Storia letteraria del '500

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Testo

500
Fattori Di Mutamento
Grazie ad una serie di fortunate cause la cultura del ‘500 cambia e diviene “moderna”. Le maggiori trasformazioni avvengono nel campo socio-culturale, in fatti, tendono a concepire una nuova natura dell’uomo e del mondo, differente rispetto a quella Medievale.
L’economia muta perché con la scoperta di nuove terre il baricentro economico non è più il mar Mediterraneo ma l’oceano Atlantico e quindi li stati affacciati sull’oceano hanno maggiori possibilità di diventare una potenza economica grazie ad una potente flotta.
Scoprendosi nuove terre mutano le concezioni geografiche dal momento che cadono le supposizioni precedenti, cioè le credenze secondo le quali Dante aveva descritto perfettamente il mondo ed allora si ritenne che fosse tale. Dante fece solo una “fusione” tra luoghi reali e luoghi morali. Contrappose il Purgatorio a Gerusalemme. Cadendo queste concezioni s’apre la strada pure a nuovi filoni letterari, di cui Moro e Rabelais saranno i maggiori esponenti del secolo.
Nel campo religioso con la sempre maggiore spinta di riforma morale della chiesa, iniziano a comparire i primi sintomi di una voglia di nuovo. In Germania Martino Lutero è a capo di questo gruppo riformatore, che si scaglia contro la lussuria e la decadenza della corte papale, che visitò alcuni anni prima e dalla quale rimase allibito. L’atto scatenante fu la vendita delle indulgenze, per completare la cupola di San Pietro, indetta da papa Leone X.
Lutero propugnava tesi che da una parte raccoglievano l’eredità umanistica ( spirito critico d’analisi dei testi, resa più intima della religione come era agli inizi e quindi eliminare molti apparati della chiesa) ed altre antiumanistiche ( servo arbitrio, ossessione del peccato, intolleranza religiosa verso le altre confessioni e rigido controllo).
Con questa frattura religiosa si conclude l’unità d’Europa e s’accentua il particolarismo statale, che era già in atto dal ‘300 circa.
Ora professare un credo religioso piuttosto che un altro era un fatto privato che portava ad una scelta drammatica, dal momento che l’unità religiosa era rotta.
Il ‘500 è un secolo in cui vengono a mancare i punti fissi del sapere, poiché cadono tutte le concezioni Medievali.
La Stampa
L’espansione della cultura è resa possibile, in tutti gli strati sociali, dalla stampa e dalla rapida diffusione del libro. La stampa fu inventata nel corso del ‘400 da Gutemberg in Germania. Essa soppianta i manoscritti che erano molto costosi, anche se migliori per fattura. Circolando più libri girano maggiori conoscenze in modo più rapido, siccome per stampare un libro s’impiega minor tempo rispetto che a copiarlo a mano. Il libro anticipa l’età dei beni fatti in serie siccome è fatto serialmente. Ed è pure la prima volta che la cultura è influenzata dall’economia siccome ora son gli editori a decidere cosa stampare per farlo rendere economicamente, ma così facendo ciò che è ritenuto non vendibile viene accantonato e rischia di perdersi nella polvere e dimenticato da tutti.
Prima dell’avvento della stampa ogni libro era un pezzo unico dal momento che era impossibile copiare un testo pari pari siccome v’influivano la scritta del copista e le note del padrone del libro.
Ora con la stampa il libro diventa anonimo ed uguale, ma possiede un autore, che prima spesso era anonimo o di fantasia, e si fissa il testo permanentemente, nei manoscritti a volte si possono trovare stessi testi ma con vocaboli differenti oppure mancanti. Con la stampa ora è impossibile plagiare i testi dal momento che possedevano un autore e si sapeva chi era. E non si poteva cambiare il testo se non nell’edizioni successive.
Con la stampa nasce un lavoro che deve preparare il testo prima della stampa, ricontrollandolo ortograficamente e filologicamente, togliendo errori e risolvendo i punti controversi. Con questo lavoro un letterato può trovare un mezzo di sostegno nel caso fosse rifiutato dalla corte o non avesse successo.Un caso molto noto è quello di Pietro Aretino.
Anche il modo di leggere è modificato dalla stampa. Prima la lettura era collettiva poiché i manoscritti erano pochi ed in pochi sapevano leggere, ora invece si tende a fare una lettura più solitaria e silenziosa. Vengono introdotti i segni di punteggiatura e resa più comprensibile la scrittura perché prima il testo era irto di abbreviazioni e privo di segnali che ne dividessero le parti.
Se non ci fossero state queste premesse la cultura moderna non si sarebbe potuta sviluppare.
Filosofia e Scienza
La filosofia del ‘500 incentra il suo interesse nella ricerca sull’uomo e sulla natura, abbattendo la scala gerarchica instaurata nel Medioevo che relegava uomo e natura agli ultimi posti contrapponendogli lo spirito e la purezza. Si riprendono le istanze neoplatoniche di Ficino e Pico unendovi correnti mistiche. L’ amore in questa corrente assume una notevole importanza. S’arriva a dire che l’amore è un mezzo per arrivare a Dio. L’amore diventa tema per numerosi dialoghi come quelli scritti nel 1535 da Leone Ebreo, medico e filosofo portoghese, in cui afferma che “l’amore lega tutto nell’universo”. A questo spirito mistico si contrappone quello più freddo e razionale di Pomponazzi che rispolvera le tesi aristoteliche, che riprendevano piede nell’università. Questa ricerca però essendo più razionale è liberata dalle credenze religiose, poiché la filosofia non era più serva della teologia. Con l’interessamento per le cose naturali si gettano le basi per le future idee di Newton e Galilei. Inizia la crisi del sistema tolemaico con l’opera del polacco Copernico De Revolutionibus Orbium Coelestium che spiega razionalmente come il sistema tolemaico non è corretto e costruisce il suo modello del sistema solare che è eliocentrico, cioè con il sole al centro e non più la terra come erroneamente si pensava. Ma il tutto era ancora empirico poiché non si approfondivano le cose con studi e calcoli matematici specifici, bisognerà aspettare Galilei per avere la “soppressione” totale del sistema tolemaico. Contro il sapere puramente libresco si scagliò il medico Vesalio che sosteneva che era inutile studiare solo sui libri se poi non si metteva in pratica ciò che veniva appreso, e quindi egli lodava chi univa la teoria alla pratica. Anche Francesco Rabelais era sullo stesso avviso tanto che ai suoi personaggi raccomandava non solo di studiare sui libri ma anche di andare per botteghe ed apprendere qualche mestiere. Da adesso in poi compaiono i primi trattati specifici per le varie arti pratiche (medicina, anatomia, botanica, mineraria…) e s’inizia ad essere più settoriali. Ancora non c’è il distacco tra scienza e magia, per cui è normale vedere i maggiori dottori del tempo, come Paracelso o Fracastoro, interessarsi a pratiche magiche. Era credenza, infatti, che le cose dell’universo (macrocosmo) si riflettessero sull’uomo (microcosmo) e per ciò se si conosceva l’universo si poteva conoscere anche l’uomo.
L’umanesimo fuori d’Italia
L’umanesimo italiano si diffuse in Europa grazie ai sapienti del tempo, che per mezzo del latino potevano scambiarsi idee sulle nuove tendenze, un esempio fu l’epistolario di Petrarca. Dopo il ‘500 c’è un maggiore propagarsi di queste idee grazie all’emigrazione di molti artisti italiani verso corti più stabili che potevano dargli onore e sostentamento per poter così continuare la loro attività.
Il primo artista ad emigrare e risiedere stabilmente fuori d’Italia fu Da Vinci presso il re francese. Altri però cercavano più la tolleranza religiosa per poter svolgere le proprie ricerche. In Italia anche se gli artisti iniziano a risiedere all’estero si continuano a comporre nuove opere, anche se più irrigidite sulle posizioni precedenti. Gli artisti di questo secolo oramai sono impregnati della cultura umanistica ed iniziano a pensare per conto loro ed attaccano la vecchia cultura rimettendola in discussione e propongono modi migliori di vivere, come fa Tommaso Moro nell’Utopia dove la società da lui proposta è tollerante, giusta e perfetta. Utopia vuol dire “in nessun luogo” infatti il sogno di Moro è abbastanza irrealizzabile per quei tempi. Con quest’opera apre il filone dell’utopistica che prenderà maggiore importanza nel secolo successivo.
Erasmo Da Rotterdam perseguì lo scopo di riportare la religione su istanze più primitive e spirituali, libere da interpretazioni teologiche troppo attorcigliate. Egli, infatti, coerentemente con ciò che affermava Lutero per la lettura dei testi sacri, li tradusse dal latino con metodo filologico e mescolandogli aspirazioni umanistiche.
In politica invece scrive l’Institutio Principi Christiani che contrappone al pessimistico Principe di Machiavelli. Per Erasmo il popolo elegge il re che deve collaborare con lui per sostenere lo stato. Moro è d’accordo con Erasmo e dice che deve fare l’interesse del popolo e non il suo privato.
Altri scrittori come Rabelais speravano nella bontà dell’uomo.
L’instabilità di tutte queste discussioni portava ad una relatività delle cose umane, come scriveva Rabelais mascherandolo nei suoi libri di Gargantua e Pantagruel, e nell’Encomium Moriae di Erasmo.
La Cultura Delle Corti
L’ideale cortigiano.
Durante il ‘400 si forma il ceto degli intellettuali di corte che hanno la medesima cultura, posizione e funzione sociale basata sull’umanesimo. Nel ‘500 praticamente i letterati fanno parte della corte e sono uomini di corte, ciò non toglie però che essi possano assumere differenti mansioni (maggiordomo, segretario, consigliere…). La corte per loro è un mezzo di sostentamento dal momento che gli permette di mantenersi e per ciò di continuare a comporre senza preoccupazioni. La corte è pure il metro con il quale si misura il valore e la fame acquisite da dato autore. In questo secolo potere e cultura si fondono, poiché i politici per ora hanno bisogno dei letterati per glorificare le proprie imprese. In questo periodo nasce la trattatistica su come deve essere il buon cortigiano. L’opera fu compiuta da Baldassare Castigilione. Egli scrisse che doveva essere di nobile e decoroso autocontrollo e aver sviluppate tutte le capacità intellettuali e fisiche. Le cose frivole come l’etichetta si mescolano a più elevati ideali d’amore platonico e codici petrarchisti. La perfezione in questi casi è fine a se stessa ed ha una funzione sociale precisa. Castiglione nel cortigiano vede un nobile aiuto per il principe, che è da lui consigliato siccome dovrebbe essere a conoscenza di molte cose, siccome la sua istruzione si basa su una cultura classica. Questo cortigiano ideale però si sviluppa in un periodo in cui le condizioni della corte vengono a mancare perché le corti vengono meno e l’Italia è attraversata e saccheggiata da eserciti stranieri. L’opera di Castiglione è la nostalgica celebrazione della scomparsa della corte. Tuttavia nei letterati è presente la sensazione di crisi dell’Italia, così reagiscono rifugiandosi in un mondo idealizzato del proprio ruolo. Era un’epoca di rinascita, ma pur erano presenti contrasti e crisi politiche molto profonde, che segneranno poi tutto il secolo successivo.
I Luoghi Della Cultura.
La corte cinquecentesca muta forma rispetto a quella del ‘400 dal momento che il “signore” che prima reggeva la corte diviene principe e detiene il potere assoluto del governo della città, insomma diventa un vero re come le maggiori monarchie dell’epoca, ma il suo territorio non s’estende oltre le mura della città. Il cambiamento da signore a principe si possono già trovare dal fatto che si circonda di una corte e di un cerimoniale molto fastoso, si distacca dai cittadini e si rende più irraggiungibile. Mantiene un personale specializzato per controllare tutti i settori della vita pubblica. Oltre a questo cambio politico c’è anche un mutamento nei ruoli delle città italiane. Ad esempio città molto importanti come Milano e Napoli decadono dal rango di capitali di stati indipendenti a città di un viceregno spagnolo di periferia. Firenze a causa delle continue lotte tra fautori della repubblica e sostenitori dei Medici perde il ruolo di città egemone sulla cultura. Invece alcune piccole corti come Mantova e Ferrara riescono a tenersi per il momento ancora indipendenti e riescono a mantenere o ad aumentare la propria fama culturale. Per un brevissimo lasso di tempo, con la signoria dei Da Montefeltro la città di Urbino diventa importante, qui risedette Castiglione e la corte delle città fu presa come modello per il Cortigiano.
Coloro che fuggirono da Firenze andarono a Roma dal papa che in questo periodo era occupato da dei veri e propri principi rinascimentali piuttosto che da uomini di religione, infatti, il soglio pontificio era occupato da un De Medici che dette la protezione a molti artisti. Egli poté fare quest’operazione dal momento che la sua città era indipendente e stabile internamente e in più necessitavano artisti per ricostruire la città di Roma.
Per mantenersi i letterati spesso e volentieri abbracciavano la carriera ecclesiastica per poter comporre senza dover pensare a sopravvivere, tra l’altro quest’incarichi clericali senza cura d’anime non erano affatto rari, Bembo e Castiglione ne sono due fulgidi esempi.
L’altro importante centro di cultura è la città di Venezia, che pur avendo assoggettato la città di Padova lasciava libera da controlli l’università così che si poterono diffondere nuove idee.
A Venezia tra l’altro l’imprenditoria editoriale era molto diffusa siccome i veneziani erano ottimi commercianti. Gli editori dell’epoca s’aiutavano con dei letterati che venivano pagati per curare le revisioni filologiche, grammaticali ed ortografiche delle varie opere che si volevano stampare. Nasce così il lavoro del curatore di bozze che darà lavoro a molti letterati, sia laici sia ecclesiastici.
Poi con l’affermarsi del volgare alcuni scrittori vivranno del proprio lavoro siccome si diffondevano rapidamente queste nuove opere, un esempio classico fu Pietro Aretino che visse per l’appunto a Venezia.
Affianco alle corti si trovavano le accademie che erano delle riunioni di letterati con intendi puramente progandistici delle loro opere. Ci si scambiavano pure idee sulle varie tendenze. Queste istituzioni hanno un proprio cerimoniale e struttura interna a se stanti. Sorsero in gran numero per poi essere chiuse d’autorità quando vi si scorgevano idee pericolose o comunque non erano in linea con il volere del principe.
La Questione Della Lingua.
Nel ‘500 c’è un ritorno al volgare dopo che nella prima metà del ‘400 gli si preferisse il latino. E’il secolo in cui il volgare prende precisi connotati letterari e regole, anche se perdurerà l’uso del latino come lingua internazionale. Molti testi vengono tradotti in volgare dalle lingue morte. Tuttavia il volgare è contrastato da chi sosteneva che era la lingua della plebe e non della cultura e che il latino doveva continuare a svolgere le sue abituali funzioni di lingua di cultura. Sorse il problema di regolarizzare il volgare, siccome non c’era una forma fissa ma variava da regione a regione. La si voleva pulire dai regionalismi e popolarismi per renderla uniforme a tutt’Italia. C’era anche l’esigenza di regolarla dal momento che il libro siccome era diventato una forma fissa di trasmissione del sapere, aveva l’esigenza di uniformità per essere compreso da tutti. C’erano due tesi che volevano risolvere la questione. Una era quella di Bembo, ecclesiastico veneziano, l’altra sostenuta nel Cortigiano di Castiglione e da altri trattatisti.
Bembo era già famoso per aver scritto un dialogo dal titolo Asolani in cui trattava il tema dell’amor platonico, molto comune nelle corti dell’epoca. Egli sosteneva nei libri delle Prose della volgare lingua che per la prosa il miglior esempio era Boccaccio mentre per la lirica Petrarca. Ma Bembo lasciava scelta a chi scriveva per l’utilizzo del metro e dello stile a seconda di come suonasse meglio, però egli diceva che il miglior volgare da utilizzare era quello fiorentino del ‘300 che era puro e da tutti compreso. L’altra tesi sostenuta dal Castiglione era d’utilizzare una lingua cortigiana che si parlava a corte, ma con infinite varianti dal momento che c’erano tantissime corti il che avrebbe reso impossibile un’unificazione di tutte le corti, anche perché ci sarebbe voluto un lavoro immane per trovare tutte le parole da eliminare o da utilizzare. Alla fine pure Castiglione si rese conto che questa tesi era abbastanza impossibile ed infatti chiese poi aiuto a Bembo per revisionare la sua opera secondo la sua tesi.
C’era tuttavia una terza tesi che proponeva l’uso del fiorentino moderno, ma lasciando fuori la voce del popolo.
Alla fine prevalse l’idea classicista di Bembo e con questa regolarizzazione si gettarono le basi per la lingua italiana, che comunque subirà altre notevoli cambiamenti.
La Letteratura Classicista.
La Poetica E I Generi.
La letteratura in italiano del ‘500 si basa fondamentalmente sui classici antichi. Essi riprendono la dignità e la compostezza degli antichi senza sentirsi inferiori e per ciò mettono termine alla querelle che avevano iniziato nel ‘400 con gli antichi su chi era migliore. Ciò avviene perché era una letteratura già affermatasi e senza bisogno per ciò di confrontarsi con i predecessori, che ora studia con interesse filologico e grammaticale.
In questo secolo più che scrivere cose nuove si tende ad imitare gli scrittori più famosi, anche se c’è un dibattito molto inteso su chi sia meglio da imitare come stile e forma. Bembo sosteneva che bisognava imitare Cicerone e Virgilio per il latino e Boccaccio e Petrarca per l’italiano. Altri invece sostenevano che bisognasse prendere il meglio da tutti gli scrittori, questa era più eclettica.
In campo lirico c’era chi sosteneva che la poesia era fatta per dilettare e giovare, e a volte con intenti moraleggianti. Queste tesi si trovano nell’Ars Poetica di Orazio e nella Poetica d’ Aristotele.
Secondo la Poetica la poesia è imitazione, ma non degli altri scrittori quanto più delle azioni umane. Inoltre egli diede una classificazione completa di quasi tutti i generi letterari che gli scrittori del ‘500 applicarono scrupolosamente.
In questo periodo la trattatistica è vivace ed aperta al confronto, ma nel secolo successivo diventerà solo uno strumento di pedanteria e moralità.
Il Trattato E Il Dialogo.
Il trattato era il genere letterario più in voga nel ‘500 poiché la società aveva bisogno di chiarimenti e di codifiche comportamentali giacché viveva una nuova esperienza. Il trattato migliore era quello in forma di dialogo, che riprendeva la conversazione delle corti o delle accademie. Cos’ facendo si potevano esporre in maniera piacevole le proprie teorie e lasciare spazio al confronto. I modelli antichi fanno da esempio a questi moderni. Il più famoso trattato del periodo è il cortigiano di Castiglione, che s’ispirò alla corte d’Urbino. E’ suddiviso in quattro libri che rappresentano le quattro serate della conversazione ed in cui una ristretta cerchia di nobili sceglie le qualità del perfetto cortigiano, inoltre disquisisce sul teme della lingua, dell’amore platonico ecc. Il perfetto cortigiano è un misto tra spiritosaggine ed elevatezza morale. A differenza di Machiavelli egli sosteneva che non doveva cercare il proprio vantaggio, ma sostenere e consigliare il principe. Purtroppo ciò che sognava Castiglione ormai era lontano da venire poiché i tempi erano mutati e la fragile struttura del principato s’era infranta contro la furia degli eserciti stranierei. Castiglione aprì la strada alla trattatistica di questo genere, solo che coloro che vennero dopo furono più tecnici che filosofici. Il maggiore fu il Galateo di Della Casa, che era un ecclesiastico fiorentino. Galateo era la latinizzazione del nome della persona a cui era dedicata quest’opera. In esso si tratta di consigli riguardo al come comportarsi in determinate situazioni. Ha un tono medio ma la prosa è elaborata e vivace. Anche la lingua, la poesia e la retorica sono svolte nel trattato sotto forma di dialogo. In larga parte la questione della lingua è contenuta nelle prose di Bembo.
La bellezza e l’amore sono importati e sfruttati dai trattatisti, da citare sono i Dialoghi d’amore di Leone Ebreo e gli Asolani di Bembo. Essi si rifanno al canzoniere di Petrarca, con l’aggiunta dei parametri platonici. Anche artigiani come Gelli s’occupano di lettere, per mantenere la tradizione della cultura fiorentina che viene dal basso. Egli scrisse un dialogo in cui un vecchio discorre con la propria anima delle maggiori questioni dell’epoca( religione, morale, filosofia…). La sua è una scrittura popolare viva e attaccata al fiorentino.
Oltre a questi temi pure l’arte prende la via della trattatistica con Vasari e le sue Vite dei maggiori artisti da Cimabue a Michelangelo. Riprende il modello delle vite degli uomini illustri già in voga nel ‘400. Quest’opera fa notare il fatto che le arti figurative godono in una nuova considerazione e che lasciano il ruolo di mere attività artigianali.
La Lirica Petrarchista.
Già dal ‘400 il modello lirico che s’impone fu quello di Petrarca che proponeva un repertorio di soluzioni assai vasto. Con l’avvento della corte il petrarchismo diventa un ideale superiore, siccome ci si legge un equilibrio tra amore e ragione. Tutte le rime, le situazioni ed i metri di Petrarca sono imitati. Il primo ad aprire la strada è Bembo con le Rime che mettevano in pratica ciò che egli aveva illustrato negli Asolani per la teoria della lingua. Il canzoniere siccome ha molto successo venne ristampato in più edizioni e se ne fecero anche di quelle critiche. Con l’imitazione di Petrarca è scomparso l’ideale dell’originalità.
In quest’epoca pure le donne si cimentano con la lirica. Le più note sono Vittoria Colonna, donna dell’alta aristocrazia romana, Tullia D’Aragona e Gaspara Stampa, cortigiane d’alto borgo. Tutte queste donne scrivono perfettamente secondo canoni bembisti.
Nel meridione figura di spicco è quella di Luigi Tansillo, cortigiano alla corte del viceré spagnolo. Egli in un’epoca in cui il bembismo era molto in voga si distacca per le sue descrizioni e rime di tono e colore vivace.
Della Casa oltre ad aver scritto il Galateo compose un canzoniere in cui per la prima volta compare lo scavalcamento tra un verso e l’altro, donando un nuovo vigore al linguaggio di Petrarca.
Anche artisti come Michelangelo si cimentarono con la letteratura anche se non con grande successo. Le sue rime sono ammirevoli per via dello scarso possesso di linguaggio ma per il grande vigore espresso dalla sua ispirazione.
Poema Poemetto Poesia Burlesca.
Volendo confrontarsi con un genere alto la letteratura italiana si diresse verso l’epica, in cui gli antichi eccellevano, da ricordasi l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide. Oltre alla tradizione antica bisognava ricordarsi di quella più moderna del ‘400 (Poliziano, Boiardo) che con il ciclo cavalleresco avevano costituito una vera e propria saga, alimentata in più dalla larghissima diffusione dei cantari cavallereschi. Il poema cavalleresco fu ripreso da Ariosto che concluse l’opera già iniziata di Boiardo con l’Orlando innamorato. Con l’accostamento delle due opere nacquero accese discussioni teoriche e innumerevoli tentativi d’imitare i due autori. Nel periodo che va dall’uscita dell’Orlando furioso alla fine della composizione della Gerusalemme Liberata di Tasso non ci sono poemi significativi. C’è solo da segnalare la presenza di una traduzione dell’Eneide, molto libera e ricamata, di Annibale Caro, cortigiano marchigiano. Fu tradotta in endecasillabi sciolti poiché era il metro che s’avvicinava di più a quello romano.
Anche il poemetto in questo periodo ebbe grande successo come nel ‘400. Il più famoso è quello di Molza La Ninfa Tiberina che fu ispirato dagli scritti di Poliziano. E’ un poemetto idillico amoroso, che si presentava come un’opera estremamente elaborata sotto il profilo stilistico e formale.
La satira è ripresa da Ariosto che s’ispirava a quelle oraziane. Egli usò le terzine per comporle. Le terzine se erano in numero di 100/200 versi potevano forma un capitolo, più capitoli un poemetto.
Il capitolo fu molto usato dal Berni che con la sua poesia comico burlesca si scagliava contro i poeti che copiavano Bembo e Petrarca. Egli era segretario d’ecclesiastici e fiorentino di nascita. Nello scrivere le sue rime satireggia chi fa come Bembo e ribalta i temi alti portandoli su piani bassi e triviali. Egli vedeva la poesia come un divertimento.
La Novella.
Nel ‘500 la novella è ripresa perché è molto comoda per la conversazione ed è stimata da nobili e borghesi. La novella è di origine medievale, quindi non ha un grande patrimonio a cui attingere, se non quello subito precedente del ‘400, che però fu usata solo da scrittori minori, mentre quelli alti preferirono altri generi. In questo secolo è ripresa tramite il solito Bembo. Per l’imitazione di questo genere egli suggerì di copiare Boccaccio sia lo stile che la lingua trecentesca, piena di latinismi e cornici narrative. Questo piaceva molto ai classicisti perché così vedevano che la cultura manteneva un alto livello. La copia più importante del Decameron fu di Firenzuola che scrisse i Ragionamenti d’amore, pubblicato postumamente. L’opera riprende le tematiche della beffa e dell’inganno amoroso par pari da Boccaccio. Di tema differente ma dello stesso stile sono la prima vesta dei discorsi degli animali.
Altri scrittori autodidatti come Gelli si ritrovano anche nel campo della novella, come l’accademico fiorentino Grazzini che da speziale si diletto a comporre liriche. Il suo linguaggio è più popolare meno legato all’aristocrazia quindi più basso. La sua raccolta di novelle “Le cene” insiste sul tema della beffa e dello stratagemma amoroso. Boccaccio è molto copiato dal Grazzini, per lo stile ma risulta meno incisivo. Una novità la possono sostenere gli scrittori settentrionali come Straparola, d’origine veneta. La sua raccolta novellistica Le piacevoli notti, ha una narrazione piatta e monotona, ma che durante il ‘500 ebbe molto successo probabilmente da un pubblico meno preparato culturalmente. I temi sono sempre uguali, cambia lo scrittore, lo sfondo ma le tematiche son sempre le medesime.
Opera e scrittore abbastanza notevole fu invece Bandello, che ebbe una vita assai travagliata, ma nella quale trovò modo di comporre una raccolta di novelle e d’introdurre una novità: all’inizio di ogni novella egli poneva una lettera dedicatoria e spiegava ciò che il lettore avrebbe successivamente letto. La narrazione è media con ambienti e personaggi vari, si nota un distacco dalle tematiche bembistiche.
Altro scrittore differente è Giraldi Cinzio che era un teorico del genere, di conseguenza i suoi scritti erano infarciti di teoria e quindi monotoni. Volle riporta lo schema a cornice a esigenze moralistiche per via della controriforma. Tutta l’opera è caratterizzata da un senso della tragedia e da moralismi.
Pur tuttavia non esprimendo autori notevoli questo secolo sarà d’ispirazioni per autori del secolo successivo.
Il teatro comico e tragico.
Il teatro è una vocazione importantissima alla corte del principe anche perché molta della vita di corte era spettacolo, non mancavano però le feste in cui s’organizzassero veri e propri spettacoli recitati con fastose scenografie e per attori i cortigiani. A partire dal ‘400 compaiono le prime rappresentazioni tipo Plauto e Terenzio, in latino. I primi testi in volgare ad essere rappresentati sono favole mitologiche come l’Orfeo di Poliziano, che si rifaceva al modello della sacra rappresentazione d’origine popolare. Però i classicisti sentono la necessità d’un teatro volgare regolare, ricavato da canoni ripresi dagli antichi. La principale regola è la netta separazione tra tragedia e commedia, la prima è caratterizzata da personaggi di rango nobile, con azioni che si svolgono spesso in città, e da intrighi e drammi. La commedia invece usa personaggi e linguaggi bassi, triviali, che sono usati spesso nelle campagne. Le scene e la divisione dei due genere però sono sempre uguali, stesso fondale per tutta la durata della rappresentazione e divisione in cinque atti. Con la lettura d’Aristotele s’arriva alla regola dell’unità di tempo che poi porterà alla scenografia mobile. Le tre unità sono quella di spazio,tempo ed azione. Queste tre unità furono teorizzate da Castelvetro nella sua Poetica in maniera pedantesca e monotona.
La tragedia era un genere molto amato soprattutto perché Aristotele si sofferma molto su questa (l’opera aristotelica era anche in compiuta, e non era una schematizzazione dei vari generi ma si trova all’interno dell’etica nicomachea.) La prima tragedia importante è Sofonisba di Trissino che riprendeva il modello greco, con pure il coro, e introducendo l’endecasillabo che era il verso che più si accostasse ai modelli antichi.
La commedia invece siccome era più legata al popolo era un genere basso, fatto per divertire mentre la tragedia era fatta per insegnare la morale. Tuttavia ebbe molto più sviluppo rispetto alla tragedia.
La commedia voleva liberare i costumi e rispecchiava la società, tutta avvinta ad incasellare il proprio sapere, ma con la voglia comunque di divertirsi. Anche qui le trame son riprese dalla commedia latina, ma a volte anche da Boccaccio. Le trame sono intricate e questo schema era tipico di Plauto. Si facevano queste rappresentazioni più che per seguire la storia per le varie scene che si svolgevano, si viveva la commedia scena per scena e non nel suo insieme.
Il classicismo, anche se tendeva a regolarizzare tutto, non poneva dei canoni vincolanti ma lasciava abbastanza liberi di muoversi in quel determinato campo. In seguito per la commedia verrà abbandonato il verso per la prosa e ci sarà la caratterizzazione dei personaggi attraverso maschere e dialetti, che porterà alla commedia dell’arte. La commedia dell’arte era una congrega di attori professionisti nata a Venezia. Questi porteranno in giro la commedia per le varie parti d’Europa.
Fuori Dal Classicismo.
Una Letteratura Alternativa e I Poligrafi E Pietro Aretino.
Oltre al classicismo cortigiano si sviluppa una letteratura al di fuori d’essa. Con la stampa la sua diversificazione favorì lo sviluppo d’una grande varietà di generi. L’imposizione del classicismo ha di pari passo uno sviluppo della parodia del movimento, come ad esempio il Berni ed il Gelli. Anche la lingua classicista è in gran parte rifiutata e son proposte altre soluzioni, come l’utilizzo del dialetto, l’istinto letterario e la miscela tra più lingue.
La stampa permette che i libri in volgare superino grandemente quelli in latino e di conseguenza un maggiore sviluppo della cultura nei vari strati della società. Nascono i letterati di professione come Pietro Aretino che è il caso più conosciuto. Questi letterati sono chiamati poligrafi, poiché erano destinati a vivere di ciò che stampavano. Aretino fu il primo a capire l’importanza della stampa. La sua fu una vita molto travagliata e per questo girò molto per le varie corti. Il suo primo lavoro furono i sonetti lussuriosi e le pasquinate, quest’ultime gli procurarono non pochi nemici all’interno delle corti, che lui non amava particolarmente. Passo del tempo a Roma nei primi anni ma poi si trasferì a Venezia dove la stampa era particolarmente fiorente. Egli era un antibembista ed anticortigiano e di ciò ne fece la sua battaglia. Nelle sue opere tendeva a parodiare i maggiori successi dell’epoca ribaltandoli su un piano più triviale. Non lo so deve immaginare un letterato in grado di scrivere solo parodie, egli scrisse pure opere religiose, commedie ed epistolari. Aretino praticò una certa spontaneità nella lingua al contrario di quanto sosteneva il classicismo. Anche se a leggerlo ora si nota tutto il contrario di ciò che predicava, infatti la sua prosa è artificiale e prima di naturalezza.
Altro scrittore sulla falsa riga di Aretino è Doni che ebbe una vita travagliata quanto quella d’Aretino. La prosa di questo letterato è libera da specifiche restrittive, tuttavia è vivace e popolare.
Teofilo Folengo E La Macaronea.
La codifica dell’italiano e del latino portò quasi naturalmente alla sua parodia. La lingua pedantesca è subito presa di mira da Scroffa che la farcisce di latinismi in maniera scherzosa. In questo periodo pure s’inventò il latino maccheronico, inventato a Padova dagli studenti universitari.
Folengo è tra i primi a comporre opere in questo latino, che assomigliava più a quello medievale detestato dai classicisti. Scrisse opere di svariato genere come religiose, tuttavia la sua opera più famosa è la Macaronea. E’ un insieme di più opere che vanno dall’elegia alla commedia dall’epigramma al poema Baldus, che riprende la tradizione cavalleresca. La lingua di Folengo è per lo più un misto di dialetti settentrionali, con vocaboli latini. La sintassi di questa lingua però è quella tipica del latino classicista con l’esametro come metro. Nella sua opera mischia comicità a momenti seri ch’avvince il pubblico per il suo scrivere.
Ruzante e La Vita Di Cellini.
A Venezia oltre al bembismo rimangono attivi pure i dialetti, come si vede a Padova dove c’è una tradizione teatrale tipicamente dialettale. L’autore più famoso in questo campo fu Beolco detto Ruzante, per un personaggio che interpretava. Egli ebbe un’ottima formazione che lo portò ad essere segretario di patrizi veneziani. Fu autore prolifico e conoscitore attento di ciò che scriveva dal momento che ciò che scriveva lo conosceva bene, cioè la grossolanità dei contadini e la loro misera condizione. I suoi testi sono molto vari, vanno dalla frottola alla commedia regolare, ma tutti rigorosamente in dialetto. Le trame sono quasi sempre le stesse con contadini mossi dai bisogni naturali. Lo scritto di Ruzante spesso è così semplice da rendere partecipe il pubblico delle sventure del personaggio.
In questo secolo Cellini scrisse la sua autobiografia di suo stesso pugno, completamente al di fuori del classicismo. Egli fu abile orafo e scultore. In gioventù scrisse due trattati tecnici sull’oreficeria e la scultura. La sua vita fu travagliatissima come quella d’Aretino. La sua autobiografia è la prima in senso moderno. Il ritmo è incalzante, con estremo particolarismo son descritte le vicende. La lingua è in gran parte orale ed improvvisata, con una sintassi irregolare e con uno stile vivo e dinamico.

Esempio



  


  1. fiore

    mappa concettuale della metà del 500


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