New Economy: nuove linee di sviluppo per l'economia mondiale

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New Economy
- nuove linee di sviluppo dell’economia mondiale -

Introduzione alla new economy: che cos’è, cosa comporta e quali i vantaggi
I servizi di remote banking, il trading on-line e la borsa telematica: il rischio complessivo, le agenzie di rating e le indicizzazioni
L’e-commerce, i vantaggi e il problema della tassazione: i principi della conferenza di ottawa
L’Irap: cos’è, le caratteristiche, la base imponibile
La digitalizzazione della Pubblica amministrazione e il principio dell’efficienza
La gestione dei dati tramite database: i vantaggi rispetto ai sistemi tradizionali
Silicon Valley: the developing of hi-tech industries
La new economy tra entusiasmi e
critiche: la rete e l’uomo
La new economy rappresenta l’attuale fase più avanzata dell’economia, verso la quale sembra ormai orientato l’intero sistema economico mondiale. Essa racchiude un insieme di cambiamenti qualitativi e quantitativi che hanno trasformato, negli ultimi anni in particolare, le funzioni, la struttura e le regole dell’economia. La new economy, italianizzabile come nuova economia, è basata sull’idea principale che la tecnologia ed Internet rappresentano gli strumenti essenziali per il progresso economico. Attualmente le innovazioni e le trasformazioni prodotte dalla new economy riguardano soltanto parzialmente l’Italiano medio, ma il processo, al di là di crisi e depressioni più o meno temporanee, è in continua evoluzione ed espansione e presto anche i non-addetti verranno investiti dai cambiamenti inevitabili che implica la nuova economia. Non sarà nulla di immediato o sconvolgente, non rappresenterà altro che l’evolversi dell’economia in una sua nuova, certo non definitiva, fase. Nell’accezione comune con il termine new economy s’intendono essenzialmente quelle imprese di nuova generazione che, dopo un’entrata trionfale in Borsa, ora vivono una fase di svalutazione e che formano il mercato dei titoli tecnologici. La definizione, pur non essendo errata, è alquanto restrittiva. Esse costituiscono sicuramente il propulsore della nuova economia, coloro che per prime hanno intuito le potenzialità dei nuovi mezzi e la possibilità di sfruttarli al meglio. Da alcuni anni comunque molte imprese appartenenti alla old economy sono scese in rete, comprendendo i vantaggi di questa, specie nel fenomeno del B2B, abbreviazione di business to business, e del B2C, abbreviazione di business to consumers. Si riducono cioè le distanze tra imprese e tra produttore e consumatore, si possono confrontare prezzi e prodotti del mercato globale, si tagliano i prezzi dell’intermediazione, risparmiando sulle spese di marketing e pubblicità, e soprattutto si tolgono le barriere all’ingresso nel mercato di nuove aziende. Infatti chiunque ha la possibilità di farsi conoscere immettendo i propri servizi o prodotti in rete, e, per chi offre servizi basati sulla conoscenza, i mezzi propri sono costituiti da un modem e un computer. Mai il mercato è stato più trasparente e il risparmio delle aziende sui costi produrrà vantaggi, oltre che per le aziende stesse, anche per il consumatore. Ovviamente non basta la proiezione virtuale di un negozio o di un magazzino per far parte della grande fiera permanente su Internet; sarà poi la qualità del prodotto o del servizio e l’efficienza dell’impresa a determinarne il successo: in questo senso nulla di nuovo rispetto al passato. Per questo la nuova economia non coincide solo ed esclusivamente con la net economy, ma è una fase di accelerazione del processo innovativo, in cui lo sviluppo di nuove tecnologie fanno fare un salto di qualità all’intero mondo della produzione e dei consumi provocando una rivoluzione di tutta la logistica e la struttura aziendale.
Tra i servizi messi a disposizione da Internet quello con le maggiori prospettive di crescita è l’e-commerce. La Commissione europea nel suo comunicato intitolato “Un’iniziativa europea in materia di Commercio elettronico” definisce l’e-commerce come lo svolgimento di attività commerciali per via elettronica; esso comprende perciò attività disparate quali la commercializzazione di merci e servizi per via elettronica; distribuzione on-line di contenuti digitali; effettuazione per via elettronica di operazioni finanziarie e di Borsa.
Quindi viene compreso anche il trading on-line, sviluppatosi soprattutto grazie ai servizi di remote banking offerti oramai dalla quasi totalità delle banche. Per remote banking si intende la possibilità di compiere una serie di operazioni bancarie nella propria banca di fiducia tramite collegamento Internet, quindi senza necessità di spostarsi fisicamente sino allo sportello bancario. Siamo di fronte ad una destrutturazione della banca tradizionale (si parla infatti di banca virtuale) e ad una sua nuova definizione in base a nuove logiche di organizzazione, con il prevalere delle relazioni a distanza con la clientela. Il remote banking si suddivide in home banking e in corporate banking a seconda che si riferisca a clienti-privati oppure a clienti-imprese. Tipiche operazioni di home banking sono la richiesta di informazioni globali e particolari sul proprio conto corrente, servizi di incasso e pagamento, conoscere le quotazioni di titoli e in particolare la possibilità di effettuare compravendite di valori mobiliari (trading on-line).
Le banche rientrano infatti tra i soggetti abilitati a fornire servizi di investimento nel mercato primario e secondario dei valori mobiliari. Gli altri soggetti abilitati previsti dal Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (TUF) sono le SIM e le imprese di investimento straniere, le società di gestione del risparmio (Sgr) e le società di investimento a capitale variabile (Sicav). La possibilità di “giocare” in Borsa tramite un semplice terminale deriva essenzialmente dal processo di dematerializzazione che ha portato all’abolizione dei certificati cartacei, formati da mantello + foglio cedole, e alla loro sostituzione con iscrizioni contabili presso le banche o le SIM creando così il mercato mobiliare telematico. La dematerializzazione ha portato ad una maggiore efficienza del funzionamento dei mercati mobiliari, ha agevolato la ridenominazione dei titoli in euro, evita i costi di stampa dei certificati impedendo anche falsificazioni, furti e smarrimenti. Oggi si può tranquillamente investire in titoli quotati a Piazza Affari come quelli quotati a Wall Street, ciò che invece non è cambiato è il rischio che le compravendite di titoli comportano. Il rischio complessivo si articola in rischio di insolvenza, di tasso, di vendita e di cambio. Riguardo ciò sono nate delle agenzie che valutano la solidità patrimoniale e le prospettive economiche e finanziarie delle società per determinarne il rischio di insolvenza; si parla allora di società di rating e le più note al mondo sono la Moody’s e la Standard & Poor’s, entrambe degli Stati Uniti. I rating da esse pubblicati esprimono sinteticamente, attraverso simboli letterali, la fiducia che gli investitori possono riporre nei titoli di debito delle imprese multinazionali, dagli enti più noti e degli stessi Stati. Le tre A della Moody’s o della Standard & Poor’s sono sinonimo dei titoli della migliore qualità, con il più basso rischio di investimento a cui si contrappongono i titoli con rating D e C che invece presentano altissimo rischio e spesso si trovano in stato di insolvenza. L’istituzione in Italia del Nuovo mercato telematico dedicato ai titoli delle imprese di piccole e medie dimensioni appartenenti alla new economy ha portato alla costituzione di un’agenzia nazionale di rating (Italrating) che esprime giudizi sintetici sulle società con alte potenzialità di crescita che vogliono finanziarsi direttamente sul mercato mobiliare a costi più bassi di quelli richiesti dalle banche. Per quanto riguarda invece il rischio di tasso, questo risulta molto accentuato nei periodi di notevole instabilità dei tassi di interesse sul mercato dei capitali. Coloro che investono a tasso fisso si espongono a possibili perdite di capitale per il ribasso del valore corrente che accompagna ogni rialzo sul mercato dei tassi d’interesse. Contemporaneamente può avvenire che un taglio dei tassi di interesse provochi un aumento del valore corrente dei titoli. Un esempio concreto ci è dato dalla sottoscrizione di BOT avvenuta in data 11 maggio 2001 prima che si conoscesse il taglio del tasso di riferimento effettuato dalla BCE di un quarto di punto percentuale. In quel caso il ballo dei tassi ha favorito gli investitori. La maggior parte dei titoli di debito presenta comunque sistemi di indicizzazione del tasso che prevedono delle regole in base alle quali il tasso stesso verrà quantificato applicando prestabiliti parametri di indicizzazione. Troviamo perciò indicizzazioni monetarie, dove viene preso in riferimento un tasso corrente sul mercato monetario, come quello accertato alle aste dei BOT o quello applicato ai finanziamenti interbancari a breve scadenza (euribor) maggiorato di una percentuale prestabilita (spread); nelle indicizzazioni finanziarie il riferimento può essere costituito dal tasso di rendimento medio che in un certo giorno viene calcolato su un “paniere” di titoli; le indicizzazioni valutarie partono dal cambio dell’euro rispetto a una valuta o a un gruppo di valute estere; nelle indicizzazioni azionarie il rendimento dei titoli o il valore di rimborso vengono rivalutati di una percentuale rispetto all’eventuale aumento conseguito dalle quotazioni azionarie di alcuni titoli detti index bond ; le indicizzazioni reali sfruttano il prezzo di mercato di determinati prodotti o materie prime oppure da indici statistici quali ad esempi il tasso inflazionistico. Il rischio di vendita è determinato dalla possibilità di subire perdite di capitale quando si rende liquido il proprio investimento. Esso coinvolge poco gli investitori che conservano i titoli sino alla scadenza (nel caso di titoli di debito), mentre colpisce fortemente gli investitori in azioni. Le quotazioni azionarie oltre che dipendere dall’andamento specifico della società risentono in generale dell’andamento ciclico del sistema economico che prevede imprevedibili fasi di recessione, con ribassi e cadute dei titoli, a fasi di espansione, con forti rialzi delle quotazioni azionarie. Il rischio di cambio riguarda i titoli denominati in valuta estera. In questo caso il rendimento dei titoli sarà dato oltre che dall’andamento del titolo stesso anche dalle oscillazioni del cambio.
L’e-commerce rappresenta sicuramente il servizio con le maggiori prospettive di crescita tra quelli messi a disposizione tramite Internet. Esso consente ad ogni acquirente di accedere a beni e servizi indipendentemente dalla sua localizzazione e da quella del venditore. Esso rappresenta comunque solo la punta dell’iceberg dell’e-business (che come abbiamo visto in precedenza si divide in B2B e B2C) che comprende, oltre all’e-commerce, moltecipli attività: scambio di informazioni con i partner, invio di ordini, contatti con i fornitori, marketing operativo fino ad arrivare all’e-commerce. Esso produrrà, e ha già prodotto, profondi mutamenti nell’organizzazione logistica e strutturale delle aziende. Occorre quindi affrontare l’e-commerce con accurati processi di formazione e progettazione per sfruttare a pieno i vantaggi dell’economia digitale che potrebbero essere riassunti nei seguenti punti:
la disintermediazione, ovvero la quasi totale eliminazione della catena di distribuzione, con conseguenti risparmi sui costi per intermediari (attraverso la Rete, infatti, ogni azienda è potenzialmente in grado di vendere i propri prodotti o servizi direttamente ai consumatori o ad altre organizzazioni eliminando di fatto gli stadi di intermediazione tradizionali);
maggiore competitività offerta dalla diminuzione dei costi per il produttore;
rapporto diretto con il cliente, che permette di raccogliere dati utili per il marketing sulle preferenze della clientela che si possono sfruttare in seguito per offerte mirate (attuando il cosiddetto marketing one-to-one);
maggiore raggio di azione, in quanto si raggiunge un cliente che prima era esterno alla rete di vendita.
A questa spinta "teorica" verso le nuove tecnologie e le sue potenzialità non corrisponde la volontà di trasferire l'attività on-line, se si pensa che solo il 24% delle imprese commerciali si è già attrezzata per essere operativa nella Rete.
Il processo di tassazione nell’e-commerce è estremamente complesso, e diversi sono i tentativi per poterlo attuare. I problemi che possono sorgere riguardano la localizzazione del luogo di produzione del reddito, la qualificazione di tale reddito e, di non secondaria importanza, la determinazione della residenza fiscale dell’entità che svolge l’attività di commercio elettronico. Infatti, il carattere di immaterialità della Rete pone difficili problemi per l’applicazione della norma fiscale, soprattutto per la facilità di spostare da una parte all’altra del globo il server su cui canalizzare le transazioni commerciali. Di conseguenza determinare il luogo di produzione del reddito è la prima e fondamentale questione per l’applicazione di qualsiasi tipo di norma. Pertanto, l’OCSE, ha esaminato a più riprese la questione e con la conferenza di Ottawa (ottobre 1998) ha fissato alcuni importanti principi:
neutralità: effettiva parità fiscale tra forme di commercio tradizionale ed elettronico;
certezza e semplicità: chiara comprensione e facile applicazione delle norme fiscali attraverso adeguati strumenti correttivi;
efficacia ed equità: prevenzione dell’elusione e dell’evasione fiscale;
flessibilità: le regole devono essere sufficientemente dinamiche da adeguarsi facilmente ai rapidi mutamenti dell’evoluzione tecnologica;
efficienza: il costo fiscale delle operazioni deve essere ridotto al minimo, stabilendo che i proventi conseguiti da persone fisiche, o persone giuridiche, per la cessione di beni e prestazioni di servizi effettuate via Internet, costituiscono reddito imponibile ai fine IRPEF ed IRPEG, nel paese in cui l’attività ha la sede principale.
L’applicazione della normativa vigente però, risulta difficile sul piano pratico, poiché la Pa (Pubblica amministrazione) non è ancora in grado di accertare fiscalmente l’operato dell’impresa.
Inoltre in base all’art. 3 del D.L. 446/97 anche i redditi prodotti da commercio elettronico per mezzo di stabili organizzazioni sono soggetti all’applicazione dell’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive). L’IRAP è un’imposta locale su base territoriale in quanto applicata alle attività produttive esercitate nel territorio di ciascuna regione; essa ha inoltre carattere reale poiché colpisce il valore della produzione netta senza tenere conto delle condizioni personali dei soggetti passivi; è un’imposta proporzionale in quanto l’aliquota è costante (4,25%). L’IRAP è stata introdotta nel 1998, in sostituzione di parecchie altre imposte (ILOR, ICIAP, tassa sulla partita IVA, ecc.) ed ha rappresentato un passo importante verso il decentramento fiscale. Maggiori problemi possono derivare dalla ripartizione territoriale della base imponibile Irap. Le imprese che esercitano l’attività sul territorio di più regioni devono infatti ripartire il debito complessivo tra le varie regioni ed effettuare diversi versamenti. Il riparto deve essere effettuato in proporzione all’ammontare delle retribuzioni corrisposte al personale addetto ad una sede con continuità, per un periodo non inferiore a tre mesi nel territorio di ciascuna regione. La base imponibile per le imprese si ottiene extracontabilmente dalla differenza tra il valore della produzione e i costi della produzione. Si devono escludere fra quest’ultimi le spese per il personale (eccetto i contributi per l’ INAIL, le spese per gli apprendisti e il 70% delle spese relative al personale assunto con contratto di formazione lavoro), le perdite e le svalutazioni di crediti, la parte dei canoni di leasing riferibile agli interessi passivi, i compensi per collaborazioni coordinate e continuative e per lavori occasionali.
Per quanto riguarda le imposte indirette occorre rilevare che alla Conferenza di Ottawa sul commercio elettronico sono stati fissati due principi fondamentali che dovranno essere applicati in futuro: tutte le operazioni effettuate per mezzo del Web dovranno essere sempre considerate come prestazioni di servizi e il luogo di tassazione sarà quello in cui avviene la consumazione del bene o del servizio.
Altri problemi che possono sorgere riguardano la determinazione del momento e del luogo dei contratti costituiti per via elettronica. In relazione al tempo di conclusione del contratto soccorre l’art. 1326 c.c. per cui il contratto si conclude quando chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione del proponente. In particolare l’art. 1 del dpr 513/97 precisa che per i contratti stipulati via e-mail, il contratto si conclude quando il messaggio raggiunge la casella di posta del destinatario, non quando quest’ultimo scarica e legge la posta sul suo computer. Per quanto riguarda il luogo la Convenzione di Bruxelles, in mancanza di scelta, lo individua nel domicilio del convenuto in caso di B2B e nel domicilio del consumatore nel caso di B2C; è comunque consigliato specificare esattamente il luogo ove si deve intendere concluso, per evitare incertezze. La giurisdizione che riguarda l’e-commerce è in continua evoluzione e, attualmente, la si può considerare ancora incompleta. Il problema fondamentale risiede appunto nell’adattamento del diritto ordinario (pensato e costruito per un modello fisico) alla natura virtuale di Internet.
I vantaggi della new economy non devono riguardare solo le imprese private ma anche lo Stato deve riuscire a sfruttare al meglio le nuove potenzialità per poter offrire ai cittadini più efficienza e contemporaneamente tagliare i costi. In questo senso si parla già di e-government. Una ricerca effettuata da Ibm ed European institute of social security (Eiss) ha radiografato lo stato, in Europa, della relazione tra Enti pubblici e Internet, un abbinamento che da origine all’e-government, ossia l’applicazione della telematica e dell’informatica moderna ai processi, interni ed esterni, della Pa. L’Italia, su dieci paesi, risulta all’ottavo posto, nonostante un forte passo avanti rispetto all’anno precedente (la ricerca è relativa a dati del 2000).
La digitalizzazione della Pa risponderebbe anche alla legge del 7 agosto 1990 n. 241 intitolata “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto accesso ai documenti amministrativi”. L’art. 1 afferma infatti che l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità e di efficienza. L’efficienza, in particolare, riguarda i mezzi impiegati dall’amministrazione nella propria attività. Un’amministrazione è efficiente quando adotta i mezzi più adatti e meno costosi per svolgere i propri compiti.
In parole povere si devono evitare gli sprechi. Perché allora non perseguire quest’essenziale principio avvalendosi degli strumenti offerti dalla nuova economia? Un esempio concreto può essere dato dal risparmio in spese che può essere offerto da una digitalizzazione degli archivi della Pa. Un’organizzazione degli stessi tramite una struttura a database, faciliterebbe qualsiasi operazione di ricerca e manipolazione dei dati. Le famigerate code potrebbero tradursi in alcuni click del mouse. Per questo sono necessarie forme di organizzazioni di dati sempre più efficienti. Attualmente come sistemi integrati di archiviazione dei dati troviamo i database.
La gestione per database si compone degli archivi stessi (database) e dal software di gestione degli archivi (DBMS, Database Management System). Questa nuova programmazione offre diversi vantaggi rispetto alla tradizionale organizzazione degli archivi in modo non integrato. In primo luogo vi è indipendenza dei programmi applicativi dalla struttura fisica e logica dei dati. E’ possibile cioè modificare rispettivamente i supporti su cui vengono registrati i dati e apportare modifiche alla definizione delle strutture della base di dati senza modificare il software applicativo (cosa che avveniva per programmi di gestione e programmazioni quali per esempio COBOL e Pascal, dove vi era dipendenza dei programmi rispetto agli archivi utilizzati).
I database consentono l’utilizzo da parte di più utenti con i loro programmi, grazie al sistema delle viste. Infatti, in base alla responsabilità e al ruolo di ogni utente, è possibile consentire delle visioni più o meno parziali. Per esempio il DBA (Database Administrator, l’amministratore della base di dati) si avvarrà di una visione pressoché totale del database nei sui vari aspetti, attraverso l’utilizzo dei linguaggi di programmazione, mentre ad un utente finale saranno riservate interfacce software per l’interrogazione e la manipolazione dei dati. La gestione tramite database permette di eliminare il fastidioso problema della ridondanza dei dati; i dati non compaiono più volte negli archivi grazie proprio alla costituzione ad archivi integrati.
L’eliminazione della ridondanza porta come conseguenza diretta anche l’eliminazione dell’incongruità dei dati, che si verifica nel caso in cui un dato venga aggiornato in un archivio e non in un altro, oppure siano presenti valori diversi per lo stesso dato; eliminando l’incongruenza, attraverso controlli di integrità dei dati, si otterrà il risultato più importante: la consistenza. Consistenza significa poter disporre di dati significativi ed effettivamente utilizzabili nelle applicazioni dell’azienda, requisito fondamentale in un’economia del digitale. Altro requisito essenziale, garantito dai database, è la sicurezza dei dati. Sicurezza dati significa protezione dei dati da interventi accidentali e dolosi. Particolarmente sentita è la necessità di disporre di un programma di gestione che attraverso software di autenticazione e firewall permetta di evitare attacchi più o meno pericolosi da parte di soggetti non autorizzati. Dominare quell’oceano di dati rappresentato dalla rete è sicuramente una delle sfide più importanti del futuro. Ogni anno si stima una produzione di circa due exabyte (un exabyte è un miliardo di gigabyte) in dati.
Parlando di new economy, subito pensiamo agli Stati Uniti, considerati i pionieri della nuova economia e anche lo stato attualmente più coinvolto dai cambiamenti che essa ha portato. In particolare vi è una zona della California che ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, un centro leader nel mondo riguardo le nuove tecnologie: la Silicon Valley.
The Information Revolution is driving economic expansion, and Silicon Valley is the apotheosis of this revolution. The area grew up in the 1970s and 1980s, developing and producing electronic equipment. Its core is Santa Clara County and the Valley is defined, by Ed Zschau, a former Silicon Valley congressman, as an existential creation. The name Silicon Valley is an allusion to the industry of the silicon chips. Tech companies based in and around the Valley now have a market value of about $450 billion. Silicon Valley attracts the best and brightest minds in technology becouse it is both the engine and the model for the rest of the economy: tight links among companies and top-notch universities, unlimited access to venture capital, a roiling influx of brilliant engineers from around the world, and a diverse mix of high-tech companies, both large and small. Nowadays the name Silicon Valley is used to define a centre of hi-tech industries in every country. Infact Catania is defined as the Italian Silicon Valley.
Ci sono opinioni contrastanti riguardo la new economy, soprattutto dopo il crollo delle Borse, riguardo i titoli tecnologici, che hanno svanito il miraggio dell’Eldorado nella Rete. In fondo, si è ripetuto quello che era già successo in passato di fronte alla comparsa di tecnologie rivoluzionarie utilizzabili da tutte le attività produttive: un’eccessiva manifestazione di ottimismo sull’immediatezza delle loro applicazioni. Spesso si muovono critiche, oltre che dal punto di vista economico, anche umano riguardo gli effetti negativi che il processo di digitalizzazione può portare. Mentre la rete annulla le distanze tra gli individui, contemporaneamente essa li allontana dal punto di vista delle relazioni umane. Portando all’esasperazione questa deduzione si potrebbe immaginare un futuro dove ognuno di noi è rappresentato (e forse perfino sostituito) da un terminale nella maggior parte delle sue relazioni. Conseguenza scontata potrà perciò essere mancanza di una reale interazione e comunicazione tra gli individui. Pirandello potrebbe in questo caso asserire che non è mai esistita vera comunicazione tra gli uomini, vista la necessità, più o meno volontaria, di ogni individuo di crearsi delle maschere che sono responsabili della ipocrisia e menzogna di cui sono intessuti i rapporti umani. Riflettendo sulla possibilità di una diminuzione delle relazioni umane si può però giungere ad una conclusione positiva anche se apparentemente paradossale: la possibilità cioè di una valorizzazione dei rapporti umani portata appunto dalla rarefazione degli stessi e dalla consapevolezza di quanti siano importanti.
La rete non deve suscitare né motivi di assuefazione né d’odio. L’odio infatti può essere originato solo dalla paura, e la paura è da sempre figlia dell’ignoranza.


New Economy
- nuove linee di sviluppo dell’economia mondiale -

Introduzione alla new economy: che cos’è, cosa comporta e quali i vantaggi
I servizi di remote banking, il trading on-line e la borsa telematica: il rischio complessivo, le agenzie di rating e le indicizzazioni
L’e-commerce, i vantaggi e il problema della tassazione: i principi della conferenza di ottawa
L’Irap: cos’è, le caratteristiche, la base imponibile
La digitalizzazione della Pubblica amministrazione e il principio dell’efficienza
La gestione dei dati tramite database: i vantaggi rispetto ai sistemi tradizionali
Silicon Valley: the developing of hi-tech industries
La new economy tra entusiasmi e
critiche: la rete e l’uomo
La new economy rappresenta l’attuale fase più avanzata dell’economia, verso la quale sembra ormai orientato l’intero sistema economico mondiale. Essa racchiude un insieme di cambiamenti qualitativi e quantitativi che hanno trasformato, negli ultimi anni in particolare, le funzioni, la struttura e le regole dell’economia. La new economy, italianizzabile come nuova economia, è basata sull’idea principale che la tecnologia ed Internet rappresentano gli strumenti essenziali per il progresso economico. Attualmente le innovazioni e le trasformazioni prodotte dalla new economy riguardano soltanto parzialmente l’Italiano medio, ma il processo, al di là di crisi e depressioni più o meno temporanee, è in continua evoluzione ed espansione e presto anche i non-addetti verranno investiti dai cambiamenti inevitabili che implica la nuova economia. Non sarà nulla di immediato o sconvolgente, non rappresenterà altro che l’evolversi dell’economia in una sua nuova, certo non definitiva, fase. Nell’accezione comune con il termine new economy s’intendono essenzialmente quelle imprese di nuova generazione che, dopo un’entrata trionfale in Borsa, ora vivono una fase di svalutazione e che formano il mercato dei titoli tecnologici. La definizione, pur non essendo errata, è alquanto restrittiva. Esse costituiscono sicuramente il propulsore della nuova economia, coloro che per prime hanno intuito le potenzialità dei nuovi mezzi e la possibilità di sfruttarli al meglio. Da alcuni anni comunque molte imprese appartenenti alla old economy sono scese in rete, comprendendo i vantaggi di questa, specie nel fenomeno del B2B, abbreviazione di business to business, e del B2C, abbreviazione di business to consumers. Si riducono cioè le distanze tra imprese e tra produttore e consumatore, si possono confrontare prezzi e prodotti del mercato globale, si tagliano i prezzi dell’intermediazione, risparmiando sulle spese di marketing e pubblicità, e soprattutto si tolgono le barriere all’ingresso nel mercato di nuove aziende. Infatti chiunque ha la possibilità di farsi conoscere immettendo i propri servizi o prodotti in rete, e, per chi offre servizi basati sulla conoscenza, i mezzi propri sono costituiti da un modem e un computer. Mai il mercato è stato più trasparente e il risparmio delle aziende sui costi produrrà vantaggi, oltre che per le aziende stesse, anche per il consumatore. Ovviamente non basta la proiezione virtuale di un negozio o di un magazzino per far parte della grande fiera permanente su Internet; sarà poi la qualità del prodotto o del servizio e l’efficienza dell’impresa a determinarne il successo: in questo senso nulla di nuovo rispetto al passato. Per questo la nuova economia non coincide solo ed esclusivamente con la net economy, ma è una fase di accelerazione del processo innovativo, in cui lo sviluppo di nuove tecnologie fanno fare un salto di qualità all’intero mondo della produzione e dei consumi provocando una rivoluzione di tutta la logistica e la struttura aziendale.
Tra i servizi messi a disposizione da Internet quello con le maggiori prospettive di crescita è l’e-commerce. La Commissione europea nel suo comunicato intitolato “Un’iniziativa europea in materia di Commercio elettronico” definisce l’e-commerce come lo svolgimento di attività commerciali per via elettronica; esso comprende perciò attività disparate quali la commercializzazione di merci e servizi per via elettronica; distribuzione on-line di contenuti digitali; effettuazione per via elettronica di operazioni finanziarie e di Borsa.
Quindi viene compreso anche il trading on-line, sviluppatosi soprattutto grazie ai servizi di remote banking offerti oramai dalla quasi totalità delle banche. Per remote banking si intende la possibilità di compiere una serie di operazioni bancarie nella propria banca di fiducia tramite collegamento Internet, quindi senza necessità di spostarsi fisicamente sino allo sportello bancario. Siamo di fronte ad una destrutturazione della banca tradizionale (si parla infatti di banca virtuale) e ad una sua nuova definizione in base a nuove logiche di organizzazione, con il prevalere delle relazioni a distanza con la clientela. Il remote banking si suddivide in home banking e in corporate banking a seconda che si riferisca a clienti-privati oppure a clienti-imprese. Tipiche operazioni di home banking sono la richiesta di informazioni globali e particolari sul proprio conto corrente, servizi di incasso e pagamento, conoscere le quotazioni di titoli e in particolare la possibilità di effettuare compravendite di valori mobiliari (trading on-line).
Le banche rientrano infatti tra i soggetti abilitati a fornire servizi di investimento nel mercato primario e secondario dei valori mobiliari. Gli altri soggetti abilitati previsti dal Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (TUF) sono le SIM e le imprese di investimento straniere, le società di gestione del risparmio (Sgr) e le società di investimento a capitale variabile (Sicav). La possibilità di “giocare” in Borsa tramite un semplice terminale deriva essenzialmente dal processo di dematerializzazione che ha portato all’abolizione dei certificati cartacei, formati da mantello + foglio cedole, e alla loro sostituzione con iscrizioni contabili presso le banche o le SIM creando così il mercato mobiliare telematico. La dematerializzazione ha portato ad una maggiore efficienza del funzionamento dei mercati mobiliari, ha agevolato la ridenominazione dei titoli in euro, evita i costi di stampa dei certificati impedendo anche falsificazioni, furti e smarrimenti. Oggi si può tranquillamente investire in titoli quotati a Piazza Affari come quelli quotati a Wall Street, ciò che invece non è cambiato è il rischio che le compravendite di titoli comportano. Il rischio complessivo si articola in rischio di insolvenza, di tasso, di vendita e di cambio. Riguardo ciò sono nate delle agenzie che valutano la solidità patrimoniale e le prospettive economiche e finanziarie delle società per determinarne il rischio di insolvenza; si parla allora di società di rating e le più note al mondo sono la Moody’s e la Standard & Poor’s, entrambe degli Stati Uniti. I rating da esse pubblicati esprimono sinteticamente, attraverso simboli letterali, la fiducia che gli investitori possono riporre nei titoli di debito delle imprese multinazionali, dagli enti più noti e degli stessi Stati. Le tre A della Moody’s o della Standard & Poor’s sono sinonimo dei titoli della migliore qualità, con il più basso rischio di investimento a cui si contrappongono i titoli con rating D e C che invece presentano altissimo rischio e spesso si trovano in stato di insolvenza. L’istituzione in Italia del Nuovo mercato telematico dedicato ai titoli delle imprese di piccole e medie dimensioni appartenenti alla new economy ha portato alla costituzione di un’agenzia nazionale di rating (Italrating) che esprime giudizi sintetici sulle società con alte potenzialità di crescita che vogliono finanziarsi direttamente sul mercato mobiliare a costi più bassi di quelli richiesti dalle banche. Per quanto riguarda invece il rischio di tasso, questo risulta molto accentuato nei periodi di notevole instabilità dei tassi di interesse sul mercato dei capitali. Coloro che investono a tasso fisso si espongono a possibili perdite di capitale per il ribasso del valore corrente che accompagna ogni rialzo sul mercato dei tassi d’interesse. Contemporaneamente può avvenire che un taglio dei tassi di interesse provochi un aumento del valore corrente dei titoli. Un esempio concreto ci è dato dalla sottoscrizione di BOT avvenuta in data 11 maggio 2001 prima che si conoscesse il taglio del tasso di riferimento effettuato dalla BCE di un quarto di punto percentuale. In quel caso il ballo dei tassi ha favorito gli investitori. La maggior parte dei titoli di debito presenta comunque sistemi di indicizzazione del tasso che prevedono delle regole in base alle quali il tasso stesso verrà quantificato applicando prestabiliti parametri di indicizzazione. Troviamo perciò indicizzazioni monetarie, dove viene preso in riferimento un tasso corrente sul mercato monetario, come quello accertato alle aste dei BOT o quello applicato ai finanziamenti interbancari a breve scadenza (euribor) maggiorato di una percentuale prestabilita (spread); nelle indicizzazioni finanziarie il riferimento può essere costituito dal tasso di rendimento medio che in un certo giorno viene calcolato su un “paniere” di titoli; le indicizzazioni valutarie partono dal cambio dell’euro rispetto a una valuta o a un gruppo di valute estere; nelle indicizzazioni azionarie il rendimento dei titoli o il valore di rimborso vengono rivalutati di una percentuale rispetto all’eventuale aumento conseguito dalle quotazioni azionarie di alcuni titoli detti index bond ; le indicizzazioni reali sfruttano il prezzo di mercato di determinati prodotti o materie prime oppure da indici statistici quali ad esempi il tasso inflazionistico. Il rischio di vendita è determinato dalla possibilità di subire perdite di capitale quando si rende liquido il proprio investimento. Esso coinvolge poco gli investitori che conservano i titoli sino alla scadenza (nel caso di titoli di debito), mentre colpisce fortemente gli investitori in azioni. Le quotazioni azionarie oltre che dipendere dall’andamento specifico della società risentono in generale dell’andamento ciclico del sistema economico che prevede imprevedibili fasi di recessione, con ribassi e cadute dei titoli, a fasi di espansione, con forti rialzi delle quotazioni azionarie. Il rischio di cambio riguarda i titoli denominati in valuta estera. In questo caso il rendimento dei titoli sarà dato oltre che dall’andamento del titolo stesso anche dalle oscillazioni del cambio.
L’e-commerce rappresenta sicuramente il servizio con le maggiori prospettive di crescita tra quelli messi a disposizione tramite Internet. Esso consente ad ogni acquirente di accedere a beni e servizi indipendentemente dalla sua localizzazione e da quella del venditore. Esso rappresenta comunque solo la punta dell’iceberg dell’e-business (che come abbiamo visto in precedenza si divide in B2B e B2C) che comprende, oltre all’e-commerce, moltecipli attività: scambio di informazioni con i partner, invio di ordini, contatti con i fornitori, marketing operativo fino ad arrivare all’e-commerce. Esso produrrà, e ha già prodotto, profondi mutamenti nell’organizzazione logistica e strutturale delle aziende. Occorre quindi affrontare l’e-commerce con accurati processi di formazione e progettazione per sfruttare a pieno i vantaggi dell’economia digitale che potrebbero essere riassunti nei seguenti punti:
la disintermediazione, ovvero la quasi totale eliminazione della catena di distribuzione, con conseguenti risparmi sui costi per intermediari (attraverso la Rete, infatti, ogni azienda è potenzialmente in grado di vendere i propri prodotti o servizi direttamente ai consumatori o ad altre organizzazioni eliminando di fatto gli stadi di intermediazione tradizionali);
maggiore competitività offerta dalla diminuzione dei costi per il produttore;
rapporto diretto con il cliente, che permette di raccogliere dati utili per il marketing sulle preferenze della clientela che si possono sfruttare in seguito per offerte mirate (attuando il cosiddetto marketing one-to-one);
maggiore raggio di azione, in quanto si raggiunge un cliente che prima era esterno alla rete di vendita.
A questa spinta "teorica" verso le nuove tecnologie e le sue potenzialità non corrisponde la volontà di trasferire l'attività on-line, se si pensa che solo il 24% delle imprese commerciali si è già attrezzata per essere operativa nella Rete.
Il processo di tassazione nell’e-commerce è estremamente complesso, e diversi sono i tentativi per poterlo attuare. I problemi che possono sorgere riguardano la localizzazione del luogo di produzione del reddito, la qualificazione di tale reddito e, di non secondaria importanza, la determinazione della residenza fiscale dell’entità che svolge l’attività di commercio elettronico. Infatti, il carattere di immaterialità della Rete pone difficili problemi per l’applicazione della norma fiscale, soprattutto per la facilità di spostare da una parte all’altra del globo il server su cui canalizzare le transazioni commerciali. Di conseguenza determinare il luogo di produzione del reddito è la prima e fondamentale questione per l’applicazione di qualsiasi tipo di norma. Pertanto, l’OCSE, ha esaminato a più riprese la questione e con la conferenza di Ottawa (ottobre 1998) ha fissato alcuni importanti principi:
neutralità: effettiva parità fiscale tra forme di commercio tradizionale ed elettronico;
certezza e semplicità: chiara comprensione e facile applicazione delle norme fiscali attraverso adeguati strumenti correttivi;
efficacia ed equità: prevenzione dell’elusione e dell’evasione fiscale;
flessibilità: le regole devono essere sufficientemente dinamiche da adeguarsi facilmente ai rapidi mutamenti dell’evoluzione tecnologica;
efficienza: il costo fiscale delle operazioni deve essere ridotto al minimo, stabilendo che i proventi conseguiti da persone fisiche, o persone giuridiche, per la cessione di beni e prestazioni di servizi effettuate via Internet, costituiscono reddito imponibile ai fine IRPEF ed IRPEG, nel paese in cui l’attività ha la sede principale.
L’applicazione della normativa vigente però, risulta difficile sul piano pratico, poiché la Pa (Pubblica amministrazione) non è ancora in grado di accertare fiscalmente l’operato dell’impresa.
Inoltre in base all’art. 3 del D.L. 446/97 anche i redditi prodotti da commercio elettronico per mezzo di stabili organizzazioni sono soggetti all’applicazione dell’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive). L’IRAP è un’imposta locale su base territoriale in quanto applicata alle attività produttive esercitate nel territorio di ciascuna regione; essa ha inoltre carattere reale poiché colpisce il valore della produzione netta senza tenere conto delle condizioni personali dei soggetti passivi; è un’imposta proporzionale in quanto l’aliquota è costante (4,25%). L’IRAP è stata introdotta nel 1998, in sostituzione di parecchie altre imposte (ILOR, ICIAP, tassa sulla partita IVA, ecc.) ed ha rappresentato un passo importante verso il decentramento fiscale. Maggiori problemi possono derivare dalla ripartizione territoriale della base imponibile Irap. Le imprese che esercitano l’attività sul territorio di più regioni devono infatti ripartire il debito complessivo tra le varie regioni ed effettuare diversi versamenti. Il riparto deve essere effettuato in proporzione all’ammontare delle retribuzioni corrisposte al personale addetto ad una sede con continuità, per un periodo non inferiore a tre mesi nel territorio di ciascuna regione. La base imponibile per le imprese si ottiene extracontabilmente dalla differenza tra il valore della produzione e i costi della produzione. Si devono escludere fra quest’ultimi le spese per il personale (eccetto i contributi per l’ INAIL, le spese per gli apprendisti e il 70% delle spese relative al personale assunto con contratto di formazione lavoro), le perdite e le svalutazioni di crediti, la parte dei canoni di leasing riferibile agli interessi passivi, i compensi per collaborazioni coordinate e continuative e per lavori occasionali.
Per quanto riguarda le imposte indirette occorre rilevare che alla Conferenza di Ottawa sul commercio elettronico sono stati fissati due principi fondamentali che dovranno essere applicati in futuro: tutte le operazioni effettuate per mezzo del Web dovranno essere sempre considerate come prestazioni di servizi e il luogo di tassazione sarà quello in cui avviene la consumazione del bene o del servizio.
Altri problemi che possono sorgere riguardano la determinazione del momento e del luogo dei contratti costituiti per via elettronica. In relazione al tempo di conclusione del contratto soccorre l’art. 1326 c.c. per cui il contratto si conclude quando chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione del proponente. In particolare l’art. 1 del dpr 513/97 precisa che per i contratti stipulati via e-mail, il contratto si conclude quando il messaggio raggiunge la casella di posta del destinatario, non quando quest’ultimo scarica e legge la posta sul suo computer. Per quanto riguarda il luogo la Convenzione di Bruxelles, in mancanza di scelta, lo individua nel domicilio del convenuto in caso di B2B e nel domicilio del consumatore nel caso di B2C; è comunque consigliato specificare esattamente il luogo ove si deve intendere concluso, per evitare incertezze. La giurisdizione che riguarda l’e-commerce è in continua evoluzione e, attualmente, la si può considerare ancora incompleta. Il problema fondamentale risiede appunto nell’adattamento del diritto ordinario (pensato e costruito per un modello fisico) alla natura virtuale di Internet.
I vantaggi della new economy non devono riguardare solo le imprese private ma anche lo Stato deve riuscire a sfruttare al meglio le nuove potenzialità per poter offrire ai cittadini più efficienza e contemporaneamente tagliare i costi. In questo senso si parla già di e-government. Una ricerca effettuata da Ibm ed European institute of social security (Eiss) ha radiografato lo stato, in Europa, della relazione tra Enti pubblici e Internet, un abbinamento che da origine all’e-government, ossia l’applicazione della telematica e dell’informatica moderna ai processi, interni ed esterni, della Pa. L’Italia, su dieci paesi, risulta all’ottavo posto, nonostante un forte passo avanti rispetto all’anno precedente (la ricerca è relativa a dati del 2000).
La digitalizzazione della Pa risponderebbe anche alla legge del 7 agosto 1990 n. 241 intitolata “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto accesso ai documenti amministrativi”. L’art. 1 afferma infatti che l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità e di efficienza. L’efficienza, in particolare, riguarda i mezzi impiegati dall’amministrazione nella propria attività. Un’amministrazione è efficiente quando adotta i mezzi più adatti e meno costosi per svolgere i propri compiti.
In parole povere si devono evitare gli sprechi. Perché allora non perseguire quest’essenziale principio avvalendosi degli strumenti offerti dalla nuova economia? Un esempio concreto può essere dato dal risparmio in spese che può essere offerto da una digitalizzazione degli archivi della Pa. Un’organizzazione degli stessi tramite una struttura a database, faciliterebbe qualsiasi operazione di ricerca e manipolazione dei dati. Le famigerate code potrebbero tradursi in alcuni click del mouse. Per questo sono necessarie forme di organizzazioni di dati sempre più efficienti. Attualmente come sistemi integrati di archiviazione dei dati troviamo i database.
La gestione per database si compone degli archivi stessi (database) e dal software di gestione degli archivi (DBMS, Database Management System). Questa nuova programmazione offre diversi vantaggi rispetto alla tradizionale organizzazione degli archivi in modo non integrato. In primo luogo vi è indipendenza dei programmi applicativi dalla struttura fisica e logica dei dati. E’ possibile cioè modificare rispettivamente i supporti su cui vengono registrati i dati e apportare modifiche alla definizione delle strutture della base di dati senza modificare il software applicativo (cosa che avveniva per programmi di gestione e programmazioni quali per esempio COBOL e Pascal, dove vi era dipendenza dei programmi rispetto agli archivi utilizzati).
I database consentono l’utilizzo da parte di più utenti con i loro programmi, grazie al sistema delle viste. Infatti, in base alla responsabilità e al ruolo di ogni utente, è possibile consentire delle visioni più o meno parziali. Per esempio il DBA (Database Administrator, l’amministratore della base di dati) si avvarrà di una visione pressoché totale del database nei sui vari aspetti, attraverso l’utilizzo dei linguaggi di programmazione, mentre ad un utente finale saranno riservate interfacce software per l’interrogazione e la manipolazione dei dati. La gestione tramite database permette di eliminare il fastidioso problema della ridondanza dei dati; i dati non compaiono più volte negli archivi grazie proprio alla costituzione ad archivi integrati.
L’eliminazione della ridondanza porta come conseguenza diretta anche l’eliminazione dell’incongruità dei dati, che si verifica nel caso in cui un dato venga aggiornato in un archivio e non in un altro, oppure siano presenti valori diversi per lo stesso dato; eliminando l’incongruenza, attraverso controlli di integrità dei dati, si otterrà il risultato più importante: la consistenza. Consistenza significa poter disporre di dati significativi ed effettivamente utilizzabili nelle applicazioni dell’azienda, requisito fondamentale in un’economia del digitale. Altro requisito essenziale, garantito dai database, è la sicurezza dei dati. Sicurezza dati significa protezione dei dati da interventi accidentali e dolosi. Particolarmente sentita è la necessità di disporre di un programma di gestione che attraverso software di autenticazione e firewall permetta di evitare attacchi più o meno pericolosi da parte di soggetti non autorizzati. Dominare quell’oceano di dati rappresentato dalla rete è sicuramente una delle sfide più importanti del futuro. Ogni anno si stima una produzione di circa due exabyte (un exabyte è un miliardo di gigabyte) in dati.
Parlando di new economy, subito pensiamo agli Stati Uniti, considerati i pionieri della nuova economia e anche lo stato attualmente più coinvolto dai cambiamenti che essa ha portato. In particolare vi è una zona della California che ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, un centro leader nel mondo riguardo le nuove tecnologie: la Silicon Valley.
The Information Revolution is driving economic expansion, and Silicon Valley is the apotheosis of this revolution. The area grew up in the 1970s and 1980s, developing and producing electronic equipment. Its core is Santa Clara County and the Valley is defined, by Ed Zschau, a former Silicon Valley congressman, as an existential creation. The name Silicon Valley is an allusion to the industry of the silicon chips. Tech companies based in and around the Valley now have a market value of about $450 billion. Silicon Valley attracts the best and brightest minds in technology becouse it is both the engine and the model for the rest of the economy: tight links among companies and top-notch universities, unlimited access to venture capital, a roiling influx of brilliant engineers from around the world, and a diverse mix of high-tech companies, both large and small. Nowadays the name Silicon Valley is used to define a centre of hi-tech industries in every country. Infact Catania is defined as the Italian Silicon Valley.
Ci sono opinioni contrastanti riguardo la new economy, soprattutto dopo il crollo delle Borse, riguardo i titoli tecnologici, che hanno svanito il miraggio dell’Eldorado nella Rete. In fondo, si è ripetuto quello che era già successo in passato di fronte alla comparsa di tecnologie rivoluzionarie utilizzabili da tutte le attività produttive: un’eccessiva manifestazione di ottimismo sull’immediatezza delle loro applicazioni. Spesso si muovono critiche, oltre che dal punto di vista economico, anche umano riguardo gli effetti negativi che il processo di digitalizzazione può portare. Mentre la rete annulla le distanze tra gli individui, contemporaneamente essa li allontana dal punto di vista delle relazioni umane. Portando all’esasperazione questa deduzione si potrebbe immaginare un futuro dove ognuno di noi è rappresentato (e forse perfino sostituito) da un terminale nella maggior parte delle sue relazioni. Conseguenza scontata potrà perciò essere mancanza di una reale interazione e comunicazione tra gli individui. Pirandello potrebbe in questo caso asserire che non è mai esistita vera comunicazione tra gli uomini, vista la necessità, più o meno volontaria, di ogni individuo di crearsi delle maschere che sono responsabili della ipocrisia e menzogna di cui sono intessuti i rapporti umani. Riflettendo sulla possibilità di una diminuzione delle relazioni umane si può però giungere ad una conclusione positiva anche se apparentemente paradossale: la possibilità cioè di una valorizzazione dei rapporti umani portata appunto dalla rarefazione degli stessi e dalla consapevolezza di quanti siano importanti.
La rete non deve suscitare né motivi di assuefazione né d’odio. L’odio infatti può essere originato solo dalla paura, e la paura è da sempre figlia dell’ignoranza.

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