L'unificazione italiana

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Testo

Problemi e contraddizioni che emergono in seno alla società italiana dopo il raggiungimento dell'unità.
La data del 17 marzo 1861 simboleggia la proclamazione dell’unità d’Italia. Dopo la spedizione garibaldina che consegnò al Re Vittorio Emanuele II il potere sui territori aggiunti al Regno Sabaudo, quel giorno il parlamento proclamò il Savoia Re d’Italia. Tuttavia il processo di integrazione incontrò i primi ostacoli fin dai primissimi mesi dell’esistenza del nuovo stato unito. Alcuni di questi si rivelarono di tale entità da essere affrontati addirittura dalle amministrazioni odierne.
Di primaria importanza fu la questione dell’instabilità politica all’interno dello Stato. Non soltanto varie forze cercavano di ostacolare il processo in corso che avrebbe portato ad uno stato unitario vero e proprio ma esse si esprimevano in modi certamente contrastanti con i principi democratici non ancora consolidati nel neonato regno. Ne è un evidente esempio l’agire dell’impero Austro – Ungarico, che deteneva il dominio sulla regione Veneto, che portò addirittura ad una guerra. Anche i Borbone, alleatisi con il Papa Pio IX (ricordiamo che il Vaticano non aveva riconosciuto il Regno d’Italia), portarono ad una sanguinosa rivolta nel sud. Da questi fattori esterni influenti sullo sviluppo dell’Italia ne derivano direttamente altri, interni, primo fra tutti la non totale adesione territoriale all’interno della penisola. L’Austria, come detto, dominava il nord-est, il papato, che all’epoca disponeva ancora di un palese potere temporale governava di fatto su quasi tutto il centro – Italia.
La Chiesa rappresentava anche il nocciolo di un’altra fondamentale questione politico – ideologica. L’Italia si trovava in una situazione unica al mondo; il papato disponeva di feudi, province ed istituzioni amministrative. Questo vasto potere temporale non era certamente ammissibile nel contesto di uno stato democratico. Tuttavia non si trovò all’interno della classe dirigente una posizione unanime su come intervenire al riguardo. Più propenso a sistemare le questioni politiche, burocratiche e territoriali più efficacemente possibile potendo così avviare un vero progresso economico il cui treno stava effettivamente sfuggendo all’Italia era lo schieramento moderato del nord. Questi voleva basarsi su principi moderati proposti già in precedenza da Cavour; “libera chiesa in libero stato” – era il motto di questo schieramento che voleva uno stato laico in cui il papa potesse esercitare in libertà il proprio potere spirituale. Nel centro – sud, però prevaleva una posizione “separatista”, più radicale che reclamava la totale esclusione della Chiesa dall’influenza sociale, in quanto questa avrebbe potuto danneggiare ed ostacolare il progresso civile. Questa divergenza di opinioni trovò un fatto comune: il potere temporale del papa andava, secondo entrambi gli schieramenti drasticamente diminuito o meglio totalmente eliminato. Nessuno però ipotizzò con quale mezzo ciò potesse essere attuato. Un attacco militare non era concepibile per questioni diplomatiche ma anche per l’alleanza del Vaticano con Napoleone III. Il governo cercò di prevenire ogni ripercussione di un’eventuale attacco allo Stato della Chiesa: venne stipulato con la Francia un trattato, detto Convenzione di settembre, che prevedeva il ritiro delle truppe napoleoniche da Roma ed l’impegno del Regno di proteggere militarmente il papato. La fazione democratica, capeggiata da Mazzini e Garibaldi, criticò questo compromesso perché vi intravedeva una rinuncia dello stato al territorio della Chiesa. Paradossalmente Garibaldi si vide sparare contro l’esercito italiano ad Aspromonte, nel 1862 quando, senza l’appoggio del governo tentò di prendere con forza la città di Roma. Cinque anni più tardi egli ritentò l’impresa ma fallì nuovamente, battuto a Mentana dai francesi non ancora completamente ritirati dal Vaticano. Nel 1866 il governò emanò una serie di leggi che presupponevano la requisizione dei beni ecclesiastici in favore dello Stato. Cominciò così l’attacco diplomatico alla Chiesa che a sua volta propose l’edizione del Sillabo, un documento che condannava il socialismo, il liberismo e qualunque forma di stato indipendente dall’autorità papale nonché l’assoluta infallibilità di fede e di etica di quest’ultima. Proprio in quei mesi Napoleone III subiva una pesantissima sconfitta ad opera dei Prussiani. Ciò favorì il riemergere dell’idea di un attacco militare a Roma all’interno dei governanti. Seppur tra controversie ed esitazioni, questo si concretizzò nel 1870 e si concluse con la presa militare della città. Di seguito la capitale del regno venne trasferita nella città imperiale e vennero promulgate leggi che regolavano i rapporti tra il papato e lo Stato. La questione era tutt’altro che risolta in quanto il Papa si dichiarò vittima di un’azione violenta ed ingiusta e si autoproclamò prigioniero dello Stato Italiano. Nonostante alcune clausole rivolte a garantire l’autorità ecclesiastica, anche in senso temporale, il pontefice continuò a parteggiare per un ritorno allo Stato Vaticano vero e proprio, vietando persino ai cattolici di partecipare alla vita politica del regno. Nonostante la profonda frattura creatasi così tra laici e cattolici l’Italia unita riuscì ad annettere i territori dello Stato della Chiesa. A più alto prezzo il regno riuscì a riscattare il Veneto austriaco. Infatti nella Terza Guerra d’Indipendenza l’alleanza coi Prussiani portò si all’acquisizione di quella regione ma ad un costo altissimo in termini di vite umane, fondamentalmente poco significative ai fini della conclusiva vittoria Prussiana sugli Austriaci. Il capitolo dell’unificazione intesa geograficamente si concluse, tuttavia L’Italia era tutt’altro che un paese in grado di affrontare la crescita autonoma economica e politica.
Permaneva la generale arretratezza nello sviluppo tecnologico, industriale e di conseguenza la competitività dell’Italia sullo sfondo europeo stava decrescendo: l’agricoltura era meno efficiente e la popolazione più povera. Questo si traduceva in uno scenario di crisi economica coinvolgente tutti i settori. Inoltre la situazione all’interno del paese era, come del resto era stato nel corso dei secoli precedenti, frazionata e diversificata. Non era solo la produzione industriale ad essere irrisoria in confronto agli stati nord – europei ma anche il grado di alfabetizzazione e le condizioni di vita quotidiana: mancavano mezzi d’igiene e malattie oramai debellate da decenni in Inghilterra, Francia e Germania come malaria, colera e tifo continuavano a colpire frequentemente la popolazione. A peggiorare ulteriormente lo scenario sociale del Regno d’Italia era l’estrema suddivisione di tradizioni, costumi, lingue e dialetti. Gli uomini della Destra storiche ebbero dunque un compito difficile al quale cercarono di far fronte con onestà e volontà apprezzabili ma risultati che non poterono prescindere dai limiti imposti loro dall’origine, orientamento ed istruzione.
Il primo governo italiano, di schieramento conservativo, capeggiato Bettino Ricasoli, era composto da persone di estrazione nobiliare o borghese, prevalentemente del nord. Le scelte da esso compiute furono certamente coraggiose e decise. Ne sono un esempio la decisa centralizzazione dello stato sul modello del Regno di Sardegna, la scelta di fornire in maggior misura possibile infrastrutture dove assenti e l’obiettivo del pareggio del bilancio (al costo di aumentare il prelievo fiscale). Il giudizio dell’operato della classe dirigente in quel decennio va dato in relazione a parametri storiografici relativi e difficilmente definibili; centotrenta anni dopo non è facile mettersi nei panni di chi governava allora. Sicuramente molte questioni rimasero aperte dall’epoca come ad esempio la mancata imposizione dell’autorità statale nel mezzogiorno dove operano ancor oggi organizzazioni criminali o l’evasione fiscale; non siamo però in grado né in condizione di giudicare se vi era la possibilità di governare in altro modo al fine di ottenere risultati migliori.

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