Capitoli 14-17 dei Promessi Sposi

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Testo

PROMESSI SPOSI
Il riscatto degli umili passa anche attraverso il lavoro del romanziere, che studia le vicende dei singoli e scava nel passato: la storia con la S lascia quindi il posto a quella degli uomini comuni. Per il Manzoni, la storia è considerabile come una “tragedia”, la cui connotazione negativa è riscontrabile nella sofferenza e nella morte. L’attenzione dello scrittore si concentra sui casi individuali ed il suo pensiero e la concezione della storia è quella del credente, secondo cui gli eventi sono controllati dalla Provvidenza. Inoltre, il Manzoni indaga sia sul comportamento dell’autorità sia sull’atteggiamento del popolo e, per stabilire un rapporto di causa – effetto, mette in evidenza il cosiddetto “mistero della storia”, in base al quale la libertà dei singoli è pericolosa se non controllata e se favorita dalla latitanza del potere, che risulta perciò un elemento di forte destabilizzazione (chiaro, in questo caso, è il riferimento al governatore di Milano, Don Ponzalo, ed al suo delegato Ferrer). Questa pericolosità si ricollega inevitabilmente al concetto di “male”, che non è soltanto nel «certo» della storia – come afferma Forti nella sua scheda critica – ma anche nel «vero» dell’invenzione manzoniana: tale rapporto storia/invenzione può inoltre essere paragonato al rapporto vita vera/Provvidenza. Malgrado questa stretta connessione, è tuttavia necessario “dividere” i due elementi, al fine di analizzare separatamente e garantire un’analisi migliore e maggiormente approfondita. Innanzitutto, ritengo giusto esaminare la parte inventiva del romanzo, in modo tale da tratteggiare e delineare le caratteristiche dei personaggi che il Manzoni ha inserito nel contesto storico: da una parte i potenti, dall’altra gli umili. Risulta alquanto facile rintracciare nel testo espressioni e manifestazioni di superiorità ed arroganza: è sufficiente osservare la figura del Griso, definito come ministro di scelleratezze, o il personaggio di Azzecca-garbugli, campione di servilismo nei confronti di Don Rodrigo, il cui richiamo ci consente di spaziare sino alla figura di suo cugino, il conte Attilio, che è il rappresentante della nobiltà oziosa e libertina. Per descrivere la miserabile politica tipica di quel periodo, è opportuno ricordare il personaggio del notaio criminale, principale esponente dell’inutilità delle leggi, che trova nella “furbizia” la sua arma migliore. Il Manzoni afferma però che i furbi, quando sono angustiati ed agitati, cadono anche loro sotto questa legge comune, secondo cui i moti istintivi indeboliscono la furbizia, per il cui utilizzo è necessario sangue freddo, quello che manca al notaio durante il tentativo di arresto di Renzo. Impaurito dalla folla, divenuta nuovamente protagonista degli eventi, il notaio rinuncerà a svolgere il suo compito istituzionale .Questo passaggio ci consente quindi di ricollegarci alla “folla”, caratterizzata da individui divenuti ladri per un pezzo di pane, come dice Forti. Per il Manzoni, invece, la massa non sa capire i problemi, non ha coscienza politica ed agisce secondo i propri istintivi: trascinata da passioni opposte e da superstizioni, è quindi una facile preda da strumentalizzare. Però, Renzo si distingue nella moltitudine, che era come quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per l’azzurro del cielo, dopo una burrasca, in quanto “galantuomo”. A tale proposito si possono citare due episodi tratti dal romanzo. Nel primo, durante l’incontro con il notaio criminale, Renzo si definisce furbo, ma galantuomo, richiamando così l’attenzione sulla contraddizione fatale tra i due termini; in un secondo episodio (precisamente all’inizio del capitolo 16) si ritrova la seguente espressione: Scappa, scappa, galantuomo. In questo caso, come un gruppo di note cha dà inizio ad un tema musicale, l’esortazione della folla inaugura il tema del “movimento” che fa da sfondo ai capitoli 16 e 17. Questa volta il termine galantuomo è usato in senso proprio: per i cittadini Renzo è infatti un bravo figliolo angariato ingiustamente dalla polizia. In questi capitoli è inoltre presente l’immagine dell’Adda che, sebbene inizialmente definito come fiume da non trattarsi così in confidenza, è infine riconosciuto da Renzo come una buona voce. L’Ada è infatti il “suo” fiume poiché nasce fra i “suoi” monti ed egli pensa quindi a quella voce come familiare ed amica. Il linguaggio, derivato dal lessico contadino, evidenzia che anche se la situazione può far pensare ad una fiaba, nelle pagine non si avvertono le caratteristiche di tale genere letterario. Il “conforto” dettato dal fiume si ha infatti dopo che Renzo, grazie alla fiducia nel bene, che per lui è anche fiducia in Dio, sconfigge quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo: è stata proprio la sensazione di perdere il contatto con una realtà concretamente decifrabile che ha portato Renzo al rischio di cedimento. È questo il punto estremo del dramma del personaggio che rappresenta anche il punto di massima tensione di questa unità narrativa. Per concludere tale digressione sulla figura di Renzo, può risultare interessante sottolineare la sua lotta contro la parola scritta e, in generale, la cultura, nella quale egli vede uno strumento di oppressione: in particolare carta, penna e calamaio, nell’ottica del contadino che non sa scrivere e non può difendersi, sono ricordate come armi di sopruso (…gran cosa che tutti quelli che regolano il mondo, vogliono fare entrare per tutto carta, penna e calamaio…). Nello specifico, nella mente di Renzo si profila il ricordo della figura di Don Abbondio e del suo latinorum. All’aspetto puramente “inventivo” si contrappone il piano della realtà, nel quale risultano degne di nota l’osteria e la strada. Nel romanzo si incontrano infatti tre osterie: la seconda, quella della Luna Piena, è la più ampiamente e dettagliatamente descritta. Particolarmente interessante in essa è il rapporto fra interno ed esterno: l’osteria è infatti un luogo ambiguo. Da un lato è interno, uno spazio chiuso in cui si cerca rifugio e riposo dalle “lotte” compiute al di fuori dell’edificio; al contempo è però aperta al pubblico e quindi all’esterno, che è simbolicamente rappresentato dalla strada. Inoltre, mentre l’esterno costituisce luogo di lavoro o di rivolta al potere, l’interno è il sito dell’oralità libera che critica la serietà delle leggi. Per concludere, merita un’attenzione particolare la figura dell’oste. Malgrado miri solo ai propri interessi, egli non è privo di un’autocoscienza morale: infatti, ance se alla fine prevale la filosofia degli affari, i suoi monologhi sono sempre dialoghi con sé stesso in cui egli misura le proprie ragioni con quelle degli altri. Il monologo assume quindi la forma del contraddittorio che rivela un contrasto interno. A questo proposito, vorrei riportare una valutazione dell’autore su Renzo che dimostra che anche questo personaggio utilizza il linguaggio interiore per scavare dentro di sé e maturare nel corso dei suoi viaggi: Le abitudini temperate ed oneste recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena sé n’allontani, se ne risente subito; dimodochè se ne ricorda poi per un pezzo ed anche uno sproposito gli serve da scola.

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