Bergson e la durata

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Testo

IL TEMPO COME DURATA
• Lo spiritualismo
Tra fine Ottocento e primo Novecento i valori romantici e positivisti iniziarono a disgregarsi e si sviluppò una reazione al positivismo a causa della nascita di una nuova sensibilità rispetto all'esperienza interiore e alla vita. Si sviluppò così lo spiritualismo, una corrente filosofica per alcuni aspetti vicina all'irrazionalismo, che va contro l'esaltazione della scienza, il mito del progresso, e contro ogni forma di riduzione della realtà umana al materialismo.
Bergson è il maggiore esponente dello spiritualismo francese e critica fortemente la cultura Positivista, che pretendeva di fare scienza di tutto, in quanto secondo lui esistono delle realtà - come per esempio la coscienza - che non ritiene possano essere oggetto della scienza, essere misurate e studiate razionalmente. Ritiene che è il soggetto a fare propria la realtà, ricreandola e considera perciò anche elementi come il tempo relativi al singolo individuo, come momenti di un'esperienza interiore.
• Il dato immediato della coscienza: la durata reale
Il "Saggio sui dati immediati della coscienza"(1889), che parte dall'indagine sulla coscienza - l'unica realtà della quale non possiamo dubitare - ha come proposito quello di liberare la coscienza da ogni struttura che non appartiene alla sua natura, per coglierla nella sua purezza originaria.
Lo stesso filosofo, in una lettera indirizzata ad un amico, spiega la genesi del Saggio: "....Mi ero proposto, per la mia tesi di dottorato, di studiare i concetti fondamentali della meccanica. E così fui
indotto ad occuparmi dell'idea del Tempo. Mi accorsi, non senza sorpresa, che in meccanica e in
fisica non si tratta della durata propriamente detta e che il tempo di cui si parla è tutt'altra cosa. Mi
chiesi allora dove fosse la durata reale e dove potesse esistere e perché la nostra matematica non
avesse presa su di essa. E cosi fui gradualmente condotto dal punto di vista matematico e
meccanicistico, in cui mi ero dapprima posto, al punto di vista psicologico. Da tale reazione è nato
il Saggio sui dati immediati della coscienza, in cui ho cercato di praticare una introspezione
assolutamente diretta e di cogliere la pura durata".
Per il Positivismo, la coscienza era ridotta ad un insieme di dati identici definibili quantitativamente, ma Bergson, in opposizione ad esso afferma invece che la coscienza non è mai statica e mai del tutto uguale a se stessa, ma si rivela come un continuo fluire, come puro divenire, come durata vissuta, irreversibile, non misurabile scientificamente e nuova ad ogni istante. Ogni stato di coscienza infatti presenta una compenetrazione dei suoi contenuti, e perciò non si ripete mai identico. È un sentirsi durare, un fluire che Bergson chiama durata reale, il dato immediato della coscienza.
Noi possediamo un unico stato di coscienza che carico di tutto il passato, "scorre" verso l'avvenire, in un processo di continuo accrescimento e maturazione - affermerà in seguito nella Evoluzione Creatrice, che "per un essere cosciente, esistere significa mutare, mutare significa maturarsi, maturarsi significa creare indefinitamente se stesso" -.
La coscienza è qualcosa di profondamente unitario e mobile allo stesso tempo, in cui si vive il presente facendo memoria del passato e anticipando il futuro, uno stato nel cui presente sono quindi disciolti e durano tutti gli stati passati.

• Tempo spazializzato e durata reale
La concezione del tempo di cui fa uso la scienza è senza dubbio fornita, secondo Bergson, di un
certo grado di verità: esteriorizzando il tempo, come successione misurabile di istanti, la scienza
riesce ad ottenere innegabili successi necessari alla vita pratica. Questa concezione nasconde però
un grosso equivoco: quello di confondere il tempo con lo spazio e di esprimere la durata attraverso
l'estensione.
Nella vita psichica non è possibile distinguere singoli istanti: i fatti di coscienza non sono
quantificabili, ne è possibile disporli lungo una linea retta, cioè definirli in un determinato istante T
e in un determinato punto dello spazio S.
A partire da questa premessa il filosofo francese distingue quindi il tempo spazializzato, quello dell'orologio - utilizzato dalla fisica e dalla meccanica - dalla durata reale, la "successione dei dati qualitativi della coscienza", e cerca una definizione di tempo che eviti la tradizionale concezione quantitativa a fondamento della fisica, in cui, concepito in modo simile allo spazio, viene considerato come la successione di istanti omogenei, reversibili, - come se essi fossero dei punti allineati identici l'uno all'altro -.
Il tempo astronomico - dell'orologio - è infatti un insieme di posizioni delle lancette sul quadrante, ed è reversibile e misurabile in base allo spazio percorso sul quadrante delle lancette stesse che al passare degli istanti prendono diverse posizioni. Ma tutto ciò è solo esteriorità, in quanto una successione degli istanti "esiste soltanto per uno spettatore cosciente che ricordi il passato e giustapponga le due oscillazioni o i loro simboli in uno spazio ausiliario" - senza di esso infatti il movimento non esisterebbe ma verrebbe ridotto a una serie di posizioni statiche -. Questo concetto trova
la sua immagine significativa in una collana di perle, in cui queste ultime si presentano tutte uguali e distinte fra loro.
Diversamente dal tempo della fisica, in cui quindi i movimenti sono distinti l'uno dall'altro, al tempo dell'esistenza diede come immagine della durata un gomitolo di filo, in cui i movimenti si compenetrano e sommano tra loro. Il tempo della vita è qualcosa di concreto, di interiore: una esperienza, infatti, non può mai essere vissuta due volte in modo identico perché nella coscienza il momento successivo contiene sempre in più del precedente, il ricordo che quest'ultimo ha lasciato di se, in quanto essa è strutturata in modo tale da rimanere legata a tutto il proprio passato conservato sotto forma di memoria - una coscienza con due momenti identici sarebbe una coscienza senza memoria che perirebbe e rinascerebbe di continuo -.
La coscienza è invece, come abbiamo già visto, è un continuo fluire in cui ciascun elemento non può essere isolato proprio in quanto si prolunga verso altri, formando una unità qualitativamente inscindibile.

Ciò che la scienza definisce tempo in realtà non è altro che la proiezione della durata nello spazio, necessario alla vita pratica, ma lontano dalla nostra vera intima coscienza.
Bergson illustra questo concetto con un celebre esempio: immaginiamo di sciogliere una zolletta di zucchero in un bicchiere d'acqua e di restare in attesa della sua completa soluzione; la fisica descriverà il tempo di dissoluzione secondo una scala analitica che va da un istante iniziale a uno finale ma tale tempo oggettivato in cui lo zucchero si scioglie è, contemporaneamente, il tempo vissuto dalla mia coscienza che resta in attesa della soluzione
Per darci poi una spiegazione della durata Bergson scriverà nelle prime pagine dell'Evoluzione Creatrice: "La nostra durata non è un istante che sostituisce un istante: non vi sarebbe così mai che presente, non prolungamento del passato nell'attuale, non evoluzione, non durata concreta. La durata è il progresso continuo del passato, che rode l'avvenire e si gonfia avanzando".
Possiamo pensare all'ascolto di un brano musicale: in questo caso la nostra coscienza si struttura in modo che in ogni istante noi percepiamo una nota in stretto legame con quella precedente, nell'attesa della successiva. Nell'ascolto infatti, la coscienza si prolunga, ossia tiene presenti dentro di se le note già ascoltate preparandosi all'ascolto delle note successive.
• Il presente...
Nel durare della coscienza, nel suo flusso ininterrotto, non è quindi possibile mantenere una distinzione netta tra passato, presente e futuro, e su questo punto, Bergson riprese temi presenti in Sant'Agostino, ripetendo che se il tempo si presenta come una serie di istanti che passano, che cioè si succedono gli uni agli altri in modo che ognuno di essi "è" in quanto quelli che lo precedettero "non sono più" e quelli che seguiranno "non sono ancora", esso si risolve in qualcosa di inesistente; il presente è cioè un'astratta finzione.

"[...] Voi definite il presente ciò che è, mentre esso è semplicemente ciò che si fa. L'è riguarda meno di ogni altra cosa il momento presente, se con ciò si intende il limite indivisibile che separa il passato dal futuro. Quando pensiamo il presente come ciò che deve essere, esso non è ancora; e quando lo pensiamo come esistente, è già passato. Se invece pensate il presente concreto e realmente vissuto dalla coscienza, si può dire che esso consiste, in gran parte, nell'immediato passato.[...] La vostra percezione, per quanto istantanea, consiste dunque in un incalcolabile moltitudine di elementi ricordati e, a dire il vero, ogni percezione è già memoria. Noi non percepiamo, praticamente, che il passato, dal momento che il puro presente è l'inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro."
• ...e l'importanza della memoria
In quanto la caratteristica propria del presente è di passare, non possiamo definire la coscienza rispetto ad esso: essa dura, è cioè quella realtà nella quale il passato tende a divenire attuale, grazie al ruolo chiave della memoria, che riporta il passato nel presente, pur lasciandogli la sua qualità di passato, ed ha quindi una capacità unificatrice; senza di essa il tempo stesso non ci sarebbe ma si dissolverebbe in una polvere di istanti.
La nostra percezione del presente sarebbe completamente diversa senza la memoria: ascoltando, per esempio, le parole di un'altra persona, posso comprendere la frase che mi rivolge perché ad ogni
istante memorizzo le parole dette e le tengo attuali nel mio presente.
Il rapporto tra percezione (cioè ciò che percepisco in ogni istante attuale) e memoria (cioè
l'accumulo dei ricordi sempre integralmente presenti) viene rappresentato attraverso la figura di un
cono rovesciato: il piano, tangente alla punta, rappresenta il tempo presente; la base, che rimane
nascosta rappresenta invece il passato, infine la punta è l'intersezione tra la percezione attuale e la
memoria che si trovano così in stretta relazione tanto da essere un tutto omogeneo.

La filosofia, il cui compito non è di servirsi degli oggetti ma di conoscerli, deve allora porsi sul piano della comprensione globale della realtà e studiare ciò che sta sotto la punta del cono: la profondità, la molteplicità ovvero la memoria.
Fondamentale è la distinzione di Bergson tra due tipi di memoria:
- memoria meccanica o abitudinaria
- memoria spirituale o spontanea.
• La memoria meccanica è quella di cui si fa uso ogni giorno per organizzare la vita, per ricordare temporaneamente delle nozioni; la si può definire come una percezione ritualizzata una attività fisiologica del cervello fissata nell'organismo, "sempre tesa verso l'azione, fissa nel presente e rivolta solo verso il futuro", che fa interagire nel nostro presente quanto abbiamo appreso nel passato - "mette in gioco la nostra esperienza passata ma non ne evoca l'immagine" -;
• La memoria spirituale registra tutti gli avvenimenti della nostra vita man mano che scorrono, anche se noi non ne siamo pienamente coscienti. Non è una memoria logico-razionale ma intuitiva e immediata, che esplode nei momenti più inaspettati come ricordo puro se stimolato da particolari immagini suoni, profumi e in maniera irripetibile; essa registra "sotto forma di immagini-ricordo, tutti gli avvenimenti della nostra vita quotidiana a mano a mano che si svolgono [...] immagazzinando il passato solo per effetto di una necessità naturale". È la memoria spirituale del nostro passato e coincide con la coscienza, rappresentando tutto ciò che abbiamo sempre sentito, pensato, voluto nel nostro passato "che ci segue tutto intero, in ogni momento, chino sul presente che sta per assorbire in se, incalzante alla porta della coscienza".
Non è possibile stabilire i limiti precisi fra memoria meccanica, che conserva e registrale le percezioni più utili alla vita costruendo le abilità di un corpo, e memoria spirituale, in quanto c'è continuità psicologica: "la memoria del corpo - dice infatti Bergson -[...] è una memoria quasi istantanea a cui la vera memoria del passato serve da base".
Perciò reale è solo il tempo della coscienza, ossia la durata, perché è irreversibile, indivisibile, unico, concreto e imprevedibile come lo sperimentiamo noi stessi.
"Il tempo non è più principio di dissoluzione e distruzione, l'elemento in cui le idee e gli ideali perdono il loro valore, la vita e lo spirito la loro sostanza, ma anzi è la forma in cui noi diventiamo padroni e consci del nostro essere spirituali... quel che noi siamo lo diventiamo non solo nel tempo ma grazie al tempo. Non solo siamo la somma dei singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto di nuovi aspetti che essi acquistano ad ogni nuovo momento. Non diventiamo più poveri per il tempo passato e perduto; solo esso anzi dà sostanza alla nostra vita…"
Queste idee lasciarono una profonda traccia anche nel modo della letteratura della prima metà del Novecento; Marcel Proust diede infatti alla sua opera un titolo bergsoniano: Alla ricerca del tempo perduto.

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