnare uno scenario dove la relazione tra donne, sia pure diverse, crea un clima, un'atmosfera e permette una grammatica che rompe lo schema in o e in i aprendo il suono della pagina in a e e riappropriandosi della parola detta (cioè del suono della parola e della voce), che é parte del linguaggio del corpo. Ancora, la soggettività femminile si esplica con l'affrontare delle tematiche "trasparenti" per lo sguardo dello scrittore (e del lettore), dando visibilità non solo ad esse ma ad un punto di vista inedito e cosciente di sé che dunque abbraccia la visione del mondo: é da qui che nascono i grandi libri di denuncia della propria condizione, dei comportamenti maschili, dei conflitti tra i due generi, ma anche dei guasti per tutti (es. la guerra, la violenza...) e anche da qui nascono i grandi libri di felicità e di gioco, di libertà. Va anche aggiunto che la capacità affabulativa femminile, soprattutto per il passato, non si poggia sulla "meravigliosità" delle avventure ("l'esperienza memorabile" dei viaggiatori, dei cacciatori, dei guerrieri) ma sulla "meravigliosità" della immaginazione che pone al centro il rapporto individuo-mondo. In questo modo le scrittrici, attraverso la fantasia e il sogno legato al quotidiano, il quotidiano trasfigurano, a volte per allontanarsene ma spesso per tornarci sopra, forti di una immaginazione, di un desiderio che possa trasformarlo. Questo é il nucleo forte della soggettività femminile nella scrittura. (…)".
La messa in discussione (esplicita o implicita) della nozione di Sistema letterario, con le sue regole e i suoi canoni (solo successivamente fu riassunto il tutto nella locuzione "rivisitazione del Canone") ha permesso poi ogni altra indagine e analisi. Per esempio, come accennavo sopra, il lavoro (confortato tante volte dai lavori delle storiche) di destrutturazione e ricostruzione degli scenari e dei contesti che svela dibattiti e presenza forte di movimenti di donne (per i diritti civili, per la evidente presenza di una coscienza sociale, e così via) e che colloca le scrittrici all'interno di relazioni prima insospettate.
Nel leggere una delle tante scrittrici dell'800, salta agli occhi (deve saltare agli occhi) che il contesto letterario nel quale essa si muove è popolato, certo, da Manzoni, da Verga, da D'Annunzio, da Carducci, ma anche da scrittrici, dalle loro opere, dal loro lavoro, dagli incontri, dagli scambi e dalle relazioni intrecciate. Si ricordi, per esempio, che Aurelia Folliero De Luna Cimmino nel 1882 pubblica Questioni sociali, Caterina Percoto nel 1884 una delle tante edizioni dei Racconti, Rosalia Piatti nello stesso anno pubblica Novelle e studi dal vero, la Marchesa Colombi nel 1885 pubblica Un matrimonio in provincia, Maria Savy Lopez nell'85 pubblica Casa Leardi, Neera, nello stesso anno, pubblica Teresa, e ancora Fanny Salazar, sempre nell'85, fonda il giornale La Rassegna degli interessi femminili e pochi anni dopo, nel 1888, Matilde Gioli, pubblica La marchesa Alviti, Grazia Pierantoni Mancini, nello stesso anno, pubblica Donnina......
Tutte iniziano a riesaminare il concetto di "virtù", di "femminile", di forza e di debolezza, e riesaminano i luoghi comuni attorno al matrimonio, all'età, allo "zitellaggio", ma anche affrontano la trasformazione economico-sociale dell'epoca, riuscendo a trovare, sia le scrittrici provenienti da classi non privilegiate, sia quelle aristocratiche, nell'autonomia economica una delle strade necessarie alla libertà propria e di tutte le donne. E tutte affrontano questioni generali come la guerra, il lavoro, la disoccupazione, in un modo che nessuno scrittore aveva ancora fatto.
Il punto è che le scrittrici svelano la violenza della condizione femminile, non solo perché interessa a loro e alle loro lettrici, ma prima ancora perché la vedono; svelano la brutalità e la profonda inumanità della guerra perché la soffrono e la vivono come pratica esclusivamente maschile sia per gli interessi materiali sia per l'incapacità di accettare differenze alla pari.
In quegli stessi anni, ultimi decenni dell'800, da parte di tanti scrittori, si andava intanto costruendo il mito della virtù femminile, necessaria componente della mentalità piccolo borghese del tempo. E quando gli scrittori immaginavano grandi amori "irregolari", donne "liberate", queste ultime facevano tutte una brutta fine. Bisogna ricordare non solo gli intenti pedagogici e normalizzatori di testi come Cuore, (1886), Giannettino (1876), Pinocchio (1880), ma la progressiva affermazione di una letteratura (Pratesi, De Marchi...) che rappresenta -e che finisce anche per glorificare in qualche modo- la squallida realtà quotidiana della piccola borghesia italiana, afflitta da incolmabili complessi di inferiorità e insieme di risentimento nei riguardi dell'aristocrazia, che finiscono per risolversi, nel migliore dei casi col rifugio nella tanto decantata "onestà", che, appunto, da tante scrittrici, viene svelata come scelta d'obbligo e non d'elezione (Serao, Salazar, Marchesa Colombi, Neera…).
Se ci riferiamo al primo Novecento, troviamo una serie di scrittrici squisite (alcune delle quali ho inserito nella mia Il Novecento, Scrittrici del primo ventennio, Bulzoni, 1997), che affrontano temi e problemi che le ricollegano alle scrittrici dell'800 ma che trovano sul piano della coscienza e del linguaggio una dimensione senza dubbio interessante.
Di violenza quotidiana sulle donne avevano scritto (e scrivevano) Grazia Mancini, Fanny Salazar, Neera, la Marchesa Colombi, l'Aleramo. Le scrittrici del primo Novecento, Clelia Pellicano, Anna Franchi, Lina Pietravalle, Maria Messina, Paola Drigo, Annie Vivanti, nel raccontare storie di violenza sulle donne, mettono in scena la cronaca quotidiana, il vissuto quotidiano delle donne, riuscendo a comunicare emozione, e soprattutto sono capaci di rappresentare la violenza come "normalità", insita della società patriarcale (Ad esempio, Maria Zef, di Paola Drigo).
Intanto D'Annunzio avviava il clichè delle donne dalle vene palpitanti e degli uomini pallidi e solitari intellettuali delusi. Contro questo sentimento decadente, di abbandono allo spleen, si ribellano Fanny Salazar, Annie Vivanti e altre.
E' la vita quotidiana che, ben lontana dall'essere cucina, casa, cicaleccio tra comari, rivalità tra belle donne, scenario di folla femminile un po' anonima che pone sempre al centro d'attenzione l'uomo, diviene allo sguardo delle scrittrici (che a loro volta fanno tesoro del proprio vissuto) punto di osservazione privilegiato per quelle che sono le "priorità" del vivere: così, la guerra è vista con lo sguardo di chi vede e subisce il dolore delle perdite e non riesce più a credere alle favole dell'onore (Percoto), il matrimonio è denunciato di convenienza (Saredo, Piatti), la solidarietà maschile viene svelata come volgare ammiccamento (Giannetta Roy), l'amore rappresentato come scelta di passione da parte delle donne (Codronchi, ma già prima la stessa Neera e la Marchesa Colombi), acquistando anche valenze nuove (la complicità, le condivisione di gusti e ideali), il sentimento della maternità, tanto decantato e strumentalizzato dalla letteratura ufficiale (maschile), viene rivisitato e a volte, sia pure dolorosamente, superato dall'amore di sé (Franchi, Aleramo).
Ecco perché, nel leggere testi di scrittrici bisogna "posizionarsi", bisogna cioè immaginare e vedere ciò che le scrittrici vedono, ciò che le scrittrici guardano. Nei loro sguardi c'è il contesto noto (scrittori importanti, giornalisti affermati, eventi pubblici di rilievo) ma c'è anche il mondo popolato da figure femminili, da tensioni che prendono il cuore femminile, da interessi, da comportamenti, da affetti, da problemi e da passioni che nutrono l'immaginario femminile a partire dal vissuto familiare, dalle esperienze di vita e di cultura fino a ciò che le scrittrici vedono nella città, nella strada, nei viaggi, negli incontri, e fino ai libri che leggono, alla musica che ascoltano, a ciò che vedono a teatro, a ciò che percepiscono dai discorsi degli uomini, e dalle loro rappresentazioni."
E' questo il grande "scarto" compiuto dalla scrittura femminile: il mondo e i suoi valori, le abitudini, i comportamenti, le mentalità, vengono tutte ribaltate.
Lo spostamento del punto di vista comporta una visione del tutto inedita per l'esperienza letteraria. E' una scelta di posizionamento ancora più ricca di conseguenze di quella, a quel tempo tentata da tanti scrittori, di guardare il mondo da parte del "popolo". Perché mentre gli scrittori (in modo diverso: Valera, Verga, Manzoni) cercano di "mettersi dalla parte di", le donne sono "la parte" di cui trattano. Danno voce a se stesse. E incontrano la voce e lo sguardo delle loro lettrici, del loro pubblico.

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