Immanuel Kant

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Testo

Immanuel Kant
Vita, opere e sviluppi del suo pensiero
Kant nacque a Könisberg, città che non lasciò quasi mai per il resto della sua vita. La madre, Regina Reuter, gettò in lui i “semi del bene e li fece crescere”. Kant venne educato al Collegium Fridericianum diretto dal pastore pietista F. A. Schultz secondo i valori del pietismo. Nel 1740 si iscrive all'università, dove dal 1747 al 1754 c'è un periodo molto duro che lo attende. Nel 1755 consegue il dottorato e la docenza universitaria.
Dovrà attendere fino al 1770 per vincere l'ordinariato grazie alla sua “Dissertazione” De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis.
In seguito, nel 1781 pubblica la Critica della Ragion Pura, nel 1788 la Critica della Ragion Pratica, e nel 1790 la Critica del Giudizio. Morì nel 1804, consumato dal morbo di Alzheimer.
I suoi scritti si dividono in “precritici” (trattati per la maggior parte di scienze) e scritti “critici” (trattati sistematici di pensiero).
Kant rimase affascinato dal razionalismo di Leibniz e di Wolff e dalla dottrina della fisica di Newton. Sosteneva che la fisica avesse già raggiunto un traguardo di accuratezza sufficiente, e bisognava sganciarla dalla metafisica, per ripensare a fondo quest'ultima al fine di raggiungere quel rigore proprio della fisica. Nella sua Nova delucidatio, Kant precisa i principi che ritiene validi in ambito metafisico:
1) Il principio di identità ( a cui è strettamente connesso quello di non contraddizione).
2) Il principio di ragione sufficiente, formulato nel seguente modo: ogni essere contingente deve avere obbligatoriamente una sua causa, in caso contrario quell'essere non sarebbe contingente, ma necessario.
3) Aggiunge poi il principio di successione: il mutamento può aver luogo nelle cose solo ammettendo tra loro una reciproca connessione, e
4) Quello di coesistenza: le cose possono essere connesse tra di loro solo ammettendo la loro origine comune da un principio primo.
Propone inoltre la sostituzione della monade spirituale leibniziana con una monade fisica, definita in un piccolo spazio, ritiene inoltre che la metafisica nella sua ricerca debba essere aiutata dalla geometria e dall'esperienza.
Poi nel 1762 c'è la svolta, ad opera di Hume, che “sveglio Kant dal sonno dogmatico”. Kant scrive allora una critica contro i sillogismi, ritenendoli dei sottili sofismi di logica formale, che è diversa dal reale perchè non coglie veramente l'essere => il principio d'identità non spiega il reale fondamento delle cose => non si può partire dall'esperienza per dimostrare il metafisico. Ma allora, bisogna attenersi alle astruserie della logica o ai “castelli in aria della metafisica”? Kant sembra voler fondare la sua filosofia su un rigore di tipo geometrico.
Ritiene inoltre le teorie metafisiche incomunicabili (come sogni), mentre la scienza deve essere comunicabile...
Nella “Dissertazione” egli espone la “Grande luce”, la sua rivoluzione copernicana portata poi a compimento nelle varie Critiche. Egli distingue due rami fondamentali della conoscenza:
1) Quella sensibile, consistente nella “ricettività” del soggetto e nella sua facoltà di intuire. Le intuizioni date sono chiamate fenomeni, e ci rappresentano le cose uti apparent, cioè come si manifestano.
2) Quella intelligibile, consistente nella facoltà di rappresentare gli aspetti delle cose non coglibili coi sensi, ma propri e invariabili di quelle cose stesse. Questa “cosa in sè”, è il noumeno, le cose rappresentate sicuti sunt. Questa conoscenza è fondamentale per la metafisica e non è propria dell'essere umano.
Tralasciando la conoscenza intelligibile, si può notare che la conoscenza sensibile è in realtà intuizione data dalla sensibilità per mezzo dei sensi. Tutte queste intuizioni avvengono (e sono comprensibili per l'uomo) nello spazio e nel tempo, che sono le forme pure della sensibilità, le intuizioni pure a priori della conoscenza sensibile.
La Critica della Ragion Pura
Kant vuole prendere in esame la natura della vera conoscenza, ossia la conoscenza scientifica. Per fare ciò, egli comincia coll'analizzare i giudizi, che possono essere di due tipi:
1) I giudizi analitici, dove il concetto del predicato è già implicitamente contenuto nel concetto del soggetto, ed è ricavabile per pura analisi da quest'ultimo. Questi giudizi sono universali e necessari, nonchè a priori.
2) I giudizi sintetici, dove il predicato non è già contenuto nel soggetto, ma una volta ricavato aggiunge qualcosa al soggetto stesso. Questi giudizi sono a posteriori e ampliano la conoscenza.
Allora, si può notare che i giudizi propri della scienza devono mantenere l'universalità e la necessarietà proprie del razionalismo, ma devono anche ampliare la conoscenza con intuizioni a posteriori, come sostiene l'empirismo. I guidizi scientifici sono quindi sintetici a priori. Qual è il fondamento di questi giudizi?
Il fondamento dei giudizi analitici a priori è presto detto: esso è il principio di identità (e ovviamente anche quello di non – contraddizione).
Il fondamento dei giudizi sintetici a posteriori è l'esperienza.
Il fondamento dei giudizi sintetici a priori invece non è noto, si può considerare come un'incognita X da calcolare.
Qual è la “Rivoluzione Copernicana” operata da Kant?
Kant ritiene che la vera geometria e la vera fisica si siano formate quendo l'uomo ha capito che le leggi che regolavano la natura erano tranquillamente ricavabili se la ragione, in qualità di giudice che esige le risposte da un imputato, costringesse la natura a rispondere.
Quindi, la ragione vede nelle cose solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, deve cercare nella natura ciò che deve apprendere, ma avendo già in mano dei principi a priori e obbligando la natura a mostrare i fenomeni, così da poterli organizzare con suddetti principi.
Allora, non è più il soggetto che cerca di adattarsi all'oggetto per conoscerlo più fedelmente possibile, deve essere l'oggetto a “ruotare attorno” all'oggetto per facilitargli la sua conoscenza secondo dei principi che collegati ai fenomeni diventano leggi. Difatti, come dice Kant, “noi delle cose non conosciamo a priori se non quello che noi stessi vi mettiamo”. Allora il fondamento dei giudizi sintetici a priori non è un oggetto in sé (in quanto sarebbe inconoscibile), ma è proprio il soggetto, che rielabora “giudicando” e trasformando in “concetti” i “dati” dell'esperienza.
Ora Kant prosegue con l'analisi della conoscenza sensibile.
Estetica trascendentale (dottrina delle forme a priori della sensibilità, o conoscenza sensibile)
Occorre precisare il significato di “trascendentale”: Kant chiama trascendentale ogni conoscenza che riguardi il nostro modo di conoscere gli oggetti a priori. Trascendentali sono insomma, i modi o le strutture della conoscenza sensibile o intellettiva.
“Estetica” vuol dire “sensazione”, Kant esamina i principi a priori della sensibilità.
Questi i termini fondamentali:
1) Sensazione = Pura modificazione o affezione del Soggetto ad opera dell'oggetto.
2) Sensibilità = Facoltà che abbiamo di percepire delle sensazioni.
3) Intuizione = Conoscenza immediata, atto di percezione della sensazione.
4) Fenomeno = Oggetto colto dall'esperienza sensibile, si divide in “materia” e “forma”. La prima è composta dalle sole sensazioni (a posteriori), la seconda è il “modo di funzionare” della sensibilità (a priori).
5) Quindi, l'intuizione empirica è la materia (conoscenza con sensazioni), mentre l'intuizione pura è a prescindere dalle sensazioni (a priori, ed è la forma).
6) Le intuizioni pure sono solo due: lo spazio ed il tempo, che sono le condizioni dell'intuibilità degli oggetti.
Lo spazio è la forma del senso esterno, abbraccia tutte le cose nel loro “apparire esteriormente”, il tempo nel loro “apparire interiormente”.
In sostanza, noi cogliamo le cose spazialmente e temporalmente perchè è una cosa propria della nostra sensibilità (innatismo kantiano).
Logica trascendentale (dottrina delle forme a priori della conoscenza intellettiva)
L'uomo ha anche una seconda conoscenza, quella data dall'intelletto, mediante la quale gli oggetti “dati” dall'esperienza vengono “pensati”. Bisogna ricordarsi però che ogni oggetto dato deve anche essere pensato (fusione tra razionalismo ed empirismo), in quanto “le intuizioni senza concetti sono cieche, i concetti senza dati sono vuoti (come i ragionamenti metafisici, che non sono scientifici)”. Kant chiama la scienza dell'intelletto la logica, e la distungue in a) logica generale, e b) logica trascendentale.
La prima prescinde dai contenuti e studia solo i principi generali del pensiero, propugnata in forma “pressochè perfetta” da Aristotele.
La seconda, alla quale Kant rivolge il suo interesse, prescinde solamente dai concetti empirici, non da quelli puri: la logica trascendentale fa astrazione dai contenuti empirici, ma non dai legami con le intuizioni pure; studia inoltre l'origine dei concetti che provengono a priori dall'intelletto e che si riferiscono agli oggetti.
La logica trascendentale a sua volta si distingue in “analitica” e “dialettica”. La prima (descritta adesso) è ripartita in analitica dei concetti e analitica dei principi.
Analitica dei Concetti (Intelletto e sue leggi)
Si occupa di definire il lavoro dell'intelletto, che consiste non nell'intuire, ma nel pensare (quindi l'intelletto consta di varie funzioni). La funzione dell'intelletto è unificare un molteplice, ordinarlo in una rappresentazione comune. L'intelletto deve “sintetizzare” il molteplice puro dato dalle intuizioni pure. I vari modi con cui l'intelletto sintetizza sono i “concetti puri dell'intelletto”, o le sue “categorie”. Queste per Kant non solo leges entis, ma leges mentis, ossia modi di operare del pensiero. Kant deriva (dato che unificare è giudicare) la tavola delle categorie da quella dei giudizi.
Le categorie sono 12, sono i modi di funzionare (cioè le forme) del pensiero: sono raccolte in 4 gruppi:
● Quantità
● Qualità
● Relazione
● Modalità
N.B. Non è possibile pensare cose che non sottostiano alle precedenti categorie. Il soggetto infatti coglie le cose con l'intuizione, e le ordina e determina tramite le funzioni e le forme a priori della sua conoscenza intellettiva. In ultima analisi, le categorie contengono i fondamenti della possibilità di ogni esperienza in genere.
L'IO PENSO, O “APPERCEZIONE TRASCENDENTALE”
Come anticipato, il fondamento dell'oggetto è nel soggetto, l'oggetto suppone strutturalmente il soggetto. Kant ha introdotto la figura dell' “Io penso” come un'unità suprema, originaria, che fa capo a tutte le categorie. E' anche detto “Coscienza” o “Autocoscienza”. NON è il “Cogito ergo sum” cartesiano, ma è un “Cogito ergo cogito”. Non vuole ontologizzare il pensiero, ma oggettivare la conoscenza, non facendo uso di un Io metafisico, né di un Io empirico, bensì di un Io trascendentale.
Questo “Io penso” deve permanere identico in ogni rappresentazione, altrimenti io diventerei un “me variopinto”. Il punto focale dell'unificazione del molteplice e della sintesi dell'intelletto è la rappresentazione dell' “Io penso”, struttura del pensare comune ad ogni soggetto empirico (ciò per cui ogni soggetto empirico è pensante e cosciente).
Ecco quindi la risposta alla domanda: Qual è il fondamento dei giudizi sintetici a priori?
E' non solo la facoltà intuitiva della sensibilità e le sue forme a priori (spazio e tempo), ma è anche il nostro pensiero, attività unificatrice tramite le categorie, culminante nella rappresentazione dell'”Io penso”, che altro non è se non il principio dell'unificazione stessa, la forma dell'intelletto.
L'analitica dei principi: lo schematismo trascendentale
Le intuizioni sono solo sensibili, e l'intelletto non intuisce. Qual è quindi, il terzo termine che accomuna i due precedenti? Deve essere puro ma anche sensibile. Esso si chiama “Schema Trascendentale”, e “Schematismo Trascendentale” è il modo con cui l'intelletto fa uso dello schema.
Cos'è questo “Schema trascendentale”? Kant ritiene che lo spazio sia la forma dell'intuizione degli oggetti esterni, il tempo di quelli interni. Ma quando noi intuiamo, automaticamente dobbiamo anche interiorizzare l'oggetto per poter pensarlo, quindi il tempo è la forma dell'intuizione che raccoglie le rappresentazioni sensibili, ed è anche omogeneo alle categorie. Quindi, la condizione alla quale solo si può applicare una categoria a un oggetto, è coglierlo temporalmente.
Lo schema non è un'immagine, ma è un'indicazione metodologica... Gli schemi trascendentali devono essere tanti quante sono le categorie, ogni categoria viene espressa in funzione dello schema corrispondente. Per “schema trascendentale” si intende quindi, una metodologia che abbia a che fare con le forme a priori sia dell'intuizione sia dell'intelletto.
La dialettica trascendentale (dottrina delle Idee regolative della Ragione e delle sue illusioni strutturali)
Kant utilizza il significato negativo del termine dialettica, ritenendola un'inutile logica dell'apparenza, una superflua arte sofistica consistente nel tentare di convincere gli altri delle proprie idee. E a suo avviso è questo che cerca di fare la Ragione quando si perde nei ragionamenti vuoti (cioè non provati dall'esperienza) della metafisica. Non possiamo spingerci oltre l'esperienza sensibile, se neghiamo questo limite cadiamo in una serie di errori strutturali, ossia non causali o volontari, ma necessari e involontari. Quindi, la dialettica trascendentale è usata da Kant come critica dell'uso iperfisico della Ragione, per svelare l'apparenza fallace delle sue infondate considerazioni. Purtroppo, possiamo scoprire le illusioni strutturali, ma non possiamo eliminarle, in quanto abbiamo una sete di ricerca che cerca sempre di spingerci al di là dei nostri limiti.
L'estetica trascendentale studia la sensibilità e le sue forme, l'analitica trascendentale l'intelletto e le sue forme, la dialettica trascendentale la Ragione e le sue strutture. La Ragione altro non è se non l'intelletto che si spinge al di là dell'orizzonte dell'esperienza. La Ragione è la facoltà di sillogizzare, così come l'intelletto quella di giudicare e la sensibilità quella di intuire. Perchè il sillogismo? Perchè il giudizio è sintetico a priori, contiene quindi dati dell'esperienza; il sillogismo invece opera solo su puri concetti senza l'aiuto delle intuizioni. Quindi Kant deduce dalla tavola dei sillogismi la tavola delle Idee, cioè i concetti puri della ragione.
I sillogismi sono di tre tipi: a) categorico, b) ipotetico, c) disgiuntivo. Le Idee corrispondenti sono quindi: a) Idea psicologica (anima), b) Idea cosmologica (mondo come “intero metafisico”), Idea teologica (Dio).
CRITICA ALL'IDEA PSICOLOGICA (ANIMA)
La prima critica contesterebbe alla Ragione la pretesa di trovare un fondamento assoluto e metempirico della nostra attività psichica. Ma l'errore di questa illusione consiste nel non usare un termine medio univoco, ma con due accezioni leggermente differenti (sillogismi a quattro termini).
Si parte infatti dall'”Io penso”, cioè dall'unità sintetica dell'unificazione del molteplice, e la si trasforma in una vera e propria unità ontologica a sé stante. Non è chiaro il passaggio, dunque, dal pensiero all'essere (critica a Cartesio). Se così fosse, potremmo applicare le categorie (tra cui la “sostanza”) all' “Io penso”, ma ciò non è possibile, perchè l' “Io penso” è il soggetto e non l'oggetto delle categorie. Quindi, noi sappiamo di essere pensanti (a livello fenomenico l' “Io penso” è perfettamente coglibile), ma non ne conosciamo il sostrato noumenico.
CRITICA ALL'IDEA COSMOLOGICA (IL MONDO)
La seconda critica contesterebbe alla Ragione la facoltà di indagare le cause ultimative del mondo inteso come unità ontologica. Ci sono varie tesi e antitesi che si elidono a vicenda, espresse nelle “antinomie” (conflitti di leggi) kantiane. La cosmologia razionale considera il cosmo sotto quattro aspetti (corrispondenti ai gruppi di categorie), e esamina quattro problemi (in realtà antinomie):
● Il mondo va pensato come finito o infinito (metafisicamente)?
● E' semplice e indivisibile, oppure irrimediabilmente complesso?
● Le sue cause ultime sono meccaniciste e necessarie, o è ammessa una causalità libera?
● Suppone un'unità originaria, necessaria e incondizionata, oppure no?
Le prime due sono dette matematiche, le ultime due dinamiche perchè risalgono di causalità in causalità. Le tesi (cioè le risposte affermative) sono tipiche dei razionalisti, mentre le antitesi (risposte negative) degli empiristi. In realtà, nessuna tra le due correnti ha ragione, è un mero conflitto dialettico: l'illusione trascendentale fa credere alle due parti riguardo alla realtà dell'esistenza di oggetti, che non possiamo comprendere. Non si può applicare l'idea di assoluta totalità alla sfera delle cose in sè.
CRITICA ALL'IDEA TEOLOGICA, CIOÈ ALLE PROVE TRADIZIONALI DELL'ESISTENZA DI DIO
La terza critica contesterebbe alla Ragione la possibilità di dimostrare l'esistenza di un essere incondizionato e supremo (Dio). Non si tratta in realtà di un'idea, ma di un'Ideale, l'Ideale per eccellenza della Ragione. E' Ideale perchè modello di tutte le cose. Ora, Kant ritiene che le prove dell'esistenza di Dio siano solo tre:
1) La prova Ontologica (a priori), che partendo dal concetto di Dio come “essere perfettissimo”, ne assicura l'esistenza, necessaria in un essere supremo. Kant smentisce ciò, dicendo che l'esistenza non deve essere necessariamente l'attributo di un essere perfetto, l'esistenza è data non dalla perfezione, ma dall'esperienza. L'errore quindi, è confondere il predicato logico con quello reale. Non è chiara l'ontologizzazione.
2) La prova Cosmologica (a posteriori), parte dai dati dell'esperienza e dalle cose contingenti, inferendo Dio come causa ultimativa. In questa prova Kant trova un “ginepraio di errori”, i cui due più importanti sono:
➢ Il principio che ritiene possibile l'inferenza di una causa necessaria tra cose contingenti ha senso solo nel mondo sensibile, non in quello intelligibile (perchè il principio di causa – effetto è valido solo nel'esperienza). In sostanza si applica una categoria a un ambito non indagabile dall'intelletto; il principio è quindi meta-causale.
➢ La prova ripropone l'argomento ontologico celato: se anche si arrivasse a riconoscere un essere necessario, come se ne giustificherebbe l'esistenza?
3) La prova Fisico – teleologica (a posteriori), parte dall'ordine supremo della natura e ritiene che un tale ordine possa essere derivato solo dall'intervento di un'intelligenza superiore. Kant però ritiene che questa prova, più che dimostrare l'esistenza di Dio, lo consideri come un “architetto del mondo”, che mette in ordine materiale prefabbricato, invece di vederlo come un creatore del mondo, alla cui mente tutto è originale (inteso come nuovo e irripetibile).
Kant conclude sostenendo che una metafisica come scienza è impossibile, perchè la possibilità di formulare giudizi sintetici a priori in ambito metafisico presupporrebbe da parte nostra un “intelletto intuitivo”, che però ci è precluso. Queste “Idee della Ragione” in quanto tali (che solo per un equivoco strutturale diventano dialettiche) non devono avere un uso costitutivo, ma regolativo.
Devono cioè formare l'ordine delle esperienze per sistemarle in maniera organica, seguendo la regola del “come se”:
● Come se tutti i fenomeni inerenti l'uomo derivassero dall'anima,
● Come se tutti i fenomeni inerenti il mondo circostante dipendessero da principi intelligibili, e
● Come se, la totalità dipendesse da un principio supremo.
Critica della Ragion Pratica
La ragione umana non è solo teoretica, cioè capace di conoscenze, ma anche pratica, cioè capace di determinare la volontà e l'azione morale. Lo scopo dell'opera non è criticare la ragione pratica avulsa dalle esperienze, anzi, essa è l'unica ragione pratica moralmente possibile; lo scopo dell'opera è bensì criticare la ragion pratica allorchè essa si mischi con delle esperienze e ne risulti contaminata... La ragione data dalle esperienze è ragione soggettiva, mentre quella che prescinde da essa è oggettiva. La sfera del noumeno, non accessibile teoreticamente, diventa accessibile praticamente. L'essere umano è quindi “causa noumenica”. Bisogna quindi provare l'esistenza di una ragione “pura”pratica, ossia che basta a sé stessa per determinare l'azione morale, senza bisogno di legarsi con delle esperienza. Kant definisce “principi pratici” le determinazioni generali della volontà, che si suddividono in numerose regole morali: una sola è quella giusta. I principi pratici si dividono in:
● Massime = Valgono solo per i singoli soggetti, non per tutti gli uomini, quindi sono soggettive (quindi non è detto che debbano essere tutte moralmente giuste).
● Imperativi = Valgono per tutti gli uomini, quindi sono oggettivi. Sono comandi che esprimono quindi la correttezza oggettiva dell'azione morale. Se la ragione dominasse interamente la volontà, non esisterebbero massime, solo imperativi. Purtroppo però, la ragione è inevitabilmente legata ad esperienze che fanno deviare la volontà da queste regole.
Gli imperativi a loro volta si dividono in due tipi:
● Imperativi Ipotetici = Determinano la volontà solo a condizione che essa debba raggiungere un obiettivo. Si dividono in a) “Regole dell'abilità” se sono finalizzati a specifici obiettivi (come la promozione a scuola, un buon risultato sportivo, ecc.), e in b) “Consigli della prudenza” se mirano a obiettivi più generali (come la ricerca della felicità).
● Imperativi categorici = Qualora la ragione determini la volontà senza scopi precisi tranne quello di esercitare una volontà moralmente corretta e comune. Non è quindi “Se vuoi... devi”, ma è “Devi perchè devi”. Gli imperativi categorici sono le (vere) “leggi pratiche” che valgono incondizionatamente per l'essere umano. Non importa se gli scopi prefissatisi vengono raggiunti o meno, conta la volontà nell'impegnarsi nella legge morale.
L'imperativo categorico consiste non nel comandare certe cose ( la legge morale non dipende quindi dal contenuto), ma dipende, prescindendo dal contenuto, dalla “forma” della legge stessa, cioè dipende dalla sua stessa natura di essere legge, a prescindere dai contenuti. La legge morale basta a sé stessa! L'imperativo categorico è la categoria dell'agire secondo i voleri strutturali della ragion “pura” pratica, è un meta-livello (comanda la libertà). O non esistono massime universali, oppure la loro stessa forma, se si adattano a una legislazione universale, basta a renderle leggi pratiche. Morale non è ciò che si fa, o cosa si vuole raggiungere, morale è l'intenzione con cui si fa se adattata a una legislazione universale. L'essenza dell'imperativo categorico è comandarmi non cosa volere, ma come volerlo, conformemente alla “pura” forma della volontà.
La formulazione principale dell'imperativo categorico è la seguente:
“Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale”.
L'imperativo categorico è dunque una legge morale oggettiva a priori. Questo vuol dire che la ragion “pura” pratica è già pratica in sé stessa, senza l'intervento di altri fattori. La conoscenza della legge morale, quindi, non deriva da niente, ma porta alla coscienza della libertà: noi agiamo liberamente quando abbiamo l'idea del dovere. La libertà non è trasgredire a piacimento le leggi, è necessario per la libertà rispettare la legge morale (giudizio sintetico a priori: sintetico perchè amplia le conoscenze sul concetto di libertà, a priori perchè l'imperativo categorico è frutto dell'agire secondo un principio universale e necessario. L'ampliamento delle conoscenze non è fenomenico, ma meta-fenomenico, non coglibile coi sensi, solo con la ragione pratica).
La libertà è indipendenza dai fenomeni (è infatti noumenica), dal meccanicismo causale. Noi prendiamo coscienza della libertà solo per via morale (se cerchiamo di giustificarla fenomenicamente cadremmo nelle illusioni strutturali). Prima conosciamo la legge morale, come “forma della nostra volontà”, poi prendiamo coscienza della libertà. La libertà non è quindi “Puoi, dunque devi...”, bensì è “Devi, dunque puoi”.
Se si considera solo l'aspetto indipendente dai fenomeni si ha la libertà in senso negativo, cioè l'eteronomia; al contrario, se si ammette che la volontà si auto-determina (sempre presupponendo il rispetto della legge morale), si ha la libertà in senso positivo, cioè l'autonomia. La legge morale esprime solamente l'autonomia della ragion pratica. La libertà negativa è “libertà da...”, una pseudo-anarchia ormai dilagante... Il problema è che non sappiamo mettere a frutto questa libertà, di solito è eteronomia, cioè noi desideriamo la libertà da qualcosa per raggiungere i nostri scopi soggettivi.
La libertà positiva invece è “libertà per...”, questa sì che è autonoma, perchè la volontà può comunque auto-determinarsi senza scadere nelle massime soggettive. Le morali fondate sui contenuti portano all'eteronomia della volontà. Così spaventosamente defunge tutta l'etica greca socratica fondata sull'eudaimonia (ovvero il benessere personale e non collettivo).
Ma come si può stabilire se la “forma” della volontà è conforme a una legislazione universale? Come si decide se è “moralmente giusta”? Kant rovescia i termini della questione: per stabilire cos'è il bene morale si parte dalla legge morale, mentre prima era il contrario. Sembra un paradosso, ma se si riflette, si nota che è la volontà pura che fa essere buono ciò che essa vuole (somiglia alla “Grande luce”: la ragione vede nelle cose solo ciò che essa vi pone secondo il suo disegno), è impensabile partire da un bene oggettivamente stabilito a priori, è la volontà stessa che una volta liberata dalle esperienze e consistente nella sola “forma” determina ciò che è giusto.
E qui sorge un problema simile a quello che ha portato Kant a formulare lo “schematismo trascendentale”: Come si media il soprasensibile (legge morale) con il sensibile (l'azione umana)?
Kant usa come “schema” il concetto di natura. Se formuliamo una massima, per capire cosa succederebbe se la nostra azione dovesse diventare legge universale e necessaria, basta immaginarsi un mondo in cui la nostra massima è utopisticamente messa in pratica: se siamo felici di vivere in questo mondo, allora la massima è conforme alla legge morale, in caso contrario, no. Elevando la massima al livello della natura (universale e necessaria) sono in grado di stabilire se essa è morale oppure no (come nel Vangelo: “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”).
Quindi è evidente che per Kant una cosa non è solo morale quando segue la legge morale, ma quando è determinata autonomamente dalla volontà, senza secondi fini, altrimenti diventa “ipocrisia”. Come già visto, infatti, i sentimenti non possono che contaminare la volontà, e farle compiere azioni puramente “legali”, ma non “morali”. Kant ammette un solo sentimento: il “rispetto”, che però è suscitato dalla stessa legge morale. Il rispetto allora può anche essere un movente all'obbedienza della legge morale.
POSTULATI DELLA RAGION PRATICA:
Il mondo noumenico, inconoscibile per via teoretica diventa quindi accessibile per via pratica. Libertà, anima e Dio (le ultime due esigenze strutturali della ragione), non sono più Idee, ma “postulati”. Questi, non sono dogmi, sono realtà oggettive, così modificati in modo da permettere almeno di assicurarne la possibilità e l'esistenza, laddove con la ragione ciò non si poteva neppure tentare, in quanto l'ambito noumenico le è precluso. Ecco i tre postulati:
● Libertà = Ci sono due causalità: quella meccanicista e quella libera, la prima inerente al mondo fenomenico, la seconda a quello noumenico. Si può concepire la volontà “pura” come causa libera. L'uomo è dunque partecipe di due causalità. Nell'atto di compiere le azioni, egli nota una causalità meccanicisticamente intesa, nell'atto di formularle (qualora seguano la legge morale), nota una causalità libera. Nulla vieta che una stessa azione possa essere prodotto da una causa libera e dispiegarsi secondo le regole causali meccaniciste della realtà fenomenica.
● Dio = La virtù (seguire il dovere) è il “bene supremo”. Ma è ancora un bene incompleto, almeno finchè non le si associ la condizione di felicità derivante dallo stesso compimento della virtù. Solo allora il bene diventa “bene sommo”. In questo mondo non è però possibile né ricercare la virtù per essere felici (già spiegato prima), né essere felici ricercando la virtù.
La ricerca della virtù rende solo degni di felicità, ma essere degni di felicità e non essere felici è una cosa assurda (o come dico io, è un gran bastardata!). Si deve presupporre perciò, un Dio che ci attribuisca un grado differente di felicità a seconda della nostra capacità nel ricercare la virtù.
● L'anima = Il “sommo bene” richiede l'adeguatezza della volontà al compimento della legge morale: questo ci è comandato dall'imperativo. Ma la perfetta adeguatezza della volontà è la “santità”. Come detto prima, questa totale adeguatezza al dovere non è raggiungibile in questo mondo, ma ci deve essere un processo all'infinito in cui si tende sempre di più al raggiungimento di questo scopo. Questo processo infinito richiede perciò l'immortalità dell'anima. Il paradiso allora non è concepito come un luogo di “santità” pura, ma come un luogo nel quale la santità si va perfezionando man mano, verso l'infinito.
Critica del Giudizio
Finora la Critica della Ragion Pura si è occupata della facoltà teoretica, la Critica della Ragion Pratica ha invece messo luce su una diversa legislazione caratterizzata dalla libertà. La Critica del Giudizio ha invece come obiettivo il formare una mediazione tra i due mondi (noumenico e fenomenico), mediazione che non deve essere di tipo conoscitivo. Kant individua una facoltà intermedia tra l'intelletto e la ragione (pratica) che chiama Giudizio, strettamente collegato con il sentimento puro, che è la facoltà di pensare al particolare come contenuto dell'universale.
Ci sono due tipi di giudizi:
● Il giudizio determinante, nel quale sono dati sia il particolare sia l'universale. Tutti i giudizi della “Critica della ragion pura” sono determinanti, perchè hanno in loro sia il particolare che l'universale.
● Il giudizio riflettente, nel quale è dato solo il particolare, e a partire da questo bisogna sussumere l'universale. E' una meta-razionalità, è ragionare sulla ragione... E' il giudizio fondamentale della finalità umana. Essa si esprime in due maniere differenti: il giudizio sulla bellezza o estetico, e il giudizio sull'ordine della natura o teleologico.
Il giudizio estetico dice che cos'è il bello e qual è il suo fondamento. Il bello, secondo Kant, nasce dal rapporto tra gli oggetti e il nostro senso di gusto, riferito al sentimento di piacere. Bello è l'oggetto di un piacere senza interesse, bello è ciò che piace universalmente senza concetto, bello è la forma della finalità degli oggetti, bello è ciò che è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario e universale a tutti gli uomini. Qual è il suo fondamento? Il fondamento del bello è la libera armonia delle nostre facoltà spirituali, che l'oggetto produce nel soggetto.
Il sublime è affine al bello, ma mentre il bello riguarda la forma di un oggetto determinato, il sublime è informe e implica la rappresentazione o dell'infinitamente grande oppure dell'infinitamente potente. Da un lato quindi, l'uomo si sente schiacciato da quella vastità che lo circonda, dall'altro egli si rende conto di essere intellettivamente superiore a quell'immensamente grande fisico.
Il giudizio teleologico riscopre il fine dell'uomo, prima confutato nella dialettica trascendentale. Viene riscoperto da Kant applicando il giudizio riflettente non all'essere umano in quanto essere, corpo esteso, ma in quanto dotato di “attività mentale”. L'uomo è lo scopo ultimo della natura sulla terra, rispetto a lui tutte le altre cose naturali costituiscono un sistema di fini.

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