Neopositivismo

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Testo

La dottrina dell'inconoscibile e 1 rapporti fra scienza e religione
La prima parte del capolavoro di Spencer s'intitola "L'inconoscibile". Essa tende a dimostrare l'inaccessibilità della realtà ultima e assoluta, ma nello stesso tempo vien fatta servire da Spencer a dimostrare la possibilità di un incontro e di una conciliazione tra la religione e la scienza.
Religione e scienza infatti hanno entrambe la loro base nella realtà del mistero e non possono essere inconciliabili. Ora la verità ultima inclusa in ogni religione è che «l'esistenza del mondo con tutto ciò che contiene e con tutto ciò che lo circonda è un mistero che sempre esige di essere interpretato» (Primi principi, par. 14). Tutte le religioni falliscono nel dare quest'interpretazione: le diverse credenze in cui esse si esprimono non sono logicamente difendibili. Attraverso lo sviluppo della religione perciò il mistero viene sempre meglio riconosciuto come tale; sicché l'essenza della religione si può riconoscere nel convincimento che la forza che si manifesta nell'universo è completamente imperscrutabile. Dall'altro lato, anche la scienza urta contro il mistero che avvolge la natura ultima della realtà di cui essa studia le manifestazioni. Che cosa siano il tempo e lo spazio, la materia e la forza, quale sia la durata della coscienza - se finita o infinita - e che cosa sia il soggetto stesso del pensiero, sono per la scienza enigmi impenetrabili. Le idee scientifiche ultime sono tutte rappresentative di realtà che non possono essere comprese.
Ciò accade perché la nostra conoscenza, come Hamilton e Mansel hanno chiarito1, è chiusa entro i limiti del relativo. Certamente, per mezzo della scienza, essa progredisce e si estende incessantemente. Ma questo progresso consiste nell'includere verità speciali in verità generali e verità generali in verità ancora più generali; sicché ne segue che la verità più generale, la quale non ammette inclusioni in una verità ulteriore, non è comprensibile ed è destinata a rimanere un mistero. Spencer ammette quindi senz'altro la tesi di Hamilton e Mansel, secondo la quale l'assoluto, l'incondizionato, l'infinito (o comunque si chiami il principio supremo della realtà) è inconcepibile per l'uomo, data la relatività costitutiva della sua conoscenza. Egli tuttavia non si ferma al concetto negativo dell'assoluto, qual era stato difeso da quei due pensatori, poiché concepisce l'assoluto come la forza misteriosa che si manifesta in tutti i fenomeni naturali e la cui azione è sentita dall'uomo positivamente. Non è possibile tuttavia definire o conoscere ulteriormente questa forza. Compito della religione sarà quello di richiamare l'uomo al mistero della causa ultima; e compito della scienza sarà quello di estendere incessantemente la conoscenza dei fenomeni. Religione e scienza sono così necessariamente correlative. Il riconoscimento della forza imperscrutabile è il limite comune che le concilia e le rende solidali.
A questo limite, la scienza arriva inevitabilmente in quanto raggiunge i suoi confini e la religione in quanto vi è irresistibilmente indirizzata dalla critica. L'uomo ha tentato sempre e tenterà ancora di costruire simboli che gli rappresentino la forza sconosciuta dell'universo. Ma continuamente e sempre egli si renderà conto dell'inadeguatezza di questi simboli. Sicché i suoi continui sforzi e le sue continue disfatte possono servire a dargli il dovuto senso della differenza incommensurabile che c'è tra il condizionato e l'incondizionato e ad avviarlo alla più alta forma della saggezza, al riconoscimento dell'inconoscibile come tale.
Che la scienza sia limitata al fenomeno non significa, per Spencer, che essa sia confinata nell'apparenza. Il fenomeno non è l'apparenza: è piuttosto la manifestazione dell'inconoscibile. Spencer ammette il principio che
«le impressioni persistenti, essendo i risultati persistenti in una causa persistente, sono praticamente identiche per noi alla causa stessa e possono essere abitualmente trattate come suoi equivalenti» (Primi principi, par. 46).
In virtù di questo principio, lo spazio, il tempo, la materia, il movimento, la forza, nozioni tutte persistenti e immutabili, devono essere considerate come prodotte in qualche modo dallo stesso inconoscibile. Esse non sono certamente identiche all'inconoscibile, né sono modi di esso: sono «effetti condizionati della causa incondizionata». Tuttavia corrispondono a un modo d'essere o d'agire, per noi sconosciuto, di questa causa; e in questo senso sono reali. Spencer chiama «realismo trasfigurato» questa corrispondenza ipotetica tra l'inconoscibile e il suo fenomeno.
«Il noumeno e il fenomeno sono qui presentati nella loro relazione primordiale come i due lati dello stesso mutamento, di cui siamo obbligati a considerare il secondo non meno reale che il primo».
La teoria dell'evoluzione
Tra la religione alla quale spetta il riconoscimento dell'inconoscibile, e la scienza alla quale spetta l'intero dominio del conoscibile, quale posto ha la filosofia? Spencer la definisce come la conoscenza nel suo più alto grado di generalità. La scienza è conoscenza parzialmente unificata; la filosofia conoscenza completamente unificata. Le verità della filosofia stanno alle verità scientifiche più alte come queste stanno alle verità scientifiche più basse; sicché le generalizzazioni della filosofia comprendono e consolidano le più vaste generalizzazioni della scienza. La filosofia è il prodotto finale di quel processo che comincia con la raccolta di osservazioni isolate e termina con le proposizioni universali. Essa perciò deve assumere come suo proprio materiale e punto di partenza i principi più vasti e più generali ai quali la scienza è giunta.
Tali principi sono: l'indistruttibilità della materia, la continuità del movimento, la persistenza della forza, con tutte le loro conseguenze fra le quali è la legge del ritmo, cioè dell'alternarsi dell'elevazione e della caduta nello sviluppo di tutti i fenomeni. La formula sintetica che questi principi generali richiedono è una legge che implica la continua ridistribuzione della materia e della forza. Tale è, secondo Spencer, la legge dell'evoluzione la quale significa che la materia passa da uno stato di dispersione a uno stato di integrazione (o concentrazione), mentre la forza che ha operato la concentrazione si dissipa. La filosofia è dunque essenzialmente una teoria dell'evoluzione.
I Primi principi definiscono la natura e i caratteri generali dell'evoluzione, le altre opere di Spencer studiano il processo evolutivo nei diversi domini della realtà naturale. La prima determinazione dell'evoluzione è che essa è un passaggio da una forma meno coerente a una forma più coerente. Il sistema solare (che è sorto da una nebulosa), un organismo animale, una nazione, mostrano nel loro sviluppo questo passaggio da uno stato di disgregazione a uno stato di coerenza e di armonia crescenti. Ma la determinazione fondamentale del processo evolutivo è quello che lo caratterizza come un passaggio dall'omogeneo all'eterogeneo. Questa caratterizzazione è suggerita a Spencer dai fenomeni biologici. Ogni organismo, pianta o animale, si sviluppa attraverso la differenziazione delle sue parti: che da principio sono, chimicamente o biologicamente,
indistinte, poi si differenziano a formare tessuti e organi diversi. Spencer ritiene questo processo proprio di ogni sviluppo in qualsiasi campo della realtà: nel linguaggio, dapprima costituito da semplici esclamazioni e suoni inarticolati e poi differenziantisi in parole diverse; come nell'arte che, a partire dai popoli primitivi, si va sempre più dividendo nelle sue branche (architettura, pittura, scultura, arti pratiche) e nelle sue direzioni. Infine l'evoluzione implica anche un passaggio dall'indefinito al definito: indefinita è per esempio la condizione di una tribù selvaggia in cui non c'è specificazione di compiti e di funzioni, definita quella di un popolo civile, fondata sulla divisione del lavoro e delle classi sociali. Spencer da quindi dell'evoluzione questa formula definitiva:
«L'evoluzione è un'integrazione di materia e una concomitante dissipazione di movimento; durante la quale la materia passa da un'omogeneità indefinita e incoerente ad un'eterogeneità definita e coerente; e durante la quale il movimento conservato soggiace ad una trasformazione parallela» (Primiprincipi, par. 145).
L evoluzione è un processo necessario. L'omogeneità, che è il suo punto di partenza, è uno stato instabile che non può durare e deve trapassare nell'eterogeneità per raggiungere l'equilibrio. Perciò l'evoluzione deve cominciare; una volta cominciata deve continuare perché le parti rimaste omogenee tendono, a loro volta, per la loro instabilità, verso l'eterogeneità. Il senso di questo processo necessario e continuo è ottimistico. Spencer ammette che, per la legge del ritmo, l'evoluzione e la dissoluzione devono alternarsi. Ma ritiene che la dissoluzione, là dove si verifica, è la premessa di un'evoluzione ulteriore. Per ciò che riguarda l'uomo, l'evoluzione deve determinare una crescente armonia tra la sua natura spirituale e le condizioni di vita.
«E questa è - dice Spencer - la garanzia per credere che l'evoluzione può terminare solo con lo stabilirsi della più grande perfezione e della più completa felicità» (Primiprincipi, par. 176).
Biologìa, psicologia e teorìa della conoscenza
Le opere dedicate da Spencer alla biologia, alla psicologia, alla sociologia e all'etica costituiscono l'applicazione del principio evolutivo al campo di queste scienze. La biologia è, per Spencer, lo studio dell'evoluzione dei fenomeni organici e della sua causa. La vita consiste nella combinazione di fenomeni diversi, contemporanei e successivi, la quale si verifica in corrispondenza con mutamenti contemporanei o successivi dell'ambiente esterno. Essa perciò consiste essenzialmente nella funzione dell'adattamento; e appunto attraverso questa funzione si formano e si differenziano gli organi, per l'esigenza di sempre meglio rispondere alle sollecitazioni dell'esterno.
Spencer da così il primo posto, nella trasformazione degli organismi viventi, al principio di La-marck della funzione che crea l'organo; ma riconosce l'azione del principio darwiniano della selezione naturale (che egli chiama «sopravvivenza del più adatto»), che però non può agire se non attraverso l'adattamento all'ambiente e quindi lo sviluppo funzionale degli organi. Soprattutto egli insiste sulla conservazione e sull'accumulazione dei mutamenti organici individuali per opera dell'ereditarietà; e concepisce il progresso della vita organica come l'adattamento crescente degli organismi all'ambiente dovuto all'accumularsi delle variazioni funzionali che sempre meglio rispondono ai requisiti ambientali.
La coscienza è uno stadio di questo adattamento, e anzi la sua fase decisiva. Spencer non ammette la risoluzione integrale della coscienza nelle impressioni o nelle idee, secondo l'insegnamento tradizionale dell'empirismo inglese. La coscienza presuppone un'unità, una forza originaria, quindi una sostanza spirituale che sia la sede di questa forza. Ma, come si verifica per la sostanza e per la forza materiale, anche la sostanza e la forza spirituale sono, nella loro ultima natura, inconoscibili; e la psicologia deve limitarsi a studiarne le manifestazioni.
Tuttavia una psicologia è possibile come scienza autonoma; e Spencer si allontana dalla tesi di Comte che l'aveva negata. C'è una psicologia oggettiva la quale studia i fenomeni psichici nel loro substrato materiale; e c'è una psicologia soggettiva, fondata sull'introspezione che «costituisce una scienza completamente a parte, unica nel suo genere, indipendente da tutte le altre scienze e antiteticamente opposta a ciascuna di esse». Soltanto la psicologia soggettiva può contribuire a determinare lo sviluppo evolutivo dei processi del pensiero. Tale sviluppo si spiega tuttavia come ogni altro sviluppo; è un processo di adattamento graduale che va dall'azione riflessa, che è la prima fase della psichicità, attraverso l'istinto e la memoria, sino alla ragione.
Per ciò che riguarda la ragione, Spencer ammette che vi siano nozioni o verità a priori nel senso di essere indipendenti dall'esperienza puntuale e temporanea dell'individuo; e in tal senso riconosce la parziale legittimità delle dottrine "aprioristiche", come quelle di Leibniz e Kant. Ma ciò che in questo senso è a priori per l'individuo, non lo è per la specie umana, giacché è prodotto dall'esperienza accumulata dalla specie stessa attraverso un lunghissimo periodo di sviluppo e fissata e resa ereditaria nella struttura organica del sistema nervoso.
Sociologìa e politica
Pur utilizzando alcuni risultati della sociologia di Comte e accettando il nome della scienza che Comte aveva inventato, Spencer modifica radicalmente il concetto di essa. Per Comte, essa è infatti la disciplina che, accertando le leggi dei fatti sociali, consente di prevederli e guidarli; il fine della sociologia è la sociocrazia, la fase della società in cui il positivismo sarà diventato regime. Per Spencer invece la sociologia deve limitarsi al compito puramente descrittivo dello sviluppo della società umana sino al punto in cui esso è giunto finora. Essa può bensì determinare le condizioni alle quali lo sviluppo ulteriore dovrà soddisfare; ma non le mete e gli ideali di esso. Determinare le mete, cioè stabilire quale debba essere l'uomo ideale in una ideale società, è il compito della morale. Sociologia e morale, che facevano tutt'uno nell'opera di Comte, vengono così distinte da Spencer.
La sociologia determina le leggi dell'evoluzione super-organica e considera la stessa società umana come un organismo, i cui elementi sono prima le famiglie, poi gli individui singoli. La sociologia di Spencer è nettamente orientata verso l'individualismo e quindi verso la difesa di tutte le libertà individuali, in contrasto con la sociologia di Comte e in generale con l'indirizzo sociale del positivismo. Uno dei temi principali, sia dei Principi di sociologia sia di altre opere collaterali (Statica sociale, 1850; L'uomo contro lo stato, 1884), tema che domina da un capo all'altro la sociologia di Spencer, è il principio che lo sviluppo sociale dev'essere abbandonato alla forza spontanea che lo presiede e lo muove verso il progresso e che l'intervento dello Stato nei fatti sociali non fa che disturbare o ostacolare questo sviluppo.

II concetto di uno sviluppo sociale lento, graduale e inevitabile, rende Spencer estremamente alieno da quelle idee di riforma sociale che erano state accarezzate dal positivismo sociale, compresi in esso gli utilitaristi e Stuart Min.
« Allo stesso modo che non si può abbreviare la via tra l'infanzia e la maturità, evitando quel noioso processo di accrescimento e di sviluppo che si opera insensibilmente con lievi incrementi, così non è possibile che le forme sociali più basse divengano più elevate, senza attraversare piccole modificazioni successive».
Perciò ogni tentativo di bruciare le tappe dell'evoluzione storica, ogni sogno di visionari o di utopisti, ha come unico risultato quello di ritardare o sconvolgere il processo naturale dell'evoluzione sociale. Ciò non implica, secondo Spencer, che l'individuo debba passivamente abbandonarsi al corso naturale degli eventi. Lo stesso sviluppo sociale ha determinato il passaggio da una fase di cooperazione umana costrittiva e imposta a una fase di cooperazione più libera e spontanea. È questo il passaggio dal regime militare contrassegnato dalla prevalenza del potere statale sugli individui ai quali esso impone compiti e funzioni, al regime industriale che è fondato invece sull'attività indipendente degli individui, e perciò li determina a rafforzare le loro esigenze e a rispettare le esigenze degli altri, rinvigorendo la coscienza dei diritti personali e deliberandoli a resistere agli eccessi del controllo statale. Spencer tuttavia non ritiene definitivo il regime industriale (nel quale peraltro la società attuale è appena entrata). È possibile prospettarsi la possibilità di un terzo tipo sociale, il quale, pur essendo fondato come quello industriale sulla libera cooperazione degli individui, ponga moventi altruistici al posto dei moventi egoistici che reggono il regime industriale; o, meglio ancora, concili insieme altruismo ed egoismo. Ma questa possibilità non può essere prospettata dalla sociologia, bensì soltanto dall'etica.
L'etica evoluzionìstica
L'etica di Spencer è sostanzialmente un'etica biologica, che ha per oggetto la condotta dell'uomo, cioè l'adattamento progressivo dell'uomo stesso alle sue condizioni di vita. Questo adattamento implica non solo un prolungamento della vita stessa ma la sua maggiore intensità e ricchezza. Tra la vita di un selvaggio e quella di un uomo civile non c'è solo una differenza di lunghezza ma anche di estensione: quella dell'uomo civile implica il raggiungimento di fini assai più svariati e ricchi, che la rendono più intensa ed estesa. Questa crescente intensità è ciò che si deve intendere per felicità. Poiché è buono ogni atto che è adatto al suo fine, la vita che si presenta nel suo complesso meglio adatta alle sue condizioni è anche la vita più felice e piacevole. Per questo, il bene si identifica col piacere; e la morale edonistica o utilitaristica è, sotto un certo aspetto, l'unica possibile. Spencer tuttavia non ammette l'utilitarismo nella forma che esso aveva assunto a opera di Bentham e dei due Mill. Il movente dichiarato e consapevole dell'agire morale dell'uomo non è e non può essere l'utilità. L'evoluzione sociale, accumulando con l'eredità un enorme numero di esperienze morali che rimangono inscritte nella struttura organica dell'individuo, fornisce all'individuo stesso un a priori morale, che tale è per lui sebbene tale non sia per la specie.
Si deve ammettere che l'uomo singolo agisca per dovere, per un sentimento di obbligazione morale; ma l'etica evolutiva da conto del sorgere di questo sentimento, mostrando come esso nasca dalle esperienze ripetute e accumulate attraverso il succedersi di innumerevoli generazioni. Queste esperienze hanno prodotto la coscienza che i sentimenti che si riferiscono a risultati lontani e generali sono di solito più utili per raggiungere il benessere di quelli che devono essere immediatamente soddisfatti; e hanno trasformato la coazione esterna politica, religiosa e sociale in un sentimento di coazione puramente interiore e autonomo.
Ma questa stessa considerazione evolutiva dimostra pure che il senso del dovere e dell'educazione morale è transitorio e tende a diminuire col crescere della moralità. Anche ora accade che il lavoro, che dev'essere imposto al ragazzo come un obbligo, è una manifestazione spontanea dell'uomo d'affari immerso nelle sue faccende. Così il mantenimento e la protezione della moglie da parte del marito, l'allevamento dei figli da parte dei genitori, non hanno il più delle volte alcun elemento coattivo, ma sono compiti che si eseguono con perfetta spontaneità e piacere. Spencer prevede perciò che
«col completo adattamento allo stato sociale, quell'elemento della coscienza morale, che è espresso dalla parola obbligazione, scomparirà del tutto. Le azioni più elevate, richieste per lo svolgimento armonico della vita, saranno fatti così comuni come lo sono ora quelle azioni inferiori a cui ci spinge il semplice desiderio».
Questa fase finale dell'evoluzione morale non implica la prevalenza assoluta dell'altruismo a spese dell'egoismo. L'antitesi tra egoismo e altruismo è naturale nella condizione presente che è caratterizzata dal prevalere indebito delle tendenze egoistiche e nella quale perciò l'altruismo assume la forma di un sacrificio di queste tendenze. Ma l'evoluzione morale, facendo sempre più coincidere la soddisfazione del singolo col benessere e la felicità altrui (nel che propriamente consiste la simpatia), provocherà l'accordo finale dell'altruismo e dell'egoismo.

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