Il Seicento e il Settecento in Europa

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IL SEICENTO E SETTECENTO IN EUROPA
Nel corso del Sei e del Settecento, la situazione che ci appare è varia e complessa.
Il Sacro Romano Impero era ormai smembrato in una miriade di Stati indipendenti, la Spagna aveva visto declinare la propria potenza, mentre la Francia, l’Austria e la Russia iniziavano a realizzare forme di potere assoluto.
La Repubblica delle Province Unite d’Olanda che, nel Seicento, aveva vissuto il suo “Secolo d’oro”, era ormai divenuta una “scialuppa a rimorchio della fregata Gran Bretagna”, secondo la celebre frase del re di Prussia, Federico II il Grande.
Proprio l’Inghilterra, infatti, stava assurgendo in Europa al ruolo di potenza egemone, primeggiando sui mercati mondiali.
Al margine della vita politica ed economica europea, era invece relegata l’Italia, divisa in tanti piccoli Stati assoggettati al dominio straniero o ancora indipendenti, ma chiusi nei loro stretti confini.
Tutte le nazioni erano unite in quest’epoca nell’impegno di modernizzare il proprio Stato, rendendolo più efficiente e moderno.
Il Seicento si aprì in Francia con il governo di una regina italiana, Maria de’Medici.
La sua sovranità fu, però, limitata dalle costrizioni imposte da una difficile situazione interna, per molti aspetti ostile alla regina, che si concluse solo con la formale investitura di potere del figlio Luigi XIII, al raggiungimento della sua maturità.
Sconfitta e isolata, negata del ruolo di regina e di madre, oscurata dall’astro nascente del cardinale Richelieu, a Maria non resterà che ritirarsi dalle scene.
Di lì a poco, sarebbe salito sul trono Luigi XIV, il Re Sole, che riuscì a far coincidere l’immagine della propria magnificenza col nuovo peso politico acquisito dalla Francia in campo internazionale.
I fasti della corte di Francia proseguirono durante i regni dei suoi due successori, l’ultimo dei quali, Luigi XVI, morto sulla ghigliottina durante la rivoluzione, concluse l’epoca delle monarchie assolutiste francesi, prima dell’irrefrenabile ascesa di Napoleone Bonaparte.
Figlia del granduca di Toscana, Francesco I de’ Medici, e di Giovanna d’Austria, Maria nacque a Firenze il 26 aprile 1573.
Le sue nozze con il re di Francia Enrico IV furono celebrate per procura a Firenze il 5 ottobre 1600 e la regina sbarcò il mese successivo nel porto di Marsiglia, accolta con tutti gli onori.
Dopo l’Editto di Nantes, siglato due anni prima da suo marito, che poneva fine a quarant’anni di lotte religiose, ammettendo la libertà di culto, la situazione politica in Francia era abbastanza tranquilla, anche se la nobiltà temeva la volontà accentratrice del sovrano. I suoi toni fermi e minacciosi (“Taglierò le radici di tutte le fazioni e della propaganda sediziosa e farò decapitare quelli che le suscitano”) rivelavano, infatti, la decisione di imporre l’autorità sovrana, tracciando la strada dell’assolutismo monarchico.
Coadiuvato dal potente ministro Maximilien Sully, Enrico IV perseguì un’energica politica economica, tesa a risanare il debito pubblico e a dare prosperità alla nazione, promuovendo l’agricoltura e le attività manifatturiere.
Con la sua conversione alla fede cattolica (“Parigi val bene una Messa”), egli aveva spezzato l’incontrastata egemonia nel mondo cattolico di cui godeva la Spagna, ma questo non impedì ad un religioso fanatico come Ravaillac di assassinarlo nel 1610.
Suo figlio, Luigi XIII, aveva solo nove anni, e la guida del governo fu assunta dalla reggente regina Maria. Consigliata dal suo favorito, il fiorentino Concino Concini, ella non riuscì a dominare la volontà di maggiore autonomia della classe nobiliare, la quale giunse a schierarsi apertamente contro la Corona, nonostante le distribuzioni di ricche pensioni e prebende.
Maria, nel tentativo di salvare la monarchia, fu costretta a convocare gli Stati generali, l’antica assemblea composta dai rappresentanti della nobiltà, del clero e del terzo stato, ovvero la borghesia delle professioni e delle arti.
La mossa si rivelò inutile. Messasi apertamente in conflitto col segretario di Stato Richelieu ed anche col giovane figlio, dal quale sembra fosse partito l’ordine di uccisione del Concini, Maria fu costretta ad andare in esilio a Colonia, dove morirà nel 1642, in completa miseria.
Il Palazzo del Lussemburgo fu costruito per essere la residenza della regina Maria de’ Medici, vedova di Enrico IV, a disagio al Louvre, dopo la morte del marito nel 1610. Piena di nostalgia per la nativa Firenze, ella volle che il nuovo palazzo ed il suo splendido parco rievocassero, nelle loro forme, il Palazzo Pitti ed il Giardino di Boboli, antiche dimore toscane della regina.
Il luogo prescelto per la costruzione fu l’antico hôtel del duca Francesco di Lussemburgo, situato su un vasto terreno, presso un’abbazia di Certosini sulla riva sinistra della Senna.
Incaricato del progetto fu l’architetto Salomon de Brosse, il quale concepì un’imponente struttura a tre ali con padiglioni d’angolo, e un padiglione centrale sul lato dell’entrata. Iniziato nel 1615, il palazzo fu portato a compimento nel 1631.
Una galleria sul lato occidentale dell’edificio accoglieva il ciclo di ventiquattro tele, eseguite da Pieter Paul Rubens con Storie della vita di Maria de’Medici, oggi conservato al Museo del Louvre. Un’altra galleria, nell’ala orientale, doveva accogliere una serie celebrativa, dedicata al defunto Enrico IV, anch’essa commissionata a Rubens, ma mai realizzata.
L’intero ciclo che illustra la vita e le gesta della regina fu eseguito dal pittore, tra il 1622 ed il ’25. Una mole di lavoro enorme: quasi trecento metri quadrati di pittura, che ripercorrono la biografia di Maria sino al 1621, ricordandone tutti gli eventi principali.
Il palazzo rimase di proprietà reale anche dopo l’esilio della regina, morta in miseria a Colonia nel 1642. Confiscato durante la rivoluzione francese, esso fu impiegato come fabbrica di armi e prigione; qui attenderanno la morte, tra gli altri, Danton, Fabre d’Eglantine e Hébert. Sede, dal 1811, della Camera dei Pari, l’edificio fu ampliato, alla metà del XIX secolo, da Alphonse de Gisors, secondo lo stile della costruzione preesistente. Dal 1958, si riunisce qui il Senato francese.
Lo splendido giardino, esteso su ventitré ettari, è oggi un parco pubblico.
Armand du Plessis, duca di Richelieu, il più grande artefice dell’assolutismo monarchico francese, era divenuto segretario di Stato nel 1616, e primo ministro del re Luigi XIII nel 1624. I suoi servigi erano stati ricompensati con la porpora cardinalizia.
Arbitro della politica francese fino alla sua morte, egli procedette sulla linea del rafforzamento del potere regio, a danno dei ceti nobiliari e delle minoranze religiose.
A seguito dell’editto di Nantes (1598), in Francia, la libertà di culto era garantita assieme alla parità dei diritti civili a tutti i cittadini, sia cattolici sia riformati. Tuttavia, temendo che i territori presidiati dagli ugonotti (i riformati calvinisti così chiamati dalla pronuncia storpiata del termine tedesco Eidgenossen), costituissero un problema per l’unità nazionale, Richelieu non esitò a dichiarare loro guerra, distruggendo, nel 1628, la fortezza di La Rochelle. Di fatto, i riformati conservarono la loro autonomia di culto, senza più possedere però alcun potere politico.
Dopo la repressione degli ugonotti, il cardinale si rivolse alla lotta contro gli Asburgo, facendo intervenire la Francia nella guerra dei Trent’Anni, tentando di rafforzare il primato europeo della sua nazione.
Durante il governo di Richelieu, la Francia fu agitata da numerose sommosse popolari, dovute alla crescente pressione fiscale, che colpiva con nuove tassazioni il ceto medio, e necessaria per finanziare le campagne di guerra europee. Le agitazioni contro il fisco e gli appaltatori delle imposte non arrestarono, tuttavia, il programma di sviluppo del ministro, il quale operò non soltanto in campo politico, ma anche economico e finanziario, avviando lo stato verso un’economia mercantilistica. Mancando una borghesia animata da spirito capitalistico, come in Olanda e in Inghilterra, all’iniziativa privata il Richelieu cercò di sostituire l’azione del governo, creando manifatture reali e compagnie commerciali finanziate dallo Stato.
Il potente cardinale morì nel 1642, lasciando al governo un suo stretto collaboratore, il cardinale italiano Giulio Mazarino.
La corte del Re Sole, a Versailles, contava circa tremila persone, tra nobili e servitori, tutti sistemati nella reggia e negli edifici attigui. Memore della Fronda, che lo aveva costretto ancora bambino all’esilio nel 1649, il sovrano preferì circondarsi della nobiltà per controllarne ogni mossa, e per impedire la nascita di forze di opposizione alla Corona.
La vita a corte era regolata da una rigida etichetta. Il risveglio del re era un avvenimento di stato. I cortigiani si affollavano nell’anticamera, ansiosi di offrire chi una calza, chi la camicia, chi una scarpa, raccolta da un nobile e consegnata ad un altro nobile di maggiore grado, onorato di inchinarsi e calzargliela.
Portate luculliane costituivano i due principali pasti della giornata, ai quali partecipavano decine di ‘eletti’. Tra banchetti e feste spettacolari con balli e giochi pirotecnici, la vita di corte trascorreva spensierata, allietata dallo sbocciare di amori clandestini.
L’avvenente marchesa di Montespan fu, per un decennio, la favorita del re; ad essa subentrò la marchesa di Maintenon, celebre per la sua devozione religiosa, sposata segretamente da Luigi nel 1684, dopo essere rimasto vedovo della legittima consorte, Maria Teresa d’Asburgo-Spagna.
Alla morte del sovrano, il 1° settembre 1715, l’affascinante marchesa si ritirò per sempre nell’abbazia di Saint-Cyr, dove morì quattro anni più tardi.
Luigi XIV fu veramente il Re Sole, la luce dominante al centro di un mondo, che da lui prendeva vita e attorno a lui si muoveva. La sua persona era stata oggetto di un vero e proprio culto da parte di una folla di cortigiani, che si assiepava nei palazzi di Versailles.
Il piccolo castello costruito nel 1624 a Versailles, alla periferia occidentale di Parigi, per i piaceri della caccia di Luigi XIII, poco lontano da un villaggio circondato da paludi e da boschi ricchi di selvaggina, si trasformò, durante il regno di Luigi XIV, in una sontuosa reggia.
L’architetto Louis Le Vau (1612-1670) iniziò i lavori nel 1668, sette anni dopo l’ascesa al trono del Re Sole, sostituito poi da Jules Hardouin-Mansart (1646-1708). Il pittore di corte Charles Le Brun (1619-1690), arbitro indiscusso del gusto artistico parigino, dirigeva intanto un esercito di decoratori, scultori, mobilieri e tappezzieri, intenti all’arredamento e agli abbellimenti interni. Tutto comunque era supervisionato dal re in persona, che apportava modifiche e dava suggerimenti.
Il basso tetto del palazzo è nascosto da una balaustra coronata da statue, che conferiscono l’illusione di una terrazza all’italiana. La piattaforma, che si apre davanti alla facciata dell’edificio, domina i giardini e tutto il parco, steso su circa cento ettari. Qui la natura venne assoggettata alle regole dell’arte e ai desideri del re; le colline circostanti furono spianate, intere foreste trapiantate, il fiume Bièvre sbarrato e creato un apposito sistema idraulico, per convogliare qui le acque della Senna.
L’interno del castello è un susseguirsi di magnifici saloni, gallerie, appartamenti privati, decorati con uno sfarzo senza pari. Una parte è occupata oggi dal Museo della Storia Francese, il cui ricchissimo patrimonio artistico è costituito da migliaia di quadri e di sculture, dal XVII al XIX secolo.
I lavori di edificazione della reggia durarono quasi cinquant’anni, con varie interruzioni nei periodi di guerra ma, già dal 1682, il re aveva lasciato il Louvre per trasferirsi qui con tutta la sua corte.
Fino allo scoppio della rivoluzione francese, Versailles fu la sede del governo e la capitale politica della Francia. La grandiosità e la ricchezza della reggia sono l’espressione più eloquente della potenza, e della magnificenza della monarchia francese dell’età dell’assolutismo.
Il cardinale Mazarino e poi il primo ministro Colbert, desiderosi di associare al nome di Luigi XIV il compimento del palazzo del Louvre, allora residenza dei reali di Francia, promossero i lavori di ampliamento dell’edificio.
Per la realizzazione della facciata venne bandito un concorso tra gli architetti italiani, poiché i progetti presentati dai francesi non avevano soddisfatto la corte. Il primo progetto inviato da Gian Lorenzo Bernini, nel 1664, prevedeva un corpo centrale concavo dal quale avanzava un avancorpo ellittico. Coronava la facciata un ballatoio continuo, sul quale si innalzava una serie di statue posate ad intervalli regolari. A questo progetto, ne seguirono altri e finalmente, nel 1665, l’artista venne chiamato a Parigi.
Il viaggio di Bernini in Francia fu un vero trionfo. Accolto con tutti gli onori da Colbert e accompagnato da Paul-Fréard de Chantelou, che scrisse un dettagliato diario del soggiorno, egli si trattenne a Parigi da aprile ad ottobre, lavorando ad un busto di Luigi XIV, ora nel salone di Diana della reggia di Versailles. Tuttavia, al suo disegno della facciata del Louvre fu preferito quello presentato dagli architetti francesi Perrault, Le Vau e d’Orbay, associati al primo pittore di corte, Charles Le Brun.
Anche il monumento equestre realizzato dal Bernini al suo ritorno a Roma, una volta inviato a Parigi nel 1685, non piacque più e venne pesantemente rielaborato. Il gusto francese ormai si era completamente affrancato dalle influenze italiane, e gli artisti mostravano sempre più il loro desiderio di autonomia dall’arte italiana.
Jeanne-Antoinette Poisson, futura marchesa di Pompadour, nacque a Parigi nel 1721.
A darle un’educazione raffinata e squisitamente mondana provvide l’amante della madre, che fece di lei la regina dei salotti prima di maritarla, nel 1741, al nipote Guglielmo Lenormant, donandole il castello d’Étoiles. Nel 1745, dopo essere stata nominata marchesa di Pompadour, fu presentata a corte, grazie ai buoni uffici dell’alta finanza e, con ostinata determinazione, riuscì a conquistare il re Luigi XV, diventandone l’amante ufficiale. Donna bella e affascinante, ella conservò il grado di favorita e il potere che ne derivava per vent’anni, anche quando, col passare del tempo, il suo fascino iniziò a declinare.
Con la sua forte personalità, contribuì a sostenere le scelte politiche del sovrano, il quale non aveva un carattere altrettanto forte quale quello del bisavolo Luigi XIV. Implacabile nei confronti di qualunque donna cercasse di soppiantarla nel cuore del re, ella fu un’intelligente interlocutrice dei personaggi più illustri dell’Illuminismo, incitando Luigi XV sulla via delle riforme, e facendosi promotrice della pubblicazione dell’Encyclopédie.
La sua ingerenza nella politica estera costò, tuttavia, molto cara al paese. Fu lei a volere l’alleanza austro-francese contro la Prussia, che scatenò la guerra dei Sette Anni, e si ostinò nelle sue posizioni anche dopo le disfatte subite dai generali dell’esercito francese, che ella stessa aveva scelto.
La marchesa morì a Versailles nel 1764, dieci anni prima del sovrano.
Nel corso del Seicento, l’Europa assistette al declino dell’impero spagnolo.
Dopo la morte del re Filippo II, nel 1598, la nazione perse il monopolio del commercio con le colonie d’oltremare, a causa della concorrenza delle altre potenze europee, allora emergenti.
Le perdite territoriali, l’unità interna minacciata, la cattiva amministrazione, la corruzione della classe dirigente si unirono ad una fase di forte depressione economica e di crisi finanziaria, che minarono le fondamenta del grande impero.
Fallito, inoltre, il tentativo di restaurare in Europa la religione cattolica, affiancata ormai dal protestantesimo sempre più diffuso, alla Spagna non restava che osservare l’irresistibile ascesa della nemica Francia e dell’Inghilterra, nella lotta per il dominio del mondo.
Nel 1598, era morto il re di Spagna, Filippo II, e gli era succeduto il figlio, Filippo III.
Decenni di guerre che, al motivo religioso di ripristinare il cattolicesimo, avevano unito la volontà di assumere in Europa l’assoluto dominio politico, avevano stremato l’economia ed il popolo spagnolo.
Padrona di mezzo continente americano e degli Stati italiani di Sicilia, Sardegna, Napoli e Milano, la Spagna stava attraversando un periodo politico molto delicato.
Filippo III fu un sovrano debole, molto pio, ma incapace di curare gli affari di Stato. Nell’impossibilità di fronteggiare le difficoltà e di riparare ai diversi fronti conflittuali, che si stavano aprendo, egli affidò il governo effettivo della nazione al suo ‘favorito’, il marchese di Denia, poi denominato duca di Lerma.
Il duca riuscì a chiudere le guerre in atto, siglando accordi di pace con la Francia e con l’Inghilterra. La situazione finanziaria spagnola, tuttavia, continuava ad aggravarsi, fino a giungere, nel 1607, alla bancarotta, in cui rimasero coinvolti numerosi banchieri genovesi, che avevano concesso crediti illimitati alla monarchia iberica.
Due anni più tardi, fu decisa una tregua al conflitto scoppiato nel 1576 nei Paesi Bassi, una guerra che, da sola, consumava oltre un quarto del bilancio statale. Alla Spagna rimasero soltanto i Paesi Bassi meridionali, mentre l’Unione delle sette Province Unite settentrionali - Olanda, Zelanda, Frisia, Gheldria, Utrecht, Overijssel, Groninga - decretò la propria autonomia.
Nel 1618, il duca di Lerma fu coinvolto in un processo per corruzione e, tre anni più tardi, morì Filippo III.
Gli successe il figlio Filippo IV che, a sua volta, affidò il ruolo di primo ministro al suo privado Gaspar de Guzmán, duca di Olivares. Nonostante alcuni brevi benefici dovuti alle scelte politiche di quest’ultimo, soprattutto a causa della poca avvedutezza politica, la Spagna precipitò in una crisi sempre più grave.
La situazione divenne ancora più difficile con il successore di Filippo IV, Carlo II, il quale morì nel 1700 senza lasciare eredi, scatenando così una guerra di successione, che coinvolse tutta l’Europa, e si concluse con il definitivo declino della potenza spagnola, quale nazione europea egemone.
La volontà di imporre la fede cattolica come unica religione in Spagna aveva scatenato, nel 1568, in Andalusia una grande rivolta, repressa solo a fatica. Erano insorti i moriscos, i musulmani ufficialmente convertiti al cattolicesimo, che vivevano e lavorano in territorio spagnolo, impegnati soprattutto nell’agricoltura, nel commercio e nelle attività manifatturiere.
Le persecuzioni nei loro confronti non erano mai cessate, e si era continuato ad imporre loro l’adozione della lingua castigliana. Nel 1609, giunse, infine, il decreto di espulsione dalla Spagna di tutti i mori, un esodo che interessò circa trecento mila persone.
I moriscos costituivano un’enorme forza lavoro, avevano un basso tenore di vita e, soprattutto, conservavano orgogliosamente i loro usi e costumi, pur nella forzata adesione alla religione cattolica. Per la cattolicissima Spagna, ciò costituiva un grave pericolo: questi “nemici” potevano sempre essere pronti ad insorgere e a collaborare con i temuti turchi, che si temeva potessero sbarcare sulle coste spagnole.
Nonostante le confische operate ai loro beni, il danno per l’economia spagnola fu irreparabile: furono perse sia risorse finanziarie sia capacità imprenditoriali.
Gaspar de Guzmán, conte e successivamente duca di Olivares, governò la Spagna, dal 1622 al 1642, su incarico del re Filippo IV, del quale era il ‘favorito’.
Alla politica estera pacifista del duca di Lerma, nominato primo ministro dal padre dell’attuale sovrano, il re Filippo III, egli oppose una strategia belligerante, volta a far riconquistare alla Spagna il ruolo di potenza imperiale.
A queste sue prestigiose ambizioni non corrispondevano, però, risorse finanziarie consone. I risparmi ottenuti dal drastico taglio delle spese per la corte e per la burocrazia furono consumati tutti sui campi di battaglia. Le ostilità con l’Olanda ripresero mentre, sul fronte interno, si scatenavano rivolte autonomiste. Il Portogallo proclamò, nel 1640, la propria indipendenza sotto la guida del duca di Braganza, che assunse il nome di Giovanni IV.
L’idea, che muoveva l’Olivares, era quella di costituire un grande impero che integrasse tutte le province del regno, anche i domini coloniali, ma la sua opera di riforma amministrativa si scontrò con l’opposizione degli stessi regni spagnoli, i quali intendevano difendere i propri privilegi e la propria autonomia legislativa dalla corte castigliana. La Catalogna si ribellò apertamente e, solo nel 1652, dopo una sanguinosa guerra civile, Barcellona si arrese di nuovo a Madrid.
Al desiderio di riportare la Spagna ai fasti cinquecenteschi di Carlo V e di suo figlio Filippo II, corrispose, da parte del duca, una politica culturale tesa a creare una grande corte imperiale, che potesse rivaleggiare con le altre potenze europee e fregiarsi di poeti, letterati e artisti famosi al suo servizio. Grazie all’appoggio e alla benevolenza dell’Olivares, tra i pittori, si impose il genio di Diego Velázquez, colui che, con il suo impeccabile cromatismo e la forza della sua pennellata, trasformò il gusto artistico della corte spagnola.
L’autorità ed il potere del duca stavano però declinando; dopo tante sconfitte, egli fu destituito e costretto all’esilio, nel 1642. Il suo ambizioso programma politico venne definitivamente abbandonato.
LA SANTA INQUISIZIONE
L’Inquisizione, o Congregazione del Santo Uffizio, sorse nel XVI secolo al tempo di papa Paolo III, che la istituì con la bolla Licet ab initio (1542), per combattere l’eresia protestante.
L’Inquisizione spagnola ebbe caratteristiche proprie, e nacque inizialmente per controllare gli ebrei e i musulmani da poco convertiti al cristianesimo, denominati rispettivamente marranos e moriscos.
Il suo compito iniziale si allargò progressivamente, nel corso del Seicento, fino ad includere un campo sempre più ampio di comportamenti e di opinioni, dalla stregoneria all’omosessualità, dalle superstizioni alla sollicitatio ad turpia dei sacerdoti, ovvero l’uso scorretto della confessione, per ottenere favori dalle penitenti.
La grande cerimonia pubblica che mostrava al popolo la potenza dell’Inquisizione era l’ “auto da fé”, cioè l’atto di fede. Essa attirava una folla enorme, spinta sia dall’entusiasmo religioso, sia dalla curiosità o dal desiderio di ottenere l’indulgenza, con cui la Chiesa ricompensava chi vi assistesse.
L’annuncio veniva fatto un mese prima, e il giorno scelto per l’evento era generalmente festivo.
La sera precedente, una processione si snodava per le vie di Madrid, fino a giungere alla piazza dove era già stato innalzato un palco, su cui era collocato un altare con sopra la croce verde, emblema del Santo Uffizio.
La mattina successiva, i colpevoli erano radunati nel carcere dell’Inquisizione e vestiti con il sambenito, una casacca simile all’abito monastico benedettino. Le vittime indossavano anche un gran copricapo di carta con disegnati diavoli e fiamme dell’inferno.
Si formava poi il corteo con gli alabardieri, la croce processionale coperta da un drappo nero, i condannati per colpe lievi, e coloro che avevano abiurato sotto le torture che precedevano il rito. Seguivano su stendardi le effigi degli eretici che non era stato possibile condurre di persona, perché o fuggiti o già morti. La bandiera della Congregazione, con la croce verde in campo scuro, era adornata a destra da un ramo di ulivo, simbolo di misericordia, e a sinistra dalla spada della giustizia. Dopo lo stendardo, venivano i Padri Inquisitori.
Al momento dell’ “auto da fé”, la condanna era già stabilita ed era quasi sempre la morte sul rogo.
Migliaia di uomini e donne persero così la vita, condannati da persone che agivano in buona fede, convinte di operare per il bene della religione e per la salvezza del peccatore.
La Spagna non fu la sola nazione ad adottare tribunali preposti alla difesa dell’integrità religiosa. Anche nei paesi protestanti, dalla presbiteriana Scozia alla calvinista Ginevra, all’anglicana Inghilterra, torture e roghi si susseguivano per eresia, bestemmia e stregoneria.

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