Contatto fra culture diverse nel passato

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Testo

Come mondi lontani abbiano influenzato l’arte e la filosofia nella Grecia antica e nella società moderna
Cecilia Bonavita
IIIE
Premessa
In questo percorso ho tentato di individuare gli influssi più evidenti di culture lontanissime nella storia della nostra, esaminando inizialmente il periodo ellenistico come primo esempio di cosmopolitismo e contatti profondi fra civiltà diversissime; giungendo infine all’analisi della società moderna. Il mio iter però non ha come intento solamente cogliere tali influssi, ma vorrei dimostrare come il processo di formazione della nostra cultura sia basato su un sistema aperto di scambi e collaborazioni con altre; al contrario una cultura che rimarrà chiusa in se stessa e non riceverà alcun genere di stimolo sarà destinata al deterioramento.
“Quel che porta l’età di mezzo, è evidentemente quel che è alla fine, e quel che era all’inizio”(Goethe).
Il concetto di diversificazione e confluenza culturale è quello da cui mi sembra dover partire e a cui tornare per poter cogliere con un paradigma univoco, anche se parziale, l’oggetto della relazione.
I figli di Lucy, così battezzata dai paleontologi la prima donna, sono partiti dalle savane africane per abitare il mondo intero.
I fratelli si sono allontanati sempre di più gli uni degli altri, emancipandosi e trasformandosi. Per millenni si sono ignorati, poi incontrati o scontrati, riallontanati, portando tuttavia con sé i germi originari comuni, umani, da cui sarebbero fiorite le diverse culture e civiltà.
Sono proprio questi germi originari che, riscoperti ci possono fare comprendere come nel profondo siamo razza umana secondo una nota definizione di A. Einstein.
Le origini del pensiero: interrogativi e risposte
Quello di “Rubicone cerebrale” è un concetto artificioso che rappresenta la soglia presunta dell’ominazione cioè del processo evolutivo che ha portato all’omo sapiens s.
Tale processo è stato graduale in realtà, e quale che ne sia stato il percorso, uomini come noi sono apparsi ad un certo punto sulla terra e dotati di uno strumento formidabile:un cervello evoluto. Gli archeologi si soffermano, enfatizzando nei loro studi i prodotti tecnologici di tale strumento, vale a dire manufatti, armi, ma anche testimonianze giunte a noi quali sepolture, simulacri a significato magico, religioso, propiziatorio.
Lo strumento cerebrale ha consentito il linguaggio, quindi comunicazione, apprendimento a livelli estremamente complessi, elaborazione di concetti, idee, strategie di sopravvivenza sempre più efficaci che hanno portato a dominare la terra. Nel contempo, tutto ciò, ha generato nell’uomo l’interrogativo, il dubbio, l’ansia del divenire: da dove veniamo, chi siamo qual è il nostro destino? Neuman allievo di Jung osserva” quando la nostra coscienza, con la sua rassegnazione gnoseologica, si sforza di presentare la questione dell’inizio non risolvibile e quindi non scientifica, forse ha ragione, ma la psiche non si lascia ammaestrare né portare fuori strada dall’autocritica della coscienza, continua sempre a ripresentare questa domanda come una domanda per lei essenziale”(storia delle origini della coscienza).
Presso qualsiasi cultura di ogni tempo, dalle più remote ai giorni nostri, riti, miti, magie, religioni, filosofie hanno cercato risposte.
Anche l’arte, nelle sue diverse forme, ha cercato di rappresentare le istanze più profonde delle paure e delle speranze dell’uomo.
E’ sorprendente come, al di là di apparenti abissi fra le diverse culture, sia possibile cogliere inequivocabili concordanze che dal più lontano passato sono ancora presenti in noi, esseri evoluti, moderni, scientifici.
Simbolismo arcaico
Uno degli aspetti simbolici degli inizi è il cerchio, la sfera, l’uovo cosmico, il rotondo; in Platone”perciò [l’ artefice] lo arrotolò a mo’ di sfera, che è di tutte le figure la più perfetta e la più simile a se stessa… Senza principio, senza fine, chiuso in se stesso, la rotondità del cerchio non conosce alcun prima o dopo. Questo simbolo è anche T’Hai chi cinese che contiene in sé nella sua forma rotonda nero e bianco, giorno e notte, femminile e maschile. Lautzu dice: “prima della formazione del cielo e della terra c’era qualcosa in stato di fusione: essa circola in materiale […] ovunque non muta” e nella genesi leggiamo: “ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2). Quindi tenebre e luce, cielo e terra maschio e femmina sono gli opposti che convivono nell’immaginario di culture così lontane fra loro, ancora: “all’inizio esisteva il purusha (uomo cosmico primordiale) […] egli non vide altro che se stesso…la sua estensione era tale quanto un uomo ed una donna abbracciati. Li divise in due esseri: lo sposo e la sposa”, questo nella mitologia indù. In questo caso l’idea è del grande ermafrodita cosmico che racchiude in sé la perfetta armonia dei contrari. Ancora in Platone: “E cosi fece un cielo circolare…unico, solitario…e di nessun altro bisognoso…e amante di se stesso”. Il simbolo antichissimo che più sintetizza questi germi dei primordi della cultura umana è l’ouroboros, il drago degli inizi che si morde la coda, cerchio quindi chiuso di cui si è detto “draco interfecit se ipsum, maritat se ipsum, impregnat se ipsum”. La rappresentazione più antica dell’ouroboros è su un vaso scoperto a Nippur in Mesopotamia; quale serpente celeste lo ritroviamo a Babilonia e nelle culture precolombiane. Macrobio ne attribuisce l’origine ai fenici, lo troviamo nell’apocalisse di Giovanni, ma anche nella Roma sincretistica e nelle pitture di sabbia degli indiani Navajo, nei testi degli alchimistie come amuleto tra gli zingari. Esso è l’archetipo del eeeeeeeeeee dice di se stesso: io sono l’alfa e l’omega. Nella teologia egizia leggiamo “ Atum si manifestò in un atto olanistico a Eliopoli…e generò i due fratelli S’u e Tefnut. Quindi anche Atum “premiat se ipsum”. Gli esempi di autofecondazione sono numerosissimi presso le più remote culture. Il simbolismo sessuale viene concepito in modo sacrale, nel culto nel rituale e nelle immagini. Si tratta delle rappresentazioni dell’elemento creativo. L’ebraismo e poi il cristianesimo nel loro impegno per l’affermazione del monoteismo attraverso una desacralizzazione dei valori pagani, hanno portato ad un superamento di tali antichi simboli sessuali cultuali ritenuti osceni. Questo superamento ha sviluppato oltre il monoteismo anche una coscienza etica. E’ pertanto evidente come elementi culturali simili interagendo e integrandosi portano a qualcosa di diverso e più evoluto. L’idea originaria del dio primitivo che feconda se stesso permane, ma presenta altre varianti in Egitto e in india ma in una visione più spiritualizzata: “ ed esso [il cuore] fa che esca ogni conoscenza. E’ la lingua che ripete quel che ha pensato il cuore…cosi vennero creati tutti gli dei… venne in esistenza ogni parola divina per mezzo di quel che il cuore aveva pensato e che la lingua aveva ordinato”. E ancora: “Ptah ha stabilito la vita a tutti gli dei ed al loro Ka con questo cuore con questa lingua”. Vediamo anche in questo caso come nell’india e nell’antico Egitto ritroviamo immagini comuni. Nei geroglifici egizi pensiero viene scritto con l’idiogramma cuore e parola con quello di lingua. Più tardi ritroveremo il verbo che si fa carne, nelle scritture bibliche, ma lo stesso “verbo creativo” lo ritroviamo nel concetto di logos, termine che secondo Neuman non ha mai rotto completamente con l’immagine dell’automanifestazione della divinità. La parola origina quindi dove ha sede il pensiero, il logos, lo thumòs.
Omero è esplicito in questo senso. Il pensare si definisce come parlare e la sede del pensiero sono le frenesferroneamente intese come diaframmi. Questa concezione omerica la ritroviamo presso le popolazioni della nuova Guinea in cui pensare significa parlare nel ventre, la mente “nanola” ha sede nelle vie respiratorie. Quindi laddove origina la parola, ha sede il pensiero. Le frenes quindi in omero hanno un significato molto concreto e diverso da quello di diaframmi che assumerà in epoche successive. Le frenes sono i polmoni come emerge da approfonditi studi filologici (Onians). Esse sono la sede dello thumos termine che in omero ha significato molto vasto, quello che noi intendiamo come psiche in senso globale, quindi coscienza, ragionevolezza, senno, sentimenti, bontà d’animo.
Lo thumos origina dal sangue.
Il sangue versato nei sacrifici o nelle battaglie cruente emette vapore che in seguito diventerà humus, fumus.
Nel cuore quindi si produce lo thumos.Quando ci emozioniamo lo thumos sobbalza nel petto; Ettore colpito al torace, da un masso scagliato da Aiace, perde coscienza perchè lo thumos esce dalle sue labbra. Ma anche in Dante troviamo: ” allo fu la paura un poco queta\ che nel lago del cor m’era durata\ la notte ch’i passai con tanta pieta” il lago del cor sede delle emozioni.
Lo thumos fluisce nei polmoni,le “lanose frenes”( Omero allude al groviglio delle condutture aeree), o”scure frenes”. L’uomo di senno ha “asciutte frenes”; le frenes di colui che eccede nel bere sono umide in eccesso, sconvolte dal vino quindi anche pensiero e parola sono sconvolti.
Ancora nella medicina medioevale si attribuiva l’umore melanconico al fatto di vivere in climi nebbiosi eccessivamente umidi.
Per completare il quadro molto parziale, di queste concordanze archetipiche vi è un’altra qualità, esclusivamente umana che è la psiche.
Per Omero è lo spirito, l’anima immortale, ma anche il Principio Creatore.
Tale significato del termine lo ritroveremo fino al XV sec. dell’era moderna.
La psiche intesa come anima- respiro, dal verbo psucop-soffiare-. Non si identifica con thumos, non ha a che fare con la coscienza , con il senno. Essa ha sede nel cranio e rappresenta il veicolo stesso della vita, ciò che permane e non muore; non si limita a permanere nell’individuo ma si sprigiona e dà luogo ad una nuova esistenza.
Ancora una volta si può fare riferimento alla concezione sacrale che gli antichi avevano delle parti del corpo ed alla conoscenza diretta di queste.
Il tessuto cerebrale, il midollo spinale, il midollo osseo, il grasso splancnico, il liquido sinoviale, la linfa ed infine il liquido seminale, erano un tutt’uno che attraverso diversi gradi di consistenza emanavano la vita, da qui il significato sacrale del padre che ponendo sulle ginocchia il figlio lo riconosceva come propria emanazione.
Le ginocchia sono grosse articolazioni contenenti il liquido sinoviale.
Onians nelle ”alle origini del pensiero europeo” si dilunga sulle radice -gn che ritroviamo in gonos, gignomai, genos e poi in genus- genua- genitalis.
Genuinus è il figlio riconosciuto.
Per implorare pietà, appellandosi agli avi ed alla discendenza, lo sconfitto in battaglia cinge le ginocchia del vincitore con un braccio e protende l’altra mano alla mandibola contenente un canale: due tubercoli ossei, presso il mento, sono dette ancora oggi spine geniere.
Euripide chiama le ginocchiaEgonimamelea ovvero membra della generazione. Assiri e Babilonesi, la cui lingua non presenta alcuna relazione con quella Greca o Latina, con il termine birku intendono sia ginocchio che l’organo maschile della generazione.
Esiodo osserva che nel pieno dell’estate le donne sono più disponibili, gli uomini debolissimi perché Sirio prosciuga testa e ginocchia.
Così anche Alceo cita testa e ginocchia in analoghe circostanze.
Del resto Athena nasce dalla testa di Zeus e Dioniso dalla sua coscia.
Il femore è il più grande osso del corpo ed il nome latino di coscia è femur/ femuris o femen/feminis e dovrebbe significare “ ciò che genera” da cui femina, fetus, fecundus stando alla radice -fe. Nascite dalla testa, dalla coscia del padre sono numerosissime in tutte le mitologia dall’ India alla Cina. In un antico poema francese, Sant’ Anna, madre della vergine, sarebbe nata direttamente dalla coscia del padre Famuele. Un ultimo riferimento significativo riguarda le antiche concezioni ebraiche. Eva è tratta dalla costola di Adamo, Eva la prima donna e Adamo il primo uomo. Ma Adam in ebraico significa Umanità, tutta l’umanità, quindi comprensiva di maschile e femminile; la parola TzeLa tradotta come costola, significa in realtà involucro, ma anche ombra. Dall’ involucro/ombra simbolicamente costola dell’umanità emerge aISH le cui radici sono I che è l’ immagine del desiderare e del volere, SH è l’immagine del cerchio della conoscenza; quindi il termine più attuale riferibile ad aISH è IO, ciò che in noi desidera, ciò che in noi conosce. Il femminile di aISH è aISaHa, che i ebraico corrente significa moglie, ma in questo caso l’aspetto femminile dell’ io, cioè l’anima.
All’alba della grecità
Il rotondo, quindi, come uovo cosmico, ouroboros; lo thumos come coscienza di sé, pensiero, cuore/lingua, nanola; la psiche come anima/respiro; sono archetipi che accompagnano l’umanità fin da quando i primi uomini hanno mosso i loro passi dalle savane africane. Testimonianze cultuali che risalgono addirittura al paleolitico sono lì, a richiamarci a noi stessi, alle radici più profonde dell’essere umano. Gli studiosi del profondo hanno ampiamente messo in evidenza come gli stadi di sviluppo dell’ io ripercorrono gli stessi stadi della storia dell’ umanità: “l’inizio può essere colto in due punti: all’interno dell’ umanità come origine della storia dell’umanità e all’interno del singolo come origine dell’infanzia” (Neuman). È suggestivo come nei disegni dei bambini o degli psicologi si possono rintracciare simbolismi “primitivi” e non appresi. Tanti altri miti sono emersi via via nel corso dello sviluppo della coscienza egoica dell’umanità: il mito della grande madre, dell’eroe, dell’uccisione della madre, del padre, quello di Osiride. La tragedia greca è fonte inesauribile di conoscenza del nostro passato, ma anche del presente del nostro profondo. La nascita della filosofia greca non è una nascita senza genitori e cosi la nascita dell’arte greca e della sua cultura. Essa è stata vista come l’inizio di un giorno luminoso per l’umanità, preceduto da un albeggiare discreto in cui vale la pena scrutare per capire noi stessi. “di fronte alle civiltà d’oriente il genio ellenico esprime la vocazione alla luce, alla razionalità, al logos” (Faggin). Un sedimento tuttavia arcaico sopravvive in questo genio e si esprime nelle tradizioni, nei riti, nella tragedia. Talete, Anassimandro e Anassimene non ne sono esenti. Per Talete l’acqua è l’elemento originario della vita. Secondo Aristotele, Talete giunge a questa concezione osservando che gli oggetti sono sorretti dall’acqua, che gli elementi vitali sono umidi. Tuttavia non si può trascurare il fatto che già nelle concezioni assiro-egizie troviamo il “nun”, acqua primordiale; Omero parla gia di oceano come padre della generazione. Il culto dei fiumi è vivissimo e presenta aspetti che ci richiamano alle più antiche concezioni.
Oceano a forma di serpente e circonda la terra,oceano è la psiche delle origini connesso al liquido della procreazione .
Anche nel corpo l’elemento procreativo, la psiche, si manifesta in forma di serpente:il midollo spinale con le sue sinuosità.
Pertanto si può ipotizzare che suggestioni mitiche tradizionali, non possono non aver esercitato una certa influenza su questi primi pensatori.
Così nell’Apeiron di Anassimandro si può ravvisare l’elemento che contiene tutti i contrari:secco umido caldo freddo maschile femminile, il senza inizio e senza fine che dall’interno si separa e genera sé stesso. L’aer o neuma di Anassimene lo ritroviamo nel concetto di psiche, che viene emanato dal fluido, lo stesso vento solare che genera (per gli Egizi)
Tuttavia la novità dei primi pensatori greci, è che pur partendo dal mito, da esso si emancipano.
Se il mito è espressione dell’inconscio dell’umanità, l’emanciparsi da esso è un entrare nel conscio nell’aspirazione al logos, al dialegestai cioè al saper pensare.
Espansione politica-culturale della Grecia: le colonie
In questa prima parte dell’elaborato, ho cercato di raccogliere, da diverse fonti, aspetti concordanti delle origini di civiltà così diverse e lontane.
Il mondo ellenico, nello specifico, ha visto la luce dopo una lunga gestazione e filosofi, artisti, pensatori ne sono stati i prodotti e nel contempo gli artefici.
La storia dell’uomo, è si la storia delle sue credenze, paure, dilemmi, ma è anche la storia delle sue migrazioni, di viaggi, esplorazioni e guerre.
I Greci sono stati un popolo molto mobile già in epoca preistorica.
Nel primo neolitico, gli uomini del continente erano esperti navigatori in grado di visitare regolarmente l’isola di Melo per procurarsi l’ossidiana.
La Grecia storica, non è solo un espressione geografica, ma anche le sue colonie sparse nel Mediterraneo. I Greci assorbono da diverse culture conoscenze e nozioni, ma restano sempre sé stessi legati alla Polis di origine,città stato facenti parte di un tutto ellenico.
Saggezza straniera
Il saggio di Arnaldo Momigliano “saggezza straniera”tratta il tema dei “ Greci e loro vicini” come intitola il cap. 1. A questo proposito l’autore mette in evidenza un aspetto interessante che egli stesso definisce paradossale;” colonie greche avevano prosperato per secoli in Italia, non lontano da Roma, Massaia aveva avuto contatti diretti con i Celti dal v. sec, a.C.,gli ebrei vivevano in una regione nella quale spesso erano acquartierati mercenari greci.” Eppure, osserva l’autore, i Greci scoprirono Romani, Celti, Ebrei ed anche Iranici solo dopo Alessandro il Grande.
Inoltre il Momigliano aggiunge “pertanto l’età ellenistica vide un avvenimento culturale di primordine:il confronto fra Greci e queste quattro civiltà”.
Se dunque i Greci, già da tempo, avevano contatti con queste popolazioni, perché dunque le “scoprirono” e si “confrontarono” con esse solo dopo Alessandro il Grande?
Arnaldo Momigliano affronta questo primo quesito, introducendo una grande protagonista;la lingua.
Scrive infatti:”il mondo mediterraneo aveva trovato una lingua comune, quindi una letteratura impareggiabilmente aperta ad ogni sorta di problemi, dibattiti, sentimenti.”
Tutto questo grazie all’avventura di Alessandro il Grande.
Il confronto con gli ebrei, che pur preservarono la loro identità culturale e religiosa, portò a quell’integrazione di valori Greci ed Ebraici che raggiunse la sua espressione nel cristianesimo.
“I Romani crearono fra sé stessi e i Greci un rapporto particolare” scrive sempre il Momigliano .
Se da un lato i Romani conservarono una profonda coscienza della propria identità, dall’altro furono attratti dal sapere greco che fecero proprio assimilandone convenzioni letterarie, forme artistiche,idee filosofiche, costumi sociali, divinità.
Sempre il Momigliano osserva come ciò fosse stato possibile grazie al fatto che:” i Romani avevano fatto della loro lingua uno strumento culturale che poteva rivaleggiare con quella dei Greci, ed era in grado di rendere, con notevole precisione, il pensiero di questi ultimi”.
Aggiunge ancora:” a partire dal III sec. a.C. era esistito un ellenismo latino, e non fu mai identico a quello Greco, e tuttavia mai separabile da esso”.
Nei due secoli successivi, i Romani divennero padroni del mondo di lingua Greca, e fra ellenismo latino e greco non vi fu più nessuna barriera politica.
Momigliano sottolinea che “ la rivoluzione Cristiana li coinvolse entrambi.
Massaia, sorgeva su un territorio dei Segobrigi, nome celtico dei Liguri.
Aristotele riferisce che un nobile Foceo,ospite del re dei Segobrigi, durante un banchetto, fu scelto come sposo dalla figlia del re, indotta a scegliere fra i presenti; dono di nozze fu il territorio su cui nacque Massaia.
I Massalioti comunque, mantennero sempre una forte identità Greca e aristocratica, mai intrapresero un’attività esplorativa all’interno della Gallia, rivolgendosi invece al mare.
Momigliano scrive: ”prima che i Romani apparissero sulla scena, i Greci sapevano poco dei Celti”. Solo nel tardo III sec. a.C. Sozione, storico della filosofia, dedica un’opera alla cultura dei Druidi, Antistene di Rodi (2oo a.C.) scrive un trattato sulla magia druidica successivamente attribuito ad Aristotele. Principalmente i Greci erano interessati alla cultura di magi, rabbini, sacerdoti egizi.
Tuttavia quando iniziò l’espansione romana nei territori celtici, a beneficio di essi i Greci fecero qual che mai avevano fatto per le proprie colonie. La scienza geografica era monopolio dei Greci, ed essi si impegnarono a descrivere il mondo celtico di Spagna e Gallia, ad uso dell’espansione romana; tecnici greci aggiornavano sistematicamente le mappe dei territori occupati: Polibio, Eratostene il Giovane, Callistene il Giovane, Artemidoro di Efeso e Posidonio di Rodi sono i nomi legati alla conoscenza del mondo Celtico.
Su un altro fronte, l’Ellenismo si rivolse alla scoperta del Giudaismo.
Fino ad Alessandro Ebrei e Greci si ignorarono quasi.
In verità contatti fra i due popoli ve ne furono fi dai tempi biblici: mercenari greci, ad esempio, operarono al servizio di Davide Momigliano:”prima di Alessandro, gli Ebrei sapevano sui Greci qualcosa di più di quanto questi ultimi sapessero di loro. Dopo tutto qualche Greco commerciava in Palestina, ma nessun Ebreo commerciava in Grecia”.
Questa mancanza di interrelazione, l’Autore l’attribuisce al fatto che i due popoli non possedevano una lingua in comune.
I Greci erano monoglotti, gli Ebrei bilingui, tuttavia la seconda lingua di questi ultimi, l’aramaico, permetteva loro contatti con Persiani, Babilonesi ed Egiziani piuttosto che con i Greci.
E infine “ Greci ed Ebrei si trovarono soggetti ad Alessandro Magno, un Macedone che parlava greco e si considerava l’erede dei re Persiani”sottolinea Momigliano
Ci furono imponenti migrazioni di Greci e Macedoni, sia spontanee che imposte da Alessandro, in Palestina, e lungo la costa mediterranea, presso il lago di Tiberiade fiorirono numerosi insediamenti greci,che promossero l’ellenizzazione di quelle aree.
I rapporti fra Greci ed Iranici,sono ampiamente documentati da fatti storici, sotto il profilo di rapporti commerciali, politici, bellici.
Momigliano osserva”i Greci furono spesso coinvolti, praticamente ad ogni livello,nel processo espansionistico dello stato Persiano”.
Ciro il Grande., fece dono di diverse città dell’Asia minore,al suo amico Pitarco di Cizico,a quanto riferisce lo storico Agatocle di Cizico.
Reparti Greci parteciparono, al fianco dei Persiani, a spedizioni contro gli Sciiti, imprenditori greci, architetti, scalpellini, lavorarono alla costruzione di palazzi a Asargade, Susa, Persepoli.
Tuttavia è ampiamente dibattuto il problema dell’epoca dei primi rapporti fra greci e iranici.
Un solo esempio: Omero, che pur parla della Tebe Egizia, della Fenicia, non può passare sotto silenzio Babilonia, Ninive, Ectabana, a meno di non conoscere l’esistenza di città così floride e potenti. Studi filologici cercano chiarimenti nell’analisi di radici comuni di vocaboli Persiani e Greci Momigliano dice”resta tuttavia la possibilità che il pensiero religioso persiano abbia influenzato le origini del pensiero filosofico greco proprio in questo periodo fra il 550 e 500 aC, in cui nessuno in Grecia metteva in discussione la nuova dominazione”.
Comunque stiano le cose, Greci, Ebrei, Iranici si trovarono unificati “da un macedone che parlava greco e si considerava l’erede dei re persiani” tanto per citare ancora Momigliano, ed Alessandria era il fulcro di questo nuovo mondo.
I Greci peraltro,avevano rapporti “in proprio” con l’occidente Romano e Celtico.
Il mondo ellenistico-alessandrino
Le imprese di Alessandro il Grande, ebbero come conseguenza una radicale trasformazione del mondo antico.
Ingenti masse di uomini si spostarono dalla Grecia in Egitto, Asia Minore: dapprima soldati che si fermarono nelle terre di conquista, poi uomini politici, avventurieri, artigiani, commercianti.
Tutto ciò, fattore non trascurabile economicamente,allentò la pressione demografica in Grecia,favorendo altresì lo sviluppo del commercio e delle arti.
Sul risvolto politico,osserva L. Geymonat “e sembra persino che si possa placare, all’interno delle più nuove formazioni politiche,il conflitto fra democratici ed oligarchi che si era venuto esasperando sempre più nelle poleis; in seguito però, un grosso tracollo si abbatté sulla Grecia, che non poté resistere alla concorrenza economica degli altri stati ellenistici:le grandi vie di comunicazione si spostarono verso sud e verso est…”.
Fiorirono invece le città dell’Asia Minore quali Pergamo e Rodi, e sorse una nuova metropoli: Alessandria.
Quadro politico generale
In questo contesto, il pensiero Greco,subisce un radicale cambiamento di indirizzo.
I nuovi grandi stati,potentemente burocratizzati, escludono ogni intervento politico attivo dei cittadini,rifiutano i consigli dei filosofi, tutto ciò che aveva costituito il nucleo del concetto di poleis. Decadono quindi l’eloquenza politica, i dibattiti sul buon governo.
La commedia a sfondo politico-sociale non ha più ragione d’essere.
La storiografia si riduce a genere retorico e a lavoro di erudizione.
La commedia nuova porta sulla scena la quotidianità: passioni, intrighi, ritratti psicologici, debolezze umane.
Al di fuori del teatro, prospera la produzione di novelle,di romanzi, di viaggi avventurosi di amore.
I poeti maggiori ,Callimaco, Apollonio Rodio, Nicandro, non si rivolgono più al popolo ma alla cerchia dei dotti.
“Le loro opere si arricchiscono di raffinate preziosità scientifiche e mitologiche” scrive Geymonat, rivolte solo a chi può comprendere.
La civiltà ellenistica è la civiltà degli specialisti.
Alla morte di Alessandro, Tolomeo Soter si impadronì dell’Egitto, ed Alessandria divenne la capitale del nuovo regno egiziano dei Tolomei.
Tolomeo I e i suoi successori, promossero ogni sorta di attività culturale, richiamando ad Alessandria filosofi, artisti, scienziati in gran parte Greci.
Demetrio di Falerno, Ateniese,invitò ad Alessandria Stratone Di Lampasco quale educatore dell’erede al trono.
Anche la biblioteca del liceo venne in gran parte trasferita ad Alessandria.
L’idea della biblioteca e del Liceo,permise a Demetrio di trattenere ad Alessandria i cervelli dell’epoca.
Il museo, inaugurato sotto Tolomeo II, fu dotato di sale di lettura, sale anatomiche, un osservatorio astronomico,un giardino zoologico ed un orto botanico.
La biblioteca conteneva oltre 500.000 volumi.
Alla figura del filosofo si sostituisce quella del dotto.
I filosofi si dedicano al riordino delle opere, allo studio, all’interpretazione.
In particolare fiorirono gli studi Aristotelici che portarono alla elaborazione del corpus aristotelicum i cui criteri di riordino delle opere, la denominazione delle parti anatomiche e i testi sono giunti fino a noi pressoché immutati.
La filosofia
La filosofia nel periodo ellenistico, come disciplina a sé, continuò ad esistere,acquistando nuovi compiti e se Alessandria è il polo scientifico specialistico del mondo ellenico, Atene diviene quello filosofico speculativo.
Ad Atene, fioriscono quindi le scuole degli scettici, degli epicurei, degli stoici.
Queste sono rivolte a coloro che, al di la di tematiche teoretiche generali, cercano nella filosofia una guida per la vita.
La filosofia ellenistica, orienta quindi, le proprie energie speculative nell’ambito delle istanze etiche dell’uomo.
Le virtù più nascoste, cui aspirare, sono la serenità, l’impassibilità, il dominio di sé; virtù queste che portano alla vera libertà.
Il suicidio è per gli stoici, l’espressione più perfetta della libertà.
L’interesse naturalistico di Epicuro, che si rifà all’atomismo di Democrito,.è subordinato agli interessi morali: la conoscenza della natura libera l’uomo dall’ansia, dal timore degli dei, la conoscenza rasserena l’uomo.
Infatti:”se pensiamo che sia possibile che un fenomeno nasca in questa o quell’altra maniera, noi non saremo impediti di godere lo stesso riposo dell’anima se sappiamo che può nascere in molte altre maniere”(Diogene Laerzio).
Gli stoici ricercano la felicità nella virtù, gli scettici non nel sapere bensì nell’ignoranza: le cose sono tutte incerte è impossibile ogni giudizio, non vi è argomento che valga più di un altro.
Quali siano gli orientamenti, la filosofia è concepita come cura dell’uomo:” come è inutile l’arte del medico che non guarisca le malattie del corpo, così è inutile la filosofia se non scacci il morbo dell’anima” ( Diano).
La letteratura
Focalizzando l’attenzione su due aspetti dell’ellenismo, la scelta dei testi compiuta mi è parsa sufficientemente esemplificativa delle nuove tendenze.
Teocrito è il poeta dei componimenti brevi, della tenuità degli argomenti, alieno da toni retorici.
I suoi Idilli (eidullia ovvero piccoliIeideeesono in gran parte a contenuto bucolico, pastorale.
La generalizzazione, ha fatto sì che Teocrito, diventasse famoso come poeta bucolico e l’idillio come componimento pastorale ed agreste.
“Le Siracusane”, invece, sono un idillio cittadino che assume il carattere realistico e descrittivo del mimo. La scena si apre con la visita di Gorgò a Prassinoe, le lamentele sui rispettivi mariti,in un crescendo di battute relative ai mariti, al traffico, ai rimproveri rivolti alle cameriere alle necessità dei bambini; un quadro domestico tutto femminile che sa di Goldoniano.
La scena si sposta poi sulla strada, dove due signore, quasi spaesate nella grande Alessandria, vivono alcune avventure:la paura per un cavallo del coteo reale, imbizzarrito, la calca travolgente che costringe le due donne a tenersi per mano per non perdersi, ed infine, la meraviglia per la festa preparata dalla stessa regina e la protesta di un uomo per il cicaleccio delle due donne.
Il tutto è raffigurato con dovizia di particolari e ricchezza di notazioni psicologiche.
Alla fine il tono si fa lirico nella descrizione del rituale in onore di Adone.
La poesia
“L’ Epitafio di Adone,”opera di Bione,è di tutt’alto tono, e questo componimento è considerato il maggior lavoro del poeta.
Bione stesso si presenta come poeta lirico d’amore…”se per Eros e per Licida io canto allora dalla bocca lieto fiorisce il mio carme…”.
La lirica è particolarmente bella, musicale, il ritornello che ricorre, efficacemente modulato,eccheggia i singulti di Citerea e degli Eroti, sul cadavere del fanciullo amato:”Io piango Adone, è morto il bell’Adone,è morto il bell’Adone piangono anche gli Eroti…”.
Straziante è l’immagine dell’ultimo bacio della dea, che Adone ormai non sente più.
Secondo la critica,:”per la prima volta, nella storia della poesia, dolore e voluttà prendono lo stesso timbro e si fondono in una sola ebrezza di pianto e canto…”.
Epitaffio di Adone
Piango Adone: "E' morto il bello Adone";
"E' morto il bello Adone", fanno eco gli Eroti al pianto.
In purpuree coltri, Cipride, più non dormire;
destati, misera, e il petto vestito di viola
percuoti, e di' a tutti: "E' morto il bello Adone".
"Piango Adone", fanno eco gli Eroti al pianto.
Giace il bello Adone sui monti, il fianco dal dente,
candido dal candido dente ferito, e Cipride
addolora, lieve spirando; e atro sangue gli stilla
per le nivee carni, sotto le ciglia gli occhi si spengono,
mentre la rosa fugge dalle labbra, sopra le quali
muore pur il bacio, che a Cipride mai sarà reso.
A Cipride il bacio piace anche di lui non più vivo,
ma non sa Adone che ella pur morto lo bacia.
"Piango Adone", fanno eco gli Eroti al pianto.
Cruda ferita ha nel fianco Adone,
ma ferita più grande Citerea porta nel cuore.
Intorno al fanciullo i cani fedeli gemono,
e le Ninfe Oreadi piangono, ma Afrodite,
sciolte le chiome, per le balze va errando
piangente discinta scalza, e i rovi
nel suo andare la lacerano e il sacro sangue colgono.
E acutamente gridando per vaste convalli s'aggira,
l'assiro sposo invocando, chiamando il fanciullo.
E a lei atro sangue presso l'ombelico correva
e il petto arrossava e i fianchi, e i seni
nivei un tempo per Adone si facevano di porpora.
"Ahi ahi, Citerea!", lamentano gli Eroti.
Insieme col suo amore la divina bellezza ha perduto.
Cipride aveva bellezza, quando era vivo Adone,
ma è morta la bellezza con Adone. "Cipride, ahi ahi!",
i monti tutti dicono, e le querce "Ahi Adone!"
E i fiumi piangono lo strazio di Afrodite,
e le fonti Adone sui monti lacrimano,
e i fiori per la pena si arrossano, e Citerea
per le balze, per ogni forra pietosamente grida:
"Ahi ahi, Citerea! è morto il bello Adone".
Di Cipride il mIsero amore, ahi!, chi non piangerebbe?
Come vide, come intese di Adone l'atroce ferita,
come vide il purpureo sangue nella coscia sconciata,
le braccia tendendo gemeva: "Rimani, Adone:
Adone sventurato, rimani! Che per l'ultima volta ti tocchi,
che ti abbracci e le labbra con le tue labbra io congiunga.
Destati un attimo, Adone, e per l'ultima volta baciami,
tanto baciami quanto vive un bacio:
finchè dalla tua anima sulla mia bocca e nel cuore
il tuo anelito fluisca e il dolce incantesimo io attinga
e ne beva l'amore. E conserverò questo bacio
come lo stesso Adone, poi che tu, sventurato, mi fuggi;
fuggi lontano, Adone, e vai nell'Acheronte
odiato e feroce sovrano: e io, l'infelice,
vivo e sono dea, e non ti posso seguire!".
Accogli, Persefone, il mio sposo: poi che tu sei
molto di me più potente; e ogni cosa bella a te scende.
E io sono sventuratissima, ed ho insaziabile pena,
e piango Adone, che a me morì, e di te ho timore.
Tu muori, amatissimo, e amore come sogno mi volò via,
e vedova è Citerea, e vani nella casa gli Eroti,
e con te andò perduto il mio cinto. Perchè temerario andavi
a caccia?
Tu così bello, perchè bramasti affrontare una fiera?"
Così pianse Cipride; fanno eco al lamento gli Eroti,
"Ahi ahi Citerea, è morto il bello Adone!"
E la Pafia tante lacrime versa, quanto sangue
versa Adone; e tutti a terra ne nascono fiori:
il sangue genera la rosa, le lacrime l'anemone.
Piango Adone: "E' morto il bello Adone".
Nelle selve quell'uomo non piangere più, o Cipride:
a Adone non s'addice un solingo letto di foglie;
abbia ora, o Citerea, il tuo letto il morto Adone:
anche morto è bello, è bello, morto, come dormisse.
Deponilo ora sulle morbide coltri, nelle quali dormiva,
nelle quali con te nella notte dormiva il sacro sonno;
nel letto tutto d'oro: esso ama Adone anche se bruttato.
Su lui getta ghirlande e fiori: tutti con lui;
come egli morì, anche i fiori tutti marciscono.
Cospargilo di siri unguenti, cospargilo di profumi;
periscano tutti i profumi: Adone è morto, il tuo profumo.
Giace il tenero Adone in vesti purpuree,
e intorno a lui piangendo singhiozzano gli Eroti,
che per Adone si recisero le chiome; e chi le frecce,
chi l'arco gettava, chi il dardo e chi la faretra;
e chi sciolse i calzari di Adone, e altri in un lebete
d'oro portano acqua; e chi gli lava i fianchi,
e chi di dietro con le ali fa vento per Adone.
"Ahi ahi, Citerea!" lamentano gli Eroti.
Spense ogni face sulle soglie Imeneo
e la corona nuziale disfece: non più "Imèn,
Imèn" cantava il suo canto, ma diceva
"Ahi ahi!" e "Adone" ancor più che "Imeneo".
Le Cariti piangono il figlio di Cinira,
"E' morto il bello Adone" l'una all'altra dicendo,
e "Ahi ahi!" acutamente dicono molto più che "Peana".
Anche le Muse Adone compiangono, Adone,
e lo invocano cantando, ed egli più non le ode;
non che non voglia, ma Core non lo libera.
Cessa i gemiti, Citerea, quest'oggi, rattieni il pianto;
bisogna che tu ancora pianga, ancora per l'altro anno lagrimi.
Apollonio Rodio dedica ben 6000 versi alla leggenda degli Argonauti.
Questa leggenda ebbe sempre grande importanza presso il popolo Greco, e presso i poeti che cantavano le imprese di Giasone.
In tutte le opere, accanto a Giasone, vengono posti tutti gli eroi più significativi del mondo Greco:Ercole, Teseo, Orfeo, Paleo.
L’elite della Grecia, in rappresentanza dell’intera nazione, attraversava uno stretto, per entrare in un mare che aveva sempre incusso timore: il “mare inospitale” diventava così il “mare ospitale” quando colonie greche fiorirono alle foci del Danubio.
Dietro le vicende fantastiche vissute da Giasone e compagni, si possono ravvedere eventi storici reali, viaggi avventurosi, che portarono i Greci a contatto con popolazioni caucasiche, cercatori d’oro che pare usassero pelli di pecora per pescare polvere d’oro dai ruscelli!
Le” argonautiche,” di Apollonio Rodio è un poema che si inserisce fra la tradizione omerica, e la ricerca di originalità da parte del poeta.
Un poema che è poco più di un terzo dell’Iliade e metà dell’Odissea, nel quale però, il canto più breve, il II, è notevolmente più lungo della più lunga rapsodia omerica ( Il. V ).
Un protagonista: ma che poco ha dell’eroe; un’impresa gloriosa: che non ha però carattere guerresco, ma è piuttosto un fantastico viaggio d’esplorazione.
Se omerici sono metro, dialetto, lessico, stile, si è comunque lontani da Omero: secondo il gusto alessandrino, Omero è più interpretato che imitato.
Giasone è protagonista ma non eroe, supera tutte le prove grazie alla magia della barbara Medea, che seduce con l’aiuto di Eros.
Forse era difficile, nel sec. III a.C., fare un eroe epico di un personaggio che ormai non interessava più nessuno?
Cantarella si domanda se in Apollonio sia mancata la poesia “ per galvanizzare quello scialbo personaggio che è Giasone”.
Diversa è l’ispirazione che la figura di Medea evoca nel poeta:”almeno in questo caso, Apollonio ha saputo creare una figura poetica, osserva Cantarella, Medea è una creazione originale e potente, di gran lunga la più viva di tutto il poema, l’unica anzi che sia veramente viva”.
Evidentemente, Medea, meglio rispecchia, come figura, l’esigenze poetiche alessandrine ed Apollonio interpreta e descrive con finezza e dolcezza i sentimenti, i dubbi, le angosce di colei che è la vera eroina del poema.
Si veda l’innamoramento voluto da Eros di Medea:…e dritto con ambo le mani vibrando saettò contro Medea, e a lei nel cuore mancò la parola “ e ancora”…e il dardo bruciava la fanciulla, profondo nel cuore simile a fiamma….”così Medea è preda del dio invincibile.
Quella di Medea è la prima storia d’amore, un amore che travolge fino al tradimento, alla fuga, al delitto.
Medea si strugge d’amore:”…e dentro l’affanno rodeva consumandole il corpo, e le tenere fibre e fino al capo, al sommo della nuca, dove più tormentoso penetra il dolore, quando affanni infligga nell’animo l’instancabile Eros…”.
Medea all’apparire dell’amato:” e il cuore le balzò nel petto, e gli occhi si velarono di nebbia e ardente rossore le salì al volto, e ancora, e tutta a lui, strappandosela dal petto, l’anima gli avrebbe dato lieta se l’avesse voluta..”.
Questa eroina, barbara e tragica, esperta di filtri di inganni e di magia, passionale ed assassina, non doveva piacere a Callimaco elegante, ironico e scanzonato.
Tuttavia, Medea, nella poesia ellenistica,spesso astrusa, fatua e leziosa, rappresentava la rivincita del sentimento, la riscossa della sincerità.
Medea barbara, padrona di poteri occulti, Medea fratricida, è la stessa Medea che,timida, arrossisce, si turba in presenza di Giasone; ben diversa la Medea di Euripide, eroina tragica della classica tradizione greca.
In Euripide la tragedia è tutta dominata da Medea, creatura di istinti e passioni, che emergono dagli abissi più profondi dell’animo umano.
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Sincretismo
Entro l’ambito religioso si compie una fusione di miti, credenze,divinità. Da un lato il sincretismo si forma spontaneamente, a livello popolare; dall’altro si perfeziona come dottrina e prassi clturale per opera della politica religiosa degli stati. Tatolomeo I Soter (III a.C.), che impose il culto di Serapide, fino all’imperatore Aureliano (III d.C.), che impose quello del sol in victus, le religioni del mondo ellenistico- romano furono sollecitate a fondersi. Ad opera dell’ impero romano si ebbe poi un sincretismo allargato alle religioni celtico-germaniche. Il sincretismo ispirava anche filosofi e sette –ermetici, neoplatonici e neopitagorici- con una mescolanza di motivi filosofici e mitici. Quello di Adone, di cui ho scelto l’epitafio scritto da Bione, è uno dei miti più importanti del periodo sincretistico ellenico. Il culto è di derivazione orientale. Adone, il signore, è mesopotamico, col nome di Tammuz –vero figliolo. Nella versione greca adone nasce dall’albero in cui era stata trasformata Mirra, figlia del re siriano Teia, con cui essa si era congiunta per dodici notti con l’inganno, indotta a ciò da una maledizione di Afrodite. Scoperto l’inganno della figlia, Teia stava per trafiggerla, ma gli dei, impietositi, la sottrassero all’ira del padre, trasformandola in un albero. Le gocce odorose che l’albero di Mirra distilla sono le lacrime della ragazza. Il mito prosegue con Adone conteso tra Persefone e Afrodite, di lui invaghite, con l’intervento di Zeus che assegna a Adone per un terso dell’anno Persefone, Per un terzo ad Afrodite e per un terzo alla scelta di Adone, che sceglie Afrodite. Nel mese in cui Adone è nel regno di Persefone, è inverno. Ares geloso manda un cinghiale che uccide Adone. Il dio muore. Il Talmud babilonese è invece lo sposo di Ishtar, che rappresenta l’energia riproduttice della natura. Tammuz viene ucciso e Ishtar ogni anno, per amor suo, scende nel regno dei morti. La vita sulla terra rimane in sospeso e tutta la Mesopotamia in inverno è in lutto. In questo mito è riconoscibile il topos del dio che muore, risorge, scende negli inferi e poi ritorna, simboleggiando il misterioso ciclo della vegetazione, mito sentito soprattutto nelle popolazioni agresti. L’Adone greco sembra invece aver perso il primitivo significato di dio della vegetazione. Egli è collegato alla sfera degli aromi, non del grano, sua madre è Mirra, l’albero dell’incenso; le piantine che lo simboleggiano (i giradini di Adone) sono effimere. Adoone è la figura del divino seduttore, il nesso con il profumo –legato all’erotismo nell’antico- incrementa questi elementi estranei all’ambito della riproduzione vegetale. Le feste di Adone greco sono sfrenate, interdette alle donne di brava famiglia.
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Società moderna
Schopenhauer e l’Oriente
Uno dei più grandi esponenti ottocentesca del razionalismo e dei nuovi interessi e riflessioni sull’esistenza umana è Arthur Schopenhauer (1788/1861).
Tutta la sua produzione viene costantemente influenzata dalla spiritualità indiana, che il filosofo conosce attraverso Frederich Mayer; ammira molto la sapienza orientale, tanto da metterne il sapore nelle proprie opere: molte espressioni e immagini fanno parte del repertorio indiano. Ne riporto qui gli esempi più significativi.
1) “Velo di Maya”: riprendendo un principio proprio della filosofia indiana, ne “il Mondo come volontà e rappresentazione”, S. afferma che dati e eventi fenomenici costituiscono un velo, che occulta la ragion d’essere delle cose. In altri termini, la realtà visibile è solo apparenza, illusione: nulla ci garantisce che quanto esiste o accade non sia un mero sogno. Il mondo dunque esiste come “rappresentazioni”, il cui significato e valore dipendono dal soggetto:
“Il mondo è mia rappresentazione –questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente […]. Per lui diventa allora chiaro e ben certo ch’egli non né il sole né la terra, ma appena un occhio che vede un sole […]; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto a un altro, a colui che rappresenta […]. Tutto ciò che esiste per la conoscenza –dunque questo mondo intero- è solamente oggetto in relazione a un soggetto, intuizione di chi intuisce; in una parola, rappresentazione”.
(Il mondo come volontà e rappresentazione I,1)
Ma questo concetto, in realtà, si trova 2000 anni prima degli scritti di Schopenhauer, nelle Upanishad –scritture sacre della religione induista dove vengono insegnate sia meditazione che filosofia- . Si tratta di un «velo» metafisico illusorio che, separando gli esseri individuali dalla conoscenza/percezione della realtà (se non sfocata e alterata), impedisce loro di ottenere la moksha, la liberazione spirituale, tenendoli così imprigionati nel samsara, il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Similmente alla metafora della caverna di Platone, l'uomo (e quindi l'intera umanità) è presentato come un individuo i cui occhi sono coperti dalla nascita da un velo, liberandosi dal quale l'anima si risveglierà dal letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica) e potrà contemplare finalmente la vera essenza della realtà.
Le numerose ed eterogenee correnti induiste attribuiscono significati e funzioni differenti a questo concetto: le correnti dualistiche (come ad esempio gli Hare Kṛṣṇa) la interpretano come il «velo» che separa l'essere individuale dal riscoprire la propria relazione con Dio, che essi identificano con Kṛṣṇa; mentre presso le scuole moniste (come, ad esempio, l'Advaita Vedanta) questo «velo» è rappresentato dall'identificazione con il corpo, con la mente, con l'intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell'io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l'Ātman (unica entità eterna ed immortale), impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l'anima individuale di essere un individuo distinto dal tutto.
2)Dolore, desiderio e ascesi. Analizzando la realtà, soprattutto la realtà umana, la filosofia schopenharia scopre ch’essa non è solo rappresentazione. Scopre che, in particolare nell’uomo, sotto le rappresentazioni pulsa una vita profonda, capace di organizzare ed esprimere sensi. La sorgente di tale vita è la volontà, forza possente e a-razionale, che produce e mantiene la vita, ma insieme alimenta il conflitto e la sofferenza. L’uomo è dipinto da S. come una creatura mancante e desiderante, sollecitata dalla forza volitiva a ricercare qualcosa che peraltro non soddisferà mai il bisogno di partenza. La vita umana oscilla tra noia, prodotta dal conseguimento di qualcosa di effimero, e dolore, prodotto dalla mancanza. Desiderio è dunque dolore:
"Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa dà fine l’appagamento; tuttavia per un desiderio, che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre, la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito, l’appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo un errore non conosciuto ancora. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole, che più non muti: bensì rassomiglia soltanto all’elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento. Quindi finché la nostra coscienza è riempita dalla nostra volontà; finché siamo abbandonati alla spinta dei desideri, col suo perenne sperare e temere; finché siamo soggetti del volere, non ci è concessa durevole felicità né riposo. Che noi andiamo in caccia o in fuga; che temiamo sventura o ci affatichiamo per la gioia, è in sostanza tutt’uno; la preoccupazione della volontà ognora esigente, sotto qualsivoglia aspetto, empie e agita perennemente la coscienza; e senza pace nessun benessere è mai possibile." (Il mondo come volontà e rappresentazione IV,58)
S. pone qui le basi per un’eventuale liberazione dell’uomo dall’alienazione e la sofferenza, che può avvenire solo attraverso la vita pratica: quella vita pratica sulla quale riflette l’etica. Questa tende a ricercare e a sviluppare le forme di comportamento che costituiscono altrettanti “quietivi” (qualcosa cioè che placa, che ferma) della volontà. Questi devono rappresentare comportamenti anti-egoistici per evitare l’auto-affermazione dell’io, la volontà. Ma il comportamento che nega più radicalmente d’ogni altro l’individualità e la volontà dell’uomo è quello ascetico. Nell’ascesi la volontà cancella ogni affermazione di sé negando o sopprimendo tutte le forme “positive” di vita, tutte le determinazioni individualizzanti dell’esistenza, e trasformandosi infine in quella che S. chiama “nolontà” (ossia il riflesso speculare –ma opposto- della volontà). Quello ascetico si configura non tanto come un atto quanto come uno stato. Pervenuto alla perfezione della nolontà, l’uomo scopre che il traguardo della propria compiuta autonegazione non gli dona la fruizione dell’essere, ma la contemplazione del nulla.
“Non più volontà: non più rappresentazione, non più mondo. Davanti a noi non resta invero che il nulla […]. Per gli altri, in cui la volontà si è rivoltà da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee è – il nulla. (Il mondo come volontà e rappresentazione IV,71)
Desiderio, dolore, ascesi sono alla base della dottrina di Buddha: il parallelismo con i principi suddetti, se osserviamo anche non tanto attentamente, appare evidente. L’insegnamento essenziale è espresso nel discorso di Benares, nel quale Siddharta Gautama annuncia le "quattro nobili verità", fondamento di tutto il Buddhismo. In quel discorso Gautama, prescindendo da ogni questione metafisica, indica in maniera pratica una terapia spirituale, una sicura via di salvezza agli uomini soggetti al samsâra e immersi in un mondo misero, perituro e fallace.
Elencate appunto in termini terapeutici, le quattro nobili verità possono essere così enunciate:
1) Diagnosi: qualsiasi esistenza è dolore. Nascita, vecchiaia, malattia, morte, separazione dagli esseri amati, possesso e privazione, desideri insoddisfatti, tristezza, pena, angustia, angoscia sono dolore.
"Dolore è la nascita, dolore è la malattia, dolore è la vecchiaia, dolore è la morte, dolore è l’unione con ciò che si ama, dolore è non ottenere ciò che si desidera".
2) Eziologia: origine del dolore è il desiderio; sia il desiderio di divenire sia quello di estinguersi.
"Dal desiderio nasce il dolore; dal desiderio nasce il timore; chi è libero da desiderio non conosce dolore: difatti, di che cosa dovrebbe temere? Dalla sete di vivere nasce il dolore, dalla sete nasce il timore; chi è libero da sete non conosce dolore: difatti, di che cosa dovrebbe temere?".
3) Guarigione: lo spegnimento del dolore consiste nello spegnimento del desiderio.
"Chi ha raggiunto la consumazione (dell’esistenza), che non trema più, la cui sete è scomparsa, che è senza macchia, che ha troncato i pungoli dell’esistenza, (di costui) quello attuale è l’ultimo corpo (di cui si riveste). Colui la cui sete è scomparsa, che è privo di attaccamento, che conosce la composizione delle lettere e la loro collocazione (= che intende l’insegnamento e lo interpreta rettamente), costui, che ha ricevuto il suo ultimo corpo, è detto Gran Saggio e Grande Uomo ".
4) Terapia: la via allo spegnimento del desiderio è il nobile ottuplice sentiero.
"Colui che, invece, cerca rifugio nel Buddha, nella legge e nella Comunità, scorge con retta cognizione le quattro nobili verità: il dolore, l’origine del dolore, la cessazione del dolore e il nobile ottuplice sentiero che conduce all’acquietamento del dolore".
Per guarire il male dunque, per ottenere la cessazione della sofferenza, non c’è che un rimedio unico e radicale: la distruzione dell’ignoranza e l’estinzione del desiderio, in una parola, il nirvana. Il termine sanscrito "nirvana" significa "cessazione", "spegnimento"; indica quindi il cessare di ogni impulso vitale, di ogni passione, di ogni mutazione.
"L’annullamento della cupidigia, l’annullamento dell’odio, l’annullamento dell’errore, ecco ciò che è chiamato nirvana o santità"
Nirvana è, dunque, stato di pace perfetta, stato ascetico, ricordando la filosofia di Schopenhauer.
Gli impressionisti e l’Oriente
Come ultima tappa del mio percorso, vorrei analizzare la pittura ottocentesca. Infatti all’affermarsi delle teorie impressioniste, non è stata estranea anche la diffusione, a partire dalla seconda metà dell’ ‘800, delle stampe giapponesi. Queste, giunte massicciamente in Europa grazie all’intensificarsi dei commerci con l’Estremo Oriente, pur essendo realizzate da artisti del tempo,si ricollegavano all’antichissima tradizione pittorica nipponica, da sempre più sensibile ai colori che ai volumi. L’uso di un disegno semplice e netto, privo di drammatizzazioni chiaroscurali, e la stesura dei colori in campiture omogenee e smaglianti, rendeva tali stampe estremamente decorative, poiché ogni soggetto –per quanto reale fosse- veniva immediatamente trasfigurato in una dimensione immobile e fiabesca, al di là di qualsiasi riferimento spaziale o temporale.
Gli artisti giapponesi che più hanno influenzato la maggior parte dei pittori impressionisti sono Hokusai (Tokio 1760- 1849) e Utagawa Hiroshige (?? 1797-1858 ??).
Del primo il lavoro più noto è la serie degli Ukiyo-e, "36 vedute del monte Fuji", che venne creata tra il 1826 e il 1833. Consiste di 46 stampe (10 vennero aggiunte in seguito). Monet fu profondamente condizionato da queste.
Utagawa Hiroshige invece influenzò molto Gauguin, come si può notare nel confronto fra L’onda (1888) del pittore francese e Mare, luna e fiori (1857) dell’artista nipponico.Come nella stampa giapponese, l’incresparsi delle onde e i piccoli gorghi sono trattati al pari di giochi lineari. La biance schiuma sfrangiata che lambisce gli scogli, infatti, è bordata da una sottile linea scura, mentre delle linee curve disegnano i movimenti dell’acqua. Tuttavia la spiaggia è rossa e l’acqua è gialla e verde: colori non naturali. Questa visione antinaturalistica è una delle peculiarità di Gauguin, che riproduce la realtà non come la vede, ma come la sente.
Paul Gauguin (1848-1903) è l’artista che meglio riassume la tendenza dei pittori ottocenteschi all’esotico. Infatti il suo soggiorno a Tahiti, che dura dal 1891 al 1893 e poi dal 1895 fino alla morte, segna profondamente la sua produzione artistica. Questa commistione di occidente e oriente viene ben riassunta in quello che è definito il suo testamento spirituale: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-1898).
Si tratta di un dipinto molto più esteso in lunghezza, che in altezza, tanto da poter essere paragonato a un fregio. Proprio del fregio classico, probabilmente, Gauguin voleva dare l’ impressione. I bordi superiori della tela recano a destra la firma e la data d’esecuzione, a sinistra il titolo su un fondo giallo-oro. Secondo l’artista ciò era stato voluto perché il dipinto desse l’impressione di un affresco con gli angoli rovinati, realizzato su una parete d’oro.
Alcuni significati simbolici balzano evidenti, ad esempio la nascita, la vita e la morte rappresentate da un bambino, da giovani donne e da una vecchia. Gli altri sono rivelati dall’artista stesso:
« Dove andiamo? Accanto alla morte di una vecchia. Un uccello strano stupido conclude. Che siamo? Esistenza giornaliera. L'uomo d'istinto si chiede che significa tutto ciò. Da dove veniamo? Fonte. Bambino. La vita comune. L'uccello conclude il poema in comparazione dell'essere inferiore di fronte all'essere intelligente in questo grande tutto che è il problema annunciato dal titolo. Dietro a un albero due figure sinistre, avvolte in vesti di colore triste, pongono accanto all'albero della scienza la loro nota di dolore causata da questa scienza stessa in confronto con gli esseri semplici in una natura vergine che potrebbe essere un paradiso di concezione umana, abbandonatasi alla gioia di vivere » (lettera a Charles Morice – 1901).
Tuttavia, le suggestioni che a cui ci induce il dipinto possono condurci a interpretazioni il più vicino possibile alla sensibilità di ognuno. Il titolo legittima proprio ciò.
L’espressiva figura eretta che coglie un frutto da un albero, la più luminosa dell’intero dipinto, l’unica maschile in una narrazione tutta al femminile, può rappresentare l’uomo che coglie durante la giovinezza il frutto prezioso e la parte migliore dell’esistenza, come può rinviare al concetto ebraico-cristiano del peccato. Il dipinto allora cercherebbe la sintesi tra elementi religiosi occidentali e credenze orientali (l’idolo azzurro sullo sfondo).
La vecchia stanca sembra riflettere invece sulla sua vita passata. Pero le parole sono vane, inutili; non risolvono i problemi né danno risposte alle angosce della vita (uccello bianco).
BIBLIOGRAFIA
A.Momigliano- Saggezza straniera
R.B.Onians- Le origini del pensiero europeo
E.Neuman- Soria delle origini della coscienza
R.Cantarella- Letteratura greca
G.Herm- I bizantini
A.Hourani- Storia dei popoli arabi
M.Finley- La grecia dalla preistoria all’età arcaica
Liviet e Mousnier- Storia d’Europa
A.Moravia- Filosofia contemporanea
L.Geymonat-Storia del pensiero filosofico e scientifico
G.Cricco- Itinerario nell’arte
Fonti multimediali
Wikipedia.org
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