Il terrorismo

Materie:Tesina
Categoria:Storia

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Testo

INDICE
Introduzione………………………………………………… Pag. II
Capitolo 1 “La nascita del terrorismo rosso” …………… Pag. V
Capitolo 2 “Potere Operaio” ……………………………… Pag. VII
Capitolo 3 “Ordine Nuovo” ……………………………… Pag. VIII
Capitolo 4 “Prime azioni terroristiche delle B.R.” ……… Pag. X
Capitolo 5 “Il sequestro Moro” …………………………… Pag. XIII
Capitolo 6 “La nascita di Prima Linea” …………………… Pag. XV
Capitolo 7 “Il pentitismo per combattere le B.R.” ……… Pag. XVI
Capitolo 8 “Colpi di coda delle B.R.” ………………… Pag. XVII
INTRODUZIONE
Esiste per qualsiasi fenomeno che abbia implicazioni sociali un periodo di incubazione, una fase di maturazione e un momento, per così dire, conclusivo e terminale. Difficile, quasi sempre, però indicare il momento esatto della nascita di questo o quel fenomeno. Per il fenomeno terroristico italiano, di matrice sovversiva, sia di destra che di sinistra, invece, è possibile indicare un preciso punto di svolta, una data che condizionerà il suo emergere ed il suo imporsi sulla scena politica dell'Italia: 12 dicembre 1969.
E' questo il giorno della strage di piazza Fontana a Milano.
Negli anni immediatamente precedenti la strage, era cresciuto in Italia un movimento politico nuovo, quello del '68, formato da una generazione di studenti, ma anche di operai, che aveva come primo punto all'ordine del giorno la crescita politica del movimento stesso, l'elaborazione delle strategie necessarie a pervadere l'intero tessuto della società.
La bomba che esplose in una banca nel pomeriggio di venerdì 12 dicembre 1969 – e che straziò i corpi di tanti innocenti - pone al movimento che sta crescendo un problema del tutto nuovo: non più la sua crescita politica, il suo indirizzo riformista o rivoluzionario, ma la sua autodifesa.
Il 12 dicembre 1969 sulla scena della vita sociale italiana irrompe un fantasma: il fantasma del golpe, l'idea che il potere sia in grado di mettere in campo tutta la sua forza per contrastare ogni tentativo di cambiamento o soltanto di rinnovamento.
L'idea di svegliarsi un mattino con i carri armati sotto casa oggi può fare solo sorridere. Così non era in quegli anni quando il laboratorio della strategia della tensione era già in funzione. Così non fu dopo quella maledetta strage. Sono proprio la paura del golpe, la possibilità di dover fronteggiare una reazione drastica e violenta del Potere - come i colpi di stato autoritari dei militari in Grecia, Spagna e Portogallo - che fanno maturare in settori limitati e ristretti dell'estrema sinistra, ma anche nella estrema destra, la necessità di armarsi e di costituire gruppi clandestini pronti ad una nuova resistenza.
Quella che ad alcuni sembrerà una semplice necessità, con il tempo si trasformerà in un'altra idea ancor più pericolosa: la possibilità che esista in politica una scorciatoia, quella, appunto, della lotta armata. Ecco spiegato il perché, proprio tra la fine del '69 e l'inizio del '70, nascono in Italia i primi gruppi terroristici.

CAPITOLO 1
“LA NASCITA DEL TERRORISMO ROSSO”
La nascita del terrorismo rosso si fa risalire alla decisione di alcuni militanti del Collettivo Politico Metropolitano (CPM) di Milano di accelerare il processo che avrebbe dovuto portare alla rivoluzione consentendo lo scontro sul terreno della lotta armata.
Le lotte legali del movimento del '68 non avevano portato, infatti, secondo i militanti dei gruppi terroristici, nessun cambiamento radicale nella società italiana. La scelta "ufficiale" del passaggio alla lotta armata fu presa dal CPM a Pecorile, presso Reggio Emilia, nell'agosto del 70.
Il vertice di quelle che poi saranno le BR era formato da giovani di diversa provenienza culturale e sociale: c'erano studenti di Sociologia a Trento (Curcio, Cagol, Semeria, Besuschio), ex militanti della FOCI emiliana (Franceschini Gallinari, Ognibene), operai, provenienti soprattutto dalla Sit-Siemens (Moretti, Alunni, Bonavita). I punti di riferimento di questi terroristi erano rappresentati soprattutto dalla guerriglia urbana del Sudamerica e il movimento partigiano comunista, in cui vedevano il primo nucleo di lotta giovanile violenta contro l'ingiustizia. Franceschini indicherà, infatti, nella scelta del nome Brigate Rosse la materializzazione del "filo rosso" che li univa alla Resistenza.

CAPITOLO 2
“POTERE OPERAIO”
Altra formazione terroristica di sinistra fu Potere Operaio.
Toni Negri
Costituitosi nell'autunno 1969, grazie alla confluenza del Potere Operaio Veneto-Emiliano e di una parte del Movimento Studentesco romano guidata da Piperno e Scalzone, il Potop, Potere Operaio, che aveva come dirigenti Antonio (detto Toni) Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno, contestando l'organizzazione capitalistica del lavoro teorizzò la conflittualità permanente in fabbrica mentre, sul piano organizzativo, agì per la costruzione di un partito che organizzasse l'insurrezione armata contro lo stato. Negli anni successivi accentuò i suoi caratteri militari, fino a giungere a formare il Fronte Armato Rivoluzionario Operaio (inizio 1972). Questa scelta porterà sempre più militanti ad allontanarsi dall'organizzazione che si scioglierà nel giugno 1973.
CAPITOLO 3
“ORDINE NUOVO”
Il MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo) fu, invece, il principale gruppo terroristico di destra. Aveva come dirigenti Clemente Graziani, Roberto Besutti, Elio Massagrande e si autodefinì come "l'unico movimento politico fautore di una strategia globale nazional-rivoluzionaria". Nacque a causa del ritorno di Rauti nel MSI (Movimento Sociale Italiano) del dicembre del 1969. Graziani, Massagrande, Saccucci Tedeschi, Besutti ed altri militanti, rifiutarono, infatti, di rientrare nei ranghi del MSI e costituirono un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi dei partiti: una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie.
Il MPON si diede una prima organizzazione provvisoria nel corso di una riunione del 21 dicembre 1969 e una organizzazione più complessa dopo il primo congresso, tenutosi a Lucca nell'ottobre del 1970. Gli aderenti al MPON si resero protagonisti di più di quaranta episodi di aggressione e giocarono un ruolo decisivo nei disordini di Reggio Calabria del 1970.
Alla condanna dei dirigenti per il reato di ricostituzione del partito fascista, avvenuta da parte del Tribunale di Roma il 21 novembre 1973, seguì, due giorni dopo, un decreto di scioglimento del movimento.

CAPITOLO 4
“PRIME AZIONI TERRORISTICHE DELLE B.R.”
Ritornando al gruppo terroristico che, più degli altri influenzò la società dell’epoca, le Brigate Rosse, le prime azioni dei brigatisti furono mirate verso i quadri dirigenti delle fabbriche - simbolo dell'oppressione capitalista - allo scopo di attirare l'attenzione dei loro interlocutori privilegiati, gli operai.
Nel primo periodo si limitarono ad atti teppistici contro auto e garage.
Le BR non erano ancora passate seriamente all'offensiva.
Contemporaneamente si assistette alla nascita di altri due gruppi armati: i GAP e il gruppo genovese XXII Ottobre che ebbero vita breve.
“L’alzata del tiro" delle BR, invece, si verificò nel marzo del 1972, quando fu sequestrato e subito rilasciato l'ingegnere della Sit-Siemens Idalgo Macchiarmi, che rappresentò l'inizio della serie di rapimenti le cui vittime venivano fotografate con cartelli con i famosi slogans "Mordi e fuggì. Colpiscine uno per educarne cento". In questa linea non ancora di vera e propria lotta armata si inseriscono il rapimento del sindacalista torinese Bruno Labate, del dirigente della Alfa Romeo Michele Mincuzzi, del capo personale della FIAT torinese Ettore Amerio, tutti avvenuti tra il '72 e il 73 e caratterizzati dai primi processi proletari, condotti dai rapitori in nome del "tribunale del popolo".
Durante questa prima metà degli anni 70 matura la nuova strategia brigatista di "portare l'attacco al cuore dello stato", che si tradusse in azioni contro persone delle istituzioni per colpire lo stato stesso.
Mario Sossi
Il primo sequestro in tale direzione fu quello del giudice Mario Sossi (18 aprile 74), pubblico ministero nel processo contro il XXII Ottobre, tenuto prigioniero dalle BR per 35 giorni e rilasciato pur senza la controparte richiesta (i militanti dello stesso XXII Ottobre). Pur se ventilata l'ipotesi dell'omicidio del "prigioniero del popolo" in caso di insuccesso, l'assassinio non era ancora stato adottato come mezzo di lotta politica.
Questa scelta arrivò l' 8 giugno del 1976 quando fu freddato Francesco Coco, sostituto procuratore a Genova, che nel caso Sossi era contrario allo scambio dello stesso con i detenuti.
Tra il 74 e il 76 il proseguimento della lotta armata fa condizionato da due importanti avvenimenti: l'arresto di Curcio e Franceschini e la successiva evasione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato. L'evasione di Curcio mise in risalto, inoltre, il problema della sicurezza dei penitenziari; la risposta dello Stato fu la riforma penitenziaria, l'istituzione delle carceri speciali e di massima sicurezza per i "detenuti politici" e la cosiddetta legge Reale, che assegnava alla polizia poteri eccezionali nella prevenzione al terrorismo. Come reazione a ciò quest'ultimo intensificò il suo attacco contro le istituzioni.
Ma l'uccisione della brigatista Mara Cagol, avvenuta il 5 giugno del 1975, in seguito a un fallito rapimento, e il definitivo arresto di Curcio nel gennaio 76, segnarono la fine del "vertice storico" delle BR, sempre più sottoposte alla leadership di Mario Moretti.
CAPITOLO 5
“SEQUESTRO MORO”
Nel biennio 1976-77 le BR si riorganizzarono soprattutto dal punto di vista militare e attuarono negli anni 77-78 quella che fu poi definita la "strategia dell'annientamento" con una lunga serie di omicidi e gambizzazioni ai danni di giornalisti, amministratori locali, poliziotti, magistrati e quanti potevano essere considerati "servi dello Stato".
Aldo Moro rapito dalle BR
L'azione simbolo di questa nuova fase dell'attività delle BR fu il rapimento, il 16 marzo del 78, del presidente della DC Aldo Moro e la strage della sua scorta.
Forte fu l'indignazione dell'opinione pubblica; il mondo politico italiano si spaccò in due: da una parte quelli che volevano trattare con i rapitori per la liberazione dell'ostaggio, dall'altra quelli che rifiutavano ogni patteggiamento con le BR.
Prevalse la "linea della fermezza", sostenuta dalla DC e dal PCI. Questo portò alla decisione dei brigatisti di uccidere Moro, il cui cadavere fu fatto ritrovare il 9 maggio in via Caetani, a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, rispettivamente sedi nazionali di PCI e DC.
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro
Il "caso Moro" continua a rappresentare ancora oggi uno dei più grossi misteri italiani in quanto non si sa cosa è veramente accaduto nei 55 giorni del sequestro. Molti storici fanno risalire all'uccisione di Moro l'inizio della crisi del terrorismo. Essa creò profondi dissensi al suo interno e un diffuso senso di ripulsa per ciò che avevano fatto al suo esterno.
CAPITOLO 6
“LA NASCITA DI PRIMA LINEA”
All'inizio del 77 era nata intanto un'altra formazione terroristica. Prima Linea, che compì, fino al 1980, un numero impressionante di azioni, secondi solo alle BR: 101 attentati, con 18 morti e 23 feriti. E' considerato per questo il più duro e concreto dei gruppi terroristici: caratterizzato da un culto esasperato dell'azione, non aveva alcun progetto politico se non la distruzione dello Stato. Ma lo spontaneismo e la mancanza di strategia causarono la sua sconfitta.
CAPITOLO 7
“IL PENTITISMO PER COMBATTERE LE B.R.”
Dopo l'omicidio Moro le BR non stettero a guardare.
Compirono una serie impressionante di attentati.
Vittime furono sindacalisti, come Guido Rossa, il cui omicidio segnerà la rottura definitiva delle B.R. con la fabbrica e gli operai, forze dell' ordine, magistrati (come il vicepresidente del CSM Bachelet) e giornalisti (come Walter Tobagi del "Corriere della Sera").
L'arresto nel febbraio dell'80 del leader della colonna torinese Patrizio Peci segnerà l'inizio del fenomeno che porterà alla sconfitta delle BR: il pentitismo.
Nei primi anni '80 la leadership di Senzani porto all'ultimo rigurgito di violenza dei brigatisti; anche se azioni siglate BR continuarono almeno sino all' 88, il terrorismo era ormai sconfitto. Lo stato aveva riportato una lunga serie di vittorie: arresti, pentimenti e dissociazioni permisero il completo smantellamento di quella che era stata una delle più grandi e meglio organizzate formazioni terroristiche europee e che aveva segnato una delle pagine più buie della storia dell'Italia repubblicana.
CAPITOLO 8
“COLPI DI CODA DELLE B.R.”
Purtroppo, però, code terroristiche misteriose si sono rivelate negli ultimi anni con gli omicidi dei giuslavoristi Massimo D'Antona e Marco Biagi.
Massimo D’Antona
Il 20 maggio 1999 veniva ucciso il consulente del ministero del lavoro Massimo D'Antona. Era l'inizio di una nuova era brigatista. Quasi tre anni dopo, il 19 marzo 2002, il giuslavorista Marco Biagi sarebbe stato colpito dallo stesso gruppo, autodefìnitosi "Nuove BR". Due assassini legati da un filo comune, politico e simbolico: attaccare le riforme e i riformisti. Nel mirino delle Brigate Rosse degli ultimi anni ci sono uomini di cerniera, consulenti dello Stato, giuslavoristi, esperti di riforme del mercato del lavoro. Gli irriducibili brigatisti rivendicano dalle carceri gli attentati a Massimo D'Antona e Marco Biagi. II 31 ottobre 2002 il giudice Maria Covatta di Roma firma sei ordinanze di custodia cautelare, tra queste quelle di Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce che hanno scritto la rivendicazione dell'omicidio D'Antona. I due saranno fermati dalla Polizia il 2 marzo 2003 su un treno in viaggio tra Roma e Firenze. Durante una colluttazione, vengono sparati alcuni colpi. Il poliziotto Emanuele Petri e il terrorista Mario Galesi perdono la vita. Nadia Lioce viene arrestata. Aveva con se una serie di documenti, floppy disk e due palmari che hanno permesso agli inquirenti di ricostruire buona parte dell'organizzazione e di arrestare, nel corso dell'anno, numerosi brigatisti.
Tra Lazio, Toscana e Sardegna vengono fermati diversi presunti terroristi, indiziati per gli omicidi D'Antona e Biagi.
Ad oggi le tre procure di Roma, Firenze e Bologna lavorano sull'ipotesi che lo stesso gruppo di brigatisti abbia firmato entrambi gli omicidi: D'Antona e Biagi.
Nadia Desdemona Lioce
Nel mese di gennaio 2004 Nadia Desdemona Lioce è stata rinviata a giudizio.
La brigatista è accusata di concorso in omicidio e tentato omicidio, rapina e porto d’armi, il tutto aggravato dalla finalità di terrorismo. Il processo è iniziato il 3 maggio 2004.
Nei primi giorni di giugno la Pubblica Accusa ha chiesto per la brigatista la pena dell’ergastolo.
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