Il totalitarismo:studi e teorie

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Il totalitarismo : studi e teorie
La fortuna internazionale del termine "totalitarismo" risale all'inizio degli anni cinquanta, quando apparve l'opera di H.Arendt Le origini del totalitarismo.
Attraverso un'analisi condotta in diverse scienze sociali - sociologia, storia, filosofia - la Arendt connetteva le dittatura appena conosciute dalla civiltà europea con il processo di modernizzazione che nel corso del Novecento aveva trasformato la società europea in società di massa. Industrializzazione e urbanizzazione, insieme alla crescita demografica e all'aumento della disoccupazione, avevano rotto gli antichi vincoli comunitari e le relazioni personali dei paesi e dei villaggi, gli individui si erano "atomizzati", le loro esistenze civili e professionali si erano separate fino alla reciproca ignoranza e indifferenza.
La società di massa: terreno fertile per i totalitarismi
Questa massa amorfa rappresentava nello stesso tempo la condizione di affermazione e la base di consenso dei nuovi regimi autoritari, capaci di dominare queste folle divise e solitarie grazie all'autorità carismatica di un capo. Lo strumento per restituire unità e identità alle moltitudini informi era il mito imperialistico della nazione forte e potente: un mito agitato dal capo secondo i moduli tradizionali della cultura militarista, senza aver quindi bisogno della mediazione rappresentativa della democrazia parlamentare, che non era sostituita dalla compenetrazione tra il partito unico e lo stato. I cittadini e lo stato formavano anzi una comunità di tipo esoterico in cui gli altri, i "diversi", erano automaticamente e sempre nemici. Nazismo tedesco e stalinismo sovietico erano, secondo la Arendt, le forme storiche integralmente sviluppate del totalitarismo, accomunate da un controllo totale della vita pubblica e privata degli individui e dalla conseguente distruzione della spontaneità e delle libertà personali.
Le teorie di Fromm e Adorno: due importanti precedenti
L'analisi della Arendt aveva comunque alle spalle almeno due precedenti importanti. Il primo era il libro scritto nel 1941 da un altro esule della Germania nazista, Erich Fromm, e intitolato Fuga dalla libertà. Anche nello studio di Fromm, le radici del fascismo venivano ricercate nell'ambito della psicologia collettiva , in particolare, nella perdita delle identità di clan e di ceto proprie delle società premoderne. Il regime dittatoriale funzionava come un recupero artificiale delle identità di gruppo (uniformi e organizzazioni parlamentari, stili di vita comuni, rituali di massa) e, al tempo stesso, come un rafforzamento decisivo di identità individuali, rese altrimenti fragili e precarie dalla concorrenza e dalla competizione - la "libertà" da cui fuggire, appunto - tipiche delle società moderne società di massa fondate sul libero mercato. Il secondo precedente era costituito dalla ricerca svolta da un altro esule tedesco, Theodor W. Adorno, in una situazione (la California della fine degli anni quaranta) storicamente lontana da qualsiasi esperienza dittatoriale. Ciononostante l'esame di duemila questionari sottoposto a cittadini americani conduceva Adorno alla formulazione di una tipologia di "personalità autoritaria" - così suonava il titolo nel suo studio - contraddistinta dalla distinzione tra "noi" e gli "altri", dal conformismo, dall'aggressività, dalla xenofobia, dalla "proiettività" (l'attitudine di proiettare nel mondo esterno l'idea di un complotto persecutorio ordito ai propri danni da forze oscure e potenti) e infine dall'antisemitismo. I risultati dell'inchiesta si muovevano in sintonia con le conclusioni della Arendt e di Fromm: nelle società moderne identità individuali deboli costituivano la norma ed esprimevano di conseguenza un bisogno di forti identità di gruppo, sul quale si innestava facilmente l'azione organizzativa e propagandistica di movimenti e regimi totalitari . La categoria di totalitarismo interpretava quindi le recenti dittature come esperienze politiche monolitiche, legate al tentativo di annullare ogni differenza individuale e ogni libertà della persona; la democrazia, invece, vi si contrapponeva come sforzo per restituire valore proprio a quelle differenze a quelle libertà.
La definizione dei tratti comuni dei regimi totalitari
A pochi anni di distanza dal libro della Arendt fu pubblicata negli Stati Uniti l'opera di C.Friedrich e Z.Brzezinski (Toalitarian Dictatorship and Autocracy) che sistematizzò definitivamente i tratti costitutivi di un modello di stato totalitario. I tratti comuni a fascismo italiano, nazismo tedesco e stalinismo sovietico venivano identificati sostanzialmente nella presenza di un dittatore, di un partito unico di massa, di una polizia politica, di un'ideologia assoluta, di una concentrazione dei poteri economici nelle mani dello stato. Tuttavia, l'accento posto sui metodi di governo lasciava in ombra i contenuti concreti dell'azione politica svolta dai nuovi gruppi politici giunti al potere: per esempio, quali fossero gli interessi sociali garantiti e le basi di consenso conquistate, quali i rapporti con la burocrazia dello stato, con l'apparato militare, con l'estabilishment economico e finanziario. Per esempio, l'angolo visuale offerto dalla categoria interpretativa del totalitarismo lasciava in secondo piano la specificità dell'elemento della politica razziale del regime nazista, che era assente nel suo presunto corrispettivo sovietico. In seguito, quando si sono attenuati i toni delle polemiche più strettamente collegate al clima politico della guerra fredda - interessati a mettere sullo stesso piano il nazismo e il comunismo - gli studiosi sono tornati a sottolineare le differenze nazionali, osservando con cautela e diffidenza a modelli troppo generici e onnicomprensivi. Il piano comparativo internazionale è rimasto un importante e, anzi, decisivo strumento conoscitivo a disposizione degli studiosi, per approfondire le analogie ma soprattutto le differenze tra i diversi casi nazionali.

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