La vita degli animali - Coetzee

Materie:Scheda libro
Categoria:Filosofia

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Data:15.10.2007
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Testo

I FILOSOFI E GLI ANIMALI
Elizabeth comincia la conferenza parlando di Pietro il Rosso, una scimmia ammaestrata che parla davanti ad un’assemblea. Pietro il Rosso è semplicemente un personaggio inventato da Frank Kafka nel suo libro “Una relazione per un’accademia”.
Dopo questa breve premessa, inizia il vero e proprio discorso col paragone con l’Olocausto. Tra il 1942 e il 1945 moltissime persone furono condannate a morte nei campi di concentramento dei Terzo Reich. Ciò che sottolinea maggiormente Elizabeth è il fatto che le persone che vivevano nelle campagne intorno a Treblinka, sostenevano di non conoscere ciò che accadeva all’interno dei campi di concentramento. E quindi è inconcepibile che gente che non sapesse (o facesse finta di non sapere) dell’esistenza dei campi possa essere considerata pienamente umana. Ai nostri occhi i tedeschi hanno perduto la loro umanità a causa di una precisa e ostinata ignoranza. Quindi le vere bestie, non erano le vittime, ma gli stessi carnefici, in quanto trattavano come bestie gli esseri umani (esseri creati a immagine e somiglianza di Dio). Il paragone vero e proprio è quello che contrappone
lo sterminio dell’Olocausto a quello degli animali. Gli esseri umani sono consapevoli dei massacri che avvengono nei mattatoi, ma molto spesso fanno finta di niente. C’è chi sostiene che il paragone con l’Olocausto non regge e argomenta che l’industria della carne macellata sia dedita all’alimentazione e quindi alla vita, ma ciò è una ben magra consolazione per gli animali.
A questo punto Elizabeth presenta alcune tesi di qualche filosofo, confutandole: parla di Aristotele, Porfirio, Agostino, Tommaso d’Aquino, Bentham, Cartesio, Mary Midgley e Tom Regan. Per San Tommaso l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Secondo lui, il modo in cui si trattano gli animali è importante solo per imparare a non essere crudeli verso gli altri uomini. E così pure Platone e Cartesio a loro modo affermano che l’universo è costruito sulla ragione e ciò avvicina l’uomo a Dio mentre gli animali alle cose.
Elizabeth si chiede se gli animali, pur avendo un’essenza diversa dalla nostra, non comprendano meglio di noi (che siamo dotati di ragione) la natura. La ragione riconosce la validità di sé stessa come principio primario dell’universo semplicemente perché non potrebbe detronizzare sé stessa.
Nella storia dell’umanità in passato l’uomo doveva contrapporsi alla forza degli altri animali ma oggi quelle creature non hanno più potere poiché quella guerra è stata vinta una volta per tutte e per questo essi si rifiutano di darci la parola, tranne i primati. Primati che noi umani dovremmo considerare come campioni difettosi della nostra specie ai quali dobbiamo riconoscere i diritti fondamentali dell’uomo (alla vita e un’eguale protezione di fronte alla legge).
Elizabeth a questo punto racconta la storia di Pietro il Rosso: nel 1912 l’Accademia prussiana delle Scienze fondò un centro sull’isola di Tenerife al fine di compiere degli esperimenti sulle capacità mentali delle scimmie antropomorfe, in particolare sugli scimpanzè. Pietro il Rosso fu catturato nel continente africano da cacciatori specializzati nel commercio delle scimmie e spedito oltreoceano in un istituto di ricerca scientifica. Lo stesso succedeva con le scimmie di Köhler. Poi le scimmie venivano sottoposte a un periodo di ammaestramento inteso a umanizzarle. Pietro il Rosso completò la prova con tutti gli onori, anche se pagò un alto costo personale.
Poi l’anziana donna comincia a parlare del filosofo americano, Thomas Nagel: egli scrisse “Che cosa si prova ad essere un pipistrello?”. In questo testo Nagel dice che secondo lui non si potrà mai comprendere un altro essere diverso da noi, perché esso è un essere a sé, nella sua pienezza.
“Cogito ergo sum”, ha detto Cartesio e queste parole sono diventate famose. Questa formula ha sempre procurato disagio a Elizabeth, in quanto implica che se un essere vivente non si dedica a ciò che chiamiamo pensiero è in qualche modo un essere di seconda categoria. Al pensiero, alla cogitazione, Elizabeth oppone la pienezza.
La domanda sbagliata è “noi abbiamo qualcosa in comune con gli animali?”, perché nel caso contrario, avremmo diritto di trattarli come ci pare, uccidendoli, disonorandone i cadaveri.
Quanto concerne i campi di morte, gli assassini non si sono mai immedesimati nelle vittime, cioè non sono stati empatici: hanno sempre detto “in quei vagoni bestiame ci sono loro”, “Devono essere i morti bruciati oggi a far puzzare l’aria e a far piovere cenere sui miei cavoli”. Non hanno mai detto “come sarebbe se al loro posto ci fossi io?”, “come sarebbe se a bruciare ci fossi io?”. Lo stesso avviene con gli animali, non ci immedesimiamo in loro, anche se per conoscere davvero le loro sofferenze dovremmo farlo.
Alla domanda “cosa si dovrebbe fare esattamente nei confronti di questi massacri?” Elizabeth risponde che non è lei a dover dire cosa fare, ma dobbiamo guardare dentro il nostro cuore.
Durante la cena sorge una domanda nei confronti di Elizabeth: “come mai è vegetariana?”. A questo lei risponde che nasce da un desiderio di salvarsi l’anima, tirando in ballo Plutarco.
Le comunità religiose scelgono di definirsi in termini di restrizioni alimentari (ad esempio gli ebrei non mangiano il maiale).
A questo punto comincia, da parte di Wunderlich, la differenza tra purezza e impurità: gli animali non conoscono la vergogna, quindi hanno usi impuri. Olivia Garrard obietta che gli animali sono creature con le quali non si pratica il sesso, ed è in questo modo che li distinguiamo da noi. Il solo pensiero di praticare il sesso con loro ci fa rabbrividire. Quindi a questo livello tutti gli animali sono impuri. Norma dice che ciononostante noi li ingeriamo; quelli che non mangiamo sono i cosiddetti impuri.
Dio disse: “Quanto si muove e ha vita vi servirà da cibo”, quindi Dio ci ha detto che andava bene. Bisogna definire però la nostra differenza con gli animali. Gli uomini provano disgusto ad esempio, a mangiare un cane o un gatto (non tutti), solo perché sono stati educati così. Il disgusto che proviamo noi, non è universale (le comunità cinesi ad esempio mangiano anche animali che noi non mangiamo). Gandhi da giovane venne mandato in Inghilterra a studiare legge. L’Inghilterra era un paese carnivoro, ma Gandhi aveva promesso alla madre di non mangiarla. I rapporti sociali con gli inglesi erano difficili perché non poteva accettare e contraccambiare l’ospitalità. Solo quando si mise a frequentare certi ambienti ai margini della società inglese (fagiani, teosofi...) che cominciò a sentirsi a casa. Quindi nel vegetarianismo di Gandhi si può difficilmente vedere l’esercizio di un potere. Esso lo ha condannato ai margini della società.
Gli animali non sanno se gli viene risparmiata la vita o no, perché vivono in un vuoto di coscienza (come i neonati e i pazzi). Ma siamo liberi di ucciderli per questo motivo? Ovviamente la risposta anche qua è da ritrovarsi nel cuore di ogni uomo.
Inoltre siamo sicuri di comprendere l’universo meglio degli animali? Non può essere il contrario?

I POETI E GLI ANIMALI
La seconda parte del libro incomincia col dialogo tra John e Norma. Ciò che irrita Norma, riguardo la conferenza di Elizabeth è la sua visione della ragione. Infatti l’anziana donna affermava che le spiegazioni che si danno gli animali sono in armonia con la struttura della loro mente, con cui non condividiamo lo stesso linguaggio. Invece Norma pensa che questo sia facile relativismo che porta alla più completa paralisi intellettuale, e concordando in gran parte con la visione di Cartesio, afferma che non si possa distinguere una mente animale e una macchina che simula la mente animale. Per quanto concerne gli esseri umani, Norma pensa che siano dotati di una ragione che gli fornisce una vera conoscenza del mondo reale.
Alla cena, dopo la conferenza, mancava il poeta Abraham Stern, che con una lettera inviatole, afferma che non intende accettare il paragone tra lo sterminio degli ebrei e quello delle bestie condotte al macello che considera gravissimo poiché ne consegue che le bestie vengono trattate come ebrei.
Nella seconda conferenza intitolata “I poeti e gli animali” Elizabeth analizza tre poesie: una di Rilke, che tratta della vita di una pantera rinchiusa in uno zoo e due poesie di Ted Hughes riguardanti un giaguaro anch’esso in una gabbia. Ed è lo stesso Hughes a comunicare con la sua poesia la capacità di immedesimarsi nell’animale. Il poeta non si limita alla sola descrizione della vita del giaguaro, ma si fonde in esso, per comprenderne l’essenza. Hughes riprende inoltre, un’attenzione nei confronti dell’animali, simile a quello dei nostri antenati che noi abbiamo perduto: una forma di primitivismo che Elizabeth mette in relazione con la corrida, raccontata da Hemingway nel suo celebre “Morte nel pomeriggio”. Infatti afferma che la corrida uccida l’animale, ma inserendolo in un rituale, che ne onora la forza e il coraggio. E tutto ciò è qualcosa di affascinante dal punto di vista etico, ma che si perde attualmente negli “stabilimenti di morte” cioè negli allevamenti intensivi.
A questo punto sorge una domanda da parte di Elaine Marx, che chiede, aiutandosi con l’esempio di Gulliver, protagonista del romanzo di Swift, se l’umanità sia all’altezza di raggiungere quello stato rappresentato dai cosiddetti Houyhnhnm oppure più realisticamente debba struggersi, come Gulliver, per acquisire una natura che non le appartiene.
Elizabeth risponde che dovremmo respingere, entro i suoi limiti, la storia di Swift e riconoscere che, nella storia, abbracciare lo status dell’uomo ha comportato massacri e schiavitù di una razza di esseri divini o divinamente creati e ha fatto scendere su di noi una maledizione.
Alla fine della conferenza, un dialogo tra John e sua madre evidenzia come, obiettivamente, gli esseri umani non vogliano una dieta vegetariana poiché trovano qualcosa di gratificante nel mangiare carne, dal momento che l’atteggiamento generale nei confronti degli animali che mangiamo è il disprezzo. Lo stesso disprezzo che gli uomini nutrono per i prigionieri di un esercito trionfante. Non odiamo gli animali poiché non sono degni di essere odiati e l’unico modo per odiarli è la paura che essi ci possano battere ribellandosi (ad esempio topi, insetti e microbi).

A questo punto, si apre il dibattito tra Elizabeth e Thomas O’Hearne, professore di Filosofia, che vedrà quest’ultimo esporre tre proprie tesi, così come all’anziana donna saranno date tre possibilità di replica.
Nella sua prima tesi il professore espone la sua paura che vi sia il rischio che il movimento per i diritti degli animali, relativamente recente, si trasformi in un’ulteriore crociata dell’Occidente contro le consuetudini del resto del mondo, come già accaduto in passato con la battaglia per i diritti umani, con la rivendicazione che essa abbia un’universalità indiscutibile, senza rispettare, così, il diritto a norme proprie delle altre culture e tradizioni religiose. Secondo Elizabeth , però, nonostante questa obiezione sia valida dal punto di vista storico, essa tralascia il fatto che i primi viaggiatori europei in Sudamerica si imbatterono in insediamenti in cui gli uomini vivevano frammischiati agli animali. Così come tralascia l’evidenza dei buoni rapporti tra i bambini e gli animali, mentre ciò che crea una linea divisoria è proprio l’educazione data loro (che gli insegna a come ucciderli e mangiarli).
Nella sua seconda tesi, invece, il prof. O’Hearne afferma che, secondo gli esperimenti condotti sui primati, le prestazioni ottenute da essi non sono superiori a quelle che sono capaci di offrire esseri umani tardi di mente o con gravi problemi di articolazione della parola; detto ciò, però, egli non intende giusto collocare, dal punto di vista giuridico, in un’umiliante sottocategoria umana questi animali, ma piuttosto continuare, come ora, ad applicare criteri al modo in cui in cui li trattiamo e non ad un affermazione di diritti specificatamente umani che essi non sono in grado neanche di comprendere. Elizabeth Costello, però, accusa questi esperimenti scientifici di avere carattere antropocentrico e di basarsi su modelli che sottovalutano fortemente la complessità della vita.
Nella terza tesi, infine, il professore presenta la sua visione secondo cui sarebbe legittimo uccidere gli animali, perché la loro vita non è importante come lo è la nostra per noi dal momento che essi non comprendono la morte come riusciamo a fare noi o, per meglio dire, come non riusciamo a fare noi. Essi, infatti, non posseggono quella nostra paura della morte, dovuta a quel crollo immaginativo che proviamo al suo cospetto. Elisabeth, invece, concludendo così il dibattito, afferma che questa sua visione è dovuta al fatto che, evidentemente, non ha mai stretto fra le mani un animale che lotta per la propria vita. Certamente, però, non si tratta di una lotta immaginativa o intellettuale. In ogni caso la donna invita a leggere poesia sull’argomento. Poesia, come Elizabeth afferma, che avrebbe la capacità di convogliare in maniera non intellettuale, al contrario delle parole da lei utilizzate, tutta l’essenza di quell’animale e della sua lotta per vivere.

La notte stessa, Norma, in camera da letto con John, critica fortemente la posizione di Elizabeth, accusandola di trasformare la sua fisima in un tabù pubblico fornendo deboli argomentazioni filosofiche e di aver tentato di far cambiare abitudini alimentari ai nipotini.
La mattina dopo, il giorno della partenza, tra le braccia rassicuranti del figlio scoppia tutta l’incomprensione e lo smarrimento di Elizabeth. Rasentando la pazzia, la donna urla con rabbia la sua incapacità a vivere a suo agio in un luogo in cui solo lei sembrerebbe rendersi conto di un crimine di dimensioni colossali di cui, ogni giorno, a tavola le vengono mostrate le prove.

I TEMI DELL’OPERA (collegamenti alla filosofia studiata)
Il tema centrale dell’opera, ovviamente, è quello degli animali. Molte sono le domande (anche filosofiche) che presenta il libro, alcune inevitabilmente senza risposta.
Abbiamo il diritto di uccidere e mangiare gli animali? Siamo sicuri che essi non abbiamo una conoscenza noetica, senza necessità, ad esempio, di dimostrazioni matematiche come l’uomo per comprendere la realtà? Anche dal punto storico, in passato che tipo di rapporto gli uomini avevano con gli animali?
Nel romanzo, sono molti e continui i riferimenti e i rimandi a filosofi sul tema degli animali, alcuni di loro li abbiamo già incontrati nel programma di filosofia.
Più volte sono citati Cartesio e Aristotele, che, per quanto riguarda il tema degli animali, Elisabeth Costello critica duramenente. Infatti Aristotele affermava:
"Le piante sono fatte per gli animali e gli animali per l'uomo, quelli domestici perché ne usi e se ne nutra, quelli selvatici, se non tutti, almeno la maggior parte, perché se ne nutra e se ne serva per gli altri bisogni (…). Se dunque la natura niente fa né imperfetto né invano, di necessità è per l'uomo che li ha fatti, tutti quanti. Perciò anche l'arte bellica sarà per natura in un certo senso arte di acquisizione - e infatti l'arte della caccia ne è una parte - e si deve praticare contro le bestie e contro quegli uomini che, nati per obbedire, si rifiutano, giacché per natura tale guerra è giusta"
Questa posizione per la protagonista è inaccettabile, così come quella di Cartesio, riguardante gli animali in quanto macchine biologiche e Tommaso D’Aquino, che affermava che gli animali non avessero anima.
La donna, invece, concorda con Montagne, che viene anche citato nelle pagine del libro.

VEGETARIANISMO e AMBIENTALISMO
(collegamento al film “An Inconvenient Truth”)
Che collegamento c’è tra l’essere vegetariano e il film che tratta il problema del riscaldamento globale, avente come protagonista Al Gore?
Uno degli intenti del film, oltre a informare scientificamente, è quello di far prendere coscienza a livello mondiale (senza dubbio uno degli intenti più ambiziosi del film) dei tragici effetti del “global warming”. Non a caso alla fine del film, Gore invita anche tutti gli spettatori del documentario ad agire, con una serie di abitudini che possono aiutare a combattere il problema.
Il fatto è che non è espressivamente consigliato nel film il cambiare le proprie abitudini alimentari, a favore di una dieta vegetariana , per risolvere il riscaldamento globale. Ma effettivamente la carne è l’alimento che, in termini di terra, acqua e risorse, è il più costoso che esista.
Come afferma un interessante articolo pubblicato sulla rivista americana AlterNet (link: http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=192), l’allevamento industriale inquina l’aria e l’acqua e causa il riscaldamento globale. Uno degli esempi più allarmanti è quello della foresta pluviale che è stata abbattuta soprattutto per creare terreni di pascolo e alla coltivazione di soia, grano e frumento, destinato al foraggio di cui necessita la grande richiesta di carne sul mercato. E più in generale, gli allevamenti intensivi hanno un impatto ambientale rilevante. Senza contare ovviamente che si può non gravare sull’ambiente, anche, non consumando prodotti che infliggono pesanti sofferenze e torture nei confronti degli animali che all’ambiente appartengono.

Esempio



  


  1. bluma

    che bei animali in vita non uccidiamoli