Appunti su Cartesio e Pascal

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Testo

CARTESIO
La filosofia dell’età moderna si caratterizza per alcuni temi centrali: la ragione e la scienza, il tema della libertà e della centralità dell’uomo, tema che troviamo centrale in Cartesio e nei grandi esponenti del razionalismo e dell’empirismo, due correnti che si confrontano tra ‘600 e ‘700. All’inizio queste due correnti erano considerate opposte, ma con un’opera di Kant questa opposizione viene superata e oggi la storiografia filosofica tende a rendere meno forte la loro opposizione sottolineandone gli aspetti comuni soprattutto riguardo i problemi affrontati.
Cartesio è il più grande esponente e fondatore del razionalismo, termine che ha un duplice significato:
- un significato generico per cui razionale è ogni filosofia che riconosce un ordine nella realtà accessibile alla ragione, l’opposto è l’irrazionalismo cioè una visione del mondo secondo cui la realtà sfugge a qualsiasi ordine
- un significato specifico che indica un orientamento di pensiero che si è affermato in Europa nel ‘600 e che ha come esponenti Cartesio, Spinosa e Leibniz.
Questo movimento si caratterizza con il riconoscimento della ragione umana come strumento fondamentale per il riconoscimento della verità. Per gli autori del razionalismo l’evidenza razionale è un criterio sufficiente per riconoscere la verità di un principio o di una preposizione. L’opposto di questa corrente è l’empirismo, corrente affermatasi tra 600 e 700 il cui massimo esponente è Loke, secondo il quale il fondamento del criterio di verità di un principio è l’esperienza sensibile. Per gli empiristi l’esperienza è il fondamento di tutti i nostri contenuti di conoscenza, ma è anche il criterio che permette di verificare la correttezza di ciò che la ragione elabora partendo dall’esperienza. Quindi non basta che un enunciato si evidente per la ragione, ma va verificato empiricamente.
Il progetto filosofico di Cartesio è quello di una rifondazione generale di tutto il sapere perché la conoscenza del suo tempo gli appare ricca di temi e contenuti, ma anche incerta e confusa, per certi versi contraddittoria. Cartesio nasce nel 1596 in un’età in cui si stava affermando il copernicanesimo che conviveva con l’aristotelismo. Cartesio segue questo programma con riguardo a due obbiettivi fondamentalo:
- definire un metodo del sapere, vuole trovare poche e semplici regole che permettano di distinguere con sicurezza il vero dal falso e che permettano di procedere facilmente nella costruzione dell’edificio del sapere. L’opera più famosa di Cartesio è il Discorso sul metodo
- trovare dei fondamenti indiscutibili per la costruzione del sapere. Le certezze di base saranno: l’esistenza dell’Io, di Dio e di un mondo fisico.
Questo progetto per Cartesio aveva anche finalità legate a un’esigenza di miglioramento della vita dell’uomo, infatti un sapere certo avrebbe permesso di trovare nuove tecniche per ridurre le fatica, i disagi che l’uomo deve affrontare per trasformare l’ambiente che lo circonda e avrebbe permesso di ridurre le malattie, quindi di migliorare e prolungare la vita dell’uomo.
VITA(pag. 175):
Cartesio nasce nel 1596 da una famiglia della piccola aristocrazia di toga, fu educato in un collegio di gesuiti in Francia, il collegio di La Fleche, però ne uscì scontento perché il sapere che aveva acquisito gli sembrava ricco, ma confuso, questo non dipendeva da cattivi insegnanti o scarse capacità, ma dai caratteri del sapere del tempo. Cartesio decide di intraprendere la carriera militare e si arruola prima con l’armata di Maurizio D’Orange, poi con Massimo di Baviera. Nel 1619 partecipa alla guerra dei trenta anni come ufficiale e ha molto tempo per coltivare i suoi studi. Nel novembre del 19 racconta lui stesso di aver fatto 3 sogni in cui gli venivano svelati i fondamenti di una scienza meravigliosa, va quindi in pellegrinaggio a Loreto. Probabilmente i sogni fanno nascere in lui l’idea di una missione e intuire le prime regole nel metodo, negli anni successivi inizia a scrivere Le regole per la guida dell’intelletto in cui definisce le quattro regole fondamentali del metodo. Lascia quindi la carriera militare e si dedica agli studi e ai viaggi perché vuole studiare il grande libro del mondo.
Cartesio sceglie il modello matematico perché permette di distinguere il vero dal falso e permette a tutti di procedere verso la conoscenza con semplicità. Le regole sono:
1. la chiarezza e l’evidenza, ossia accettare come vero solo ciò che risulti chiaramente ed evidentemente tale e respingere ciò che è in dubbio
2. l’analisi, per cui di fronte a un problema complesso bisogna scomporlo in parti semplici da affrontare singolarmente
3. la sintesi, una volta scomposto il problema è necessario riprodurre la visione d’insieme collegando le singole parti tra di loro
4. l’enumerazione, che impone di verificare la completezza del proprio procedimento controllando di aver affrontato tutti i problemi, e Cartesio suggerisce di farlo enumerandoli
Queste regole per Cartesio garantiscono un procedimento semplice per avanzare nella conoscenza, ma si aprono due questioni:
- il metodo va giustificato, infatti il fatto che queste regole funzionino nella matematica non garantisce che abbiano validità universale, quindi bisogna trovare un fondamento a queste regole
- per procedere nel sapere bisogna trovare delle verità di fondo, premesse certe del sapere, questo fa si che Cartesio partendo da un problema metodologico passi a un percorso che ha delle implicazioni metafisiche, partendo da un problema che ha a che fare con le forme della conoscenza si passa alla struttura della realtà.
IL PERCORSO CARTESIANO
Il percorso Cartesiano inizia con un dubbio, perché per ricostruire il sapere bisogna sgomberarlo da tutto ciò è dubbio, che non è un dubbio scettico, ma un dubbio metodico ossia che ha lo scopo di dubitare di tutto per individuare delle verità che si sottraggono al dubbio e che saranno il fondamento dell’edificio del sapere, mentre quello scettico aveva lo scopo di mostrare che non c’è nessuna certezza. Cartesio non prende una a una tutte le conoscenze, ma prende in considerazione le vie della conoscenza e inizia con quella sensibile che è tutta soggetta al dubbio perché i sensi a volte ci ingannano e di conseguenza bisogna dubitarne sempre, infatti la nostra vita potrebbe esser un sogno o un mondo virtuale. Scartata la conoscenza sensibile rimane quella razionale rappresentata dalla matematica, ma anche qui è possibile far sorgere un dubbio perché potremmo pensare che Dio abbia creato la mente in modo così contorto da farci sbagliare anche quando si tratta di matematica. Quindi Cartesio scarta anche questa perché Dio è buono, ma potrebbe esistere un genio maligno che ci fa sbagliare, questo è un dubbio iperbolico, ossia spinto all’estremo. All’uomo rimane una certezza ineliminabile, il fatto che se pensa allora qualcosa è, la certezza del proprio pensare è una certezza indubitabile, quindi è la prima verità indubitabile del percorso cartesiano (cogito ergo sum). Si sa di essere qualcosa che pensa, una res cogitans. Quando si dice che si ha la certezza del pensare si è sul piano di una constatazione esistenziale, dicendo invece so di essere una sostanza pensante si passa al piano metafisico.
Per Cartesio l’evidenza del cogito ergo sum è il fondamento primo della chiarezza e dell’evidenza perché è la prima conoscenza chiara ed evidente.
OBIEZIONI AL PERCORSO CARTESIANO
Il cogito ergo sum e l’affermazione della res cogitans non sono solo la prima certezza del sapere, ma anche la prima e fondamentale giustificazione del criterio di chiarezza ed evidenza perché per Cartesio la chiarezza con cui si presenta alla mente il cogito ergo sum e la sua evidenza rappresentano l'esempio originario di chiarezza ed evidenza che chiederemo a ogni altra conoscenza per ammetterla come vera.
- Prima obbiezione: dicono che Cartesio sia caduto in un circolo vizioso perché prima ammette il cogito ergo sum con chiarezza ed evidenza, poi fonda la regola della chiarezza e dell’evidenza sul concetto di cogito ergo sum. La replica di Cartesio è che non c’è nessun circolo vizioso perché il cogito ergo sum non è dimostrato con la regola della chiarezza ed evidenza, ma è la chiarezza ed evidenza originaria, quindi non ha bisogno di una regola precedente.
- Seconda obbiezione: viene dal filosofo francese Gassandi che afferma che il cogito ergo sum non è un’evidenza originaria, ma il risultato di un ragionamento sillogistico, ovvero: tutto ciò che pensa è, io penso quindi io sono, ma questo ragionamento richiederebbe la dimostrazione dell’affermazione che tutto ciò che pensa è, cosa che non viene dimostrata. Cartesio risponde all’obbiezione dicendo che il cogito ergo sum non è il risultato di un ragionamento, ma una verità che si impone con forza nella nostra mente senza bisogno di passaggi, è il frutto di un’intuizione (verità immediata)
- Terza obbiezione: viene mossa da Hobbes che afferma che quando Cartesio passa dalla constatazione dell’esperienza del pensiero all’affermazione dell’esistenza di una sostanza pensante compie un passaggio non corretto, perché passa dal piano di un dato dell’esperienza al piano di un’affermazione di tipo metafisico, cioè il piano del riconoscimento di una realtà di cui non c’è esperienza. Hobbes esprime questo dicendo che dire “io penso, quindi sono una sostanza pensante” equivale a dire “io passeggio, quindi sono una passeggiata”. Cartesio replica che il passaggio è lecito nel caso dell’esperienza del pensiero, ma non lo sarebbe nel caso della passeggiata, perché l’esperienza che abbiamo di noi stessi è sempre legata al pensiero, mente non sempre l’esperienza che abbiamo di noi stessi è legata al passeggiare.
Hobbeso comunque coglie un problema reale perché nel pensiero Cartesiano un passaggio complicato è quello dal dire “sono certo del mio pensare e del mio esistere” al dire “io esisto come qualcosa caratterizzato dal pensiero”, perché sono due piani diversi, per Hobbes nulla vieterebbe di pensare che noi siamo soltanto materia.
Dimostrato il principio della res cogitans, Cartesio ha il problema di dimostrare che esistono realtà corrispondenti ai nostri contenuti di pensiero, un essere umano non conosce direttamente le cose, ma le idee delle cose. Noi nella nostra mente abbiamo tre tipi di idee:
- le idee fittizie: che abbiamo prodotto noi
- le idee avventizie: che sembrano provenire dal mondo esterno
- le idee innate: che non abbiamo prodotto noi e non vengono dall’esterno, ma sono nella nostra mente, ad esempio l’idea di Dio. Per Cartesio l’idea di Dio non viene dall’esterno e non può essere prodotta da noi perché è l’idea di un essere infinito e perfetto e questa idea non può essere prodotta da un essere finito e imperfetto come l’uomo. Per Cartesio vale il principio che la causa di un’idea deve avere almeno lo stesso grado di realtà dell’idea stessa, partendo da questo Cartesio fornisce tre prove dell’esistenza di Dio:
- l’uomo, essere finito, possiede l’idea di Dio, essere infinito, non può averla prodotta da sé, quindi deve necessariamente esistere Dio come causa dell’idea che è nella mente dell’uomo.
- l’uomo, essere imperfetto e finito che ha in sé l’idea di Dio, essere perfetto e infinito, dunque se l’uomo si fosse creato da sé, avendo in sé l’idea di perfezione, si sarebbe creato perfetto, ma poiché l’uomo non è perfetto, allora deve necessariamente esistere Dio come causa e creatore dell’uomo che ha in sé l’idea di Dio.
- l’uomo ha l’idea di Dio come essere massimamente perfetto, ma allora necessariamente questo essere possiede l’esistenza perché se non esistesse non sarebbe perfetto.
Cartesio afferma che Dio è buono e di conseguenza non può averci creato in modo tale che noi ci inganniamo sempre, ma deve averci creato in modo che possiamo conoscere la verità quando pensiamo con chiarezza e distinzione. Dio diventa garante della verità di tutte le idee che si presentano alle mente con chiarezza e distinzione: idee matematiche, fittizie e avventizie.
Vengono fatte due considerazioni:
- noi non dovremmo mai cadere in errore, Cartesio risponde che sarebbe così se l’uomo si affidasse solo all’intelletto, però è coinvolta anche la volontà perché l’intelletto concepisce l’idea e la volontà dà il suo consenso all’idea. L’intelletto umano è finito, la volontà è capace di andare oltre l’intelletto
- anche il ragionamento cartesiano tra Dio, chiarezza ed evidenza si presta al circolo vizioso. Cartesio dimostra l’esistenza di Dio con questo secondo criterio e dice che Dio è il garante della verità di ciò che è chiaro ed evidente. Questa obbiezione portò Cartesio a una precisazione: non è necessario il ricorso a Dio per fondare il criterio della chiarezza e dell’evidenza perché è già dimostrato dal cogito ergo sum. Questo criterio si riferisce a idee concepite attualmente in tutta la loro chiarezza ed evidenza e prese singolarmente e non basterebbe a fondare la scienza perché essa è fatta di catene di idee e lo scienziato non ha sempre presenti con chiarezza ed evidenza tutte le idee che ha dimostrato precedentemente. Dio garantisce non tanto il criterio di chiarezza ed evidenza, ma piuttosto la permanenza nella verità delle idee che sono state concepite nel passato con chiarezza e distinzione. Questa concezione sembra implicare che le verità dimostrate nel passato non dovrebbero più essere dimostrate.
RES ESTENSA
Se Dio non è un ingannatore allora Cartesio può prendere in considerazione le idee dall’esterno cha hanno tante caratteristiche (colori, forme, sapori), ma tra queste solo alcune sono chiare e distinte le une dalle altre, non sono le caratteristiche qualitative, ma quelle quantitative che sono chiare ed evidenti. L’unica cosa certa per quanto riguarda in corpi esterni è che sono corpi che occupano uno spazio, sono cioè corpi estesi, dunque io posso affermare con certezza che oltre alla res cogitans e a Dio esiste anche la res estensa che si può chiamare anche materia, la cui caratteristica certa è che è estesa, occupa uno spazio e questo significa che alla scienza del mondo fisico interessano solo le qualità che hanno a che fare con l’estensione, non le qualità secondarie. Cartesio da un fondamento a una fisica di tipo matematico.
Nel definire le caratteristiche della res estensa, Cartesio procede per via deduttiva partendo dall’identificazione della materia con lo spazio e dello spazio con lo spazio euclideo. Cartesio afferma:
- che non esiste il vuoto (orror vacui) e lo fa con un ragionamento perché dice che se la materia è estensione nello spazio allora non è possibile pensare ad un’estensione vuota perché sarebbe priva di estensione, il che conduce a una contraddizione logica
- la materia è infinita come lo spazio e non è ulteriormente estendibile perché occupa tutto
- la materia è divisibile all’infinito come lo spazio euclideo
- la materia è dotata di movimento impressole originariamente da Dio, questa quantità di movimento si conserva attraverso tutte le trasformazioni e ne è la causa. Il modello cartesiano dell’universo è meccanicistico, ogni movimento trova spiegazione in termini di materia, corpi e movimento. Questo modello viene applicato anche alla biologia perché i corpi per Cartesio funzionano come macchine, per Cartesio ci sono tre leggi fondamentali del movimento:
- il principio di inerzia
- le legge del moto rettilineo
- il principio della conservazione della quantità di moto, a questo proposito Pascal disse che Dio ha dato un calcio al mondo che da allora conserva la quantità di moto
La fisica cartesiana è lontana dal modello della fisica moderna che è sperimentale, però per Cartesio questi principi sono il quadro teorico di base della fisica, ma quando si va a spiegare il singolo fenomeno Cartesio riconosce che si deve ricorrere all’osservazione o all’esperimento. Si ricorda il contributo di Cartesio alla matematica perché è l’inventore degli assi cartesiani con cui ha unito algebra e geometria ed è anche colui che ha fatto progredire l’algebra introducendo la notazione algebrica.
RAPPORTI TRA PENSIERO E MATERIA
Questo problema è ancora attuale, come fa il nostro cervello a produrre pensiero? Come fa il nostro pensiero a tradursi in un suono o un movimento del corpo? Come facciamo a pensare?
Per Cartesio pensiero ed estensione sono due realtà distinte, autonome, e questo possiamo capirlo perché possiamo pensare allo spirito senza la res estensa e alla res estensa senza la res cogitans. Le entità sono opposte nelle caratteristiche: la res estensa occupa spazio, lo spirito no, la res estensa non ha consapevolezza mentre lo la res cogitans ha autocoscienza. L’estensione è meccanicamente determinata, la res cogitans è libera, questo per Cartesio vuol dire che la res cogitans esiste anche quando il corpo muore. Cartesio però deve riconoscere che nell’uomo pensiero ed estensione sono collegati perché è innegabile che il pensiero comanda il corpo, così come che gli stati corporei sono trasmessi al pensiero. Cartesio risponde dando una soluzione: nell’uomo il collegamento tra le due entità è assicurato da una ghiandola posta al centro del cervello, la ghiandola pineale che è unica nel corpo. A questa ghiandola arrivano gli impulsi dalle varie parti del corpo e li trasmette al pensiero e viceversa. La soluzione cartesiana fu ritenuta insoddisfacente, fu affrontata da altri, i primi sono gli occasionalisti (Melebranche) che fece sua la visione cartesiana però respinse la posizione della ghiandola pineale sostenendo che invece è Dio che a ogni cambiamento del nostro pensiero interviene con un cambiamento del nostro corpo e viceversa, sono come due orologi, per Cartesio c’è un meccanismo che trasmette il movimento di un orologio all’altro, per gli occasionalisti c’è un orologiaio che li sincronizza manualmente.
Vedi pag. 86
PASCAL
Pascal è stato un oppositore di Cartesio, ma questo non vuol dire che non tenesse in considerazione la ragione. Pascal fu anche uno scienziato, il che significa che aveva fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione, ma ne riconosceva i limiti sia nel campito della matematica e della fisica, sia soprattutto in relazione alla comprensione dell’interiorità dell’uomo. Per Pascal la scienza con i suoi strumenti non può dare una risposta alle domande che l’uomo si pone sulla propria vita, il ragionamento scientifico quasi mai ci aiuta a comprendere il nostro animo, per questo abbiamo bisogno di altri strumenti. Pascal ha voluto dare una risposta relativa alla grande domanda sull’esistenza dell’uomo, questa risposta l’ha cercata nella religione, ed è una soluzione più o meno condivisibile, però ad di là dell’accettazione rimane l’interesse delle descrizione che Pascal fa della condizione umana, che coinvolge credente e non credente.
VITA: Pasca fu figlio di una famiglia benestante della nobiltà di toga, fu il padre a occuparsi dell’educazione dei figli cercando di dare loro una formazione scientifica. Le capacità di Pascal emersero già da piccolo, a sedici anni scrive il trattato sulle sezioni coniche, poco dopo inventa la prima calcolatrice, la “pascalina”, inventata per aiutare il padre. Sempre ragazzo inizia gli studi sul vuoto che lo portano alla dimostrazione della sua esistenza. È però di salute cagionevole e si ammala nel ’54 a 22 anni e ha un periodo di convalescenza, in cui ha frequenti colloqui con dei giansenisti che frequentavano la sua casa a causa della sorella. Questi colloqui contribuirono alla conversione, a un’apertura all’interesse religioso. Pascal scopre la dimensione religiosa in un ambito diverso da quello scientifico e filosofico, diventa giansenista anche se non abbandona mai gli interessi scientifici. Pascal fu coinvolto nella polemica tra gesuiti e giansenisti che aveva a che fare con la questione della grazia, per i giansenisti Dio concede la grazia a pochi eletti che in virtù di questa saranno salvati e per loro la fede è un fatto interiore, per i gesuiti è necessaria la grazia divina, ma l’uomo che vive nella chiesa adempiendo ai propri doveri ha già la grazia sufficiente per andare in paradiso, quindi la religione esteriore può essere sufficiente per la salvezza. Pascal attaccò la posizione dei gesuiti con le “lettere provinciali” e progettò una grande opera in cui voleva difendere l’antico modello del bon cristiano il cui titolo doveva essere “apologia del cristianesimo” ma non lo completò mai e a noi rimangono solo appunti noti come “i pensieri di Pascal”.
Il problema centrale per Pascal è la comprensione della condizione umana, del senso dell’esistenza umana (pag. 261). Di fronte a questo problema falliscono i tentativi della scienza, della mentalità comune e della filosofia.
Mentalità comune: la maggior parte degli uomini pensa ad altro cercando di tenersi sempre occupato per non pensarci: “divertissement”, scelto dalla mentalità comune e sinonimo di divergenza, la gente pensa al futuro e mai al presente. Quello che l’uomo teme di più di ogni altra cosa è la noia, l’uomo quindi non fa sport per quello che gli può dare ma solo per tenersi occupato, se potesse raggiungere il premio senza fare niente non gli interesserebbe, invece l’uomo dovrebbe ricercare la noia perché in questa condizione è costretto a riflettere.
Scienza: la scienza è incapace perché la ragione ha dei limiti in sé stessa: l’esperienza, infatti anche nell’ambito matematico ci sono nozioni che la ragione non sa dimostrare e sono assunti come postulati. È una critica alla concezione cartesiana, per Cartesio chiarezza ed evidenza assicurano la verità, la ragione non sempre riesce a dimostrare il principi da cui deriva.
Il limite principale della scienza è il fatto che sia incapace di comprendere l’interiorità dell’uomo, non ha accesso alla dimensione spirituale dell’esperienza umana “il cuore ha delle ragioni che la ragione umana non può comprendere”.
Su questa distinzione Pascal fonda la contrapposizione tra:
- espirit de geometrie, razionalità scientifico matematica che procede per passaggi con la mediazione del ragionamento e ha per oggetto le verità matematiche e studia il mondo fisico
- espirit de finesse, procede intuitivamente, non è mediato e si fonda sul sentimento, ha per oggetto l’interiorità dell’uomo, in particolare le verità morali e religiose
Queste sono due vie distinte delle comprensione anche se per Pascal l’espirit de finesse aiuta l’espirit de geometrie perché i concetti di base indimostrabili non vengono colti con la razionalità matematica, ma con un’intuizione
Rimane la filosofia come mezzo per risolvere il problema della comprensione, ma anche questa fallisce perché la condizione umana è intermedia, l’uomo non è sapiente, ma neanche totalmente ignorante, non è felice ma aspira alla felicità, è sospeso nell’universo tra infinitamente grande e infinitamente piccolo (pag. 265), è una creatura debole esposta a tutte le forze della natura che lo sovrastano, è “una canna che si piega a ogni soffio di vento ma è superiore alla natura perché è una canna pesante”. La filosofia non è stata in grado di descrivere questa condizione perché ha oscillato tra due estremi:
- lo scetticismo che riduce l’uomo a un nulla
- il dogmatismo tipico delle filosofie che danno per scontata la capacità umana di sapere
La filosofia non è stata nemmeno in grado di dare all’uomo una morale fondata sulla razionalità, ha fallito perché basta attraversare un confine per trovare regole diverse: relativismo morale (pag. 267). La filosofia ha fallito anche nella dimostrazione dell’esistenza di Dio perché non ci sono prove razionali, le prove date fin ora dimostrano la sua esistenza solo a chi ci crede e anche ammesso che un Dio esista, è lontano dalle esigenze degli uomini, il Dio dei filosofi è astratto, non un Dio d’amore di cui l’uomo sente un bisogno, allora chi dimostrerà l’esistenza di Dio è la religione cristiana che spiega la condizione intermedia dell’uomo come qualcosa che deriva dal peccato originale. L’uomo era felice ma è un re caduto che però mantiene il ricordo di ciò che era stato, della sua condizione originaria, e perciò tende a questo. Lo stesso Dio dei cristiani è Dio absconditus, un Dio che l’uomo non conosce completamente, che gli è nascosto ma in qualche misura gli si rivela, “non abbastanza nascosto perché l’uomo non possa cercarlo, ma nemmeno così evidente da rivelarsi del tutto”. Dunque neanche la religione da una soluzione al problema al problema della condizione umana, da una soluzione ragionevole, non contraddittoria, ma non razionale, e la vera filosofia è una meta-filosofia che riflette sui limiti della filosofia e della razionalità. Meta = discorso su.
ARGOMENTO DELLA SCOMMESSA PARI
È un argomento ideato per convincere chi è indifferente alla religione ad avvicinarsi alla fede, a prendere in considerazione la convenienza del vivere secondo la religione, questo no vuol dire che possa portare alla vera fede o che dimostri l’esistenza di Dio, però può aiutare ad avvicinarsi pensando che vale la pena vivere secondo la fede.
Ci sono due alternative:
- vivere come se Dio non esistesse
- vivere come se Dio esistesse
Lo scommettitore quando deve scegliere tra due alternative ne considera i pro e i contro, nel primo caso in caso di vincita si vincono i piaceri terreni perché si è vissuti senza tanti scrupoli, in caso di perdita si perde la vita eterna. Nel secondo caso in caso di vincita si vince la vita eterna e in caso di perdita si perdono i piaceri terreni.
Qualsiasi scommettitore di fronte a ciò sceglierebbe di vivere come se Dio esistesse perché è troppo grande lo squilibrio tra vincita e perdita, quindi nel dubbio è meglio non rischiare. Questo argomento è stato molto criticato, però bisogna considerare che Pascal non vedeva questo ragionamento come finalizzato alla conversione alla fede, era un giansenista e come tale credeva che la fede dovesse nascere dall’interiorità e fosse legata alla grazia divina, questo argomento doveva solo convincere chi si era allontanato dalla religione a riavvicinarsi. Pascal dice che la fede non può venire dal rispetto delle regole, però consiglia di rispettarle comunque perché questo disporrà l’animo ad aprirsi alla fede.

Esempio



  


  1. Manu

    Paul ricoeur per tesi sul personalismo e la persona