Buddhismo

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Testo

Il Vajrayana in Tibet
I termini Vajrayana o Buddismo tantrico sono spesso usati imprecisamente per designare il Buddhismo Tibetano nel suo insieme. A rigor di termini, i tibetani e i mongoli sono buddisti mahayana molti dei quali, ma non tutti, osservano le pratiche del Vajrayana derivate da una speciale aggiunta riscontrabile solo nel canone buddista tibetano. D’altra parte, quella versione del canone contiene gli abituali vinaya (regole di condotta), i sutra (discorsi) e l’equivalente dell’abhidharma (dottrine superiori). Il ruolo svolto dai tanta nella vita spirituale tibetana è vario. I lama della setta Gelugpa (Berretto Giallo), sono tenuti a studiare per vent’anni i sutra e le discipline scolastiche prima di cominciare con i tanta; molti di loro non arrivano così lontano enon diventano mai adepti del tantrismo. All’estremo opposto ci sono i Nyingmapa (una delle sette del Berretto Rosso) che sono iniziati subito ai tanta e impiegano poco tempo per gli altri studi sacri. Tuttavia, si può dire che tutti i lama tibetani, e anche molti laici, seguono qualche tipo di pratica tantrica, abche se si tratta solo della visualizzazione che accompagna il mantra Om Mani Padme Hum.
Il buddismo fu introdotto in Tibet circa milleduecento anni fa in una forma che includeva il Vajrayana. I primi lama erano indiani e tibetani che avevano studiato nella grande università di Malanda, nell’India settentrionale, che allora aveva circa trentamila studenti. Questa forma di Buddismo è persistita in Tibet e nella vicina Mongolia fino a oggi, nonostante l’influenza piuttosto cinese che indiana su altri aspetti della loro cultura, perché le montagne e i deserti offrono un terreno adeguato alla coltivazione dei fiori del Vajrayana. La caratteristica più notevole di questi due paesi è la crudele inospitalità del loro suolo. Il Tibet è formato da altipiani – sferzati da venti gelidi – e da un succedersi di catene montagnose dove spaventose tempeste e temibili grandinate sembrano manifestazioni di demoni assetati di sangue. Gli estesi deserti della Mongolia sono disseminati di ossa biancheggianti e i suoi pascoli sono regioni desolate dove vagano i nomadi. I bambini cresciuti in queste spaventose e aride terre imparano presto che la vita è una battaglia contro una natura spietata. La gente vive in quei luoghi in stretta vicinanza con i disastri e la morte improvvisa. Minacciati costantemente dal pericolo, hanno sviluppato un ammirevole coraggio e sono facilmente portati all’allegria, ma non rifiutano di riconoscere l’amarezza inerente alla vita. La sete spirituale dell’uomo proviene da due case: i segni di uno stato di quiescenza di splendida luminosità, che è oltre le dense nebbie e le tenebrose nubi del flusso cosmico; e un ardente desiderio di fuggire da un’esistenza composta di gioie fugaci mescolate a fastidi e sofferenze inevitabili. Gli abitanti di questi luoghi inospitali sono posti di fronte a entrambe. Hanno, degli splendori e dei terrori contrastanti dell’universo, una conoscenza più intensa che gli abitanti delle città, chiusi fra mura e che conducono una vita di comoda ad agiatezza; e, specialmente in Tibet, i segni di una gloria che pervade tutto sono quasi di frequenza quotidiana, come quando il dio sole danza sui pinnacoli di neve; o quando il viaggiatore, dopo essersi aperto faticosamente la sua strada attraverso tormente ululanti, fra rocce scoscese e caverne echeggianti, valica i passi dai quali contempla un lago luccicante di turchese e di smeraldo fra le rocce splendenti delle valli assolate.
Così, in Tibet, si realizzano tutte le condizioni per un rude dispiegarsi di violenti contrasti fra le forze del bene e del male le quali altrove, benché sempre attive, sono meno visibili. Il vivido simbolismo del Vajrayana rappresenta meravigliosamente l’interazione delle forze contrastanti. Gli estranei che si trovano per la prima volta in un ambiente tibetano possono essere inclini a dubitare della grandezza di una religione nella quali i riti e i simboli giocano un ruolo così grande.
I simboli sono spesso di grande bellezza, specialmente le tanka (dipinti religiosi). Gli artisti hanno molta cura, ricavando i loro colori da sostanze minerali e dipingendo con infinita abilità e pazienza. Oltre a queste, i molti oggetti rituali e alcuni articoli personali casalinghi sono modellati con un senso artistico squisito. Molte figure di “divinità” e altri simboli sono reminiscenze della religione Hindu e del Bon tibetano, perché nei tempi antichi i buddisti adoperarono le forme esterne delle fedi locali per rendere più facile il passaggio ai concetti buddisti. Il fatto di adoperare gli elementi esterni per adattarsi alle esigenze locali non implica alcun allontanamento dai principi buddisti.
Per uno studio approfondito del Buddhismo tibetano, è importante avere una certa conoscenza dei differenti ?lignaggi? dei lama, o delle sette; qui sarà sufficiente farne un breve accenno tanto più che le differenze fra le sette non sono dottrinali ma piuttosto questione dell’ importanza che ognuna riserva a certi aspetti dell’insegnamento del Vajrayana. Delle quattro sette principali,tre sono raggruppate come Berretti Rossi; la quarta e più diffusa è soprannominata la setta del Berretto Giallo.
Un raro fenomeno peculiare del Tibet e della Mongolia è la prevalenza dei Tulku – le incarnazioni riconosciute di illustri defunti. Altrove persino i buddisti lo considerano un fatto strano; tutti accettano la reincarnazione come scontata, ma che un bambino possa essere riconosciuto coma la reincarnazione di una determinata persona è per loro discutibile. I tibetani sostengono che un lama molto avanti nel sentiero sia in grado di scegliere le circostanze della sua prossima incarnazione e indicare, prima della sua morte il luogo dove avverrà la sua rinascita – indicazione non molto accurata ma sufficientemente precisa da consentire ai suoi colleghi di scoprire la sua nuova incarnazione verso l’età di quattro o cinque anni. Prima che la nuova incarnazione sia accettata e investita dei titoli e delle funzioni del defunto lama, deve superare molte prove. Se egli viene riconosciuto pubblicamente verrà condotto al suo proprio monastero dove rimarrà sotto la cura dei tutori finchè avrà raggiunto l’età per assolvere di nuovo ai suoi compiti. Il Dalai Lama e Panchen Lama sono i più famosi degli oltre trecento Tulku.

La situazione del Tibet
La storia del Tibet è indissolubilmente legata alla religione Buddista praticata dal suo popolo. La diffusione del Buddhismo Mahayana, disciplina che provenne dall’India verso il VI secolo d.C., fu alla base del mite e sano sviluppo, abitualmente consapevole e non violento, del suo popolo. La seguitissima regola religiosa indicò chiaramente ed esaustivamente i comportamenti da adottare e le azioni da evitare. La comprensione profonda di questi onorevoli precetti costituì un popolo profondamente rispettoso della natura e del proprio prossimo, si pensi che ogni tibetano avrebbe decisamente rifiutato persino di uccidere un piccolo insetto.
Nel Tibet sorgevano monasteri grandi come città che rappresentavano i maggiori centri di cultura ed istruzione. In queste Università monastiche fiorì la cultura tibetana, figlia difatti del grande corpo Dharma. Nei monasteri i discepoli memorizzavano gli insegnamenti che venivano poi dibattuti anche per venti anni prima di poter affrontare gli esami finali di Ghesce o il Dottorato di Scienze Divine. Nelle grotte e nelle capanne situate nei luoghi più impervi del Tibet, assistiti da pochi discepoli, i gomchen (eremiti) si ritiravano a meditare in ambienti assolutamente puri ed armoniosi. I religiosi più importanti erano tuttavia i tulku (lama reincarnati), ritenuti in grado di scegliere il momento più propizio ed il luogo della loro rinascita per favorire il bene dell’umanità. La dottrina tibetana ha sempre posto l’accento sulla transitorietà di tutti gli eventi e sull’importanza che ogni “impronta karmica” rappresenta nell’esistenza. Questi aspetti della cultura hanno contribuito profondamente nella individuale elevazione dello Spirito, suscitando in ogni tibetano quei naturali atteggiamenti di tolleranza, peraltro molto noti, incentrati fondamentalmente sul rispetto e sull’amore per ogni diversa forma di vita.
Questa è la situazione che trovò la Cina, quando si accinse ad invadere il Tibet nel 1949, iniziando una delle più spietate forme di sistematica violazione dei diritti umani che il nostro secoli ricordi.
Situazione politica
Il Tibet, una nazione indipendente con una storia che risale al 127 a.C., è stato invaso 46 anni fa, nel 1950, dalla Repubblica Popolare Cinese.
L'invasione e l'occupazione del Tibet è stata un atto di aggressione e una chiara violazione delle leggi internazionali. Oggi il Tibet è oppresso da una occupazione cinese, illegale e repressiva.
Sua Santità il Dalai Lama, capo di stato e guida spirituale del Tibet, un fermo apostolo della non-violenza, ha tentato per otto anni di coesistere pacificamente con i cinesi, ma la sistematica conquista del territorio del Tibet e del suo popolo da parte della Cina ha provocato ripetuti atti di repressione. Il 10 marzo del 1959, la resistenza tibetana è culminata in una insurrezione nazionale contro i cinesi. L'esercito di Liberazione (sic!) Cinese ha schiacciato l'insurrezione, uccidendo in quella data più di 87.000 tibetani, nel solo Tibet centrale.
Sua Santità il Dalai Lama, i membri del suo governo e circa 80.000 tibetani sono fuggiti dal Tibet e hanno cercato asilo politico in India, in Nepal e in Bhutan.
Oggi vi sono piu di 120.000 tibetani in esilio, inclusi oltre 5.000 che vivono al di fuori del subcontinente indiano.
Per sfuggire alle persecuzioni cinesi, dal Tibet continuano ad arrivare moltissimi rifugiati tibetani.
Le Nazioni Unite hanno approvato tre risoluzioni sul Tibet, nel 1959, nel 1961 nel 1965, che hanno espresso seria preoccupazione per la violazione dei diritti umani e che hanno invocato: «la cessazione di pratiche che privano il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e libertà, incluso il proprio diritto all'auto-determinazione».

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