Il dibattito sulla lingua nell'Italia del 500

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Testo

Gianlupo Borgogelli Ottaviani 4.lt
Il dibattito sulla lingua nell’Italia del 500
(Saggio Breve 120-150 righe)
L’unificazione della lingua prende avvio molto tardi in Italia, la situazione italiana è ben diversa da quella dei principali paesi d’Europa, che vedono una precoce unità linguistica correlata a quella politica e alla presenza di una capitale centralizzante.
Nell’Italia del cinquecento veniva parlata sia la lingua in volgare, sia quella in latino, anche se ormai dominava la prima.
Al di fuori della toscana inizia ad essere utilizzato il modello linguistico bembiano basato sul toscano del trecento.
Quest’ultimo stile linguistico per questioni di gusto e poetica trova delle resistenze soprattutto nell’area toscana oltre che nelle aree lombarde e venete.
Un aiuto alla lingua bembiana viene dato dall’editoria, che impegnandosi a diffondere un italiano “regolato” aveva bisogno di norme grafiche e grammaticali omogenee.
In questo secolo ci si chiedeva quale fosse tra i tanti volgari parlati in Italia quello più adatto, da assumere come lingua comune.
La mancanza di un unità politica, di uno stato italiano unitario ha impedito che uno qualsiasi dei volgari regionali diventasse una lingua “nazionale”; ad offrire un possibile modello di “italiano” valido per la penisola è stata la lingua della letteratura.
Ci furono delle importanti conseguenze: la prima è che stiamo parlando di una lingua scritta, colta, riservata a pochi fortunati che potevano studiarla; la seconda, la divaricazione, forte come in nessun altro paese, fra lingua della poesia e lingua della prosa (lingua scritta e lingua parlata).
Con l’unità d’Italia il problema non fu risolto, gli analfabeti erano più del 78%, e non si sapeva quale lingua insegnare ai bambini delle scuole elementari.
Nel cinquecento la questione della lingua diventa un argomento su cui molti dei principali autori del tempo si sbilanciarono, proponendo ognuno una propria soluzione .
Pietro Bembo, propone di confermare il volgare come lingua principale, tanto che tracciò le prime regole grammaticali per dare una forma più elegante al volgare, e che per questo si può considerare il primo vero fondatore della grammatica italiana.
Proponeva come modello per la poesia il Petrarca e per la prosa il Boccaccio, ed esalta il volgare fiorentino, consolidato ormai da regole fisse e riconosciuto dalla maggior parte degli autori del tempo.
Gli scrittori toscani sostengono che il volgare fiorentino è così rinomato grazie al fatto che esso vive principalmente nella forma parlata , e per mantenerne il prestigio esso dovrebbe rimanere usato solo in tale tipologia. Manzoni propose il fiorentino moderno.
Altri propongono di trarre il meglio da ogni volgare e di creare una nuova lingua, che abbia solo gli aspetti migliori di tutti i volgari .
Il linguista Ascoli in un testo del 1873 disse chiaramente che l’unità linguistica si sarebbe avuta se ci fosse stato un progresso generale a partire dall’analfabetismo, dal miglioramento delle condizioni di vita, dalla diffusione della cultura, ecc.
Questa è la situazione del cinquecento periodo in cui gli intellettuali volevano creare una lingua facile da imparare, con poche regole ma precise e che potesse essere comprensibile a tutti.
Oggi, il problema è lo stesso: trasformare l’italiano in una lingua con poche regole ma precise e non ambigue, e più veloce da scrivere, implementato anche con parole straniere, che fanno ormai parte del vocabolario quotidiano.
Ai tempi di Bembo, questo problema era nato dopo le innovazioni artistiche e scientifiche avvenute nel passaggio da medioevo a rinascimento, oggi l’innovazione è rappresentata dalla nascita dei sistemi informatici, di Internet e non ultima della comunità europea che impone la conoscenza, ad esempio, dell’inglese, lingua da cui provengono molti dei vocaboli che si usano normalmente affrontando un discorso.
Ora io mi chiedo: la lingua italiana è minacciata dalla globalizzazione ?
Ho trovato su dei giornali alcune informazioni e ho capito che la lingua Italiana può essere seriamente minacciata solamente quando sono intaccate le sue strutture fonologiche e morfologiche, anche se, all’invasione degli americanismi si oppone scarsa resistenza, a causa della nostra generale debolezza culturale.
L’altro grande problema è il destino dei dialetti.
Impossibile prevedere la data della loro scomparsa: quello che dai dati in nostro possesso e dalla nostra osservazione appare chiaro, è che la loro resistenza è assai più forte del previsto.

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