L'Italia dai moti all'unità

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Testo

PRIMA DELL’ UNITA’…
CARBONERIA
Societa’ politica segreta, a carattere prevalentemente borghese, attiva nell’ Europa latina soprattutto nel periodo della Restaurazione. A differenza di altre societa’ segrete la carboneria, - come ad esempio la massoneria, da cui trasse qualche ispirazione – la carboneria non ebbe carattere unitario: i suoi programmi potevano variare da paese a paese. Rimaneva tuttavia sempre comune il suo fine essenziale: l’ affrancamento, la liberta’, l’ indipendenza dei popoli.
Quanto alla forma di governo la repubblica poteva essere preferita,ma era accettabile anche una monarchia costituzionale. In tutti i casi,il popolo, attraverso il parlamento, avrebbe dovuto esercitare un assiduo controllo dell’ esecutivo.Davanti alla legge i cittadini sarebbero stati uguali,e cio’ avrebbe, fatalmente provocato la dissoluzione delle classi.
Per entrare a far parte della carboneria,occorreva presentarsi come “apprendisti”, essere sottoposti a varie prove, miranti a conoscere l’ingegno,la fede ed il coraggio.
Si poteva poi diventare “maestri” ,e, avanzando nelle cariche, giungere ai possti direttivi (“luci”).
La carboneria aveva – altrettanto complessi come le cariche – numerosi simboli, quali l’albero,l’acqua,il sole e anche la croce (simbolo di persecuzione) e anche la spada (simbolo di sofferenza ma anche di vendetta).I luoghi dove i carbonari si riunivano erano le vendite.

Nell’ Italia settentrionale, piuttosto che di carboneria si puo’ parlare di altre sette, come quella dei filadelfi e dei federati. Proprio i federati scrissero, nel 1821, con la breve e sfortunata rivoluzione piemontese, la pagina piu’ bella ed eroica di ispirazione carbonara. Si era, indubbiamente, molto lontani dalla visione unitaria del problema italiano ma quei patrioti che si batterono in Italia, e che poi andarono esuli, sempre a battersi per la liberta’ di altri popoli, rappresentarono certamente l’ avanguardia ideale di coloro che, in seguito, fecero l’ Italia.
I TRE FAUTORI PRINCIPALI DELL’ UNITA’ D’ ITALIA
GIUSEPPE MAZZINI (Genova 1805-Pisa 1872)
Uomo politico, patriota e rivoluzionario italiano, uno dei principali sostenitori dell’ unita’ d’ Italia. La sua formazione politica maturo’ nell’ ambiente familiare e nella lettura delle opere dei giacobini francesi e del poeta Ugo Foscolo.
Il fallimento dei moti del 1820-21 oriento’ e incentro’ la sua riflessione sugli ideali di patria e liberta’. Affiliato nel 1827 alla carboneria, contribui’ a rafforzarne l’ organizzazione cospirativa in Liguria, Toscana e Lombardia fino a che, nel 1830, non fu arrestato a Genova in seguito a una delazione, e poi dovette andare in esilio in Svizzera.
Nel 1831 fondo’ la Giovane Italia, associazione politica che si poneva come obiettivo l’ educazione del popolo in vista di un’ insurrezione generale che portasse a un’ Italia unita, repubblicana e democratica. I concetti di popolo e nazione furono al centro della sua analisi politica che si sviluppo’ in direzione della scelta repubblicana.
Durante il biennio rivoluzionario 1848-49 Mazzini, dopo un soggiorno in Francia dove fondo’ l’ Associazione nazionale italiana, fece ritorno in Italia per partecipare con Carlo Cattaneo al movimento patriottico di Milano, quindi per realizzare un governo democratico a Firenze e dirigere poi la breve esperienza della Repubblica Romana, durante la quale prese parte con Aurelio Saffi e Carlo Armellini al triumvirato che governo’ Roma fino al 30 giugno 1849, quando la Repubblica dovette arrendersi all’ esercito francese.
Nel 1857, recatosi a Genova, cerco’ con un colpo di mano di impadronirsi di un deposito di armi, ma l’ azione venne scoperta e gli frutto’ una seconda condanna in contumacia. Mazzini riparo’ nuovamente a Londra e allo scoppio della seconda guerra d’ indipendenza, pur deprecando l’ alleanza franco-piemontese, che a suo giudizio asseriva all’ Italia allo straniero, invito’ il popolo a combattere contro l’ Austria.

CAVOUR (Torino 1810-1861),
Camillo Benso conte di Cavour, statista Piemontese e primo ministro del Regno d’ Italia; fu uno dei principali protagonisti del Risorgimento italiano.
In Piemonte Cavour inizio’ la sua attivita’ politica negli ultimi anni del regno di Carlo Alberto, contrassegnati dall’ esperienza dello Statuto e dalle riforme liberali, cui aveva fatto seguito la partecipazione del Regno di Sardegna alla prima guerra d’ indipendenza. Fondo’ con alcuni moderati piemontesi il giornale ‘’Il Risorgimento’’, che diresse per un anno (1847-48), continuando poi a collaborarvi fino al 1850, quando venne nominato ministro dell’ Agricoltura nel governo di Massimo D’Azzeglio. Dopo essere stato ministro delle Finanze, il re Vittorio Emanuele II lo nomino’ capo del governo (1852), carica che gli permise di adottare misure per lo sviluppo economico del Piemonte e per la costruzione di una rete ferroviaria.
In politica estera, Cavour, si associo’ al re, deliberando nel 1854 la partecipazione dell’ esercito sardo alla guerra di Crimea: il congresso di pace di Parigi del 1856 consenti’ a Cavour di attaccare lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie e di ottenere l’ attenzione della Francia e della Gran Bretagna alla questione nazionale italiana. I rapporti da lui intrecciati con l’ imperatore Napoleone III sfociarono negli accordi di Plombieres (1858), che prevedevano l’ intervento militare francese a sostegno del Piemonte, nel caso l’ Austria avesse dichiarato guerra al regno sabaudo, e reciproche acquisizioni territoriali nella penisola. Nel 1859 riusci’ a rendere operative le clausole degli accordi di Plombieres, costringendo l’ Austria a dichiarare guerra al Piemonte: iniziate nell’ aprile del 1859, le operazioni militari franco-piemontesi della seconda guerra d’ indipendenza portarono alla liberazione della Lombardia dal dominio austriaco, mentre contemporaneamente sorgevano ispirati da Cavour, movimenti annessionistici in Toscana, Modena, Parma e nelle Legazioni pontificie.
Cavour fu il primo presidente del Consiglio del nuovo Regno d’Italia, proclamato il 14 marzo 1861; mori nel giugno di quello stesso anno.

GARIBALDI GIUSEPPE (Nizza 1807-Caprera 1882).
Patriota italiano. Con le sue imprese e il suo esempio fu uno dei principali artefici dell’ unita’ e dell’ indipendenza nazionale e una delle figure piu’ popolari dell’ ottocento romantico in tutto il mondo.
L’EROE DEI DUE MONDI. Nel 1883 entro’ a far parte della societa’ segreta Giovine Italia, fondata da Giuseppe Mazzini con l’ obiettivo di conseguire l’ unita’ politica della penisola italiana e l’ indipendenza dal dominio straniero, e di costituire un governo democratico e repubblicano.
Quando l’ ondata rivoluzionaria che travolse l’ Europa nel 1848 raggiunse l’ Italia, Garibaldi fede ritorno in patria con altri 84 volontari della Legione italiana in Uruguay e si precipito’ in Lombardia per partecipare alla prima guerra d’ indipendenza che gia’ volgeva al peggio per le truppe piemontesi. Fu il principale organizzatore e il capo militare della difesa contro i francesi, alleati di Pio IX, riuscendo a resistere agli assediati per un mese (giugno 1849): quando i francesi entrarono in citta’, Garibaldi, con 4000 uomini, si diresse a Venezia, ancora libera ma posta a sua volta sotto assedio dagli austriaci.
Durante la fuga, la moglie Anita, stremata, mori’ nelle Valli di Comacchio. Pochi giorni dopo anche Venezia cadeva, rendendo inutile la lunga e angosciosa traversata dell’ Appennino e del delta del Po per raggiungerla, durante la quale molti volontari si erano dispersi. Garibaldi si rifiugio’ quindi a Genova, dove accetto’ senza protestare la condanna all’ espulsione.
Nel 1854, dopo aver incontrato il maestro d’ un tempo Mazzini, si allontano’ definitivamente dal suo programma insurrezionale antisabaudo pur senza rinnegare gli ideali repubblicani. Torno’ in patria, dove la sua fama era ormai divenuta gia’ tale che il primo ministro del Regno di Sardegna Cavour accetto’ di avere un colloquio segreto con lui (1856), dopo il quale Garibaldi dichiaro’ pubblicamente che riteneva indispensabile, per il raggiungimento dell’ indipendenza e dell’ unita’ nazionale, sostenere il re Vittorio Emanuele II. L’ anno dopo aderiva, come molti altri ex mazziniani, alla Societa’ nazionale, filosabauda, di cui diverra’ nel 1857 vicepresidente.
Nel 1858 Cavour affido’ a Garibaldi la formazione di un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, a cui nella seconda guerra ‘ indipendenza (1859) dal comando supremo piemontese fu affidato il compito di sostenere l’ estrema ala sinistra dello schieramento, lungo l’ arco prealpino.
In aprile del 1860, quando a Palermo scoppio’ la rivolta antiborbonica, con il tacito consenso e sostegno di Cavour, tornato a capo del governo piemontese, e di Francia e Gran Bretagna, Garibaldi organizzo’ la spedizione dei Mille. Salpo’ da Quarto, presso Genova, il 6 maggio con due brigantini sottratti alla compagnia Ribattino e, dopo una sosta al forte toscano di Telamone per rifornirsi di armi e imbastire un diversivo contro lo Stato Pontificio, raggiunse la Sicilia, protetto da navi inglesi, e sbarco’ a Marsala. Il primo scontro con le truppe borboniche sulla via di Parremo fu a Calatafimi: tra il maggio e l’ agosto del 1860 i garibaldini – detti, da loro abbigliamento, ‘’camicie rosse’’ – riuscirono a occupare tutta l’ isola, raccogliendo lungo la strada migliaia di volontari, e vi instaurarono un governo provvisorio, con Garibaldi dittatore, in nome di Vittorio Emanuele II.
Al Volturno, il 2 ottobre, egli sbaraglio’ definitivamente le truppe borboniche e il 26 a Teano consegno’ a Vittorio Emanuele, giuntovi con l’ esercito del generale Cialdini, che era sceso a occupare Romagna e Marche, l’ intero Regno delle Due Sicilie. Quindi, colui che ormai tutti chiamavano l’ ‘’eroe dei due mondi’’, rinunciando ad ogni onorificenza, si ritiro’ nuovamente a Caprera.
UNITA’ D’ITALIA E DIFESA DEGLI OPPRESSI. Il 17 marzo 1861 il primo Parlamento nazionale, al quale Garibaldi fu eletto deputato, proclamo’ Vittorio Emanuele re d’ Italia. Il nuovo regno pero’ non comprendeva ancora il Veneto, il Trentino, Roma e il Lazio. Inoltre i governi succeduti a Cavour avevano Garibaldi e i suoi volontari in gran sospetto e respingevano la proposta di farne il nerbo di un esercito di popolo per completare l’ unita’ d’Italia, di cui l’ eroe presento’ il progetto; egli divenne quindi ancor meno di prima rispettoso dei calcoli diplomatici sabaudi.
Nell’ estate del 1862, dopo un vano tentativo di annettere il Trentino con un’ operazione militare, Garibaldi, al motto di ‘’Roma o morte’’, organizzo’ una nuova spedizione diretta contro lo Stato Pontificio. Quando pero’ Napoleone III rese pubblica la sua decisione di impedire un attacco contro Roma, Vittorio Emanuele si vide costretto a sconfessare l’ impresa e invio’ contro i volontari garibaldini un reparto dell’ esercito regolare (battaglia Astromonte 29 agosto 1862). Nel 1866, nella terza guerra d’ indipendenza, Garibaldi torno alla testa dei volontari e il 21 luglio ottenne contro gli austriaci l’ unica vittoria italiana a Bezzecca, nel trentino. Ricevuto l’ ordine di fermarsi in seguito all’ armistizio, telegrafo’ la famosa risposta: ‘’Obbedisco’’.
Dopo la caduta di Napoleone III, nel 1870, Garibaldi lascio’ il confino forzato nell’ isola per offrire i suoi servigi alla Repubblica francese impegnata nella guerra franco-prussiana e sconfisse i tedeschi a Digione, unica vittoria francese di quella guerra.
GUERRE D’INDIPENDENZA ITALIANE
Guerre combattute negli anni 1848-49, 1859 e 1866 contro l’ impero Asburgico dal Regno di Sardegna (le prime due) e dal Regno d’Italia (la terza).Ebbero esiti diversi: la prima,che si svolse in due fasi,si concluse con la sconfitta dei piemontesi; la seconda, combattuta da una forza militare franco-piemontese, fu decisiva per la formazione dello stato unitario; la terza,nella quale l’Italia si uni’ alla Prussica in un’alleanza antiaustriaca, porto’ all’acquisizione del Veneto , ottenuto in vrtu’ delle vittorie prussiane.
PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA (1848-49)
La guerra contro l’ Austria, intrapresa dal re sabaudo Carlo Alberto il 23 marzo 1848, fu il risultato dell’ ondata rivoluzionaria che travolse l’ Europa nella primavera del 1848 e fu sollecitata dall’ esito vittorioso delle insurrezioni patriottiche di Milano (Cinque giornate 18-22 marzo) e di Venezia.

Prima fase: dopo molte esitazioni, Carlo Alberto si convinse a dichiarare guerra all’ Austria sulla spinta degli avvenimenti di Milano, sia per non rimanere estraneo al moto di indipendenza nazionale sia per riprendere il tradizionale progetto espansionistico sabaudo, indirizzato alla conquista della Lombardia. L’ esercito piemontese oltrepasso’ il Ticino il 28 Marzo 1848, mentre muovevano in suo appoggio gruppi di volontari inviati da quegli stati italiani (Stato della Chiesa,Regno delle due Sicilie e Granducato di Toscana) dove era entrata in vigore la costituzione. Con le vittorie di Goito e Pastrengo i piemontesi costrinsero l’esercito austriaco, a comando di Radensky, a ripiegare, abbandonando parte della Lombardia, e a rifugiarsi nelle fortezze del Quadrilatero (Legnago,Mantova, Peschiera e Verona). L’ avanzata piemontese si arresto’ nei pressi di Verona, a Santa Lucia, dove le truppe austriache ebbero la meglio in un cruento scontro. Intanto da Gorizia sopraggiungevano i rinforzi austriaci, alla guida del generale Nugent, che sconfissero le truppe pontificie le truppe pontificie a Cornuda sul Piave, per poi ricongiungersi agli uomini di Radetzky, cosi’ da determinare una schiacciante superiorita’ numerica sull’ esercito piemontese e sui contingenti italiani.
A Curtatone e Montanara truppe di volontari toscani e napoletani, in gran parte studenti, si distinsero in un violento scontro coni soldati austriaci, ma furono sopraffatte. Soltanto a Goito i piemontesi conseguirono un’ importante vittoria, che tuttavia, per una serie di errori strategici, non venne sfruttata. Cio’ permise agli austriaci di riorganizzarsi prima di lanciare una pesante controffensiva, conclusa a loro favore nella battaglia di Custoza (25 luglio).
Il 9 agosto il generale Carlo Canera di Salasco firmo’ un armistizio che consentiva alle truppe sarde di ritirarsi entro i confini, al di la’ del Ticino. In questa prima fase della guerra si svolsero anche le operazioni militari condotte da Giuseppe Garibaldi, alla testa di 1.500 volontari, che portarono alla temporanea liberazione di Varese: fu un atto estremo a cui segui’ la fuga in Svizzera dei patrioti italiani.
SECONDA FASE: Carlo Alberto, su pressione del Parlamento subalpino e delle manifestazioni popolari, riprese nuovamente il conflitto nel marzo del 1849, ponendo al comando delle truppe il generale polacco Chrzanowski, le cui scarse doti di strategia militare avrebbero pesato sull’ esito delle operazioni. La nuova campagna di guerra si apri’ il 20 marzo e si conclude in soli tre giorni.
Travolto dalla sconfitta, Carlo Alberto abdico’ a favore del figlio Vittorio Emanuele II, che a Vignate concordo’ l’ armistizio firmato poi a Novara e seguito dalla pace di Milano (10 agosto).
SECONDA GUERRA D’ INDIPENDENZA (1859)
Le premesse del secondo conflitto sono racchiuse nella politica che Cavour, primo ministro del governo piemontese dal 1854, attuo’ per restituire allo stato sabaudo un ruolo di primo piano in Italia, dopo che le sconfitte del 1848-49 ne avevano minato la credibilita’. Con la partecipazione alla guerra di Crimea, il Regno di Sardegna pote’ tornare a inserirsi nelle relazioni internazionali, condizione necessaria al rilancio del progetto di unificazione italiana.
Nella prospettiva di rafforzare il fronte antiaustriaco, Cavour con gli accordi di Plombieres del 1858 strinse un’ alleanza con l’ imperatore francese Napoleone III, il quale si impegno’ a combattere a fianco dell’ esercito piemontese, ma solo in caso di aggressione austriaca e in cambio della cessione di Nizza e della Savoia. Il progetto prevedeva una sistemazione dell’ Italia in quattro stati (il Regno Sardo, il Ducato di Parma con la Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie), funzionale a impedire la nascita di una nuova grande potenza territoriale e a garantire al papa e alla Francia il ruolo di garanti dei nuovi equilibri.

L’ obiettivo di portare la situazione al punto in cui potesse realizzarsi la premessa degli accordi franco-piemontesi, ossia che fosse l’ Austria a dichiarare guerra, fu piu’ complesso del previsto. Infatti, un’ intensa azione diplomatica svolta dalla Gran Bretagna tento’ di scongiurare il conflitto tra Austria e Francia, nel timore che questo innescasse una guerra di dimensioni ben piu’ ampie. All’ opera di pacificazione svolta dagli inglesi si aggiunse l’ iniziativa della Russia tendente a risolvere la questione italiana in un congresso europeo, ma le difficolta’ insorte principalmente per l’ opposizione di Cavour e del papa fecero tramontare la proposta.
Cavour infatti non accetto’ il veto posto dall’ Austria alla presenza del Regno di Sardegna all’ ipotizzato congresso, mentre il papa Pio IX rifiuto’ che potenze straniere interferissero negli affari interni del suo stato. Anche la proposta di un disarmo generale in Italia non ebbe seguito, questa volta per l’ opposizione dell’ Austria, che il 23 aprile 1859 lancio’ un ultimatum al Piemonte, con il quale si intimava il disarmo immediato, pena la guerra. Cavour trasse pretesto dall’ ultimatum austriaco per intensificare i preparativi militari, ai quali erano partecipi anche truppe di volontari agli ordini di Garibaldi, i Cacciatori delle Alpi.
LE OPERAZIONI DI GUERRA (Battaglia di Solforino e San Martino). La risposta negativa data da Cavour all’ ultimatum (26 aprile 1859) determino’ lo scoppio della guerra, dichiarata dall’ imperatore Francesco Giuseppe il 28 aprile e iniziata con l’ improvviso ingresso in Piemonte delle truppe austriache al comando del generale Gyulai. L’ esercito sardo schiero’ 63.000 soldati, mentre i francesi inviarono un corpo di spedizione di 120.000 uomini, con cannoni e sussistenza, che furono trasferiti rapidamente al fronte grazie alla rete ferroviaria e si posizionarono nel Piemonte meridionale (30 aprile). Lo stesso napoleone III assunse il comando dei due eserciti.
All’ avanzata austriaca, che porto’ alla conquista di Biella e di Vercelli, risposte una manovra su tre fronti, che aveva lo scopo di costringere le truppe di Gyulai a ripiegare a sud. Il primo scontro a Montebello (30-31 maggio) in un’ azione diversiva, atta a favorire l’ avanzata dell’ esercito franco-piemontese verso Milano. La prima grande battaglia su combattuta il 4 giugno a Magenta: gli austriaci sconfitti ripiegarono verso le fortezze del Quadrilatero, mentre Napoleone III e Vittorio Emanuele II facevano ingresso a Milano (8 giugno) e Garibaldi con i suoi uomini liberava Como, Bergamo e Brescia.
Le due ultime sanguinose battaglie si combatterono il 24 giugno: a Solforino i piemontesi e a San Martino i Francesi ebbero la meglio sugli austriaci che ripiegarono al di la’ del Mincio, sulla linea di difesa dell’ Adige.
L’ ARMISTIZIO DI VILLAFRANCA. La sera del 5 luglio, tuttavia, Napoleone III decise di ritirarsi dal conflitto, preoccupato sia per le perdite subite, sia per le sollevazioni guidate da gruppi liberali e democratici in Toscana, nei Ducati di Parma e Modena e nello Stato Pontificio, sia infine per timore di una discesa in guerra dell’ esercito prussiano a fianco dell’ Austria. Senza preavvertire Cavour, incarico’ il suo aiutante in campo, il generale Fleury, di aprire negoziati per un armistizio con Francesco Giuseppe. I due imperatori si incontrarono a Villafranca l’ 11 luglio, accordandosi su preliminari di pace, firmata Zurigo il 10 novembre 1859. In base a questi accordi la Lombardia veniva ceduta alla Francia, che successivamente l’ avrebbe consegnata al Piemonte; si prevedeva inoltre che si formasse una confederazione di stati italiani presieduta dal papa e che a Parma e in Toscana tornassero i legittimi sovrani. Le ultime due clausole non ebbero seguito, perche’ le popolazioni emiliane e toscane insorte chiesero l’ annessione al Piemonte, che Napoleone fini’ per accettare in cambio di Nizza e della Savoia.
Il progetto unitario venne poi rilanciato per iniziativa dei democratici e portato a compimento con la spedizione dei Mille di Garibaldi,che nel 1860 avrebbe portato alla liberazione del sud dalla dominazione borbonica.
SPEDIZIONE DEI MILLE. Impresa militare compiuta tra il maggio e l’ottobre del 1860 dai volontari al comando di Giuseppe Garibaldi,che consegui’ la fine del dominio dei Borbone sul Regno delle Due Sicilie e la sua annessione al regno di Sardegna,passaggio conclusivo nel processo di formazione del Regno d’Italia.
Salpati da Quarto,vicino Genova su due piroscafi ,dopo una sosta per rifornirsi d’armi a Telamone i Mille sbarcarono a Marsala, involontariamente protetti da due navi da guerra inglesi che,trovandosi in porto, impedirono alle navi borboniche di aprire il fuoco.
La marcia di Garibaldi continuo’ attraversando lo stretto di Messina e arrivando a Napoli trionfante.
Ma Francesco II, re borbone , aveva ancora a disposizione un nucleo dell’esercito di 50.000 uomini. L’esercito borbonico venne schierato sul Volturno dove i 25.000 di Garibaldi ebbero la meglio e sconfissero definitivamente i Borboni.
TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA (1866)
L’ ultimo conflitto combattuto nel XIX secolo per l’ unificazione italiana scaturi’ da una svolta nella politica internazionale. Il Regno d’ Italia, da poco formatosi, si alleo’ con la Prussica allo scopo di trarre vantaggio dalla competizione austro-prussiana per la supremazia in Germania, anch’ essa interessata da un processo di unificazione nazionale. Fu il cancelliere prussiano Bismarck a offrire al governo italiano un’ alleanza militare, tale che tenesse impegnata sul versante sud una parete dell’ esercito austriaco e lasciasse sguarnito il fronte tedesco. Prussica e Regno di Sardegna sottoscrissero quindi un patto segreto (8aprile 1966), con il quale l’ Italia si impegnava a entrare in guerra contro l’ Austria non appena la Prussica avesse aperto le ostilita’: il vantaggio sarebbe consistito nell’ acquisizione del Veneto e di altri territori di nazionalita’ italiana sotto dominio austriaco.
La guerra inizio’ il 20 giugno. Il re Vittorio Emanuele II assunse il comando dell’ esercito, mentre a capo dello stato maggiore fu posto il generale La Marmora, appena dimessosi dalla carica di presidente del Consiglio. Le operazioni militari furono condotte senza coordinamento tra i due tronconi dell’ esercito che operavano l’ uno sul Mincio, al comando di La Marmora, l’ altro sul basso Po, agli ordini del generale Cialdini. Nonostante l’ inferiorita’ numerica (70.000 uomini contro 200.000) l’ esercito austriaco riusci’ a sorprendere alcune divisioni italiane nei pressi di Custoza, ingaggiando uno scontro imprevisto che, seppure di modeste proporzioni, allarmo’ a tal punto La Marmora da convincerlo a ordinare una ritirata generale, oltre le linee del Mincio e dell’ Oglio.
Discordanze di strategia tra i comandi e rivalita’ tra La Marmora e Cialdini sulla conduzione delle operazioni impedirono di organizzare una controffensiva nel momento in cui gli austriaci ritiravano numerose divisioni per spostarle sul fronte prussiano e una colonna guidata da Garibaldi, dopo la vittoriosa battaglia di Bezzecca (21 giugno), marciava su Trento.
Il 20 luglio nei pressi dell’ isola dalmata di Lissa la flotta italiana, al comando dell’ ammiraglio Persaro, subi’ una clamorosa sconfitta da parte degli austriaci, comandati dall’ ammiraglio Von Tegetthoff, che si concluse con l’ affondamento della cannoniera Palestro (231 caduti) e della nave ammiraglia Re d’ Italia (318 morti).
All’ esito negativo della guerra fu posto rimedio grazie alla vittoria dei prussiani, che sbaragliarono gli austriaci nella battaglia di Sadowa, (guerra austro-prussiana), a cui segui’ la pace di Praga (23 agosto). L’ armistizio tra Austria e Italia, sottoscritto a Cormons (12 agosto), fu seguito dalla pace di Vienna (3 ottobre) che prevedeva la clausola, gia’ sancita a Praga, della cessione all’ Italia del Veneto previa consegna a Napoleone III: l’ imperatore francese in tal modo ripristinava il suo ruolo di garante del regno italiano.
Conclusa la guerra si accesero violente polemiche sulle responsabilita’ delle sconfitte di Custoza e di Lissa. L’ ammiraglio su portato davanti all’ Alta Corte di giustizia del Senato, che lo ritenne colpevole di inettitudine, ma lo prosciolse dall’ accusa di codardia. L’ unificazione italiana sarebbe giunta a compimento tra il 1870, con la presa di Roma, e la prima guerra mondiale, con l’ acquisizione dei territori di Trento, Bolzano, Trieste e dell’ Istria.
L’ ITALIA DOPO L’ UNITA’
Nel 1861 il Regno d’ Italia si configura come una delle maggiori nazioni d’ Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259.320 km2), non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree coinvolte in processi di rapida modernizzazione, esistevano situazioni statiche ed arcaiche, presenti soprattutto nell’ economia agricola del Mezzogiorno. Ristrette erano le basi sociali su cui poggiava lo Stato. Nelle campagne la gran massa dei contadini era rimasta quasi del tutto estranea, in certi casi ostile, al Risorgimento. Nel Sud l’ ostilita’ esplose in una grande ribellione (brigantaggio) durata dal 1861 al 1865, che venne sfruttata dal partito borbonico e che spinse il Governo a una durissima repressione militare .
Il nuovo stato nacque su un’ impronta centralistica, nella quale alla corona vennero lasciato ampi poteri in politica interna ed estera. Il ruolo del sovrano si esplico’ ampiamente nel primo decennio, quando tutte le crisi di Governo furono risolte dal re, scavalcando le prerogative del Parlamento. Nelle mani della corona si concentravano alcune leve fondamentali del potere: l’ esercito, la burocrazia, la giustizia, la corte e il Senato, i cui membri, a differenza dei deputati della Camera, non erano eletti ma di nomina regia.
GOVERNI DOPO L’ UNITA’
Dal 1861 al 1876 al Governo furono nominati uomini della cosiddetta Destra storica, moderati e conservatori che si consideravano eredi politici di Cavour e che avviarono il processo di unificazione istituzionale del Paese. Il fiorentino Bettino Ricasoli, il bolognese Marco Minghetti e il piemontese Quintino Sella ne furono gli esponenti di maggiore spessore politico e intellettuale.

In campo economico l’ obiettivo principale della Destra su di pareggiare il bilancio dello Stato. Il ministro delle Finanze, Sella, vi riusci’ con una severa azione fiscale, che comporto’ il ripristino dell’ impopolare tassa sul macinato, tanto odiata da causare malcontento e rivolte; essa era infatti stata introdotta per la prima volta nel XVI secolo e sembrava definitivamente scomparsa. Ma vari ministeri, oltre al Sella, ne avevano chiesto la reintroduzione, approvata definitivamente nel 1869. In campo economico si attuarono misure per il libero scambio e fu dato avvio alla costruzione della rete ferroviaria nazionale.
Un parziale ricambio nella classe dirigente si verifico’ a seguito delle elezioni del 1976, vinte dai candidati che appartenevano alla cosiddetta Sinistra storica. Si trattava di uno schieramento di notabilato borghese meno conservatore della Destra, perche’ sosteneva la necessita’ di moderate riforme e di un intervento dello Stato nell’ economia a difesa dei ceti piu’ deboli. I primi Governi della Sinistra, guidati da Agostino Depretis, introdussero l’ istruzione elementare obbligatoria dai sei ai nove anni. Con la riforma elettorale del 1882 la Sinistra riusci’ a ottenere anche un parziale allargamento del corpo elettorale, che fece salire da 600.000 a due milioni circa il numero degli italiani aventi diritto al voto: in questo modo i dritti politici furono estesi alla piccola borghesia, agli operai, ai contadini benestanti e ai piccoli proprietari terrieri.
Dal 1887 al 1896, salvo un’ interruzione di due anni, fu presidente del Consiglio Francesco Crispi, il quale avvio’ un’ opera di adeguamento dello stato alle nuove realta’ sociali ed economiche, con il varo del codice sanitario, della riforma degli enti locali e del codice penale (che dal suo estensore prese il nome di codice Zanardelli, 1890). Crispi pratico’ una politica estera che, imitando le scelte imperialistiche delle grandi potenze, si tradusse nella conquista dell’ Eritrea. Ma la sconfitta subita dall’ esercito italiano ad Adua nel 1896 blocco’ l’ espansionismo coloniale italiano e provoco’ le dimissioni di Crispi.
STATUTO ALBERTINO
Carta costituzionale emanata dal re di Sardegna Carlo Alberto il 4 marzo 1848 e rimasta in vigore come legge fondamentale del Regno d’ Italia fino al 1° gennaio 1948.

Espressione della volonta’ del sovrano, lo Statuto albertino si componeva di 81 articoli, 22 dei quali erano riservati a definire le prerogative del re, al quale era attribuito il potere esecutivo, la normale sovrintendenza del potere giudiziario, la partecipazione al potere legislativo condiviso con il Parlamento. Il sistema di rappresentanza era bicamerale: il Senato era composto da membri nominati a vita dal re; alla Camera dei deputati accedevano i rappresentanti della nazione votati in base a una legge elettorale che non era inclusa nello Statuto. Erano garantiti i diritti fondamentali dei cittadini (liberta’ individuale, di stampa, di riunione, di culto religioso) e l’ inviolabilita’ della proprieta’ individuale. Il cattolicesimo era dichiarato ‘’sola religione dello stato’’, ma le altre confessioni erano ammesse. Non essendo una Costituzione rigida, in quanto poteva essere modificata attraverso la normale procedura parlamentare, lo Statuto albertino si adatto’ ai mutamenti sociali e istituzionali che derivarono sia dall’ unificazione dell’ Italia, sia dall’ estensione del diritto di voto, sia dal passaggio nel 1922 dallo stato liberale a quello fascista.
UN PAESE DIVISO. POVERTA’, ANALFABETISMO, MALATTIE: L’ ITALIA ‘’REALE’’ DOPO L’ UNITA’.
Problemi. Nel 1861 la popolazione del regno superava di poco di 25 milioni; la citta’ maggiore, Napoli, contava 429.000 abitanti, mentre Palermo, Milano e Torino avevano meno di 200.000 residenti.
In Italia, quindi, non si era ancora verificata la grande crescita urbana caratteristica dei Paesi industrializzati, e la maggior parte della popolazione viveva in piccoli centri o in case sparse per la campagna. Nel secondo Ottocento l’ Italia era dunque un Paese essenzialmente agricolo: il 70% circa degli individui attivi era appunto impegnato nell’ agricoltura, mentre solo il 18% lavorava nell’ industria.
Contadini, operai o piccoli artigiani, i lavoratori italiani erano comunque accomunati da un’ estrema miseria. Privi in molti casi di un’ alimentazione adeguata e costretti, soprattutto nelle citta’, a vivere in condizioni igieniche precarie, essi venivano frequentemente colpiti da gravi malattie come il colera, la malaria o la pellagra. La mortalita’ della popolazione era ancora molto elevata, specie quella infantile.
Al degrado dovuto alla poverta’, si aggiungeva poi una diffusa ignoranza: piu’ del 75% degli italiani era completamente analfabeta.
Con lo Stato italiano nasce anche la ‘’questione meridionale’’. Nell’ Italia dei contadini e delle parlate regionali, la divisione piu’ netta era comunque quella che correva fra il nord e il sud del Paese. Questa spaccatura, in realta’, era sempre esistita: il nord aveva conosciuto i liberi comuni, il sud no; il nord era ricco di citta’, il sud era una terra di piccole borgate agricole; nel nord si sviluppavano traffici e manifatture, mentre nel sud dominava il latifondo. Non solo: erano stati soprattutto i patrioti del centro-nord a battersi per l’ unita’, mentre i poveri contadini meridionali, affamai di terra, avevano visto sfumare le speranze di riscatto sociale nutrire in occasione della spedizione garibaldina. Laddove avevano cercato di unire alla lotta per l’ unita’ d’ Italia quella per una maggiore giustizia sociale, infatti, erano stati duramente messi a tacere dall’ esercito garibaldino. Per i contadini del sud lo stato italiano rappresentava solo un nuovo cumulo di imposizioni: fra queste una delle piu’ avversate era l’ obbligo del servizio militare, che toglieva braccia preziose al lavoro nei campi. Fu quindi facile, per i numerosi gruppi filoborbonici e clericali rimasti nel sud, sfruttare il malcontento popolare e aizzare le masse contadine contro il nuovo regno, facendo scoppiare una vera e propria guerra civile che vide lo scontro fra l’ esercito italiano e numerose bande di contadini ribelli.
TANTE ITALIE DIVISE DA LINGUE,ABITUDINI, TRADIZIONI
Sul territorio italiano convivevano culture, abitudini di vita, tradizioni, persino lingue (dialetti) profondamente diverse, e gli italiani non avevano alcun interesse a perdere queste identita’ locali.Per la maggior parte di loro lo stato unitario rappresentava ,infatti, un’entita’ astratta,priva di riscontro reale nella vita di tutti i giorni, che da tempi immemorabili si svolgeva nel limitato orizzonte di una piccola citta' o di un borgo rurale.
Il sistema dei trasporti non agevolava certo l’ unificazione del paese: le strade erano poche e in pessime condizioni; le ferrovie erano ancora scarse, soprattutto nel meridione,e non collegavano fra loro i diversi stati da cui l’Italia era stata composta fino sino 1861

BRIGANTAGGIO MERIDIONALE:
Fenomeno politico-sociale diffuso nelle campagne del Mezzogiorno all’ indomani dell’ Unita’ Italia, che associo’ le forme tradizionali del ribellismo contadino ad una violenta protesta contro lo stato italiano, appena costituito, favorita dall’ appoggio dei Borbone e del governo pontificio.

Il brigantaggio mise radici sulle condizioni materiali e morali in cui vivevano le popolazioni del Meridione ed esplose contro lo stato unitario, che aveva imposto misure amministrative e fiscali considerate esose e punitive. La dissoluzione dell’ esercito borbonico, che reclutava truppe tra i contadini poveri, l’ abolizione dei vantaggi dell’ ordinamento feudale per i contadini, lì introduzione della leva obbligatoria furono alcune delle regioni che scatenarono il brigantaggio.
Le bande di briganti colpirono con attacchi e imboscate i soldati e le forze di polizia, assassinando chi si era espresso a favore dello stato italiano e commettendo atti di brutale violenza. La risposta del Governo fu prevalentemente repressiva: fu inviato un ingente corpo di spedizione al comando del generale Enrico Cialdini e quindi del generale Alfonso La Marmora, e furono emanate leggi eccezionali (legge Pica del 1863) sotto la giurisdizione dei tribunali militari. Vennero comminate oltre 7.000 condanne a morte e uccisi piu’ di 5.000 banditi; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti furono incendiati.

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