La rivoluzione della fisica

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Testo

Indice
• Introduzione pag. 1
• Sviluppo critico della geometria pag. 2
• Einstein: la teoria della relatività pag. 3
• Max Planck e Werner Heisenberg pag. 4

• Ernst Mach pag. 5

• L' "Associazione Ernst Mach" pag. 6

• Moritz Schlick pag. 7
• Rudolph Carnap pag. 8
• Conclusioni pag. 9

• Bibliografia pag. 10

Introduzione
Il notevole progresso della scienza verificatosi nel XIX secolo continuò anche nel XX secolo, al punto che la scienza non solo fece registrare nuove scoperte, non solo aprì nuovi orizzonti d'indagine (specie nel campo delle scienze umane), non solo arricchì il suo patrimonio metodologico, sviluppando al suo interno una feconda riflessione sui problemi del metodo di ricerca, non solo s'attrezzò con sempre più sofisticati strumenti di osservazione, ma riuscì in gran parte a modificare, nell'uomo, lo stesso modo di pensare il suo rapporto con la realtà naturale e con gli altri uomini. Lo sviluppo della fisica, con il progresso dei mezzi d'indagine e della conoscenza del micro e macrocosmo, ha condotto a mutare le basi stesse della conoscenza del mondo. In particolare si è scoperto che le leggi della fisica di Galileo e di Newton, a lungo ritenute universali, non erano che approssimazioni di leggi più generali.
Fino alla seconda metà del XIX secolo la scienza newtoniana aveva avuto uno sviluppo lineare e progressivo, la sua evoluzione era stata constantemente accompagnata dalla fiducia del positivismo di poter ricondurre tutti i fenomeni conosciuti alla necessità delle leggi di natura; agli inizi del XX secolo il modello newtoniano cominciò a mostrare segni di incertezza e di difficoltà che parvero minacciare, insieme con la sua legittimità, la stessa possibilità di un sapere oggettivo. I termini della crisi furono dati dall'introduzione del concetto di probabilità nel dominio della scienza; le geometrie non euclidee, la relatività di Einstein, la fisica quantistica ed il principio di indeterminazione di Heisenberg, sancirono definitivamente l'impossibilità di un'osservazione e di una conoscenza oggettiva dei fenomeni naturali.
Oltre alla concezione di Einstein sullo spazio e il tempo, una notevole smentita della fisica classica venne dalla teoria quantistica elaborata da Max Planck. Contrariamente all'idea fortemente radicata che "natura non facit saltus", ossia che essa è costituita da fenomeni continui di cui la migliore rappresentazione era ritenuta quella dello spazio e del tempo, la dottrina di Planck obbligò a pensare che "natura facit saltus". Werner Heisenberg, con il principio di indeterminazione ha posto i "quanti" come pietra miliare a separare il mondo dominato dalla certezza deterministica da quello soggetto alla sola probabilità. Si apre la visione di una natura non più oggetto inerte dell'indagine sperimentale, oggetto standardizzato del sapere scientifico, oggetto rispettoso del rapporto causa-effetto, ma oggetto "attore e autore" che trasforma un esperimento scientifico in un fenomeno individuale di interazione tra strumenti indagatori e natura indagata.
La difficile questione che in quegli anni il dibattito epistemologico europeo fu chiamato ad affrontare non riguardò la semplice ridefinizione dell'apparato logico-concettuale delle teorie, ma riguardò l'introduzione di un nuovo quadro del mondo fisico, rispetto al quale la conoscenza classica fu chiamata a giustificarsi. Intorno a tale problema si riunirono i teorici viennesi. Essi trattarono il problema della legittimazione della conoscenza scientifica, del riferimento di una nuova concezione della natura ai valori preesistenti di un'epoca e di una cultura. L'atteggiamento teorico di fondo del Circolo viennese era la riaffermazione del valore e della credibilità del sapere scientifico, nelle sue molteplici espressioni disciplinari, che non poteva essere frutto delle intuizioni di singoli scienziati, ma doveva scaturire dagli studi organizzati di più ricercatori, impegnati in campi disciplinari differenti. Molti
neoempiristi tedeschi giunsero alla filosofia attraverso lo studio delle grandi scoperte della
scienza moderna. Essi furono i primi a raccogliere la sfida lanciata dal dibattito scientifico, a tentare di conciliare i fondamenti empirici, emersi dalle nuove scoperte, con un quadro di concezioni filosofiche accettato da oltre due secoli. La tendenza dei neoempiristi ad escludere dall'ambito dei propri interessi tutto ciò che non riguardava la scienza sperimentale era dovuta probabilmente anche al timore di reintrodurre quelle forme di speculazione astratte, non verificabili, che essi tentavano al contrario di tenere ben distinte da tutto ciò che rappresentava il sapere positivo, oggettivamente controllabile.
Sviluppo critico della geometria
Nel corso del XIX secolo, la matematica subì una caduta di secolari certezze. Il sistema geometrico euclideo, che aveva dominato per circa venti secoli, nel XVIII secolo cominciò a vacillare e nel corso del XIX secolo perse il suo dominio assoluto; si giunse cioè alla certezza che esso era uno dei possibili sistemi geometrici: variando i postulati di Euclide, infatti, potevano essere costituiti altri sistemi dotati di uguale coerenza logica. Negli Elementi, Euclide aveva introdotto il famoso quinto postulato, che non aveva carattere immediatamente intuitivo come i precedenti: tale quinto postulato affermava che date due rette giacenti sullo stesso piano, se queste, intersecate da una terza retta, formano con questa, da una stessa banda, angoli interni la cui somma è minore di due angoli retti, esse si incontrano da questa stessa banda. Questo postulato, più noto nella forma data da Proclo (412-485) "Data una retta ed un punto esterno ad essa e complanare, per quel punto passa una e una sola parallela alla retta data", è il postulato fondamentale delle geometrie euclidee, postulato, però, che non è immediatamente evidente sul piano logico: pertanto già dall'antichità si cominciò a fare tentativi per ridurre questo postulato in un teorema, partendo dagli stessi principi euclidei; ma ogni tentativo fallì. Quello più ingegnoso fu compiuto da Gerolamo Saccheri, che pensò di dimostrare il quinto postulato per assurdo, partendo cioè dalla negazione di esso. Le ipotesi a cui giunse Saccheri suggerirono ai matematici del XIX secolo la via per dimostrare non solo che il quinto postulato era indimostrabile, ma anche che era possibile costruire delle nuove geometrie "non euclidee"; le ipotesi di Saccheri avevano gettato le basi dei due tipi di geometrie non euclidee che saranno definite rispettivamente, dai nomi dei loro elaboratori, geometria di Riemann e geometria di Lobacevskij.
NICOLAI IANOVIC LOBACEVSKIJ (Russia, 1793-1856), matematico russo, è considerato il fondatore della geometria iperbolica. Egli riuscì a realizzare un sistema geometrico, logicamente coerente, che non si fondava sul quinto postulato, ma sull'affermazione che , data una retta, per un punto fuori di essa passano infinite parallele alla retta data. Egli sviluppò la sua geometria come lotta contro le ipotesi arbitrarie, contro ogni assioma che non fosse suggerito dall'esperienza, che non fosse cioè ben fondato. Egli riuscì a costruire una nuova geometria formulando una diversa definizione di parallelelismo; con ciò fu dimostrato che è possibile costruire un sistema geometrico logicamente coerente e rigoroso, a partire da una ipotesi prescelta dalla quale ha inizio il processo dimostrativo.

BERNHARD RIEMANN (Germania, 1826-1866), costruì un altro tipo di geometria, egualmente rigorosa e coerente, ipotizzando che, data una retta, per un punto fuori di essa non passa nessuna parallela alla retta data. Egli analizzò lo spazio dal punto di vista analitico anzichè sintetico. Riemann considerò il piano una varietà bidimensionale e lo spazio una verità tridimensionale; la sua geometria è denominata ellittica, in essa non esistono rette parallele,ossia due rette hanno sempre un punto in comune.
Einstein: la teoria della relatività
Gli anni dal 1900 al 1930 furono gli anni della grande rivoluzione della fisica, rivoluzione che mise in discussione la validità della meccanica newtoniana, dogma indiscusso per quasi due secoli.
ALBERT EINSTEIN (Germania, 1879-1955), matematico e fisico, confutò il pensiero della fisica classica, secondo la quale la distanza spaziale o temporale è un'entità assoluta, dimostrando che essa è relativa al sistema di riferimento che si prende in considerazione. Egli elaborò la teoria della relatività, la quale si basa su due postulati fondamentali: 1) la velocità della luce è una costante, indipendente dal moto della sorgente e dell'osservatore, essa non è solo la velocità di propagazione di un fenomeno naturale, ma è una velocità limite nell'universo;
2)tutte le leggi che governano i fenomeni fisici, da quelli meccanici a quelli elettromagnetici, in due sistemi di riferimento S e S' in moto rettilineo uniforme l'uno rispetto all'altro, hanno la stessa formulazione. Con ciò Einstein estese il principio di relatività galileiano, che riguarda i soli fenomeni meccanici. La velocità di propagazione della luce, e di tutte le onde elettromagnetiche, è all'incirca di 300.000 km/s; poichè essa non può essere superata da alcun corpo, si hanno due immediate conseguenze: la massa, cioè la grandezza che misura la quantità di materia di un corpo, non può più essere considerata come una grandezza invariante, e la legge della composizione della velocità non è più valida per velocità molto elevate. I risultati cui giunge la relatività ristretta di Einstein si possono così riassumere: il tempo non è un parametro assoluto, bensì relativo allo stato di moto della materia, lo spazio non è un ente assoluto: la massa di un corpo aumenta all'aumentare della velocità, massa ed energia non sono enti distinti, ma si presentano come aspetti diversi del medesimo ente, che si manifesta come massa o come energia.
La relatività generale di Einstein è una teoria della gravitazione che scredita l'ipotesi della forza di gravità ammessa da Newton, e spiega i movimenti dei corpi con una curvatura dello spazio-tempo.
La teoria della relatività ha avuto notevoli conseguenze in filosofia, poichè ha mutato il rapporto tra soggetto e oggetto, introducendo il pensiero secondo il quale la realtà si può conoscere in modi diversi.

Max Planck e Werner Heisenberg
Altro contributo decisivo alla trasformazione dell'immagine scientifica del mondo fu offerta dal fisico MAX PLANCK (Germania, 1858-1947), scopritore della "teoria dei quanti". Egli fu tra i sostenitori del fatto che la relatività ristretta di Einstein non autorizzava a fondare un relativismo filosofico, perchè essa non solo non dimostrava che "tutto è relativo", ma neppure si poneva come negazione della fisica galileo-newtoniana; pur rivoluzionando i concetti di spazio, tempo, energia, massa, gravitazione, Plank ritenne che la relatività ristretta fosse da considerarsi "classica", poichè non sostituiva la fisica precedente, bensì la considerava solo un caso limite rispetto a se stessa, che si pone come generalizzazione. Ogni nuova teoria -sostiene Planck- nasce come risposta ai problemi rimasti insoluti nelle teorie precedenti, e si pone come completamento, su nuova e più generale base ipotetica, delle teorie precedenti. Questo è il modo in cui bisogna intendere la sua stessa "teoria dei quanti". Egli scoprì che l'energia delle radiazioni non è un flusso continuo, ma una realtà discontinua; essa è un insieme di "quanti" (unità quantitativa, quanto elementare di azione); infatti, in ogni fenomeno fisico la quantità di energia, sia essa emessa o assorbita, risulta sempre multipla di un certo valore elementare, da considerarsi non più divisibile ma costante, che è, appunto, il "quanto" (costante di Planck). La teoria dei quanti implica quindi che l'osservazione di un fenomeno modifica il fenomeno stesso in modo imprevedibile: infatti egli dimostrò che l'energia impiegata nell'osservazione non può scendere al di sotto del quanto, e questa basta già a modificare il fenomeno osservato.
WERNER HEISENBERG (Germania, 1901-1976) tentò di costruire una meccanica quantistica studiando la velocità delle particelle subatomiche. Un fatto tuttavia s'impose alla sua attenzione, fatto che egli formulò nei termini di "PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE": non è possibile stabilire con assoluta precisione la posizione e, nello stesso tempo, la velocità delle particelle subatomiche. Non si tratta, nota Heisenberg, di un'incapacità tecnica dell'osservatore, ma di un principio, il che comporta necessariamente l'ammissione di una reciproca azione del soggetto osservante e dell'oggetto osservato; queste considerazioni sconvolgono la pretesa di una conoscenza oggettiva del reale e del valore delle leggi di causalità. Lo stesso Heisenberg cercò di individuare il valore filosofico dell'immagine della natura quale scaturisce dalla fisica moderna. Anzitutto, egli rileva, la struttura matematica della materia non conferma il determinismo e la legge di causalità come principi regolativi dei fenomeni fisici; la fisica atomica introduce piuttosto la categoria della "probabilità" alla luce della quale deve essere compreso il significato di "legge naturale": questa infatti ha valore solo in quanto indica la "probabilità statistica" che un fenomeno si verifichi. L'immagine scientifica del mondo, dunque, non è speculare rispetto al mondo stesso, non è oggettiva, essa è pur sempre una costruzione umana che si situa tra l'uomo e la natura.

Ernst Mach
ERNST MACH (Germania, 1838-1916), professore di fisica all'Università di Vienna, sviluppò la propria filosofia della scienza principalmente nei suoi scritti della storia della fisica.
La scienza, egli sostiene, deriva il suo significato globale da quello che hanno i materiali di cui essa è costituita: le sensazioni. Queste sono un adattamento biologico all'ambiente esterno; dunque la scienza è la continuazione e la forma più elevata di questo adattamento: essa è adeguamento dei pensieri ai fatti (osservazione) e adattamento reciproco dei pensieri tra di loro (teoria). Le sensazioni sono "fatti"; il fatto è in sè unitario, è fisico e psichico al tempo stesso. La distinzione sussiste perchè riguardiamo la stessa sensazione da due prospettive diverse: un colore è un fatto fisico se riferito alla fonte luminosa, è fatto psichico se riferito alla modificazione della retina dell'occhio. La sensazione, come fatto, è un insieme di elementi primari; questo insieme, nella prospettiva di chi osserva costituisce il suo "io", nella prospettiva di ciò che viene osservato è l'oggetto, la realtà; la cosa e l'io non sono che un gruppo di sensazioni persistenti. Perciò: non vi è nessuna frattura tra lo psichico e il fisico, nessun interno ed esterno, nessuna sensazione a cui una cosa esterna, differente dalla sensazione, corrisponda. Il mondo dei sensi appartiene in egual misura al dominio psichico e fisico. Il non distinguere fatti psichici e fatti fisici comporta cambiamenti nella metodologia della scienza, poichè la considerazione dell'uomo non può più essere affidata solo all'introspezione (metodo psichico) o solo alla fisiologia (metodo fisico), ma richiede che i due metodi siano associati. Quindi ci si può occupare di fisica nel senso che "nell'investigare le connessioni del mondo dei sensi lasciamo da parte il nostro corpo"; e ci si può occupare di psicologia nel senso che "dirigiamo la nostra attenzione principalmente al corpo, e soprattutto al nostro sistema nervoso". Ma ciò non significa un mondo fisico separato dal mondo psichico. Dati questi presupposti, la scienza deve riformare se stessa, deve cioè abbandonare la fiducia nell'assolutezza delle leggi scientifiche, deve prendere coscienza che essa si radica nel meccanismo di adattamento dell'uomo alla realtà. Concetti e leggi scientifiche quindi non aprono nuovi orizzonti di conoscenza, ma sono solo "segni" che ordinano, classificandoli, i fatti, in modo da evitarne, all'occorenza, la ripetizione mentale, e in modo da offrire rappresentazioni generali. Essi non sono fissi e invariabili: quando la scienza acquista tale consapevolezza, abbandona l'idea di una costanza dell'universo; abbandonando l'idea di una costanza oggettiva della materia, la scienza dovrà abbandonare il concetto fisico di causalità, per sostituirlo con quello matematico di funzione, che meglio mostra la concomitanza e la interdipendenza dei fatti, cioè delle sensazioni.
Il pensiero di Mach si sviluppa sulla base delle conoscenze introdotte dalla rivoluzione della fisica e assume come punto di partenza il crollo del determinismo scientifico. Mach riducendo i concetti, le leggi scientifiche, a "segni" che rappresentano la probabilità (e non la certezza) che un fenomeno si verifichi, dimostra di non pensare che possano esistere delle "verità in sè" o verità assolute.
L' "Associazione Ernst Mach"
Per gli intellettuali viennesi che si ispiravano alle scienze esatte, Mach fu una figura importante: per questo motivo il Circolo di Vienna si chiamò "Associazione Ernst Mach"; esso si formò nel 1907, anno in cui un gruppo di laureati e giovani docenti dell'Università di Vienna iniziò ad incontrarsi il giovedì sera in un caffè per discutere di problemi scientifici e filosofici. Le idee di Mach costituivano il retroterra fondamentale di quegli studiosi; in Mach essi riscontravano delle carenze, relative in particolare a una corretta considerazione del ruolo primario della matematica e della logica nella struttura della scienza; essi però apprezzavano nell'opera di Mach "l'indirizzo antimetafisico" ed il suo "empirismo radicale" assunto come punto di partenza. Questo primo Circolo di Vienna ebbe termine nel 1914 con l'inizio della prima guerra mondiale. Il "secondo" Circolo di Vienna si formò, a partire dal 1923, intorno a Moritz Schlick.Tra i promotori e i partecipanti al Circolo viennese ci furono Hans Hahn, Friedrich Waismann, Otto Neurath, Rudolph Carnap, Kurt Godel, Phillip Frank, Herbert Feigl. Con l'avvento del nazismo in Germania il Circolo viennese si disciolse. Schlick fu assassinato e un buon numero di partecipanti si trasferì a Chicago, negli Stati Uniti, dove il gruppo lavorò alla pubblicazione dell' "Enciclopedia Internazionale della scienza unificata", avvalendosi anche della collaborazione del fisico Niels Bohr, di Bertrand Russell e di John Dewey.
Gli studiosi del Circolo viennese discutevano relativamente ai problemi della scienza e riguardo alla necessità di portare il nuovo spirito scientifico nella filosofia. Essi si proposero di recuperare un criterio di razionalità scientifica, di ridefinire una logica della scienza che ridesse ad essa legittimità e valore. I loro intenti prioritari furono l'affermazione delle prerogative e dei diritti della scienza del XX secolo, la dimostrazione che la nuova immagine del mondo fisico non introduceva una rottura nei confronti dell'antico. Il neo-empirismo, indirizzo seguito dal Circolo di Vienna, desume da Mach la teoria dell'esperienza, si orienta cioè sugli elementi orginari:le sensazioni.
Altra tesi fondamentale dei neopositivisti, largamente condivisa da tutti gli esponenti del Circolo di Vienna, è la critica alla natura metafisica della filosofia tradizionale: ogni metafisica è un insieme di enunciati che non hanno senso (non sono nè veri nè falsi) perchè ricavati da concetti privi di scientificità. Il neopositivismo si presenta quindi come ricostruzione della filosofia in quanto "critica del linguaggio" scientifico.
La via per ricostruire una filosofia non metafisica era dunque quella di analizzare il linguaggio scientifico, in quanto solo così si sarebbe ottenuta una teoria della conoscenza in grado di offrire un principio di verificazione e di controllo abilitato a distinguere le proposizioni significanti da quelle prive di senso.
La rivoluzione della fisica influenzò sia la scelta da parte del Circolo di Vienna dei problemi filosofici fondamentali, sia il modo in cui tali problemi vennero affrontati. La crisi della validità della teoria meccanica di Newton diede rilevanza ai dubbi sull'induzione. Le teorie scientifiche non potevano più essere giustificate induttivamente sulla base dell'evidenza osservativa e sperimentale; il criterio di verificazione di una teoria divenne la sua riducibilità ai dati dell'esperienza.
Moritz Schlick
MORITZ SCHLICK (Germania, 1882-1936), tra i principali esponenti del Circolo di Vienna, nacque a Berlino e si laureò in fisica con Max Planck. Teorizzò il "principio di verificabilità": qualunque questione è risolubile se si possono ipotizzare le esperienze che si dovrebbero fare per darle una risposta, e tale risposta non può essere se non una "proposizione". Tale proposizione allora ha un senso se siamo in grado di indicare con precisione le circostanze specifiche che la renderebbero vera ed insieme quelle che la renderebbero falsa. Laddove "circostanze" significano "fatti dell'esperienza". Sicchè, in definitiva, è l'esperienza che verifica la verità o la falsità di una proposizione. Pertanto il criterio della risolubilità di una questione è, in fondo, la sua riducibilità all'esperienza possibile. Da ciò deriva che i problemi metafisici non sono risolubili, perchè non sono verificabili con l'esperienza, e quindi privi di senso. Riguardo alla scienza, egli afferma che essa è costituita da proposizioni. Tali proposizioni però non devono essere tautologiche ma sintetiche. Quelle tautologiche si basano esclusivamente sul criterio di non contraddizione, mentre quelle sintetiche implicano il criterio di "verità materiale". Le proposizioni cosiddette "protocollari", cioè quelle che esprimono i fatti, hanno valore conoscitivo in quanto fondate su proposizioni di osservazione empirica; nell'uso che se ne fa, esse hanno esclusivamente valore ipotetico, cioè, per essere valide, devono essere verificate dalle constatazioni dell'esperienza personale, constatazioni "in atto". Secondo Schlick il compito principale della filosofia è quello di mettere in luce le assunzioni ultime e più nascoste delle singole scienze e di trovare il modo di metterle in accordo tra loro. Ma egli si rende conto che la relatività einsteiniana ha rinnovato profondamente la scienza, per cui il dovere del filosofo consapevole dei propri compiti sarà pertanto quello di fornire un'esposizione scientificamente corretta e nel contempo capace di farsi capire anche dai non specialisti. Schlick è fermamente convinto che non si possa cogliere il significato della scienza contemporanea, se non si riesce a rendersi conto dell'atteggiamento consapevolmente critico che distingue la scienza del XX secolo da quella del XVIII-XIX secolo. Schlick si rende conto che per certe nozioni, come quelle di spazio e di tempo, è estremamente difficile decidere se abbiano un significato o ne siano prive; per risolvere questo problema, egli dice che la fisica può intervenire in aiuto della filosofia, facendo appello ad una tesi enunciata da Planck: "Tutto ciò che si può misurare è anche esistente".
L'interesse di Schlick per le scoperte della scienza dimostra la forte interazione fra la sua teorizzazione filosofica e la grande rivoluzione della fisica. Schlick fu inoltre un buon amico di Einstein, i due si impegnarono sull'interpretazione filosofica della relatività.
In Schlick c'è un'autentica unità tra indagine filosofica e indagine scientifica. Il neo-positivismo di Schlick trae origine più da una seria riflessione sui fondamenti della scienza (in particolare della relatività einsteiniana) che da astratte speculazioni filosofiche.

Rudolph Carnap
RUDOLPH CARNAP (Germania, 1891-1970) studiò matematica all'Università di Jena e a partire dal 1926 fu professore a Vienna. Carnap attraversò tre diverse fasi di pensiero che sono espresse nelle sue tre opere fondamentali: La costruzione logica del mondo, Sintassi logica del linguaggio, Introduzione alla semantica.
Nella prima fase del suo pensiero Carnap sviluppa il tema della scienza come "costruzione logica del mondo". Egli,seguendo una delle tesi fondamentali del Circolo di Vienna, afferma che la scienza è una sola, anche se vi sono campi diversi d'indagine. Essa è costituita da elementi primari o proposizioni elementari, che rappresentano gli "elementi originari" del mondo. Tali proposizioni esprimono un contenuto, che è "l'esperienza vissuta elementare", ed una forma, che è la relazione fondamentale tra le esperienze vissute. La filosofia perciò deve configurarsi come analisi del linguaggio scientifico, cioè deve ricondurre logicamente le proposizioni scientifiche a "proposizioni verificabili", attraverso le esperienze vissute elementari e le loro relazioni. Tutte le proposizioni metafisiche vanno dunque rifiutate in quanto inverificabili. Ai termini della metafisica non corrisponde un significato preciso ed utile all'indagine scientifica del mondo e nei discorsi metafisici le relazioni tra i termini non rispettano le norme della sintassi logica del linguaggio. Punto di partenza della seconda fase del pensiero di Carnap è il "dato" dell'esperienza. Tale dato, per essere utilizzato scientificamente, deve essere tradotto in proposizione protocollare, cioè in una formulazione linguistica descrittiva rispetto al contenuto di esperienza immediata e delle relazioni fondamentali. Tali proposizioni protocollari vengono poi disposte nel "linguaggio sistematico" della scienza, che si esprime in proposizioni generali o leggi di natura. Sono le proposizioni protocollari che permettono la "verifica" della scienza,la quale,come "linguaggio sistematico" è solo un'ipotesi. In tal senso Carnap dice che non si può uscire da una sorta di solitudine metodica, perchè le proposizioni protocollari enunciano esperienze strettamente personali, anche se il valore di tali proposizioni è "comunicativo", ed anche se l'aspirazione è che esse siano assunte come valide universalmente. Sebbene le proposizioni protocollari siano fondate sui dati dell'esperienza, non dall'esperienza deriva l'immagine logica del mondo, ma solo dalla correttezza logica del linguaggio scientifico. Tale correttezza è provata dall'analisi del linguaggio scientifico per via formale, cioè attraverso l'analisi dei termini, delle proposizioni adottate e delle relazioni tra proposizioni. Il linguaggio scientifico è un "contesto" di relazioni secondo una "sintassi logica", cioè secondo leggi precise della formazione delle proposizioni e della loro trasformazione, cioè della derivazione di una proposizione dall'altra. Il valore di un linguaggio è dato dalla correttezza interna di carattere formale.
Nella terza fase del suo pensiero Carnap concentra l'attenzione sulla semantica ed in particolare sul significato delle proposizioni. Egli riprende il concetto di Frege di "nome-relazione", per il quale il significato di un termine è dato dal nesso tra il termine stesso e l'entità (concreta o astratta) di cui quel termine costituisce il nome. L'opera di Rudolf Carnap è intesa a dissolvere qualsiasi pretesa di riportare la scienza e i suoi procedimenti a problematiche filosofiche o metafisiche.Carnap si propone di valorizzare in filosofia,in una filosofia che abbia intezione di incamminarsi sulla via della scienza, i risultati della "nuova logica" nata dalla crisi dei fondamenti della matematica. Questo significa impostare il problema della gnoseologia come problema della progressiva riduzione di una conoscenza all'altra, ossia come "costituzione" dei concetti derivandoli da pochi concetti fondamentali e collocandoli in un "albero genealogico" dove ogni concetto trovi il suo posto determinato.

Conclusioni

La rivoluzione della fisica ha portato a profonde revisioni delle principali posizioni positivistiche, ma questo non ha impedito al positivismo di riemergere in una nuova forma, conservando però immutato il suo presupposto fondamentale: la necessità di commisurare e adeguare la filosofia ai metodi della scienza e la conseguente polemica antimetafisica. Diversa sarà ora la scienza a cui la filosofia deve essere commisurata e adeguata, più approfondita la concezione dei suoi metodi, ma non meno radicale la critica non solo della metafisica, ma della stessa filosofia. Il neopositivismo riprende così motivi tipici dell'empiriocriticismo, soprattutto di Mach, quali il rifiuto di ogni metafisica, ma li sviluppa alla luce di una più attenta e rigorosa considerazione della funzione della matematica e della logica nella costruzione delle scienze. Sono questi i motivi di fondo che confluiscono nelle correnti positivistiche il cui nucleo principale è stato costituito dai filosofi e scienziati che si raccolsero nel Circolo di Vienna e diedero luogo a un lavoro comune fondato sulla fiducia nella capacità e funzione unificatrice del metodo scientifico rispetto a tutte le diverse branche del sapere fino ad allora rimaste isolate e spesso considerate contrastanti.
La filosofia neoempirista si delineò programmaticamente nel tentativo di circoscrivere il campo della conoscenza al dominio delle cognizioni empiriche attraverso il metodo dell'analisi logica del linguaggio. L'analisi linguistica delle proposizioni scientifiche offriva la possibilità di ridurre ogni proposizione complessa ad una proposizione elementare e di verificarne la veridicità nell'esperienza immediata.
Vi fu senza dubbio una forte interazione fra la grande rivoluzione della fisica e la teorizzazione filosofica del Circolo di Vienna. Da un lato, il Circolo si impegnò nella riflessione sui problemi concettuali legati alla nuova fisica (per esempio, la natura dello spazio e del tempo alla luce della teoria della relatività e i paradossi della meccanica quantistica); dall'altro, molti dei creatori delle nuove teorie fisiche adottarono come filosofia della scienza una forma di empirismo o positivismo. Ciò vale in particolare modo per Heisenberg ed Einstein.
La rivoluzione della fisica ed il problema che ne derivò riguardo alla conoscenza del mondo, portò alla concezione filosofica seguita dagli esponenti del circolo di Vienna, secondo la quale le proposizioni metafisiche sono prive di senso. Questa concezione deriva dall'idea che il principio di verificazione delle proposizioni è la loro riducibilità ai dati dell'esperienza, perciò,non essendo le proposizioni metafisiche dimostrabili empiricamente, i problemi metafisici furono considerati privi di fondamento.

Bibliografia
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L. Geymonat, La Vienna dei paradossi, Il Poligrafo, Padova 1991
D.Gillies -G.Giorello,La filosofia della scienza nel xx secolo,Sagittari Laterza,Roma-Bari 1995
H. Von Wright - H. Wolters, Circolo di Vienna, Pratiche Editrice, Parma 1992

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